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Riccardo
Casalaina Musicista dimenticato
Alle soglie del
duemila gli uomini del tempo corrente, figli di una cultura burocratica
spoglia da ricordi, da ideali, navigano senza memoria, trascinati da
mansioni ed incarichi di lavoro e di routine, non dedicano alcun tempo
al secolo che lasciano dietro di loro. Lo congedano con un abbraccio
gelido e spedito, commemorandolo da burocrati.
La storia non è solo una scena del pensiero, un palco di
ricordi vissuti o non vissuti, o tracce di memorie incise nelle cellule
del corpo, o forse in libri vecchi tralasciati, la storia sta dietro e
davanti a noi, è la vita che s'incarna nel tempo. Voglio riesumare, dal
buio della nostra noncuranza e da uno scrigno di polvere, un giovane
compositore che fece parlare nei primi anni del XX secolo l'Italia e che
fu dimenticato ingiustamente dopo la sua morte.
Dalle nostre parti visse, a cavallo tra l'ottocento e i primi
anni del novecento, un musicista, dal nome Riccardo e dal cognome
Casalaina figlio di un maestro di banda; avrebbe stupito il mondo se la
morte non lo avesse colto di sorpresa in giovanissima età. Riccardo,
aveva frequentato i conservatori di Palermo e di Napoli, diplomandosi
in pianoforte e in composizione, mostrando abilità non comuni, tanto
che il Martucci direttore del conservatorio di Napoli ed illustre
personalità del tempo lo ammirò per le sue abilità compositive.
Fu da tutti considerato un giovane dai grandi talenti, persino da
Mascagni che gli donò con dedica la partitura di una sua opera. Il
Guardione, uno scrittore di quel periodo nel suo libro dedicato a
Riccardo Casalaina. pubblicato nel 1910, riporta articoli e
testimonianze dell'epoca: "Vedemmo il Maestro dei maestri,
stringere commosso il giovine Casalaina fra le sue braccia.. Riccardo
Casalaina è la dolce Promessa di una gloria futura, forse prossima,
poiché egli oltre l’ingegno e la profonda cultura musicale,possiede
una volontà ferrea ed instancabile al lavoro..." .Riccardo
Casalaina è il fiore che
ora sboccia alla vita, è
l'astro che ora sorge sull'orizzonte
dell'arte!"
Riccardo Casalaina era nato a Novara di Sicilia, nel 1881, un
paese adagiato sui monti dalle fattezze d’'ineguagliabile grazia, le
sue stradine odorose avevano sicuramente inciso una scultura d'armonie
in quell’animo musicale, nel tempo in cui i contrasti tra il giorno
e la notte erano estesi come lo spazio, la musica ed il
silenzio. In autunno nelle ore tenui ed indistinte del sole,
quando gli schiamazzi e i trambusti fuggono, lasciando al vento cocci di
memorie passate, sento la
vocina di Riccardo con altri far capolino nell'aria tersa.
Ho tra le mani documenti di vita, sfoglio le pagine della sua
biografia in un libro scritto da Francesco Guardione, incomincio a
leggere le prime vicende. Le parole modellano ambienti lontani nel
tempo, ma vicini allo
spazio interiore; ecco apparire
Riccardo all’età dei balocchi, quando "… Prediligeva nei
suoi trastulli puerili il dirigere
con zelo una banda di bimbi coetanei, non forniti da altri
strumenti che della loro squillante vocetta; ... faceva dotato com'era
d'orecchio assai armonico, risuonare di lieti canti e graziose melodie
le vie del paese".(F.Guardione)
Quel bimbo offriva le sue giornate alla musica, prendeva al
padre stralci di carta pentagrammata per abbozzare forme musicali,
scriveva con fervore e precisione, nel tempo in cui l'infanzia volgeva
alla giovinezza.
Sfoglio le pagine di quel libro, gli anni di Riccardo scorrono
in fretta in un disperato studio, che occupa interamente lo spazio dei
suoi giorni. Mi fermo un attimo e volgo lo sguardo ai monti, ove
discendono le voci del tramonto che poi a valle si congiungono alle
acque, mutando in forma di torrente. Egli è d'innanzi a me, triste e
fiero con un bastoncino ed un cappello d'epoca. Riprendo, con
trepidazione, quel saggio tra le mani e vedo due occhi accesi di
passione e di fervore poetico guardare il mondo con stile e raffinatezza.
Decido d'ascoltare in un nastro la sua musica che avevo
registrato in un concerto nella Chiesa di Novara; avverto lo slancio
delle sue melodie che s'inabissano in toni drammatici e conturbanti.
Ricomincio la lettura, muovo lo sguardo tra le righe; voltando le
numerose carte del testo, mi soffermo su
una di esse e leggo che nel 1900 Riccardo compone uno “Stabat
Mater” “ per soprano coro ed orchestra”( F. Guardione)
musicando le tristi parole di Margherita di Savoia per
la morte dello sposo: Re Umberto
Egli
consacra con la musica una preghiera dolcissima di Margherita,
accogliendo un commosso apprezzamento dalla Sovrana. Nel conservatorio
di Napoli all’età di 20 anni si diploma in pianoforte, conseguendo il
primo posto tra gli allievi del corso. E’ un precipuo traguardo, ma
deve ancora conseguire quello più considerevole, quello più ambito: il
diploma in composizione che realizzerà presto.
Il direttore del conservatorio Martucci, conoscendo le doti di
Riccardo, ammira le sue singolari abilità compositive.
Nel 1903 realizza, nella sala dei concerti del conservatorio di
Napoli, L’Attollite Portas, un poema drammatico di Arturo Graf
musicato da lui. Alla fine dell’esecuzione, il direttore Martucci si
dirige rapidamente verso il suo Riccardo, stringendolo al petto,
commosso, in un commiato profondo, manifestandogli lodi e speranze per
il suo futuro. Un giubilo di Gioia incalza negli orchestrali e nei
docenti.
Seguo Riccardo mentre si congeda col massimo dei voti in
composizione, con l’ammirazione dei suoi maestri, da quel
conservatorio severo ed austero. Vado avanti e l’incontro in Sicilia,
quella terra che forse amava quanto la musica, tanto da desistere alla
tentazione d’andarsene per
incarichi di rilevante valore. In
quell’isola arsa dal sole sbocciò un grande amore; Riccardo
s’innamorò di una tenera fanciulla, che amava rappresentare il
personaggio d’Ofelia, fragile e delicata figura Shakspeariana.
Si chiamava Dora
Lucifero, suonava il
violino ed era figlia di un Barone Milazzese. Abitava in un luogo di
mare, che si apriva come una finestra su poggi e rilievi, adagiato in
una penisola, che volge verso isole incantate, tra due golfi
tratteggiati dai monti. Riccardo sposò
lei, la sua voce, la musica dei suoi gesti, che dalle movenze delicate,
e dal corpo all’anima si confondeva nell’unità di un respiro più
ampio.
Riccardo
fu un valente concertista, e diffuse le sue musiche in teatri
molto rinomati, ricevendo ovunque grandi apprezzamenti. Ne
parlarono i giornali da tutte le parti d’Italia, descrivendolo come
una stella nascente.
Riuscì,
prima che la sua vita si
spegnesse crudelmente, a
completare un’intera opera, l’Antony, che non poté mai ascoltare
per intero, giacché fu travolto dalla morte dopo averla appena
completata, e subito il silenzio scese sul sipario dell’esistenza,
oscurando lo splendore di quelle pagine musicali.
Egli realizzò la composizione dell’opera affaticandosi per tre
anni, musicando un libretto
di Enrico Golisciani, tratto
dal Dumas.
L’Antony
fu rappresentata per la prima volta a Parma nel 1912 e poi a Trieste, a
Palermo e dopo a Messina nel 1913. Un’opera dalle passioni
travolgenti, tempestose come l’animo di Riccardo,
ma la musica come cristalli di luce nella sublime liberazione
della bellezza, monda gli squilibri emozionali in una catarsi senza
precedenti.
E’ crepuscolo
fasci luminosi troppo fiochi fingono la realtà , Riccardo è seduto al
pianoforte, in antiche stanze della vecchi Messina
con uno sguardo pavido e vago, acceso di beatitudine: “ eravamo
tutti lì, tutti, ma pochi, il ‘gruppo dei ribelli’ come ci
chiamavano nelle sere d’assemblee, i fondatori del “circolo del chi
se ne frega!?”Gli ’scapigliati della bohème Peloritana’; come
ebbe a dire una bellissima cantante. Sfilavano romanze dolci di
Mendelssohn, incalzanti sinfonie di Beethoven, voluttuosi valzer di
Strauss e di Waldteufel e Mimì consunta e Carmen bizzarra e le
Valchirie ‘cavalcanti’. Poi si accendevano le dispute intorno alle
nuove scuole e gli aspri, folli contrasti di ‘Salomè’ e gli
zuccheri di ‘Pelleas e Melisande’…”.
Un
suo caro amico Gino Spadaro così rammenta momenti passati con lui, e
dopo: “quando si accedevano i lumi:” … attorno a quel
piano ancora insieme,
senza più polemiche,concordi con gli occhi socchiusi, a udire il canto
della Isotta morente...”.
In
questa testimonianza, riportata da Gioacchino Grasso nel suo libro
dedicato a Riccardo Casalaina, si avverte una religiosa percezione dei
suoni, che acceca lo sguardo
come la siepe nell’infinito di Leopardi, un’intima empatia
tra i due amici nell’unità
dell’arte naufraghi dell’infinito.
Riccardo è la musica che cancella i perché, lì, congiunta a
loro nell’eternità. Il tempo è esecuzione, espressione, o meglio,
soffio di vita, e le ore filano, come gocce, una dietro l’altra. Gino
scrive di quei momenti con passione e nostalgia, che i posteri possano
sognare la bellezza e l’animo del suo amico.
Egli
coglie la verità suprema dei suoni, la rivelazione di un vangelo di
note, che ascendendo dalle armonie cromatiche del Tristano, assolvono
l’uditore nella redenzione suprema di quell’arte, facendo avanzare
rapidamente le ore “
…Sino a quelle altre che furono -
chi sa perché battezzate ‘ piccole’ “
- ritraendo quei vissuti come
“ indimenticabili pomeriggi primaverili,, tiepidi e lunghe
per noi brevi passati attorno al piano” ( In Gioacchino Grasso).
Con
queste devote orazioni Gino si congeda a noi ed al mondo. Nessuno, nè
alcuna pagina potrà mai restituire le amabili tenerezze di quei meriggi
primaverili, -"indimenticabili" - eterni slanci, che
solo la musica nell'onda dei sentimenti può offrire.
Ad
ora tarda ho smesso di leggere, le antiche carte sono macchie
d'inchiostro vaghe, oscure e confuse alla notte. Riccardo ora è
silenzioso, ha serrato il pianoforte in quella stanza muta e fredda,
si è congedato dagli amici con sguardo severo, senza una parola, un
gesto, un sorriso, non tornerà più a rinverdire quel tempo con suoni e
colori. Riposa dal 1908 in una tomba abbandonata e trascurata nel
cimitero di Milazzo.
Morì
tragicamente a 27 anni, nel terremoto di Messina insieme alla sua
adorata, tenera consorte, congiunta a lui da un abbraccio eterno, con un
germoglio in grembo che si addormentò nel limbo senza mai poter
scorgere il sole.

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