In questa pagina troverete due leggende popolari più conosciute
al Sasso:
E
Il
lagon del Boddi sorgeva sopra una roccia pianeggiante a poche centinaia di
metri dai Pelaghi, sulla strada carrareccia per Vecchienne, ed era divisa da
questa da uno sperone di terra calcinata dal vapore dei “lagonicci” che
sibilava e fischiava tutto intorno. Al di là di questi diaframma borbottava
minaccioso un fetido laghetto di fango le cui gallozzole che si formavano alla
sua superficie quando scoppiavano lanciavano per aria pugni di mota bollente
che picchiettavano di bianco le fronde dei castagni degradanti giù giù fino
alle biancane.
Stando a quello che dicevano i vecchi, quello era un lagone
pericoloso non tanto per il frequente furioso “sfulminare” quanto per le sue
sponde ingannevolmente ricoperte di terriccio grigiastro che nascondeva il
terribile fango, simile a bollenti sabbie mobili, pronto a succhiare
inesorabilmente cose, animali e perfino le persone che avevano la sventura di
cadervi o di passarvi sopra.
Intorno a quest’ammasso di mota fetida, era fiorita tanti e tanti
anni fa, una leggenda che ricalcava quella del Lago variandone solo la
conclusione. Stranamente, poi, tale leggenda si ricollegava con quella di Bagno
al Morbo e di Montecerboli. Cosa c‘ entri il Sasso in questa leggenda non si
sa: giudicherà chi ne sa più di noi.
Viveva in un seccatoio insieme ad un ciuco e ad un cane bastardo,
proprio sulla collina che sovrasta il lattiginoso panorama dei Lagoni del
Sasso, un uomo venuto da un paese imprecisato di una provincia limitrofa.
Era un tipo chiuso, taciturno con gli occhi piccoli, porcini che
non guardavano in faccia a nessuno; era un solitario che si vedeva raramente
anche in paese e, anche allora, schivava le persone come fossero degli
appestati. Fatte le sue spesette risaliva sul ciuco e, seguito dal cane,
ritornava alla sua dimora prendendo la scorciatoia che dai Pelaghi e dalla Puce
s’inerpicava su per il Monte.
Di quest’uomo la gente parlava male e, fra l’altro si diceva che
non fosse estraneo alla pulizia effettuata in alcuni pollai della zona. Gli
“scacchini”, quelli che annualmente liberavano i castagni dai seccatoli e dai
secchioni, dicevano che il “romito”- lo avevano ribattezzato così- era una
pellaccia, un inveterato bestemmiatore prepotente con i deboli e
particolarmente crudele con gli animali.
Fra ottobre e novembre arraffava castagne per tutto il forteto,
castagne che ammucchiava insieme ai ricci la, dove finivano i castagni in una
spianata vicino alla strada per Vecchienne.
S’era per Tutti Santi. I contadini vestiti a festa si recavano alla
Messa e al cimitero per deporre un fiore sulle nude tombe dei loro cari. Ognuno
che passava salutava il “romito”che rispondeva con bestemmie, parole di scherno
e con gesti osceni.
I più timorati si facevano il segno della croce e proseguivano per
la loro strada, ma i giovani si divertivano a tenergli testa finche una volta
egli, perduto ogni controllo, balzò sulla strada armato di un rastrello col
quale colpi selvaggiamente un bambino. Poiché questi aveva perduto i sensi e
sanguinava da una larga ferita alla testa, ghignando come un demonio lo prese
per un braccio e lo trascinò seppellendolo sotto la ricciaia.
Fu l’ultima sua malefatta.
Un tremendo boato scosse la terra: il ragazzo ferito fu scagliato
in alto e ricadde sulla borraccina senza riportare alcun danno.
L’uomo e le due bestie scomparvero succhiate dal fango fetido che
era affiorato ribollendo al posto della ricciaia.
Si vuole che nelle notti illuni di novembre, dal fondo del lagone,
si udisse l’abbaiare di un cane, il raglio del ciuco e le imprecazioni
dell’empio costretto a rimuovere la ricciaia sotto alla mota bollente per
l’eternità.
Quasi a cavaliere del Poggio che fa da spartiacque al Cecina e al Cornia, al Sasso, c’è un podere chiamato “Aia dei Diavoli”. La leggenda vuole che la casetta esistente fin dal medioevo e che il suo nome sia legato ad un fatto misterioso accaduto proprio in quell’epoca.
Quando morirono i vecchi coniugi che avevano menato la loro misera
esistenza lavorando il podere – che allora si chiamava l’Aia – il suo
proprietario e signore la concesse a dei fittavoli forestieri.
Era una famiglia di cinque persone: padre, madre, due figli maschi
ed una femmina tutti e tre, quest’ultimi, in età di accasarsi. Ai buoni e
curiosi contadini, che si erano recati a dar loro il benvenuto ed invitarli a
veglia, risposero bruscamente che non sarebbero andati a veglia da nessuno e
non avrebbero gradito alcuna visita. I vicinanti ritornarono mortificati alle
loro faccende in preda ad uno strano malessere, quasi di paura. Nei giorni che
seguirono nessun abitante dell’Aia scese a fare atto di ossequio ai Reggitori
di Castel del Sasso né a quelli di Castel Nuovo; ignorarono anche la contessa
Gisla de’ Pannocchiereschi, signora del castello della Leccia. Lavoravano come
dannati dall’alba al tramonto per riattarre la casa, il forno e la stalla.
Nessuno li vide mai a messa nella cappella di Castel Volterrano o nella vetusta
chiesa plubana di Commessano che estendeva la sua giurisdizione oltre il
Cornia, il Pavone e Casiglion Bernardi.
Nelle lunghe serate invernali, quando sul Poggio sibilava la
tramontana e la neve impazzita s’ammulinava per aria, i nuovi venuti si
tappavano in casa in compagnia di alcuni forestieri che nessuno aveva veduto
arrivare. Facevano festa. S’udivano risate, canzonacce oscene inframmezzate da
orrende bestemmi. C’era chi assicurava che l’eco di queste orgie si sentisse
fino a Lungaiano. Allora i contadini sprangavano i loro abituri presi da un
incomprensibile terrore. Tre o quattro anni dopo la venuta quei contadini, ci
fu una tremenda carestia tanto che il vecchio molino, quello che in seguito
doveva chiamarsi Mulin di Fondo, chiuse i battenti perché nessuno aveva più grano
da macinare la gora era asciutta per la
lunga siccità. Mentre le massi dei contadini più poveri s’accartocciavano
striminzite sotto un implicabile solleone, quelle dei misteriosi abitanti dell’Aia erano rigogliose pur avendo degli
strani riflessi rossastri simili a bagliori di fuoco.
Per la trebbiatura-come al solito-vennero chiamati ad aiutare degli
uomini di fuori e nessuno del Sasso. Un
giorno d’ agosto, mentre i correggiati battevano le spighe gonfie di grano, un
viandante proveniente da Castel Nuovo, dopo aver osservato non visto la scena
della trebbiatura, corse di filato fino alla Pieve di Commessano e, al piviere
che era sceso ad aprirgli la porta raccontò che, nascosto dietro un vecchio
pagliaio aveve udito berciare le più sconce canzoni, pronunciare orribili
bestemmie ed infine- sempre a detta del viandante- il capoccia che soprassedeva
al lavoro stravaccato sopra una cassapanca, aveva un piede di cristiano ed uno
di capra!
La questione si fece seria tanto che il pievano decise di
intervenire di persona. Accompagnato dal sagrestano che portava il secchiello
dell’ acqua benedetta, e dal giovane viandante che aveva accomodato alla ben
meglio un crocifisso sopra una robusta stanga di quercia, si recò all’ Aia.
Dietro le indicazioni dell’ ospite, il terzetto arrivò dietro il vecchio
pagliaio da dove potevano osservare la scena senza essere visti.E lo spettacolo
che si parò loro dinanzi agli occhi era tale da fare accapponare la pelle.
Il capoccia, seminudo, era senz’ altro una creatura infernale. Aveva
la fronte più alta che larga, senza rughe, che si allungava alle tempie in due
piccoli gonfi a corno nella massa dei capelli nerissimi ed opachi; le
sopracciglia erano regolari ma rilevate, il naso aquilino, i baffi e la barba
alla Mefistofele. La carnagione olivastra e leggermente butterata, era a rughe
ampie come una cotenna, gli occhi di un azzurro carico e, la sua gamba
sinistra, terminava in un piede forcuto di becco!
Il giovane viandante, tremante di paura, ad un ordine del
religioso, si fece avanti ipugniando il crocifisso come fosse una clava.
Successe il finimondo!La turba, con le forcole e le palmole
minacciava i nuovi venuti, ma quando apparve il Priore con alzato sulla destra
l’aspersorio, i dannati caddero bocconi
urlando. Il grano s’incendi d’incanto e in pochi istanti fu tutto avvolto dalle
fiamme.
Quando il piviere e gli altri si fermarono dopo una corsa
disperata, videro che dai tizzoni ardenti e fumanti era riemersa la vecchia
casa cosi com’era prima della venuta dei forestieri i quali, per altro, erano
scomparsi insieme ai demoni tra le sibilanti lingue di fuoco.
L’Aia, da quel tempo, si chiamò Aia dei Diavoli.