Le nuvole raccontano
I cipressi puntano il cielo e i passi risuonano leggeri nel
silenzio impregnato dell’odore dei fiori. Nel mare increspato, una
barca dondola a ridosso della costa, più lontana una petroliera fende
l’acqua lasciandosi dietro una scia bianca; un uccello nero
volteggia come fragile foglia, un cane scodinzola nel vialetto, un
altro, sdraiato, osserva, sornione, il visitatore. Il cimitero, l’estate
fredda dei morti. “Qui”, veramente, “delle divertite passioni
per miracolo tace la guerra”. Gli operai del Comune stanno
effettuando dei lavori in una terrazza, ma anche il mulinare di
picconi e pale si disperde in una dimensione ovattata, persino il
camioncino diviene un elemento del paesaggio, come le siepi, le lapidi
bianche, le linee architettoniche delle cappelle.
Ma non ti senti solo. Guardi intorno, posi gli occhi sulle foto,
leggi le epigrafi, e richiami alla memoria nomi e volti, ricordi un
gesto, un fatto, recuperi un anello di vita collettiva, e poi un
altro, e un altro ancora. E scorrono gli anni a ritroso, il tempo si
dilata, il passato scivola sul presente, e un giovane rincorre l’altro,
e così un anziano, una donna, un bambino. Un episodio… più episodi…
si srotola il gomitolo della nostra storia; per ognuno, sul vissuto
quotidiano scendono domande senza risposte ( perché lei/lui? perché
così giovane?) e inquietanti interrogativi si protendono sul futuro:
quando e come sarà anche per me?
In questo silenzio dilagante non regnano le divisioni, le voci
insulse, gli strilli insensati, le rabbie e i furori della città; qui
una sorte comune affratella e suggella complicità, per una lacrima
versata, un sorriso accennato, una preghiera sommessa. E leggi negli
sguardi di quella donna e di quella ragazza sconosciute il tuo stesso
tremore, una stessa ansia, e in ogni uomo che s’avvicina, abbia
trenta o quaranta o sessant’anni, riconosci la persistenza di un
legame più forte del tempo cancellato, del vuoto, della morte...
Torni indietro, varchi il cancello e ti assorbe l’altra realtà.
La facciata della chiesa dei Cappuccini è imbrattata di scritte
volgari, le macchine abbordano le curve con cautela, ma il centauro fa
rombare il motore e devi scansarti, dal poggio la vista si distende su
un tappeto ininterrotto di yacht e motoscafi, nella via sottotante
filtrano, dagli usci, le immagini della televisione, i bimbi giocano,
dalla cucina fuoriesce l’odore di frittura, dalle bancarelle
invitano il pesce, vecchi amici conversano sulle panchine, l’albergo
attende i clienti... Immerso nel traffico, ridiventi pianta della tua
terra, le radici profonde, i rami contorti, e ne succhi gli umori nel
dispiegarsi dell’ora controversa. Ti riscopri uomo di pena, in
bilico tra miseria e nobiltà. Dove spesso è difficile capire e
capirti. Dove l’esperienza non è maestra di vita. Dove si fatica ad
essere coerente e spesso devi guardarti dall’altro. Da dove, a
volte, vorresti andare via.
Poi, all’improvviso, senti il grido dei gabbiani, sollevi lo
sguardo, osservi le nuvole... Batuffoli bianchi viaggiano verso il
castello. S’accende, allora, il prodigio dell’illusione: e se
quelli che ci hanno lasciato fossero lassù, che ci guardano,
finalmente liberi e sereni? Se niente muore veramente e
vicendevolmente, noi e loro, ci ritroviamo e aspettiamo, docili e
indulgenti? Rapiti in questo dolce divagare, le nuvole ci riconsegnano
la storia della città, ci dicono degli errori e delle sconfitte, ma
anche della laboriosità e dei sacrifici che nei secoli l’hanno
plasmata. Di come sia necessario che ogni passaggio di testimone si
traduca in un‘esortazione all’impegno e alla responsabilità per
continuare la fitta trama che ci avvolge. Solo così i vivi trovano
forza nel ricordo dei morti e i morti rivivono nel pensiero di chi
resta. Un brivido ci scuote, un’emozione riaffiora dal profondo.
Riposate in pace, sulla collina. È luminoso il cielo sopra Milazzo.
Filippo Russo