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Annali
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LIBRO PRIMO
1. [14 d.C.]. Roma in origine fu una città governata dai re. L'istituzione della libertà e del consolato spetta a Lucio Bruto. L'esercizio della dittatura era temporaneo e il potere dei decemviri non durò più di un biennio, né a lungo resse la potestà consolare dei tribuni militari. Non lunga fu la tirannia di Cinna né quella di Silla; e la potenza di Pompeo e Crasso finì ben presto nelle mani di Cesare, e gli eserciti di Lepido e di Antonio passarono ad Augusto, il quale, col titolo di principe, concentrò in suo potere tutto lo stato, stremato dalle lotte civili. Ora, scrittori di fama hanno ricordato la storia, nel bene e nel male, del popolo romano dei tempi lontani e non sono mancati chiari ingegni a narrare i tempi di Augusto, sino a che, crescendo l'adulazione, non ne furono distolti. Quanto a Tiberio, a Gaio, a Claudio e a Nerone, il racconto risulta falsato: dalla paura, quand'erano al potere, e, dopo la loro morte, dall'odio, ancora vivo. Di qui il mio proposito di riferire pochi dati su Augusto, quelli degli ultimi anni, per poi passare al principato di Tiberio e alle vicende successive, senza rancori e senza favore, non avendone motivo alcuno.
2. Dopo che, uccisi Bruto e Cassio, lo stato restò disarmato e, con la disfatta di Pompeo in Sicilia, l'emarginazione di Lepido e l'uccisione di Antonio, non rimase a capo delle forze cesariane se non Cesare Ottaviano, costui, deposto il nome di triumviro, si presentò come console, pago della tribunicia potestà a difesa della plebe. Quando ebbe adescato i soldati con donativi, con distribuzione di grano il popolo, e tutti con la dolcezza della pace, cominciò passo dopo passo la sua ascesa, cominciò a concentrare su di sé le competenze del senato, dei magistrati, delle leggi, senza opposizione alcuna: gli avversari più decisi erano scomparsi o sui campi di battaglia o nelle proscrizioni, mentre gli altri nobili, quanto più pronti a servire, tanto più salivano di ricchezza o in cariche pubbliche, e, divenuti più potenti col nuovo regime, preferivano la sicurezza del presente ai rischi del passato. Né si opponevano a quello stato di cose le province: era a loro sospetto il governo del senato e del popolo, per la rivalità dei potenti, l'avidità dei magistrati e le insufficienti garanzie fornite dalle leggi, stravolte dalla violenza, dagli intrighi e, infine, dalla corruzione.
3. Fatto sta che Augusto, a sostegno del proprio potere, innalzò alla carica di pontefice e di edile curule Claudio Marcello, figlio della sorella, ancora giovane, e nominò console per due anni consecutivi Marco Agrippa, persona di umili origini ma buon soldato e compagno nella vittoria, quell'Agrippa che, appena morto Marcello, volle come genero. Fregiò del titolo di imperator i figliastri Tiberio Nerone e Claudio Druso, pur essendo ancora viventi membri della sua famiglia. Aveva infatti introdotto nella famiglia dei Cesari, Gaio e Lucio, figli di Agrippa, e, benché fingesse riluttanza, era stato suo desiderio struggente che essi, pur portando ancora la toga dei minorenni, fossero nominati principi della gioventù e designati consoli. Ma, appena Agrippa cessò di vivere, una morte fatalmente precoce o forse le trame della matrigna Livia tolsero di mezzo sia Lucio Cesare, mentre era diretto agli eserciti di Spagna, sia Gaio, di ritorno dall'Armenia, ferito; e poiché Druso s'era spento da tempo, dei figliastri era rimasto il solo Nerone. Su di lui si volsero tutte le aspettative: considerato come figlio e assunto come collega a reggere l'impero e a condividere la potestà tribunicia, fu mostrato a tutti gli eserciti, non più, come prima, per gli oscuri intrighi della madre, ma con scoperta insistenza. Infatti Livia aveva a tal punto avvinto a sé il vecchio Augusto, da fargli relegare nell'isola di Pianosa l'unico nipote, Postumo Agrippa, certo di rozza cultura e brutalmente fiero della forza dei suoi muscoli, ma non riconosciuto colpevole di delitto alcuno. Se non altro però, mise Germanico, nato da Druso, al comando di otto legioni sul Reno e volle che Tiberio lo adottasse, benché in casa di Tiberio ci fosse un figlio giovane: e ciò allo scopo di avere più sostegni, su cui puntellare il proprio casato. Di guerre, a quel tempo, non ne erano rimaste se non contro i Germani, e più per cancellare la vergogna dell'esercito perduto con Quintilio Varo che per l'intenzione di estendere l'impero o per vantaggi di cui valesse la pena. A Roma, tutto tranquillo: ricorrevano sempre gli stessi nomi di magistrati. I più giovani erano nati dopo la vittoria di Azio e anche la maggior parte dei vecchi nel pieno delle guerre civili: chi ancora restava che avesse visto la repubblica?
4. A seguito dei profondi cambiamenti avvenuti nell'ordinamento dello stato, non rimaneva traccia alcuna dell'antico, incorrotto carattere romano. Tutti, perduto il senso dell'eguaglianza, aspettavano gli ordini del principe, senza alcun timore al presente, cioè fino a che Augusto, ancora nel pieno delle forze, riusciva a sostenere il proprio ruolo, il proprio casato e a garantire la pace. Ma quando, ormai tanto vecchio e provato nel fisico, si avvicinava per lui la fine e si profilavano nuove speranze, erano pochi a discorrere, invano, degli ideali della libertà; i più paventavano la guerra, altri la desideravano, mentre la stragrande maggioranza denigrava con commenti d'ogni sorta i prossimi padroni: Agrippa era - dicevano - un violento, inasprito dall'umiliazione subìta, e non appariva, né per età né per esperienza, all'altezza del compito; Tiberio Nerone invece, pur maturo e di provata capacità militare, aveva la congenita e inveterata alterigia della famiglia Claudia, e in lui affioravano, pur rattenuti, numerosi indizi di crudeltà. Egli era cresciuto, fin dalla prima infanzia, nella casa regnante; ancor giovane l'avevano colmato di consolati e trionfi; e anche negli anni passati a Rodi in esilio, dietro la facciata di un ritiro, non aveva rimuginato altro che rancori, covando dissimulazione e segrete dissolutezze. In più c'era la madre, con la sua incapacità, tipicamente femminile, di dominarsi: ci sarebbe dunque toccato di subire gli ordini di una donna e, in aggiunta, di due giovani, che rappresentavano, al momento, un peso incombente sullo stato, ma erano destinati, prima o poi, a dilaniarlo.
5. In mezzo a chiacchiere di tal genere, la salute di Augusto peggiorò e, nel sospetto di alcuni, per delitto della moglie. Era infatti corsa voce che, pochi mesi prima, Augusto, - pochi lo sapevano - accompagnato dal solo Fabio Massimo s'era recato a Pianosa a visitare Agrippa; lì s'eran sparse molte lacrime tra manifestazioni d'affetto, che facevano sperare in un possibile ritorno del giovane alla casa del nonno. Massimo lo avrebbe rivelato alla moglie Marcia e quest'ultima a Livia. Cesare Augusto lo venne a sapere. Non molto dopo, spentosi Massimo - e forse la morte l'aveva cercata - al suo funerale, si udì Marcia incolparsi, tra i lamenti, d'essere stata lei la causa della rovina del marito. Comunque fosse, Tiberio, non appena messo piede nell'Illirico, viene richiamato da un messaggio urgente della madre: e non si sa bene se abbia trovato, presso Nola, Augusto ancora in vita o già spirato. Livia, infatti, aveva fatto isolare la casa e sbarrare le vie: la sorveglianza era stretta, e intanto aveva diramato notizie rassicuranti, finché, predisposto quanto la situazione imponeva, si diffuse contemporanea la notizia che Augusto era morto e che Tiberio Nerone prendeva il potere.
6. Primo atto del nuovo principato fu l'assassinio di Postumo Agrippa: un centurione, risoluto e deciso, lo colse di sorpresa, disarmato, e durò fatica a ucciderlo. Tiberio non ne fece parola in senato: fingeva trattarsi di un ordine del padre, ordine secondo cui il tribuno addetto alla guardia di Agrippa non doveva esitare a ucciderlo, non appena lui, Augusto, avesse finito di vivere. Senza dubbio, le numerose e aspre recriminazioni di Augusto sulla condotta del giovane avevano indotto il senato a sancirne l'esilio; ma non era Augusto poi tanto duro da ordinare l'assassinio di uno dei suoi, e che avesse provocato la morte del nipote per tutelare il figliastro, non era credibile. Appare più verosimile invece che Tiberio e Livia, l'uno per paura, l'altra per odio di matrigna, si siano affrettati ad eliminare il giovane sospetto e inviso. Al centurione venuto a riferire, secondo la prassi militare, che l'ordine era stato eseguito, Tiberio rispose di non aver ordinato nulla e che bisognava rendere conto dell'accaduto al senato. Quando lo venne a sapere, Sallustio Crispo, bene informato di ogni trama segreta (proprio lui aveva inviato al tribuno l'ordine scritto), temendo di essere indicato come il responsabile e consapevole di correre lo stesso pericolo sia rivelando la verità sia mentendo, suggerì a Livia di non divulgare i segreti della famiglia, i consigli degli amici e i servizi resi dai militari, e a Tiberio di non sgretolare la forza del principato col rimettere ogni cosa al senato: condizione essenziale del potere è che si renda conto di tutto solo ed esclusivamente ad un'unica persona.
7. A Roma intanto si precipitavano in gesti servili consoli, senatori, cavalieri. Quanto più elevati di rango, tanto più ipocriti e pronti a correre; e col volto divenuto una maschera, per non sembrare lieti della morte di un principe né tristi ai primi passi di un altro, mescolavano lacrime e gioia, lamenti e adulazione. I consoli Sesto Pompeo e Sesto Appuleio furono i primi a giurare fedeltà a Tiberio e, dopo di loro, Seio Strabone e Gaio Turranio, prefetto delle coorti pretorie il primo, responsabile degli approvvigionamenti il secondo; poi il senato, l'esercito, il popolo. Tiberio infatti prendeva ogni iniziativa attraverso i consoli, quasi che esistesse la vecchia repubblica, ancora insicuro del potere. E anche l'editto, con cui convocava i senatori nella curia, lo pubblicò, richiamando nell'intestazione solo la sua potestà tribunicia, conferitagli sotto Augusto. Sobrio il testo dell'editto e improntato a chiara modestia: intendeva consultarli sulle onoranze funebri del padre e non voleva allontanarsi dalla salma: era l'unico ufficio pubblico che si assumeva. Però, alla morte di Augusto, aveva dato la parola d'ordine alle guardie pretorie come imperator; le sentinelle, le guardie armate e tutto il resto richiamavano la realtà di una vera corte; soldati lo accompagnavano nel foro, soldati lo scortavano nella curia. Inviò messaggi agli eserciti, come se avesse in pugno il principato, e l'esitazione traspariva solo quando parlava in senato. E la ragione principale stava nel timore che Germanico, a capo di tante legioni e immensi contingenti di alleati e forte di un eccezionale favore popolare, preferisse prendersi subito l'impero, anziché aspettare. Non trascurava neanche la pubblica opinione e ci teneva ad apparire come prescelto e chiamato dallo stato e non invece arrampicatosi al potere, grazie agli intrighi di una moglie e all'adozione compiuta da un vecchio. In seguito fu chiaro che aveva indossato la maschera dell'esitazione, per scrutare anche i sentimenti dei cittadini più autorevoli. Fissava infatti nella mente parole ed espressioni del volto, per distorcerle poi in elementi di accusa.
8. Nella prima seduta del senato, Tiberio non volle discutere d'altro che delle ultime volontà e delle estreme onoranze ad Augusto, il cui testamento, recato dalle vestali, nominava eredi Tiberio e Livia, la quale, assumendo il nome di Augusta, entrava a far parte della famiglia Giulia. Come eredi di secondo grado erano indicati i nipoti e i pronipoti; come eredi di terzo grado aveva nominato i romani più autorevoli, invisi i più a lui, ma ci teneva a far bella figura e alla gloria presso i posteri. I lasciti rientravano nei limiti di un cittadino privato, a parte i quarantatré milioni e mezzo di sesterzi donati al popolo e alla plebe, i mille sesterzi a testa ai soldati delle coorti pretorie, i cinquecento a quelli delle coorti urbane e trecento a ciascuno dei legionari e degli appartenenti alle coorti di cittadini romani. Poi si presero decisioni sulle onoranze funebri, e, tra esse, quelle risultate più significative furono di far passare il feretro sotto un arco di trionfo, secondo la proposta di Asinio Gallo, e quella di mettere in testa al corteo le denominazioni delle leggi fatte approvare da Augusto e i nomi dei popoli da lui vinti, secondo la proposta di Lucio Arrunzio. In aggiunta Valerio Messalla chiedeva un giuramento di fedeltà a Tiberio da rinnovarsi di anno in anno. E, alla domanda di Tiberio se egli avesse avanzato la proposta dietro suo incarico, egli rispose trattarsi di iniziativa del tutto personale e che sugli affari di stato non intendeva seguire altro consiglio che il proprio, anche a rischio di farsi dei nemici: era quella l'unica forma di adulazione ancora inedita. I senatori propongono, per acclamazione, che siano essi a portare, sulle proprie spalle, la salma di Augusto al rogo. Lasciò fare Cesare con arrogante modestia e, attraverso un editto, invitò il popolo, che già in passato aveva turbato, per eccesso di esaltazione, il funerale del divo Giulio, a non voler pretendere di cremare il corpo di Augusto nel foro, anziché nel Campo Marzio, sede a ciò destinata. Il giorno delle esequie ci fu uno spiegamento di soldati in servizio d'ordine, tra l'irrisione di quanti avevano visto di persona o avevano appreso dai padri quell'indimenticabile giorno di una servitù ancora acerba e di una libertà riaffermata senza successo, quando l'uccisione del dittatore Cesare sembrava ad alcuni gesto tremendo e ad altri sublime: adesso - pensavano - un vecchio principe, con alle spalle un lungo potere, dopo aver lasciato i mezzi di dominio sullo stato già collaudati anche per gli eredi, si trovava nella condizione di essere protetto dall'aiuto dei soldati, perché la sua sepoltura avvenisse senza incidenti.
9. Si fece, da allora, un gran parlare di Augusto, e i più sottolineavano banali coincidenze: lo stesso giorno era stato, tempo addietro, il primo della ascesa al potere e adesso l'ultimo della vita; era spirato a Nola, nella stessa casa e nello stesso letto di suo padre Ottavio. Si dava molto peso anche al numero dei suoi consolati, con cui aveva eguagliato quelli di Valerio Corvo e di Gaio Mario sommati insieme; alla potestà tribunicia esercitata per trentasette anni ininterrottamente; al titolo di imperator conferitogli per ventun volte; e alle altre cariche e titoli, o ripetuti o nuovi. Le persone esperte di politica invece facevano la sua vita oggetto di esaltazioni o di attacchi con disparate valutazioni. Sostenevano gli uni che alle guerre civili, non organizzabili né praticabili nel rispetto delle leggi, era stato costretto dall'amore per il padre e dalla situazione di emergenza dello stato, quando, allora, la legalità era scomparsa. Pur di vendicarsi degli uccisori del padre, molto aveva concesso ad Antonio, molto a Lepido. Sprofondato quest'ultimo nell'indolenza senile e rovinatosi l'altro con folli passioni, nessun rimedio restava a una patria lacerata se non il governo di uno solo. L'ordinamento dello stato peraltro non fu quello di un regno o di una dittatura, ma si resse sul nome e l'autorità di un principe. E ricordavano che l'impero aveva come confini l'Oceano e fiumi remoti; lo stretto collegamento tra legioni, province, flotte in un unico sistema unitario; che erano assicurati il rispetto della legge nei confronti dei cittadini e un corretto rapporto con gli alleati; ricordavano la stessa Roma splendidamente abbellita; i pochi casi di ricorso alla forza, per garantire a tutti gli altri la pace.
10. A ciò si opponeva: che l'amore per il padre e l'emergenza dello stato erano serviti come puro pretesto; che aveva invece, per sete di dominio, mobilitato, con distribuzione di denaro, i veterani, e, ancor giovane e semplice cittadino, si era allestito un esercito; che aveva corrotto le legioni agli ordini del console e simulato simpatie per il partito pompeiano; ma che poi, quando, grazie a un decreto del senato, poté mettere le mani sulle prerogative e il potere di pretore, tolti di mezzo Irzio e Pansa (furono uccisi dai nemici? Oppure a Pansa sparsero del veleno sulla ferita e Irzio venne ucciso dai suoi soldati e per macchinazione dello stesso Augusto?), si era impadronito delle loro truppe; che aveva estorto il consolato a un senato riluttante e rivolto le armi, avute per combattere Antonio, contro lo stato; che per le proscrizioni dei cittadini e le distribuzioni di terre era mancata l'approvazione di quegli stessi che le avevano volute. Passi la morte di Cassio e dei Bruti, immolati alla vendetta paterna, benché sia un dovere sacrificare l'odio personale al pubblico bene: ma Sesto Pompeo fu tratto in inganno con la prospettiva di pace, e Lepido con una falsa amicizia; più tardi Antonio, adescato dagli accordi di Taranto e di Brindisi e dalle nozze con la sorella, scontò con la morte una subdola parentela. Sì, certo, dopo questo, venne la pace, ma a prezzo di quanto sangue: le disfatte di Lollio e di Varo; gli assassinii, a Roma, di uomini come Varrone, Egnazio, Iullo. E non gli si risparmiava la vita privata; s'era preso la moglie di Nerone, per poi consultare, per scherno, i pontefici sulla legittimità delle nozze con una donna già incinta; e le esibizioni di ricchezza di ... e di Vedio Pollione. Passavano infine a Livia, madre nefasta allo stato e matrigna ancor più nefasta alla casa dei Cesari. Deploravano che non ci fosse più spazio per il culto degli dèi, perché Augusto aveva voluto essere onorato con templi e con statue divine da flamini e sacerdoti. Del resto aveva designato Tiberio come successore non certo per affetto o per il bene dello stato, ma perché, percepita l'arroganza e la crudeltà di lui, voleva assicurarsi la gloria dall'odioso confronto. Infatti Augusto, pochi anni prima, nel chiedere ai senatori il rinnovo della potestà tribunicia per Tiberio, aveva lasciato cadere, pur in un discorso elogiativo, accenni alla sua persona e alle sue abitudini, per farne, parendo scusarli, oggetto di deplorazione. In ogni caso, conclusa la cerimonia della sepoltura, Augusto si vide decretare un tempio e onori divini.
11. Le preghiere furono quindi rivolte a Tiberio. Ma lui si dilungava sulla grandezza dell'impero e sulla propria modestia. Solo la mente del divo Augusto - spiegava - poteva sostenere tanta mole; quanto a sé, chiamato da Augusto a una parte delle responsabilità, aveva, con l'esperienza, appreso quanto arduo e quanto soggetto ai capricci della sorte fosse il grave compito di reggere tutto. Non dovevano perciò, in uno stato che poteva contare su tanti uomini illustri, trasferire tutto il potere nelle mani di uno solo: più persone, uniti i loro sforzi, avrebbero meglio assolto alle responsabilità di governo. In tale discorso c'era più decoro formale che sincerità. A Tiberio, anche là dove nulla intendeva nascondere, sia per natura sia per abitudine, le parole riuscivano sempre evasive e oscure; in quell'occasione poi, nello sforzo di dissimulare il suo vero sentire, tanto più si avviluppavano in un equivoco intrico di ambiguità. Tuttavia i senatori, dominati dalla sola paura di lasciar trasparire che capivano, si effondevano in lamenti, lacrime e preghiere; tendevano le mani agli dèi, alla statua di Augusto, alle ginocchia di Tiberio, quando questi ordinò che si portasse e si leggesse il bilancio dell'impero steso da Augusto. Vi erano registrate le risorse dello stato, il numero dei cittadini e degli alleati sotto le armi, quante le flotte, i regni, le province, le tassazioni dirette e indirette, le spese ordinarie e i donativi. Tutto ciò Augusto aveva steso di suo pugno, con aggiunto il consiglio di non estendere i confini dell'impero, non si sa se per paura o per invidia.
12. Il senato si abbassava alle suppliche più umilianti, quando scappò detto a Tiberio che, mentre non si sentiva all'altezza di reggere tutto lo stato, avrebbe però accettato il governo di quella parte che gli fosse affidata. Allora Asinio Gallo: «Ti chiedo, o Cesare, quale parte dello stato vuoi che ti sia affidata». Sconcertato dalla improvvisa domanda, per un po' rimase in silenzio; poi, ripresosi, rispose che non si addiceva affatto al suo riserbo scegliere o ricusare ciò a cui preferiva sottrarsi del tutto. Replicò Gallo (aveva infatti dalla espressione del volto intravisto il dispetto di Tiberio) che la domanda non mirava a dividere ciò che era inseparabile, bensì a rendere evidente, per sua stessa dichiarazione, che il corpo dello stato era uno e andava guidato dalla mente di uno solo. Aggiunse parole di lode per Augusto e ricordò allo stesso Tiberio le sue vittorie e l'ottima prova data di sé in tanti anni di attività politica. Ma non per questo riuscì a placarne l'ira. Già da tempo era inviso a Tiberio, il quale pensava che Gallo, dopo il matrimonio con Vipsania, figlia di Marco Agrippa e già moglie di Tiberio, avesse ambizioni superiori a quelle di semplice cittadino e conservasse la fierezza del padre Asinio Pollione.
13. Dopo di che, Lucio Arrunzio, con un intervento non molto diverso da quello di Gallo, lo urtò allo stesso modo, benché Tiberio non avesse precedenti motivi di rancore verso Arrunzio: ma lo aveva in sospetto perché ricco, deciso, pieno di doti e, conseguentemente, stimato da tutti. Il fatto è che Augusto, discorrendo nelle sue ultime conversazioni su chi, pur avendo le capacità di assumere il ruolo di principe, l'avrebbe rifiutato, o su chi, non all'altezza, pure vi aspirasse, e ancora su chi avesse capacità e disponibilità, aveva definito Marco Lepido capace ma indifferente, Asinio Gallo voglioso ma insieme impari, Lucio Arrunzio non indegno e, all'occasione, capace di osare. C'è accordo sui nomi dei primi due, ma altre fonti parlano di Gneo Pisone al posto di Lucio Arrunzio; e tutti, salvo Lepido, furono poi oggetto di varie accuse: trappole tese da Tiberio. Anche Quinto Aterio e Mamerco Scauro ferirono quell'animo sospettoso: Aterio per aver detto «Fin quando, Cesare, consentirai che lo stato non abbia un capo?»; Scauro, per aver dichiarato di nutrire la speranza che le preghiere del senato non sarebbero cadute nel vuoto, proprio dal fatto che Tiberio non aveva opposto il suo veto, come pure poteva in forza della potestà tribunicia, alla proposta dei consoli. Contro Aterio reagì subito duramente; Scauro, contro cui covava un rancore più implacabile, lo ignorò senza degnarlo di una parola. Infine, stanco delle grida di tutti, si piegò poco a poco alle insistenze dei singoli fino al punto, non di ammettere di voler prendere il potere, ma se non altro di smettere di rifiutare e di farsi pregare. Si dà per certo che Aterio, entrato nel palazzo imperiale per chiedere perdono, nel tentativo di abbracciare le ginocchia di Tiberio mentre stava passando, per poco non fu ucciso dai soldati, perché Tiberio, o accidentalmente oppure perché impedito dalle mani di Aterio, era caduto. Neppure il rischio corso da un uomo così importante valse a placarlo, finché Aterio non andò a pregare Livia Augusta, la quale, dietro premurosa intercessione, riuscì a proteggerlo.
14. L'adulazione dei senatori si sprecava anche verso Augusta: alcuni proponevano di chiamarla genitrice, altri madre della patria, la maggior parte suggeriva che al nome di Cesare si aggiungesse «figlio di Giulia». Tiberio insisteva nel ripetere che con gli onori alle donne bisognava essere cauti e che egli avrebbe fatto un uso discreto di quelli che gli avessero attribuito; in realtà, roso dalla gelosia, considerando una diminuzione di sé l'esaltazione di una donna, non tollerò che le fosse assegnato neppure un littore, e vietò l'ara dell'adozione e consimili onori. Chiese invece per Germanico l'impero proconsolare a vita, e gli mandò dei messi che, nel portargli il decreto, confortassero il suo dolore per la morte di Augusto. A impedire una identica richiesta per Druso concorreva il fatto che Druso era console designato e lì presente. Stilò i nomi dei candidati alla pretura, in numero di dodici, come già fissato da Augusto. E, sollecitato dal senato ad aumentare tale numero, si impegnò, e dietro giuramento, a non superarlo.
15. Allora per la prima volta le elezioni dei magistrati passarono dal Campo Marzio al senato: infatti fino a quel giorno, benché le cariche più elevate dipendessero dall'arbitrio del principe, alcune scelte si facevano rispettando le indicazioni delle tribù. Il popolo, espropriato di questo diritto, non protestò se non con sterili mormorii, e il senato, libero dalla necessità di ricorrere a donativi ed esentato da umilianti preghiere, fu ben contento di esercitarlo, anche perché Tiberio si poneva il limite di non raccomandare più di quattro candidati, designabili senza rischio di sconfitta e senza bisogno di brogli elettorali. Frattanto i tribuni della plebe chiesero di poter celebrare, a proprie spese, dei giochi che, introdotti nel calendario, si chiamassero, dal nome di Augusto, Augustali; ma si decise di organizzarli a carico dello stato, e che, nel circo, i tribuni indossassero la veste trionfale: non fu invece autorizzato l'uso del cocchio. In seguito la celebrazione annuale passò, per competenza, a quel pretore cui fosse toccata la giurisdizione delle controversie tra cittadini e stranieri.
16. Questa era la situazione politica a Roma, quando cominciò a dilagare la rivolta tra le legioni della Pannonia: nessun fatto nuovo ne stava all'origine, se non che il cambiamento del principe consentiva alla massa di abbandonarsi al disordine e faceva balenare la speranza di profitti da una guerra civile. Tre legioni occupavano congiuntamente gli accampamenti estivi, al comando di Giunio Bleso, il quale, informato della fine di Augusto e dell'inizio del governo di Tiberio, per solennizzare tali eventi, aveva sospeso le solite mansioni della vita militare. Da qui, allentamento della disciplina, risse tra i soldati, disponibilità a dare ascolto ai discorsi dei più facinorosi e, infine, la pretesa di svaghi e di ozio e il rifiuto della disciplina e della fatica. C'era nel campo un certo Percennio, in passato capo-claque nei teatri, poi soldato semplice, una linguaccia, esperto, grazie alla sua esperienza di teatro, nel sobillare la folla. Costui, poco a poco, in colloqui notturni o tenuti sul far della sera, si diede a eccitare quegli animi ingenui e inquieti sul destino riservato ai soldati dopo la morte di Augusto, e, al ritirarsi dei migliori, iniziò a raccogliere attorno a sé gli elementi meno raccomandabili della truppa.
17. Infine, quando ormai gli animi dei soldati erano pronti ed egli poteva contare su altri disponibili alla rivolta, con toni da comizio, chiedeva ai soldati perché obbedissero come degli schiavi a pochi centurioni e ad ancor più pochi tribuni. Quando - arringava - avrebbero avuto il coraggio di chiedere miglioramenti, se non si facevano sentire, con le richieste e con le armi, da un principe nuovo e ancora insicuro? Per troppi anni avevano peccato di viltà, poiché accettavano di prestar servizio per trenta o quarant'anni, fino a diventare vecchi, e i più col corpo mutilato dalle ferite. E neanche dopo il congedo il servizio era finito: schierati come «vexillarii», cambiavano nome ma affrontavano gli stessi rischi. E se uno fosse riuscito a sopravvivere a tante traversie, lo si trascinava, per giunta, in terre lontanissime, dove, col nome di campi, ricevevano malsane paludi e pietraie improduttive sui monti. Ma era il servizio militare in sé a esser pesante e non conveniente: la loro vita e il loro corpo valevano dieci assi al giorno: con questi c'era da pagare le vesti, le armi, le tende, con questi scansare la durezza persecutoria dei centurioni e comprare l'esenzione dai servizi. E poi, per Ercole, frustate e ferite, duri inverni ed estati stremanti, guerra atroce e sterile pace non avevano mai fine! L'unico riscatto possibile stava nell'iniziare la ferma a condizioni ben precise, cioè ad avere un denario al giorno, finire davvero il servizio dopo sedici anni, non subire un prolungamento della ferma come «vexillarii», e farsi invece pagare il compenso in denaro all'atto del congedo. Forse che le coorti pretorie, che ricevevano due denari al giorno e potevano tornare a casa dopo sedici anni, affrontavano rischi maggiori? Non certo per denigrare le coorti di stanza a Roma: però toccava loro vedere, tra popoli feroci, il nemico dalle tende.
18. La folla dei soldati rumoreggiava manifestando in vari modi la propria approvazione: chi mostrava i segni delle frustate, chi la canizie, i più mostravano i vestiti quasi tutti logori e il corpo mal protetto. Infine la folle eccitazione giunse al punto che le tre legioni progettarono di fondersi insieme. Distolti dalla rivalità, pretendendo ciascuno quell'onore per la propria legione, cambiano idea e piantano in un unico punto le tre aquile e le insegne delle coorti; intanto ammucchiano terra e costruiscono un rialzo, perché il luogo delle riunioni fosse più visibile. Erano tutti in quello affaccendati, quando sopraggiunse Bleso, e li rimproverava e cercava di trattenere i singoli, gridando: «Bagnatevi piuttosto le mani col mio sangue! Sarà infamia meno grave uccidere il vostro legato che ribellarvi all'imperatore. O saprò far rispettare il giuramento di fedeltà delle legioni, o, da voi trucidato, affretterò l'ora del vostro pentimento.»
19. Continuarono ciononostante ad ammucchiare terra, che già raggiungeva l'altezza del petto, quando finalmente, vinti dall'insistenza di Bleso, interruppero l'opera. Sostiene il legato, con grande abilità oratoria, che le richieste dei soldati non erano proponibili a Cesare attraverso rivolte e turbolenze. Del resto, né i soldati, in passato, avevano avanzato ai loro comandanti d'un tempo richieste così inaudite, e neppure l'avevano fatto loro col divo Augusto; e non era quello il momento adatto per gravare di altre preoccupazioni un principe al suo esordio. Ma se proprio volevano tentare di ottenere, in tempo di pace, quanto neppure i vincitori delle guerre civili avevano osato chiedere, perché si preparavano a usare la violenza contro una tradizione di rispetto e contro l'inviolabile sacralità della disciplina? Scegliessero dei rappresentanti e dessero loro istruzioni in sua presenza. Per acclamazione vollero che il figlio di Bleso, un tribuno, li rappresentasse nella delegazione e chiedesse, per i soldati, il congedo dopo sedici anni. Le altre richieste gliele avrebbero fatte avere dopo il primo successo. Il giovane partì e ci fu un po' di calma; ma i soldati si montavano la testa: se il figlio del legato difendeva una causa comune significava che era possibile, in momenti di emergenza, estorcere ciò che non avrebbero mai ottenuto con la disciplina e la compostezza.
20. Frattanto i manipoli inviati, prima che scoppiasse la rivolta, a Nauporto per la costruzione di strade, ponti e per altri servizi, alla notizia dei disordini avvenuti nel campo, levano le insegne e, saccheggiati i villaggi vicini e la stessa Nauporto, che aveva uno statuto simile ai municipi, si rivoltano contro i centurioni, impegnati a trattenerli, con derisioni, insulti e infine aggredendoli. Se la prendono, in particolare, col prefetto del campo Aufidieno Rufo, che trascinano giù dal carro, lo caricano di pesi e lo costringono a marciare in testa alla colonna, chiedendogli, per scherno, se gli faceva piacere portare carichi così pesanti in marce tanto lunghe. Rufo, infatti, divenuto, dopo essere stato a lungo soldato semplice, prima centurione e poi prefetto del campo, tentava di ripristinare la dura disciplina militare d'un tempo, vecchio del mestiere ed esperto di quella fatica e intransigente proprio perché l'aveva provata.
21. Con l'arrivo delle truppe di Nauporto, la rivolta si riaccende e i soldati si danno, sbandandosi, al saccheggio del territorio circostante. Bleso ordina di prenderne pochi, i più carichi di preda, di farli frustare, per impaurire e dissuadere gli altri, e di chiuderli in carcere; infatti al legato obbedivano ancora i centurioni e i migliori elementi della truppa. Ma gli arrestati opponevano resistenza ai soldati che li trascinavano a forza, si attaccavano alle ginocchia dei circostanti, sollecitavano il loro intervento, invocando i nomi ora dei singoli ora delle centurie cui ciascuno apparteneva, della coorte, della legione, e gridavano che lo stesso trattamento sarebbe presto toccato a tutti. E intanto ricoprono di ingiurie il legato, chiamando il cielo e gli dèi a testimoni, fanno di tutto per scatenare ostilità, pena, paura e rabbia. Accorrono proprio tutti: sfondano le porte del carcere, spezzano le catene, e si mescolano coi disertori e i condannati a morte.
22. La violenza divampa allora più furiosa e di capi della rivolta ne apparvero molti. Un soldato semplice, tale Vibuleno, sollevato sulle spalle dei circostanti davanti alla tribuna di Bleso e rivolto a quegli uomini ormai compromessi nella rivolta e in attesa di ciò che stava per fare: «Voi avete sì» disse «dato la luce e la vita a questi innocenti, a questi poveri sventurati; ma chi ridarà la vita a mio fratello, chi me lo restituirà? Era inviato a voi dall'esercito di Germania, per motivi di comune interesse: Bleso l'ha fatto sgozzare la notte scorsa dai suoi gladiatori, che tiene e arma per uccidere i soldati. Rispondi, Bleso, dove hai gettato il cadavere? neppure i nemici ci negano la sepoltura. Quando avrò saziato il mio dolore di sguardi e di baci, ordina allora che trucidino anche me, purché questi nostri compagni diano sepoltura a noi assassinati non per colpa commessa ma per aver pensato al bene delle legioni.»
23. Rendeva frementi le parole col pianto e colpendosi il petto e il volto con le mani. Poi, fatti staccare quelli sulle cui spalle si reggeva, buttatosi a terra e avvinghiatosi alle gambe dell'uno o dell'altro, suscitò tanto sbigottimento e tanta ostilità, che una parte dei soldati misero ai ferri i gladiatori al servizio di Bleso, una parte il resto della servitù, mentre altri si sparsero alla ricerca della salma. E se non fosse presto venuto in chiaro che non si trovava nessun cadavere, che gli schiavi, pur sottoposti a tortura, negavano l'assassinio, e che Vibuleno non aveva mai avuto un fratello, l'assassinio del legato era praticamente cosa fatta. Scacciarono però, a viva forza, i tribuni e il prefetto del campo e saccheggiarono i bagagli degli ufficiali in fuga. E uccidono il centurione Lucilio, sarcasticamente soprannominato, nel gergo militare, «Qua un'altra», perché, spezzata una sferza sulla schiena di un soldato, ne chiedeva a gran voce un'altra e poi un'altra ancora. Gli altri centurioni si salvarono nascondendosi; uno solo però non fu lasciato scappare, Clemente Giulio, ritenuto adatto, perché svelto e deciso, a sostenere le richieste dei soldati. E non basta. Due legioni, l'ottava e la quindicesima, si apprestavano ad affrontarsi in armi, pretendendo la prima la testa di un centurione di nome Sirpico, mentre i legionari dell'altra lo proteggevano: per fortuna, si intromisero gli uomini della nona, con le preghiere prima e, per chi non le ascoltava, con le minacce.
24. La notizia di questi fatti indusse Tiberio, benché impenetrabile e incline a nascondere specie i suoi pensieri più tristi, a inviare il figlio Druso coi cittadini più autorevoli e la scorta di due coorti pretorie, senza però indicazioni precise: si sarebbe regolato in base ai fatti. Le due coorti poi - fatto eccezionale - erano state rafforzate con uomini scelti e affiancate da gran parte della cavalleria pretoriana e da reparti scelti di Germani, allora impiegati come guardie del corpo dell'imperatore; c'era anche, come collega di suo padre Strabone, il prefetto del pretorio Elio Seiano, che vantava un forte ascendente presso Tiberio; inviato come consigliere del giovane Druso, aveva anche il compito di far comprendere agli altri soldati quali rischi e quali ricompense li attendessero. All'arrivo di Druso, gli andarono incontro, con l'aria di chi compie un dovere, le legioni, non festanti, come al solito, e non sfolgoranti di decorazioni militari, ma in disgustosa trasandatezza, con segnato sul volto, per quanto improntato a mestizia, un'espressione che rasentava l'arroganza.
25. Quando Druso, entrando, ebbe superato il vallo, i ribelli bloccano le porte e dispongono gruppi di armati in determinati punti del campo; gli altri si accalcano tutti attorno alla tribuna. Druso, ritto su di essa, chiedeva con la mano silenzio. I soldati, se volgevano gli occhi alla massa, alzavano grida minacciose, se invece li volgevano a Cesare, lasciavano trasparire l'ansia. Tutto tra mormorii confusi, urla selvagge e, d'improvviso, silenzio. In preda a sentimenti contrastanti, avevano paura e incutevano timore. Alla fine, in una pausa del vociare, Druso recita il messaggio del padre, in cui veniva da lui sottolineato che il suo primo pensiero era quello per le valorose legioni, con cui aveva affrontato tante guerre e che, non appena l'animo si fosse riavuto dal lutto, avrebbe discusso coi senatori le loro richieste; intanto mandava il figlio per concedere, senza ritardi, quanto si poteva dare; le altre decisioni spettavano al senato, che era bene considerare non incapace di condiscendenza ma anche di severità.
26. L'assemblea rispose che la presentazione delle richieste era affidata al centurione Clemente. Costui cominciò a parlare del congedo dopo sedici anni, del premio al termine del servizio, e poi chiese che la paga giornaliera fosse di un denario e che ai veterani non venisse prolungata la ferma. All'obiezione avanzata da Druso che la decisione spettava al senato e al padre, lo interrompono con grida: che era allora venuto a fare, se non aveva il potere né di aumentare la paga ai soldati, né di alleviare le loro fatiche, insomma di non fare niente di buono per loro? Ma il permesso di dare bastonate e di uccidere era però concesso a tutti. In passato Tiberio era stato solito vanificare le richieste delle legioni in nome di Augusto; Druso riproponeva lo stesso sistema. Ma com'era possibile che da loro venissero solo figli di nobili? Era davvero strano che solo gli interessi dei soldati si rimettessero al senato. Allora bisognava interpellare il senato quando si comminavano loro pene o li si mandava a combattere. A meno che le ricompense le decidessero i loro padroni, mentre per le punizioni non serviva autorizzazione alcuna.
27. Abbandonano infine la tribuna, e a ogni pretoriano o amico di Cesare Druso in cui si imbattono, mostrano i pugni per provocare la rissa e venire alle armi, accanendosi in particolare contro Gneo Lentulo, perché questi, superiore agli altri per età e gloria militare, era ritenuto il responsabile della fermezza ispirata a Druso e il più severo censore di quello sconcio di disciplina militare. E poco dopo, mentre si allontana da Cesare, per recarsi, in previsione del pericolo, al campo invernale, gli si fanno attorno e gli chiedono dove sia diretto, se dall'imperatore o dal senato, per opporsi, anche là, all'interesse delle legioni; e intanto gli si serrano addosso e lo bersagliano di sassi. Colpito da una pietra e grondante sangue, ormai senza scampo, viene protetto dall'intervento delle truppe venute con Druso.
28. Quella notte, carica di tensione e vicina a esplodere in fatti di sangue, passò, solo per puro caso, tranquilla. Si vide infatti la luna appannarsi d'improvviso nel cielo sereno. I soldati, ignorando la causa del fenomeno, lo intesero come prodigio riferito alla situazione presente: videro nell'eclissi dell'astro un emblema dei propri travagli e si attendevano invece un successo della loro iniziativa, se fosse tornata a splendere luminosa la dea. Con strepito dunque di bronzi, con suoni di tube e di corni levavano un grande fracasso, entusiasti o angosciati secondo il farsi della luna più lucente o più scura. E quando delle nuvole, alzatesi, la sottrassero alla vista e la si poté credere inghiottita dalle tenebre - facili come sono le menti, una volta suggestionate, alla superstizione - gemono il preannunciarsi, per loro, di un travaglio interminabile e l'avversione degli dèi ai loro misfatti. Volle sfruttare Cesare Druso il loro mutamento di spirito e utilizzare al meglio l'occasione offertagli dal caso, mandando fra le tende i suoi uomini: convoca il centurione Clemente e quant'altri erano graditi, per la loro condotta, ai soldati. Costoro si infiltrano tra le sentinelle, nei corpi di guardia, tra gli uomini che controllavano gli ingressi al campo: fanno balenare speranze ed esasperano la paura. «Fino a quando terremo assediato il figlio dell'imperatore? Ci sarà una fine a questo conflitto? Dovremo giurare obbedienza a Percennio e a Vibuleno? Saranno loro a distribuire le paghe alla truppa e i campi ai congedati? Loro a reggere l'impero del popolo romano al posto dei Neroni e dei Drusi? Perché non essere, come gli ultimi nella colpa, i primi a pentirsi? Sono lente a venire le cose che si chiedono per le masse: sul piano personale invece un favore lo si può meritare subito e subito ricevere.» Fecero colpo questi discorsi sugli animi già in sospetto reciproco: le reclute si staccarono dai veterani, una legione dall'altra. Riprende, poco alla volta, il senso della disciplina: sciolgono i blocchi disposti alle porte del campo e riportano alle loro sedi le insegne che, all'inizio della rivolta, avevano raccolto in un unico punto.
29. Fattosi giorno e convocata la truppa in assemblea, Druso, sebbene non fosse un buon parlatore ma dotato di innata autorevolezza, denuncia il comportamento passato e loda quello presente. Non è sua regola - dice - lasciarsi sopraffare da paura e minacce: se li vedrà piegati alla disciplina e li sentirà supplici, allora scriverà al padre di ascoltare, placato, le preghiere delle legioni. Su loro richiesta, a Tiberio vengono inviati Bleso, già scelto in precedenza, con Lucio Aponio, un cavaliere romano al seguito di Druso, e Giusto Catonio, centurione primipilo. Si verificò poi un contrasto nel consiglio di guerra, perché alcuni proponevano di aspettare il ritorno della legazione e di mantenere nel frattempo calmi i soldati senza asprezze, mentre altri volevano ricorrere alle maniere forti: alle masse - dicevano - manca il senso della misura; si fanno minacciose, se non hanno paura; se atterrite, invece, si possono sprezzare senza problemi: finché dura, quindi, il disorientamento provocato dalla superstizione, il comandante deve accrescere la loro paura, togliendo di mezzo i promotori della rivolta. Era Druso, per sua natura, incline alla durezza: fa venire Vibuleno e Percennio e dà ordine di ucciderli. Secondo la versione più diffusa, i loro corpi sarebbero stati sepolti all'interno della tenda del comandante; per altri, invece, furono gettati oltre il recinto del campo, bene in mostra: un esempio per tutti.
30. Si diede poi la caccia a tutti i principali responsabili della rivolta: alcuni, sbandati fuori dal campo, li uccisero i centurioni o i soldati delle coorti pretorie, altri vennero consegnati dai loro stessi compagni di reparto, a dimostrazione della loro lealtà. Aggravò la già difficile situazione dei soldati un inverno precoce con piogge continue e così violente, che essi non potevano uscire dalle tende, non radunarsi fra loro mentre solo a stento era possibile salvare le insegne, che le folate di vento e la violenza dell'acqua tendevano a trascinare via. Perdurava anche la paura dell'ira divina: non senza ragione - pensavano - contro la loro empietà impallidiva la luce degli astri e si scatenavano tempeste: non restava altro rimedio ai mali se non abbandonare quel campo maledetto e profanato e tornare, espiate le colpe, nelle sedi invernali. Rientrarono prima l'ottava, poi la quindicesima legione; i soldati della nona volevano attendere la risposta di Tiberio e avevano rumorosamente protestato, ma poi, lasciati soli per la partenza degli altri, prevenirono spontaneamente una conclusione ormai inevitabile. Anche Druso non attese il ritorno della legazione e, per essersi la situazione normalizzata in modo accettabile, fece ritorno a Roma.
31. Quasi negli stessi giorni e per identici motivi, si ribellarono le legioni di Germania, e i disordini furono tanto più violenti dato il loro maggior numero, e anche perché nutrivano viva speranza che Germanico Cesare rifiutasse di subire la supremazia di un altro e si affidasse alle sue legioni, pronte a travolgere, con la propria forza, ogni ostacolo. Presso la riva del Reno erano stanziati due eserciti: l'uno, detto superiore, sottoposto al comando del legato Gaio Silio; la responsabilità di quello inferiore spettava a Cecina. Il comando supremo dipendeva da Germanico, allora intento al censimento tributario delle Gallie. I reparti agli ordini di Silio stavano a guardare esitanti il corso della ribellione degli altri: perché furono i soldati dell'esercito inferiore ad abbandonarsi a una cieca rivolta, iniziata con la ventunesima e la quinta, ma che finì per coinvolgere anche la prima e la ventesima. Erano infatti alloggiate nello stesso campo estivo, in territorio degli Ubii, impegnate in nessuna o ben scarsa attività. Dunque, alla notizia della morte di Augusto, la plebe cittadina arruolata di recente a Roma, avvezza a una vita dissoluta, insofferente di fatiche, influenzava le menti sprovvedute degli altri: era venuto il momento per i veterani di esigere un congedo ormai scaduto, per i giovani una paga più alta e per tutti un limite alle miserie patite e la vendetta della crudeltà dei centurioni. Queste cose non le diceva uno solo, come Percennio tra le legioni di Pannonia, ad orecchie trepide di soldati intenti a regolarsi su eserciti più forti, ma i volti e le voci della rivolta erano tanti: erano loro - dicevano - ad avere in mano le sorti di Roma; grazie alle loro vittorie lo stato si ingrandiva; era da loro che i condottieri derivavano il proprio nome.
32. Il legato non li affrontava: la delirante esaltazione generale gli aveva tolto ogni fermezza. Usciti improvvisamente di senno, si gettano, spada alla mano, sui centurioni: eterno oggetto di odio per i soldati e primo bersaglio del loro furore. Li buttano a terra e li massacrano a bastonate, sessanta contro uno, per pareggiare il numero dei centurioni; poi, storpiati, straziati e, in alcuni casi, morti, li scaraventano fuori davanti al vallo o nelle acque del Reno. Uno di loro, Settimio, fuggì presso la tribuna del comando e si aggrappò alle gambe di Cecina: venne preteso dai soldati, finché non fu loro lasciato, per subire la morte. Cassio Cherea, guadagnatosi più tardi celebrità presso i posteri per l'uccisione di Gaio Cesare, allora giovane e ardimentoso, si aprì la via con la spada tra uomini armati che lo contrastavano. Nessun tribuno, né il prefetto del campo riuscirono più a esercitare la loro autorità: i turni, i posti di guardia e gli altri servizi imposti dalla necessità del momento, i soldati se li distribuivano da soli. Chi sapeva penetrare bene a fondo l'animo dei soldati, vedeva il sintomo più significativo di una rivolta vasta e incontenibile proprio nel fatto che non isolati o su istigazione di pochi ma tutti insieme liberavano il loro furore, tutti insieme tacevano, in un accordo così ben regolato, da crederli obbedienti a un comando.
33. Intanto a Germanico, impegnato, come già si è detto, nelle Gallie per il censimento tributario, viene portata la notizia della morte di Augusto. Germanico ne aveva sposato la nipote Agrippina, e aveva, da lei, più figli; e benché figlio di Druso, fratello di Tiberio, e nipote di Augusta, viveva nell'inquietudine, percependo l'odio nascosto, contro la sua persona, dello zio e della nonna, odio tanto più aspro quanto più le cause erano ingiuste. Perché grande campeggiava nel popolo romano il ricordo di Druso, e si pensava che, se fosse potuto andare al potere, avrebbe restituito la libertà: da qui la stessa popolarità goduta da Germanico e la stessa speranza in lui riposta. Il giovane infatti aveva un innato rispetto degli altri e un'affabilità stupefacente, in contrasto con il tono e il volto di Tiberio, altezzosi e impenetrabili. Si aggiungevano i contrasti di donne, per l'astiosità di matrigna espressa da Livia contro Agrippina e per essere quest'ultima troppo pronta ad accendersi: Agrippina sapeva peraltro indirizzare al bene le sue fiere intemperanze, grazie alla sua onestà di donna e all'amore verso il marito.
34. Germanico però, quanto più rasentava la speranza del sommo potere, con tanto maggiore impegno agiva in favore di Tiberio: giurò lui stesso fedeltà a Tiberio e fece giurare le personalità del suo seguito e le popolazioni dei Belgi. Partito poi in tutta fretta appena seppe dell'agitazione delle legioni vide i soldati venirgli incontro, fuori dall'accampamento, con gli occhi bassi in atto di pentimento. Come ebbe superato il recinto, cominciarono a farsi sentire lamenti confusi; e alcuni, afferratagli la mano come per baciarla, se ne introducevano in bocca le dita, perché toccasse le gengive vuote di denti; altri gli mostravano le membra piegate dalla vecchiaia. Alla folla di uomini che gli stava davanti come in assemblea, ma in un grande disordine, comanda di disporsi per manipoli, ma gli rispondono che così avrebbero udito meglio; ordina allora di portare innanzi i vessilli, per potere almeno distinguere le coorti: obbedirono sia pure a rilento. Cominciò quindi con un devoto omaggio ad Augusto, per poi passare alle vittorie e ai trionfi di Tiberio, riservando particolari lodi alle straordinarie imprese compiute in Germania proprio alla testa di quelle legioni. Esaltò poi il pieno consenso dell'Italia e la fedeltà delle Gallie e l'assenza, ovunque, di torbidi e contrasti. Parole queste ascoltate in silenzio con sommessi mormorii.
35. Quando venne a parlare della rivolta, chiedendo dove fosse il contegno da soldati, dove l'antico vanto della disciplina, e dove avessero cacciato tribuni e centurioni, tutti quanti si denudano i corpi, mostrando le cicatrici delle ferite e i segni delle bastonate; poi, in un confuso vociare, denunciano il costo delle esenzioni, la miseria della paga, la durezza dei lavori, specificandoli uno per uno: costruire il vallo, scavare fossati, ammassare foraggio, materiale da costruzione, legna da ardere e tutte le altre fatiche necessarie o inventate per non lasciarli in ozio nell'accampamento. Più violente di tutte si levano le grida dei veterani, i quali, contando i loro trenta e più anni di servizio, invocavano sollievo per le loro membra stanche: non la morte nelle fatiche di sempre, ma la fine di un servizio così logorante e un riposo che non significasse la fame. Vi furono alcuni che reclamarono il pagamento del lascito di Augusto, con tanti auguri di prosperità per Germanico; e, nel caso volesse l'impero, si dichiararono pronti. A questo punto, come lo si macchiasse di un delitto, saltò rapido giù dalla tribuna. Se ne voleva andare, ma lo affrontarono in armi minacciandolo, se non fosse tornato indietro. Ma Germanico, mentre gridava che sarebbe morto piuttosto che mancare al giuramento di fedeltà, afferrò la spada che portava al fianco e, alzatala, se la sarebbe piantata nel petto, se i più vicini, afferratagli la mano, non l'avessero trattenuto a forza. Una parte dei soldati presenti, i più lontani e ammassati tra loro e - quasi incredibile a dirsi - alcuni isolati, facendosi a lui più vicini, lo sfidavano a colpirsi; anzi un soldato di nome Calusidio gli offerse la spada sguainata, aggiungendo «questa è più aguzza». Parve un gesto feroce e barbaro anche ai più infuriati; e ci fu quel tanto di tempo perché Cesare potesse essere trascinato dagli amici nella sua tenda.
36. Qui si discusse su come fronteggiare la situazione. Riferivano infatti che i soldati preparavano una delegazione, per trascinare alla medesima causa l'esercito della Germania superiore. Correva voce che la città degli Ubii fosse destinata al saccheggio e che essi, con le mani colme di preda, si sarebbero buttati al saccheggio delle Gallie. Ad accrescere la paura c'era il nemico, informato della rivolta al campo romano e pronto a occupare la riva, se fosse rimasta sguarnita. Del resto, se contro le legioni ribelli avessero armato le truppe ausiliarie e gli alleati, significava dare avvio alla guerra civile. La severa repressione era pericolosa, infamante la condiscendenza; sia non concedendo nulla sia concedendo tutto, lo stato era in pericolo. Esaminata dunque la questione sotto ogni profilo, si decise di scrivere un messaggio a nome del principe: si dava il congedo definitivo a chi avesse un servizio di vent'anni, passava alla riserva chi ne avesse fatto sedici e lo si tratteneva tra i «vexillarii», esonerato da ogni obbligo, salvo quello di respingere il nemico; si pagavano, in misura doppia, i lasciti ora reclamati.
37. Intuirono i soldati che si trattava di un espediente per guadagnare tempo e pretesero l'immediata attuazione delle offerte. Al congedo definitivo si dà, subito, esecuzione attraverso i tribuni; il pagamento del lascito viene rimandato, per ciascuno, a quando saranno nel campo invernale. Ma gli uomini della quinta e della ventunesima non si mossero, finché non fu loro pagata la somma lì nel campo estivo, attingendo ai fondi riservati a Cesare Germanico e al suo seguito. Il legato Cecina ricondusse nella città degli Ubii la prima e la ventesima legione: una colonna dall'aspetto deplorevole, perché tra le insegne e le aquile erano trasportate le casse del denaro rapinato al comandante in capo. Germanico raggiunse l'esercito superiore e fece giurare, senza resistenza, la seconda, la tredicesima e la sedicesima legione. I soldati della quattordicesima avevano esitato un poco: vennero offerti il denaro e il congedo definitivo, benché non l'avessero chiesto.
38. Intanto i «vexillarii» delle legioni ribelli, distaccati in servizio di guarnigione nel territorio dei Cauci, avevano tentato un accenno di rivolta, ma furono tenuti per un po' a freno con l'esecuzione immediata di due soldati. L'ordine era venuto dal prefetto del campo Manio Ennio, più per dare un utile esempio che perché ne avesse autorità. In seguito, crescendo il moto di ribellione, fuggì, ma fu scoperto e allora, poiché nessun nascondiglio gli garantiva sicurezza, trovò difesa nell'audacia: loro - disse - non facevano violenza a un prefetto ma al comandante Germanico e all'imperatore Tiberio. Profittando dello sbalordimento di quanti lo affrontavano, afferra un vessillo e lo volge verso la riva, gridando che chiunque avesse abbandonato la colonna sarebbe stato considerato un disertore. Così li ricondusse al campo invernale, irrequieti ma senza che nulla avessero osato.
39. Intanto la delegazione inviata dal senato si presenta a Germanico, già rientrato, presso la capitale degli Ubii. Svernavano qui due legioni, la prima e la ventesima insieme ai veterani da poco passati alla riserva. Spaventati ed esaltati dalla consapevolezza delle proprie azioni, son presi dalla paura che la delegazione, per ordine del senato, sia venuta ad annullare le concessioni imposte con la rivolta. E, come fa sempre la folla che inventa un responsabile anche per colpe immaginarie, accusano Munazio Planco, ex console e capo missione, di essere stato l'ispiratore del provvedimento del senato. Nel pieno della notte cominciano a reclamare il vessillo collocato nell'alloggio di Germanico e, accorrendo in massa alla porta, forzano i battenti, lo costringono a scendere dal letto e gli impongono, dietro minaccia di morte, di consegnare loro il vessillo. Subito dopo, mentre si aggirano per le vie, si imbattono negli uomini della missione che, udito lo scompiglio, accorrevano da Germanico. Li coprono di ingiurie, pronti a una strage, ostili in particolare a Planco, cui la dignità della carica aveva impedito di fuggire. Nel pericolo, non gli restava altro rifugio che l'accampamento della prima legione. Là, abbracciate le insegne e l'aquila, cercava protezione nella loro sacralità, ma se l'aquilifero Calpurnio non avesse impedito l'assassinio, un rappresentante del popolo romano - cosa rara anche tra i nemici - avrebbe, in un campo romano, macchiato col suo sangue gli altari degli dèi. Quando finalmente alla luce del giorno si poterono riconoscere il comandante, i soldati, i fatti accaduti, Germanico entra nel campo e ordina che gli sia condotto Planco e lo accoglie sulla tribuna. Allora, imprecando contro quel cieco furore voluto certamente dal destino e riesploso non per l'ira dei soldati ma dei numi, spiega perché sia venuta la delegazione, deplora con ferma eloquenza la violazione del diritto di un'ambasceria, il grave e immeritato rischio corso dallo stesso Planco, oltre al disonore di cui si è ricoperta la legione. Lasciando l'assemblea più attonita che calma, fa ripartire i legati con una scorta di cavalieri alleati.
40. In quei momenti di paura, tutti disapprovavano Germanico, perché non riparava presso l'esercito superiore, dove avrebbe trovato obbedienza e appoggio contro i ribelli. Già troppi errori erano stati commessi con i congedi, il denaro concesso e i provvedimenti poco energici. E, se non gli importava la propria incolumità, perché teneva il figlioletto e la moglie incinta tra uomini furibondi, pronti a violare ogni diritto umano? Almeno quelli restituisse salvi all'avo Tiberio e allo stato. Indugiò a lungo: faceva resistenza anche la moglie, protestandosi discendente del divo Augusto e impavida di fronte al pericolo; ma alla fine, abbracciato tra molte lacrime il grembo di lei e il loro figliolo comune, la indusse a partire. Tutto un seguito miserevole di donne cominciava a muoversi: la sposa fuggiasca del comandante, con stretto al petto il piccolo figlio e, intorno, piangenti, le mogli degli amici, condotte via insieme a lei; né minore era l'angoscia di quanti rimanevano. |[continua]|
|[LIBRO PRIMO, 2]|
41. Non era quello l'aspetto di un Cesare nel pieno del suo splendore in mezzo al proprio accampamento, ma quasi in una città vinta; i lamenti e i pianti attirano l'attenzione e lo sguardo anche dei soldati. Escono dalle tende. «Che voce di pianto è mai questa? Perché un così triste spettacolo? Donne così illustri senza scorta di centurioni, di soldati! Niente per la moglie del comandante! e non c'è il solito seguito? Vanno dai Treviri, ad affidarsi a gente straniera!» Si ridestano vergogna e pietà; il ricordo corre al padre di lei Agrippa e al nonno Augusto. Suo suocero è Druso! E lei, feconda di bella prole e limpida nella sua castità! E poi c'è il bimbo, nato nel campo, cresciuto in mezzo alle legioni, che con gergo militare chiamavano Caligola, perché spesso, per conciliargli la simpatia dei soldati, gli facevano indossare i calzari. Ma nulla li piegò quanto la gelosia verso i Treviri. La pregano, le si pongono davanti: torni indietro, rimanga con loro. Alcuni corrono verso Agrippina, ma i più tornano da Germanico. Il quale, ancora fremente di dolore e di sdegno, così prese a parlare a quanti gli stavano attorno:
42. «Non la moglie, non il figlio mi sono più cari del padre e dello stato. Ma mio padre sarà protetto dalla sua maestà, il dominio di Roma da tutti gli altri eserciti. La mia sposa e i miei figli, che volentieri sacrificherei per la vostra gloria, ora li allontano da gente forsennata perché, qualunque sia il delitto che incombe sul mio capo, lo sconti io solo col mio sangue, e perché l'assassinio del pronipote di Augusto e l'uccisione della nuora di Tiberio non vi rendano ancora più colpevoli. In questi giorni voi avete osato e violato tutto il possibile! Come chiamare questo assembramento? Dovrei chiamare soldati voi che avete stretto d'assedio con armi e trincee il figlio del vostro imperatore? O dovrei chiamarvi cittadini, dopo che avete così svilito l'autorità del senato? Avete infranto anche la legge valida per i nemici, cioè la sacralità di una legazione e il diritto delle genti. Il divo Giulio bloccò con una sola parola la rivolta dell'esercito, chiamando Quiriti coloro che violavano il giuramento prestatogli; il divo Augusto, con la sola presenza e con lo sguardo, atterrì le legioni reduci da Azio; noi, che non siamo identici a loro, ma pure nati da loro, se un soldato di Spagna o di Siria osasse farci un affronto, lo considereremmo un fatto stupefacente e insopportabile. E siete proprio voi, tu prima legione che hai ricevuto le insegne da Tiberio, e tu ventesima, sua compagna di tante battaglie, onorata con tante ricompense, siete proprio voi a esprimere così la riconoscenza al vostro comandante. E a mio padre, che riceve liete notizie da tutte le altre province, recherò invece questa, che le sue reclute e i suoi veterani non sono paghi dei congedi e del denaro ricevuto? Che solo qui si ammazzano i centurioni, si scacciano i tribuni, si sequestrano i suoi legati, che si contaminano il campo e le acque dei fiumi e che io passo la vita tra i rischi in mezza a uomini ostili?
43. Ma perché, improvvidi amici, il primo giorno di assemblea mi avete strappato il ferro, che mi apprestavo a conficcarmi nel petto? Migliore proposito e maggiore affetto aveva chi mi offriva la spada. Almeno sarei morto senza sapere le tante infamie del mio esercito; vi sareste scelto un capo, che avrebbe lasciato sì impunita la mia morte, vendicando però Varo e le sue tre legioni. E gli dèi non consentano che tocchi ai Belgi l'onore e il vanto di intervenire, cosa per cui si offrono, a difendere il nome romano e a contenere i popoli della Germania. Il tuo spirito accolto in cielo, o divo Augusto, la tua immagine e la memoria di te, o padre Druso, insieme a questi stessi soldati, in cui ritornano il senso dell'onore e la sete di gloria, possano cancellare questa macchia e volgere le tensioni fra cittadini a sterminio dei nemici. E voi pure, soldati, che ora vedo diversi nel volto e mutati nel cuore, se intendete restituire al senato i suoi messi, l'obbedienza all'imperatore, a me la moglie e il figlio, fuggite il contagio e allontanate da voi i turbolenti: sarà questo il pegno certo del vostro pentimento, questo il vincolo della vostra fedeltà.»
44. A tali parole i soldati riconobbero giusti i rimproveri e, imploranti, gli chiedevano di punire i colpevoli, di perdonare chi aveva errato e di condurli contro il nemico; doveva richiamare la sua sposa, far tornare il bimbo cresciuto tra le legioni e non darlo in ostaggio ai Galli. Germanico spiegò l'impossibilità del ritorno di Agrippina col parto imminente e con l'inverno; sarebbe venuto il figlio; il resto dipendeva da loro. Così trasformati, corrono per il campo, trascinano in ceppi i rivoltosi più accesi davanti al legato della prima legione Gaio Cetronio, il quale, per il giudizio e la pena da comminare a ciascuno, si regolò in questo modo. Stavano in assemblea le legioni con le spade in pugno; l'accusato veniva presentato da un tribuno su un palco: se gridavano che era colpevole, veniva buttato giù e trucidato. Per un verso i soldati godevano di quelle esecuzioni, quasi assolvessero se stessi; dall'altro Cesare Germanico non interferiva, perché, in mancanza di un suo ordine, la crudeltà del procedimento e l'odiosa responsabilità ricadevano solo su di loro. I veterani ne seguirono l'esempio e vennero inviati, non molto dopo, in Rezia, col pretesto di difendere quella provincia dalla minaccia degli Svevi, ma in realtà per strapparli da quel campo ancor pieno di orrore, e non meno per la barbarie del rimedio che per il ricordo della colpa. Germanico poi procedette alla revisione dei centurioni. Chiamato dal comandante in capo, ciascuno dichiarava il nome, il grado, la patria d'origine, gli anni di servizio, gli atti di valore e, se c'erano, le decorazioni. Se i tribuni, se la legione ne riconoscevano la bravura e l'onestà, manteneva il grado; se concordi lo accusavano di essere stato avido e crudele, veniva dimesso dall'esercito.
45. Sistemate così per il momento le cose, restava aperto un problema di non minore difficoltà, dovuto alla fiera irriducibilità delle legioni quinta e ventunesima, che svernavano a sessanta miglia, in un luogo chiamato Vetera. Erano state infatti esse a dare inizio alla rivolta; i misfatti peggiori erano stati compiuti dalle mani dei loro soldati, che non atterriti dalle pene dei loro commilitoni, né indotti a pentimento di sorta, mantenevano la loro dura aggressività. Cesare dunque si prepara a far scendere lungo il Reno una flotta con armi e alleati, deciso allo scontro, se avessero continuato a disobbedire ai suoi ordini.
46. Intanto a Roma, come si seppe della rivolta delle legioni germaniche, quando ancora si ignorava come si fosse risolta la situazione nell'Illirico, i cittadini, allarmati, accusavano Tiberio perché, mentre egli giocava a ingannare con la sua ipocrita esitazione il senato e la plebe, organi esautorati e inermi, intanto i soldati si ammutinavano, e a reprimere le rivolte non poteva valere l'autorità, non ancora consolidata, di due giovani. Toccava a lui andare e contrapporre la sua maestà di imperatore a uomini, che avrebbero ceduto solo nel vedere un principe di provata esperienza e anche arbitro supremo nella severità e nelle concessioni. Augusto, pur vecchio e stanco, aveva trovato il modo di andare tante volte in Germania, mentre Tiberio, nel fiore degli anni, se ne stava seduto in senato a cavillare sulle parole dei senatori! Per rendere Roma schiava aveva già fatto tutto il possibile: doveva ora pensare a come calmare le irrequietudini dei soldati per piegarli ad accettare la pace.
47. Di fronte a queste voci, Tiberio oppose la determinata e irremovibile scelta di non lasciare la capitale e di non esporre sé e lo stato a nessun rischio. In realtà, lo assillavano molte e discordanti considerazioni: l'esercito sul territorio della Germania era più forte, quello in Pannonia più vicino; il primo trovava sostegno nelle forze della Gallia, il secondo incombeva sull'Italia: a quale allora dare la precedenza? Temeva che chi fosse stato posposto reagisse, sentendosi offeso. Per converso, poteva essere presente, senza torti di precedenza, attraverso i figli, lasciando salva la sua maestà, accresciuta anzi di rispetto per la lontananza. Al tempo stesso era normale che dei giovani si rimettessero per alcune decisioni al padre; inoltre, se i rivoltosi resistevano a Germanico e Druso, poteva sempre placarli o stroncarli lui: ma a quale altro aiuto poteva ricorrere se avessero spregiato l'imperatore? Tuttavia, come se dovesse partire da un momento all'altro, si sceglie dei compagni, provvede al suo equipaggiamento e allestisce le navi; poi, adducendo vari pretesti, ora l'inverno, ora pressanti impegni, riuscì a tenere a bada per un po' le persone più perspicaci, per un tempo più lungo la plebe di Roma e per un lunghissimo periodo le province.
48. Intanto Germanico, che pure aveva già mobilitato l'esercito e teneva pronta la risposta da dare ai ribelli, valutando di poter concedere loro ancora una possibilità, nel caso intendessero rinsavire, ammaestrati dall'esempio recente, manda una lettera a Cecina, per informarlo del suo imminente arrivo con un forte esercito e per intimargli che, se non si fossero occupati loro dei responsabili, avrebbe colpito indiscriminatamente. Cecina comunica in segreto il messaggio agli aquiliferi, ai portainsegna e a tutte le persone affidabili, e li esorta a sottrarre tutti dal disonore e se stessi dalla morte: mentre infatti in tempo di pace è possibile tenere conto di motivazioni e di meriti, quando infuria la guerra cadono insieme innocenti e colpevoli. Essi saggiano i soldati ritenuti disponibili all'iniziativa e, constatato che la maggior parte dei legionari era disposta all'obbedienza, con l'assenso del legato, fissano il momento in cui assalire con le armi i più ostinati e decisi a persistere nella ribellione. A un segnale convenuto, irrompono nelle tende, li sorprendono e li trucidano, senza che nessuno sapesse, salvo chi era al corrente del piano, quale fosse l'inizio del massacro e dove la fine.
49. Fu uno spettacolo ben diverso da quelli mai verificatisi in tutte le guerre civili. Non in battaglia, non in campi avversi, ma balzando dai medesimi letti, quelli che il giorno prima avevano diviso il rancio e la notte il riposo ora si schierano in gruppi opposti e si affrontano colpendosi fra di loro. Grida, ferite, sangue davanti agli occhi di tutti, e la causa è occulta; gli sviluppi in mano alla sorte. Vennero uccisi anche alcuni dei soldati fedeli, dopo che i ribelli, compreso l'obiettivo di tanto furore, avevano messo anch'essi mano alle armi. Né il legato né alcun tribuno intervenne per frenarli: si lasciò a quella massa di giustizieri mano libera fino alla sazietà. Poi nel campo entrò Germanico che tra molte lacrime definì l'accaduto non un rimedio bensì una carneficina: e fece cremare i cadaveri. Quegli animi, ancora in preda alla ferocia, sono allora presi dal desiderio di marciare contro il nemico a espiazione della loro furia: non in altro modo - pensavano - era loro dato di placare i mani dei commilitoni, se non ricevendo nei petti contaminati ferite onorevoli. Cesare Germanico asseconda lo slancio dei soldati e, gettato un ponte, vi fa passare dodicimila legionari, ventisei coorti di alleati e otto ali di cavalleria, il cui senso della disciplina si era mantenuto, nel corso della ribellione, irreprensibile.
50. A poca distanza se ne stavano i Germani, ben contenti della situazione, mentre noi eravamo in pieno lutto per la morte di Augusto e alle prese con conflitti interni. Ma i Romani, con rapida marcia, tagliarono per la selva Cesia e la linea fortificata iniziata da Tiberio, mettono il campo proprio su quella linea, proteggendo la fronte e le spalle con un vallo e i fianchi con cataste di tronchi. Da lì passarono attraverso foreste tenebrose, valutando se seguire, tra due percorsi, la via breve e normale oppure una difficilmente praticabile e mai tentata, e perciò incustodita dai nemici. Scelta la via più lunga, affrettano le operazioni di marcia: gli esploratori infatti avevano riferito che per i Germani quella notte era di festa, rallegrata da solenni banchetti. Cecina riceve l'ordine di precedere la colonna con coorti armate alla leggera, per aprire un passaggio nella foresta; le legioni seguono a breve distanza. Ebbero il vantaggio di una notte chiara e stellata e giunsero ai villaggi dei Marsi, dove sistemarono avamposti tutt'attorno, mentre i barbari erano ancora sdraiati sui giacigli o vicini alle mense, senza timore, senza sentinella alcuna: per negligenza, c'erano disorganizzazione e disordine totali; e non esisteva timore di guerra ma non v'era nemmeno la pace, se non lo stato di torpida rilassatezza degli ubriachi.
51. Cesare, perché la devastazione fosse più estesa, divide le legioni, impazienti, su quattro colonne e mette così a ferro e fuoco un territorio di cinquanta miglia. Né il sesso né l'età poterono indurre a misericordia alcuna. Distruggono il profano e il sacro indiscriminatamente, radono al suolo il tempio più famoso per quei popoli, chiamato di Tanfana. Illesi i nostri soldati, che avevano massacrato gente assopita, inerme o dispersa in fuga. La strage scosse Brutteri, Tubanti e Usipeti, che corsero a presidiare le foreste, per le quali l'esercito doveva fare ritorno. Germanico, informato, si mosse coi reparti pronti insieme alla marcia e al combattimento. Procedevano in testa parte della cavalleria e le coorti ausiliarie, poi la prima legione, e le salmerie, in mezzo alla colonna, erano chiuse e difese dagli uomini della ventunesima sulla sinistra e della quinta sulla destra; proteggeva le spalle la ventesima legione, seguita dagli altri alleati. I nemici non si mossero finché la colonna non si fu snodata per le balze boscose; ma poi, fra attacchi di disturbo sui lati e la fronte, sferrano tutta la violenza del loro assalto alla retroguardia. Già le coorti leggere si scompigliavano sotto le ondate massicce dei Germani, quando Cesare, portatosi a cavallo dai legionari della ventunesima, gridò a gran voce che quello era il momento di cancellare l'onta della rivolta: avanti dunque, e presto, a mutare la colpa in gloria. Fu una vampata di entusiasmo: in un assalto compatto sfondano il nemico, lo ricacciano all'aperto e lo sterminano. Intanto l'avanguardia uscì dalle foreste e fortificò il campo. Da lì in poi il percorso fu sicuro, e i soldati, fieri dei recenti successi e dimentichi dei fatti passati, vengono disposti negli alloggiamenti invernali.
52. L'annuncio di questi avvenimenti arrecò a Tiberio gioia e inquietudine: si compiaceva per la repressione della rivolta, ma che Germanico si fosse conquistato il favore dei soldati con le largizioni di denaro e i congedi anticipati e che si fosse procurato anche gloria militare, questo era per lui un rovello. Fece peraltro una relazione al senato sugli avvenimenti verificatisi e sulle imprese compiute e si dilungò nel ricordare il valore di Germanico, con qualche parola troppo d'effetto, perché si potesse credere che gli venisse dal cuore. Lodò Druso e la conclusione della rivolta in Illiria con un discorso più succinto ma dai toni più appassionati e sinceri. E tutte le concessioni fatte da Germanico le rese valide anche per gli eserciti della Pannonia.
53. In quel medesimo anno venne a morte Giulia, relegata molto prima, per la sua dissolutezza, dal padre Augusto nell'isola Pandateria, e in seguito nella città di Reggio sullo stretto di Sicilia. Era stata sposata con Tiberio negli anni in cui erano in vita Gaio e Lucio Cesare, ma l'aveva disprezzato come indegno di lei, e questo era stato il motivo personale per cui Tiberio s'era ritirato a Rodi. Salito al potere, la lasciò morire di miseria, in una lunga consunzione, in esilio, malfamata e, dopo l'uccisione di Postumo Agrippa, priva di ogni speranza, convinto che, dopo lunghi anni di confino, nessuno si sarebbe accorto della sua morte. Per un identico motivo infierì contro Sempronio Gracco, il quale, di famiglia nobile, di intelligenza pronta e di parola affascinante ma perversa, aveva spinto all'adulterio appunto Giulia, al tempo del suo matrimonio con Marco Agrippa. Ma il libertino Sempronio non si era fermato qui: l'ostinato amante eccitava Giulia, ora moglie di Tiberio, alla ribelle insofferenza e all'odio contro il marito, e si tendeva a credere che le lettere, scritte da Giulia al padre Augusto contenenti attacchi a Tiberio, fossero opera di Gracco. Perciò Sempronio, relegato a Cercina, isola del mare d'Africa, rimase quattordici anni in esilio. I soldati allora mandati a ucciderlo lo trovarono su un promontorio lungo il mare, in attesa del peggio. Al loro arrivo, chiese un po' di tempo per scrivere, in una lettera, le sue ultime volontà alla moglie Alliaria, e porse il collo ai suoi carnefici dimostrando nella morte una fermezza non indegna del nome Sempronio che portava: nome che aveva invece disonorato in vita. Secondo la versione di alcuni, i soldati non sarebbero venuti da Roma, bensì da parte del proconsole d'Africa Lucio Asprenate, per iniziativa di Tiberio, il quale aveva, ma invano, sperato di far ricadere su Asprenate l'infamia di quell'assassinio.
54. Sempre lo stesso anno vide l'istituzione di un nuovo culto con la creazione del collegio dei sacerdoti di Augusto, così come in un lontano passato, Tito Tazio, per conservare i riti sabini, aveva istituito il collegio sacerdotale dei Tizi. Ventuno furono gli eletti fra le personalità più autorevoli di Roma, e ad essi si aggiunsero Tiberio, Druso, Claudio e Germanico. Ma a turbare i ludi Augustali, celebrati allora per la prima volta, intervennero i disordini prodotti dalla rivalità fra gli istrioni. Augusto era stato condiscendente con quel tipo di spettacolo, per assecondare Mecenate, entusiasta di Batillo; e del resto anch'egli condivideva tali gusti e riteneva buona politica quella di presenziare agli spettacoli amati dalle folle. Diversa invece era la condotta di Tiberio: ma non osava ancora imporre comportamenti più austeri a un popolo abituato per tanti anni a costumi rilassati.
55. [15 d.C.]. Nell'anno del consolato di Druso Cesare e Gaio Norbano, viene decretato il trionfo per Germanico, benché non fosse ancora risolta la guerra, per la quale si stava preparando col massimo impegno e con larghezza di mezzi per l'estate, ma che anticipò all'inizio della primavera con un'improvvisa puntata contro i Catti. Si era infatti profilata la speranza di un dissidio tra i nemici, divisi fra Arminio e Segeste, a noi ben noti, il primo per la perfidia, l'altro per la lealtà nei nostri confronti. Arminio era l'uomo che sobillava la Germania; Segeste, spesso, in altre occasioni, e anche nell'ultimo convito che precedette le ostilità, ci aveva informato che erano in corso i preparativi di una rivolta anti-romana, e aveva suggerito a Varo di imprigionarlo insieme ad Arminio e agli altri capi: il popolo - diceva - non avrebbe preso iniziative senza i capi, e Varo poi avrebbe avuto modo di distinguere colpevoli e innocenti. Ma Varo cadde travolto dal destino e per mano di Arminio. Segeste, benché trascinato alla guerra dal volere di tutto il popolo, manteneva il suo atteggiamento di dissenso; anzi l'odio si era inasprito per ragioni private, per avergli Arminio rapito la figlia, già promessa a un altro: sicché era Arminio genero detestato di un suocero a lui avverso; e ciò che tra uomini in reciproca armonia costituisce legame d'affetto, era tra i due, avversi, stimolo all'odio.
56. Germanico dunque affida a Cecina quattro legioni, cinquemila ausiliari e truppe irregolari di Germani stanziati al di qua del Reno; si mette personalmente alla testa di altrettante legioni e di un numero doppio di alleati, e, posta una piazzaforte sulle rovine di un forte costruito da suo padre sul monte Tauno, lancia il suo esercito, alleggerito dalle salmerie, contro i Catti, lasciando Lucio Apronio a tenere aperte le vie di comunicazione e i passaggi sui corsi d'acqua. Infatti, grazie alla siccità e alla magra dei fiumi (evento raro per quel clima) aveva potuto accelerare la marcia senza ostacoli, ma si temevano le piogge e la piena dei fiumi al ritorno. Piombò sui Catti tanto inatteso che quanti, per sesso o età, non poterono difendersi, vennero subito presi o trucidati. I giovani avevano passato a nuoto il fiume Adrana e disturbavano i Romani intenzionati a costruire un ponte; poi, respinti da lanci di frecce con l'impiego di macchine da guerra, dopo vani tentativi di trattare la pace, una parte trovò rifugio presso Germanico e gli altri, lasciati boschi e villaggi, si dispersero nelle foreste. Cesare Germanico, incendiata Mattio (la loro capitale) e devastate le campagne, ritornò verso il Reno, senza che il nemico osasse molestare alle spalle i Romani al loro rientro, come invece soleva fare quando si ritirava per motivi tattici più che per paura. I Cherusci avrebbero sì voluto aiutare i Catti, ma li atterrì Cecina, attaccandoli in più punti nel loro territorio; e contenne, in uno scontro vittorioso, i Marsi, che avevano osato affrontarlo.
57. Non molto tempo dopo giunsero dei messi da parte di Segeste: chiedevano aiuto contro la violenza dei suoi connazionali, che lo tenevano sotto assedio. Arminio esercitava su di loro un'influenza più forte, perché li spingeva alla guerra; per i barbari infatti l'audacia e la decisione ispirano tanta più fiducia e, nei momenti critici o di rischio, tali caratteristiche godono di una netta preferenza. Al gruppo dei suoi inviati Segeste aveva aggiunto il figlio, di nome Segimundo, ma il giovane esitava, sapendo di essere in colpa. Infatti nell'anno in cui i Germani si ribellarono, quand'era sacerdote presso la capitale degli Ubii, s'era strappato le sacre bende, passando ai ribelli. Tuttavia, indotto a sperare nella clemenza romana, recò il messaggio del padre e, accolto benevolmente, fu mandato con una scorta sulla riva gallica del Reno. Germanico ritenne allora opportuno invertire la marcia: si combatté contro gli assedianti e Segeste venne liberato con un gran seguito di parenti e di amici. In mezzo a loro c'erano donne nobili, e fra esse la figlia di Segeste e moglie di Arminio, dal temperamento più simile al marito che al padre: non si abbandonò a lacrime e a parole di supplica ma stette con le mani serrate, sotto le pieghe della veste, chino lo sguardo sul ventre gravido. Furono recuperate anche le spoglie della strage di Varo, assegnate come bottino a gran parte di coloro che ora, arrendendosi, si affidavano ai Romani. Si fece avanti anche Segeste, gigantesco e impavido nella consapevolezza di una alleanza non tradita.
58. Questo fu il senso delle sue parole: «La mia costanza nella fedeltà al popolo romano non è di oggi. Da quando il divo Augusto mi ha concesso la cittadinanza, ho scelto amici e nemici in base ai vostri interessi, e non per odio verso la patria (i traditori sono abietti anche agli occhi di coloro a favore dei quali si schierano) ma perché giudicavo identici gli interessi dei Romani e dei Germani e preferibile la pace alla guerra. Perciò a Varo, allora comandante in capo dell'esercito, ho denunciato il rapitore di mia figlia, Arminio, che ha violato la vostra alleanza. Ma poiché Varo, per indolenza, non aveva preso nessuna iniziativa, non potendo appellarmi alle leggi, l'ho supplicato di imprigionare me, Arminio e i suoi complici: mi è testimone quella notte, che vorrei fosse stata l'ultima. Quel che avvenne poi si può meglio deplorare che giustificare: il fatto è che misi in catene Arminio, ma le dovetti poi subire io stesso a opera di chi lo appoggiava. E ora che mi è dato incontrarti, dichiaro subito di preferire la vecchia realtà alla nuova, la quiete ai disordini; e non per avere ricompensa ma per cancellare il sospetto di tradimento ed essere al tempo stesso mediatore efficace per il popolo dei Germani, se mai vorrà preferire il ravvedimento alla rovina. Chiedo perdono per l'errore giovanile di mio figlio; quanto a mia figlia, lo ammetto, è stata qui tratta solo da inevitabili circostanze. Toccherà a te stabilire cosa conta di più. Se aver concepito da Arminio o essere nata da me.» Benevola è la risposta di Cesare Germanico, il quale promette l'incolumità ai suoi figli e parenti e a lui una dimora nell'antica provincia. Ricondusse poi indietro l'esercito e, su proposta di Tiberio, ricevette il titolo di imperator. La moglie di Arminio diede alla luce un bimbo di sesso maschile: il fanciullo fu educato a Ravenna e, come sia diventato gioco della fortuna, narrerò a suo tempo.
59. La notizia, subito divulgata, della resa di Segeste e del benevolo trattamento da lui ricevuto, viene accolta, a seconda che la guerra fosse avversata o voluta, con speranza o con dolore. Arminio, già per natura violento, era in preda al furore, pensando alla moglie rapita e al figlio sottoposto, ancora nel ventre materno, alla schiavitù; così correva tra i Cherusci a chiedere armi contro Segeste, armi contro Germanico. E non risparmiava gli insulti: che padre eccezionale, che gran generale e che forte esercito! Quante mani per portar via una debole donna! Davanti a lui invece erano cadute tre legioni e altrettanti legati: non combatteva col tradimento e contro donne incinte, ma scendeva, a viso aperto, contro uomini armati! Si potevano ancora vedere nei boschi sacri ai Germani le insegne da lui appese e consacrate agli dèi patrii. Segeste abitasse pure sulla riva dei vinti, rendesse pure al figlio la carica di sacerdote per il culto di un uomo: mai i Germani sapranno perdonargli di aver dovuto vedere, tra l'Elba e il Reno, le verghe, le scuri e la toga romana. Altri popoli, ignorando il dominio di Roma, non avevano mai provato i supplizi, non conoscevano i tributi: ma poiché loro se ne erano liberati e se ne era andato scornato quel famoso Augusto consacrato fra gli dèi, e così Tiberio, da lui scelto come successore, non c'era motivo di temere un giovane inesperto e un esercito di ribelli. Se ai padroni e alle nuove colonie preferivano la patria, i genitori e gli antichi valori, dovevano seguire Arminio verso la gloria e la libertà, non Segeste che li trascinava ad una schiavitù infamante.
60. Si mobilitarono a quelle parole non solo i Cherusci ma anche i popoli vicini e si schierò dalla sua parte anche lo zio di Arminio, Inguiomero, da tempo autorevole presso i Romani. Aumentò quindi la preoccupazione di Cesare Germanico. E perché tutto il peso della guerra non gravasse su un unico fronte, invia Cecina con quaranta coorti romane, attraverso il territorio dei Brutteri, verso il fiume Amisia, per dividere le forze nemiche, mentre il prefetto Pedone conduce la cavalleria nella regione dei Frisii. Quanto a sé, Germanico trasporta quattro legioni, imbarcate su navi, attraverso i laghi: fanti, cavalieri e flotta si ritrovarono simultaneamente presso il fiume già nominato. I Cauci, che promettevano aiuto, furono inquadrati nelle nostre file. Lucio Stertinio, inviato in missione da Germanico con una colonna armata alla leggera, disperse i Brutteri, intenti a bruciare i loro paesi e, nel corso della strage e del saccheggio, trovò l'aquila della diciannovesima legione, perduta con Varo. L'esercito fu condotto fino ai confini estremi dei Brutteri, devastando il territorio tra i fiumi Amisia e Lupia, non lontano dalla selva di Teutoburgo, dove si dicevano insepolti i resti di Varo e delle sue legioni.
61. Sorse allora in Cesare Germanico il desiderio di rendere gli estremi onori ai soldati e al loro comandante, tra la generale commiserazione dell'esercito lì presente al pensiero dei parenti, degli amici e ancora dei casi della guerra e del destino umano. Mandato in avanscoperta Cecina a esplorare i recessi della foresta e a costruire ponti e dighe sugli acquitrini delle paludi e sui terreni insidiosi, avanzavano in quei luoghi mesti, deprimenti alla vista e al ricordo. Il primo campo di Varo denotava, per l'ampiezza del recinto e le dimensioni del quartier generale, il lavoro di tre legioni; poi, dal trinceramento semidistrutto, dalla fossa non profonda, si arguiva che là si erano attestati i resti ormai ridotti allo stremo. In mezzo alla pianura biancheggiavano le ossa, sparse o ammucchiate, a seconda della fuga o della resistenza opposta. Accanto, frammenti di armi e carcasse di cavalli e teschi confitti sui tronchi degli alberi. Nei boschi vicini, are barbariche, sulle quali avevano sacrificato i tribuni e i centurioni di grado più elevato. I superstiti di quella disfatta, sfuggiti alla battaglia o alla prigionia, raccontavano che qui erano caduti i legati e là strappate via le aquile, e dove Varo avesse subito la prima ferita e dove il poveretto, di sua mano, avesse trovato la morte; da quale rialzo avesse parlato Arminio, quanti patiboli e quali fosse avessero preparato per i prigionieri e come, nella sua superbia, Arminio avesse schernito le insegne e le aquile.
62. Dunque sei anni dopo quella strage, c'era là un esercito romano a seppellire le ossa di tre legioni, senza che alcuno sapesse se ricopriva di terra i resti di un estraneo o di uno dei suoi, ma tutti li sentivano come congiunti, come consanguinei, e cresceva in loro, mesti e furenti a un tempo, la rabbia contro il nemico. La prima zolla del tumulo in costruzione la pose Cesare Germanico: un nobile gesto d'onore verso i morti e di partecipazione al dolore dei presenti. Ciò non trovò l'approvazione di Tiberio, sia che interpretasse al peggio ogni atto di Germanico, sia nell'ipotesi che, davanti allo spettacolo di quel massacro e dei corpi insepolti, ne risentisse la combattività dell'esercito e crescesse la paura del nemico; inoltre riteneva che un comandante, nel suo ruolo di augure e rivestito delle più antiche cariche sacerdotali, non avrebbe dovuto officiare riti funebri.
63. Germanico comunque, inseguito Arminio in ritirata verso zone impervie, appena ne ebbe l'occasione, ordina ai cavalieri di lanciarsi al galoppo e di occupare la piana in cui s'era insediato il nemico. Arminio diede ordine ai suoi di raccogliersi e ripiegare verso le foreste e poi, di colpo, opera una conversione: subito dopo agli uomini appostati nelle aree selvose dà il segnale di balzare all'attacco. I cavalieri furono allora scompigliati dalla tattica inattesa, e l'invio di coorti di riserva e il loro impatto con gli squadroni in fuga aumentarono la confusione; e tutti sarebbero stati ricacciati verso una palude, ben nota ai vincitori e pericolosa per i Romani, perché non ne conoscevano l'esistenza, se Cesare Germanico non avesse fatto avanzare le legioni schierate a battaglia. Seguì panico fra i nemici e rinnovata fiducia nei soldati, sicché, a conclusione dello scontro, non si ebbero né vincitori né vinti. Ricondotto poi l'esercito all'Amisia, riporta indietro le legioni con la flotta come le aveva fatte venire; una parte della cavalleria ebbe l'ordine di raggiungere il Reno lungo la costa dell'Oceano. A Cecina, benché, alla testa dei suoi uomini, tornasse lungo un itinerario noto, fu suggerito di superare nel tempo più breve i «ponti lunghi». Si trattava di uno stretto passaggio tra vaste paludi, costruito in passato, su un argine, da Lucio Domizio; il resto era terreno limaccioso, dove si affondava in una melma vischiosa, e malfido per tanti piccoli corsi d'acqua; attorno si stendevano foreste in leggero pendio, che allora Arminio riempì dei suoi, dopo aver preceduto, per scorciatoie e con rapida marcia, i Romani carichi di salmerie e di armi. Cecina, preoccupato su come poter ripristinare i ponti rovinati dal tempo e insieme respingere il nemico, decise di accamparsi sul posto, così che alcuni iniziassero i lavori e altri pensassero allo scontro.
64. I barbari, nel tentativo di sfondare i reparti di presidio e di buttarsi sugli uomini al lavoro, cercano mosse di disturbo, aggiramenti provano assalti, e si mescolano le grida degli uomini impegnati nei lavori e in combattimento. Tutto, senza eccezione, alcuna, era avverso ai Romani: il pantano profondo, instabile sotto il piede, scivoloso per chi procedeva; i corpi appesantiti dalle corazze e l'impossibilità di calibrare i lanci in mezzo all'acqua. I Cherusci invece erano abituati ai combattimenti nelle paludi, erano di alta statura e avevano lance enormi, atte a ferire anche da lontano. Finalmente la notte sottrasse le legioni in difficoltà a un combattimento che volgeva al peggio. I Germani, resi infaticabili dal successo, senza concedersi neppure allora un po' di riposo, convogliavano nelle zone basse tutte le acque che scaturivano dalle alture circostanti: allagatosi il terreno e crollati i lavori già fatti, i soldati dovettero affrontare una doppia fatica. Cecina aveva quarant'anni di carriera, passati da subalterno e con responsabilità di comando: aveva conosciuto successi e difficoltà, perciò non si lasciava intimorire. Quindi, vagliate le possibili mosse, non trovò di meglio che costringere il nemico dentro le foreste, fino a che non fossero passati i feriti e la parte della colonna coi carichi più pesanti: infatti, proprio nel mezzo, tra monti e paludi, si snodava una striscia di terreno in piano, bastante a consentire un esiguo schieramento. Vengono scelti la quinta legione per il lato destro, la ventunesima per il sinistro, i soldati della prima in avanguardia e la ventesima per gli attacchi alle spalle.
65. Fu senza riposo, per diversi motivi, la notte: i barbari, in festosi banchetti, riempivano la valle sottostante di canti lieti alternati a clamori selvaggi riecheggiati dalle foreste; dai Romani fuochi quasi spenti, un parlare spezzato, mentre gli uomini giacevano sparsi lungo il vallo o si muovevano fra le tende, insonni più che intenti a vigilare. Un sogno angoscioso e funesto spaventò il comandante: gli parve di vedere Quintilio Varo emergere, tutto coperto di sangue, dalle paludi e gli sembrò di udirlo come se lo chiamasse, ma egli non gli prestava ascolto e rifiutò la mano che Varo gli tendeva. Allo spuntar del giorno, le legioni inviate sui fianchi, per paura o indisciplina, abbandonarono la posizione per correre ad occupare la striscia di terra oltre la palude. Tuttavia Arminio, pur avendo via libera all'attacco, non assalì subito: ma quando vide i carriaggi impantanati nel fango e nei fossi, il confuso affaccendarsi lì attorno dei soldati, il succedersi disordinato dei reparti e si accorse, come allora succede, che ognuno badava a sé e le orecchie erano sorde ai comandi, dà ordine ai Germani di muovere all'assalto gridando: «Ecco Varo e, per lo stesso destino, le legioni ancora in mano nostra!» E subito coi suoi uomini migliori spezza la colonna, mirando a colpire sopra tutto i cavalli. Essi, scivolando sul proprio sangue e nella fanghiglia della palude, disarcionati i cavalieri, travolgono chi si para loro davanti e calpestano gli uomini a terra. Il peggio fu attorno alle aquile, nell'impossibilità di portarle avanti sotto una grandine di dardi o di piantarle nel terreno fangoso. A Cecina, tutto preso a far reggere i reparti, colpiscono il cavallo dal di sotto; finito a terra, sarebbe stato circondato, ma si oppose la prima legione. Se finì bene, fu grazie all'avidità dei nemici, dimentichi, per buttarsi sulla preda, di uccidere. Solo a sera le legioni riuscirono a mettere piede su un terreno aperto e solido. Ma non fu la fine del dramma: c'era da costruire il vallo, cercare il materiale per il terrapieno, e gran parte degli attrezzi, con cui scavare la terra e fendere le zolle, era andata perduta; mancavano tende per i soldati, medicine per i feriti; mentre si spartivano i cibi imbrattati di fango e di sangue, imprecavano a quelle tenebre, sentite come presagio di morte, e a quello che sarebbe stato l'ultimo giorno per tante migliaia di uomini.
66. Capitò che un cavallo, liberatosi dalle briglie, si mettesse a galoppare dentro l'accampamento e, spaventato dalle grida, travolgesse alcuni che gli correvano incontro. Nel sospetto di un'irruzione dei Germani, fu tale il panico dei soldati, che tutti si precipitarono alle porte, e in particolare alla decumana, opposta alla posizione del nemico e più sicura per chi fuggiva. Cecina comprese che si trattava di un falso allarme ma, non riuscendo né con l'autorità né con le preghiere e neanche con la forza a opporsi ai soldati e a trattenerli, gettatosi a terra sul limitare della porta, poté alla fine bloccare l'uscita con la compassione, perché avrebbero dovuto passare sul corpo del legato. Intanto i tribuni e i centurioni spiegarono che si trattava di una paura senza fondamento.
67. Allora, radunati i legionari nel quartier generale e imposto loro di ascoltarlo in silenzio, Cecina ricorda la gravità del momento: l'unica salvezza stava nelle armi, ma dovevano usarle con intelligenza, restando all'interno del campo, finché i nemici, col proposito di espugnarlo, non si fossero fatti sotto; allora sarebbe stato il momento di balzar fuori da ogni parte: la sortita li avrebbe portati al Reno. Se si fossero invece dati alla fuga, li attendevano solo foreste più vaste, paludi più profonde e la ferocia del nemico; al contrario, vincendo, li attendevano onore e gloria. Ricorda loro gli affetti familiari e la dignità della vita militare; nessuna parola sui rovesci subiti. Poi consegna, cominciando dai propri, e senza riguardo alcuno per quelli dei legati e tribuni, un cavallo ai combattenti più valorosi: toccava loro lanciarsi per primi, seguiti dai fanti, contro il nemico.
68. Inquietudine non minore vivevano i Germani tra speranza, ansia di preda e discordi pareri dei capi. Arminio cercava di convincerli a lasciar uscire i Romani per poi circondarli quand'erano ancora su terreni paludosi e impraticabili, mentre Inguiomero proponeva una tattica più fiera e più gradita ai barbari, quella cioè di circondare con le armi il vallo: rapida sarebbe stata allora l'espugnazione, più numerosi i prigionieri, intatta la preda. Dunque, al sorgere del giorno, fanno franare le fosse, vi gettano sopra graticci, cercano di afferrare la parte superiore del vallo, dove stavano pochi soldati pressoché paralizzati dalla paura. Quando furono tutti intenti a scalare le difese, viene dato il segnale alle coorti e risuonarono i corni e le trombe. Subito i Romani si riversano con clamore alle spalle dei Germani gridando: qui non ci sono foreste e paludi ma una posizione uguale per tutti e un uguale aiuto degli dèi. Al nemico, che si aspettava un facile massacro e pochi difensori male armati, il suono delle trombe, il fulgore delle armi, tanto più d'effetto quanto meno attesi, offuscano la mente; cadevano, sprovveduti nelle avversità come smaniosi nel successo. Lasciarono la battaglia Arminio incolume e Inguiomero gravemente ferito; continuò lo sterminio della massa, finché durarono rabbia e luce. Finalmente, nella notte, le legioni tornarono, pur col peso di altre ferite e con la stessa penuria di cibo; ma, nella vittoria, era come se avessero tutto, forze, salute, abbondanza.
69. S'era intanto sparsa la notizia dell'esercito accerchiato e che i Germani puntavano minacciosi verso le Gallie; e, se Agrippina non avesse impedito la distruzione del ponte sul Reno, c'era gente disposta, per paura, a tale infamia. Ma, donna d'animo grande, si assunse in quei giorni i doveri di chi comanda e distribuì ai soldati, laceri o feriti, vesti e medicine. Gaio Plinio, lo storico delle guerre germaniche, narra che ella si pose in capo al ponte a rendere lodi e ringraziamenti alle legioni che tornavano. Il suo comportamento impressionò nel profondo l'animo di Tiberio: non erano - pensava - premure disinteressate, né contro nemici esterni cercava il favore dei soldati. Nessun potere restava ai capi dell'esercito, quando una donna passava in rivista i manipoli, andava incontro alle insegne, cercava di imporsi, ricorrendo ai doni, come se già poca ambizione dimostrasse il fatto che si portava in giro il figlio del comandante vestito da semplice soldato o voleva che un Cesare fosse chiamato Caligola. Dunque tra gli eserciti ormai Agrippina contava più dei legati, dei comandanti in capo; e una rivolta, che il nome del principe non era valso a frenare, era stata repressa da una donna. Questi rancori rendeva più brucianti e velenosi Seiano che, buon conoscitore dell'indole di Tiberio, gettava semi d'odio per il futuro: Tiberio lo covava dentro quest'odio, per poi farlo prorompere, ingigantito.
70. Germanico intanto, fra le legioni che aveva fatto arrivare su nave, aveva affidato a Publio Vitellio la seconda e la quattordicesima con l'incarico di riportarle indietro via terra, e ciò perché la flotta, alleggerita, potesse navigare su quel mare poco profondo o arenarsi dolcemente col riflusso della marea. Marciò Vitellio con tranquillità nel primo tratto, su terreno asciutto o appena lambito dalla marea; ma in seguito, sotto le raffiche dell'Aquilone e per effetto della costellazione dell'equinozio, per la quale l'Oceano s'ingrossa vistosamente, la colonna venne travolta e trascinata via. Intanto la terra veniva sommersa: identico aspetto avevano mare, costa, campi, nell'impossibilità di distinguere il fondo malfermo dal terreno solido, i fondali bassi dai profondi. Le ondate li travolgono, i risucchi li inghiottono; animali, salmerie, corpi inanimati galleggiano in mezzo a loro e li urtano. Si confondono i manipoli emergenti ora fino al petto ora fino alla testa, trascinati via o sommersi, dove manca l'appoggio. A nulla servivano contro la furia delle onde le grida e gli incitamenti reciproci; nessuna differenza tra valorosi e vili, tra cauti e temerari, tra scelte e sorte: tutto è travolto da una identica violenza. Alla fine Vitellio riuscì a portarsi su una piccola altura e lì raccolse la colonna. Passarono la notte senza provviste, senza fuoco, nudi i più o malconci, in uno stato non meno pietoso di quelli accerchiati dal nemico: anzi, in tal caso, c'è almeno la possibilità di una morte onorevole, ma per questi solo una fine ingloriosa. Lo spuntare del giorno restituì loro la terra ed essi si addentrarono fino al fiume [Visurgi], dove Cesare Germanico si era diretto con la flotta. S'imbarcarono allora le legioni, che la voce diffusasi voleva annegate; e che fossero salve, fu creduto solo quando si vide Cesare e il suo esercito rientrare alla base.
71. Intanto Stertinio, inviato ad accogliere la resa di Segimero, fratello di Segeste, aveva già ricondotto lui e suo figlio nella città degli Ubii. Fu concesso a entrambi il perdono; senza problemi, per Segimero, ma non senza una qualche perplessità per il figlio, perché gli si addebitava di aver recato oltraggio alla salma di Quintilio Varo. Quanto ai soccorsi per i danni subiti dall'esercito, le Gallie, le Spagne, l'Italia fecero a gara, offrendo ciò di cui disponevano: armi, cavalli, denaro. Ne lodò Germanico la premura, ma accettò solo armi e cavalli per le necessità della guerra e ai soldati provvide col proprio denaro. Per alleviare, anche col suo personale interessamento, il ricordo della sofferta ritirata, visitava i feriti, tesseva elogi delle azioni individuali; e, nell'informarsi delle ferite, confortava gli uni con la speranza di guarigione, gli altri con la prospettiva della gloria e tutti con parole di incoraggiamento e con premure, rafforzando l'attaccamento alla sua persona e la fiducia nell'esito della guerra.
72. In quell'anno vennero decretate le insegne trionfali ad Aulo Cecina, Lucio Apronio e Gaio Silio per i meriti acquisiti nelle operazioni compiute con Germanico. Tiberio rifiutò l'appellativo di padre della patria, che il popolo volle a più riprese attribuirgli; né consentì, nonostante la proposta formale del senato, che si giurasse sui suoi atti, con la ribadita argomentazione che la precarietà è condizione tipica dell'uomo e che a una crescita di potere avrebbe corrisposto una condizione di maggiore insicurezza. Ciò peraltro non era prova della sua mentalità non monarchica; aveva infatti reintrodotto la legge di lesa maestà, che aveva lo stesso nome presso gli antichi ma si applicava a imputazioni ben diverse, cioè in caso di danni arrecati all'esercito, col tradimento, e al popolo, con le rivolte, e, nei casi di malgoverno dello stato, alla maestà del popolo romano. Oggetto di sanzioni erano dei fatti, mentre le parole non configuravano un reato. Augusto, applicando speciosamente quella legge, fu il primo a istruire un processo contro dei libelli diffamatori, perché scosso dalla spregiudicata compiacenza con cui Cassio Severo aveva infangato, in scritti saturi di indecenze, uomini e donne illustri. Poco dopo Tiberio, quando il pretore Pompeo Macro gli chiese se doveva dar corso ai processi di lesa maestà, rispose che la legge andava applicata. Fu urtato anch'egli dalla diffusione di alcuni versi, di autori anonimi, che criticavano la crudeltà e la superbia del principe e i suoi rapporti conflittuali con la madre.
73. Non sarà fuori posto ricordare i primi tentativi di incriminazione contro le persone di Falanio e Rubrio, semplici cavalieri romani, perché si sappia con quali mezzi Tiberio abbia iniziato e con quale tecnica raffinata abbia lasciato che attecchisse il fuoco di questa disastrosa rovina, e come poi sia stato soffocato, per divampare alla fine e tutto inghiottire. L'accusatore addebitava a Falanio la colpa di aver accolto tra i cultori di Augusto, esistenti in tutte le casate sotto forma di gruppo sacerdotale, un tale Cassio, un pantomimo abituato a vendere il suo corpo; e gli muoveva anche un'altra accusa, quella di avere, nella cessione di un giardino, venduto anche una statua d'Augusto. Quando Tiberio ne fu informato, scrisse ai consoli che non erano stati assegnati onori divini a suo padre, perché si risolvessero in rovina per i cittadini; che l'attore Cassio era solito partecipare con altri compagni d'arte ai giochi che sua madre Livia aveva consacrato alla memoria d'Augusto; né si configurava come reato religioso il fatto che l'effigie d'Augusto, come le statue di altre divinità, rientrassero nelle vendite di giardini e palazzi. Quanto allo spergiuro, doveva avere lo stesso valore che se avesse giurato il falso su Giove: alle offese agli dèi ci avrebbero pensato gli dèi.
74. Non passò molto tempo e il pretore di Bitinia Granio Marcello venne imputato di lesa maestà dal suo questore Cepione Crispino, e l'accusa venne sottoscritta da Romano Ispone. Cepione inaugurò una pratica che l'infamia dei tempi e l'impudenza degli uomini resero di moda. Egli infatti, povero e sconosciuto ma intrigante, riuscì a insinuarsi, attraverso rapporti riservati, nell'animo crudele del principe e a farsi ben presto pericolosissimo per le personalità più in vista, acquistando potere presso una sola persona ed esecrazione da parte di tutti: diede così un esempio, grazie a cui i suoi imitatori, divenuti ricchi da poveri e temibili da insignificanti, provocarono la rovina di altri e, alla fine, anche di se stessi. Cepione denunciava Marcello per aver pronunciato discorsi offensivi contro Tiberio, addebito incontestabile, perché l'accusatore sceglieva dalla vita del principe le peggiori turpitudini e le attribuiva all'accusato: e, trattandosi di cose vere, si credeva anche che fossero state pronunciate. Ispone aggiunse nella denuncia che Marcello aveva assegnato alla propria statua un posto più alto rispetto alle statue dei Cesari, e sostituito, in un'altra statua, il volto di Tiberio alla testa amputata di Augusto. Di fronte a queste accuse, Tiberio si adirò al punto da proclamare, infrangendo il suo abituale silenzio, che, in quella causa, anche lui avrebbe espresso il suo giudizio, palese e sotto giuramento, per costringere gli altri a fare altrettanto. Rimaneva, però, qualche traccia della moribonda libertà. Gneo Pisone infatti chiese: «A che punto darai il voto, Cesare? Se sarai il primo, saprò come regolarmi; se invece dopo tutti, temo di poter dissentire senza volerlo». Scosso da queste parole, Tiberio, remissivo nel ricredersi, quanto più s'era prima scoperto in preda alla collera, lasciò che l'accusato fosse assolto dal reato di lesa maestà e, per il reato di concussione, passò la causa ai giudici competenti.
75. Non pago dei processi istruiti in senato, assisteva anche alle cause ordinarie, standosene, in tribunale, a lato della tribuna, per non costringere il pretore a lasciargli la sedia curule; e, grazie alla sua presenza, furono prese molte decisioni contrarie agli intrighi e alle pressioni dei potenti. Ma mentre ci si prendeva cura della verità, veniva intaccata la libertà. Avvenne poi che il senatore Pio Aurelio, lamentando il rischio di crollo della sua casa in seguito alla costruzione di una strada e di un acquedotto, richiedesse un sussidio da parte del senato. Di fronte all'opposizione dei pretori responsabili dell'erario, Tiberio sovvenne personalmente Aurelio, risarcendogli il prezzo della casa, perché voleva dimostrare che il pubblico denaro andava speso con rigore, virtù che conservò a lungo, pur perdendo le altre qualità. All'ex pretore Properzio Celere, che chiedeva l'autorizzazione a uscire dal senato per motivi di povertà, elargì un milione di sesterzi, dopo che fu assodato che le sue ristrettezze risalivano all'eredità del padre. Altri tentarono di godere delle stesse concessioni, ma Tiberio volle che il senato ne verificasse i motivi, duro per smania di rigore anche quando applicava principi giusti. Perciò tutti gli altri preferirono il silenzio e la povertà, piuttosto che darne pubbliche ragioni per godere delle sovvenzioni.
76. Nello stesso anno il Tevere, ingrossato da piogge continue, aveva allagato le parti basse della città; quando le acque rifluirono, si verificarono crolli di edifici e si ebbero numerose vittime. Allora Asinio Gallo avanzò la proposta di consultare i libri sibillini. Si oppose Tiberio, incline a lasciare nel mistero sia il sacro che il profano, ma Ateio Capitone e Lucio Arrunzio ebbero mandato di provvedere ad arginare le acque. Tiberio poi decise di sottrarre temporaneamente al governo proconsolare l'Acaia e la Macedonia, che premevano per uno sgravio fiscale, e di affidarle al controllo diretto dell'imperatore. Allo spettacolo di gladiatori, che Druso aveva offerto a nome proprio e del fratello Germanico, presiedette appunto Druso, un po' troppo amante del sangue, per quanto di schiavi: del che si diceva che il padre l'avesse ripreso, perché era segno allarmante per il volgo. L'assenza di Tiberio dallo spettacolo fu oggetto di interpretazioni diverse: secondo alcuni per insofferenza della folla, secondo altri per la cupezza dell'indole e la paura di un confronto, avendovi Augusto preso parte con cordiale disinvoltura. Stento a credere che abbia voluto dare al figlio occasione di esibire la propria crudeltà per provocargli contro l'avversione del popolo: ma anche questo fu detto.
77. I disordini in teatro, già iniziati l'anno precedente, esplosero in modo più violento: persero la vita non solo alcuni spettatori plebei ma anche dei soldati e un centurione; rimase ferito anche un tribuno della coorte pretoria, nel tentativo di impedire insulti ai magistrati e scontri tra la folla. Sui fatti venne presentato un rapporto in senato e ci furono interventi che chiedevano di riservare ai pretori il diritto di usare le verghe contro gli istrioni. Oppose il veto il tribuno della plebe Aterio Agrippa, cui reagì con una dura replica Asinio Gallo, mentre taceva Tiberio, il quale concedeva al senato quell'apparenza di libertà. Peraltro il veto prevalse, perché in passato il divo Augusto, interpellato, aveva risposto che gli istrioni dovevano essere immuni dalle sferzate, e a Tiberio non era concesso violare le sue disposizioni. Molte furono invece le misure prese per limitare le somme destinate agli attori e contro le intemperanze dei loro sostenitori: tra le più significative, il divieto per i senatori di entrare nella casa di un pantomimo, per i cavalieri romani di scortarli quando si presentavano in pubblico e per gli stessi pantomimi di tenere spettacoli in luoghi diversi dal teatro; si conferì ai pretori il potere di infliggere l'esilio in caso di eccessi da parte degli spettatori.
78. Si consentì agli Spagnoli, dietro loro richiesta, di costruire un tempio ad Augusto nella colonia di Terragona, il che costituì un esempio per tutte le province. Nonostante la pressione del popolo per abolire l'imposta dell'uno per cento sulle vendite, istituita dopo le guerre civili, Tiberio confermò che la cassa militare si reggeva su quelle entrate; e insieme rese noto che lo stato non poteva far fronte all'onere, nel caso che i veterani venissero congedati prima del ventesimo anno di servizio. Quindi le decisioni avventate, risalenti all'ultima rivolta, quando si era strappato il congedo dopo sedici anni, furono abolite per il futuro.
79. Si discusse poi in senato, relatori Arrunzio e Ateio, se, per regolare le piene del Tevere, non convenisse deviare i fiumi e le acque dei laghi che lo alimentano; e furono ascoltate le delegazioni di municipi e colonie. Chiedevano i Fiorentini che la Chiana non fosse deviata dal suo corso e immessa nell'Arno, perché ciò sarebbe stato rovinoso per loro. Obiezioni analoghe avanzarono gli abitanti di Terni: sarebbe stata la rovina per i campi più fertili d'Italia, se la Nera, con la dispersione del suo corso in tanti canali, secondo il progetto, vi avesse ristagnato sopra. Si fecero sentire i cittadini di Rieti, che si opponevano allo sbarramento del lago Velino, il quale affluisce nella Nera: le acque si sarebbero riversate nei campi circostanti. La natura - argomentavano - aveva provveduto nel modo migliore al bene degli uomini, assegnando ai fiumi le loro fonti, il loro corso e, come le sorgenti, così le foci; andava anche rispettato il sentimento religioso degli alleati, che avevano consacrato culti, boschi e altari ai fiumi patrii; anche lo stesso Tevere non poteva accettare di scorrere, privato degli affluenti che lo attorniavano, con minore gloria. Le insistenze delle colonie o la difficoltà dei lavori oppure lo scrupolo religioso prevalsero; fu accolto il parere di Gneo Pisone, che proponeva di lasciare tutto inalterato.
80. Viene prorogato a Poppeo Sabino il governo della Mesia, con l'aggiunta delle province di Acaia e di Macedonia. Anche questo era un sistema tipico di Tiberio: prolungare il potere e mantenere, in genere fino alla fine della vita, le stesse persone a capo degli eserciti o nei settori di amministrazione civile. Molteplici le spiegazioni addotte. Secondo alcuni era il fastidio di nuove preoccupazioni a render valide per sempre decisioni prese una volta; secondo altri, per gelosia, perché fossero in pochi a goderne; c'è anche chi lo ritiene accorto nel giudizio ma incerto nelle scelte: in effetti non andava in cerca di qualità eccellenti e, per contro, detestava i vizi: dai migliori temeva un pericolo per sé, dai peggiori lo scandalo di una pubblica vergogna. In questa esitazione finì per giungere al punto di affidare delle province a persone alle quali non avrebbe poi consentito di uscire da Roma per raggiungerle.
81. Sui comizi consolari, su quelli tenutisi allora per la prima volta sotto Tiberio e su quelli successivi, è azzardato fare affermazioni precise: tanto disparate sono le notizie rintracciabili non solo negli storici ma anche nei discorsi dello stesso Tiberio. In alcuni casi, senza citare il nome dei candidati, illustrava di ciascuno l'origine, la vita e la carriera militare, in modo che si capisse di chi parlava; altre volte, tolte anche quelle indicazioni e raccomandato ai candidati di non turbare i comizi, brigando per i voti, promise il suo interessamento per il loro successo; il più delle volte spiegò che aveva comunicato ai consoli solo i nomi di quelli che si erano presentati a lui; altri potevano candidarsi, se contavano sul proprio credito e sui propri meriti: belle parole, ma in sostanza vane o subdole, e quanto più ammantate di un'apparenza di libertà tanto più destinate a sfociare in una schiavitù odiosa.
LIBRO SECONDO
1. [16 d.C.]. Sotto il consolato di Sisenna Statilio [Tauro] e di Lucio Libone, i regni e le province romane d'Oriente furono percorsi da disordini, scoppiati inizialmente tra i Parti, che disprezzavano come straniero il proprio re, benché appartenesse alla famiglia degli Arsacidi, perché richiesto a Roma e da Roma venuto. Si trattava di Vonone, che Fraate aveva dato in ostaggio ad Augusto. Fraate, infatti, pur avendo respinto gli eserciti e i generali romani, aveva riservato ad Augusto ogni manifestazione di deferenza e gli aveva inviato parte della sua prole allo scopo di suggellare l'amicizia, non tanto per paura di noi quanto per diffidenza verso i propri compatrioti.
2. Dopo la morte di Fraate e dei suoi successori al trono, a causa di lotte intestine, venne a Roma un'ambasceria dei più ragguardevoli tra i Parti, per richiamare Vonone, il maggiore dei figli di Fraate. Augusto interpretò tale gesto come molto onorevole per sé e fornì Vonone di tutti i mezzi necessari. E i barbari lo accolsero festanti, come sempre accade con un nuovo sovrano. Poi subentrò la vergogna: i Parti avevano ceduto a un gesto degenere; avevano cercato, in un mondo diverso, un re traviato dall'educazione dei nemici; ormai il trono degli Arsacidi veniva considerato e assegnato come una delle province romane. Dov'era mai finita la gloria di chi aveva trucidato Crasso e scacciato Antonio, se un servo di Cesare, coi segni della schiavitù subita per tanti anni, veniva adesso a comandare sui Parti? Li esasperava nel loro sdegno lo stesso Vonone con un comportamento così diverso dalle tradizioni avite: rara la sua partecipazione alla caccia, spenta la passione per i cavalli, sempre sorretto in lettiga se passava attraverso le città e ostentante spregio per i banchetti della sua terra. Deridevano il suo seguito di Greci e il sigillo che imprimeva anche sulle cose più vili. Le facili udienze, la cordialità spontanea, virtù ignote ai Parti, erano per loro nuovi vizi; e, poiché ogni suo atto era estraneo ai loro costumi, buono o cattivo che fosse, egualmente lo odiavano.
3. Chiamano pertanto Artabano, di sangue arsacide, allevato tra i Dai, il quale, superato in un primo scontro, reintegra le sue forze e s'impossessa del regno. Il vinto Vonone trovò rifugio in Armenia, che allora non aveva re e, situata tra le potenze dei Parti e dei Romani, era a noi infida per il delitto commesso da Antonio, il quale, dopo aver attirato il re degli Armeni Artavasde, fingendosi a lui amico, lo aveva prima incatenato e poi ucciso. Suo figlio Artassia, a noi ostile per il ricordo del padre, aveva salvato sé e il regno con l'appoggio degli Arsacidi. Dopo l'assassinio di Artassia per tradimento dei suoi parenti, Augusto diede agli Armeni come re Tigrane, che venne accompagnato nel suo regno da Tiberio Nerone. Ma non fu lungo il regno di Tigrane e nemmeno quello del figlio e della figlia, benché si fossero, secondo l'uso barbarico, uniti nel matrimonio e nel regno.
4. Allora, per volere di Augusto, fu imposto sul trono Artavasde, poi abbattuto non senza gravi perdite per noi. Riceve a questo punto l'incarico di pacificare l'Armenia Gaio Cesare. Questi vi mise a capo Ariobarzane, originario della Media e bene accetto agli Armeni per la straordinaria prestanza fisica e il grande coraggio. Scomparso Ariobarzane per morte accidentale, non vollero saperne della sua discendenza; dopo aver sperimentato il governo di una donna, di nome Erato, presto scacciata, incerti e disuniti e più senza padrone che in stato di libertà, accolgono come re il profugo Vonone. Ma alle prime minacce di Artabano, poiché si poteva fare poco conto sul sostegno degli Armeni, oppure appariva inevitabile la guerra coi Parti, se lo si voleva difendere con le nostre forze, il governatore della Siria, Cretico Silano, convoca Vonone e lo tiene sotto sorveglianza, pur conservandogli il fasto e il nome di re. Cos'abbia poi escogitato Vonone, per sottrarsi a tale onta, lo narreremo a suo tempo.
5. A Tiberio peraltro non tornò sgradito l'aggravarsi della situazione in Oriente, per poter strappare, con quel pretesto, Germanico dalle legioni a lui ben note e affezionate ed esporlo ai rischi dell'inganno e del caso, ponendolo a capo delle nuove province. Ma Germanico, tanto più teso ad affrettare la vittoria quanto più intensa era la devozione dei soldati e ostili le intenzioni dello zio nei suoi confronti, rifletteva sulle strategie da impiegare e sui successi e gli insuccessi vissuti in tre anni di guerra. I Germani, battibili in campo aperto e terreni adatti, erano però favoriti da foreste e paludi, dalla breve estate e dall'inverno precoce; i suoi soldati penavano non già per le ferite quanto per le distanze da percorrere e per le perdite in armamento; le Gallie avevano esaurito le loro risorse di cavalli; le lunghe colonne cariche di equipaggiamenti si trovavano esposte alle imboscate e rendevano difficile la difesa. Scegliendo invece la via del mare, l'occupazione poteva risultare rapida per loro e imprevista per i nemici; si poteva anticipare l'inizio della guerra e procedere a un contemporaneo trasporto di legioni e rifornimenti; cavalieri e cavalli sarebbero giunti, attraverso le foci e il corso dei fiumi, con le forze intatte, nel cuore della Germania.
6. Punta, dunque, a tale obiettivo e delega a Publio Vitellio e a Gaio Anzio il censimento delle Gallie, mentre Silio, Anteio e Cecina sovraintendono alla costruzione della flotta. Parvero bastare mille navi, subito messe in cantiere: alcune corte, strete a poppa e a prua, ma larghe ai fianchi, per reggere meglio alle onde; altre a chiglia piatta, per arenarsi senza danno; la maggior parte coi timoni alle due estremità, in modo che, invertendo improvvisamente la manovra dei remi, potessero approdare a prua o a poppa; molte fornite di ponte per il trasporto di macchine da guerra ma adatte anche a caricare cavalli e viveri; predisposte tutte all'uso della vela e rapide coi remi, apparivano più imponenti e terribili per l'ardore dei soldati. Al concentramento fu destinata l'isola dei Batavi, per i facili approdi e perché adatta all'imbarco delle truppe e al loro trasferimento nelle zone d'operazione. Infatti il Reno, che scorre sempre in un unico letto e fluisce attorno a piccole isole, si divide, dove comincia il territorio dei Batavi, come in due fiumi; mantiene il nome e l'impeto della corrente nel ramo che attraversa la Germania fino a mescolarsi con l'Oceano; l'altro braccio scende con corso più ampio e tranquillo verso la riva gallica (e gli indigeni, mutatogli nome, lo chiamano Vahale), ma ben presto cambia anche questo nome e, unendosi alla Mosa, attraverso l'immensa foce di questo fiume, si riversa anch'esso nell'Oceano.
7. Frattanto Cesare, mentre le navi si raccoglievano, ordina al legato Silio di attaccare i Catti con una schiera armata alla leggera; quanto a sé, alla notizia che il forte eretto sul fiume Lupia stava subendo un assedio, vi guida sei legioni. Silio, a causa di piogge improvvise, non riuscì che a raccogliere un modesto bottino e rapire la moglie e la figlia di Arpo, capo dei Catti; a Germanico, invece, gli assedianti non diedero l'occasione di una battaglia, perché si dileguarono alla notizia del suo arrivo. Avevano però distrutto il tumulo da poco eretto alle legioni di Varo e l'antica ara innalzata in memoria di Druso. Germanico ricostruì l'ara e guidò la sfilata delle legioni, in onore del padre. Non gli sembrò il caso di riedificare il tumulo; tutte le zone comprese tra il forte Alisone e il Reno vennero protette con nuove barriere e terrapieni.
8. La flotta era ormai giunta e Germanico, mandati avanti i viveri e distribuite le legioni e gli alleati sulle navi, entra nel «canale di Druso» e, invocato il padre Druso, perché, benigno e propizio, gli venisse in soccorso con l'esempio e il ricordo dei suoi obiettivi, nel momento in cui osava ritentare l'impresa, giunge con felice navigazione al fiume Amisia attraverso i laghi e l'Oceano. Lasciò la flotta sulla sinistra dell'Amisia, commettendo così un errore, per non aver condotto i soldati sulla riva destra, dove avrebbero dovuto marciare. Così si sprecarono più giorni per costruire i ponti. Cavalleria e legioni attraversarono in buon ordine i bassifondi alla foce del fiume, prima dell'alta marea; ma gli ausiliari della retroguardia e i Batavi in essa inclusi, mentre affrontavano spavaldi le onde e davano saggio della loro abilità nel nuoto, vennero scompaginati e alcuni affogarono. Germanico stava tracciando il campo quando gli riferiscono che, alle spalle, gli Angrivari avevano defezionato; Stertinio venne prontamente inviato alla testa di reparti di cavalleria e di truppe leggere e vendicò, col ferro e col fuoco, il tradimento.
9. Scorreva tra i Romani e i Cherusci il fiume Visurgi. Si fermò sulle rive Arminio con altri capi e domandò se Cesare Germanico fosse giunto. Alla risposta affermativa, chiese di poter parlare col fratello. Costui militava nell'esercito col nome di Flavo, soldato di straordinaria fedeltà e privo di un occhio, perduto, in seguito a ferita, pochi anni prima, sotto il comando di Tiberio. Dopo l'autorizzazione al colloquio del comandante, Stertinio lo accompagnò alla riva e, fattosi avanti Flavo, viene salutato da Arminio, il quale, allontanata la sua scorta, chiede il ritiro dei nostri arcieri, schierati lungo la riva. Dopo il loro arretramento, chiede al fratello l'origine di quello sfregio al volto. Gli illustra quest'ultimo il luogo e la battaglia; e allora vuol sapere quale compenso ne abbia avuto. Flavo rammenta lo stipendio accresciuto, la collana, la corona e gli altri doni militari, tra il dileggio di Arminio per quegli insignificanti compensi alla sua servitù.
10. Si mossero, da quel momento, su due linee opposte: gli argomenti dell'uno sono la grandezza di Roma, la potenza di Cesare, le pene severe destinate ai vinti, la clemenza assicurata a chi accetta la resa, il trattamento tutt'altro che ostile riservato alla moglie e al figlio di Arminio; l'altro ricorda il valore sacro della patria, l'avita libertà, gli dèi della nazione germanica, la madre che si univa a lui nelle preghiere, perché non abbandonasse parenti e amici e, in una parola, tutta la sua gente, e non preferisse di essere un traditore invece che il loro capo. Scesi quindi, a poco a poco, agli insulti, rischiavano di lasciarsi trascinare allo scontro, nonostante che li dividesse il corso del fiume, se Stertinio, accorso, non avesse trattenuto Flavo, che, in preda all'ira, chiedeva armi e cavallo. Si scorgeva dall'altra parte Arminio, minaccioso, in atto di lanciare la sfida; inframmezzava infatti espressioni in latino, per aver prestato servizio nel campo romano a capo della sua gente.
11. Il giorno dopo i Germani si schierarono a battaglia al di là del Visurgi. Cesare, ritenendo un gesto da pessimo comandante mandare le legioni allo sbaraglio, senza aver prima gettato i ponti e disposti i presidi, fa passare a guado la cavalleria. La guidavano Stertinio ed Emilio, uno dei centurioni primipili, che scesero in campo in luoghi distanziati, per dividere l'esercito nemico. Là dove è più violenta la corrente, balza a terra Cariovaldo, il capo dei Batavi; i Cherusci, fingendo la fuga, lo attirano in una piana circondata da boschi, poi, balzati fuori, si riversano da ogni parte, travolgono i nemici che stanno loro dinnanzi, li incalzano nella ritirata, portando ripetute cariche sugli avversari, raccoltisi nel frattempo in cerchio, mentre altri li scompigliano con lanci da lontano. Cariovaldo regge a lungo la furia nemica, poi esorta i suoi a sfondare, in gruppi serrati, le schiere che li investono, e, gettatosi nel folto della mischia, trafittogli dal basso il cavallo, s'abbatté sopraffatto dai dardi, e attorno a lui cadevano molti nobili; gli altri si salvarono o col proprio valore o col soccorso della cavalleria di Stertinio e di Emilio.
12. Varcato il Visurgi, Cesare apprende da un disertore il luogo scelto da Arminio per la battaglia; viene a sapere anche che altre popolazioni si erano radunate in una selva sacra a Ercole e che nella notte avrebbero tentato un assalto al campo romano. Si prestò fede al disertore, e del resto si intravedevano dei fuochi, mentre gli esploratori, spintisi avanti, riferirono che si udiva il nitrito di cavalli e il mormorio di una massa enorme, in marcia disordinata. Nell'imminenza dello scontro decisivo, Germanico ritenne di dover saggiare lo spirito delle truppe e considerava fra sé come farlo con garanzie di sincerità. I tribuni e i centurioni - sapeva - davano informazioni rassicuranti più che esatte; l'animo dei liberti era servile; gli amici tendono all'adulazione; se convocava l'adunanza, anche lì pochi prendono la parola e gli altri fanno eco. Meglio allora sondare l'animo dei soldati, quando, appartati e inosservati, nell'ora del rancio, manifestavano davvero speranze e paure.
13. Al calar della notte, lasciato l'augurale, per percorsi nascosti e ignorati dalle sentinelle, seguito da un solo compagno e con una pelle di fiera sulle spalle, percorre le vie del campo, si sofferma presso le tende e ascolta compiaciuto parlare di sé: uno vantava la nobiltà del condottiero, un altro, il suo decoro, molti la resistenza e i suoi modi affabili e quel suo essere sempre eguale nei momenti seri e nell'ora dello scherzo, e dichiaravano che meritava segni di riconoscenza sul campo di battaglia, dove avrebbero sacrificato, alla vendetta e alla gloria, quei perfidi, violatori della pace. Intanto uno dei nemici, che sapeva parlare latino, spinto il cavallo fino al trinceramento, a gran voce, a nome di Arminio, prometteva ai disertori donne, terre e una paga di cento sesterzi al giorno per la durata della guerra. Quell'affronto esacerbò l'ira delle legioni: sarebbe pur venuto giorno, ci sarebbe stata battaglia, i soldati romani avrebbero preso i campi dei Germani e trascinato via le donne; accettavano l'augurio e consideravano le donne e il denaro dei nemici come il bottino loro destinato. Dopo la mezzanotte ci fu l'assalto al campo, ma senza lancio di dardi, quand'ebbero constatato che, serrate, le coorti erano disposte dietro le difese e che la sorveglianza era perfetta.
14. Quella stessa notte portò a Germanico un sogno fausto: vide se stesso in atto di sacrificare e, per essersi il sangue delle vittime sparso sulla pretesta, gli parve di riceverne un'altra, più bella, dalle mani della nonna Augusta. Incoraggiato da quell'augurio, confermato dagli auspici, convoca l'assemblea e illustra le ponderate valutazioni e le scelte compiute in vista dell'imminente battaglia. Non solo le pianure - spiega - si prestavano per i Romani al combattimento, ma, a saperci fare, anche le balze e i boschi: infatti fra i tronchi degli alberi e i cespugli emergenti dal suolo, gli scudi immensi dei barbari e le lance smisurate non avevano la maneggevolezza dei giavellotti e delle spade e l'efficacia delle armature aderenti al corpo. Dovevano perciò infittire i colpi, mirando al volto con la spada: i Germani non avevano corazza né elmo e neppure scudi rinforzati con ferro o cuoio, bensì intrecci di vimini e leggere tavole dipinte; solo la prima fila, se così la si vuole chiamare, era armata di lance, gli altri impiegavano dardi corti o induriti in punta col fuoco. E avevano sÏ il corpo di feroce imponenza all'aspetto e adatto a brevi assalti, ma incapace di resistere alle ferite: si davano alla fuga insensibili al disonore, senza curarsi dei capi, pavidi nella disfatta, dimentichi di ogni legge umana e divina nel successo. Se i Romani, stanchi di marce per terra e di viaggi per mare, ne desideravano la fine, ecco l'occasione con questa battaglia; l'Elba era ormai più vicina del Reno, né oltre sarebbe andata la guerra, purché fossero riusciti ad assicurargli la vittoria in quella terra, nella quale stava ripercorrendo le tracce del padre e dello zio.
15. Un'esplosione di entusiasmo da parte dei soldati accompagnò le parole del comandante, e fu dato il segnale dell'attacco. Arminio e gli altri capi dei Germani non perdevano l'occasione di mostrare ai loro che avevano di fronte i Romani dell'esercito di Varo, rivelatisi i più veloci nella fuga, che, per non affrontare la guerra, s'erano dati alla rivolta; parte di essi aveva le spalle coperte di ferite, parte opponeva di nuovo alla furia dei nemici le membra rotte dalle onde e dalle tempeste, con gli dèi contrari, senza speranza alcuna di successo. Eran costoro ricorsi alla flotta, cercando vie impraticate sull'Oceano, perché al loro giungere non ci fosse nessuno ad affrontarli e nessuno li incalzasse, respinti; ma una volta venuti allo scontro, vano sarebbe stato per loro, sconfitti, l'aiuto dei venti e dei remi. Si ricordassero i Germani dell'avidità, della crudeltà e dell'arroganza romana: che altro restava loro, se non salvare le libertà o morire prima di essere ridotti in schiavitù?
16. Così, accesi e impazienti di lotta, vengono condotti nella piana detta Idistaviso, che si stende, varia, tra il Visurgi e le colline, secondo il rientrare delle rive e il protendersi dei colli. Alle spalle dei Germani svettava una foresta con rami altissimi e col terreno sgombro fra i tronchi degli alberi. L'esercito dei barbari occupò la piana e il margine della foresta; solo i Cherusci si stabilirono sulle alture, per buttarsi dall'alto sui Romani, impegnati a combattere. Il nostro esercito avanzò così disposto: gli ausiliari galli e germani in testa, seguiti dagli arcieri appiedati; poi quattro legioni e, con due coorti pretorie e cavalleria scelta, Cesare; da ultimo le altre quattro legioni, la fanteria leggera, gli arcieri a cavallo e le altre coorti alleate. Attenti, i soldati si tenevano pronti a conservare l'ordine di marcia in identico assetto di combattimento.
17. Viste le orde dei Cherusci precipitarsi giù con furia selvaggia, Germanico dà ordine ai migliori cavalieri di caricare i nemici sul fianco e a Stertinio, cogli altri squadroni, di aggirarli e attaccarli alle spalle: lui sarebbe intervenuto al momento migliore. Frattanto - presagio bellissimo - otto aquile attrassero l'attenzione del comandante: le vide volare verso la foresta e poi entrarvi. Grida ai suoi di andare avanti, di seguire gli uccelli di Roma, divinità protettrici delle legioni! E subito avanzano i fanti schierati, mentre i cavalieri, già lanciati all'attacco, investono le spalle e i fianchi nemici. Allora, cosa strabiliante, due squadroni nemici fuggono in senso opposto: quelli disposti nella foresta si lanciano allo scoperto e quelli schierati in campo aperto nella foresta: nel mezzo i Cherusci, ributtati giù dai colli. Tra questi, ben visibile, Arminio, coi gesti, con le grida e mostrando la ferita, cercava di rianimare il combattimento. S'era lanciato sugli arcieri, che stava per sfondare, se non l'avessero fronteggiato i reparti dei Reti e dei Vindelici e le coorti dei Galli. Tuttavia grazie alla prestanza fisica e all'impeto del cavallo riuscì a passare, imbrattandosi il volto col proprio sangue, per non essere riconosciuto. Sostengono alcuni che i Cauci, impegnati tra gli ausiliari romani, pur avendolo riconosciuto, l'abbiano lasciato fuggire. Il valore o un analogo inganno consentirono a Inguiomero la fuga. Gli altri, su tutto il campo, furono trucidati. Molti, nel tentativo di passare a nuoto il Visurgi, s'inabissarono sotto il lancio dei dardi o per la violenza della corrente, oppure ancora nella calca degli uomini in fuga e sotto il franare delle sponde del fiume. Alcuni, arrampicatisi in turpe fuga sulle cime degli alberi e nascosti fra i rami, divennero, tra lo scherno, il bersaglio di arcieri richiamati a tale scopo; per gli altri fu la fine nello schianto degli alberi abbattuti.
18. Quella vittoria fu grande e non ci costò molto sangue. Dalla quinta ora del giorno fino a notte, i nemici trucidati ingombrarono con cadaveri e armi un tratto di dieci miglia; fra le spoglie si trovarono le catene che, sicuri della vittoria, avevano portato per i Romani. I soldati acclamarono, sul campo di battaglia, Tiberio imperator e innalzarono un tumulo, su cui posero, a mo' di trofeo, le armi, con sotto scritti i nomi dei popoli vinti.
19. Non le ferite, i lutti e il massacro colpirono d'ira e di dolore i Germani quanto quello spettacolo. E mentre già si apprestavano ad andarsene nelle loro sedi per ritirarsi al di là dell'Elba, ora vogliono combattere, afferrano le armi; popolo e capi, giovani e anziani si lanciano all'improvviso all'attacco della colonna romana, sconvolgendola. Infine scelsero un luogo chiuso dal fiume e dalle selve, con in mezzo una pianura stretta e fangosa; attorno, ovunque, una palude profonda circondava la foresta, salvo da un lato, dove gli Angrivarii avevano innalzato un ampio argine, che li separasse dai Cherusci. Qui s'attestò la loro fanteria; tennero invece la cavalleria nascosta nei boschi vicini, per trovarsi alle spalle delle legioni, una volta che fossero entrate nella foresta.
20. Nulla di ciò sfuggì a Cesare: piani e posizioni, manovre scoperte e nascoste, tutto conosceva, e s'apprestava a volgere le astuzie dei nemici a loro danno. Al legato Seio Tuberone affida la cavalleria e la pianura; i fanti li schierò in modo che una parte entrasse nella foresta per una via pianeggiante, mentre un'altra superasse l'ostacolo dell'argine; scelse per sé il compito più difficile e il resto lo affidò ai legati. Quelli cui era toccata la via piana poterono avanzare di slancio, ma quanti dovevano attaccare l'argine, come se scalassero un muro, subivano dall'alto colpi terribili. Germanico comprese che questo combattimento ravvicinato era sfavorevole ai suoi e, fatte retrocedere un po' le legioni, ordina ai frombolieri di lanciare dardi e di scompigliare il nemico. Le macchine da guerra scagliarono aste, e quanto più i difensori stavano esposti, tanto più vennero centrati e abbattuti. Occupato il terrapieno, Cesare, alla testa delle coorti pretorie, guidò l'attacco nella foresta, e qui lo scontro fu corpo a corpo. Alle spalle del nemico si stendeva la palude, mentre il fiume o i monti chiudevano la via ai Romani: per entrambi, costretti sulle loro posizioni, la speranza era riposta nel valore, la salvezza nella vittoria.
21. Non minore era l'ardimento dei Germani, superati però in tecnica e armamento: quella massa d'uomini, in uno spazio ristretto, non poteva distendere né ritirare le lunghe aste, e, costretti a uno scontro da fermi, non potevano sfruttare l'agilità dei loro corpi scattanti; i Romani invece, con lo scudo aderente al petto e la mano ben salda sull'impugnatura della spada, squarciavano le membra gigantesche dei barbari e i loro volti scoperti, e si aprivano il passaggio facendo strage dei nemici, mentre si appannava la fiera prontezza di Arminio, logorato da continui pericoli o forse stremato dall'ultima ferita subita. E a Inguiomero, che s'aggirava rapido per tutto lo schieramento, mancava più la fortuna che il coraggio. Per essere meglio riconosciuto, Germanico s'era tolto l'elmo dal capo e li incitava a insistere nel massacro; non servivano prigionieri, solo lo sterminio di quel popolo avrebbe posto fine alla guerra. Era giorno avanzato, quando ritirò una legione dal terreno di battaglia, per costruire l'accampamento: le altre si saziarono di sangue nemico fino a notte. I cavalieri si batterono con esito incerto.
22. Elogiati i vincitori in adunata, Cesare innalzò un trofeo d'armi con un'iscrizione satura d'orgoglio: «Debellati i popoli tra Reno ed Elba, l'esercito di Tiberio Cesare a Marte, a Giove e ad Augusto questi ricordi consacra». Non una parola aggiunse di sé: temeva di suscitare gelosie oppure era pago della consapevolezza dell'impresa compiuta. Affida poi a Stertinio la guerra contro gli Angrivari, se non si fossero affrettati alla resa. E quelli, supplici e disposti a nulla rifiutare, ebbero il perdono di tutto.
23. L'estate era ormai avanzata; alcune legioni furono rimandate agli alloggiamenti invernali per via di terra, ma altre, le più, vennero da Cesare condotte su nave all'Oceano lungo l'Amisia. Dapprima la calma distesa del mare risuonava solo dei remi di mille navi o cedeva alla forza delle vele; poi da un nero cumulo di nubi si riversò la grandine e intanto marosi mutevoli, levati da una tempesta di venti ovunque spiranti, tolsero la vista e impedirono di mantenere la rotta. E i soldati, spauriti e ignari dei rischi del mare, recavano ai marinai impaccio o aiuti intempestivi e finivano per rendere inutili le manovre degli esperti. Allora il cielo e il mare furono interamente preda dell'Austro che, rinforzato da un'infinita distesa di nubi, dovute all'umidità delle terre e alla vastità dei fiumi della Germania, e reso più pungente dal rigido freddo delle vicine regioni del nord, trascinò via le navi e le disperse nella vastità dell'Oceano, su isole dalle ripide scogliere o infide per le secche nascoste. Evitate queste ultime per poco e a stento, le navi, al mutar della marea, che le trascinava nella direzione del vento, non poterono stare ferme all'ancora né essere svuotate dall'acqua irrompente: buttavano a mare cavalli, muli, salmerie, perfino armi, per alleggerire le carene che imbarcavano acqua dai fianchi, mentre onde enormi si riversavano loro addosso dall'alto.
24. Quanto è più tempestoso di ogni altro mare l'Oceano e quanto per asprezza di clima la Germania supera ogni altro luogo, di tanto questo disastro travalicò ogni altro per la spaventosa ampiezza delle dimensioni, con quei litorali nemici intorno o quel mare così vasto e sconfinato da sembrare l'ultimo, senza più terre. Parte delle navi finì a picco, ma le più furono ricacciate verso isole lontane; lì, poiché quei luoghi non erano abitati, i soldati perirono di fame, eccetto quelli che si cibarono delle carcasse di cavalli trascinate laggiù. Solo la trireme di Germanico approdò alla terra dei Cauci; Cesare, aggirandosi per tutti quei giorni e quelle notti tra scogli e promontori, gridava di essere il responsabile di un così grave disastro; a stento gli amici lo trattennero dal cercare la morte nelle stesse onde. Alla fine, al riflusso della marea e col vento favorevole, tornarono navi semidistrutte e con pochi remi, con vesti tese al posto delle vele, alcune trainate dalle meno danneggiate, che, riparate in fretta, Germanico mandò a perlustrare le isole. Ricuperarono così parecchi dispersi; molti li restituirono gli Angrivari che, passati di recente dalla parte dei Romani, li avevano riscattati dalle popolazioni dell'interno. Alcuni si videro trascinati in Britannia e restituiti dai capi locali. Da quanto più lontano venivano, tanto più straordinari erano i loro racconti: violenze di turbini, uccelli stranissimi, mostri marini, esseri a mezzo fra uomini e belve, tutte cose vedute o, nella paura, credute vere.
25. Se la notizia della distruzione della flotta spinse i Germani a sperare nella guerra, indusse pure Cesare a reprimerli. Dà ordine a Gaio Silio di puntare contro i Catti con trentamila fanti e tremila cavalieri; quanto a sé, con forze maggiori piomba sui Marsi, il cui capo, Mallovendo, da poco arresosi, indica che l'aquila di una legione di Varo è sepolta in un bosco vicino e custodita da pochi soldati. Segue l'invio immediato di un reparto che, affrontandolo, attirasse verso di sé il nemico, mentre altri, aggirandolo, scavassero la terra. A entrambi arrise il successo. Reso da ciò più deciso, Cesare muove subito verso l'interno, devasta, spazza via il nemico che non osa affrontarlo, e subito, là dove resiste, lo sbaraglia, lasciandolo come non mai - lo si seppe dai prigionieri - in preda al terrore. Perché adesso dicevano che i Romani erano invitti e che nessuna sciagura poteva piegarli: essi, distrutta la flotta, perdute le armi, nonostante le spiagge coperte di carcasse di cavalli e di cadaveri, erano tornati all'attacco con lo stesso valore, con pari fierezza, quasi che fossero moltiplicati di numero.
26. Furono ricondotti i soldati nei quartieri invernali, lieti per aver compensato le perdite in mare col successo della spedizione. E alla gioia Cesare aggiunse la sua generosità: risarcì a ciascuno i danni dichiarati. Si dava per certo che il nemico stesse per cedere e fosse ormai orientato a chiedere la pace, sicché, se le operazioni fossero proseguite nell'estate successiva, era possibile chiudere la guerra. Ma Tiberio, con frequenti lettere, lo consigliava di tornare per il trionfo già decretato: tutti quegli avvenimenti, felici o meno felici, potevano bastare. Germanico aveva accumulato successi in grandi battaglie; doveva tenere però presenti i danni gravi e tremendi, recati, pur senza colpa del comandante, da venti e flutti. Quanto a sé, inviato ben nove volte in Germania dal divo Augusto, aveva compiuto la sua missione più con la prudenza che con la forza. Così aveva accettato la resa dei Sigambri, così aveva costretto alla pace gli Svevi e il re Maroboduo. Anche i Cherusci e gli altri popoli ribelli, ora che la vendetta romana aveva avuto il suo corso, si potevano lasciare alle discordie interne. E alla richiesta di Germanico di avere ancora un anno per concludere le operazioni, fece un appello più pressante al suo senso della disciplina, offrendogli un secondo consolato, carica che richiedeva la sua presenza a Roma. E intanto aggiungeva che, nel caso di altre guerre, era bene lasciare una possibilità di gloria al fratello Druso, il quale, in mancanza di altri nemici, solo coi Germani poteva conquistarsi il titolo di imperator e meritare la corona d'alloro. Germanico non indugiò oltre, pur comprendendo che si trattava di finzioni e che lo si allontanava per gelosia dal prestigio militare già conseguito.
27. Nello stesso tempo, Libone Druso, della famiglia degli Scribonii, subisce l'accusa di attentare alla stabilità politica. Tratterò nei dettagli l'inizio, il percorso e la conclusione di quella vicenda, perché allora, per la prima volta, si fece ricorso a una pratica destinata a corrodere, per tanti anni, lo stato. Il senatore Firmio Cato, profittando dell'intima amicizia con Libone, indusse questo giovane, sventato e facile a futili entusiasmi, a credere agli astrologhi caldei, ad aver fiducia negli incantesimi dei maghi e negli interpreti dei sogni, e mentre gli faceva apparire Pompeo come padre di suo nonno, Scribonia, in passato anche moglie di Augusto, come sua zia, i Cesari come cugini, indicandogli la casa piena di ritratti di antenati, lo spingeva al lusso e ai debiti, rendendosi a lui compagno nelle dissolutezze e nelle ristrettezze finanziarie per serrarlo in una rete di indizi più schiaccianti.
28. Quand'ebbe racimolato sufficienti testimoni e schiavi informati su ciò, chiede udienza al principe, dopo averlo già messo al corrente sulle accuse e sull'accusato mediante il cavaliere romano Flacco Vesculario intimo di Tiberio. Quest'ultimo, pur non spregiando la delazione, negò l'udienza: infatti, tramite Flacco, era sempre possibile comunicare. Intanto conferisce a Libone la dignità della pretura, lo ammette alla sua tavola senza mostrare nello sguardo l'avversione e nelle parole le emozioni (fino a tanto aveva saputo nascondere l'interna ira); e, pur potendo reprimere ogni suo detto e ogni suo gesto, preferiva conoscerli, fino a che un tal Giunio, sollecitato da Libone a evocare le ombre dei morti, non denunciò il fatto a Fulcinio Trione. Era costui, tra i delatori, un personaggio famigerato per ingegno e assetato d'infamia: presenta subito una denuncia contro Libone, si rivolge ai consoli e chiede l'istruzione di un processo in senato. Vennero convocati i senatori, non senza preavviso che si trattava di questione seria e di gravità particolare.
29. Libone intanto, vestitosi a lutto e accompagnato da donne della prima nobiltà, bussava a varie porte, pregava i parenti, chiedeva una voce in sua difesa di fronte al pericolo, però tutti si schermivano coi pretesti più disparati, ma con identico panico. Il giorno della causa in senato, stremato dalla paura e dalla depressione, oppure, secondo la versione di altri, fingendo una malattia, si fece portare in lettiga all'ingresso della curia, dove, sorretto dal fratello e in atto di tendere, tra parole di supplica, le mani verso Tiberio, viene da questi accolto con volto impenetrabile. Un attimo dopo Cesare legge l'atto d'accusa coi nomi dei presentatori, con tono di voce impassibile, perché non sembrasse sminuirne o accentuarne la gravità.
30. A Trione e a Cato si erano aggiunti come accusatori Fonteio Agrippa e Gaio Vibio, e litigavano fra loro a chi toccasse pronunciare la requisitoria. Alla fine, poiché nessuno di loro intendeva cedere e Libone si era presentato senza difensore, Vibio dichiarò che avrebbe solo presentato, una per una, le singole accuse, e produsse documenti così deliranti da sostenere che Libone aveva consultato gli indovini per sapere se avrebbe avuto ricchezze tali da ricoprire con monete tutta la via Appia fino a Brindisi. Vi erano anche altre accuse di tal genere, insensate e infondate, oppure accuse, a voler essere buoni, miserevoli. Tuttavia, in un documento l'accusatore dimostrava che Libone aveva aggiunto di suo pugno, accanto ai nomi dei Cesari e dei senatori, annotazioni terribili e misteriose. Alla smentita dell'accusato, venne deciso di interrogare, sotto tortura, gli schiavi, che ne conoscevano la grafia. E poiché un vecchio decreto del senato vietava l'interrogatorio di schiavi in un processo capitale contro il padrone, Tiberio, scaltro interprete di nuovi cavilli, ordinò la vendita di ciascuno degli schiavi a un funzionario del fisco, per poter poi, com'è ovvio, farli deporre contro Libone senza violare il decreto del senato. A questo punto l'accusato chiese il rinvio di un giorno, tornò a casa e affidò a Publio Quirino, suo parente, l'estrema supplica al principe.
31. Gli fu risposto di rivolgersi al senato. La casa intanto veniva circondata da soldati; vociavano costoro anche nell'atrio, per farsi sentire e vedere, mentre Libone, trovando un nuovo supplizio in quelle stesse vivande che s'era fatto apprestare per godersi un ultimo piacere, pregava che qualcuno lo uccidesse, afferrava la destra dei servi, cercava di mettere loro in mano una spada. Costoro, nel ritirarsi in preda al panico, rovesciano un lume posto sulla mensa ed egli, in quelle tenebre per lui cariche di morte, levò il ferro a colpirsi il ventre due volte. Al gemito del caduto accorsero i liberti, e i soldati, constatata la morte, si allontanarono. Il processo ebbe nondimeno seguito, con la stessa serietà, davanti al senato, e Tiberio giurò sulla sua intenzione di intercedere per la vita di Libone, pur colpevole, se quello non avesse affrettato di sua mano la morte.
32. I suoi beni vennero divisi fra gli accusatori, e a quelli di loro che appartenevano al senato fu concessa la pretura in assegnazione straordinaria. Allora Cotta Messalino propose che l'effigie di Libone non accompagnasse le esequie dei suoi discendenti, mentre Gaio Lentulo suggerì che nessuno degli Scribonii si fregiasse del nome di Druso. Dietro proposta di Pompeo Flacco vennero fissati i giorni per le feste di ringraziamento e, su iniziativa di Lucio Planco, di Gallo Asinio, di Papio Mutilo e di Lucio Apronio, si decretarono offerte a Giove, a Marte e alla Concordia e fu deciso che il 13 di settembre, giorno del suicidio di Libone, venisse considerato giorno festivo. Ho dato conto di queste adulazioni e di chi le ha espresse, perché si sappia che da noi questo male ha radici antiche. Il senato deliberò anche sulla espulsione di astrologhi e maghi dall'Italia: uno di essi, Lucio Pituanio, fu gettato dalla Rupe Tarpea, mentre i consoli procedettero all'esecuzione di Publio Marcio, secondo la prassi d'un tempo, fuori dalla porta Esquilina, dopo aver fatto suonare le trombe, per richiamare il popolo.
33. Nella successiva seduta del senato, si dilungarono contro il lusso della città il consolare Quinto Aterio e l'ex pretore Ottavio Frontone; fu proibita, con un decreto, la costruzione di recipienti d'oro massiccio per servire i cibi in tavola e, per gli uomini, le vesti di seta, perché degradanti. Frontone andò oltre e chiese un limite al possesso di oggetti d'argento, di suppellettili e di schiavi: perché era ancora una pratica corrente, tra i senatori, esprimere il proprio parere su fatti attinenti la vita pubblica. Parere contrario espresse Asinio Gallo: con la crescita dell'impero - diceva - erano aumentate anche le proprietà private, e tutto ciò non era un fatto nuovo, bensì conforme a pratiche molto antiche: altro era il valore del denaro per i Fabrizi, altro per gli Scipioni; tutto aveva come termine di paragone lo stato, che, povero, aveva visto case modestissime per i suoi cittadini, ma, salito a un livello di grande splendore, consentiva ora lo sviluppo della ricchezza dei singoli. Quanto agli schiavi, agli argenti e a tutto ciò che serve per le comuni necessità, l'eccesso o la giusta misura dipendono solo dalle condizioni economiche di chi li possiede. Se per censo senatori e cavalieri si distinguevano dagli altri, non era perché fossero uomini di natura speciale, ma perché, come spettavano loro, avanti agli altri, posti riservati, distinzioni, riguardi, lo stesso valeva per ciò che assicura il riposo dell'animo e la salute del corpo, a meno di non credere che chi vive più preoccupazioni e affronta maggiori pericoli non debba beneficiare di quanto serve ad alleviare affanni e rischi. Questa esplicita ammissione di vizi comuni a tutti gli ascoltatori, ammantata di belle parole, garantì a Gallo un facile successo. E anche Tiberio aveva aggiunto che quello non era tempo di censure e che, in caso di cedimenti sul piano del costume, non sarebbe mancata la persona capace di correggerli.
34. Fu in questo contesto che Lucio Pisone, nel mettere sotto accusa gli intrighi dei tribunali, la venalità dei giudici, la violenza degli oratori, che brandivano sempre accuse contro qualcuno, affermò il proposito di andarsene dalla città, per vivere in campagna in un ritiro lontano e appartato; e intanto fece l'atto di lasciare la curia. Tiberio ne fu scosso e, pur avendo cercato di rabbonire Pisone con miti parole, insistette anche presso i suoi amici, perché gli impedissero di andarsene, con l'autorità o con le preghiere. Testimonianza di sdegno non meno libero diede, poco dopo, lo stesso Pisone, citando in giudizio Urgulania, che l'amicizia di Augusta aveva posto al di sopra delle leggi. Se Urgulania non obbedì, facendosi portare, in spregio a Pisone, nella dimora di Cesare, quello non desistette, per quanto Augusta si lagnasse di sentirsi offesa e sminuita. Tiberio, ritenendo di non abusare della sua posizione se accondiscendeva alla madre fino al punto di prometterle di presentarsi in tribunale per difendere personalmente Urgulania, uscì da palazzo e i soldati ebbero l'ordine di seguirlo a distanza. Accorreva la gente a vedere Tiberio che, in atteggiamento disteso, consumava, strada facendo, il tempo con discorsi vari, finché, rivelatesi inutili le pressioni dei familiari su Pisone, Augusta diede ordine di portare la somma di denaro richiesta. Così si concluse quella vicenda, dalla quale Pisone uscì non senza gloria e Tiberio n'ebbe accresciuta la fama. Peraltro lo strapotere di Urgulania rispetto agli altri cittadini era tale che, chiamata come testimone in una causa discussa davanti al senato, non si degnò di presentarsi: le inviarono un pretore a interrogarla a casa, mentre, secondo una prassi antica, le stesse vergini vestali, se chiamate a testimoniare, erano ascoltate nel foro e in tribunale.
35. Non accennerei alle sospensioni, per quell'anno, delle sedute, se non valesse la pena di conoscere le opposte posizioni di Gneo Pisone e di Asinio Gallo, in merito. Pisone sosteneva che, pur avendo Cesare annunciato la sua assenza da Roma, le sedute andavano tenute, proprio perché ne guadagnasse l'immagine dello stato, e cioè che, in assenza del principe, il senato e i cavalieri potevano svolgere i propri compiti. Gallo, poiché Pisone l'aveva anticipato nell'esibire uno spirito libero, argomentava che nulla di veramente grande e degno del popolo romano era possibile se non al cospetto e sotto gli occhi di Cesare, e che, perciò, i convegni a Roma degli italici e l'afflusso dei provinciali andavano riservati per quando egli fosse presente. Rimase ad ascoltare in silenzio Tiberio queste tesi sviluppate dalle due parti in un confronto serrato, ma le sedute vennero rimandate.
36. Si verificò poi un contrasto tra Gallo e Cesare. Gallo proponeva che si tenessero le elezioni dei magistrati per i cinque anni successivi, e che i legati delle legioni in carica prima dell'esercizio della pretura, fossero già da allora designati pretori e che il principe indicasse dodici candidati per ciascuno dei cinque anni. Tale proposta penetrava senza dubbio più in profondità e mirava a sondare i segreti disegni del potere. Tiberio tuttavia ne discusse come se fosse in gioco la crescita del suo potere. Rispose che scegliere tanti candidati e tanti differirne era gravoso alla sua modestia. Era già difficile evitare i risentimenti con le elezioni annuali, quando la speranza di una prossima elezione mitigava l'insuccesso: quale rancore avrebbero espresso quanti si vedevano rimandati a una distanza di oltre cinque anni! E come comprendere quale sarebbe stato, a tale distanza di tempo, l'atteggiamento, la situazione familiare e finanziaria di ciascuno? Insuperbiscono gli uomini anche per la designazione di un anno: che sarebbe accaduto, se si fossero pavoneggiati con tale onore per un quinquennio? Significava inoltre quintuplicare il numero dei magistrati, sovvertire le leggi, che avevano fissato precisi limiti di tempo, perché i candidati facessero valere i loro meriti, per aspirare alle cariche o per esercitarle. Con questo discorso dal tono improntato a rispetto popolare, Tiberio mantenne la sostanza del potere.
37. Tiberio provvide poi a riassestare il patrimonio di alcuni senatori. Tanto più sorprendente, quindi, l'eccessiva durezza con cui accolse le suppliche di Marco Ortalo, giovane nobile, notoriamente povero. Era costui nipote dell'oratore Ortensio, indotto dal divo Augusto, col generoso dono di un milione di sesterzi, a prendere moglie e a procreare figli, per evitare l'estinzione della sua nobile famiglia. Stavano dunque i suoi quattro figli dinnanzi alla soglia della curia, quando egli, al momento di prendere la parola - la seduta del senato si teneva a Palazzo - volgendo gli occhi ora all'effigie di Ortensio, collocata fra quella degli oratori, ora a quella di Augusto, così cominciò: «Senatori, questi figli, di cui vedete il numero e la giovanissima età, ho io generato non per mio spontaneo volere, ma perché a ciò il principe mi esortava; peraltro, i miei antenati avevano meritato di avere dei discendenti. Ora io che, per un seguito di circostanze, non ho potuto ricevere o procurarmi né denaro, né favore popolare, né eloquenza - bene ereditario della nostra famiglia - sarei stato pago se le mie povere sostanze non fossero un disonore per me e un onere per altri. Su ordine dell'imperatore ho preso moglie. Ecco la stirpe e la progenie di tanti consoli, di tanti dittatori. E ciò ricordo non per suscitare malanimo, ma per ricevere comprensione. Ricopriranno, o Cesare, nella gloria del tuo potere, quelle cariche che vorrai loro assegnare: intanto salva dalla miseria i pronipoti di Quinto Ortensio, i pupilli del divo Augusto.»
38. Il trasparente favore del senato indusse Tiberio a un'opposizione più immediata. Questa all'incirca la risposta: «Se tutti i poveri cominciano a presentarsi qui e chiedere denaro per i loro figli, i singoli non saranno mai soddisfatti e lo stato andrà in rovina. E gli antenati hanno sì consentito di uscire, in certi casi, dall'ordine del giorno e di proporre, negli interventi, temi di utilità generale, ma non certo per esporre affari privati e accrescere il nostro personale patrimonio, creando di conseguenza malcontento verso il senato e il principe, sia in caso di aiuto concesso che rifiutato. Non è infatti una preghiera questa, bensì una pretesa, intempestiva e inattesa, mentre i senatori son qui riuniti per altri motivi, questo alzarsi d'un tratto e far pressione sulla discrezione del senato col numero e l'età dei propri figli, ed esercitare la stessa violenza su di me e quasi forzare l'erario, che, se lo avremo prosciugato coi favoritismi, lo dovremo rimpinguare con angherie. Il divo Augusto ti ha dato, Ortalo, del denaro, ma non costretto né a patto che sempre te ne sia dato. Del resto, se nessuno più nutrirà in sé timori e speranze, lo spirito d'iniziativa infiacchirà, si diffonderà l'indolenza e tutti aspetteranno tranquilli le sovvenzioni altrui, apatici quanto a sé e di peso a noi». Queste e simili parole, benché intese con segni di assenso da parte di quanti usano lodare ogni iniziativa del principe, buona o meno buona, furono accolte dai più nel silenzio o con soffocati mormorii. Se ne accorse Tiberio; e, dopo una breve pausa, dichiarò di aver risposto a Ortalo; ma, se al senato pareva giusto, avrebbe dato duecentomila sesterzi a ciascun figlio di sesso maschile. Da altri vennero ringraziamenti; Ortalo tacque, per paura o forse conservando la dignità del suo antico nome pur nell'indigenza della sua condizione. Né Tiberio in seguito ebbe più compassione, benché la casa di Ortensio franasse in un'avvilente miseria.
39. Sempre nello stesso anno l'audacia di un unico schiavo avrebbe, senza un tempestivo intervento, fatto precipitare lo stato nelle lacerazioni della guerra civile. Uno schiavo di Postumo Agrippa, di nome Clemente, saputo della morte di Augusto, concepì, con animo tutt'altro che servile, il piano di portarsi nell'isola di Pianosa, per rapire con l'inganno o con la forza Agrippa e di condurlo agli eserciti di Germania. La lentezza di una nave da carico vanificò il suo audace progetto. Nel frattempo s'era consumato l'assassinio di Agrippa; e allora si volse a un proposito più grande e rischioso: ne sottrae le ceneri, si reca a Cosa, promontorio dell'Etruria, e si nasconde in una località solo a lui nota, in attesa che gli crescessero capelli e barba: infatti per età e aspetto molto somigliava al suo padrone. A questo punto, mediante uomini abili e messi a parte del suo segreto, diffonde la notizia che Agrippa è vivo, dapprima con discorsi a mezza voce, come per le notizie proibite, poi in una girandola di chiacchiere, accolte dalle orecchie avide degli ingenui o riportate ai turbolenti, desiderosi appunto di soluzioni eversive. Egli stesso, al calar della sera, s'aggirava per i municipi, senza farsi vedere apertamente e senza indugiare negli stessi posti, ma si lasciava dietro dicerie sul suo passaggio oppure le precedeva, perché la verità trae forza dal confronto diretto e prolungato nel tempo, la menzogna punta invece sull'indeterminatezza e la precipitazione.
40. Si spargeva intanto per l'Italia la voce che, per dono degli dèi, Agrippa era salvo, e lo si credeva a Roma; già una gran folla l'aveva accolto al suo sbarco a Ostia e tanti l'attorniavano in città in riunioni clandestine, mentre un dilemma lacerava Tiberio, se arrestare quel suo schiavo, ricorrendo all'esercito, o lasciare che il tempo dissipasse l'illusione: indeciso tra vergogna e paura, rimuginava tra sé ora che non bisognava sottovalutare nulla, ora che non doveva lasciarsi impaurire da tutto. Demanda infine la questione a Sallustio Crispo. Questi sceglie due suoi clienti - alcuni li vogliono soldati - e li incarica di presentarsi a lui, fingendo di conoscere i suoi piani, di offrirgli denaro e di promettergli fedele solidarietà nei rischi. Gli ordini furono eseguiti. Poi, spiatolo in una notte senza sorveglianza, con un adeguato rinforzo di soldati, legato e imbavagliato lo trascinano a Palazzo. Si dice che alla domanda di Tiberio, su come fosse diventato Agrippa, abbia risposto: «Come tu sei diventato Cesare.» Non si riuscì a costringerlo a denunciare i complici. Non osò Tiberio giustiziarlo sotto gli occhi di tutti, ma lo fece trucidare in una parte segreta del Palazzo e di nascosto fece scomparire il cadavere. E benché girassero voci su aiuti offerti e protezioni godute da parte di molti della casa del principe, oltre che di cavalieri e di senatori, nessuna indagine fu avviata.
41. Sul finire dell'anno fu innalzato un arco presso il tempio di Saturno a ricordo del ricupero, sotto la guida di Germanico e con gli auspici di Tiberio, delle aquile perse da Varo; e si consacrarono un tempio alla Fortuna Felice vicino al Tevere nei giardini lasciati dal dittatore Cesare al popolo romano, un sacrario alla gente Giulia e una statua al divo Augusto presso Boville. [17 d.C.]. Nell'anno del consolato di Gaio Celio e Lucio Pomponio, il ventisei di maggio, Germanico Cesare celebrò il trionfo su Cherusci, Catti e Angrivari e su altri popoli fino all'Elba. Carri portavano spoglie, prigionieri, tavole raffiguranti monti, fiumi, battaglie; e così quella guerra, che si era impedito di concludere, veniva data per conclusa. L'ammirazione degli spettatori era accresciuta dalla straordinaria figura del trionfatore e dal cocchio trionfale, carico dei suoi cinque figli. Serpeggiava peraltro una dissimulata paura in chi pensava che non ben augurante era stato il favore della folla verso suo padre Druso, che lo zio Marcello era stato rapito nel pieno degli anni all'entusiastico favore popolare e che brevi e infausti erano gli amori del popolo romano.
42. Tiberio inoltre distribuì, a nome di Germanico, trecento sesterzi a testa alla plebe e si designò come suo collega al consolato. Non riuscì peraltro a convincere sulla sincerità del suo affetto e, deciso ad allontanare il giovane dietro la finzione di nuovi onori per lui, inventò pretesti o s'appigliò a quelli che il caso gli offriva. Aveva da cinquant'anni in suo potere la Cappadocia il re Archelao, inviso a Tiberio, perché, durante il suo soggiorno a Rodi, quel re non l'aveva mai ossequiato. Tale omissione di Archelao non era dovuta a superbia, ma così l'avevano consigliato gli intimi di Augusto, che valutavano l'amicizia con Tiberio non priva di rischi, proprio quando Gaio Cesare, nel pieno dell'età e della potenza, era stato inviato a mettere ordine nella situazione in Oriente. Quando Tiberio, estinta la linea dei Cesari, ebbe in mano il potere, attira a Roma Archelao, con una lettera della madre, la quale, lasciando ben trasparire il risentimento del figlio, gli offriva clemenza, se fosse venuto a scongiurarlo. Quello, ignaro dell'inganno, o, se si vuol credere che l'avesse intuito, temendo dure rappresaglie, si precipita a Roma. Viene accolto duramente dal principe e poi sottoposto ad accuse in senato, finché stremato non dalle accuse montate contro di lui, bensì dallo stato di angoscia oltre che dall'età avanzata e dal fatto che i re non sono abituati a rapporti di parità e tanto meno alle condizioni più umilianti, cessò di vivere o per scelta o per destino. Il regno fu trasformato in provincia e, avendo Cesare dichiarato che con i proventi di quella provincia si poteva alleggerire l'imposta sulle vendite dell'uno per cento, fissò tale imposta al mezzo per cento. In quel periodo, venuti a morte Antioco, re della Commagene, e Filopatore, re di Cilicia, si erano verificati torbidi tra quelle popolazioni, con una maggioranza favorevole ai Romani e gli altri a una monarchia propria; e le province di Siria e di Giudea, oppresse dai carichi fiscali, chiedevano una diminuzione dei tributi.
43. Trattò dunque Tiberio in senato tali problemi, oltre a quelli, già ricordati, relativi all'Armenia, sostenendo che solo la saggezza di Germanico poteva dare assetto all'Oriente in fermento: la sua propria età infatti piegava verso il tramonto e Druso non aveva ancora maturità sufficiente. Allora, per decreto senatorio, vennero affidate a Germanico le province d'oltremare e gli fu conferito un potere, valido ovunque si fosse recato, superiore a quello dei governatori, designati per sorteggio o per mandato del principe. Peraltro Tiberio aveva rimosso dalla Siria Cretico Silano, legato da parentela a Germanico, in quanto la figlia di Silano era stata promessa a Nerone, il maggiore dei figli di Germanico, e vi aveva insediato Gneo Pisone, dal temperamento violentemente passionale e insofferente di ogni forma di subordinazione per la naturale fierezza, ereditata dal padre Pisone. Quest'ultimo, nel corso della guerra civile contro Cesare, aveva aiutato, con accanita sollecitudine, la parte pompeiana, che cercava la riscossa in Africa; più tardi, benché avesse seguito Bruto e Cassio, gli fu concesso il ritorno in patria, ed egli evitò di presentarsi candidato per cariche pubbliche, finché non venne convinto ad accettare il consolato offertogli da Augusto. Oltre che dalla tempra paterna, traeva orgoglio anche dalla nobiltà e dalla ricchezza della moglie Plancina; cedeva con fatica il passo a Tiberio e guardava dall'alto i figli di lui come molto inferiori a sé. Capiva perfettamente d'essere stato scelto come governatore della Siria per contenere le mire di Germanico. Secondo alcuni Tiberio gli avrebbe affidato incarichi segreti; certo è che Augusta, puntando sulle gelosie femminili, indusse Plancina a perseguitare Agrippina. La corte era infatti divisa, in tacite simpatie, tra Druso e Germanico. Tiberio era tutto per Druso, perché sangue del suo sangue; le scarse simpatie dello zio verso Germanico avevano dilatato in altri l'amore per lui, grazie anche alla superiorità del suo ramo materno, in fatto di nobiltà, potendo vantare come nonno Marco Antonio e Augusto come zio. Il padre del nonno di Druso era invece un semplice cavaliere romano, quel Pomponio Attico, che sembrava sfigurare di fronte alle immagini dei Claudii. Agrippina poi, coniuge di Germanico, superava per fecondità e buon nome Livia, moglie di Druso. Ma i fratelli andavano di perfetto accordo, non turbati dalle rivalità dei parenti.
44. Non molto dopo, Druso fu inviato nell'Illirico per fare esperienza militare e conciliarsi il favore dell'esercito; e inoltre Tiberio pensava che la vita negli accampamenti avrebbe giovato a quel giovane sedotto dalle mollezze della città; e poi si sentiva più sicuro se entrambi i figli avessero controllato le legioni. Il pretesto era, però, che gli Svevi invocavano l'aiuto romano contro i Cherusci. Infatti, alla partenza dei Romani, i Germani, liberi da timori esterni, per antica loro consuetudine e, in quel momento, tutti presi in una gara di gloria, s'erano messi a combattere tra loro. La forza dei popoli, il valore dei capi era pari; ma il nome di re rendeva Maroboduo inviso agli occhi dei connazionali, mentre Arminio, perché combatteva per la libertà, godeva del loro favore. |[continua]|
|[LIBRO SECONDO, 2]|
45. Iniziarono dunque la guerra non solo i Cherusci coi loro alleati, vecchi soldati di Arminio, ma passarono dalla sua parte anche alcune delle popolazioni sveve, cioè i Semnoni e i Langobardi, che pure facevano parte del regno di Maroboduo. Con il loro apporto sarebbero stati superiori, se Inguiomero non si fosse rifugiato presso Maroboduo con una schiera di seguaci, per il solo motivo di non rassegnarsi a obbedire, lui vecchio zio, al giovane figlio del fratello. Si affrontano schierati i due eserciti, con pari speranza di successo, e non più, come un tempo facevano i Germani, con attacchi isolati di masse disordinate; perché la lunga esperienza militare fatta contro di noi li aveva addestrati a seguire le insegne, a impiegare le riserve, a eseguire gli ordini di chi comanda. Allora dunque Arminio, nel passare a cavallo tutti in rassegna, accostandosi ai singoli reparti, vantava la ricuperata libertà e il massacro delle legioni, indicando le spoglie e le armi romane, che vedeva ancora impugnate da molti; e all'inverso chiamava Maraboduo disertore, inesperto di battaglie, protetto dai segreti rifugi della selva Ercinia, uno che aveva mendicato con doni e ambascerie l'alleanza romana, un traditore della patria, un satellite di Cesare, che meritava d'essere spazzato via con lo stesso furore con cui avevano eliminato Quintilio Varo. Si ricordassero solo di tante battaglie, il cui esito, con la conclusiva cacciata dei Romani, stava a provare senza ombra di dubbio a quale dei due popoli spettasse il primato in guerra.
46. Nemmeno Maroboduo risparmiava vanto a sé e insulti al nemico; ma, tenendo per mano Inguiomero, garantiva che solo nella sua persona stava tutto l'onore dei Cherusci e che i successi raggiunti si dovevano alle sue scelte. Diceva che Arminio, pazzo e privo d'esperienza, si faceva bello della gloria altrui, perché solo con la perfidia aveva ingannato tre legioni sbandate e un comandante che non si attendeva il tradimento, con conseguenze spaventose per la Germania e con sua vergogna personale, dato che la moglie e il figlio erano ancora in condizioni di schiavitù. Quanto a sé invece, attaccato da dodici legioni guidate da Tiberio, aveva saputo serbare senza macchia la gloria dei Germani e lo scontro s'era concluso senza vincitori né vinti: era perciò ben contento che dipendesse da loro decidere se preferivano una nuova guerra contro i Romani o una pace incruenta. Gli eserciti, spronati da tali parole, erano anche sollecitati da motivi particolari, perché i Cherusci e i Langobardi combattevano per l'antica dignità e la recente libertà, mentre dall'altra parte si lottava per accrescere un dominio. Mai altrove si vide uno scontro di dimensioni maggiori e con esito più incerto, per la rotta, sui due fronti delle due ali destre; e la battaglia si sarebbe rinnovata, se Maroboduo non avesse ritirato l'accampamento sui colli. Fu il segnale del disastro; progressivamente sguarnito dalle diserzioni, riparò dai Marcomanni e inviò ambasciatori a Tiberio per chiedere aiuto. La risposta fu che non aveva diritto di invocare le armi romane contro i Cherusci, per non avere lui in nulla aiutato i Romani, quando combattevano lo stesso nemico. Venne però inviato Druso, come già detto, a garantire la pace.
47. Sempre in quell'anno, dodici popolose città dell'Asia furono distrutte da un terremoto, sopravvenuto di notte, che rese il disastro ancora più improvviso e grave. Né il rimedio, tipico in tali situazioni, di fuggire all'aperto servì a nulla, perché si veniva inghiottiti dalle fenditure della terra. Raccontano di monti altissimi spianati, di luoghi prima pianeggianti visti sollevati in alto, di fiamme che brillarono tra le macerie. Il flagello si abbatté particolarmente tremendo sugli abitanti di Sardi, per cui concentrò su di essi il massimo della compassione: Cesare infatti promise dieci milioni di sesterzi e li esonerò per cinque anni dai versamenti dovuti all'erario e al fisco. Dopo gli abitanti di Sardi, i più danneggiati e i più soccorsi furono i cittadini di Magnesia del Sipilo. Fu deciso di rimettere i tributi, per un egual periodo di tempo, agli abitanti di Temno, Filadelfia, Egea, Apollonia e a quelli chiamati Mosteni o Ircani di Macedonia e a Ierocesarea, Mirina, Cime, Tmolo, e vi fu inviato un rappresentante del senato per constatare la situazione e portar conforto. Venne scelto Marco Ateio, ex pretore, perché, essendo governatore dell'Asia un consolare, non sorgessero conflitti tra pari grado e relativi ostacoli.
48. Le già vistose contribuzioni destinate a pubblici interventi vennero accresciute da Cesare con una altrettanto gradita generosità privata: i beni di Emilia Musa, facoltosa matrona morta senza testamento, che il fisco reclamava, li assegnò a Emilio Lepido, ritenuto a lei imparentato; e così passò l'eredità del ricco cavaliere romano Pantuleio, benché di una parte di essa fosse nominato erede, a Marco Servilio, che Tiberio vide designato, quale unico erede, in un anteriore e non sospetto testamento, sostenendo che quell'aiuto in denaro avrebbe portato vantaggio alla nobiltà di entrambi. E non volle accettare l'eredità di alcuno, se non proveniente da rapporti di amicizia. Respingeva quella di sconosciuti che, dispettosi verso altri parenti, per ciò appunto istituivano erede il principe. D'altra parte, mentre sovvenne alla dignitosa povertà di persone oneste, allontanò dal senato o lasciò che di loro iniziativa ne uscissero i dissipatori e quanti s'eran ridotti in miseria per vizio, come Vibidio Virrone, Mario Nepote, Appio Appiano, Cornelio Silla e Quinto Vitellio.
49. Nello stesso periodo consacrò i templi, distrutti dal tempo o dal fuoco e iniziati da Augusto, quello a Libero e Libera e quello a Cerere presso il Circo Massimo, offerto in voto dal dittatore Aulo Postumio, e, nello stesso luogo, il tempio di Flora, innalzato dagli edili Lucio e Marco Publicio, e quello a Giano, eretto presso il mercato delle erbe da Gaio Duilio, che per primo guidò vittoriosa la potenza romana sul mare e si meritò il trionfo navale sui Cartaginesi. Il tempio alla Speranza viene consacrato da Germanico: lo aveva offerto in voto Aulo Atilio nella prima guerra punica.
50. Prendeva intanto forza la legge di lesa maestà. La invocò un delatore contro Appuleia Varilla, nipote di una sorella d'Augusto, accusandola di discorsi sarcastici e irriverenti nei confronti del divo Augusto, di Tiberio e della madre di lui, oltre che di mantenere, benché parente di Tiberio, un rapporto adulterino. Per l'adulterio parve a Tiberio che già bastasse la legge Giulia; quanto al delitto di lesa maestà, chiese una trattazione separata e la condanna solo per le espressioni irriguardose verso Augusto; non voleva invece inchieste su offese indirizzate alla propria persona. Alla richiesta del console perché esponesse il suo pensiero circa le malignità espresse contro sua madre, tacque; nella successiva seduta del senato poi, anche a nome della madre, chiese di non considerare incriminabili le espressioni in qualunque modo indirizzate contro di lei. Assolse dunque Appuleia dall'accusa di lesa maestà; però, avendo deplorato come troppo grave la pena per l'adulterio, persuase i suoi parenti a relegarla, secondo l'esempio degli avi, a più di duecento miglia da Roma. Manlio, l'adultero, fu bandito dall'Italia e dall'Africa.
51. La nomina di un pretore in sostituzione di Vipstano Gallo, deceduto, diede adito a una contesa; Germanico e Druso (in quel momento ancora a Roma) sostenevano un parente di Germanico, Aterio Agrippa. Contraria invece la maggioranza, che voleva veder prevalere, come imponeva la legge, il candidato con un numero maggiore di figli. Si compiaceva Tiberio nel vedere il senato diviso tra i suoi figli e le leggi. Fu, come previsto, la legge a soccombere, ma non subito e con pochi voti di scarto; era il modo in cui la legge, quando ancora aveva valore, soccombeva.
52. Nello stesso anno ebbe inizio la guerra in Africa. Capo dei nemici era Tacfarinate. Costui, originario della Numidia, aveva prestato servizio nell'esercito romano tra gli ausiliari, per poi disertare; s'era quindi messo a raccogliere sbandati avvezzi al brigantaggio, dapprima in vista di razzie e saccheggi, ma in seguito li aveva riuniti in una specie di esercito con reparti e drappelli, e ora, per finire, si spacciava non più come capo di bande disordinate ma come capo dei Musulami. Questo potente popolo, stanziato vicino al deserto d'Africa, non sfiorato dalla civiltà urbana, prese le armi e trascinò alla guerra i vicini Mauri. Avevano anch'essi un capo, Mazippa; e l'esercito fu così diviso: Tacfarinate teneva nel campo gli uomini migliori, armati alla romana, per addestrarli alla disciplina e al comando; Mazippa invece, con le sue truppe armate alla leggera, seminava tutt'attorno incendi, massacri, terrore. E aveva indotto un popolo non trascurabile come i Cinizi a far causa comune, quando il proconsole d'Africa Furio Camillo, riuniti in un unico corpo la legione e i reparti alleati sotto le sue insegne, li guidò contro il nemico: erano forze modeste in confronto alla massa dei Numidi e dei Mauri, tuttavia la paura maggiore era che i nemici evitassero lo scontro, perché intimoriti. Ma proprio la fiducia di vincere li portò alla sconfitta. La legione viene dunque collocata al centro; le coorti leggere e due ali di cavalleria ai lati. Non rifiutò Tacfarinate la battaglia. I Numidi furono sgominati e, dopo molti anni, il nome dei Furi si fregiò dell'onore delle armi. Infatti dopo il ben noto salvatore di Roma e suo figlio Camillo, il prestigio di annoverare un comandante vittorioso era passato ad altre famiglie. E anche questo Furio, di cui abbiamo fatto menzione, non godeva credito in fatto di esperienza militare. Tanto più volentieri ne celebrò Tiberio in senato l'impresa, e i senatori gli decretarono le insegne trionfali, cosa che non produsse a Camillo, grazie alla riservatezza della sua vita, conseguenze nocive.
53. [18 d.C.]. L'anno seguente vide console per la terza volta Tiberio, e Germanico per la seconda. Ma Germanico entrò in carica a Nicopoli, città dall'Acaia, a cui era giunto costeggiando l'Illiria, dopo aver visitato il fratello Druso, che si trovava in Dalmazia, e aver sofferto per una travagliata navigazione nell'Adriatico e nello Ionio. Così impiegò alcuni giorni a riparare la flotta e intanto colse l'occasione per vedere il golfo reso famoso dalla vittoria di Azio, i trofei consacrati da Augusto e il campo di Antonio: che gli ricordavano suoi antenati. Perché, come ho già ricordato, Augusto era suo zio e Antonio suo nonno, e in quei luoghi s'addensavano memorie tristi e gioiose. Da lì si portò ad Atene e volle, per riguardo alla città tanto antica e libera alleata, la compagnia di un solo littore. Gli riservarono i Greci gli onori più straordinari e riesumarono solennemente antichi fatti e detti dei loro antenati, per conferire maggiore dignità all'adulazione.
54. Raggiunta quindi l'Eubea, passò a Lesbo, dove Agrippina diede alla luce, ultimo parto, Giulia. Poi, raggiunte le estreme regioni dell'Asia e Perinto e Bisanzio, città della Tracia, penetra nello stretto della Propontide fino all'imboccatura del Ponto, ansioso di conoscere quegli antichi luoghi tanto rinomati; nel contempo, si fa carico del riordino di province stremate da conflitti interni o da soprusi dei magistrati. Ma quando, sulla via del ritorno, volle conoscere i misteri di Samotracia, i venti di settentrione, contrari alla sua rotta, lo respinsero. Visitò allora Ilio, occasione per rimeditare sulle alterne vicende della sorte e venerando ricordo della nostra lontana origine; costeggiò ancora l'Asia e approdò a Colofone, per interrogare a Claro l'oracolo di Apollo. Qui non una donna, come a Delfi, ma un sacerdote, scelto nell'ambito di determinate famiglie, per lo più da Mileto, vuole sapere solo il numero e il nome di quanti lo consultano; poi si ritira nell'antro, attinge acqua da una fonte misteriosa e, benché spesso ignaro di lettere e di poesia, dà un responso in versi alle domande che ciascuno si è formulato nella mente. E si diceva che a Germanico, pur nell'ambiguità dell'enigma, secondo tradizione dell'oracolo, avesse predetto morte prematura.
55. Intanto Gneo Pisone affretta l'esecuzione del suo piano. Entrato con modi aggressivi in un'Atene spaventata, le rivolge un duro rimprovero - ed era un attacco indiretto a Germanico - per avere, a danno della dignità di Roma, riservato degli onori eccessivamente compiacenti, non già agli Ateniesi, ormai estinti dopo tanti rovesci subiti, bensì a un ibrido miscuglio di genti disparate: gli stessi che avevano appoggiato Mitridate contro Silla e Antonio contro il divo Augusto. E rinfacciava loro anche trascorsi lontani, quali le guerre perdute contro i Macedoni e le persecuzioni contro i concittadini, sdegnato verso la città anche per ragioni personali, in quanto essa non voleva tener conto del suo intervento a favore di un certo Teofilo, condannato per falso dal tribunale dell'Areopago. Quindi con una rapida navigazione attraverso le Cicladi, per le rotte più brevi, raggiunge nell'isola di Rodi Germanico, già informato peraltro degli attacchi a lui diretti. Ma era uomo di tanta mitezza che, vedendo una tempesta trascinare la nave sugli scogli, pur potendo attribuire al caso la morte di quel suo avversario, mandò in soccorso delle triremi, per sottrarlo al rischio mortale. Né ciò valse ad ammansire Pisone che, obbligato contro voglia alla sosta di una giornata, lasciò subito Germanico, precedendolo. Raggiunte le legioni in Siria, con ricorso a donativi, con gesti demagogici e privilegiando gli ultimi tra i soldati, mentre destituiva i vecchi centurioni e i rigidi tribuni, rimpiazzandoli coi suoi protetti e con elementi screditati, e consentendo ai soldati di oziare liberamente nel campo o di scatenarsi nelle città o che per le campagne vagabondasse una soldataglia sfrenata, arrivò a consentire tanta corruzione da farsi chiamare, nel linguaggio corrente, «padre delle legioni». Da parte sua Plancina, in trasgressione al decoro femminile, interveniva alle esercitazioni dei cavalieri e alle manovre delle coorti, lanciava ingiurie contro Agrippina e Germanico, tra la compiacente disponibilità anche di bravi soldati, perché si andava mormorando che ciò avveniva non senza il consenso dell'imperatore. Germanico ne era al corrente, ma a lui premeva soprattutto di arrivare presto in Armenia.
56. Questo popolo era malfido sin da tempi remoti per l'indole degli uomini e la posizione del paese che, situato per lungo tratto ai confini delle nostre province, si addentra fin nella Media: collocati dunque fra due imperi potenti, gli Armeni si trovano anche spesso divisi tra odio contro i Romani e rivalità coi Parti. In quel periodo, rimosso Vonone, non avevano re, ma le simpatie di tutti andavano a Zenone, figlio di Polemone, re del Ponto, perché, avendo seguito fin da fanciullo le tradizioni e i modi di vita degli Armeni, si era guadagnato, con le cacce, i banchetti e le altre pratiche preferite da quei barbari, sia i capi sia il popolo. Germanico dunque, con l'assenso dei nobili e una grande partecipazione popolare, pose sul capo di Zenone, nella città di Artassata, la corona regale. E tutti, prostrati, lo salutarono re col nome di Artassia, tratto da quello della città. Quanto alla Cappadocia, ridotta allo stato di provincia, ricevette come legato Quinto Veranio; le vennero alleggeriti alcuni tributi imposti dai re, perché si sperava che apparisse più lieve il dominio dei Romani. Quinto Serveo fu proposto alla Commagene, passata allora per la prima volta sotto la giurisdizione di un pretore.
57. La brillante sistemazione di tutti i rapporti con gli alleati non bastava a rasserenare però Germanico, disturbato dall'arroganza di Pisone che, nonostante l'ordine di condurre in Armenia una parte delle legioni o personalmente o per mezzo di suo figlio, non si era impegnato a fare né l'una cosa né l'altra. Finalmente a Cirro, presso il campo invernale della Decima legione, si incontrarono entrambi con un atteggiamento fermo, Pisone per nascondere la paura, Germanico non volendo apparire minaccioso; mentre era, come già rilevato, fin troppo mite. Ma i suoi amici, abili ad attizzare risentimenti, esageravano il vero, aggiungevano accuse false, incriminando in mille modi Pisone, Plancina e i loro figli. Infine, alla presenza di pochi intimi, ci fu il colloquio, avviato da Germanico all'insegna di una collera contenuta, cui fecero eco le arroganti giustificazioni di Pisone; sicché si lasciarono con avversione esplicita. Dopo di che Pisone si fece vedere di rado nel tribunale di Cesare e, se vi compariva, si mostrava truce in volto e in aperto dissenso. Durante un banchetto presso il re dei Nabatei, quando furono offerte corone d'oro massiccio a Germanico e Agrippina e corone più leggere agli altri e a Pisone stesso, lo si sentì anche affermare che il convito era in onore di un principe romano e non per il figlio del re dei Parti; e, nel dire ciò, gettò via la corona, e aggiunse espressioni durissime contro il fasto: erano bocconi amari per Germanico, che però non reagiva.
58. Si presentò frattanto una delegazione del re dei Parti Artabano. L'aveva inviata per ricordare l'amicizia e l'alleanza ed esprimere il desiderio di rinnovare i rapporti; come omaggio a Germanico, sarebbe venuto lui stesso sulla sponda dell'Eufrate; chiedeva intanto di non consentire la presenza di Vonone in Siria, perché, data la breve distanza, non trascinasse, coi suoi emissari, i vari capi delle tribù alla discordia. Nella risposta Germanico ricorse a parole solenni circa l'alleanza tra Romani e Parti e ad espressioni di misurata dignità sulla venuta del re e l'onore riservatogli. Vonone fu relegato a Pompeiopoli, una città della Cilicia sul mare: tale concessione costituiva non solo una risposta alle richieste di Artabano, ma anche un affronto a Pisone, il quale aveva Vonone carissimo per i molteplici servigi e i tanti doni con cui si era conquistato Plancina.
59. [19 d.C.]. Nell'anno del consolato di Marco Silano e di Lucio Norbano, Germanico si reca in Egitto per visitarne le antichità. Motivo ufficiale era la necessità di occuparsi di quella provincia; là aprì i granai di stato, provocando una diminuzione del prezzo dei cereali, e si rese popolare con una serie di gesti: si spostava senza scorta, coi piedi scoperti e vestito alla greca, come già Publio Scipione il quale, a quel che si narra, si era comportato in Sicilia allo stesso modo, benché ancora divampasse la guerra coi Cartaginesi. Tiberio l'ebbe a riprendere benevolmente per il modo di vestirsi e di comportarsi, ma lo rimproverò con particolare asprezza perché, violando le disposizioni di Augusto, era entrato in Alessandria senza il beneplacito dell'imperatore. Augusto infatti, fra le altre segrete decisioni connesse al suo potere, facendo divieto ai senatori e ai cavalieri di più alto censo di entrarvi senza autorizzazione, sottopose l'Egitto a regole particolari, per evitare che chiunque si fosse insediato in quella provincia pur con una piccola guarnigione contro grandi eserciti, potesse affamare l'Italia e detenesse le chiavi della terra e del mare.
60. Ma Germanico, ancora ignaro delle dure critiche mosse al suo viaggio, risaliva il Nilo, partito dalla città di Canopo. La fondarono gli Spartani a ricordo del pilota di nave Canopo, ivi sepolto al tempo in cui Menelao, al suo ritorno in Grecia, fu risospinto verso il mare opposto e la terra di Libia. Non lontano da lì c'è - e Germanico la visitò - l'imboccatura del fiume consacrata a Ercole, che gli indigeni dicono nato nel loro paese in tempi remotissimi e sostengono che, quanti poi lo eguagliarono in valore, abbiano tratto da lui il loro nome; visitò in seguito le imponenti rovine dell'antica Tebe. Su quei monumenti colossali si conservavano ancora iscrizioni in caratteri egizi a compendio del passato splendore; e uno dei più anziani sacerdoti, invitato a tradurre la lingua dei suoi padri, riferiva che là un tempo avevano avuto dimora settecentomila uomini atti alle armi e che, con quell'esercito, il re Ramsete, conquistata la Libia, l'Etiopia, la Media, la Persia, la Battriana e la Scizia e le terre abitate da Siri, Armeni e dai vicini Cappadoci, aveva esteso i suoi domini da un lato fino al mare di Bitinia e dall'altro fino a quello di Licia. Vi si leggevano anche i tributi imposti ai vari popoli, la misura, in peso, d'oro e d'argento, il numero di armi e cavalli, le offerte votive ai templi, l'avorio e i profumi e le quantità di frumento e di ogni altro bene necessario alla vita che ogni popolo doveva pagare: tributi non meno grandiosi di quanto oggi impongono la forza dei Parti o la potenza di Roma.
61. Germanico s'appassionò anche ad altre meraviglie, tra cui spiccavano la statua in pietra di Memnone, che, colpita dai primi raggi del sole, emette un suono come di voce; tra le sabbie sparse qua e là e a stento praticabili, le piramidi a guisa di montagne, innalzate a gara del fasto dei re; il lago scavato nel suolo, destinato a raccogliere le acque sovrabbondanti del Nilo; altrove, le strette del fiume e la sua immensa profondità, inaccessibile alle misure di chi lo scandaglia. Si giunse poi a Elefantina e a Siene, estremo limite un tempo dell'impero romano, che ora spazia sino al mar Rosso.
62. Mentre quell'estate si consumava, per Germanico, nella visita di varie province, non poco onore acquistava Druso, inducendo i Germani a discordie interne, fino a ridurre Maroboduo, già fiaccato, a completa rovina. C'era, nella tribù dei Gotoni, un giovane nobile di nome Catualda, costretto, in passato, all'esilio dalla prepotenza di Maroboduo e, allora, nel momento critico per quest'ultimo, capace di osare la vendetta. Costui penetra, con un forte seguito, nel territorio dei Marcomanni e, indotti con la corruzione i capi a unirsi a lui, irrompe nella reggia e nella fortezza adiacente. Lì trova il bottino tolto, da tempo, agli Svevi, trova vivandieri e mercanti giunti dalle nostre province, che la possibilità di commercio prima, l'avidità di accumulare guadagni poi e, infine, l'oblio della patria avevano spinto a passare dai loro paesi in territorio nemico.
63. A Maroboduo, abbandonato da ogni parte, non rimase altra risorsa che la pietà di Tiberio. Passato il Danubio, là dove lambisce la provincia del Norico, scrisse a Tiberio, non da supplice o esule, bensì da uomo che non dimentica la passata grandezza: quando in passato - ricordava - molti popoli lo chiamavano a sé quale re ormai famosissimo, aveva preferito l'amicizia di Roma. Gli rispose Cesare che lo aspettava in Italia una sicura e onorata dimora, se intendeva rimanere, ma se altro gli conveniva, poteva andarsene libero com'era venuto. Peraltro in senato spiegò che Maroboduo era da temersi quanto non lo era stato Filippo per gli Ateniesi, Pirro o Antioco per i Romani. Esiste ancora il testo del suo discorso, in cui rilevava la grandezza del personaggio, l'aggressiva fierezza dei popoli a lui sottoposti, la vicinanza di un simile nemico all'Italia e il suo piano per distruggerlo. Maroboduo fu tenuto a Ravenna, con l'incombente minaccia di rimetterlo sul trono, se mai gli Svevi avessero cominciato ad agitarsi. Quanto a lui, non uscì dall'Italia nel corso di diciotto anni e invecchiò, lasciando declinare la sua fama per troppa voglia di vivere. Analogo il destino di Catualda e non diverso il rifugio: scacciato non molto dopo, col ricorso agli Ermunduri, capitanati da Vibilio, e accolto da noi, fu inviato a Foro Giulio, colonia della Gallia Narbonense. I barbari, che avevano accompagnato i due esuli, perché non si mescolassero alla popolazione e non turbassero province quiete, furono stanziati al di là del Danubio, tra i fiumi Maro e Cuso, e fu loro assegnato come re Vannio della tribù dei Quadi.
64. Siccome era nello stesso tempo giunta la notizia che Artassia era stato posto da Germanico sul trono d'Armenia, il senato decretò per Germanico e Druso l'ovazione al loro ingresso in città. Vennero anche eretti, ai lati del tempio di Marte Ultore, archi con le effigi dei due Cesari, tra il compiacimento di Tiberio per aver assicurato la pace con l'abilità politica, compiacimento più vivo che se avesse risolto la guerra sul campo. E affrontò con l'astuzia anche il caso di Rescuporide, re di Tracia. Remetalce aveva governato su tutto quel popolo; alla sua morte, Augusto assegnò una parte dei Traci al fratello Rescuporide e l'altra al figlio Coti. In questa divisione, a Coti toccarono le aree coltivate, le città e le regioni vicine alle colonie greche, mentre le zone incolte, selvagge e sulla frontiera del nemico a Rescuporide; e ciò in accordo alla diversa tempra dei due re: pacifico e raffinato il primo, indomabile, ambizioso e insofferente d'ogni vincolo associativo il secondo. Dapprima vissero in una subdola concordia; poi Rescuporide prese a sconfinare, s'appropriò di terre assegnate a Coti e contrappose la violenza alle sue resistenze, con cautela, però, sotto Augusto, di cui, come organizzatore dei due regni, temeva, se sfidato, la vendetta. Ma alla notizia del cambio di principe, lasciò mano libera a bande di briganti e smantellò fortezze, cercando pretesti di guerra.
65. Nulla turbava Tiberio quanto l'alterazione dell'ordine stabilito. Scelse un centurione che intimasse ai due re di non esprimere i loro contrasti con le armi; e subito Coti congedò i reparti mercenari da lui raccolti. Rescuporide, con simulata arrendevolezza, chiese un incontro con Coti: era possibile superare, in un colloquio, le divergenze. Non ci furono lungaggini sul giorno, il luogo e le modalità dell'incontro, perché tutte le reciproche concessioni si ispiravano per l'uno alla disponibilità e alla frode per l'altro. Rescuporide, per sancire l'accordo, come andava dicendo, organizza un banchetto e, protratta la festa fino a notte fonda, tra cibi e abbondanti libagioni, mette in catene lo sprovveduto Coti che, accortosi dell'inganno, invocava inutilmente la sacralità della persona del re, gli dèi della medesima famiglia e i sacri diritti dell'ospitalità. Impossessatosi dell'intera Tracia, scrisse a Tiberio di un complotto ordito ai suoi danni e di aver prevenuto il responsabile; intanto, col pretesto di una guerra contro i Bastarni e gli Sciti, si rafforzava con nuovi reparti di fanti e cavalieri. La risposta di Tiberio fu morbida: egli poteva, in assenza di frode, contare sulla propria innocenza; ma, quanto a sé e al senato, potevano esprimersi in merito, sul diritto e sul torto, solo dopo un esame dei fatti: doveva perciò, consegnato Coti, presentarsi e addossare all'altro l'odiosa responsabilità del crimine.
66. Il propretore della Mesia, Latinio Pandusa, inviò in Tracia questa lettera insieme a una scorta armata, che aveva l'incarico di prendere in consegna Coti. Rescuporide, dibattuto tra paura e rabbia, preferì vedersi imputare un misfatto concluso piuttosto che uno lasciato a metà; ordina la morte di Coti e sparge la voce che si trattava di suicidio. Né tuttavia Cesare mutò la linea di condotta adottata ma, alla morte di Pandusa, che Rescuporide pretendeva essergli ostile, mise al comando della Mesia Pomponio Flacco, di lunga esperienza militare e in rapporti di stretta amicizia col re e, pertanto, in condizione di poterlo meglio ingannare.
67. Passato in Tracia, Flacco, con grandi promesse, lo indusse, benché insicuro e consapevole delle proprie colpe, a recarsi presso un presidio romano di confine. Qui, con l'apparente intenzione di rendergli onore, lo attorniano una consistente scorta militare e cosÏ pure i tribuni e i centurioni, con l'aria di volerlo rassicurare e consigliare; e intanto più scoperta si fa la sorveglianza quanto più si allontanano dal confine, sino a che lo trascinarono a Roma, conscio del suo destino. Accusato in senato dalla moglie di Coti, fu condannato all'esilio in una sede lontana dal regno. La Tracia viene suddivisa tra suo figlio Remetalce, di cui era nota l'avversione alle trame paterne, e i figli di Coti; poiché questi ultimi erano ancora bambini, furono affidati alla reggenza di Trebelleno Rufo, un ex pretore, nel rispetto dell'antica prassi per cui Marco Lepido era stato inviato in Egitto quale tutore dei figli di Tolomeo. Rescuporide viene trasferito ad Alessandria e lì ucciso in un tentativo di fuga, non si sa se vero o presunto.
68. In quello stesso tempo Vonone, di cui ho ricordato il confino in Cilicia, corrotte le guardie, tentò di raggiungere l'Armenia e da lì gli Albani e gli Eniochi, per poi arrivare al re degli Sciti, suo parente. Allontanatosi dal litorale col pretesto di una caccia, si addentrò tra gli intrichi di zone boscose, per poi dirigersi al galoppo al fiume Piramo, ma la gente del luogo, alla notizia della fuga del re, aveva tagliato i ponti, e guadare il fiume era impossibile. Sicché Vonone viene catturato sulla riva del fiume dal prefetto della cavalleria Vibio Frontone; ma poi Remmio, un veterano richiamato in servizio, cui in precedenza era stata affidata la custodia del re, lo trapassò, come in un impeto d'ira, con la spada. Il gesto rafforzò la convinzione che fosse suo complice e che avesse dato la morte a Vonone nel timore di sue rivelazioni.
69. Intanto Germanico, al suo ritorno dall'Egitto, viene a sapere che tutte le disposizioni impartite, relative alle legioni e alle città, erano state o annullate o stravolte. Da qui pesanti addebiti rivolti a Pisone, ma non meno aspre erano le rimostranze di quest'ultimo nei confronti di Germanico. In seguito Pisone decise di lasciare la Siria. Ma poi, trattenuto da una malattia di Germanico, come seppe di una sua ripresa e che si scioglievano voti agli dèi per la sua incolumità, ricacciò via, coi suoi littori, le vittime ormai pronte agli altari, interruppe le cerimonie sacrificali e disperse la folla di Antiochia in festa. Poi si sposta a Seleucia, in attesa degli esiti della malattia, che aveva di nuovo colpito Germanico. L'idea di essere stato avvelenato da Pisone esasperava, in lui, la virulenza del morbo; inoltre, si erano trovati, a terra o sui muri, resti umani dissepolti, formule magiche, incantesimi e il nome di Germanico inciso su tavolette di piombo, ossa mezzo bruciate e impastate a grumi di sangue e malefici del genere, con cui si crede di poter consacrare le anime agli dèi infernali. E ai messi inviati da Pisone si addossava l'accusa di spiare il peggioramento della salute.
70. Queste notizie erano vissute da Germanico non meno con ira che con sgomento. Se la porta di casa sua era sorvegliata, se gli toccava spirare sotto gli occhi dei suoi avversari, quale destino sarebbe dunque toccato alla infelicissima consorte e ai figli ancora piccoli? Lento pareva l'effetto del veleno: Pisone dunque accelerava, anzi precipitava la fine, per avere da solo la provincia e le legioni. Ma Germanico non era ancora a tal punto finito, e l'assassino non avrebbe goduto il premio del delitto. Scrive una lettera a Pisone, con cui tronca la sua amicizia; molti aggiungono che contenesse l'ordine di lasciare la provincia. Pisone, senza più indugiare, s'imbarcò per andarsene, ma veleggiava senza fretta, pronto a tornare da località non distanti, se la morte di Germanico gli avesse aperto la Siria.
71. Germanico riprese un poco a sperare ma poi, stremato, sentendo vicina la fine, così parla agli amici che gli si stringevano intorno: «Se me ne andassi per volere del destino, avrei ragione di dolermi anche verso gli dèi, perché con morte prematura mi strappano, nel fiore della giovinezza, ai genitori, ai figli, alla patria. Ora, vittima degli scellerati intrighi di Pisone e Plancina, affido ai vostri cuori le mie ultime preghiere: riferite al padre e al fratello da quali amarezze straziato, da quali insidie avvolto io abbia concluso questa vita infelicissima con una morte tremenda. Quanti s'interessavano a me, in vita, per le speranze che di me davo o per i miei legami di sangue o per gelosia, piangeranno il fatto che io, un giorno al vertice della fortuna e sopravvissuto a tante guerre, sia caduto per l'inganno di una donna. Avrete il modo di lamentarvi in senato e di invocare le leggi. Compito primo degli amici non è accompagnare il defunto con sterile lamento, ma ricordarne i desideri e attuare le sue volontà. Anche degli sconosciuti piangeranno Germanico, ma sarete voi a vendicarmi, se il vostro attaccamento era a me e non alla mia fortuna. Mostrate al popolo romano la nipote del divo Augusto, che è pure la mia sposa, additate i miei sei figli: la pietà starà con gli accusatori e a chi, mentendo, parlerà di ordini scellerati, nessuno potrà credere o concedere il perdono.» Stringendo la destra del morente, gli amici giurarono che avrebbero rinunciato alla vita piuttosto che alla vendetta.
72. Rivolto poi alla moglie, la scongiurò, per la memoria di sé e per i figli comuni, di deporre la sua fierezza, di piegarsi alla crudeltà del destino e, al suo ritorno in città, di non inasprire i più forti in un conflitto rivaleggiando con loro. Questo disse apertamente e poi altro a lei sola in segreto: si pensava che le avesse manifestato la paura che gli ispirava Tiberio. E poco dopo si spense tra il vasto compianto della provincia e dei popoli adiacenti. S'afflissero stati e re stranieri: tanta era in lui l'umanità verso gli alleati e la clemenza verso i nemici; l'aspetto e le parole di lui ispiravano eguale profondo rispetto, perché, pur serbando l'austera solennità del suo grado, aveva saputo evitare l'impopolarità e l'arroganza.
73. Il funerale fu, pur senza la fastosa presenza delle immagini di antenati, solenne per il tributo di elogi nel vivo ricordo delle sue virtù. E non mancò chi volle trovare nella figura di Germanico, nell'età, nel tipo di morte, anche per la vicinanza del luogo ove spirò, analogie col destino di Alessandro. Infatti entrambi - ricordavano - belli d'aspetto, di stirpe nobile, non molto al di là dei trent'anni, erano morti tra genti straniere per insidie dei loro; ma Germanico s'era fatto conoscere mite con gli amici e temperante nei piaceri, aveva sposato una sola donna e avuto figli legittimi; non era stato da meno come condottiero, anche se alieno da gesti temerari e vittima di intralci nel soggiogare definitivamente le Germanie, già fiaccate da tante vittorie. Se fosse stato arbitro dello stato col titolo e il pieno potere di sovrano, tanto più prontamente avrebbe potuto pareggiarne la gloria militare, quanto più lo sopravanzava per clemenza, senso di moderazione e ogni sorta di altre doti. Prima della cremazione il corpo fu esposto, denudato, nel foro di Antiochia, luogo destinato alla sepoltura, e non ci sono prove certe che mostrasse segni di veleno: si avanzavano infatti interpretazioni diverse, a seconda che prevalesse la pietà per Germanico e, quindi, il pregiudizio del sospetto, oppure le simpatie per Pisone.
74. Si tenne poi, tra i legati e gli altri senatori presenti, consiglio su chi si dovesse porre a capo della Siria. Poiché gli altri avanzarono solo deboli candidature, rimasero a lungo in lizza Vibio Marso e Gneo Senzio: poi Marso lasciò il campo al più anziano e più ostinato Senzio. Questi spedì a Roma una donna di nome Martina, famigerata in quella provincia per i suoi avvelenamenti e assai cara a Plancina, su richiesta di Vitellio, di Veranio e degli altri che istruivano il processo e raccoglievano capi d'accusa, quasi avessero già individuato i responsabili.
75. Agrippina intanto, benché distrutta dal dolore e in non buona salute ma insofferente a ogni ritardo della sua vendetta, s'imbarcò con le ceneri di Germanico e i figli; tutti erano mossi a compassione nel vedere quella donna, di eletta nobiltà, abituata, fino a poco prima, a spiccare per il suo meraviglioso matrimonio tra sguardi riverenti e ammirati, portarsi, stretti in seno, i resti mortali del marito, non sicura della vendetta, inquieta per il suo destino e tante volte esposta, nella infelice fecondità del suo grembo, ai colpi della fortuna. Intanto la notizia che Germanico era spirato raggiunge Pisone presso l'isola di Coo. La accolse con gioia sfrenata: sacrifica vittime, si reca nei templi, incapace di contenere il suo gaudio, ma più di lui era sfacciata Plancina, che smise il lutto per la sorella defunta e proprio allora s'abbigliò a festa.
76. Accorrevano numerosi i centurioni e gli assicuravano il pronto appoggio delle legioni: doveva tornare nella provincia ingiustamente toltagli e senza guida. E mentre valutava il da farsi, il figlio Marco Pisone gli suggeriva di affrettare il ritorno a Roma: fino ad allora non era accaduto nulla di irreparabile e non esistevano motivi per temere sospetti inconsistenti e dicerie infondate; i dissensi con Germanico potevano meritare odio, non però una pena; e poi l'estromissione dalla provincia aveva già dato abbastanza soddisfazione ai suoi nemici. Se invece vi ritornava, dall'opposizione di Senzio poteva nascere una guerra civile; né avrebbero resistito a lungo dalla sua parte centurioni e soldati, nei quali avrebbe finito per prevalere il ricordo ancora fresco del loro comandante e la devozione radicata verso i Cesari.
77. Per converso, Domizio Celere, suo intimo amico, sosteneva la necessità di approfittare del momento: a Pisone e non a Senzio era stato conferito il governo della Siria; lui aveva ricevuto i fasci, l'autorità pretoria, le legioni. In caso di un attacco nemico, nessuno era legittimato a opporre le armi più di lui, che aveva ricevuto l'autorità di legato e istruzioni personali dell'imperatore. Bisognava dare alle chiacchiere il tempo di invecchiare: spesso gli innocenti soccombono di fronte all'odiosità di un'accusa recente. Al contrario, se aveva in mano un esercito, se accresceva le sue forze, molti avvenimenti imprevedibili, nelle mani del caso, potevano risolversi a suo favore. «O dovremo affrettarci e arrivare insieme alle ceneri di Germanico, perché, al diffondersi delle prime voci, ti travolgano, inascoltato e indifeso, le grida disperate di Agrippina e la folla cieca? Hai dalla tua l'appoggio di Augusta, hai il sostegno di Cesare, sia pure in segreto; e della morte di Germanico nessuno si dorrà con maggior ostentazione di chi, più d'ogni altro, ne trae letizia.»
78. Poco bastò a far piegare Pisone, impulsivo nelle sue iniziative, verso questa soluzione. Manda una lettera a Tiberio, accusando Germanico di fasto e superbia; quanto a sé - sosteneva - scacciato, perché fosse libero il campo a operazioni eversive, era tornato a riprendere in mano l'esercito con la stessa lealtà con cui l'aveva tenuto. Nel contempo fa imbarcare Domizio su una trireme con l'ordine di evitare la costa e di puntare in Siria per il mare aperto al largo delle isole. Inquadra in manipoli i disertori accorrenti, arma i vivandieri e, dopo aver condotto la flotta sul continente, intercetta un distaccamento di reclute dirette in Siria; scrive ai piccoli re della Cilicia per l'invio di rinforzi e nei preparativi di guerra si avvale dell'intraprendenza del giovane Pisone, benché prima riluttante a darle corso.
79. Nel veleggiare lungo le coste della Licia e della Panfilia, incrociarono le navi che trasportavano Agrippina; le due parti, ostili, misero dapprima mano alle armi, ma poi, per reciproca paura, non andarono oltre un scambio d'insulti, e Marso Vibio intimò a Pisone di venire a Roma per discolparsi. Gli rispose sarcastico che ci sarebbe stato quando il pretore, incaricato dell'inchiesta di veneficio, avesse fissato il giorno ad accusato e accusatori. Intanto Domizio, approdato a Laodicea, città della Siria, punta verso la sede invernale della sesta legione, che era giudicata la più disponibile a questa avventura, ma lo previene il legato Pacuvio. Di ciò Senzio informa Pisone con un messaggio, diffidandolo da tentativi di corruzione negli accampamenti e di guerra nella provincia. Quanti sapeva fedeli alla memoria di Germanico o nemici dei suoi avversari, tutti li aduna e non cessa di ribadire la maestà dell'imperatore e il rischio di un attacco armato allo stato; si pone alla testa di forze consistenti, pronte allo scontro.
80. Pisone, sebbene le sue iniziative avessero preso una piega diversa da quanto sperava, non trascurò ciò che al momento era più utile per la sua sicurezza, e occupa una ben arroccata fortezza della Cilicia, chiamata Celenderi. Infatti, assommando i disertori, le reclute poco prima intercettate, gli schiavi propri e di Plancina coi rinforzi della Cilicia, inviatigli dai piccoli re locali, disponeva degli effettivi di una legione. E proclamava che lui, legato di Cesare, da quella provincia che Tiberio gli aveva dato veniva respinto non per iniziativa delle legioni - che anzi era lì proprio da loro chiamato - bensì di Senzio, il quale mascherava sotto false accuse il suo odio personale. Scendessero pure in campo: quei soldati, non appena riconosciuto Pisone, che loro stessi in passato avevano chiamato padre, non avrebbero combattuto: era più forte, se era in gioco il diritto, e non certo da meno, se la parola passava alle armi. E poi dispiega i suoi manipoli davanti agli spalti della fortezza su un'altura scoscesa, ripida e con gli altri lati circondati dal mare. Li fronteggiavano i veterani schierati nei loro reparti con le relative riserve: da un lato l'asprezza di veri soldati, dall'altro quella della posizione, però non coraggio, non speranza e neppure armi, se non attrezzi agricoli e oggetti preparati per l'emergenza. Giunti allo scontro, l'incertezza durò solo il tempo impiegato dalle coorti romane per salire sulla spianata del colle: i Cilici volgono le spalle e si asserragliano nella fortezza.
81. Frattanto Pisone tentò, senza successo, di attaccare la flotta che stava alla fonda a poca distanza. Tornato a terra, dagli spalti cercava, ora esibendo la sua disperazione, ora chiamando ciascuno per nome, ora promettendo ricompense, di provocare una sollevazione a suo favore, e li aveva suggestionati al punto che l'alfiere della Sesta legione passò con l'insegna dalla sua parte. A questo punto Senzio fece suonare i corni e le trombe e diede l'ordine di cercar materiale per il terrapieno, di drizzare le scale, ai più decisi di muovere avanti e agli altri di investire il nemico con macchine da lancio, aste, massi e dardi infuocati. Vinto infine nella sua ostinazione, Pisone chiese di rimanere, dopo la consegna delle armi, nella fortezza, fino a che Tiberio non avesse deciso a chi affidare la Siria. Le condizioni furono respinte, e Pisone ottenne solo delle navi e via libera per Roma.
82. A Roma intanto, al diffondersi delle voci sulla malattia di Germanico, con l'aggiunta, data la distanza, di particolari drammatici, ci furono manifestazioni di dolore, d'ira, di protesta: ecco perché l'avevano relegato in terre così lontane, ecco perché s'era voluto affidare la provincia a Pisone; questo era il risultato delle intese segrete tra Augusta e Plancina. I vecchi dunque avevano ben ragione di dire, a proposito di Druso, che chi regna non gradisce la disposizione liberale dei figli, e che non per altro Druso e Germanico erano stati tolti di mezzo, se non per la loro intenzione di restaurare presso il popolo romano l'eguaglianza del diritto, restituendogli la libertà. Questi discorsi della folla furono, alla notizia della sua morte, alimentati al punto che, interrotta la vita pubblica prima dell'editto dei magistrati e delle decisioni del senato, il foro si svuotò e si serrarono le case. Ovunque silenzio e pianto, senza alcuna falsa ostentazione e, benché non si evitassero segni visibili della comune afflizione, il dolore era vissuto nel profondo del cuore. Successe che alcuni mercanti, partiti dalla Siria quando Germanico era ancora in vita, recassero notizie confortanti sulla sua salute. Furono subito credute e, in un batter d'occhio, divulgate. Ciascuno, incontrandosi con altri, comunica con gioia notizie apprese, per quanto insicure, e questi ancora ad altri, esagerandole per il giubilo. Corrono per la città, forzano le porte dei templi, mentre la notte favorisce la credulità e, al buio, l'assenso è più facile. Non si oppose Tiberio a queste false speranze e lasciò che svanissero col passare del tempo. E il popolo, quasi Germanico gli fosse strappato una seconda volta, provò un dolore più acerbo.
83. Furono proposti e decretati onori a Germanico, in base alla immaginazione o all'amore di ciascun senatore per lui; fu stabilito che il suo nome venisse cantato nel Carme Saliare; che sedie curuli, con sopra corone di quercia, fossero a lui riservate, nei posti destinati ai sacerdoti d'Augusto; che un suo ritratto d'avorio aprisse la processione ai giochi del Circo; che nessuno fosse eletto flamine o augure al suo posto, se non membro della famiglia Giulia. In aggiunta, furono eretti archi a Roma e sulla riva del Reno e sul monte Amano in Siria con l'iscrizione delle sue gesta e la dicitura che aveva sacrificato la vita per lo stato; un cenotafio ad Antiochia, dove era stato cremato, e un tumulo ad Epidafne, in cui s'era spento. Risulta difficile calcolare il numero delle statue e delle sedi del suo culto. Alla proposta del senato di dedicargli un medaglione d'oro, che spiccasse per dimensioni fra i maestri dell'oratoria, Tiberio dichiarò che ne avrebbe dedicato uno normale e eguale agli altri: perché il valore dell'eloquenza non si misura dalla fortuna ed era gloria bastante essere incluso tra gli antichi scrittori. L'ordine equestre intitolò a Germanico il settore del teatro detto «dei giovani». E stabilì che il 15 luglio gli squadroni di cavalleria seguissero in corteo l'immagine di lui. La maggior parte di questi onori è ancora in vigore; alcuni decaddero subito o furono cancellati dal tempo.
84. Nel lutto ancora recente, Livia, sorella di Germanico e sposa di Druso, partorì due gemelli maschi. L'evento insolito e festoso anche in famiglie modeste allietò tanto Tiberio, che, incapace di contenersi, si vantò in senato che, prima di lui, a nessun personaggio romano di pari livello era nata, da un parto, una duplice prole. Valorizzava infatti ogni cosa, anche casuale, per farsene vanto. Ma il popolo, nella circostanza, visse anche questo evento come un dolore. Come se Druso, coi suoi due gemelli, dovesse oscurare ancor più la casa di Germanico.
85. In quello stesso anno il senato represse, con severi provvedimenti, la dissolutezza delle donne e sancì il divieto, per chiunque di loro avesse avuto come avo o padre o marito un cavaliere romano, di prostituirsi. Infatti Vistilia, donna di famiglia pretoria, aveva resa pubblica, davanti agli edili, la sua pratica del meretricio, e ciò secondo un uso valido per gli antichi, che ritenevano sufficiente castigo per le donne impudiche l'ammissione della loro vergogna. Si indagò anche sul perché Titidio Labeone, marito di Vistilia, avesse rinunciato alla punizione voluta dalla legge contro la moglie rea confessa. Ma quello si giustificò col fatto che non erano ancora passati i sessanta giorni per decidere se presentare l'accusa, e allora il senato si limitò a pronunciarsi su Vistilia, che fu relegata nell'isola di Serifo. Ci si occupò anche di bandire i culti egizi e giudaici e si deliberò che quattromila liberti, guastati da quelle superstizioni e in età idonea, fossero trasferiti nell'isola di Sardegna a combattervi il brigantaggio; se poi fossero morti per l'insalubrità del clima, sarebbe stato poco danno. Gli altri, se non avessero abiurato ai loro riti empi entro un termine fissato, dovevano lasciare l'Italia.
86. Dopo tali decreti, Tiberio propose che si designasse una fanciulla al posto di Occia, che per cinquantasette anni aveva presieduto al culto di Vesta in scrupolosa castità; e ringraziò Fronteio Agrippa e Domizio Pollione per la nobile gara di devozione allo stato con l'offerta delle loro figlie. Fu preferita la figlia di Pollione per l'unico motivo che la madre di lei rimaneva fedele al suo unico vincolo matrimoniale, mentre Agrippa aveva diminuito il prestigio della sua casa con un divorzio. Ma dell'averla posposta Cesare la consolò con la dote di un milione di sesterzi.
87. Di fronte alle proteste della plebe per l'eccessivo costo dei viveri, Tiberio stabilì il prezzo d'acquisto del frumento e promise ai negozianti l'integrazione, a loro favore e a sue spese, di due nummi al moggio. Né per questo, tuttavia, accettò il titolo di «padre della patria», già offertogli anche in precedenza, e riprese con asprezza quanti definivano «divine» le sue iniziative, chiamandolo «signore». Stretto e rischioso, dunque, era il cammino dell'eloquenza sotto un principe, che temeva la libertà e detestava l'adulazione.
88. Tra le pagine di scrittori e senatori di quel tempo trovo che fu letta in senato una lettera di Adgandestrio, principe dei Catti, in cui prometteva la morte di Arminio, se gli avessero inviato il veleno necessario all'assassinio, e la risposta fu che non con l'inganno e le trame segrete, ma a viso aperto e con le armi in pugno il popolo romano prendeva vendetta dei suoi nemici. Tiberio si vantava, così, di eguagliare gli antichi comandanti, che avevano rifiutato il veleno contro il re Pirro e denunciato le trame a suo danno. Peraltro, dopo la partenza dei Romani e la cacciata di Maroboduo, Arminio, nella sua pretesa di farsi re, si scontrò con lo spirito di libertà del suo popolo. Affrontato in armi, combatté con varia fortuna, ma poi cadde per il tradimento dei suoi congiunti. Ebbe senza dubbio il merito d'aver difeso la libertà dei Germani e d'aver sfidato il popolo romano, non come altri re e condottieri, al suo nascere, ma in un impero al colmo della potenza; con alterna fortuna sul campo, ma invitto in guerra. Compì trentasette anni di vita, ne trascorse dodici al potere; ancor oggi vivo nei canti dei popoli barbari, benché ignoto agli annali dei Greci, che ammirano solo le proprie gesta. E non è celebrato come merita neppure tra noi Romani, che, poco attenti al presente, esaltiamo solo il passato.
LIBRO TERZO
1. Con una traversata ininterrotta, nonostante l'inverno, Agrippina giunge all'isola di Corcira, posta di fronte alla costa della Calabria. Là, sconvolta dal dolore e incapace di rassegnazione, impiegò qualche giorno per dare compostezza al suo animo. Intanto, alla notizia del suo arrivo, tutti gli amici intimi e moltissimi soldati che avevano militato sotto Germanico, e anche molti delle vicine città, che pur non l'avevano conosciuto, alcuni pensando di rendere omaggio al principe, altri - i più - accodatisi ai primi, accorsero nella città di Brindisi, l'approdo più vicino e sicuro per chi veniva dal mare. E al profilarsi della flotta all'orizzonte, riempiono non solo il porto e le spiagge, ma le mura e i tetti e qualsiasi posizione consentisse allo sguardo di spaziare lontano; era una folla di afflitti, che si domandava se accogliere Agrippina, allo sbarco, in silenzio o con quali parole. Non era ancora chiaro come regolarsi nella circostanza, quando la flotta entrò lenta nel porto, non col solito vivace movimento dei remi, bensì con segnata sul volto di tutti la tristezza. Quando Agrippina sbarcò con due figli, reggendo l'urna funebre, e si fece avanti ad occhi bassi, proruppe unanime il compianto, e non era possibile distinguere i familiari dagli estranei, il lamento delle donne e degli uomini. Solo quanti le si facevano ora incontro in un recente cordoglio, superavano, nei segni del dolore, il seguito di Agrippina, disfatto da un lungo pianto.
2. Tiberio aveva mandato due coorti pretorie con l'ordine che i funzionari della Calabria, della Puglia e della Campania rendessero le estreme onoranze alla memoria del proprio figlio. Le ceneri erano portate a spalla da tribuni e centurioni; precedevano insegne senza ornamenti e i fasci volti verso terra; al passaggio del corteo attraverso le città, la folla vestita a lutto e i cavalieri in trabea bruciavano, secondo le possibilità del luogo, vesti, profumi e altre offerte funebri. Anche gli abitanti dei borghi fuori strada si facevano tuttavia incontro e, offrendo vittime e altari agli dèi Mani, testimoniavano con lacrime e grida il loro dolore. Druso mosse incontro fino a Terracina col fratello Claudio e i figli di Germanico, già rientrati a Roma. I consoli Marco Valerio e Marco Aurelio (ormai entrai in carica) e il senato e gran parte del popolo affollavano la via in disordine e dando sfogo, ciascuno a suo modo, al pianto; mancavano tracce di adulazione, nella generale consapevolezza che Tiberio stentava a celare il compiacimento per la morte di Germanico.
3. Tiberio e Augusta evitarono di comparire in pubblico, ritenendo sconveniente per la loro maestà dare spettacolo di dolore, ma forse perché gli occhi della folla, puntati sui loro volti, non ne cogliessero la simulazione. Quanto alla madre Antonia, né gli storici del tempo né gli «atti diurni» fanno parola di una sua partecipazione a qualche importante cerimonia, benché siano nominati, uno per uno, gli altri consanguinei, oltre ad Agrippina, Druso e Claudio: glielo impediva forse una malattia, o forse il suo cuore, vinto dal dolore, non poté reggere alla vista di una così grave sciagura. Ma io propendo a credere che fu costretta a rimanere in casa da Tiberio e Augusta, che non uscivano dal palazzo; si poteva così pensare a un pari dolore e che, sull'esempio della madre, anche la nonna e lo zio non si facessero vedere.
4. Il giorno del trasferimento dei resti di Germanico nella tomba d'Augusto a tratti la città fu immersa in un profondo silenzio, a tratti fu scossa da fremiti di pianto: erano affollate le strade di Roma, e brillavano le fiaccole nel Campo di Marte. Lì i soldati in armi, i magistrati senza insegne, il popolo ripartito in tribù, tutti gridavano che lo stato era perduto e ogni speranza caduta, con convinzione e franchezza tali da far pensare che avessero dimenticato chi li dominava. Nulla peraltro ferì Tiberio più dell'entusiastico trasporto popolare verso Agrippina, che chiamavano onore della patria, solo vero sangue d'Augusto, esempio unico delle antiche virtù, mentre, rivolti al cielo e agli dèi, li pregavano di conservarle intatta la prole al riparo delle trame dei malvagi.
5. Vi fu chi, avvertendo la mancata solennità di quei funerali di stato, li paragonava con le cerimonie grandiose e superbe tributate da Augusto a Druso, padre di Germanico. Ricordavano che Augusto in persona, pur in un inverno molto rigido, era mosso incontro alla salma fino a Pavia ed era entrato, senza mai staccarsi dal defunto, in Roma con lui; che intorno al feretro stavano le immagini dei Claudii e dei Livii; ricordavano che era stato pianto nel foro e che il suo elogio era stato pronunciato dai rostri; che per lui s'erano accumulati gli onori voluti dagli avi e quelli nuovi escogitati dai loro discendenti: a Germanico, invece, non erano neppure toccati i soliti onori tributati anche a un nobile qualsiasi. Certo, il suo corpo, per leàgrandiàdistanze,àeraàstatoàcrematoàinàterraàstraniera,àcomeàsi poteva: ma allora tanti più segni d'onore era giusto tributargli dopo quanti più in precedenza la sorte glieli aveva negati. Non il fratello gli era andato incontro, se non a un giorno di strada, non lo zio, quanto meno alle porte di Roma. S'eran dunque perdute quelle usanze degli antichi a tutti note, come l'effigie collocata sul feretro, i carmi composti a ricordo del valore, gli elogi funebri e le lacrime o, almeno, le simulazioni del dolore?
6. Tiberio ne fu informato; e, per soffocare queste voci del popolo, rammentò con un editto che molti grandi romani erano morti per la patria, ma che a nessuno si era reso un tributo di rimpianti così appassionato. Si trattava di un onore per lui e per tutti, a patto di stare nei limiti. Del resto non si possono mettere sullo stesso piano gli onori riservati alle personalità di primissimo piano e a un popolo dominatore e quelli riservati a famiglie modeste e a piccole comunità. Erano comprensibili il pianto dopo il recente dolore e lo sfogo dato alla disperazione, ma era tempo di ritrovare la fermezza, come fece in passato il divo Giulio Cesare per la morte dell'unica figlia, e come fece il divo Augusto, quando, strappatigli dalla morte i nipoti, seppe celare la sua desolazione. E non servivano esempi tanto antichi per avere presente quante volte il popolo romano avesse retto con fermezza alla disfatta di eserciti, alla perdita di comandanti e alla radicale estinzione di nobili famiglie. Le grandi personalità sono mortali, immortale è lo stato. Tornassero dunque alle normali occupazioni, e, nell'imminenza delle manifestazioni per i giochi Megalesi, anche allo svago.
7. Allora, concluso il periodo di pubblico lutto, tutti ripresero le normali attività e Druso ripartì verso gli eserciti in Illiria, mentre tutti si aspettavano di vedere inflitta a Pisone la giusta vendetta e mentre dilagava il malcontento per il fatto che quest'ultimo, ancora in viaggio attraverso le località più deliziosamente raffinate d'Asia e d'Acaia, tentava di stravolgere le prove dei suoi delitti con un ritardo sprezzante e subdolo. Si era infatti risaputo che la famigerata avvelenatrice Martina, spedita a Roma, come ricordato, da Gneo Senzio, era morta improvvisamente a Brindisi, e che le si era ritrovato del veleno nascosto fra le trecce dei capelli, senza che il corpo recasse tracce di suicidio.
8. Pisone intanto, fattosi precedere a Roma dal figlio con precise istruzioni su come ammansire il principe, si reca da Druso, contando di averlo, non già aggressivamente ostile per la scomparsa del fratello, bensì dalla sua, per avergli sgombrato il campo da un rivale. Tiberio, per ostentare un giudizio imparziale, riceve il giovane con tono affabile e lo fa segno della generosità solitamente riservata ai figli di nobili famiglie. Da parte sua Druso risponde a Pisone che, se i sospetti diffusi si fossero rivelati fondati, sarebbe stato il primo a dolersene, ma preferiva pensarli falsi e inconsistenti, non volendo che la morte di Germanico recasse rovina a nessuno. Tale risposta fu data alla luce del sole, evitando incontri riservati; si trattava - lo si teneva per certo - di suggerimenti di Tiberio, se ora Druso, ingenuo in altre occasioni e preda dei suoi slanci giovanili, si regolava con la consumata scaltrezza di un vecchio.
9. Pisone, varcato il mare di Dalmazia e lasciate le navi ad Ancona, attraversa il Piceno e poi lungo la via Flaminia raggiunse la legione che rientrava a Roma dalla Pannonia, per ripartire come guarnigione in Africa; e furono oggetto di commento i suoi ostentati contatti con i soldati nella colonna in marcia. Ma, a partire da Narni, o per evitare sospetti o perché le mosse di chi ha paura non sono all'insegna della coerenza, scese lungo il corso della Nera e poi del Tevere; e finì per aggravare lo sdegno della gente il suo approdo presso la tomba dei Cesari, in pieno giorno e in un momento di grande affollamento sulla riva: lui circondato da uno stuolo di clienti e Plancina col suo seguito di donne, si fecero avanti, col volto raggiante. Contribuirono ad acuire l'ostilità la sua casa, prospiciente il foro, ornata a festa, i convitati e il banchetto; e in quel luogo così affollato tutto era sotto gli occhi di tutti.
10. L'indomani Fulcinio Trione sporse denunzia ai consoli contro Pisone. Espressero la loro opposizione Vitellio e Veranio e tutti gli altri che avevano accompagnato Germanico, sostenendo la totale estraneità di Trione nella vicenda, e che loro non si presentavano come accusatori ma per far conoscere - a documentazione dei fatti e in qualità di testimoni - le volontà di Germanico. Trione rinunciò all'accusa in quella causa, ma ottenne di mettere sotto accusa Pisone per la sua precedente condotta, e fu chiesto a Tiberio di istruire il processo. Del che non si mostrava contrario neppure l'accusato, preoccupato degli umori del popolo e dei senatori: per converso, sapeva che Tiberio era capace di fronteggiare l'opinione pubblica ed era legato alla complicità della madre; pensava che per un giudice unico è più facile distinguere il vero dai fatti deformati dalla credulità, mentre di fronte a molti prevalgono l'odio e i rancori. Tiberio non sottovalutava la gravità dell'inchiesta, né ignorava i sospetti di cui era bersaglio. Perciò, dopo aver ascoltato, alla presenza di pochi fidati collaboratori, i minacciosi attacchi degli accusatori da una parte e le suppliche dell'accusato dall'altra, rimanda la causa al senato senza aver preso decisioni.
11. Frattanto Druso, di ritorno dall'Illirico, benché i senatori gli avessero decretato l'ovazione per la resa di Maroboduo e le operazioni dell'estate precedente, rientrò a Roma, preferendo rimandare la cerimonia. Dopo di che, avendo Pisone chiesto come difensori Lucio Arrunzio, Publio Vinicio, Asinio Gallo, Esernino Marcello e Sesto Pompeo, al loro rifiuto, diversamente motivato, si dissero disponibili Marco Lepido, Lucio Pisone e Livineio Regolo, mentre tutta la città era tesa a misurare il grado di lealtà esistente tra gli amici di Germanico e la fiduciosa sicurezza espressa da Pisone, e ancora se Tiberio fosse riuscito a controllare e reprimere i propri sentimenti. In nessun'altra circostanza il popolo fu più vigile, né mai più si permise tante segrete mormorazioni o silenzi pieni di sospetto nei riguardi dell'imperatore.
12. Il giorno dell'udienza in senato, Tiberio tenne un discorso calibratissimo. Pisone, disse, era stato legato e amico di suo padre ed egli, su proposta del senato, l'aveva assegnato a Germanico come collaboratore per l'amministrazione dell'Oriente. Ora si trattava di giudicare con scrupolosa imparzialità se, in quella sede, avesse esasperato il giovane Germanico con la sua ostinazione e con atteggiamenti conflittuali e se si fosse allietato della sua morte, oppure se l'avesse provocata col delitto. «Se infatti come legato ha violato i limiti della sua carica e la deferenza dovuta al suo comandante e se si è compiaciuto della sua morte e del mio dolore, lo odierò, lo allontanerò dalla mia casa, ma non sfogherò la mia avversione privata col mio potere di principe; se, invece, si scopre un delitto da punirsi con la morte, qualunque sia la vittima, allora sarete voi a dare la giusta consolazione ai figli di Germanico e a me, suo padre. E ancora tocca a voi valutare se Pisone abbia provocato disordini e ribellioni nell'esercito, se abbia cercato popolarità tra i soldati con mezzi illeciti, se abbia tentato di riavere la provincia con le armi, o se invece si tratta di esagerazioni false divulgate dai suoi accusatori, del cui eccesso di zelo non posso non essere giustamente irritato. Infatti a quale scopo esibire il suo corpo nudo ed esporlo agli occhi della folla, perché lo potesse toccare, e quale lo scopo di far correre la voce, anche fra popoli stranieri, che doveva essere vittima di un avvelenamento, se tutto è ancora in dubbio e oggetto di inchiesta? Sì, io piango mio figlio e sempre lo piangerò, ma non impedisco certo all'accusato di produrre tutte le prove, che servano a far valere la sua innocenza o anche a mettere in chiaro i torti di Germanico, se mai vi furono; vi chiedo di non prendere come fondate le accuse riversategli addosso, per il solo fatto che questa causa è connessa al mio dolore. E se i legami di sangue e i doveri dell'amicizia gli hanno dato dei difensori, voi difensori, con tutta l'eloquenza e la passione di cui siete capaci, aiutate quest'uomo in pericolo. Richiamo gli accusatori allo stesso impegno e alla stessa coerente fermezza. Solo in una cosa daremo a Germanico un privilegio al di sopra delle leggi, nell'aprire l'indagine sulla sua morte nella curia invece che nel foro, davanti al senato e non davanti ai giudici comuni. Per il resto ogni cosa deve essere all'insegna dello stesso senso della misura. Nessuno tenga conto delle lacrime di Druso, nessuno del mio sconforto, neppure se si imbastiscono maldicenze contro di noi.»
13. Si fissarono quindi due giorni per la formulazione delle accuse e, dopo un intervallo di sei giorni, altri tre per la difesa dell'accusato. Esordisce quindi Fulcinio con accuse vecchie e inconsistenti, sostenendo che Pisone aveva governato la Spagna con pratiche dispotiche e con avidità; il che, quand'anche dimostrato, non poteva recare alcun danno all'accusato, qualora si fosse scrollato di dosso gli addebiti recenti; se invece fossero state controbattute, non gli garantivano l'assoluzione, quando lo si fosse ritenuto responsabile di ben più gravi reati. Dopo di lui Serveo e Veranio e Vitellio, con pari impegno (e con molta eloquenza Vitellio), misero in campo l'accusa, secondo cui Pisone, per odio verso Germanico e con mire sovversive, aveva corrotto la truppa, consentendo l'indisciplina e attraverso prevaricazioni nei confronti degli alleati, al punto da farsi chiamare «padre delle legioni» dalla peggiore soldataglia; mentre, per converso, avrebbe infierito contro i migliori e, in particolare, contro i compagni e gli amici di Germanico; alla fine era giunto a sopprimerlo con sortilegi e col veleno; quindi illustravano i sacrifici e le offerte sacrileghe di vittime compiuti da lui e da Plancina. Gli imputavano, infine, d'aver rivolto le armi contro lo stato tanto che, per sottoporlo a giudizio, era stato necessario vincerlo in battaglia.
14. La difesa ebbe difficoltà su quasi tutti i punti. Non era infatti possibile smentire né la sua pratica di intrighi presso l'esercito né che avesse messo la provincia in mano ai peggiori elementi, né le offese rivolte a Germanico. Solo l'accusa di veneficio parve non reggere, perché neppure gli accusatori le davano un solido fondamento, quando sostenevano che, nel corso di un banchetto in casa di Germanico, stando Pisone nel posto superiore al suo, gli aveva avvelenato il cibo con le sue mani. Appariva infatti incredibile che, in mezzo a servitori non suoi, osservato da tante persone presenti e sotto gli occhi dello stesso Germanico, avesse osato tanto. L'accusato chiamava a testimoni gli schiavi e insisteva perché se ne raccogliessero le dichiarazioni rese sotto tortura. Ma i giudici erano implacabili per motivi diversi: Tiberio per la guerra portata in una provincia; il senato perché non aveva mai creduto davvero che Germanico fosse morto senza una trama delittuosa ... chiedendo cosa avessero scritto, ma rifiutarono Tiberio non meno di Pisone. Intanto davanti alla curia si udivano le grida della folla: l'avrebbero fatto a pezzi loro, se fosse sfuggito alla condanna del senato. E avevano già trascinato la statua di Pisone sulle Gemonie, pronti a farla a pezzi, se, per ordine dell'imperatore, non fosse stata loro sottratta e rimessa al suo posto. Pisone fu quindi fatto salire su una lettiga e condotto via da un tribuno della coorte pretoria, fra commenti contrastanti: lo accompagnava a custodia della sua incolumità o per eseguire la condanna a morte?
15. Egualmente odiata era Plancina, ma più protetta, sicché non appariva ben chiaro quanto potere avesse su di lei Tiberio. Costei, finché Pisone ebbe discrete speranze, prometteva che sarebbe rimasta al suo fianco di fronte a qualsiasi evenienza e che, se doveva succedere, gli sarebbe stata compagna nella morte; ma quando, per le segrete intercessioni di Augusta, fu certa di salvarsi, cominciò a staccarsi, poco alla volta, dal marito e a condurre una propria linea di difesa. Pisone capì, da ciò, che per lui era finita ed era in dubbio se continuare a lottare, ma, su pressione dei figli, si fa forza e si presenta di nuovo in senato. Là ebbe a subire la ripresa dell'accusa, le espressioni di ostilità dai senatori, una atmosfera satura di spietata avversione, ma nulla lo paralizzò tanto quanto il vedere Tiberio senza pietà, senza collera, fermo e impenetrabile, senza ombra di emozioni. Ricondotto a casa, quasi preparasse la difesa per il giorno dopo, scrive poche righe, le sigilla e le consegna a un liberto; poi attende alle solite cure della propria persona. A notte tarda, quando la moglie fu uscita dalla camera, ordinò di chiudere la porta; all'alba lo trovarono con la gola trapassata e la spada sul pavimento.
16. Mi ricordo d'aver sentito raccontare dai vecchi che Pisone fu visto molto spesso con un libretto, tra le mani, da lui però non divulgato, ma che i suoi amici insistevano nell'asserire che contenesse una lettera di Tiberio e le istruzioni contro Germanico e che Pisone era deciso a produrle in senato e mettere sotto accusa il principe, se non lo avesse distolto Seiano con vane promesse; e si diceva che la sua morte non fu suicidio, bensì opera di un sicario fatto entrare nella sua stanza. Non mi pronuncio per nessuna delle due ipotesi; tuttavia non potevo stendere il silenzio su un fatto raccontato da uomini vissuti fino agli anni della mia giovinezza. Tiberio, col volto improntato a mestizia, lamentò in senato che con tale morte si mirava a farlo apparire odioso, e poi, convocato Marco Pisone, gli rivolse molte domande su come il padre avesse trascorso l'ultimo giorno e l'ultima notte. E di fronte alle risposte, in genere misurate, salvo qualche affermazione troppo avventata, gli dà lettura dello scritto di Pisone, il cui tenore era sostanzialmente questo: «Vittima di una congiura dei miei avversari e dell'odiosità di una falsa accusa, visto che non si lascia spazio alcuno alla verità della mia innocenza, chiamo a testimoni gli dèi immortali, o Cesare, di essere stato in vita sempre leale verso di te e altrettanto devoto a tua madre. E vi scongiuro di provvedere ai miei figli, dei quali Gneo Pisone non è mai stato legato al mio destino, qualunque fosse, poiché è rimasto in tutto questo tempo a Roma, mentre Marco Pisone mi sconsigliò di tornare in Siria. Avessi io ascoltato il mio giovane figlio e non lui il vecchio padre! Ecco perché tanto più caldamente supplico che su di lui, innocente, non ricada la pena dei miei errori. Per quarantacinque anni di obbedienza, per l'essere stato tuo collega nel consolato, onorato dalla stima del divo Augusto, tuo padre, e legato a te da amicizia, io - e poi non chiederò più nulla - ti chiedo la salvezza di questo mio figlio infelice.» E per Plancina, non aggiunse una parola.
17. Dopo di che Tiberio scagionò il giovane dall'accusa di aver provocato la guerra civile: erano ordini del padre - disse - e non poteva un figlio sottrarvisi; lo impietosiva, del resto, la nobiltà della famiglia e la tragica fine di lui, per quanto meritata. In difesa di Plancina parlò non senza imbarazzo e vergogna, accampando le preghiere della madre, contro la quale prendeva a divampare la segreta riprovazione delle persone migliori. Com'era concepibile - pensavano - che la nonna potesse guardare in faccia, che potesse rivolgere la parola e sottrarre al senato la donna che le aveva ucciso il nipote? Ciò che le leggi garantiscono a ogni cittadino, non aveva potuto valere per il solo Germanico! A piangere Germanico s'era levata la voce di Vitellio e di Veranio, mentre dall'imperatore e da Augusta era venuta la difesa di Plancina. Non le restava allora che volgere i suoi veleni e le sue arti, già sperimentate con tanto successo, contro Agrippina e i suoi figli, perché quelle degnissime persone, nonna e zio, fossero saziati del sangue di una famiglia tanto sventurata. Questa farsa di inchiesta durò due giorni, tra le continue sollecitazioni di Tiberio ai figli di Pisone, perché difendessero la madre. Ma poiché accusatori e testimoni, a gara, ribadivano le accuse, senza che alcuno si alzasse a difesa, andava prendendo corpo la compassione invece dell'ostilità. Il console Aurelio Cotta, che fu il primo a esprimere il suo parere (infatti quando era il principe a fare la relazione, i magistrati in carica svolgevano anche quel compito), propose la cancellazione di Pisone dai fasti consolari, una confisca parziale dei beni, riservandone una parte al figlio Gneo Pisone, che avrebbe però dovuto mutare il suo prenome; la relegazione per dieci anni di Marco Pisone, privato della dignità senatoria, col beneficio però del sussidio di cinque milioni di sesterzi; e proponeva di accordare l'immunità a Plancina, grazie alle intercessioni di Augusta.
18. In molti punti la proposta venne mitigata dal principe: nessuna cancellazione del nome di Pisone dai fasti, dal momento che nella lista rimanevano quello di Marco Antonio, che aveva mosso guerra alla patria, e quello di Iullo Antonio, che aveva profanato la casa di Augusto; e sottrasse dall'infamia Marco Pisone e gli concesse i beni paterni, mostrandosi saldo, come spesso ho ricordato, di fronte alle tentazioni del denaro e, in quella circostanza, più disposto alla clemenza per la vergogna dell'assoluzione accordata a Plancina. Alla proposta avanzata da Valerio Messalino di innalzare una statua d'oro nel tempio di Marte Ultore o a quella di Cecina Severo per la fondazione di un'ara alla Vendetta, oppose un rifiuto, obiettando che erano gesti rituali per le vittorie esterne, mentre le sventure domestiche vanno chiuse sotto un velo di tristezza. Messalino aveva anche aggiunto un pubblico ringraziamento a Tiberio, Augusta, Antonia, Agrippina e Druso, per aver vendicato Germanico, senza far menzione di Claudio. Lucio Asprenate, in pieno senato, domandò a Messalino se l'avesse tralasciato intenzionalmente; solo a questo punto venne incluso il nome di Claudio. Per parte mia, quanto più ripenso a vicende recenti o passate, tanto più ho la conferma del capriccio che si dispiega in tutte le vicende umane. Perché per fama, speranza e stima tutti potevano essere indicati come la persona designata all'impero, piuttosto che quello tenuto segretamente in serbo dalla fortuna quale futuro imperatore.
19. Pochi giorni dopo, Tiberio propose al senato di conferire cariche sacerdotali a Vitellio, Veranio e Serveo; nel promettere il suo appoggio a Fulcinio per la carriera politica, lo ammonì a non compromettere la sua abilità oratoria con l'impulsiva veemenza. E con ciò si esaurirono gli atti intesi a vendicare Germanico, la cui morte fu oggetto di disparati commenti non solo da parte dei contemporanei, ma ancora nei tempi successivi. Tale, in verità, è l'ambiguo volto degli avvenimenti più importanti, poiché alcuni tengono per certo ciò che hanno sentito dire, qualunque ne sia la fonte, mentre altri rovesciano la verità nel suo contrario: duplice deformazione che i posteri gonfiano. Druso, uscito da Roma per rinnovare gli auspici, vi rientrò subito dopo, accolto dall'ovazione. Pochi giorni dopo si spense sua madre Vipsania, di morte naturale, e fu l'unica di tutti i figli di Agrippa: tutti gli altri vennero notoriamente assassinati o perirono per veleno o per fame.
20. In quello stesso anno Tacfarinate, respinto nell'estate precedente da Camillo, come già ricordato, riprende la guerra in Africa, dapprima con scorrerie su obiettivi sparsi, rimaste impunite per la loro fulmineità, poi devastando i villaggi e trascinandosi via prede consistenti e, per finire, accerchia una coorte romana non lontano dal fiume Pagyda. Comandava la guarnigione Decrio, uomo d'azione e di grande esperienza militare, che considerava quell'assedio una vergogna. Costui arringa i soldati e li schiera davanti alle fortificazioni, per rendere possibile lo scontro in campo aperto. Ma, al primo assalto, la coorte cede e allora, energico tra la pioggia dei dardi, affronta chi fugge, rimprovera i portainsegne, perché un soldato romano non volta le spalle a un'accozzaglia di banditi e di disertori; e, nonostante le ferite subite e un occhio trafitto affronta a viso aperto il nemico; e cessò di combattere solo quando, abbandonato dai suoi, cadde morto.
21. Quando Lucio Apronio, succeduto a Camillo, ebbe notizia dei fatti, preoccupato più del disonore dei suoi che del vanto menato dal nemico, rinnovando un gesto raro a quel tempo, ma di antica tradizione, ordina la decimazione della coorte disonorata, facendo flagellare a morte i sorteggiati. Tale severità fu così efficace che un reparto di non oltre cinquecento veterani sterminò quelle stesse bande di Tacfarinate, che avevano assalito il forte di nome Tala. In quello scontro il soldato semplice Elvio Rufo, distintosi per aver salvato un cittadino, fu insignito da Apronio con una collana e un'asta. Cesare vi aggiunse una corona civica, lamentando, pur senza risentimento, che non gliela avesse conferita Apronio stesso, per la facoltà che gli dava la sua carica di proconsole. Tacfarinate allora, vedendo i Numidi scoraggiati e recalcitranti agli assedi, amplia il fronte della guerra, ritirandosi, se incalzato, per poi ripiombare addosso alle spalle. E finché il barbaro ricorse a tale tattica, poté beffare impunemente i Romani, che si sfiancavano invano; ma quando ripiegò verso la costa, bloccato dalla preda, dovette fermarsi in attendamenti stabili; Apronio Cesiano, inviato dal padre con cavalleria e coorti ausiliarie, cui s'erano aggiunti i soldati più veloci delle legioni, affrontò i Numidi in una battaglia coronata da successo e li ricacciò nel deserto.
22. Intanto a Roma Lepida, che, oltre al lustro del casato degli Emilii, vantava come proavi Lucio Silla e Gneo Pompeo, subisce l'accusa di aver simulato un parto dal matrimonio con Publio Quirinio, ricco e senza figli. All'accusa si aggiungevano adulterii, impiego di veleni e predizioni chieste agli astrologi caldei sulla casa di Cesare: la difendeva il fratello Manio Lepido. Quirinio, col suo accanirsi in un'ostilità senza tregua anche dopo averla ripudiata, le aveva procurato, benché malfamata e colpevole, la compassione della gente. Nel corso dell'inchiesta sarebbe stato difficile intuire i veri sentimenti del principe: troppo volubile era nei suoi trapassi tra collera e clemenza. Cominciò pregando il senato di non tener conto dell'accusa di lesa maestà, ma poi indusse sottilmente il consolare Marco Servilio e altri testimoni a mettere in campo particolari che prima aveva dato l'impressione di voler rimuovere. Fu sempre lui a trasferire sotto il potere dei consoli gli schiavi di Lepida, detenuti nella prigione militare, e non permise che subissero un interrogatorio sotto tortura su fatti relativi alla sua famiglia. Dispensò anche il console designato Druso dall'esprimere per primo il suo parere: gesto interpretato come buon atto politico, perché esimeva gli altri dall'obbligo di adeguarvisi, ma secondo una diversa interpretazione era segno di crudeltà: Druso infatti non avrebbe rinunciato a una sua prerogativa, se non per lasciare ad altri il compito di condannare.
23. Nei giorni dedicati agli spettacoli, che avevano fatto sospendere il processo, Lepida entrò in teatro con un seguito di nobildonne, invocando con sommessi lamenti i suoi antenati e lo stesso Pompeo, di cui quell'edificio era vivo ricordo e le cui statue stavano lì visibili a tutti, e suscitò tanta commozione che i presenti, in preda al pianto, levarono feroci ingiurie e imprecazioni contro Quirinio, al quale, vecchio e senza figli e di oscurissima famiglia, veniva sacrificata una donna un tempo destinata a essere moglie di Lucio Cesare e nuora del divo Augusto. Ma in seguito, sottoposti gli schiavi a tortura, venne alla luce la vergognosa condotta di Lepida, e fu accolto il parere di Rubellio Blando, che proponeva per lei l'interdizione dall'acqua e dal fuoco. Gli diede il suo assenso Druso, benché altri si fossero espressi per una sentenza più mite. Per un riguardo a Scauro, che da lei aveva avuto una figlia, non si procedette alla confisca dei beni. Solo allora Tiberio rivelò di aver appreso dagli schiavi di Publio Quirinio che Lepida aveva attentato col veleno alla vita di quest'ultimo.
24. Alle disavventure di casate illustri (infatti a breve distanza di tempo i Calpurnii avevano perso Pisone, gli Emilii Lepida) recò conforto Decimo Silano restituito alla famiglia Giunia. Ripercorrerò in breve le sue vicende. Quanto la fortuna assecondò il divo Augusto nella vita pubblica, tanto gli si rivelò invece avversa nella vita familiare, per la immoralità della figlia e della nipote, che cacciò da Roma, punendone gli amanti con la morte o l'esilio. In realtà, chiamando il rapporto colpevole tra uomini e donne, divenuto tanto frequente, col nome gravemente solenne di sacrilegio e di lesa maestà, si allontanava dalla clemenza degli antichi e dalle sue stesse leggi. Ma mi riservo di narrare la fine di altri personaggi e le altre vicende di quell'età, se, conclusa l'opera cui attendo, mi resterà vita per nuove fatiche. Dunque Decimo Silano, colpevole di adulterio verso la nipote di Augusto, benché l'unico provvedimento preso nei suoi confronti fosse l'esclusione dall'amicizia di Augusto, comprese che ciò significava per lui l'esilio; solo con l'impero di Tiberio osò indirizzare una supplica al senato e al principe, valendosi del peso politico del fratello Marco Silano, che allora primeggiava per nobiltà ed eloquenza. E quando Marco Silano rivolse un ringraziamento a Tiberio, questi rispose al cospetto dei senatori che anche lui si rallegrava per il ritorno di suo fratello da un così lungo viaggio, ma che ciò era suo pieno diritto, perché non era stato allontanato da un provvedimento del senato o da una legge: tuttavia, sul piano personale, riteneva vivo il risentimento di suo padre verso di lui e il ritorno di Silano non annullava la volontà di Augusto. Dopo di che, Decimo Silano risiedette sì a Roma, ma restò estraneo alla vita politica.
25. Si discusse, poi, se mitigare la legge Papia Poppea, che Augusto, in età avanzata, aveva promulgato dopo le leggi Giulie per inasprire le sanzioni ai celibi e impinguare l'erario. Né per questo si moltiplicavano i matrimoni e le nascite: si preferiva non aver famiglia. Sicché cresceva il numero delle persone minacciate dalle sanzioni, in quanto ogni casa era investita dalle accuse meschine dei delatori, di modo che, se prima era il malcostume a costituire un problema, adesso lo erano le leggi. Il tema mi induce a una dissertazione più approfondita sui principi del diritto e sul processo per cui si è giunti a questo sterminato coacervo di leggi.
26. Gli uomini primitivi, non sfiorati ancora da insane passioni, vivevano senza infamie, senza delitti e quindi senza castighi o repressioni. Neppure c'era bisogno di premi, perché tendevano a scopi degni per impulso naturale; e poiché i loro desideri non violavano consuetudini vigenti, non si ponevano divieti fondati sulla paura. Ma, dopo che le condizioni di eguaglianza vennero sovvertite e, in luogo del senso dei limiti e del rispetto altrui, subentrarono l'ambizione e la prepotenza, sorsero i governi dispotici, destinati a durare per sempre presso molti popoli. Alcuni invece, presto o più tardi, per maturato odio verso i re, preferirono il potere delle leggi. Queste da principio, in armonia con la rozza natura degli uomini, furono semplici; e godettero di una fama particolare quelle date da Minosse ai Cretesi, da Licurgo agli Spartani e poi quelle, più articolate e numerose, di Solone per gli Ateniesi. Da noi Romolo aveva regnato a suo arbitrio; dopo di lui Numa vincolò il popolo alle pratiche religiose e al diritto divino, e altre norme introdussero Tullo e Anco, ma fu Servio Tullio il più importante ordinatore di leggi, alle quali erano sottoposti i re stessi.
27. Alla cacciata di Tarquinio, il popolo adottò molte iniziative contro la fazione dei nobili per difendere la libertà e garantire la concordia, sicché vennero creati i decemviri e, raccolte le migliori leggi ovunque prodotte, furono compilate le dodici tavole, massima espressione di equità e di diritto. Infatti le leggi successive, per quanto mirassero talvolta a colpire i malfattori a causa dei loro crimini, furono più spesso introdotte con la forza per conflitti sociali, per raggiungere poteri illeciti, per bandire uomini illustri e perseguire altri fini perversi. Di qui i Gracchi e i Saturnini, sobillatori della plebe, e Druso, non meno disponibile, in nome del senato, alle concessioni; da qui la delusione degli alleati traditi nelle loro speranze o frustrati dai veti dell'opposizione. E neppure durante la guerra italica e poi quella civile ci si astenne dal legiferare norme molteplici e contrastanti, finché il dittatore Lucio Silla, abolite o trasformate le leggi precedenti con l'introduzione di molte altre, mise fine a tanto proliferare, ma solo temporaneamente: sopravvennero presto le sediziose proposte di Lepido, e, non molto dopo, la licenza, consentita ai tribuni, di sobillare la plebe secondo le loro mire. Ormai dunque i princÏpi affermati nei processi non miravano all'interesse comune, bensì a colpire i singoli e, in uno stato stravolto dalla corruzione, le leggi si moltiplicavano.
28. Allora Gneo Pompeo, console per la terza volta, incaricato di riformare i costumi, coi suoi rimedi si dimostrò più funesto degli stessi mali e, promotore e al contempo sovvertitore delle leggi da lui stesso volute, perse con le armi ciò che con le armi cercava di difendere. Da allora, per vent'anni, si ebbero conflittualità ininterrotta, corruzione di valori, illegalità; le peggiori infamie rimasero impunite e, troppo spesso, i meriti furono causa di rovina. Infine Cesare Augusto, al suo sesto consolato, ormai sicuro del potere, abolì le disposizioni emanate col suo triumvirato e ci diede le leggi con cui vivere in pace sotto un principe. Da qui vincoli più severi: furono istituiti dei custodi, incoraggiati da premi, in base alla legge Papia Poppea, in modo che i beni di quanti rinunciavano al privilegio di essere padre, diventassero proprietà del popolo romano, padre comune. Ma i custodi indagavano troppo a fondo, fino a tenere in pugno Roma e l'Italia, ovunque vi fossero cittadini. Le fortune di molti svanirono. E già il terrore minacciava tutti, se Tiberio, a rimedio, non avesse tratto a sorte cinque ex consoli, cinque ex pretori e altrettanti dal resto del senato, grazie ai quali, mitigate in molti casi le durezze della legge, si poté, per il momento, tirare un respiro di sollievo.
29. Nel medesimo periodo Tiberio raccomandò al senato Nerone, uno dei figli di Germanico, ormai alle soglie dell'età giovanile, e chiese per lui, non senza ironici commenti da parte di chi lo ascoltava, la dispensa dai doveri del vigintivirato, per poter assumere la questura con anticipo di cinque anni rispetto alla legge. Avanzava un precedente: la concessione ottenuta, per lui stesso e il fratello, su richiesta di Augusto. Ma non dubito che, anche allora, ci sia stato chi abbia accolto con dissimulata ironia richieste di tal genere; e sì che allora la potenza dei Cesari era nella fase iniziale di crescita, e l'antica tradizione più viva e meglio visibile, e meno stretta la parentela di un padrino col figliastro di quella tra nonno e nipote. Comunque il senato gli assegnò anche il pontificato e, il giorno del suo ingresso ufficiale nel foro, concesse un'elargizione alla plebe, felice di vedere ormai giunto alla pubertà un figlio di Germanico. La gioia poi crebbe per le nozze di Nerone con Giulia, figlia di Druso. Se questa notizia venne commentata con favore, altrettanto grande fu l'ostilità manifestata quando si seppe che Seiano era destinato come suocero al figlio di Claudio. Pareva che Tiberio avesse contaminato la nobiltà della famiglia e innalzato oltre misura Seiano, già sospetto di eccessiva ambizione.
30. Morirono, sul finire dell'anno, due personaggi illustri, Lucio Volusio e Sallustio Crispo. La famiglia di Volusio era antica, ma i suoi membri non erano mai andati oltre la pretura; egli, invece, vi portò il consolato ed esercitò anche la funzione di censore per la scelta delle decurie dei cavalieri, e fu il primo ad accumulare quelle ricchezze, per cui tanto si affermò il nome del suo casato. Crispo, proveniente da una famiglia equestre, venne adottato da Gaio Sallustio, il celeberrimo storico romano, quale nipote della sorella, ed ebbe da lui il nome. Ma, benché gli fosse aperta la strada a qualunque carica politica, emulò Mecenate e, pur senza la dignità senatoria, superò in potenza molti che riportarono il trionfo e furono consoli: lontano, per raffinata eleganza, dai modi degli antichi, sfiorava la fastosa dissipazione, grazie alla disponibilità di mezzi di cui godeva. Si trattava peraltro di una facciata, che nascondeva un ingegno vigoroso, all'altezza di grandi responsabilità, tanto più penetrante quanto più egli ostentava torpore e indolenza. Finché visse Mecenate, fu secondo dietro a quello, ma, in seguito, fu il primo depositario dei segreti dell'imperatore, anche se, perché informato dell'assassinio di Postumo Agrippa, da vecchio, godette, più in apparenza che in realtà, la confidente amicizia del principe. Ma così era stato anche per Mecenate, essendo il destino della potenza solo in pochi casi eterno, o forse così è per la sazietà dei benefattori, che pensano di aver dato tutto, o dei beneficiati, cui nulla resta da desiderare.
31. [21 d.C.]. Seguì un consolato, che era il quarto per Tiberio e il secondo per Druso, memorabile per essere padre e figlio colleghi. Infatti tre anni prima la stessa carica era toccata a Germanico e Tiberio insieme, ma non fu gradita dallo zio e non caratterizzata da così stretti vincoli naturali. Al principio dell'anno Tiberio, quasi intendesse rimettersi in salute, si ritirò in Campania; forse si stava, per gradi, abituando all'idea di una lunga e ininterrotta assenza, o forse voleva che Druso, col padre lontano, affrontasse da solo la responsabilità del consolato. Per puro caso, una questione secondaria, destinata però a diventare un problema complesso e spinoso, offrì al giovane l'occasione di conquistarsi credito. L'ex pretore DomizioàCorbuloneàavanzòàleàsueàlamenteleàinàsenatoàcontro il giovane nobile Lucio Silla, perché non gli aveva ceduto il posto durante uno spettacolo di gladiatori. Dalla parte di Corbulone stavano l'età, la tradizione dei padri e il sostegno dei più anziani senatori; contrari a lui erano Mamerco Scauro, Lucio Arrunzio e altri. Fu una battaglia oratoria e si evocarono gli esempi degli antichi, che avevano bollato con severi provvedimenti l'arroganza dei giovani, finché Druso intervenne con parole atte a calmare gli animi; Corbulone ebbe soddisfazione da Mamerco, che era insieme zio paterno e patrigno di Silla e il più facondo oratore dell'epoca. Sempre Corbulone, il quale andava denunciando il fatto che molte strade, in Italia, erano interrotte e impraticabili, per le frodi degli appaltatori e l'incuria dei magistrati, assunse ben volentieri la giurisdizione di quell'impresa; ma i benefici pubblici prodotti risultarono molto inferiori, se commisurati alla rovina di molti, contro le cui sostanze e la cui credibilità infierì attraverso condanne e sequestri.
32. Con una lettera di non molto posteriore, Tiberio informava il senato che l'Africa era ancora sconvolta dalle incursioni di Tacfarinate e che si imponeva la scelta, affidata ai senatori, di un proconsole di provata esperienza militare, fisicamente robusto e in grado di fronteggiare quella guerra. SestoêPompeoàcolseàl'occasioneàperàsfogareàilàsuoàodioàcontroàManio Lepido e lo accusò come incapace di iniziativa, di indigenza e di indegnità verso i suoi antenati e perciò depennabile anche dal sorteggio per il governo d'Asia. Ma si oppose il senato, che vedeva in Lepido un uomo mite più che privo di energia e individuava nella povertà ereditata dal padre e nella nobiltà senza macchia un titolo d'onore più che una vergogna. Perciò fu mandato in Asia e, quanto all'Africa, si decise che fosse Tiberio a scegliere la persona cui affidare l'incarico.
33. Nel contesto di tali discussioni, Severo Cecina propose di votare il divieto, per ogni magistrato incaricato di governare una provincia, di farsi accompagnare dalla moglie, dopo aver però ribadito con forza l'armonia esistente con la propria moglie, che gli aveva dato ben sei figli, e dopo aver detto di aver già attuato, in casa sua, quanto intendeva stabilire per tutti: aveva infatti imposto alla sua donna di restare in Italia, benché avesse compiuto missioni nelle più diverse province per quarant'anni. Non certo a caso - sosteneva - gli antichi avevano fissato il divieto di tirarsi dietro donne in mezzo agli alleati o in terre straniere; in un seguito femminile non manca mai chi ritarda la pace per smania di lusso, la guerra per paura, e chi trasforma la marcia di un esercito romano in un'avanzata di barbari. La femmina non è solo debole e incapace di sopportare le fatiche ma, solo che le si lasci mano libera, è capace di reazioni furiose, intrigante, avida di potere; le donne vanno a mettersi tra i soldati, tengono ai loro ordini i centurioni; e citava il caso recente di una donna che aveva voluto sovraintendere alle esercitazioni delle coorti e alla sfilata delle legioni. E i senatori dovevano riflettere che, in ogni processo per concussione, i peggiori addebiti erano rivolti alle mogli: con loro sùbito facevano lega i peggiori elementi delle province, eranoàleàdonneàaàtrattareàeàmediareàaffari;àperàleàloroàuscite,àle scorte mobilitate erano due, e due i quartieri generali, e gli ordini impartiti dalle donne erano i più ostinati e dispotici; e se in passato le leggi Oppie e altre ancora avevano messo loro un freno, ora, sciolte da ogni vincolo, avevano in pugno la vita privata, quella pubblica e ormai anche l'esercito.
34. Queste parole trovarono ben pochi consensi: i più protestavano che la discussione non era all'ordine del giorno, né Cecina il censore adatto per un argomento così rilevante. Ma la risposta la diede, subito dopo, Valerio Messalino, somigliantissimo al padre Messalla e, come lui, brillante oratore: molte intransigenze del passato avevano subÏto accomodamenti e attenuazioni; né, come un tempo, la guerra attanagliava Roma né esisteva l'ostilità delle province; poche peraltro erano le concessioni alle necessità delle donne, e non pesavano sulle sostanze dei mariti e tanto meno degli alleati; il resto l'anno in comune con il marito, senza che ciò comprometta la pace. La guerra era compito di uomini liberi da impacci, d'accordo, ma al loro ritorno, dopo le fatiche, quale più degno conforto della presenza della moglie? Certo, alcune sono state preda di ambizione e avidità. Ma gli stessi magistrati, in molti casi, non sono forse stati vittima delle più disparate passioni? E non per questo tutti costoro sono esclusi dal governo delle province! I mariti sarebbero spesso corrotti dalle iniziative personali delle mogli: ma i celibi sono tutti irreprensibili? Un tempo si erano volute le leggi Oppie, perché questa era l'esigenza politica del momento, ma poi erano state in parte abrogate e in parte attenuate, perché così era parso utile. Vano perciò mascherare sotto altro nome la nostra debolezza, perché le intemperanze delle mogli sono imputabili al marito. Inoltre sarebbe davvero un male togliere, per la inconsistenza di carattere di uno o due magistrati, le loro compagne nei momenti di gioia o di sconforto; e, nel contempo, si lascerebbe la donna, già fragile per natura, esposta alle proprie intemperanze e alle voglie altrui. Già era difficile conservare intatto il matrimonio con il controllo del marito presente: cosa accadrebbe, se fossero dimenticate per più anni, in una sorta di divorzio? Era bene, certo, trovare un rimedio a colpe commesse altrove, ma senza dimenticare gli scandali che avvenivano a Roma. Aggiunse poche parole Druso, con riferimento al suo matrimonio: molto spesso infatti i principi dovevano portarsi nelle più lontane regioni dell'impero. Quante volte infatti il divo Augusto s'era recato in Occidente e in Oriente in compagnia di Livia! Quanto a sé, era stato nell'Illirico e, in caso di necessità, sarebbe andato presso altri popoli, ma con l'animo non sereno, se doveva staccarsi dalla sposa carissima, madre di tanti figli comuni. E così la proposta di Cecina venne accantonata. |[continua]|
|[LIBRO TERZO, 2]|
35. Nella seduta successiva una lettera di Tiberio, contenente un velato rimprovero ai senatori, perché addossavano al principe tutte le responsabilità, faceva i nomi di Marco Lepido e Giunio Bleso: si scegliesse tra loro il proconsole d'Africa. Furono ascoltate le dichiarazioni dei due. Declinò Lepido, con una certa insistenza, l'offerta, adducendo motivi di salute, l'età dei figli e una figlia in età da marito, ma era facile intendere quel che taceva, cioè che Bleso era zio di Seiano e quindi in posizione più forte. Nella risposta, Bleso finse anche lui di rifiutare, ma non con identica convinzione, ed ebbe dalla sua il consenso degli adulatori.
36. Ebbe quindi pubblicità un fatto, di cui, nonostante le segrete lagnanze di molti, non si voleva parlare. Si stava diffondendo infatti tra individui della peggior specie, la pratica perversa di lanciare infamie, provocando risentite reazioni, contro personalità onorate, tenendosi abbracciati a un'immagine di Cesare. E perfino liberti e schiavi, solo che lanciassero accuse o levassero la mano minacciosa contro il padrone, erano loro a farsi temere. Prese allora la parola il senatore Gaio Cestio, per dire che i principi erano sì pari agli dèi, ma che questi ultimi non porgevano orecchio se non a giuste preghiere, e che nessuno cercava rifugio nel Campidoglio o in altri templi di Roma per servirsi di quella protezione per i suoi delitti. Le leggi erano abolite e stravolte, se era consentito che, nel foro o sulla soglia della curia, gli fossero rivolte pesanti offese e minacce da Annia Rufilla, che aveva fatto condannare in tribunale per frode, senza che lui potesse osare di appellarsi alla giustizia, perché gli veniva posta di fronte l'immagine dell'imperatore. Si scatenò allora un coro di proteste, con denunce non dissimili e anche più gravi; e chiedevano a Druso una punizione esemplare. Questi alla fine convocò Rufilla, ne accertò la colpevolezza e la fece rinchiudere in carcere.
37. Anche i cavalieri romani Considio Equo e Celio Cursore, per iniziativa del principe e con decreto senatorio, subirono la dovuta punizione per aver addossato false accuse di lesa maestà al pretore Magio Ceciliano. Entrambe le sanzioni recavano beneficio alla popolarità di Druso: era lui - si pensava - con la sua continua presenza nelle riunioni e nelle conversazioni di Roma, a mitigare la chiusa solitudine del padre. E non dispiaceva poi tanto la vita mondana del giovane: meglio se si dedicava a questo e passava il giorno a far costruire palazzi e la notte nei banchetti, piuttosto che abbandonarsi, nella solitudine e refrattario ad ogni piacere, a meste veglie in cupi rovelli.
38. Infatti non Tiberio, non gli accusatori davano segni di cedimento. E Ancario Prisco aveva denunciato il proconsole di Creta Cesio Cordo di concussione, aggiungendovi il delitto di lesa maestà, che era allora il complemento inevitabile di tutte le accuse. Con un duro richiamo ai giudici, che già avevano assolto l'imputato dall'accusa di adulterio, Tiberio rifece il processo di lesa maestà ad Antistio Vetere, un notabile della Macedonia, perché sedizioso e coinvolto nelle trame di Rescuporide, quando costui, ucciso Coti, aveva meditato di farci guerra. Fu dunque condannato all'esilio e relegato, per di più, in un'isola dai collegamenti difficili con Macedonia e Tracia. La Tracia infatti, dopo la divisione del potere tra Remetalce e i figli di Coti, dei quali, per la loro giovane età, era tutore Trebelleno Rufo, ci osteggiava, perché non abituata al nostro governo, e imputava tanto a Remetalce quanto a Trebellieno di lasciare impuniti gli affronti subiti da tutto il popolo. Le forti tribù dei Celaleti, degli Odrusi e dei Dii presero le armi sotto la guida di capi fra loro divisi e accomunati solo dalle umili origini: questo il motivo se non seppero coalizzarsi in una guerra altrimenti assai dura. Alcuni attizzarono disordini nel nostro territorio, altri valicarono il monte Emo per far sollevare le popolazioni più lontane; i più e i meglio organizzati assediarono Remetalce e la città di Filippopoli, fondata da Filippo il Macedone.
39. Alla notizia dei fatti, Publio Velleo, che comandava l'esercito più vicino, inviò cavalieri ausiliari e reparti di fanteria leggera contro i ribelli sparsi a caccia di preda e alla ricerca di rinforzi; e guida personalmente il nerbo della fanteria a liberare gli assediati. Tutto si risolse, con azione simultanea, in un successo, per lo sterminio dei razziatori e, dopo contrasti sorti tra gli assedianti, per la sortita del re, compiuta proprio nel momento in cui arrivava la legione. Sarebbe improprio chiamare scontro in campo aperto o battaglia quell'eccidio di vagabondi male armati, senza spargimento di sangue per noi.
40. Nello stesso anno, alcune popolazioni della Gallia tentarono, per il cumulo dei debiti, una rivolta, contando tra gli organizzatori più decisi Giulio Floro fra i Treviri e Giulio Sacroviro fra gli Edui. Vantavano entrambi la nobiltà dei natali e i meriti acquisiti dai loro antenati, per cui avevano un tempo ottenuto la cittadinanza romana, quando era una concessione rara e stava a riconoscimento del solo valore. Costoro, assicuratisi in convegni segreti l'appoggio dei capi più fieri e decisi o di quanti erano nell'assoluta necessità di mettersi fuori legge per miseria o paura di meritati castighi, stabilirono un piano, in base al quale Floro doveva provocare la sollevazione dei Belgi e Sacroviro quella dei Galli delle aree più vicine. Dunque, in riunioni segrete e in assemblee tenevano discorsi sediziosi sui tributi da versare in perpetuo, sul peso dell'usura, sulla crudeltà e superbia dei governatori, e accennavano ai fermenti tra i soldati che si erano manifestati alla notizia della morte di Germanico: splendida occasione quella per riacquistare la libertà se essi, che avevano così fiorenti risorse, avessero pensato all'Italia indebolita, alla miserabile viltà della plebe di Roma e al fatto che, nell'esercito, la forza reale veniva dagli apporti stranieri.
41. Quasi nessuna popolazione rimase immune dal germe della rivolta; ma i primi a sollevarsi furono gli Andecavi e i Turoni. Quanto ai primi, riuscì a sopraffarli il legato Acilio Aviola, con una coorte richiamata da Lione, dov'era di stanza. I Turoni dovettero cedere ai legionari, inviati dal legato della Germania inferiore Visellio Varrone agli ordini dello stesso Aviola e di alcuni capi delle Gallie, accorsi a offrire il loro aiuto per dissimulare la rivolta e rimandarla a un momento migliore. Fu notato anche Sacroviro impegnarsi, a capo scoperto, per i Romani, a dimostrazione, come lui sosteneva, del proprio valore; ma, stando all'accusa dei prigionieri, si era reso riconoscibile per non essere bersagliato dai dardi dei suoi. Tiberio, consultato in proposito, non raccolse quegli elementi d'accusa e, coi suoi scrupoli, finì per alimentare la guerra.
42. Floro intanto, perseguendo i suoi piani, cercava di sobillare un'ala di cavalleria, arruolata fra i Treviri, ma inquadrata nei nostri reparti e addestrata da noi, a dare il via alla guerra, attraverso un massacro dei mercanti romani. Pochi cavalieri si lasciarono indurre, i più rimasero fedeli al loro posto. Invece la massa delle persone oppresse dai debiti e i clienti di Floro presero le armi, e stavano per dirigersi verso le alture boscose chiamate Ardenna, quando li respinsero le legioni, provenienti dai due eserciti, legioni che Visellio e Gaio Silio avevano fatto avanzare in senso opposto, bloccando così loro il passaggio. Venne mandato avanti, con reparti scelti, Giulio Indo, conterraneo di Floro, ma in pieno disaccordo con lui e, per questo motivo, tanto più desideroso di farsi valere; costui sbaragliò quella massa non ancora ben organizzata. Floro sfuggì ai vincitori in nascondigli poco noti, ma alla fine, quando vide i soldati bloccare ogni via d'uscita, si uccise. Con lui ebbe fine la rivolta dei Treviri.
43. Più complessa invece la rivolta scoppiata tra gli Edui, in rapporto alle maggiori risorse di quel popolo e alla lontananza delle forze di repressione. Sacroviro aveva occupato con reparti armati Augustoduno, capitale di quel popolo, per avere dalla sua parte i giovani della nobiltà gallica, che lì si dedicavano agli studi liberali, e per legare a sé, con quel pegno, genitori e parenti; e intanto ai giovani distribuì armi fabbricate di nascosto. Erano quarantamila, dei quali un quinto con armi in dotazione alle legioni e gli altri con spiedi, coltelli e altre armi usate dai cacciatori. Vi aggregano gli schiavi destinati al mestiere di gladiatore, che avevano, secondo la pratica di quella gente, un'armatura completa: li chiamano «crupellarii», poco adatti a menar colpi, ma impenetrabili a quelli degli avversari. Queste forze erano sostenute, se non dall'appoggio esplicito delle popolazioni vicine, almeno dall'entusiastica partecipazione di singole persone, e si avvantaggiavano della rivalità dei comandanti romani in aperto conflitto, pretendendo entrambi il comando delle operazioni. Alla fine Varrone, meno efficiente per l'età avanzata, cedette al giovane Silio.
44. Ma secondo le notizie che giungevano a Roma, non solo i Treviri e gli Edui, bensì sessantaquattro tribù delle Gallie s'erano ribellate, e i Germani avevano fatto alleanza con loro e le Spagne non davano garanzia di fedeltà: il tutto, come avviene per sentito dire, esagerato. Le persone più responsabili si preoccupavano per le difficoltà dello stato; molti, insofferenti del presente e desiderosi di mutamenti, provavano gioia per i rischi che pure li riguardavano, e inveivano contro Tiberio, il quale, in mezzo a tanti sconvolgimenti, si occupava delle denunce degli accusatori. Ma sarebbe stato mai possibile, - si chiedevano - che Sacroviro venisse accusato di lesa maestà dinanzi al senato? Ecco finalmente degli uomini capaci di fermare con le armi le sue lettere grondanti sangue! Ben venga anche una guerra, per cambiare una così detestabile pace! E tanto più risoluta era la studiata imperturbabilità in Tiberio, senza mutare né luogo né umori: si comportò in quei giorni come al solito, o perché impenetrabile o perché sapeva che si trattava di questioni secondarie, meno serie di quanto si dicesse.
45. Silio intanto avanzando con due legioni e facendosi precedere da un corpo di ausiliari, devasta i villaggi dei Sequani posti all'estremità del territorio, al confine con gli Edui, loro alleati nella guerra. Punta poi rapido su Augustoduno: rivaleggiavano gli alfieri in velocità e anche i soldati semplici esprimevano insofferenza per i ritardi dovuti al consueto riposo e alle soste notturne: contava solo - dicevano - vedere il nemico di fronte ed essere visti: questo bastava per vincere. A dodici miglia dalla città furono avvistati, in campo aperto, Sacroviro e le sue truppe. In prima linea aveva schierato gli uomini catafratti di ferro, le coorti con armi regolari ai lati e, dietro, i male armati. Sacroviro, fra gli altri capi, cavalcava su uno splendido destriero e rievocava le antiche glorie dei Galli e tutte le sconfitte da loro inflitte ai Romani: tanto sarebbe stata bella la libertà per loro in caso di vittoria quanto più insopportabile la schiavitù dopo una seconda sconfitta.
46. Breve fu il discorso e rivolto a uomini senza entusiasmo: si avvicinavano infatti le legioni romane in assetto di guerra, e quei cittadini, disorganizzati e inesperti di arte militare, avevano quasi perduto la capacità di vedere e ascoltare. Da parte sua Silio, benché la certezza del successo avesse reso superflua l'arringa ai soldati, gridava tuttavia che era una vergogna per loro, vincitori dei Germani, marciare contro i Galli come contro un vero nemico. «Poco fa è bastata una sola coorte per battere i Turoni ribelli, un'ala sola di cavalieri per i Treviri e pochi squadroni di questo esercito per i Sequani. Questi Edui, che quanto più ricchi e sazi di piaceri tanto più sono imbelli, schiacciateli e risparmiate i fuggiaschi.» Si levò in risposta un grido immenso, e la cavalleria accerchiò i nemici e i fanti li attaccarono di fronte, e le ali cedettero quasi subito. Un po' di resistenza opposero gli uomini catafratti di ferro, poiché le corazze reggevano ai colpi di lancia e spada; ma i soldati, impugnati scuri e picconi, come per sfondare una muraglia, facevano a pezzi armature e corpi; alcuni con pertiche e forche abbattevano quelle masse inerti che, prostrate a terra, incapaci d'un minimo sforzo per rialzarsi, erano abbandonate lì come morte. Sacroviro raggiunse prima Augustoduno, poi, temendone la resa, si diresse in una villa vicina coi suoi fedeli. Lì si uccise, e gli altri morirono, colpendosi l'un l'altro; la villa incendiata sopra di loro costituì, per tutti, il rogo.
47. Allora finalmente Tiberio scrisse al senato, per comunicare che la guerra era cominciata e si era subito conclusa. Nulla tolse o aggiunse alla verità: la prova era stata superata per la lealtà e il coraggio dei legati e grazie ai suoi provvedimenti. Spiegò anche il motivo per cui né lui né il figlio Druso erano partiti per quella guerra, esaltando la grandezza dell'impero e argomentando che non si addiceva ai principi lasciare, per la ribellione di questa o quella popolazione, la città da cui si governa il mondo. Adesso, poiché non lo si poteva più credere spinto dalla paura della ribellione, sarebbe andato a constatare di persona la situazione e a porvi i rimedi. Decretarono i senatori voti per il suo ritorno, supplicazioni e altri attestati di onore per la sua persona. Il solo Cornelio Dolabella, nel suo voler superare gli altri, precipitò in una adulazione assurda, proponendo che, al suo ritorno dalla Campania, Tiberio fosse accolto da un'ovazione. Seguì una seconda lettera di Cesare: non era così a corto di gloria - questa l'affermazione esplicita - da dover cercare, dopo aver domato popoli fierissimi e celebrato o anche rifiutato tanti trionfi nella sua giovinezza, ora, in età avanzata, un vuoto onore per una passeggiata suburbana.
48. In quel torno di tempo, chiese al senato che, per la morte di Sulpicio Quirinio, fossero celebrati funerali di stato. Quirinio non ebbe nulla a che fare con l'antica famiglia patrizia dei Sulpicii, perché era nato nel municipio di Lanuvio; ma la sua efficienza militare e lo scrupoloso esercizio delle sue funzioni gli erano valsi il consolato sotto il divo Augusto e poi le insegne trionfali, dopo l'espugnazione delle fortezze degli Omonadesi in Cilicia; quindi, assegnato come consigliere a Gaio Cesare nel governo dell'Armenia, aveva reso omaggio anche a Tiberio, al tempo del suo ritiro a Rodi. Questo allora Tiberio rammentò in senato, con parole di lode per le cortesie ricevute e con espressioni di rimprovero per Marco Lollio, al quale imputava di aver suscitato la discordia e l'avversione di Gaio Cesare nei suoi confronti. Ma il ricordo di Quirinio era tutt'altro che gradito agli altri per l'azione intentata, come già ricordato, contro Lepida e per la sua vecchiaia sordida e prepotente.
49. Sul finire dell'anno, un delatore travolse il cavaliere romano Clutorio Prisco, già beneficiato da Tiberio con una somma di denaro per un carme famoso, in cui piangeva la morte di Germanico; l'accusa era di aver composto, durante una malattia di Druso, un altro carme che, pubblicato in caso di morte, gli avrebbe assicurato un premio ancora più grande. Clutorio l'aveva recitato in casa di Publio Petronio, alla presenza della suocera di questi, Vitellia, e di molte donne della nobiltà, per vanità di scrittore. Di fronte al delatore, mentre le altre, indotte dalla paura, confermarono i fatti con la loro testimonianza, solo Vitellia affermò di non aver udito nulla. Ebbero, però, maggior credito le accuse di chi gli preparava la rovina e, su proposta del console designato Aterio Agrippa, venne richiesta per l'accusato la pena di morte.
50. Si oppose Marco Lepido in questi termini: «Se consideriamo, o senatori, solo un fatto, e cioè come Clutorio Prisco abbia, con quelle parole rivoltanti, contaminato il suo pensiero e le orecchie di altre persone, non basterebbero contro di lui né il carcere né il capestro e neppure le torture inflitte agli schiavi. Se la bassezza del crimine è senza limiti, il senso della misura del principe e gli esempi degli antenati e i vostri stessi impongono un giusto equilibrio tra pena e rimedi; del resto, c'è differenza tra boria e scelleratezza, tra parole e fatti colpevoli. C'è spazio per una sentenza, in base alla quale il delitto di costui non resti impunito e noi non dobbiamo pentirci per un eccesso né di clemenza né di severità. Spesso ho sentito il nostro principe esprimere rammarico che qualcuno abbia prevenuto col suicidio un suo atto di clemenza. Clutorio vive ancora: se salvo, non sarà un pericolo per lo stato, ma la sua morte non potrà costituire un esempio. I versi che compone sono pieni di follia e, per ciò appunto, vani e inconsistenti; impossibile temere qualcosa di grave e di serio da un uomo che, rivelando il segreto delle sue vergognose debolezze, non vuole far presa sull'animo di uomini, bensì insinuarsi in quello di donnette. Se ne vada pertanto da Roma e, confiscati i beni, gli sia inflitto l'esilio. Questo penso di proporre, come se il suo gesto dovesse ricadere sotto il delitto di lesa maestà.»
51. Solo Rubellio Blando, fra i consolari, assentì alla proposta di Lepido. Gli altri si schierarono con Agrippa, e Prisco venne condotto in carcere e subito giustiziato. Tiberio, con l'abituale ambiguità, avanzò critiche al senato: mentre esaltava la devozione di chi puniva severamente le offese, anche modeste, recate al principe, deplorava che si punisse, con tanta avventatezza, per delle semplici parole; lodava Lepido, senza però biasimare Agrippa. Si passò dunque ad approvare una delibera, secondo cui i decreti del senato non si sarebbero depositati all'erario che dopo dieci giorni, e così, per tale periodo, si prorogava la vita dei condannati. Il senato però non aveva facoltà di ricredersi e Tiberio, col passare del tempo, non mitigava certo il suo animo.
52. [22 d.C.]. Seguì il consolato di Gaio Sulpicio e Decimo Aterio, non segnato da rivolgimenti esterni, ma con l'incombente minaccia che fossero applicate, all'interno, le leggi contro il lusso, che aveva preso a dilagare senza misura per tutto ciò per cui si sperpera il denaro. E si cercava di nascondere altre spese, per quanto gli sprechi fossero maggiori, falsificando, in genere, i prezzi: ma lo sfarzo esibito in banchetti e gozzoviglie, di cui molto si parlava, avevano fatto nascere il timore che il principe, uomo di antica parsimonia, intervenisse con provvedimenti troppo severi. Infatti, dopo l'iniziativa di Gaio Bibulo, anche gli altri edili prendevano posizione, constatando che la legge sul lusso non trovava applicazione e che i prezzi dei beni di prima necessità, pur calmierati, crescevano di giorno in giorno e non erano contenibili con misure ordinarie. I senatori, consultati sull'argomento, avevano rimesso il problema, insoluto, a Tiberio. Ma il principe, dopo aver a lungo ponderato tra sé sulla reale possibilità di arginare prodigalità così diffuse, ed essersi chiesto se la repressione non recasse più danni allo stato e aver riflettuto su quanto fosse umiliante un tentativo fallito e, per altro verso, sul costo, in caso di successo, in ignominia e disonore per tante personalità, si decise a inviare al senato una lettera, la cui sostanza era, a un dipresso, la seguente.
53. «Su altre questioni, o senatori, è forse più utile ch'io sia interrogato di persona davanti a voi, per dire ciò che serve al bene dello stato, su quest'ordine del giorno è meglio che i miei occhi siano lontani, per non essere costretto a vedere e, per così dire, a sorprendere quanti possono essere accusati di lusso vergognoso, i cui volti spaventati voi stessi mi fareste notare. E se quelle persone così efficienti, gli edili, si fossero prima consultati con me, forse li avrei consigliati a tollerare vizi radicati e inveterati piuttosto che avere, come risultato, l'aperta ammissione di quali vergogne siamo impotenti a frenare. Ma quelli hanno compiuto il loro dovere come vorrei che anche gli altri magistrati assolvessero il proprio. Per me ora non è decoroso tacere, né comodo avanzare proposte, perché non svolgo la funzione di edile o di pretore o di console. Dal principe si richiede qualcosa di più grave e di più alto; e, mentre ciascuno ricava per sé popolarità per quanto di bene ha fatto, gli errori di tutti si scaricano su uno solo. Da dove infatti incominciare a porre divieti, dove sfrondare per un possibile ritorno alla tradizione di un tempo? Dalla sconfinata ampiezza delle ville? Dal numero di schiavi provenienti da ogni paese? Dalla quantità d'oro e d'argento? Dai capolavori della pittura e della scultura? Dai tessuti delle vesti, comuni a uomini e donne, oppure dalla mania, tipicamente femminile, di possedere pietre preziose, grazie alla quale il nostro denaro finisce in mano a genti straniere o a noi nemiche?
54. So bene che nei discorsi fatti a tavola o in riunioni di varia natura si mettono sotto accusa tali eccessi e si chiede un freno. Ma se uno sancisce una legge o fissa delle pene, quegli stessi si metteranno a gridare che si sovverte lo stato, che si vuole la rovina delle persone più facoltose e che nessuno è senza colpa. Neppure alle malattie inveterate e aggravate dal tempo si può porre rimedio se non con interventi energici e radicali; l'animo corrotto e al tempo stesso corruttore, infermo e pur in preda a voglie febbrili non si può calmare, se non con rimedi più forti delle passioni di cui è preda. Delle tante leggi inventate dagli antichi, delle tante volute dal divo Augusto, quelle caddero nella dimenticanza, queste - e la vergogna è più grave - sono disattese: e tutte hanno reso il lusso più inattaccabile. Perché, se tu vuoi ciò che ancora non ti è stato vietato, hai il timore che vietato ti sia; ma se hai infranto impunemente ciò di cui la legge fa divieto, non esistono più né paure né pudori. Perché allora un tempo regnava la parsimonia? Perché ciascuno si dava dei limiti, perché eravamo cittadini di una sola città; e neppure le nostre sollecitazioni erano più le stesse, quando il nostro dominio non andava oltre l'Italia. Le vittorie esterne ci hanno insegnato a dilapidare i beni altrui, le vittorie nelle guerre civili a consumare anche i nostri. Davvero problema da poco quello su cui gli edili richiamano la nostra attenzione! E com'è trascurabile, se si guarda al resto! Ma, in nome degli dèi, nessuno ricorda che l'Italia ha bisogno di risorse esterne e che la vita del popolo romano è quotidianamente esposta alle incertezze del mare e delle tempeste. Se i rifornimenti delle province non aiutassero padroni, schiavi e campi, allora ci potrebbero davvero mantenere i nostri boschi e le nostre ville! Ecco, o senatori, il peso che il principe si addossa: questo problema, se non risolto, travolgerà lo stato dalle sue radici. Il rimedio per gli altri guai ognuno deve trovarlo in se stesso: il senso della dignità renda migliori noi, la necessità i poveri e la sazietà i ricchi. Ma se qualcuno dei magistrati garantisce di avere tanta abilità e rigore da saper fronteggiare il male, io lo lodo e ammetto che costui mi libera da una parte del carico delle mie fatiche. Se invece si vuole mettere sotto accusa il vizio per poi provocare, dopo essersi addossati il merito della denuncia, risentimenti che ricadono su di me, dovete credere, senatori, che anch'io non sono avido di rancori; e mentre già devo farmene carico di più gravi e spesso di ingiusti, nell'interesse dello stato, quelli superflui e vani, che si riveleranno inutili a me e a voi, a buon diritto vi prego di risparmiarmeli.»
55. Dopo la lettura del messaggio di Cesare, gli edili furono esonerati da tale responsabilità; e il fasto nei banchetti, mantenuto con enorme dispendio per cento anni dalla fine della guerra di Azio ai fatti d'armi che portarono Galba al potere, cadde lentamente in disuso. Mi sembra interessante cercare le cause di questo mutamento. In passato le ricche famiglie di nobili o quelle resesi celebri si lasciarono prendere dal fascino della magnificenza. Infatti era ancora lecito corteggiare la plebe, gli alleati, i re stranieri e ricevere il loro favore. Chi più era splendido per disponibilità di mezzi, sontuosità d'abitazione e sfarzo, più era illustre per nome e clientele. Ma da quando infierirono le stragi e la grandezza della fama significava la morte, i superstiti piegarono a comportamenti più ragionevoli. Intanto uomini nuovi, chiamati di frequente in senato dai municipi, dalle colonie e anche dalle province, introdussero la parsimonia dei loro paesi e, benché non pochi, grazie alla loro fortuna e alle loro capacità, fossero giunti in vecchiaia alla ricchezza, rimase viva la loro precedente mentalità. Ma la spinta più forte a regole di sobrietà venne da Vespasiano, esempio lui stesso di vita austera, secondo gli antichi dettami. E poi la deferenza verso quel principe e il vivo desiderio di emularlo si rivelarono più forti della pena comminata dalle leggi e della paura di esse. Ma forse in ogni cosa umana esiste una sorta di ciclicità, sicché i comportamenti si alternano come le stagioni. Non tutto il meglio fu degli antichi, e anche il nostro tempo ha prodotto molti esempi di virtù e di ingegno, degni dell'imitazione dei posteri. Con la speranza che questa competizione coi nostri antenati per dei valori degni possa sempre durare.
56. Tiberio, conquistata la reputazione di persona equilibrata, per aver saputo reprimere i delatori, sempre pronti a colpire, invia una lettera al senato, chiedendo la potestà tribunizia per Druso. Fu Augusto a escogitare questo termine indicante il potere supremo, per evitare di assumere il nome di re o di dittatore e tuttavia innalzarsi, con un titolo qualsiasi, sopra gli altri poteri dello stato. Augusto poi associò, in questo titolo di superiore autorità, Marco Agrippa e, alla sua morte, Tiberio Nerone, per evitare incertezze sul suo successore. Sperava di frenare in questo modo le malvagie speranze di altri e intanto contava sulla remissività di Nerone e sulla propria grandezza. Dietro il suo esempio, Tiberio promosse allora Druso al vertice del potere, perché, fin che Germanico era vivo, non s'era risolto a decidere tra i due. All'inizio della lettera, Tiberio rivolgeva una supplica agli dèi, perché volgessero le sue scelte al bene dello stato, facendo seguire poche parole sulla figura del giovane, senza false esagerazioni: aveva moglie e tre figli e la stessa età in cui anch'egli, in passato, s'era visto chiamare da Augusto a quel ruolo. E ora lui sceglieva Druso a condividere una responsabilità ben nota, non con una decisione affrettata, ma dopo otto anni di prova, in cui Druso aveva represso rivolte, concluso guerre, meritato il trionfo e ricoperto per due volte il consolato.
57. I senatori avevano previsto il contenuto del discorso, perciò l'adulazione si espresse in forme più ricercate. Nulla di nuovo però riuscirono a immaginare, se non proporre statue ai principi, are agli dèi, templi e archi e le solite cose. Soltanto Marco Silano andò a escogitare, a favore dei principi, un onore avvilente per il consolato, ed espresse il parere che, negli atti sia pubblici sia privati, non si scrivesse all'inizio, per ricordare la data, il nome dei consoli, bensì di chi esercitava la potestà tribunizia. Quinto Aterio, poi, con la sua proposta di scolpire a lettere d'oro in curia le deliberazioni prese in quel giorno dal senato, si coprì di ridicolo: vecchio com'era avrebbe ricavato solo infamia da un'adulazione così bassa e ripugnante.
58. Intanto, dopo la proroga a Giunio Bleso del governo nella provincia d'Africa, il flamine diale Servio Maluginense chiese di poter concorrere al sorteggio per la provincia d'Asia, sostenendo l'inesattezza dell'opinione corrente, per cui si faceva divieto ai flamini diali di uscire dall'Italia, convinto che i loro diritti non differivano da quelli dei flamini di Marte e Quirino: quindi, se loro avevano retto province, perché vietarlo ai diali? In merito poi non esistevano deliberazioni prese dal popolo o disposizioni nei testi cerimoniali. Spesso i pontefici avevano celebrato i riti diali, quando un flamine era impedito per cause di salute o pubblici incarichi. Settantacinque anni dopo il suicidio di Cornelio Merola nessuno l'aveva sostituito, e non per questo i riti religiosi erano stati sospesi. Se dunque era stato possibile non nominarne uno per tanti anni senza danno per il culto, tanto più facilmente poteva stare assente un solo anno e ricoprire la carica di proconsole. E se tempo addietro era accaduto che i pontefici massimi impedissero ai diali di andare nelle province, ciò era avvenuto solo per rancori privati; ma ora, per grazia degli dèi, era sommo pontefice anche il sommo degli uomini, non soggetto a invidie, a odio e a risentimenti personali.
59. Contro tale posizione si espressero, con vari argomenti, l'augure Lentulo e altri, per poi concludere sull'opportunità di attendere il parere del pontefice massimo. Tiberio, differito l'esame sui diritti dei flamini, ridusse il numero delle cerimonie decretate in occasione del conferimento a Druso della potestà tribunizia, disapprovando, in particolare, la stranezza di proporre lettere d'oro contro la pratica dei padri. Venne poi letto anche un messaggio di Druso, interpretato, nonostante il tono di modestia, come segno di sfrontata superbia. Tutto - consideravano - era finito così in basso, che un giovane, fatto segno di un onore così elevato, non si degnava neppure di accostarsi agli dèi della sua città, di visitare il senato o di prendere almeno gli auspici nella terra natale! Era senza dubbio la guerra o una terra lontana a trattenere Druso, che stava proprio allora girovagando in viaggi di piacere per le spiagge e i laghi della Campania! Questa l'educazione di chi avrebbe guidato il genere umano; questa la prima lezione appresa dal padre! Che un vecchio imperatore fosse disturbato dalla vista della folla dei cittadini era comprensibile e lo si poteva imputare alla stanchezza dell'età e alle fatiche sostenute; ma l'impedimento di Druso com'era spiegabile se non con l'arroganza?
60. Tiberio, mentre consolidava il suo potere di principe, faceva intravedere al senato una larva dell'antica pratica politica, lasciando alle disquisizioni dei senatori le richieste delle province. Si diffondeva, ecco un caso, nelle città greche l'impunito abuso di stabilire luoghi d'asilo; i templi si riempivano della feccia degli schiavi; in questo rifugio trovavano scampo contro i creditori persone gravate da debiti e gente sospettata di delitti capitali; non esisteva autorità sufficientemente capace di reprimere la riottosità di un popolo, che proteggeva i crimini degli uomini come fossero cerimonie degli dèi. Si decise allora che le comunità inviassero loro rappresentanti per far chiarezza sui loro diritti. Alcune rinunciarono spontaneamente a quelli usurpati con falsi pretesti; molte confidavano nell'antichità dei loro riti religiosi o nei meriti verso il popolo romano. Fu uno spettacolo grandioso il giorno in cui il senato esaminò, libero come un tempo, se confermare o modificare i benefici concessi dai nostri antenati, i trattati con gli alleati, persino i decreti dei re, che avevano avuto il potere prima della potenza di Roma, e i culti degli dèi.
61. Primi tra tutti giunsero i rappresentanti di Efeso, i quali ricordarono che, in contrasto con la credenza popolare, Diana e Apollo non erano nati a Delo; vicino a Efeso vi erano il fiume Cencrio e il bosco di Ortigia, dove Latona, prossima al parto e appoggiata a un ulivo, ancora esistente, aveva dato alla luce i due numi; per loro volere il bosco era diventato sacro e proprio là Apollo, uccisi i Ciclopi, aveva evitato l'ira di Giove. Più tardi il padre Libero, vincitore nella guerra contro le Amazzoni, aveva offerto il suo perdono a quante di loro si erano fermate in atto di supplica presso l'altare. La sacralità del tempio era poi cresciuta ancora grazie a Ercole, al tempo della sua conquista della Lidia; e le prerogative del tempio non erano state intaccate con la dominazione persiana; le avevano rispettate prima i Macedoni, quindi noi.
62. Subito dopo di loro la delegazione di Magnesia cercava di far valere gli statuti di Lucio Scipione e di Lucio Silla: dopo che l'uno aveva vinto Antioco e l'altro Mitridate, resero onore alla fedeltà e al valore dei Magneti, riconoscendo inviolabile il rifugio di Diana Leucofrina. Dopo di loro gli emissari di Afrodisia e di Stratonicea addussero un decreto del dittatore Cesare, per antiche benemerenze verso il suo partito, e uno recente del divo Augusto, contenente un elogio per aver subÏto un'incursione dei Parti, senza venir meno alla fedeltà verso il popolo romano. La comunità di Afrodisia difendeva il culto di Venere, gli Stratonicensi quello di Giove e di Trivia. Più addietro nel tempo risalirono i delegati di Ierocesarea: parlavano di una loro Diana Persica e di un tempio dedicato durante il regno di Ciro, e ricordavano i nomi di Perpenna, di Isaurico e di molti altri generali, che avevano garantito la sacralità non solo al tempio, ma a un'area circostante di due miglia. Seguirono i Ciprioti in difesa di tre loro templi, il più antico dei quali, dedicato a Venere Pafia, si doveva ad Aeria; quello, successivo, a Venere Amatusia, era opera di suo figlio Amato, mentre quello di Giove Salaminio l'aveva innalzato Teucro, fuggendo profugo dall'ira del padre Telamone.
63. Furono ascoltate anche le delegazioni di altre città. I senatori, stremati dal numero delle udienze e dai conflitti di simpatie, incaricarono i consoli di vagliare i diritti vantati e gli eventuali casi di frode, per poi riportare, impregiudicata, la questione al senato. Oltre che per le città già ricordate, i consoli riferirono che era stato riconosciuto il diritto d'asilo al tempio di Esculapio presso Pergamo, mentre gli altri facevano valere origini non accertabili, data la loro remota antichità. Gli abitanti di Smirne s'appellavano infatti all'oracolo di Apollo, per ordine del quale avrebbero dedicato un tempio a Venere Stratonicida; i Tenii a un responso dello stesso dio, col quale avrebbe loro imposto di consacrare una statua e un tempio a Nettuno. Privilegi più recenti producevano gli abitanti di Sardi, concessi in dono da Alessandro vincitore; con altrettanta convinzione i Milesii accampavano l'autorità del re Dario: e queste due città erano votate al culto di Diana e di Apollo. Anche i Cretesi chiedevano il diritto di asilo per una statua del divo Augusto. I senatori si espressero con dei senatoconsulti, nei quali, pur nel rispetto delle realtà religiose, si fissavano dei limiti, con l'invito di affiggere nei templi tavole di bronzo, per consacrare il ricordo dei riconoscimenti e perché, col pretesto del culto, non si desse spazio alla speculazione.
64. In quei giorni una grave malattia di Giulia Augusta costrinse il principe a un frettoloso ritorno a Roma, e ciò sia che vi fosse ancora una sincera concordia tra madre e figlio oppure nonostante i dissimulati risentimenti. Infatti, non molto prima, Giulia, nel consacrare una statua al divo Augusto non lontano dal teatro di Marcello, aveva fatto seguire il nome di Tiberio al suo, episodio che si voleva da lui ritenuto offensivo della dignità imperiale, ma non rilevato pur nel suo cupo e dissimulato risentimento. In quella circostanza dunque il senato decretò suppliche agli dèi e solenni giochi votivi, la cui organizzazione era affidata ai pontefici, agli auguri, ai quindecemviri insieme ai settemviri e agli Augustali. Lucio Apronio aveva proposto che vi presiedessero anche i feziali. Ma Tiberio espresse parere contrario, richiamando la distinzione delle funzioni sacerdotali e gli esempi di tutta una tradizione: mai infatti ai feziali era toccato tanto onore; quanto agli Augustali, la loro aggregazione si spiegava col fatto che il loro collegio riguardava proprio la famiglia, per la quale si scioglievano i voti.
65. Mi sono riproposto di riferire solo opinioni significative, in quanto espressione di dignità o di memorabile bassezza, perché ritengo compito primo della storia preservare dall'oblio le manifestazioni di virtù e perché, per le parole e i gesti perversi, sia viva la paura di infamia agli occhi dei posteri. Furono quelli tempi così inquinati da sordida adulazione che, non solo i cittadini di primo piano, i quali credevano di dover difendere la loro notorietà con gesti di ossequiosa deferenza, ma tutti i consolari e gran parte di chi aveva ricoperto la pretura e anche molti dei senatori di grado inferiore, facevano a gara a formulare proposte indecenti ed eccessive. Raccontano che Tiberio, ogni volta che usciva dalla curia, fosse solito esclamare in greco: «O uomini pronti solo a servire!» Tanto la sottomissione così smaccata di quei servi ripugnava anche a colui che non voleva la libertà pubblica.
66. Costoro intanto però passavano gradatamente dalla bassezza all'aggressività. Il proconsole d'Asia Gaio Silano, già messo sotto accusa dagli alleati per concussione, subisce le violente accuse, combinate, del consolare Mamerco Scauro, del pretore Giunio Otone e dell'edile Bruttedio Nigro, che gli contestavano d'aver violato la divinità d'Augusto e disprezzato la maestà di Tiberio. Mamerco sfodera esempi antichi: Lucio Cotta accusato da Scipione l'Africano, Servio Galba da Catone il Censore, Publio Rutilio da Marco Scauro. Ma era chiaro che ben altre colpe intendevano punire Scipione e Catone o quel famoso Scauro, che ora il pronipote Mamerco, vergogna dei suoi antenati, disonorava con un comportamento infame. Vecchia professione di Giunio Otone era stata quella di maestro di scuola; poi, fatto senatore grazie al potente appoggio di Seiano, contaminava ulteriormente la bassezza delle sue origini con una impudente sfrontatezza. Bruttedio, ampiamente dotato d'ingegno, poteva raggiungere, se avesse seguito la retta via, gli obiettivi più luminosi ma, sopraffatto dall'arrivismo, si accinse prima a superare quelli del suo livello, poi quelli in condizioni più alte e infine le sue stesse speranze. Tale atteggiamento ha condotto alla rovina anche persone capaci e meritevoli, le quali, sprezzando risultati lenti ma certi, forzano le cose in modo prematuro, anche a rischio di rovinarsi.
67. Accrebbero il numero degli accusatori Gellio Publicola e Marco Paconio, il primo questore di Silano e l'altro suo legato. Non v'era dubbio che l'imputato dovesse essere considerato reo di sevizie e di estorsione; ma si accumulavano contro di lui molte circostanze, pericolose anche per un innocente, perché, oltre ai tanti senatori a lui ostili, doveva ribattere da solo ai più eloquenti oratori di tutta l'Asia, appositamente scelti per metterlo in stato d'accusa: Silano, digiuno di arte oratoria, in preda al panico proprio di chi vede in gioco la sua persona - il che fiacca l'eloquenza anche più smaliziata - era solo a dover rispondere. E Tiberio non desisteva dall'incalzarlo con la voce, con gli sguardi, tanto più che lo interrogava personalmente con domande incalzanti, senza consentirgli né di ribattere né di eluderle, e spesso era costretto anche ad ammissioni, per non far cadere nel vuoto le domande di Tiberio. Un agente del fisco aveva acquistato anche gli schiavi di Silano, perché si potessero interrogare sotto tortura; e, per evitare che qualche parente gli venisse in aiuto nel momento del pericolo, si insinuavano accuse di lesa maestà, che vincolavano, obbligatoriamente, al silenzio. Chiesto dunque un rinvio di pochi giorni, Silano abbandonò la propria difesa e osò scrivere a Tiberio un memoriale, in cui si alternavano risentite affermazioni e preghiere.
68. Tiberio, per avallare, con un precedente, i provvedimenti che intendeva prendere contro Silano, ordina di leggere in senato l'atto d'accusa del divo Augusto contro Voleso Messalla, anch'egli proconsole d'Asia, e il decreto emesso dal senato contro di lui. Poi chiede a Lucio Pisone di esprimere il suo parere. Questi, dopo una lunga premessa sulla clemenza del principe, propose di infliggere l'esilio a Silano e di relegarlo nell'isola di Giaro. Gli altri si allinearono sulla sua proposta, salvo il suggerimento avanzato da Gneo Lentulo di separare, nella confisca, i beni materni di Silano (perché era nato da una Azia) e di restituirli al figlio. Tiberio acconsentì.
69. Cornelio Dolabella procedette ben oltre sulla strada dell'adulazione: censurata la figura morale di Silano, aggiunse che chi conduceva vita scandalosa e infamata non doveva rientrare nel sorteggio delle province, e che la decisione spettava al principe: se sono le leggi a punire i delitti - argomentava - non sarebbe più generoso per i candidati e più producente per gli alleati fare in modo che questi delitti non si commettano? Cesare espresse valutazioni contrarie: non che gli fossero ignote le voci circolanti su Silano, ma non su dicerie si potevano fondare le decisioni. Molti s'erano comportati nelle province diversamente da come facevano temere o sperare: la grandezza delle responsabilità sprona taluni al meglio, altri li fiacca. Era impensabile che la conoscenza del principe abbracciasse ogni cosa ed era un rischio per lui essere sottoposto alla pressione di intrighi orditi da altri. Le leggi si basano sui fatti, proprio perché il futuro è incerto. Gli antichi avevano stabilito che solo là dove prima si verificasse un reato, seguisse la pena. Non era il caso di sovvertire principi dettati dalla saggezza e sempre accettati. Già tanti sono gli oneri di un principe e già tanta la sua potenza. La forza della legge diminuisce col crescere del potere e non conviene ricorrere a un atto d'imperio, dove si può far valere la legge. Quanto più raro era in Tiberio il rispetto della volontà popolare, tanto più era accolto con gioia. Il quale Tiberio, capace di trovare la giusta misura, purché non travolto dalla propria ira, fece ancora osservare che l'isola di Giaro era inospitale e selvaggia: concedessero invece alla famiglia Giunia e a un uomo, un tempo del loro stesso livello sociale, l'isola di Citno. La stessa richiesta avanzava anche la sorella di Silano, Torquata, vestale d'una castità degna dei tempi antichi. La votazione fu in questo senso.
70. Ebbe poi udienza una delegazione di Cirene e, sotto l'accusa di Ancario Prisco, Cesio Cordo fu condannato per concussione. Tiberio si rifiutò di mettere sotto accusa il cavaliere romano Quinto Ennio, imputato di lesa maestà, per aver trasformata una statua del principe in oggetti d'argento d'uso comune; ma espresse apertamente il suo dissenso Ateio Capitone, come se fosse questo un segno di libertà. Non si doveva - disse - sottrarre ai senatori la facoltà di decidere, né era pensabile l'impunità per una colpa così grave. Fosse pure arrendevole Tiberio nel suo dolore, ma un'offesa allo stato non ammetteva tolleranze. Tiberio intese la sostanza più di quanto non dicessero le parole e persistette nel suo rifiuto. Tanto più clamorosa fu l'infamia di Capitone, perché questi, esperto nel diritto umano e divino, aveva infangato i suoi pur rilevanti meriti pubblici e le sue qualità di privato cittadino.
71. Si presentò, poi, una questione d'ordine religioso, ossia in quale tempio collocare il dono offerto in voto dai cavalieri romani, per la salute di Augusta, alla Fortuna Equestre. Infatti, benché in città esistessero numerosi templi dedicati alla dea, non ne esisteva nessuno con quella particolare denominazione. Si scoprì che ce n'era uno, con tale nome, ad Anzio, e che nelle città d'Italia tutte le cerimonie, i templi e le statue delle divinità ricadevano sotto la giurisdizione e l'autorità di Roma. Si decise dunque di collocare quel dono ad Anzio. E giacché si discuteva di questioni religiose, Tiberio diede la risposta, prima differita, sul caso del flamine diale Servio Maluginense, e lesse un decreto dei pontefici, secondo cui, in caso di indisposizione, un flamine diale poteva, dietro autorizzazione del pontefice massimo, assentarsi da Roma per più di due notti, purché non nei giorni di pubblici sacrifici e non più di due volte all'anno. Tali disposizioni, fissate sotto il principe Augusto, indicavano chiaramente l'impossibilità di concedere ai diali l'assenza di un anno per l'amministrazione delle province. E si citava anche l'esempio del pontefice massimo Lucio Metello, che aveva impedito la partenza da Roma al flamine Aulo Postumio. Perciò il governo d'Asia fu conferito al consolare che, in ordine d'età, veniva subito dopo Maluginense.
72. In quei giorni Lepido chiese al senato di restaurare e abbellire, a proprie spese, la basilica di Paolo, monumento degli Emilii. Non era ancora caduta in disuso la pratica della munificenza a vantaggio dello stato; né Augusto aveva impedito a Tauro, a Filippo e a Balbo di destinare le spoglie di guerra e le loro sovrabbondanti ricchezze ad abbellire la città, con loro gloria presso i posteri. Forte di quell'esempio, Lepido allora, pur con la modestia dei suoi mezzi, fece rivivere l'avito splendore. Quanto al teatro di Pompeo, distrutto da un incendio fortuito, Cesare ne promise la ricostruzione a proprie spese, poiché nessuno della famiglia di Pompeo disponeva dei mezzi necessari, e assicurò comunque il mantenimento al teatro del nome di Pompeo. E ne approfittò per elogiare Seiano, quasi che alla sua previdente efficienza si dovesse se la furia spaventosa dell'incendio aveva prodotto quel solo danno. E i senatori gli votarono una statua da porsi nel teatro di Pompeo. Poco più tardi, nel concedere il trionfo a Giunio Bleso, proconsole d'Africa, Tiberio dichiarò di conferirglielo per rendere onore a Seiano, di cui quello era zio. Peraltro Bleso s'era meritato, con la sua condotta, tale riconoscimento.
73. Infatti Tacfarinate, benché più volte respinto, ricostruite le sue forze con aiuti raccolti all'interno dell'Africa, era giunto a un tale livello di arroganza da inviare dei messi a Tiberio, pretendendo un territorio per sé e per il suo esercito, e minacciando, in caso contrario, una guerra interminabile. Raccontano che mai, in altra occasione, Tiberio abbia patito l'offesa recata a sé e al popolo romano come allora che un disertore e un predone si spacciava per nemico. Neppure a Spartaco, al tempo della sua devastazione incontrastata dell'Italia, dopo la distruzione di tanti eserciti consolari, era stato concesso di trattare la resa, sebbene lo stato faticasse a reggere le spaventose guerre di Sertorio e di Mitridate: impossibile, dunque, pensare che, nel momento di massimo splendore per il popolo romano, un brigante come Tacfarinate potesse riscattarsi con la pace e la concessione di territori. Incarica Bleso di allettare gli altri banditi con la speranza dell'impunità, se deponevano le armi, e di mettere le mani sul loro capo a qualsiasi costo. I più furono conquistati da quel perdono. Per contrastare la tattica di Tacfarinate, si organizzò una analoga guerriglia.
74. Tacfarinate, contando su un esercito inferiore per consistenza militare, ma più efficiente nei colpi di mano, attaccava con bande sparse e sfuggiva al contatto nemico, per poi organizzare subito imboscate; perciò, vengono disposte tre direttrici d'attacco e altrettanti contingenti. Di questi uno, al comando del legato Cornelio Scipione, operava nella zona in cui i nemici compivano incursioni contro gli abitanti di Leptis, per poi rifugiarsi presso i Garamanti; sul fianco opposto, il figlio di Bleso aveva reparti ai propri ordini per impedire l'impunito saccheggio dei villaggi attorno a Cirta. Al centro, con truppe scelte, dislocando piazzeforti e ridotte in luoghi strategici, il comandante aveva molto limitato e rese scarsamente sicure tutte quante le zone d'operazione dei nemici, perché, ovunque essi puntassero, ci fossero sempre reparti romani, di fronte, sui fianchi e, spesso, alle spalle; e così molti furono uccisi o circondati. A questo punto, l'esercito, già tripartito, viene suddiviso da Bleso in numerosi manipoli, affidati a centurioni di provato valore. E, diversamente dalla solita prassi, non ritirò le sue truppe alla fine dell'estate, per dislocarle nei quartieri invernali della vecchia provincia, ma, quasi entrasse allora in guerra, organizzato un sistema di piazzeforti, servendosi di soldati armati alla leggera e pratici del deserto, ricacciava progressivamente indietro Tacfarinate, costretto a mutare sempre gli attendamenti, finché, catturatone il fratello, Bleso ripiegò; ma troppo presto per il bisogno di sicurezza degli alleati, perché erano rimasti uomini capaci di ridar fiato al conflitto. Tiberio peraltro considerò la guerra come conclusa e attribuì a Bleso anche l'onore di essere salutato imperator dalle sue legioni, antico onore riservato ai comandanti che, per i loro meriti verso lo stato, venivano acclamati in questo modo dall'esercito vittorioso, in preda alla gioia e all'entusiasmo. Potevano esserci contemporaneamente più imperatores, pur restando su un piano di parità con gli altri cittadini. Anche Augusto concesse questo titolo ad alcuni, e Tiberio lo concesse a Bleso, in quell'occasione, per l'ultima volta.
75. Morirono, in quell'anno, personaggi illustri come Asinio Salonino, nipote di Marco Agrippa e di Asinio Pollione, noto quale fratello di Druso e promesso sposo a una nipote di Tiberio, e come Ateio Capitone, di cui ho già fatto cenno, che aveva raggiunto a Roma la posizione di maggior autorità tra gli studiosi del diritto, benché avesse per nonno un centurione di Silla e il padre fosse stato solo pretore. Augusto gli aveva reso più rapida la carriera al consolato, in modo che, col prestigio di quella carica, potesse prevalere su Antistio Labeone, eccellente anche lui nello stesso campo. Quell'età aveva infatti generato, nello stesso tempo, questi due benemeriti ingegni di pace. Ma Labeone, dall'incorrotto senso della libertà, ebbe fama più alta. La deferenza di Capitone verso chi comanda, lo rese loro più accettabile. Labeone, proprio perché non andò oltre la pretura, derivò, da questo torto, pubblica stima; nei confronti dell'altro, per aver egli avuto il consolato, nascevano, dall'invidia, delle ostilità.
76. Sessantaquattro anni dopo la battaglia di Filippi venne a morte Giunia, nipote di Catone, moglie di Gaio Cassio e sorella di Marco Bruto. Il suo testamento suscitò molti commenti tra la gente, perché, pur avendo nominato eredi delle sue grandi ricchezze, citandole con parole di stima, quasi tutte le personalità più importanti, non fece cenno a Tiberio. Questi reagì con sensibilità democratica e non si oppose a che il funerale di Giunia fosse onorato con l'elogio funebre dai rostri e con tutti i riti tradizionali. Precedevano il feretro i ritratti di venti nobilissime famiglie, i Manlii, i Quinzii ed altri nomi di pari nobiltà. Ma su tutti splendevano le figure di Cassio e di Bruto, proprio perché le loro immagini non comparivano.
LIBRO QUARTO
1. [23 d.C.]. Il consolato di Gaio Asinio e di Gaio Antistio segnò per Tiberio il nono anno di uno stato ordinato e di prosperità per la sua famiglia (computava infatti anche la morte di Germanico tra i fatti positivi), quando d'improvviso la fortuna cominciò un corso turbolento e lui stesso liberò istinti crudeli, oppure offrì incoraggiamenti a chi la crudeltà già manifestava. L'origine e la causa prima vanno cercate in Elio Seiano, prefetto del pretorio, della cui potenza ho già avuto modo di riferire. Ora tratterò delle sue origini, dei suoi costumi e da quale delitto mosse a usurpare il potere assoluto. Nato a Bolsena dal cavaliere romano Seio Strabone, nella prima giovinezza, fu al seguito di Gaio Cesare, nipote del divo Augusto, non senza il sospetto di essersi prostituito, per denaro, al ricco e prodigo Apicio. Poi, con vari raggiri, irretì a tal punto Tiberio da renderlo impenetrabile agli altri, ma incauto e scoperto di fronte a lui solo; e ciò accadde non tanto per la sua intraprendenza (che anzi i suoi metodi subdoli gli si voltarono contro), quanto per l'ira degli dèi contro Roma, verso la quale Seiano si rivelò egualmente funesto sia nel pieno del potere sia nel declino. Il suo corpo era abituato alle fatiche, l'animo pronto a osare; abile nel dissimulare le sue intenzioni e nell'accusare gli altri, adulatore e insieme gonfio di superbia, esibiva contegnosa riservatezza covando una smania irresistibile di afferrare il potere supremo e, a questo scopo, alternava ora prodigalità e fasto, più spesso senso d'iniziativa e accortezza, doti non meno pericolose, se finalizzate alla conquista del potere assoluto.
2. Alla carica di prefetto del pretorio, prima non significativa, conferì un peso importante, riunendo in un unico alloggiamento le coorti dislocate in vari punti della città, per poter impartire ordini simultanei e perché, col numero, la forza e la vista reciproca, nascesse sicurezza in loro, timore negli altri. Sosteneva che tra i soldati, se dispersi, s'allenta il rigore e che, nell'emergenza, potevano fronteggiare meglio il pericolo, se fossero accorsi tutti insieme; e ne avrebbe guadagnato il rigore della disciplina, ponendo il campo lontano dalle tentazioni della città. Quando l'alloggiamento fu pronto, Seiano cominciò a far breccia gradualmente nelle simpatie dei soldati, avvicinandoli e chiamandoli per nome, e intanto sceglieva personalmente centurioni e tribuni. E non si faceva scrupolo di brigare coi senatori, per assegnare ai suoi protetti cariche e province, tra l'arrendevolezza e la benevola disponibilità di Tiberio, il quale giungeva a esaltarlo come compagno e collega delle proprie fatiche, non solo nei discorsi privati, ma di fronte al senato e al popolo, fino al punto da tollerare che ricevessero onori le sue statue, nei teatri, nelle piazze e perfino nei quartieri generali delle legioni.
3. Ma la casa imperiale piena di Cesari, il figlio del principe giunto alla maturità e i nipoti ormai cresciuti imponevano un ritardo alla sue mire ambiziose. E poiché non era senza rischi toglierne di mezzo tanti e tutti insieme, l'inganno esigeva intervalli fra i vari delitti. Decise peraltro una via più segreta, cominciando da Druso, contro il quale lo muoveva un recente motivo di rancore. Druso infatti, insofferente di rivali e di indole forse troppo impulsiva, nel corso di un casuale diverbio gli aveva mostrato i pugni e, alla sua reazione, l'aveva colpito in viso. Fra tutte le possibili mosse, la più comoda parve a Seiano quella di puntare su Livia, moglie di Druso e sorella di Germanico che, poco avvenente da piccola, s'era fatta una delle donne più belle. Fingendosi di lei innamorato, la indusse all'adulterio e, quando l'ebbe soggiogata con questa prima colpa (una donna che ha perduto il pudore non si rifiuterà più a nulla) con la speranza del matrimonio e di poter condividere il trono, la spinse all'assassinio del marito. Sicché costei, che vantava come zio materno Augusto, come suocero Tiberio, madre dei figli di Druso, infangava sé, i suoi antenati e i posteri con un amante venuto da un municipio, anteponendo al prestigio della realtà presente l'attesa di un futuro incerto e segnato dal delitto. Venne messo a parte del piano Eudemo, amico di Livia e suo medico, assiduo con lei in colloqui segreti, dietro il pretesto della professione. Seiano, per evitare le gelosie dell'amante, ripudia la moglie Apicata, che gli aveva dato tre figli. Ma l'enorme portata del piano delittuoso comportava paure, dilazioni e talvolta disegni contrastanti.
4. Intanto, all'inizio dell'anno, Druso, uno dei figli di Germanico, prese la toga virile, con quegli stessi privilegi già concessi dal senato al fratello Nerone. Tiberio vi aggiunse un discorso, pieno di lodi per il proprio figlio, il quale manifestava paterna benevolenza verso i figli del fratello. Druso infatti, anche se potenza e concordia difficilmente coesistono, veniva considerato affezionato a quei ragazzi o quanto meno non ostile. In seguito riaffiorò in Tiberio quel vecchio e spesso simulato proposito di compiere un viaggio nelle province. L'imperatore lo motivava col gran numero di veterani e con la necessità di reintegrare gli eserciti con nuove leve: scarseggiavano infatti i volontari e, là dove c'erano, non mostravano lo stesso valore e lo stesso senso della disciplina, perché in genere erano i poveri e i vagabondi a scegliere, come volontari, la vita militare. Poi lesse un sintetico elenco del numero delle legioni e delle province da esse difese. Credo che sia anche mio dovere, a questo punto, esporre quali fossero gli effettivi militari di cui Roma allora disponeva, quali i re alleati e quanto fosse più circoscritto, rispetto a oggi, il territorio dell'impero.
5. A presidio dell'Italia, sui due mari, stavano due flotte, presso il capo Miseno e a Ravenna; per le vicine coste della Gallia, c'erano le navi rostrate finite nelle mani d'Augusto con la battaglia di Azio e poi inviate nella città di Forum Iulium con buoni equipaggi. Peraltro le forze maggiori, con gli effettivi di otto legioni, erano raccolte presso il Reno, a difesa da Germani e Galli. Occupavano la Spagna, di recente domata, tre legioni. Il re Giuba aveva ricevuto in dono dal popolo romano la Mauritania, mentre il resto dell'Africa era tenuto da due legioni e da altrettante l'Egitto; e poi, a partire dalla Siria fino al fiume Eufrate, tutto questo immenso territorio stava sotto il controllo di quattro legioni, senza contare i popoli confinanti, gli Iberi, gli Albani e altri regni, che il nostro prestigio difende contro potenze esterne. Governavano la Tracia Remetalce e i figli di Coti e controllavano le sponde del Danubio due legioni in Pannonia e due in Mesia, e altrettante avevano stanza in Dalmazia, le quali, disposte in regioni alle spalle di quelle, si potevano richiamare da distanze non grandi, nel caso che l'Italia richiedesse un intervento tempestivo, e questo benché nelle immediate vicinanze di Roma avessero sede reparti speciali, tre coorti urbane e nove pretorie, quasi tutte arruolate in Etruria, in Umbria o nell'antico Lazio e nelle colonie romane di più antica data. In luoghi strategici delle province stavano poi triremi alleate, reparti di cavalleria e coorti ausiliarie, per un complesso di forze non molto inferiori alle legioni: ma sarebbe problematico precisarne gli effettivi, perché i reparti si trasferivano di continuo, secondo le circostanze, e perché erano sottoposti ad aumento e, talvolta, diminuzione di numero.
6. Mi pare consono al tema dar ragione anche delle altre branche dell'amministrazione dello stato e della gestione fino ad allora tenuta, perché quell'anno segnò l'inizio di un peggioramento del principato di Tiberio. In un primo tempo gli affari pubblici e i più rilevanti fra quelli privati venivano trattati in senato e i suoi membri più autorevoli avevano la possibilità di intervenire, mentre lo stesso Tiberio imbrigliava chi si lasciava prendere dall'adulazione; era lui a conferire le cariche con riguardo alla nobiltà degli antenati, al prestigio acquisito in guerra e ai meriti civili, sicché apparve chiaro che non avrebbe potuto operare scelte migliori. Consoli e pretori conservavano il loro prestigio formale; anche le magistrature minori mantenevano il loro potere; le leggi, se si eccettuano i processi di lesa maestà, trovavano corretta applicazione. I tributi in frumento, le imposte in denaro e ogni altra entrata statale erano in appalto a società di cavalieri romani. Cesare affidava il suo patrimonio a uomini di specchiata onestà, anche se non direttamente conosciuti ma contando sulla loro reputazione; una volta assunti, li teneva senza limiti di tempo, sicché molti invecchiavano nelle stesse funzioni. La plebe subiva sÏ il flagello di dure carestie, ma il principe non ne aveva colpa alcuna, anzi cercò di porre rimedio alla sterilità della terra e alle difficoltà dei trasporti via mare con tutto l'impegno e la diligenza possibili. Ed era attento a che nelle province non nascessero disordini per nuovi carichi fiscali e che potessero sopportare le vecchie tasse, senza che si dovesse subire l'avidità e l'assoluta mancanza di scrupoli delle autorità preposte; s'ignoravano pene corporali e confische di beni. Limitate erano in Italia le proprietà agricole dell'imperatore, contenuto il numero di schiavi, la sua casa era affidata a pochi liberti; e, se mai fossero sorti contrasti tra lui e un privato, c'erano il foro e la legge.
7. A questa condotta s'atteneva, certo senza affabilità, ma, benché burbero e più spesso temuto, vi s'atteneva; senonché, alla morte di Druso, subì una metamorfosi. Infatti, finché Druso rimase in vita, quel comportamento poté durare, perché Seiano - la sua potenza era ancora agli inizi - voleva affermarsi per i suoi buoni consigli e temeva la reazione di un odio tutt'altro che dissimulato in Druso, il quale, anzi, spesso si lagnava del fato che, essendo lui, suo figlio, ancora vivo, Tiberio cercava un'altra persona che lo affiancasse nell'impero: quanto mancava perché venisse chiamato collega? I primi passi verso il potere - lamentava - sono difficili; ma, imboccata la strada, si presentano appoggi e gente disponibile. L'accampamento dei pretoriani era stato costruito secondo i desideri del prefetto e gli erano stati messi nelle mani i pretoriani; si poteva vedere la sua statua nel teatro di Gneo Pompeo, e avrebbe avuto i nipoti in comune con la famiglia dei Drusi; dopo tutto ciò, c'era solo da sperare, perché fosse pago, nel suo senso della misura. Si trattava di proteste manifestate non di rado e a non poche persone, e del resto uscivano dall'intimità anche le sue confidenze, carpitegli dalla moglie adultera.
8. Seiano decise dunque di accelerare i tempi e scelse un veleno che, con la sua lenta penetrazione, lasciasse pensare a una malattia fortuita. Glielo fece somministrare, come si seppe otto anni dopo, dall'eunuco Ligdo. Tiberio, per tutti i giorni della malattia, o perché non avesse motivo di preoccuparsi o per mostrare la sua forza d'animo, presenziò alle sedute del senato, e così anche quando Druso era morto, ma non ancora sepolto. E i consoli, che, in segno di dolore, si erano posti a sedere su sedie comuni, li richiamò alla dignità della loro carica e del seggio loro spettante, e, vincendo la commozione, con un discorso senza interruzioni, rianimò i senatori sopraffatti dal pianto. Era consapevole - disse - di poter subire delle critiche per essersi, in un dolore così recente, presentato in senato, mentre di solito chi è in lutto fatica a reggere la conversazione dei parenti e la luce del giorno. Senza voler tacciare gli altri di debolezza, aveva però cercato consolazione più virile fra le braccia dello stato. Ebbe parole di compianto per l'estrema vecchiezza di Augusta, per l'età ancora acerba dei nipoti e per la sua stessa vita che volgeva al declino, e poi chiese che fossero introdotti i figli di Germanico, unica consolazione ai mali presenti. I consoli uscirono, rinfrancarono con le loro parole quegli adolescenti e li disposero dinnanzi a Tiberio. E lui, dopo averli presi per mano, «O senatori» disse «avevo affidato questi orfani del loro padre allo zio e l'avevo pregato, bench'egli avesse una prole sua, di amarli e di educarli come fossero del proprio sangue, rendendoli degni di lui e dei suoi discendenti. Ora che Druso m'è tolto, rivolgo a voi questa preghiera e vi supplico, di fronte agli dèi e alla patria: questi pronipoti di Augusto, seme di nobilissimi antenati, prendeteli sotto la vostra tutela, guidateli e adempite all'ufficio vostro e mio. E voi, Nerone e Druso, questi saranno i vostri padri. La vostra nascita è tanto elevata che il vostro bene e il vostro male riguardano lo stato.»
9. Tali parole furono ascoltate tra grandi pianti e subito seguite da espressioni di augurio; e, se qui avesse concluso il discorso, avrebbe colmato l'animo di chi ascoltava con sentimenti di pietà e di ammirazione. Ma il suo tornare a propositi vani e tante volte oggetto di derisione, la sua intenzione, cioè, di voler rinunciare al potere perché i consoli o altri assumessero il governo dello stato, tolse credibilità anche a ciò che c'era di vero e di dignitoso nel suo discorso. Alla memoria di Druso furono decretate le stesse onoranze stabilite per Germanico, ma con numerose altre, in aggiunta, perché l'adulazione di norma non può non correre al sorpasso di sé. Il funerale fu imponente soprattutto per lo sfoggio delle immagini degli antenati, perché, in una sequenza interminabile, si vedevano raffigurati Enea, capostipite della gente Giulia, tutti i re Albani e Romolo, fondatore di Roma, poi la nobiltà sabina, Atto Clauso e tutti gli altri Claudii.
10. Nel raccontare la morte di Druso mi sono attenuto alle testimonianze di molti storici degni di fede; tuttavia non vorrei tacere una voce diffusa a quel tempo e così insistente che non si è ancora spenta. Dopo aver indotto Livia alla colpa, Seiano avrebbe legato a sé, con un rapporto carnale, anche l'eunuco Ligdo, perché era, per la giovane età e la bellezza, caro al suo padrone e tra i servi della corte più influenti. Quando poi fu stabilito, tra i complici, il luogo e il momento per il veleno, Seiano si sarebbe spinto a tal punto di temerarietà da capovolgere la situazione e da suggerire a Tiberio di evitare la prima coppa che gli fosse stata offerta nel banchetto in casa del figlio, accusando in tutta segretezza Druso di voler avvelenare il padre. Il vecchio sarebbe caduto nel tranello: iniziato il banchetto, avrebbe ricevuto e passato la coppa a Druso; questi, del tutto ignaro, l'avrebbe vuotata d'un fiato, come fanno i giovani, dando così corpo al sospetto che, per paura o vergogna, infliggesse a sé la morte che aveva architettato per il padre.
11. Tali dicerie, oltre che non confermate da una fonte attendibile, si prestano a facile confutazione. Quale uomo di comune buon senso, per non dire di Tiberio, dall'esperienza così consumata, avrebbe offerto la morte al figlio, di sua mano, senza ascoltarlo e concedergli una possibilità di pentimento? Perché invece non sottoporre a tortura il servo, che gli aveva porto il veleno, non ricercare il mandante, e perché non riservare nei confronti dell'unico figlio, immune fino allora da sospetti di colpe, quella circospetta cautela che gli era naturale anche verso estranei? Ma poiché Seiano era ritenuto capace di ideare qualsiasi delitto a causa dell'eccessiva condiscendenza di Cesare nei suoi confronti, e dell'odio di tutti verso i due, trovavano credito le storie più fantasiose e assurde, perché è diffuso il gusto per i racconti sempre più foschi sulla fine dei dominatori. Peraltro i particolari del delitto vennero rivelati da Apicata, moglie di Seiano, e furono confermati, sotto tortura, da Eudemo e Ligdo; ma nessuno storico fu tanto ostile a Tiberio da fargliene carico, per quanto pronto a vagliare ogni altro suo gesto e a imputarglielo. Ed ecco la ragione per cui ho riferito e confutato quelle dicerie: per rifiutare, grazie a un esempio vistoso, la falsità dei sentito dire o per chiedere a coloro, nelle cui mani verrà il mio lavoro, di non anteporre le voci prive di fondamento, ma avidamente accolte, alle notizie vere e non stravolte a fini di meraviglia.
12. Mentre dai rostri Tiberio tesseva l'elogio funebre del figlio, il senato e popolo si ammantavano di dolore, nei gesti e nelle espressioni; ma era simulazione più che impulso spontaneo. Gioivano in segreto che rifiorisse la casa di Germanico. Questa incipiente simpatia e l'incapacità della madre Agrippina di dissimulare le sue speranze, affrettarono il dramma. Seiano, infatti, quando poté constatare che i responsabili della morte di Druso restavano impuniti e che era mancato un vero rimpianto popolare, fiero dei suoi delitti, poiché i primi avevano già avuto successo, si arrovellava su come rovinare i figli di Germanico, la cui successione appariva fuor di dubbio. Ma era impossibile avvelenarli tutti e tre, per l'incorrotta lealtà dei loro custodi e la virtù incrollabile di Agrippina. Individuò dunque il bersaglio nei modi alteri e indocili di quest'ultima, pungolando l'antica avversione di Augusta e la complicità recente di Livia, perché fossero loro ad accusarla, davanti a Cesare, di puntare al potere superba della sua numerosa prole e forte del favore popolare. Livia, con l'appoggio di abili calunniatori, tra cui aveva scelto Giulio Postumo - uno degli intimi della nonna di Druso, grazie all'adulterio con Mutilia Prisca, e quindi adattissimo ai suoi piani, per l'ascendente goduto da Prisca sull'animo di Augusta - rendeva questa vecchia, già per natura gelosa del suo potere, radicalmente avversa alla nuora. Per converso, persone molto vicine ad Agrippina, irretite da Seiano, provocavano, con commenti malevoli, la sua reazione altezzosa.
13. Tiberio intanto, senza interrompere la sua attività di governo, perché trovava conforto nel lavoro, esaminava le questioni giudiziarie relative a cittadini e le suppliche degli alleati. Dietro sua proposta, il senato deliberò di soccorrere, con l'esenzione dei tributi per tre anni, le città di Cibira in Asia e di Egio in Acaia, distrutte da un terremoto. E il proconsole della Spagna ulteriore Vibio Sereno, condannato per violenza nell'esercizio delle sue funzioni, venne deportato, come risultato dei suoi modi crudeli, nell'isola di Amorgo. Fu assolto, invece, Carsidio Sacerdote dall'accusa di aver aiutato Tacfarinate con forniture di grano, e, per la stessa imputazione, Gaio Gracco. Questi, ancora bambino, era stato portato come compagno d'esilio nell'isola di Cercina dal padre Sempronio. Qui, cresciuto tra individui senza patria e privi di cultura, campava praticando basso commercio tra l'Africa e la Sicilia; tuttavia non sfuggì ai rischi propri delle personalità ricche e influenti. E se Elio Lamia e Lucio Apronio, già responsabili del governo d'Africa, non l'avessero protetto, perché innocente, sarebbe stato rovinato dal nome della sua famiglia sventurata e dalle disgrazie del padre.
14. Anche quest'anno vide le delegazioni di comunità greche: chiedevano la conferma dell'antichissimo diritto di asilo per il tempio di Giunone a Samo e di Esculapio a Coo. I Samii si facevano forti di un decreto degli Anfizioni, investiti della massima autorità di giudicare su tutto, nel tempo in cui i Greci, fondate città in Asia, ne controllavano la fascia costiera. Altrettanto antichi erano i diritti dei Coi, che vantavano, in aggiunta, un merito particolare derivante dal luogo: avevano infatti accolto nel tempio di Esculapio i cittadini romani, quando, per ordine del re Mitridate, dovevano essere trucidati in tutte le isole e le città d'Asia. Dopo ripetute e spesso inutili lagnanze dei pretori, Cesare si risolse a relazionare sulla licenziosità dei mimi: molti dei loro spettacoli provocavano disordini pubblici e suscitavano scandali in ambienti privati; e la farsa osca di un tempo, che riscuoteva un men che mediocre successo tra la folla, aveva toccato livelli di immoralità e di violenza tali, per cui si imponeva, attraverso l'autorità del senato, una severa repressione. Gli istrioni furono allora cacciati dall'Italia.
15. Il medesimo anno afflisse ancora Cesare con un altro lutto per la morte di uno dei due gemelli di Druso e altrettanto per la scomparsa di un amico. Si trattava di Lucilio Longo, che con lui aveva condiviso ogni gioia e tristezza, l'unico dei senatori che l'avesse accompagnato nel ritiro di Rodi. Per questo, benché fosse «uomo nuovo», il senato gli decretò un funerale censorio e una statua, nel foro di Augusto, a spese dello stato. Si continuava ancora infatti a trattare tutti gli affari nella curia, e, in quella sede, a seguito delle accuse mosse contro di lui dalla provincia, aveva dovuto difendersi il procuratore d'Asia Lucilio Capitone, dopo la recisa dichiarazione del principe di non avergli conferito autorità se non sui suoi schiavi e sul suo patrimonio: se poi si era arrogato il potere di un pretore, ricorrendo all'impiego della forza militare, aveva violato i suoi ordini e si dovevano ascoltare gli alleati. Così l'accusato, dopo l'istruttoria, subì la condanna. Per questo atto di giustizia e per la punizione inflitta l'anno prima a Gaio Silano, le città d'Asia decretarono un tempio a Tiberio, a sua madre e al senato. Ne fu consentita la costruzione. Il ringraziamento ufficiale ai senatori e al nonno, per la concessione, venne pronunciato da Nerone, fra la gioia commossa degli ascoltatori che, per il ricordo ancora fresco di Germanico, era lui che credevano di vedere e di ascoltare. Il portamento composto e la bellezza del giovane erano degni di un principe, qualità tanto più apprezzate perché era noto l'odio di Seiano nei suoi confronti e quindi il rischio che Nerone correva.
16. Nello stesso periodo ci fu un intervento di Cesare relativo all'elezione del flamine diale, in sostituzione di Servio Maluginense venuto a morte, e insieme alla necessità di introdurre una nuova normativa in materia. Infatti, secondo l'antica procedura, si dovevano indicare contemporaneamente tre patrizi, nati da genitori uniti in matrimonio col rito della confarreazione, e la scelta era ristretta a uno di questi; ma non c'era più, come un tempo, una vasta disponibilità di candidati, perché la confarreazione era caduta in disuso e veniva praticata solo da pochi (e Tiberio adduceva numerosi motivi del cambiamento, tra cui il principale era l'indifferenza di uomini e donne e, inoltre, la complessità del cerimoniale, deliberatamente evitato) e perché chi assumeva l'ufficio di flamine e colei che passava sotto la sua autorità maritale, si sottraevano alla patria potestà. Occorreva dunque porre rimedio con un decreto del senato o con una legge, sull'esempio di Augusto, che aveva adattato alle esigenze moderne norme ispirate alla rude mentalità degli antichi. Presa dunque in esame la materia religiosa, si decretò di non mutare nulla nell'istituto dei flamini, ma si propose una nuova legge, per cui la moglie del flamine diale, nell'ambito del culto, soggiacesse alla potestà maritale e, per il resto, vivesse con gli stessi diritti goduti dalle altre donne. Il figlio di Maluginense successe alla carica del padre. Per accrescere, poi, la dignità dei sacerdoti e renderli più premurosi nella celebrazione dei riti sacri, venne decretato che alla vestale Cornelia, subentrata a Scanzia, fosse concessa un'elargizione di due milioni di sesterzi e che Augusta, ogni volta che si fosse recata a teatro, prendesse posto tra le vestali.
17. [24 d.C.]. Nell'anno del consolato di Cornelio Cetego e Visellio Varrone, i pontefici e, sul loro esempio, tutti gli altri sacerdoti, nell'innalzare voti per l'incolumità del principe, unirono nelle loro preghiere agli stessi dèi anche Nerone e Druso, non tanto per amore verso i giovani, bensì per adulazione, della quale, in tempi di corruzione dei valori, è egualmente pericolosa l'assenza o l'eccesso. Tiberio infatti, che non era mai stato tenero verso la famiglia di Germanico, nel vedersi messo, lui vecchio, sullo stesso piano dei due ragazzi, se n'ebbe a male e, convocati i pontefici, chiese loro se avessero ceduto alle pressioni o alle minacce di Agrippina. Nonostante le risposte negative, si ebbero dei rimproveri, per quanto contenuti: erano in gran parte suoi parenti o personalità di primo piano in Roma. In senato prese poi la parola, mettendoli in guardia, per il futuro, dal favorire con onori prematuri, la superbia nell'animo suggestionabile di quei ragazzi. Dietro c'erano infatti le pressioni di Seiano, il quale denunciava l'esistenza, in città, di due partiti, come in una guerra civile: c'era gente che si dichiarava dalla parte di Agrippina e, se non si arginava la cosa, sarebbero diventati più numerosi; l'unico rimedio alla frattura crescente era togliere di mezzo uno o due dei sostenitori più risoluti.
18. Con questo pretesto, porta il suo attacco contro Gaio Silio e Tizio Sabino. L'amicizia per Germanico risultò rovinosa a entrambi. Contro Silio giocò anche l'aver tenuto il comando di un grande esercito per sette anni e l'aver meritato in Germania, quale vincitore della guerra contro Sacroviro, le insegne trionfali: quanto più rovinosa la caduta, tanto maggiore panico poteva incutere negli altri. Era opinione diffusa che l'avversione di Tiberio avesse trovato altri motivi a causa dell'incauto compiacimento di Silio nel menare esagerato vanto che i suoi soldati erano rimasti al loro posto mentre altri franavano nella rivolta; e che a Tiberio non sarebbe rimasto il potere, se anche le sue legioni avessero nutrito desiderio di rivolgimenti. Cesare vedeva in ciò un pericoloso attentato alla propria posizione e capiva di non poter ripagare un servizio così grande. I benefici infatti sono graditi, finché appare possibile sdebitarsi: se travalicano tale possibilità, alla gratitudine subentra l'odio.
19. Moglie di Silio era Sosia Galla, invisa al principe per la sua devozione ad Agrippina. Si decise di farla finita coi due, rimandando Sabino ad altra occasione. Venne aizzato contro di loro il console Varrone, il quale, col pretesto di inimicizie paterne, a prezzo del proprio disonore si faceva servo dell'odio di Seiano. Alla richiesta avanzata dall'accusato di una breve dilazione, in attesa che l'accusatore lasciasse la carica di console, si oppose Cesare: era normale pratica dei magistrati - sostenne - chiamare in giudizio i cittadini privati; impensabile violare la prerogativa di un console, dalla cui vigilante efficienza dipendeva «che lo stato non subisse danno alcuno». Era caratteristica di Tiberio celare sotto formule tradizionali malvagità di nuova fattura. Quindi con severa intransigenza, come se davvero si applicasse a Silio la legge, o Varrone fosse un vero console, o quella realtà una repubblica, si convoca il senato; taceva l'imputato o, nei tentativi di difesa, diceva apertamente di quale odio fosse vittima. Le imputazioni erano: la lunga copertura offerta a Sacroviro, per connivenza coi rivoltosi, la vittoria macchiata dall'avidità e la complicità della moglie. Era sì tenuta in piedi l'accusa di concussione, ma tutto il processo era incentrato sul reato di lesa maestà, e Silio prevenne la condanna, imminente, dandosi la morte.
20. Ciò nonostante si infierì sul suo patrimonio, non per restituire alle province tributarie quel denaro che nessuno pretendeva, ma per togliergli, con calcolo cavilloso, quei beni, dovuti alla generosità di Augusto, ora richiesti dal fisco. Fu il primo esempio di un calcolato interesse in Tiberio per il denaro altrui. Sosia venne inviata in esilio, su proposta di Asinio Gallo, che si era espresso per una parziale confisca dei beni, lasciando il resto ai figli. Marco Lepido invece ne assegnò un quarto agli accusatori, secondo disposizione di legge, e il resto ai figli. Mi risulta essere stato questo Lepido, a quel tempo, persona autorevole e saggia: riuscì infatti a correggere in meglio molte proposte altrui dettate da bieco servilismo. Né doveva ricorrere a sottili equilibrismi, perché mantenne, agli occhi di Tiberio, una autorevolezza pari al favore. Ragion per cui non posso non chiedermi se, come per tutto il resto, il favore dei principi concesso ad alcuni e l'avversione per altri sia un gioco del destino o una fatalità legata alla nascita, oppure se ciò, almeno in parte, non dipenda dalle nostre scelte, e se esista una possibilità, tra l'opposizione frontale e l'osceno servilismo, di procedere per la propria strada, libera da intrighi e pericoli. Messalino Cotta, invece, che vantava antenati non meno nobili, ma era di ben diversa indole, propose al senato una delibera, per cui i magistrati, quand'anche incolpevoli e all'oscuro delle colpe altrui, fossero puniti per i reati a danno dei provinciali commessi dalle mogli, come se si trattasse di colpe personali.
21. Ci si occupò poi di Calpurnio Pisone, uomo nobile e fiero. Costui infatti, come già riferito, si era messo a gridare, in senato, la sua intenzione di allontanarsi da Roma per i colpi di mano dei delatori e, senza soggezione alcuna per la potenza di Augusta, aveva osato trascinare in giudizio Urgulania, snidandola dal palazzo imperiale. Sul momento Tiberio reagì in modi civili, ma nel suo animo rancoroso, anche se la reazione all'affronto aveva tardato, il ricordo perdurava. Quinto Granio accusò Pisone di aver espresso, in colloqui riservati, parole contro la maestà dell'imperatore e aggiunse che nella sua casa c'era del veleno e che si recava in curia armato. Quest'ultima accusa cadde per la sua inverosimile gravità; per le altre - il cumulo intanto aumentava - subì l'imputazione, ma non si giunse al processo per la sua morte tempestiva. Si trattò anche il caso dell'esule Cassio Severo, di umili origini, dalla vita tutt'altro che limpida, ma dotato di forte vigore oratorio, il quale aveva finito, in seguito alle radicali inimicizie che si era creato, per farsi mandare in esilio a Creta, con un decreto giurato del senato. Ma anche là, con la sua solita condotta, si rovesciò addosso odi antichi e recenti, finché, spogliato di ogni avere e bandito definitivamente, trascinò la sua vecchiaia sugli scogli di Serifo.
22. In quello stesso periodo il pretore Plauzio Silvano, per motivi rimasti sconosciuti, gettò la moglie Apronia dalla finestra e, trascinato davanti a Cesare dal suocero Lucio Apronio, diede risposte poco lucide, facendo credere che era addormentato in un sonno profondo, e quindi inconsapevole, e che la moglie si era suicidata. Senza perdere tempo Tiberio si recò a casa di Plauzio, esaminò la camera da letto, in cui apparivano tracce di resistenza e di violenza. Presenta un rapporto in senato e si nominano dei giudici. Urgulania allora, nonna di Silvano, mandò al nipote un pugnale, gesto che si pensò suggerito dall'imperatore, per l'amicizia di Augusta verso Urgulania. L'imputato, dopo vani tentativi di colpirsi con l'arma, si fece tagliare le vene. In seguito venne accertata l'innocenza di Numantina, sua prima moglie, accusata di avere sconvolto la mente del marito con incantesimi e filtri magici.
23. Quell'anno liberò finalmente il popolo romano da una lunga guerra contro il numida Tacfarinate. Infatti i precedenti comandanti, quando valutavano che le loro imprese fossero sufficienti per ottenere le insegne trionfali, lasciavano perdere il nemico. E già c'erano in Roma tre statue coronate d'alloro, mentre ancora Tacfarinate saccheggiava l'Africa, beneficiando dell'aiuto dei Mauri, i quali, per la giovanile disattenzione ai suoi compiti di Tolomeo, figlio di Giuba, avevano preferito la guerra alle pratiche dispotiche dei liberti e dei servi del re. Affiancava Tacfarinate, come ricettatore della preda e compagno nelle scorrerie, il re dei Garamanti, senza però avanzare col suo esercito, bensì inviando truppe armate alla leggera che, data la distanza, si favoleggiavano più numerose. Dalla stessa provincia romana i diseredati e i turbolenti vi accorrevano con slancio, perché Cesare, dopo le operazioni di Bleso, come se in Africa non esistesse più un nemico, aveva ordinato il rientro della nona legione, e il proconsole di quell'anno Publio Dolabella non aveva osato trattenerla, avendo da temere più gli ordini del principe che gli imprevisti della guerra.
24. Tacfarinate intanto, essendosi sparsa la voce che la potenza romana si sgretolava anche a opera di altre popolazioni e che, per tale ragione, i Romani stavano lasciando progressivamente l'Africa e che era possibile circondare le forze rimaste, in uno sforzo comune di quanti preferivano la libertà alla servitù, ammassa forze e, posto il campo vicino alla città di Tubursico, la investe col suo attacco. Invece Dolabella, raccolti i soldati disponibili, contando sul terrore ispirato dal nome di Roma e sulla incapacità dei Numidi di resistere a un attacco di fanteria, spezzò l'assedio alla sua prima avanzata e poté fortificare i punti strategici di quella regione. E insieme stroncò l'incipiente defezione dei capi dei Musulami, facendo mozzare loro la testa. In seguito, poiché sulla base dell'esperienza di diverse campagne contro Tacfarinate, non c'erano dubbi sull'impossibilità di inseguire un nemico in continuo spostamento con un unico e massiccio attacco, fa intervenire il re Tolomeo coi suoi uomini e organizza quattro colonne, affidate a legati o tribuni; soldati scelti tra i Mauri presero la guida di gruppi impegnati in rapide incursioni. Lo stesso Dolabella vegliava su tutto.
25. Di lì a poco giunge la notizia che i Numidi si erano attendati presso una fortezza diroccata e da loro stessi incendiata in passato, di nome Auzea, fidando sulla natura del luogo, cinto da vaste zone boscose. Vengono rapidamente inviate coorti leggere e reparti di cavalleria, ignari della destinazione. Spuntava il giorno quando, tra squilli di tromba e grida d'assalto, furono addosso ai Numidi mezzo assonnati, mentre i loro cavalli erano ancora legati o sparsi al pascolo. Dalla parte dei Romani stavano i fanti in ranghi serrati e gli squadroni spiegati, insomma tutto era preordinato allo scontro; i nemici, invece, sorpresi, senza armi, in disordine e privi di un piano, furono travolti, massacrati, presi, come bestie. I soldati romani, esasperati dal ricordo delle fatiche, si saziavano di vendetta e di sangue su uomini che avevano eluso lo scontro tanto atteso. Di manipolo in manipolo, passa l'ordine, per tutti, di dare la caccia a Tacfarinate, ben noto dopo tanti scontri: la guerra sarebbe cessata solo con la morte del capo. Ma questi, vista la sua scorta abbattuta, il figlio già in catene e i Romani padroni ovunque del campo, si lanciò sui nemici, sfuggendo alla cattura con una morte non invendicata. Così fu posto termine alla guerra.
26. A Dolabella, che chiedeva le insegne trionfali, Tiberio oppose un rifiuto per compiacere a Seiano, perché non fosse oscurata la gloria di suo zio Bleso. Non per questo, però, Bleso divenne più illustre, mentre l'onore negato accrebbe la gloria di Dolabella: perché, pur con un esercito meno consistente, si era assicurato, oltre a prigionieri importanti e alla morte del capo, la fama di aver concluso la guerra. Lo seguiva anche una legazione di Garamanti - raro spettacolo per Roma - inviata da quella gente, impressionata per la morte di Tacfarinate e conscia dei propri torti, per dare soddisfazione al popolo romano. Accertato poi l'impegno di Tolomeo in quella guerra, si ripristinò per lui un onore d'altri tempi: un senatore fu appositamente inviato per consegnargli uno scettro d'avorio e una toga ricamata, come tradizionali doni del senato, e salutarlo col nome di re, di alleato e di amico.
27. In quella stessa estate, solo il caso annientò i germi, già sparsi in Italia, di una guerra servile. Ad organizzare la rivolta fu Tito Curtisio, un tempo soldato di una coorte pretoria, il quale, dapprima con riunioni clandestine presso Brindisi e nei borghi circostanti, poi con pubblici proclami chiamava alla libertà gli schiavi impiegati nei campi e nei pascoli di quel vasto territorio, gente dura e decisa. Ma, quasi per grazia degli dèi, approdarono tre biremi, impiegate a protezione del commercio su quel mare. Sempre in quelle regioni si trovava il questore Curzio Lupo, cui, secondo un antico costume, era toccata la giurisdizione sulle vie di comunicazione. Costui, fatti intervenire quei reparti di marina, stroncò la sedizione proprio quando stava per scoppiare. E il tribuno Staio, inviato in tutta fretta da Cesare con effettivi consistenti, trascinò il capo e gli organizzatori più audaci a Roma, già allarmata per la massa degli schiavi in vistosa crescita, mentre la popolazione libera diminuiva di giorno in giorno.
28. Nel corso dello stesso anno si ebbe un esempio ripugnante della bassezza e del cinismo dei tempi: un padre accusato, un figlio accusatore - Vibio Sereno il nome di entrambi - furono introdotti in senato. Il padre, ricondotto dall'esilio, sporco e cencioso, ancora avvinto in catene, venne messo a confronto col figlio, che sosteneva l'accusa. Il giovane, elegantissimo e disinvolto, parla delle trame del padre contro il principe, dell'invio di uomini in Gallia a sobillare la guerra, presentandosi insieme come denunziatore e testimone, e aggiungeva che l'ex pretore Cecilio Cornuto aveva finanziato l'operazione. Questi, sopraffatto dall'angoscia, e perché il sospetto equivaleva a rovina, affrettò col suicidio la morte. L'accusato invece, reagendo con animo indomito, agitava le catene contro il figlio, invocava la vendetta degli dèi, che almeno gli rendessero l'esilio, in cui poteva vivere lontano da infamie del genere, e pregava perché, presto o tardi, tremendi castighi ricadessero sul figlio. E attestava l'innocenza di Cornuto, vittima di ingiustificato timore: comprensibile avrebbe potuto invece essere il panico, se avessero prodotto altri nomi, perché era impensabile che si progettasse l'assassinio del principe e un rovesciamento politico con un unico complice.
29. Allora il delatore fece i nomi di Gneo Lentulo e Seio Tuberone, con grande vergogna di Tiberio nel vedere cittadini di primo piano, suoi intimi amici, Lentulo ormai vecchissimo e Tuberone in cattiva salute, accusati di rapporti sediziosi col nemico e di colpo di stato. Essi vennero subito scagionati. Si indagò sul padre attraverso i servi e i risultati furono sfavorevoli all'accusatore. Questi, stravolto dalla sua infamia e insieme atterrito dalle grida della folla, che gli minacciava il carcere Tulliano e la rupe Tarpea o la pena dei parricidi, fuggì da Roma. Ricondotto indietro da Ravenna, viene costretto a proseguire l'accusa, senza che Tiberio cercasse di nascondere la sua antica avversione verso l'esule Sereno. Costui infatti, dopo la condanna di Libone, in una lettera inviata a Cesare, gli aveva espresso il rammarico che solo il suo zelo fosse rimasto senza profitto, aggiungendo espressioni troppo ardite per non suonare pericolose presso orecchie superbe e fin troppo facili al risentimento. Tutto ciò rivangava Cesare otto anni dopo, addebitando a Sereno varie colpe che avrebbe commesso nel frattempo, anche se la tortura, per la fermezza degli schiavi, aveva dato risultati opposti.
30. Alle proposte avanzate di punire Sereno secondo la maniera degli avi, Tiberio si oppose per attenuare il discredito nei propri confronti. E quando Asinio Gallo suggerì il confino nell'isola di Giaro o di Donusa, disapprovò ancora, con l'argomento che le due isole erano senza acqua e che non si poteva non dare la possibilità di vivere a chi era stata risparmiata la vita. Così Sereno viene ricondotto ad Amorgo. E, poiché Cornuto si era ucciso, si discusse sull'abolizione dei premi ai delatori, quando l'accusato di lesa maestà si fosse tolto la vita prima della conclusione del processo. La proposta sarebbe passata, se Cesare, opponendosi con insolita durezza a esplicita difesa dei delatori, non avesse lamentato che così si vanificavano le leggi, affossando lo stato: meglio sovvertire allora il diritto che togliere di mezzo i suoi custodi. Così i delatori, razza di uomini inventata per la pubblica rovina, non abbastanza tenuti a freno neppure dalle pene, venivano ora incoraggiati con la prospettiva dei premi.
31. La serie tanto lunga di episodi deplorevoli fu interrotta da un motivo di modico compiacimento, quando Cesare, cedendo alle preghiere del fratello senatore, graziò il cavaliere romano Gaio Cominio, risultato colpevole di versi oltraggiosi contro di lui. Tanto più destava sorpresa il fatto che Tiberio, pur consapevole di ciò che era meglio e delle risonanze positive prodotte dalla clemenza, preferisse agire nel modo peggiore. E non peccava per ottusità. Né è difficile capire quando è sincera e quando è invece simulata la gioia contenuta negli elogi espressi per la condotta dell'imperatore. Anzi Tiberio, tante volte così misurato nelle parole, come se stentassero a uscirgli, si esprimeva più sciolto e con maggiore franchezza, se si trattava di aiutare qualcuno. Per converso, quando si voleva allontanare dall'Italia Publio Suillio, già questore di Germanico, colpevole di aver accettato denaro in un processo in cui era giudice, si espresse per il suo confino in un'isola con tanto accanimento da dichiarare, dietro giuramento, che ciò era nell'interesse dello stato. Decisione sul momento assai criticata, ma che, in seguito, quando Suillio rientrò in patria, tornò a sua lode: la generazione seguente lo vide prepotente e venale, avvantaggiarsi a lungo dell'amicizia del principe Claudio e mai per scopi nobili. Ci si pronunciò per la stessa pena contro il senatore Firmio Cato, per aver indirizzato contro la sorella false accuse di lesa maestà. Cato, come già riferito, aveva attratto subdolamente a sé Libone, per poi colpirlo con una delazione. Memore di quella denuncia, ma adducendo altri pretesti, Tiberio riuscì a evitargli l'esilio; ma non si oppose alla sua espulsione dal senato.
32. Molti dei fatti narrati o che verrò narrando sembreranno forse di scarso rilievo e poco degni di ricordo: ne sono consapevole; ma nessuno vorrà paragonare i miei annali alle opere di scrittori che hanno composto gli antichi fasti del popolo romano. Quelli avevano da ricordare, spaziando liberamente, conflitti grandiosi, espugnazioni di città, re sconfitti o presi prigionieri e, se passavano agli avvenimenti interni, contrasti tra consoli e tribuni, leggi agrarie e frumentarie, lotte tra patrizi e plebei. La mia fatica ha orizzonti ristretti ed è senza gloria: una pace stagnante o con brevi sussulti; a Roma una realtà sconsolante e un principe non interessato a estendere l'impero. Tuttavia non sarà inutile indagare su fatti di scarso rilievo a prima vista, ma capaci di aprire la strada ad avvenimenti di non trascurabile portata.
33. Tutti gli stati e le città sono governati o dal popolo o da un'oligarchia o da un monarca. Una forma di stato in cui si riesca a fondere il meglio di questi tre elementi, è più facile lodarla che constatarla in concreto e, quand'anche si realizzi, non può essere durevole. Quando, come un tempo, il potere l'aveva il popolo oppure stava nelle mani del senato, era indispensabile conoscere la natura del volgo e i modi per tenerlo a bada; e quanti sapevano interpretare al meglio il comportamento del senato e degli ottimati, passavano per esperti conoscitori dei tempi loro e per saggi; così, ora che la realtà politica è cambiata e lo stato romano impone la presenza di un unico principe, acquistano significato l'indagare su questi fatti e il tramandarli, perché pochi sanno, per loro accortezza, distinguere il dignitoso dal vile e l'utile dal dannoso, mentre i più apprendono dalle vicende toccate agli altri. D'altronde questi fatti, se sono utili, offrono però ben scarsa attrattiva. Sono le descrizioni di paesi, il vario aspetto delle battaglie, la morte gloriosa dei comandanti ad avvincere l'attenzione dei lettori, tenendola desta; noi invece allineiamo ordini dispotici, denunce senza fine, amicizie ingannevoli, la messa a morte di innocenti e cause sempre identiche di rovina, in una ineludibile monotonia di vicende, non senza noia. Di più: capita raramente di sentir denigrare gli storici antichi, e nessuno se la prende se ha ricevuto più lodi l'esercito di Roma o quello di Cartagine; nel nostro caso invece rimangono i discendenti di molti che, quando Tiberio reggeva lo stato, subirono pene e condanne infamanti. E, quand'anche le loro famiglie siano estinte, troverai sempre chi, per somiglianza di vita, penserà che ricordare i misfatti altrui sia come rinfacciarli a loro. Anche la gloria e la virtù creano nemici, quasi che, parlando di un tempo troppo vicino, si intenda mettere sotto accusa i comportamenti contrari. Ma torno al mio tema. |[continua]|
|[LIBRO QUARTO, 2]|
34. [25 d.C.]. Nell'anno del consolato di Cornelio Cosso e di Asinio Agrippa, venne sottoposto a processo Cremuzio Cordo con una imputazione nuova e inaudita: nei suoi Annali, appena pubblicati, aveva tessuto l'elogio di Marco Bruto e chiamato Gaio Cassio l'ultimo dei Romani. Lo accusavano Satrio Secondo e Pinario Natta, clienti di Seiano. Tale circostanza si rivelò fatale per l'accusato, ed era brutto segno il volto indurito di Cesare nell'ascoltare la difesa, che Cremuzio, sicuro di dover lasciare la vita, pronunciò in questi termini: «Si mettono sotto accusa, o padri coscritti, le mie parole: a tal segno sono prive di colpa le mie azioni. Ma esse non sono rivolte contro l'imperatore o la madre dell'imperatore, le sole persone protette dalla legge di lesa maestà. Mi si imputa di aver lodato Bruto e Cassio, quando molti ne hanno narrato le gesta, e nessuno senza celebrarne il ricordo. Tito Livio, il più grande di tutti per lo stile e il rigore storico, celebrò con tante lodi Gneo Pompeo che Augusto lo chiamava il Pompeiano, il che non offuscò la loro amicizia. E Scipione e Afranio e questo stesso Cassio e questo Bruto non li chiama banditi e parricidi, termini oggi di moda, ma li cita spesso come uomini insigni. Gli scritti di Asinio Pollione tramandano splendida memoria di loro; Messalla Corvino amava ricordare Cassio come suo comandante e l'uno e l'altro furono colmati di ricchezze e di onori. Al libro di Marco Cicerone, in cui Catone era innalzato alle stelle, in che altro modo diede una risposta il dittatore Cesare, se non con un altro discorso, quasi fossero davanti a dei giudici? Le lettere di Antonio, i discorsi di Bruto contengono giudizi feroci, anche se calunniosi, nei confronti di Augusto; leggiamo le poesie di Bibaculo e di Catullo piene di attacchi ai Cesari: eppure lo stesso divo Giulio, lo stesso divo Augusto le tollerarono senza intervenire, non saprei dire se per moderazione o più per saggezza. Si tratta di affermazioni che, se non raccolte, svaniscono; una reazione irosa la si legge come un'ammissione di verità.
35. Non voglio toccare i Greci, di cui non solo le manifestazioni di libertà, ma perfino gli eccessi restavano impuniti; e chi volle reagire, si vendicò delle parole con le parole. Ma soprattutto c'era piena libertà, senza opposizione alcuna, di pronunciare giudizi su quanti la morte aveva sottratto all'odio o all'amore. Infiammo forse il popolo alla guerra civile, mentre Cassio e Bruto occupano in armi la piana di Filippi? E come a settant'anni dalla loro morte li riconosciamo nelle statue, che neppure il vincitore ha osato abbattere, perché non possono avere la loro parte di ricordo nelle opere degli storici? La posterità conferisce a ciascuno l'onore che merita. E non mancherà, se mi colpisce la vostra condanna, chi si ricorderà non solo di Cassio e di Bruto, ma anche di me.» Poi uscì dal senato e si lasciò morire di fame. I senatori decretarono il rogo, per mano degli edili, dei suoi libri; ma sopravvissero, prima nascosti e poi divulgati. Un motivo in più dunque per deridere la bassezza di quanti, forti della loro potenza nel presente, credono che si possa estinguere anche il ricordo nel futuro. Al contrario anzi, l'ingegno perseguitato acquista autorità crescente. Infatti i re stranieri e quanti hanno fatto ricorso alla stessa intolleranza, sono riusciti solo a provocare disonore a sé e notorietà alle loro vittime.
36. Quell'anno del resto vide un tale incessante seguito di denunce che, nei giorni delle Ferie Latine, Calpurnio Salviano avvicinò il prefetto della città Druso, mentre saliva sulla tribuna, durante il rito di inaugurazione, e solo per presentare una denuncia contro Sesto Mario. Il gesto, apertamente deplorato da Cesare, causò l'esilio a Salviano. Gli abitanti di Cizico subirono il pubblico addebito di aver trascurato le cerimonie in onore del divo Augusto e di aver inoltre esercitato violenze contro cittadini romani. Perdettero così quella libertà che s'erano meritati nella guerra contro Mitridate, quando, assediati, avevano respinto il re grazie alla loro decisa resistenza non meno che all'aiuto di Lucullo. Fronteio Capitone, invece, che aveva amministrato l'Asia come proconsole, fu assolto, perché si erano dimostrate false le accuse mossegli da Vibio Sereno. Né tuttavia ebbe a subirne le conseguenze Sereno, che proprio l'odio di tutti rendeva impunito. Infatti più era determinato il delatore, più risultava, per così dire, inviolabile. La pena toccava solo agli insicuri e ai poco noti.
37. In quello stesso periodo la Spagna ulteriore, attraverso una delegazione inviata al senato, chiese di innalzare, seguendo l'esempio dell'Asia, un tempio a Tiberio e a sua madre. Cesare, determinato, già in altre circostanze, nel rifiutare gli onori, ritenendo, in questa occasione, di dover dare una risposta alle mormorazioni di quanti gli imputavano di cedere all'ambizione, tenne un discorso di questo tenore: «So bene, o senatori, che molti di voi interpretano come deplorevoli segni della mia incoerenza il non essermi opposto a un'analoga richiesta delle città d'Asia. Darò dunque chiaramente una spiegazione del mio passato silenzio e insieme esprimerò le mie decisioni per il futuro. Il divo Augusto non impedì l'erezione a Pergamo di un tempio a sé e alla città di Roma; io, che rispetto come legge ogni suo gesto e ogni sua parola, ho seguito tanto più volentieri l'esempio della sua volontà, perché all'onore fatto alla mia persona si accompagnava un rispettoso omaggio verso il senato. E poi, se l'avere accettato una volta può trovare comprensione, il lasciar venerare in tutte le province la propria immagine come quella degli dèi è atto di ambizione, di superbia; e l'onore reso ad Augusto sarebbe svilito in una serie di gesti adulatori indiscriminati.
38. Non sono che un mortale, senatori, le funzioni che ricopro sono umane e ritengo già molto assolvere ai doveri di un principe: voi ne siete testimoni e voglio che non lo dimentichino i posteri. Offrirà un tributo d'onore più che sufficiente alla mia memoria chi mi riterrà degno dei miei antenati, sollecito delle vostre fortune, fermo nei pericoli e impavido di fronte agli attacchi personali per il bene dello stato. Questi sono i templi eretti nei vostri cuori, queste le bellissime statue destinate a durare: perché quelle di pietra, se il giudizio si farà ostile, cadranno nell'oblio come tombe desolate. Perciò mi rivolgo agli alleati, ai cittadini e agli stessi dèi, per chiedere a questi ultimi che mi concedano, fino al termine della vita, un animo sereno e la capacità di bene interpretare il diritto umano e divino, e ai primi che, quando me ne sarò andato, tengano vivi, nell'apprezzamento e con un affettuoso ricordo, il mio operato e la fama del mio nome.» E in seguito, anche in colloqui privati, continuò a rifiutare il culto della sua persona: atteggiamenti che alcuni interpretavano come modestia, molti come segno di diffidenza e altri ancora espressione di un animo basso. Per questi ultimi infatti i migliori tra gli uomini aspirano ai più alti onori; così Ercole e Libero tra i Greci, così Quirino da noi sono stati inseriti fra il numero degli dèi; e meglio fece Augusto, che sperò di esserlo. Tutti gli altri beni i principi li posseggono subito, ma una sola cosa non devono mai essere paghi di procurarsi: un ricordo duraturo di sé; il disprezzo della fama, infatti, è il disprezzo delle virtù.
39. Seiano intanto, inebriato dall'eccessiva fortuna e per di più pressato dalle appassionate richieste di una donna, perché Livia insisteva per il matrimonio promesso, indirizzò una petizione a Cesare: era allora pratica corrente porre la richiesta per iscritto al principe, anche se presente. Ed ecco il tenore dello scritto: la benevolenza di suo padre Augusto e poi i molteplici apprezzamenti di Tiberio lo avevano abituato a confidare speranze e desideri non agli dèi prima che al principe. Non aveva mai chiesto per sé lo splendore di alte cariche; preferiva veglie e fatiche, soldato tra i soldati, per l'incolumità del suo imperatore. Pure gli era toccato il più bello degli onori, l'essere ritenuto degno di imparentarsi con Cesare. Da qui nasceva la sua speranza. E poiché aveva saputo che Augusto, per le nozze della figlia, aveva pensato anche a cavalieri romani, allora, quando cercasse un marito per Livia, non si dimenticasse di un amico, cui bastava la sola gloria di un legame di parentela. Non intendeva infatti esimersi dai doveri assegnatigli: gli bastava pensare che la casa del principe fosse al sicuro dai malevoli attacchi di Agrippina, e ciò nell'interesse dei suoi figli. Quanto a sé, la vita gli sarebbe più che bastata, pur di passarla accanto a un simile principe.
40. Nella risposta Tiberio lodò la devozione di Seiano, accennò con garbo ai benefici in suo favore e chiese tempo per una approfondita riflessione. Aggiunse poi alcune considerazioni: per gli altri uomini il criterio della scelta è l'utilità personale; ben diverso invece il destino dei principi, i cui atti fondamentali devono essere rivolti a conseguire la fama. Non era perciò il caso di soffermarsi sulla considerazione, come sarebbe stato facile ribattere, che Livia poteva benissimo stabilire da sola se avere, dopo Druso, un altro marito o se, invece, accettare di vivere nella sua casa di un tempo: aveva una madre e una nonna per consigli e confidenze più intime. E intendeva parlare con una certa franchezza anzitutto sulle ostilità di Agrippina, che sarebbero divampate assai più violente, se il matrimonio di Livia avesse spezzato per così dire in due partiti la casa dei Cesari. Già così erompeva la rivalità fra le due donne e di tale discordia erano vittime i suoi nipoti. Cosa aspettarsi, se, con tale matrimonio, la contesa si fosse inasprita? «Sbagli infatti, Seiano, se pensi di restare nel tuo rango e che Livia, un tempo consorte di Gaio Cesare e poi di Druso, possa rassegnarsi a invecchiare al fianco di un cavaliere romano. Potrei consentirlo io, ma credi che lo accetteranno quanti hanno visto nelle più alte cariche dell'impero il fratello di lei, il padre, i nostri antenati? Dici di voler rimanere al tuo posto: ma quei magistrati e quei cittadini d'alto rango che, contro tua voglia, forzano il tuo riserbo per consultarti su ogni problema, dichiarano apertamente che già da tempo hai superato il livello di cavaliere e stai ben oltre gli amici di mio padre e, insofferenti della tua posizione, accusano anche me. Certo Augusto ebbe l'idea di dare sua figlia a un cavaliere romano. E davvero sorprende che, assillato da ogni tipo di problemi, e pur prevedendo l'altissimo prestigio assegnato a chi avesse messo al di sopra degli altri con tale matrimonio, abbia potuto parlare di un Gaio Proculeio e di altri noti per la loro vita riservata e per la loro estraneità alla vita politica. Ma se ci colpisce questa incertezza di Augusto, quanto maggior peso ha il fatto che abbia dato in moglie la figlia prima a Marco Agrippa e poi a me! Sono considerazioni, queste, che ho voluto esprimerti in nome dell'amicizia; tuttavia non sarò io ad avversare i propositi tuoi e di Livia. Preferisco tacere per il momento quale progetto accarezzo nella mia mente e con quali vincoli penso di legarti a me: solo in questo sarò esplicito, che non vi è nulla di tanto eccelso che le tue capacità e il tuo atteggiamento verso di me non meritino. A suo tempo parlerò o in senato o davanti al popolo».
41. Seiano si rivolse ancora a Tiberio, non già per il matrimonio, ma, spinto da più profonde apprensioni, cerca di stornare i taciti sospetti, le chiacchiere della gente e gli attacchi dei malevoli. Per non indebolire la sua potenza, col sospendere le frequentissime udienze in casa sua, e per non fare, concedendole, il gioco dei suoi accusatori, s'appigliò allo stratagemma di premere su Tiberio, per indurlo a vivere lontano da Roma in luoghi ameni. Si aspettava da ciò molti vantaggi: poteva controllare le udienze, essere arbitro di gran parte della corrispondenza, il cui servizio era affidato all'esercito; più tardi Cesare, declinante nella vecchiaia e reso docile dalla vita appartata, nel suo ritiro, gli avrebbe più facilmente affidato le responsabilità del potere; inoltre, sbarazzatosi della folla dei cortigiani, sarebbe calata l'avversione nei suoi confronti e, sfrondate le inutili apparenze, avrebbe visto crescere il vero potere. Prese dunque, poco alla volta, a dolersi della convulsa vita della città, dell'affollarsi della gente intorno, della massa che a lui faceva ricorso, lodando la pace solitaria, che consente di allontanare noie e provocazioni, per dedicare tutte le energie agli affari più seri.
42. Per puro caso, proprio in quei giorni, l'inchiesta a carico di Vozieno Montano, un uomo di grande talento, convinse Tiberio, già esitante, a credere che fosse opportuno evitare le riunioni in senato e le dure verità spesso rovesciategli in faccia. Vozieno infatti era accusato di aver pronunciato espressioni offensive contro Cesare, ed Emilio, ch'era un soldato, nella sua ansia di fornire le prove in qualità di testimone, riferiva tutte le espressioni incriminate e proseguì, pur in mezzo ai clamori, nel suo inarrestabile slancio. Così a Tiberio toccò udire le sconcezze con cui lo bollavano, e ne fu colpito al punto da mettersi a gridare che si sarebbe giustificato subito o nel corso dell'istruttoria, riuscendo a calmarsi, a stento, solo per le preghiere dei vicini e l'adulazione di tutti. Vozieno fu, ovviamente, condannato per lesa maestà. E Tiberio, con maggiore accanimento, scelse di assumere quella rigida durezza contro gli imputati, che gli veniva appunto addebitata: Aquilia, denunciata per adulterio con Vario Ligure, benché il console designato Lentulo Getulico proponesse la pena in base alla legge Giulia, Tiberio la volle condannata all'esilio, e cancellò dall'albo senatorio Apidio Merula, perché non aveva giurato sugli atti del divo Augusto.
43. Ebbero poi udienza le legazioni degli Spartani e dei Messeni per i diritti sul tempio di Diana Limnatide. Gli Spartani, sulla base dei loro annali e dei canti dei poeti, asserivano che la consacrazione, avvenuta sulla propria terra, risaliva al tempo dei loro antenati e che se l'erano poi vista togliere con le armi, all'epoca della guerra di Filippo il Macedone e poi ancora restituire con un decreto di Gaio Cesare e di Marco Antonio. I Messeni ribattevano, adducendo l'antica divisione del Peloponneso tra i discendenti di Ercole, per cui al loro re era toccato il territorio di Dentalia, su cui sorgeva il santuario: esistevano, a testimonianza, antiche iscrizioni su pietra e bronzo; se poi si chiamavano in causa poeti e storici, potevano produrre testi più numerosi e ricchi di dati; quanto alle decisioni di Filippo, esse discendevano non da un atto di potere, bensì dal rispetto della verità: identico, del resto, il giudizio del re Antigono e del generale Mummio, e così avevano stabilito i Milesi, chiamati a un pubblico arbitrato, e infine il pretore d'Acaia Atidio Gemino. Il tempio fu assegnato secondo le ragioni dei Messeni. Successivamente, una delegazione di Segesta chiese il restauro del tempio di Venere sul monte Erice, diroccato dal tempo; ricordarono, sulla sua origine, fatti noti e cari a Tiberio; egli se ne fece carico, con piacere, considerato il vincolo di sangue con la dea. Venne quindi presa in esame un'istanza dei Marsigliesi, sulla base del precedente, convalidato, di Publio Rutilio che, esiliato a norma di legge, aveva ricevuto la cittadinanza dagli abitanti di Smirne. Appellandosi allo stesso diritto, Vulcacio Mosco, esule e poi accolto tra i cittadini di Marsiglia, aveva lasciato i suoi beni a quella città, come alla sua patria.
44. Morirono, in quell'anno, Gneo Lentulo e Lucio Domizio, membri della nobiltà. Oltre al consolato e alle insegne trionfali sui Geti, Lentulo aveva avuto il merito di affrontare dignitosamente la povertà e, in seguito, d'aver percepito, in modo onesto, grandi ricchezze e d'averle possedute senza esibizioni. A Domizio diede lustro il padre, dominatore del mare nel corso della guerra civile, finché non si pose a fianco di Antonio e, dopo ancora, di Ottaviano. Il nonno era caduto nella battaglia di Farsalo in difesa degli ottimati. Quanto a lui, scelto per ricevere in matrimonio Antonia minore, figlia di Ottavia, oltrepassò in seguito l'Elba con un esercito e penetrò nella Germania, addentrandosi più di chiunque altro prima, e per questo ottenne le insegne del trionfo. Venne a morte anche Lucio Antonio, di famiglia notissima ma sventurata. Infatti, dopo la punizione del padre, Iullo Antonio, condannato a morte per l'adulterio con Giulia, Augusto allontanò il nipote della sorella, ancor giovane, a Marsiglia, dove, col pretesto degli studi, veniva dissimulata la sua condizione di esule. Furono però resi gli ultimi onori alla sua salma e, per decreto del senato, le sue ossa vennero deposte nel sepolcro degli Ottavii.
45. Nel corso dello stesso anno, venne commesso, nella Spagna citeriore, un feroce delitto da un contadino di Terme. Costui uccise con un sol colpo, assalendolo d'improvviso, il pretore della provincia Lucio Pisone, durante i suoi spostamenti, che avvenivano senza particolari precauzioni, data la situazione di pace; poi fuggì su un cavallo veloce fino a luoghi boscosi e qui, lasciata la bestia, eluse gli inseguitori attraverso dirupi inaccessibili. Ma non sfuggì a lungo, perché il cavallo fu preso e condotto in giro per i villaggi vicini, finché non si venne a sapere chi ne fosse il proprietario. Fu scovato e sottoposto a tortura, perché svelasse il nome dei complici, ma proclamò, nella sua lingua, che lo si interrogava invano; i suoi compagni potevano venire a vederlo: il dolore di nessun tormento gli avrebbe strappato la verità. E costui, mentre veniva ricondotto, il giorno dopo, all'interrogatorio, si svincolò dalle guardie e con la testa si scagliò così violentemente contro una roccia da morire sul colpo. Ma si fa risalire l'assassinio di Pisone a un complotto di Termestini: egli li costringeva infatti a pagare le tasse, da loro frodate all'erario, con una durezza intollerabile per quei barbari.
46. [26 d.C.]. Sotto il consolato di Lentulo Getulico e Gaio Calvisio, furono decretate le insegne trionfali a Poppeo Sabino, per aver piegato le tribù tracie, insediate in zone di alta montagna e a un livello di vita primitivo ma, proprio per questo, dotate di una fierezza indomabile. Causa della ribellione, a parte l'indole loro, fu il rifiuto di subire arruolamenti e di consegnare gli uomini migliori al nostro esercito: non erano avvezzi a ubbidire neppure ai loro re, se non in base a una loro scelta; e pretendevano, in caso di invio di loro reparti, comandanti propri e un impiego militare limitato alle tribù vicine. S'era sparsa allora la voce che li aspettava, smembrati e frammisti ad altri popoli, una destinazione in terre lontane. Ma, prima di prendere le armi, avevano mandato loro rappresentanti ad attestare amicizia e obbedienza, da cui non intendevano scostarsi, purché non fossero provocati con nuove imposizioni; se invece si voleva imporre loro la schiavitù, come a dei vinti, avevano armi, giovani e un animo risoluto o alla libertà o alla morte. E indicavano le loro fortezze arroccate sui monti, dove avevano raccolto i genitori e le mogli, minacciando una guerra irta di ostacoli, ardua e cruenta.
47. Sabino rispose in tono conciliante, per guadagnare tempo e concentrare le sue forze. All'arrivo poi di Pomponio Labeone, dalla Mesia, con una legione e di Remetalce con gli aiuti dei sudditi rimastigli fedeli, aggregando anche i soldati di cui disponeva, muove contro il nemico, già appostato tra le gole dei monti. Alcuni, più audaci, si mostravano allo scoperto sulle alture. Il comandante romano si fece sotto e non ebbe difficoltà a respingerli, ma con perdite esigue tra i barbari, che disponevano di rifugi vicini. Trincerandosi poi sul posto, con forze consistenti, occupa la dorsale di un monte, che era stretta e si stendeva in piano fino alla fortezza più vicina, difesa da una massa di nemici, più o meno armata. E intanto provvede all'invio di arcieri scelti contro i più spavaldi, che si esibivano, secondo il loro rituale, in canti e danze guerresche, davanti alle difese. Gli arcieri, finché tiravano da lontano, colpivano con frequenza e senza subire perdite, ma, quando si avvicinarono di più, vennero travolti da un'improvvisa sortita e poterono rientrare per l'intervento di una coorte di Sigambri, che Sabino aveva dislocato lì presso, pronta all'emergenza e non meno terrificante per lo strepito dei canti e delle armi.
48. Il campo venne quindi spostato in vicinanza del nemico, lasciando nelle precedenti fortificazioni quei Traci, che ho ricordato presenti nelle nostre file. A loro fu consentito di distruggere, incendiare, fare razzie, purché il saccheggio avvenisse nelle ore del giorno e passassero la notte al sicuro e all'erta. L'ordine all'inizio fu rispettato; ma poi, questi Traci, abbandonatisi ai piaceri e colmi di preda, trascuravano la guardia nel disordine delle gozzoviglie o cadevano ubriachi e addormentati. I nemici seppero di questa incuria e organizzarono due schiere, per assalire con la prima i saccheggiatori e attaccare con l'altra il campo romano, non certo pensando di prenderlo, ma perché, nel clamore dello scontro e tra il grandinare dei colpi, intento ciascuno al pericolo personale, non percepissero i rumori dell'altra battaglia. Scelsero per di più una notte buia, per accrescere il panico. Non fu difficile respingere il tentato assalto agli avamposti delle legioni; ma i Traci impegnati al nostro fianco, atterriti dall'improvviso attacco, per essere immersi, in parte, nel sonno presso le postazioni e, i più, sparsi all'esterno al saccheggio, vengono massacrati senza nessuna pietà, proprio perché disprezzati come disertori e traditori, che prendevano le armi per ridurre in schiavitù se stessi e la loro patria.
49. Il giorno dopo, Sabino si presentò con l'esercito schierato su un terreno pianeggiante, sperando che i barbari, invogliati dal successo della notte, osassero attaccare battaglia; ma, poiché non si muovevano dal forte e dalle alture adiacenti, cominciò l'assedio attraverso una serie di ridotte, che fortificava secondo opportunità. Poi le congiunse, torno torno, per un tracciato di quattro miglia, mediante un fossato e un parapetto. A questo punto, per togliere al nemico acqua e foraggio, stringeva progressivamente il cerchio, riducendo l'area assediata; e costruiva un terrapieno da cui lanciare massi, lance e dardi infuocati sul nemico ormai vicino. Ma nulla tormentava gli assediati più della sete, poiché quella massa di soldati e di civili poteva disporre di un'unica fonte. I cavalli e l'altro bestiame serrati dentro, secondo le abitudini dei barbari, insieme agli uomini, morivano per mancanza di foraggio. Giacevano, accanto, cadaveri di persone uccise dalle ferite o morte per sete, in un contagio generale di marciume, fetore e infezioni.
50. Nella gravità della situazione, s'aggiunse, ultima sventura, la discordia, poiché alcuni proponevano la resa, altri di darsi la morte, colpendosi l'un l'altro; e c'era chi non accettava una morte invendicata, ma chiedeva una sortita. Non solo la massa era divisa sulle scelte possibili, ma, fra i capi, Dini, un anziano combattente, che aveva potuto sperimentare nei fatti la forza e anche la clemenza di Roma, spiegava che l'unica via d'uscita a quella situazione disperata era deporre le armi, e per primo si arrese al vincitore con la moglie e i figli. Lo seguirono i più deboli per età o per sesso e quelli cui era cara la vita più della gloria. I giovani invece erano combattuti fra Tarsa e Turesi, risoluti entrambi a morire per la libertà. Ma Tarsa proclamava una fine rapida, che troncasse d'un colpo speranze e paure, e diede l'esempio conficcandosi la spada nel petto. Altri lo imitarono. Turesi attende, coi suoi uomini, la notte. Ma il nostro generale lo seppe e moltiplicò gli uomini nei corpi di guardia. Calava la notte in una spaventosa bufera e ora le grida scomposte del nemico ora profondi silenzi disorientavano gli assedianti. Ma Sabino passava tra i soldati a far loro coraggio: non dovevano offrire il destro agli agguati nemici, facendosi distrarre da rumori ingannevoli o da una falsa quiete; ciascuno doveva invece stare fermo al suo posto e lanciare i dardi solo a colpo sicuro.
51. Intanto i barbari, piombando giù a ondate, scagliavano sulle nostre trincee, a mano, sassi, legni induriti in punta col fuoco, pezzi di quercia tagliati o riempivano il fossato con fascine, graticci e coi corpi dei caduti; alcuni addossavano ai parapetti ponti e scale, già approntate, vi s'aggrappavano e cercavano di tirar giù i difensori che s'opponevano in un convulso corpo a corpo. In risposta, i nostri facevano vuoti con le frecce, li respingevano con gli scudi e rovesciavano loro addosso i giavellotti murali e grosse pietre prima ammassate. Gli uni traggono coraggio dalla speranza della vittoria ormai a portata di mano e dal disonore, tanto più bruciante, in caso di sconfitta; gli altri dall'ultimo, disperato tentativo di salvezza, alla presenza, per molti, di madri e spose e tra i loro lamenti. Si prestava la notte all'audacia degli uni e ad incutere paura negli altri; non mirati erano i colpi e improvvise le ferite; l'impossibilità di distinguere compagni o nemici e l'eco delle grida, che parevano, per effetto degli anfratti dei monti, riaccendersi alle spalle, confondevano tutto in un tale sconcerto, che i Romani abbandonarono alcune difese, credendole espugnate. Ma ben pochi nemici riuscirono a penetrarvi: i più audaci erano caduti o feriti; gli altri, ormai alle prime luci del giorno, vennero ricacciati indietro sull'altura del loro forte e, qui, obbligati alla resa. Anche nei centri vicini l'occupazione avvenne per resa spontanea degli abitanti. Il precoce e rigido inverno del monte Emo salvò gli ultimi nuclei di resistenza dal cedere alla forza o alla morsa dell'assedio.
52. A Roma intanto, dopo le tragedie provocate nella famiglia imperiale, per dare l'avvio alla serie di colpi miranti a rovinare Agrippina, Claudia Pulcra, cugina di lei, viene chiamata in giudizio su accusa di Domizio Afro. Questi, lasciata da poco la pretura, scarsamente stimato, ma frettoloso di affermarsi con qualunque mezzo, la incolpava di immoralità, di adulterio con Furnio e di usare filtri e sortilegi contro il principe. Agrippina, impulsiva come sempre e, allora, esasperata dai rischi incombenti sulla sua parente, si precipitò da Tiberio, trovandolo, per caso, nell'atto di compiere un sacrificio al padre. Coglie l'occasione per sfogare il suo malanimo e gli chiede se è mai possibile sacrificare contemporaneamente vittime al divo Augusto e perseguitare i suoi discendenti. Il divino spirito d'Augusto non s'era trasfuso - diceva - nelle mute effigi delle statue, e la sua vera immagine era proprio lei, nata da sangue celeste, lei che intuiva il pericolo e indossava il lutto. E un falso scopo era Pulcra, la cui unica ragione di rovina era l'aver scelto imprudentemente Agrippina come destinataria della sua devozione, senza tener presente che Sosia s'era perduta per lo stesso motivo. Al sentirsi rivolgere tali parole, Tiberio si lasciò sfuggire, per una volta, parole insolite, che il suo animo dissimulava e, afferratala per mano, l'ammonì, citando un verso greco, che non tanto ciò la offendeva, quanto il fatto di non regnare. Pulcra e Furnio vennero condannati. Afro si affermò come uno degli oratori più quotati, perché in quell'occasione aveva fatto valere il suo ingegno, ma anche grazie a una successiva affermazione di Cesare, con cui lo giudicava un oratore nato. In seguito Afro trasse, nel suo ruolo di accusatore o nelle difese di accusati, maggior fama dall'eloquenza che dalla propria moralità; senonché l'età avanzata gli tolse molto anche nell'arte oratoria, quando, all'indebolirsi della mente, non seppe rassegnarsi al silenzio.
53. Agrippina, sempre ostinata nel suo rancore, cadde preda di una malattia; quando Cesare le fa visita, dopo un lungo, silenzioso pianto alterna parole ostili a preghiere: doveva aiutarla a uscire dalla solitudine, dandole un marito; era ancora giovane e fiorente e, per una donna onesta, non restava che la consolazione del matrimonio e non mancava a Roma chi... avrebbe ritenuto un onore accogliere la sposa di Germanico e i suoi figli. Ma Tiberio, perfettamente consapevole delle conseguenze politiche della richiesta, per non lasciar trasparire la sua avversione o il timore, la lasciò, nonostante le insistenze, senza risposta. Queste notizie, non riferite dagli annalisti, le trovo nelle memorie di Agrippina figlia, madre del principe Nerone, la quale raccontò ai posteri la propria vita e le vicende dei suoi familiari.
54. Seiano, da parte sua, volendo colpire più a fondo Agrippina ormai smarrita nel suo dolore, le inviò persone che le si fingevano amiche e la avvertì di un piano già pronto per avvelenarla, insistendo sull'opportunità che evitasse i banchetti del suocero. Un giorno Agrippina, incapace di finzione, gli capitò accanto in un convito; se ne stette riservata e in silenzio senza toccare cibo, finché Tiberio, o per caso o perché gliel'avevano fatto osservare, se ne accorse; allora, per avere un riscontro più certo, personalmente offerse alla nuora dei frutti, così com'erano stati portati, lodandone la bontà. Ciò accrebbe il sospetto di Agrippina, che li passò, senza assaggiarli, ai servi. Tiberio non fece seguire, al suo indirizzo, nessun commento ma, rivolto alla madre, disse che non era impensabile un duro provvedimento contro la donna che lo sospettava di essere un avvelenatore. Da qui nacque la voce di una sua prossima rovina e che l'imperatore, non osando agire apertamente, cercasse il modo di provocarla in segreto.
55. Ma Cesare, per dirottare tali dicerie, frequentò con assiduità le sedute del senato e ascoltò, per parecchi giorni, le delegazioni d'Asia, in contesa fra loro per stabilire dove edificare il tempio alla sua persona. Gareggiavano undici città, con pari ambizione ma possibilità diverse. Ricordavano, con argomenti abbastanza simili, l'antichità della stirpe e la devozione verso il popolo romano nelle guerre di Perseo, di Aristonico e di altri re. Ma le comunità di Ipepa, di Tralles, di Laodicea e di Magnesia furono tutte accantonate come troppo modeste; e anche i cittadini di Ilio, benché vantassero Troia come madre di Roma, potevano contare solo sul prestigio della loro antichità. Qualche perplessità suscitò la delegazione di Alicarnasso, quando dissero che per milleduecento anni nessun terremoto aveva fatto vacillare i loro edifici e garantirono di scavare le fondamenta del tempio nella viva roccia. Per gli abitanti di Pergamo si ritenne che loro bastasse (perché proprio di questo si facevano forti) il tempio di Augusto, là appunto eretto. Efeso e Mileto parvero già sufficientemente impegnate, la prima nel culto di Diana e la seconda in quello di Apollo. La scelta si restringeva a Sardi e Smirne. I primi lessero un decreto etrusco, come attestato di consanguineità: infatti Tirreno e Lido, figli del re Ati, avevano diviso il loro popolo, troppo numeroso; Lido rimase nel territorio dei padri e a Tirreno toccò di fondare nuove sedi; e dal nome dei capi s'eran tratti i nomi dei popoli, l'uno in Asia e l'altro in Italia; e l'opulenza dei Lidi era ancora cresciuta con l'invio di colonie in quella parte della Grecia, che prese in seguito il nome di Pelope. E rammentavano ancora dichiarazioni scritte di comandanti romani e patti stipulati con noi nel corso della guerra macedonica, nonché la ricchezza dei loro fiumi, la mitezza del clima e le fertili terre circostanti.
56. Da parte loro gli abitanti di Smirne, rievocata l'antica origine - sia che a fondarla fosse stato Tantalo, figlio di Giove, sia Teseo, di stirpe anch'egli divina, sia una delle Amazzoni - passarono al tema su cui in particolare puntavano, cioè ai servizi resi al popolo romano: avevano inviato forze navali non solo per le guerre esterne, ma per quelle sofferte sul suolo d'Italia; per primi, avevano eretto un tempio alla città di Roma, all'epoca del consolato di Marco Porcio, quando la potenza del popolo romano era grande, senz'avere però toccato il vertice, e quando era ancora in piedi Cartagine e possenti i re d'Asia. Portavano, a convalida, la testimonianza di Lucio Silla: durante una difficile emergenza del suo esercito, per la rigidezza dell'inverno e la mancanza di indumenti, alla notizia recata a Smirne nel corso di un'assemblea, tutti i presenti si tolsero le vesti, per inviarle alle nostre legioni. Fu così che i senatori, interpellati, si espressero in favore di Smirne. Vibio Marso propose che a Marco Lepido, cui era toccata quella provincia, venisse assegnato un legato straordinario, responsabile della costruzione del tempio. Poiché Lepido, per modestia, si rifiutava di scegliere personalmente il collaboratore, fu inviato, dopo sorteggio fra gli ex pretori, Valerio Nasone.
57. Frattanto, dopo riflessione prolungata e frequenti rinvii, Cesare si risolse a recarsi in Campania, col pretesto di dedicare un tempio a Giove in Capua e uno ad Augusto in Nola, ma ormai determinato a vivere lontano da Roma. La causa del ritiro l'ho attribuita, sulla scorta di numerose fonti, alle trame di Seiano; ma poiché, dopo aver mandato a morte Seiano, trascorse altri sei anni in quell'isolamento, sono spesso tentato di domandarmi se non sia più vicino al vero attribuire la scelta allo stesso Tiberio, preoccupato di occultare, in luoghi appartati, la crudeltà e l'esercizio arrogante del potere, che nei fatti svelava. Pensavano alcuni che, nel degrado fisico della vecchiaia, si vergognasse dell'aspetto della sua persona: alto di statura, incurvato e gracile, era calvo e col volto pustoloso e spesso spalmato di impiastri. Già al tempo del ritiro a Rodi s'era abituato a evitare le compagnie e a circondare di riserbo i suoi piaceri. Si dice anche che sia stato cacciato da Roma dal carattere dispotico della madre, che rifiutava di associare a sé nell'esercizio del potere, e perché non poteva allontanarla per altro verso, avendo proprio da lei ricevuto quel potere come dono. Infatti Augusto era stato in dubbio se affidare lo stato romano a Germanico, nipote della sorella e da tutti lodato, ma, vinto dalle insistenze della moglie, aveva fatto adottare Germanico da Tiberio e lui, Augusto, aveva adottato Tiberio. Questo gli rinfacciava Augusta e di questo gli chiedeva conto.
58. Partì da Roma con un seguito ristretto: un solo senatore, già console e valente giurista, Cocceio Nerva; oltre a Seiano, un cavaliere romano d'alto rango, Curzio Attico; gli altri erano uomini di cultura, quasi tutti greci, dalla cui conversazione avrebbe tratto sollievo. Affermavano gli astrologi che la partenza di Tiberio da Roma era avvenuta sotto l'influsso di costellazioni che escludevano il suo ritorno: il che fu causa di rovina per molti, i quali ne congetturavano prossima la fine e ne parlavano apertamente, incapaci di prevedere l'incredibile circostanza che rimanesse volontariamente lontano dalla patria per undici anni. Più tardi fu chiaro il breve confine esistente fra scienza ed errore, e da quali oscuri veli sia avvolta la verità. Infatti la profezia che non sarebbe più tornato a Roma non fu avventata; ma per il resto gli astrologi brancolarono nel buio, perché Tiberio, risiedendo in una regione o su una costa vicina e spesso accanto alle mura di Roma, giunse fino ai limiti estremi della vecchiaia.
59. Un pericolo mortale, casualmente corso in quei giorni da Cesare, alimentò voci senza fondamento e offrì a lui motivo per fidarsi ancora di più della amicizia e della totale devozione di Seiano. Banchettavano in una villa, chiamata «La Spelonca» tra il mare di Amincla e i monti di Fondi, dentro una grotta naturale. Massi caduti d'improvviso all'imboccatura della grotta travolsero alcuni servi. Da qui panico generale e la fuga dei partecipanti al banchetto. Seiano, puntando gambe, braccia e volto, inarcato sopra Cesare, gli fece scudo ai sassi che cadevano e in quella posizione fu trovato dai soldati accorsi in aiuto. Da allora divenne ancor più potente e, sebbene i suoi consigli fossero rovinosi, veniva ascoltato con fiducia, perché aveva dimostrato di non curarsi di sé. Si fingeva, ad esempio, giudice imparziale verso i discendenti di Germanico, mentre istigava alcuni a presentarsi in veste di accusatori e perseguitava Nerone, il più vicino alla successione, giovane misurato, ma spesso dimentico delle particolari esigenze del momento e stuzzicato da liberti e clienti, attenti alla scalata del loro potere, a mostrarsi deciso e sicuro di sé: questa - dicevano - è la volontà del popolo romano e il desiderio degli eserciti, e nulla avrebbe osato contro di lui Seiano, che ora giocava con la arrendevolezza di un vecchio e la remissività di un giovane.
60. Pur udendo simili discorsi, non s'abbandonava certo a propositi malvagi, ma gli uscivano a volte espressioni altezzose e avventate, che spie messegli intorno raccoglievano e gonfiavano, per poi riferirle, senza dare a Nerone la possibilità di difendersi; in aggiunta, nascevano in lui disagi e umiliazioni di varia natura. Uno evitava di incontrarlo, un altro rispondeva al saluto ma subito cambiava strada, molti interrompevano il discorso iniziato, mentre indugiavano, sogghignanti, i manutengoli di Seiano, presenti. E Tiberio torvo o con un sorriso ipocrita sul volto: parlasse o tacesse il giovane, colpa era il silenzio, come la parola. Neppure la notte era sicura: la veglia, il sonno, i lamenti, tutto riferiva la moglie alla madre Livia e questa a Seiano. Il quale riuscì a trascinare dalla sua anche Druso, il fratello di Nerone, facendogli balenare la speranza del principato, se avesse scalzato il fratello maggiore, del resto già compromesso. Druso, d'indole poco pacifica e, oltre a ciò, roso dal desiderio di potere e preda del solito odio tra fratelli, pativa la gelosia per la predilezione della madre Agrippina verso Nerone. Peraltro Seiano non favoriva Druso al punto da non pensare, anche per lui, a gettare i semi di una futura rovina, ben conoscendolo scopertamente irruente e quindi più esposto all'insidia.
61. Sul finire dell'anno morirono due personalità di rilievo, Asinio Agrippa, di casato illustre più che antico e dalla vita non indegna dei suoi avi, e Quinto Aterio, di famiglia senatoria e famoso, finché visse, per la sua eloquenza. Gli scritti che testimoniano il suo ingegno non godono oggi dello stesso onore: la forza gli veniva evidentemente più dall'impeto che dalla finezza del testo; e come la sofferta elaborazione di altri oratori acquista valore nell'avvenire, così la sua vena melodiosa e fluente si è spenta con lui.
62. [27 d.C.]. Nell'anno dei consoli Marco Licinio e Lucio Calpurnio, un disastro improvviso eguagliò, per vittime, le guerre più disastrose: di tale sciagura lo stesso istante segnò l'inizio e la fine. Un certo Atilio, liberto di nascita, s'era accinto, in Fidene, alla costruzione di un anfiteatro, destinato agli spettacoli per gladiatori, ma non gettò solide fondamenta né innalzò l'armatura di legno con travature capaci di reggere, perché indotto ad assumersi quell'impresa non da larghezza di mezzi o per avere prestigio nel suo municipio, bensì mirando a una bassa speculazione. Vi era accorsa, avida di questi spettacoli, poiché sotto Tiberio era un divertimento praticamente bandito, una folla di uomini e donne, gente d'ogni età, più strabocchevole per la vicinanza del luogo a Roma. Tanto più grande fu la catastrofe, perché la struttura, gremita di folla, si sfasciò, rovinando all'interno o rovesciandosi verso l'esterno: una gran massa di persone intente allo spettacolo o assiepata intorno venne travolta e schiacciata. Chi nel crollo trovò subito la morte, pur nel tragico destino, scampò a orribili sofferenze; più miserevole fu, invece, la sorte di quanti, pur mutilati in qualche parte del corpo, erano però rimasti in vita, e di chi, cogli occhi alla luce del giorno e con grida e gemiti di notte, cercava di riconoscere mogli o figli. E gli altri, ormai richiamati dalla notizia, piangevano chi un fratello, chi un parente, chi i genitori. Anche quelli, i cui parenti o amici, per qualche motivo, non erano là, vissero nel panico; e, finché non si conobbero le vittime di quel disastro, la paura dilagava per l'incertezza.
63. Quando si cominciò a rimuovere le macerie, fu un accorrere di gente che abbracciava e baciava i morti; e spesso nascevano contese, se un volto sfigurato, per la somiglianza d'aspetto o d'età, induceva in errore chi cercava di riconoscere i suoi. In quel disastro rimasero mutilate o sfracellate cinquantamila persone. Perciò con un senatoconsulto si provvide, per il futuro, a che nessuno potesse organizzare uno spettacolo di gladiatori con un capitale inferiore a quattrocentomila sesterzi, e a che un anfiteatro sorgesse solo su un terreno di comprovata solidità. Atilio fu cacciato in esilio. Subito dopo il disastro si aprirono le case dei ricchi, per fornire, ovunque, medici e fasciature. Roma, in quei giorni, pur nella visibile mestizia, pareva tornata ai costumi di un tempo, quando, dopo le grandi battaglie, ci si prodigava in cure e aiuti in denaro per i feriti.
64. Non s'era ancora spenta l'emozione per quella carneficina, quando un incendio, con una violenza assolutamente non comune, colpì la città, devastando il monte Celio. Si diceva che era un anno funesto e che la scelta del principe di andarsene fosse caduta sotto sinistri presagi: ma è tipico del volgo addossare a qualcuno le colpe per fatti casuali. Cesare tuttavia intervenne distribuendo denaro a seconda del danno subito. Gliene vennero ringraziamenti ufficiali in senato da parte delle personalità e simpatie tra il popolo, perché, in modo disinteressato e senza pressioni di chi gli stava vicino, aveva aiutato con la sua munificenza anche sconosciuti, da lui chiamati a partecipare a quel beneficio. Seguì, da parte di alcuni, la proposta di chiamare, per il futuro, Augusto il monte Celio, perché, nel generale rogo circostante, la sola statua di Tiberio, collocata nella casa del senatore Giunio, era rimasta intatta. La stessa cosa - si diceva - era accaduta in passato per Claudia Quinta, la cui statua, scampata per due volte alle fiamme, gli antichi avevano consacrato nel tempio della madre degli dèi; erano quindi i Claudi inviolabili e cari agli dèi, e pareva doveroso riservare un culto particolare al luogo, nel quale gli dèi avevano dato una tale dimostrazione di onore al principe.
65. » forse il momento di ricordare che quel monte, nell'antichità, era denominato Quercetulano, per il manto folto e rigoglioso di querce. Poi fu chiamato Celio da Cele Vibenna, il quale, capo della gente etrusca accorso in aiuto di Tarquinio Prisco, ebbe assegnata quella sede da lui, oppure da qualche altro re: su questo punto gli storici dissentono. Fuori d'ogni dubbio sono invece altre notizie, e cioè che quella gran massa di uomini ha abitato anche nel piano, in luoghi vicini al foro, tanto che venne chiamato Vico Tosco dal nome di quegli stranieri.
66. Ma se l'interessamento delle maggiori personalità e le somme elargite dal principe avevano recato sollievo in quelle calamità, tanto maggiore e tanto più nefasta, e senza sollievo alcuno, si scatenava, col passare dei giorni, la furia dei delatori. Quintilio Varo, ricco e parente di Cesare, era finito nelle spire di Domizio Afro, che già ne aveva fatto condannare la madre, Claudia Pulcra. Nessuno si stupiva che costui, povero per lungo tempo, dopo lo sperpero del premio appena incassato, si accingesse ad altre, più numerose, infamie. Stupiva invece che gli si fosse affiancato nella delazione Publio Dolabella, perché, di nobile famiglia e legato a Varo trascinava alla rovina la sua stessa nobiltà e il suo sangue. Peraltro il senato fece resistenza all'accusa e decise di attendere l'imperatore, che costituiva, per il momento, l'unico scampo al premere dei mali.
67. Cesare intanto, conclusa la consacrazione dei templi in Campania, pur avendo fatto sapere con un editto che nessuno turbasse la sua tranquillità, avendo bloccato l'accorrere di gente dalle città della regione per mezzo di un servizio d'ordine militare, insofferente di municipi, colonie e quant'altro fosse posto in terraferma, si eclissò nell'isola di Capri, che un braccio di mare di tre miglia separa dall'estremità del promontorio di Sorrento. Credo che in particolare gli sia piaciuto quel luogo solitario, perché il mare all'intorno è senza porti e pochi sono gli approdi solo per piccole imbarcazioni, e nessuno potrebbe sbarcare sfuggendo alle sentinelle. Mite il clima d'inverno, per la barriera opposta dal monte alle raffiche dei venti; dolcissima l'estate, con l'isola esposta al favonio e circondata da mare ampio e aperta sul più suggestivo dei golfi, prima che l'eruzione del Vesuvio mutasse la configurazione del luogo. Vuole la fama che i Greci abbiano occupato quelle località e che Capri sia stata abitata dai Teleboi. Ma allora Tiberio vi si era istallato, prendendo come residenza dodici ville, ciascuna con un proprio nome; e, come un tempo era tutto assorbito negli affari di stato, così ora si concedeva a segreti piaceri e a un ozio corrotto. Gli era infatti rimasta quella accentuata propensione al sospetto e alla credulità, che Seiano, avvezzo a favorirla già in Roma, ora torbidamente rinfocolava, con trame non più sotterranee contro Agrippina e Nerone. Un soldato della scorta annotava, come in un diario, l'arrivo di notizie, visite, contatti pubblici e riservati, e venivano mobilitate apposta persone che li consigliassero di rifugiarsi presso gli eserciti di Germania, oppure di abbracciare, nei momenti di maggior affollamento nel foro, la statua del divo Augusto, invocando l'aiuto del senato e del popolo. Progetti da loro respinti, ma che venivano loro imputati, come se vi si preparassero.
68. [28 d.C.]. L'anno del consolato di Giunio Silano e di Silio Nerva ebbe un pessimo esordio con la traduzione in carcere dell'illustre cavaliere romano Tizio Sabino a causa della sua amicizia per Germanico. Non aveva egli cessato di onorare la moglie e i figli di Germanico, ne frequentava la casa, li accompagnava in pubblico, unico rimasto di tanti clienti, lodato perciò dai buoni e inviso ai malvagi. Lo attaccano Lucanio Laziare, Porcio Catone, Petilio Rufo, Marco Opsio, tutti ex pretori che ambivano al consolato, al quale si accedeva solo attraverso Seiano, il cui appoggio veniva cercato col delitto. Si accordarono tra loro: Laziare, contando su una sua certa dimestichezza con Sabino, avrebbe teso la trappola e gli altri avrebbero fatto da testimoni, per poi dare il via all'accusa. Laziare dunque cominciò ad attaccare generici discorsi, poi a lodare la sua fedeltà, perché, amico come gli altri della casa di Germanico al tempo della sua fortuna, non l'aveva abbandonata nel suo declino. E aggiungeva parole di alto rispetto per Germanico, commiserando Agrippina. Scoppiò allora Sabino in lacrime - tanto l'animo umano è cedevole nella sventura - e poi unì a quelli i propri lamenti, attaccando ormai scopertamente Seiano, la sua crudeltà, la sua superbia, le mire; non risparmiò pesanti giudizi neppure a Tiberio. Questa conversazione, come se si fossero scambiati confidenze proibite, creò l'illusione di un'intima amicizia. E adesso era Sabino a cercare Laziare, a frequentarne la casa e a confidargli le sue amarezze come alla persona più fidata.
69. Le persone sopra ricordate si consultano su come far ascoltare tali confidenze a più persone. Bisognava infatti mantenere un'apparenza di riservatezza al luogo degli incontri. Se qualcuno avesse origliato dietro le porte, c'era pericolo di uno sguardo di troppo, di un rumore o del sorgere di qualche casuale sospetto. Allora i tre senatori, acquattati fra il tetto e il soffitto, in un nascondiglio non meno ignobile del loro spregevole imbroglio, accostano l'orecchio a buchi e fessure. Intanto Laziare riesce a trovare Sabino per strada e, come se intendesse comunicargli informazioni da poco apprese, lo attira in casa e fin nella stanza, e qui parla di episodi passati e attuali, materia di inesauribile discorso, aggiungendo nuove inquietanti prospettive. Identico in Sabino lo sfogo, ma più lungo, in quanto ciò che ci affligge, una volta liberato, è più difficile da contenere. Fabbricano prontamente l'accusa con l'invio di una lettera a Cesare, contenente i particolari della trappola e la propria degradazione. Mai come allora la città fu in ansia, nel panico, costretta a difendersi anche dalle persone più intime: si evitavano incontri, colloqui e ogni orecchio, sia di conoscenti che di estranei; con sospetto si volgevano tutt'attorno gli occhi, squadrando oggetti muti e inanimati, tetti e pareti.
70. Cesare, dopo aver espresso, in una lettera del primo di gennaio, gli auguri per il nuovo anno, passò al caso di Sabino e, accusandolo di avergli corrotto alcuni liberti e di attentargli alla vita, ne chiedeva esplicitamente il castigo. La decisione fu immediata. Condannato, veniva condotto al supplizio e, benché incappucciato dalla veste e coi nodi stretti alla gola, gridava, col fiato che poteva, che così veniva inaugurato l'anno e che queste erano le vittime sacrificate a Seiano. Dovunque volgesse gli occhi, dovunque cadessero le sue parole, si faceva il vuoto e la gente fuggiva in un deserto di strade e piazze. Alcuni poi tornavano indietro per farsi vedere, impauriti per il fatto stesso di aver nutrito timore. Quale giorno - commentavano - sarà senza supplizi se, nei giorni dei sacrifici augurali, quando la tradizione impone di astenersi perfino dai discorsi profani, si esibiscono catene e capestri? Tiberio non aveva affrontato tanto odio senza uno scopo preciso: aveva deliberatamente voluto far capire che nulla ormai tratteneva i nuovi magistrati dall'aprire, come i templi e gli altari, le porte del carcere. Tiberio fece poi seguire una lettera di ringraziamento, perché avevano punito un uomo pericoloso per lo stato, aggiungendo che la sua vita era un'ansia continua nel sospetto di attentati da parte dei suoi nemici. Non fece in modo esplicito nessun nome, eppure tutti videro un'allusione a Nerone e ad Agrippina.
71. Se non mi fossi prefisso di narrare i fatti con ordine, anno per anno, cederei al desiderio di anticiparli e ricorderei subito la fine incontrata da Lucanio, da Opsio e dagli altri ideatori di quell'infamia, non solo dopo la salita al potere di Gaio Cesare, ma quand'era ancora in vita Tiberio, il quale, se non voleva lasciar abbattere da altri i manutengoli dei suoi delitti, spesso finì per averne nausea e per eliminare i vecchi troppo ingombranti, potendo disporne di nuovi per la stessa funzione. Riferirò a suo tempo le pene meritate da questi e altri malfattori. Tornando dunque ai fatti, Asinio Gallo, dei cui figli Agrippina era zia materna, propose che si chiedesse al principe di esporre in senato i suoi timori e di autorizzare i senatori a dissiparli. Tiberio, fra le doti che si attribuiva, a nessuna teneva quanto alla dissimulazione: nulla quindi lo irritò come la richiesta di far chiarezza su ciò che gradiva nascondere. Lo calmò Seiano, non per amore di Gallo, ma perché le irresoluzioni del principe avessero il tempo di maturare, ben conoscendolo lento nelle reazioni interiori, ma sapendo che, quando l'ira fosse esplosa, Tiberio sarebbe passato subito dalle parole di minaccia ad atti spietati. In quel tempo venne a morte Giulia, nipote di Augusto, da lui condannata per adulterio e relegata nell'isola di Trimero, non lontano dalle coste dell'Apulia. Lì scontò l'esilio per vent'anni, aiutata dalla liberalità di Augusta, la quale, dopo aver rovinato con sotterranei intrighi i figliastri al tempo del loro pieno fiorire, manifestava per essi una compassione ostentata, quando erano ormai perduti.
72. In quell'anno si ribellarono i Frisi, popolo d'oltre Reno, per insofferenza più della nostra avidità che della servitù. Druso aveva imposto loro un tributo modesto, proporzionato alle loro condizioni di povertà, quello cioè di fornire pelli di bue per uso militare. Nessuno s'era mai curato della solidità e della misura delle pelli, finché Olennio, un primipilare, incaricato di reggere i Frisi, scelse come modello cui attenersi le pelli di bisonte. L'imposizione, gravosa anche per altri popoli, tanto più appariva inaccettabile per i Germani, le cui foreste sono ricche di animali selvatici di grandi dimensioni, ma i cui armenti sono di piccola taglia. Si trovarono così a cedere prima i buoi, poi i campi e infine, come schiavi, le mogli e i figli. Da qui irate proteste e lamentele e, poiché nessuno interveniva, cercarono il rimedio nella guerra. Catturarono i soldati presentatisi per i tributi e li crocifissero. Olennio prevenne la furia degli aggressori con la fuga e trovò rifugio in una fortezza di nome Flevo, posta a difesa della costa dell'Oceano con un presidio abbastanza consistente di Romani e di alleati.
73. Alla notizia, il propretore della Germania inferiore, Lucio Apronio, richiamò dalla provincia superiore reparti di legionari e contingenti scelti di fanteria e cavalleria ausiliaria, fece scendere ai due eserciti congiunti il corso del Reno e li lanciò contro i Frisi. L'assedio alla fortezza era stato nel frattempo tolto, perché i ribelli s'erano portati a difendere le loro terre. Dunque Apronio consolida la più vicina zona degli estuari con argini e ponti, per far passare le truppe più pesanti. Frattanto, individuati i guadi transitabili, a un'ala di Canninefati e alla fanteria germanica inquadrata nel nostro esercito ordina di prendere alle spalle il nemico. Il quale, già schierato a battaglia, respinge gli squadroni degli alleati e la cavalleria delle legioni inviata di rincalzo. Furono allora mandate avanti tre coorti leggere e poi altre due; quindi, a poca distanza di tempo, la cavalleria delle ali. Effettivi sufficienti, se avessero esercitato, insieme, un'unica pressione; ma, nei loro assalti intervallati, non riuscivano a dare sicurezza ai soldati già travolti e si lasciavano contagiare dalla paura di chi fuggiva. Apronio affidò allora il resto delle truppe ausiliarie al legato della quinta legione Cetego Labeone. Ma si trovò anch'egli a mal partito per la critica situazione dei suoi e dovette sollecitare, con staffette, l'intervento delle legioni. Prima degli altri accorrono gli uomini della quinta e, respinto in un aspro scontro il nemico, salvano le coorti e i reparti di cavalleria stremati dalle ferite. Il comandante romano non cercò la vendetta e neppure seppellì i morti, benché fossero caduti molti tribuni e prefetti e centurioni di prim'ordine. Si seppe poi dai disertori che, in quella battaglia protrattasi fino al giorno dopo, avevano perso la vita, presso la foresta detta di Baduenna, novecento Romani e che un altro contingente di quattrocento, occupata la tenuta di Cruptorige, il quale in passato aveva militato per noi, temendo d'essere traditi, s'eran dati la morte trafiggendosi fra loro.
74. Da allora il nome dei Frisi divenne famoso tra i Germani, mentre Tiberio nascondeva le perdite, per non affidare a nessuno il comando della guerra. Quanto al senato, poco si preoccupava che le regioni estreme dell'impero si coprissero di disonore. Covava negli animi la paura per i fatti interni e si cercava rimedio nell'adulazione. Così, benché esistessero problemi di ben altra natura su cui deliberare, si occupavano di decretare un altare alla Clemenza e uno all'Amicizia, attorniati dalle statue di Tiberio e di Seiano, e insistevano a supplicarli di farsi vedere. Ma essi non si diressero a Roma o nelle sue vicinanze: parve loro bastante lasciare l'isola e farsi vedere nella vicina terra della Campania. Là si portarono senatori, cavalieri e buona parte della plebe, pieni d'ansia nei riguardi di Seiano, le udienze col quale erano ancora più difficoltose, per cui era avvicinabile solo attraverso intrighi e complicità. Era abbastanza evidente quanto fosse cresciuta l'arroganza di lui, che osservava quel miserabile spettacolo di servilismo esposto alla luce del sole. Perché a Roma l'andirivieni è consueto e, per l'estensione della città, non è dato sapere a quali faccende ciascuno sia diretto; là invece, giacendo nei campi o sulla spiaggia, senza distinzione, notte e giorno, subivano il favore o lo sprezzante contegno dei portieri, finché giunse il divieto anche per quella possibilità. Ritornarono perciò a Roma ansiosi quelli che Seiano non aveva degnato d'una parola o d'uno sguardo, sconsideratamente di buon umore alcuni, ed eran quelli su cui sovrastavano le dure conseguenze d'una nefasta amicizia.
75. In ogni caso, Tiberio volle che si celebrassero a Roma le nozze della nipote Agrippina, figlia di Germanico, che aveva personalmente dato in sposa a Gneo Domizio. In Domizio aveva scelto, a parte la nobiltà della famiglia, un consanguineo dei Cesari; vantava egli infatti come nonna Ottavia e, per mezzo di lei, Augusto come zio materno.
LIBRO QUINTO (frammento)
1. [29 d.C.]. Sotto il consolato di Rubellio e Fufio, il cui soprannome fu per entrambi Gemino, venne a morte, in tardissima età, Giulia Augusta, donna di chiarissima nobiltà perché apparteneva alla famiglia Claudia ed era stata adottata dai Livii e dai Giulii. Il primo matrimonio, con figli, la legò a Tiberio Nerone che, proscritto nel corso della guerra di Perugia, poté tornare a Roma solo a pace conclusa fra Sesto Pompeo e i triumviri. Poi Augusto, invaghitosi della sua bellezza, la tolse al marito, non sappiamo se contro il volere di lei, con tanta impazienza da condurla, senza darle il tempo di partorire, ancora incinta, nella propria casa. In seguito ella non diede alla luce altra prole, ma, congiunta al sangue d'Augusto attraverso l'unione di Agrippina e Germanico, ebbe comuni con lui i pronipoti. Irreprensibile nella vita familiare secondo gli antichi modelli, affabile più di quanto fosse consentito alle donne d'un tempo, madre dispotica e moglie indulgente, capace di adeguarsi perfettamente alle manovre del marito e alla dissimulazione del figlio. Ebbe funerali non sfarzosi e il suo testamento rimase a lungo senza esecuzione. Le recitò l'elogio funebre il pronipote Gaio Cesare, che più tardi raggiunse il potere.
2. Tiberio che, per non aver modificato in nulla la piacevolezza della sua vita, non aveva partecipato alle estreme onoranze rese alla madre, addusse in una lettera, come scusa, la gravità degli impegni di governo e, quasi a prova di modestia, ridimensionò gli onori decretati con larghezza dal senato alla sua memoria, accogliendone solo pochi, e aggiunse il divieto di decretarle l'apoteosi: tale era il volere dell'estinta. Anzi, in un passaggio della lettera, deplorò le amicizie con le donne: era una stoccata indiretta al console Fufio. Egli aveva raggiunto grande prestigio con l'appoggio di Augusta, perché era abile nel conquistarsi l'animo femminile, aveva inoltre battuta brillante ed era solito stuzzicare Tiberio con pungenti arguzie, cosa di cui rimane a lungo traccia nella memoria dei potenti.
3. Da allora il dispotismo divenne sfrenato e ossessivo; infatti, con Augusta ancora in vita, c'era una via di scampo, perché Tiberio conservava un inveterato rispetto per la madre e Seiano non osava scavalcare l'autorità di lei. Ma a questo punto, come liberi da ogni vincolo, si scatenarono, e fu inviata al senato una lettera contro Agrippina e Nerone che, stando a voci diffuse, sarebbe stata da tempo in mano ai consoli, se non l'avesse fermata Augusta: venne letta infatti poco dopo la sua morte. Conteneva parole di studiata durezza e non vi erano accenni a rivolta armata e a mire sovversive, ma si rinfacciavano al nipote amori con giovinetti e una condotta immorale. Non osando però addebitare neppure questo alla nuora, ne mise sotto accusa il linguaggio arrogante e l'altezzosità, tra il panico di un senato silenzioso, finché pochi - che nessuna speranza intravvedevano da una condotta onesta, ma che ricavavano occasione di profitto personale da una pubblica rovina - chiesero un'inchiesta formale, primo fra tutti Cotta Messalino, con un intervento spietato. Ma altri senatori, fra i più importanti, e in particolare i magistrati, esprimevano trepidante perplessità: anche se nell'attacco era apparso durissimo, Tiberio aveva lasciato tutto il resto nell'ambiguità.
4. Sedeva in senato Giunio Rustico, scelto da Cesare per redigere gli atti dell'assemblea e ritenuto, pertanto, capace di interpretare i suoi più riposti pensieri. Egli, o per fatale impulso (non aveva infatti dato in precedenza prove di fermezza), o per una premura di mal calcolato effetto, che gli fece dimenticare i pericoli del presente nel timore di un avvenire incerto, si schierò con chi si mostrava perplesso e invitò i consoli a non aprire la discussione. Circostanze di scarsa importanza - sosteneva - possono rovesciare le cose più grandi, e della rovina della casa di Germanico poteva, un giorno o l'altro, pentirsi il vecchio Tiberio. Intanto una folla recante le immagini di Agrippina e di Nerone assiepava la curia e, tra espressioni di augurio per Cesare, gridava che la lettera era un falso e che contro la volontà del principe si voleva la rovina della sua famiglia. Così quel giorno non venne perpetrata alcuna tragica scelta. Circolava anche la notizia, inventata, di interventi contro Seiano attribuiti a senatori di rango consolare: così molti sfogavano, attraverso l'anonimato, ma con tanto maggiore accanimento, le represse fantasie dei loro desideri. Da qui un'ira più violenta da parte di Seiano e materia per nuove accuse; il senato - andava dicendo - non teneva conto delle sofferenze del principe, e il popolo si ribellava; già si ascoltavano e si leggevano discorsi eversivi e il senato prendeva decisioni senza precedenti; cosa restava loro da fare ormai, se non prendere le armi e scegliersi come capi e imperatori quelli, le cui immagini avevano seguito come bandiera?
5. Cesare dunque rinnovò gli attacchi contro il nipote e la nuora e, ripresa duramente la plebe con un editto, si lagnò coi senatori che fosse stata publicamente irrisa la maestà dell'imperatore, per l'inganno di uno solo di loro. Avocò dunque a sé la risoluzione di ogni problema. L'ultima decisione presa dal senato fu che, se non deliberavano pene estreme, era per il divieto posto dall'imperatore, ma attestavano la loro disponibilità alla vendetta, da cui si sentivano impediti solo dall'autorità vincolante del principe...
LIBRO SESTO
V, 6. [31 d.C.]... Furono pronunciati ben quarantaquattro discorsi sull'argomento, di cui pochi dettati da serie preoccupazioni e i più dall'abitudine all'adulazione. «... ho pensato che ciò significasse attirare vergogna su di me e odio addosso a Seiano. La fortuna si è rovesciata, e colui che l'aveva voluto come collega e genero perdona a se stesso; gli altri si accaniscono con criminosa malvagità contro Seiano, prima vilmente favorito. Non starò a dire se sia miseria peggiore essere accusato per un'amicizia o accusare un amico. Non intendo sperimentare né la crudeltà né la clemenza di nessuno, ma preverrò il pericolo, libero e con l'approvazione della mia coscienza. Voi, ve ne prego, conservate di me un ricordo non doloroso, ma lieti piuttosto, annoverando anche me fra quanti, con una morte nobile, si sono sottratti ai mali che coinvolgono tutti».
V, 7. Passò poi una parte del giorno, intrattenendo gli amici, a seconda che ciascuno desiderasse stargli vicino e parlargli, oppure congedandoli. Rimaneva ancora un bel gruppo di persone e tutti ammiravano il suo volto intrepido, convinti che l'ultima ora fosse ancora lontana, quand'egli si piegò sulla spada, che aveva nascosto sotto la veste. Morto, non fu perseguitato da accuse o da oltraggi di Cesare, il quale pure molti ne aveva lanciati, e di terribili, contro Bleso.
V, 8. Si passò a procedere contro Publio Vitellio e Pomponio Secondo. I delatori accusavano il primo di aver messo a disposizione, per il colpo di stato, le chiavi dell'erario, cui era preposto, e la cassa dell'esercito; al secondo l'ex pretore Considio imputava l'amicizia con Elio Gallo, il quale, dopo l'esecuzione di Seiano, aveva trovato rifugio nei giardini di Pomponio, come nel luogo più sicuro. In quella situazione tanto critica entrambi trovarono l'unico aiuto nel fermo sostegno dei fratelli, che si fecero garanti per loro. Ma poi Vitellio, consumatosi, in tanti rinvii, fra speranza e paura, chiesto un temperino, che avrebbe dovuto servirgli per il suo studio, si praticò una lieve incisione alle vene, finendo la vita in una depressione nervosa. Pomponio invece, uomo raffinato e di alto ingegno, affrontò la sorte contraria con serena compostezza e sopravvisse a Tiberio.
V, 9. Si volle, dopo di ciò, colpire gli altri figli di Seiano, benché l'odio della plebe stesse calando, ammansiti i più dai precedenti supplizi. Portarono dunque in carcere un figlio, conscio di ciò che lo aspettava, e una giovane ragazza così inconsapevole, che continuava a chiedere di che cosa la incolpassero e dove la trascinassero; ripeteva che non l'avrebbe fatto più e che potevano castigarla con la sferza dei fanciulli. Raccontano gli storici del tempo che, poiché sembrava inammissibile che una vergine subisse l'impiccagione, il carnefice l'abbia violentata prima di metterle il capestro. Strangolati quei ragazzi in tenera età, i loro corpi vennero gettati sulle Gemonie.
V, 10. In quello stesso periodo l'Asia e l'Acaia furono messe in agitazione dal diffondersi di voci più allarmanti che durevoli; sarebbe stato visto Druso, figlio di Germanico, presso le Cicladi e, poi, sul continente. Si trattava di un giovane di non dissimile età, che alcuni liberti di Cesare pretendevano di riconoscere e che a lui si accompagnavano, per ingannare gli altri, sicché la gente era, in buona fede, attratta dalla fama del nome e per la decisa inclinazione dei Greci alle prospettive di cambiamento e al mirabolante. Fantasticavano, per poi crederci, che, sfuggito ai carcerieri, Druso si stesse portando verso gli eserciti del padre con l'intenzione di invadere l'Egitto e la Siria. Già accorrevano giovani, già una generale simpatia circondava quel giovane inebriato dal presente e da folli speranze, quando riseppe la cosa Poppeo Sabino, il quale, occupato in Macedonia, teneva sotto controllo anche l'Acaia. Quindi, per prevenire i fatti, veri o falsi che fossero, si lascia in fretta alle spalle i golfi di Torone e di Terme e poi l'Eubea, isola dell'Egeo, e il Pireo, sulla costa dell'Attica, supera il litorale di Corinto e la stretta dell'istmo e, nell'altro mare, entra nella colonia romana di Nicopoli. Qui infine apprende che quello, sottoposto a pressanti domande sulla sua identità, aveva detto d'essere figlio di Marco Silano e che, al dileguarsi di molti seguaci, s'era imbarcato, diretto, sembrava, in Italia. Ne fece relazione scritta a Tiberio: noi non siamo riusciti a saperne di più sull'origine e la conclusione di tale episodio.
V, 11. Sul finire dell'anno, la discordia tra i consoli, da tempo crescente, finì per esplodere. Trione infatti, incurante di affrontare inimicizie e rotto agli scontri forensi, aveva attaccato indirettamente Regolo per la scarsa fermezza dimostrata nel reprimere i sostenitori di Seiano. Regolo, capace di moderazione, se non provocato, non si accontentò di respingere l'accusa del collega, ma voleva sottoporlo a inchiesta per complicità nella congiura. Nonostante gli inviti di molti senatori a deporre gli accesi contrasti, destinati solo a produrre rovina, mantennero la loro minacciosa ostilità sino alla fine del mandato.
VI, 1. [32 d.C.]. Il consolato di Gneo Domizio e Camillo Scriboniano era appena iniziato, quando Tiberio superò il braccio di mare tra Capri e Sorrento, per poi costeggiare la Campania, dubbioso se entrare in Roma oppure, proprio perché aveva deciso il contrario, fingendone l'intenzione. Si spinse ripetutamente nelle vicinanze, fino a toccare i suoi giardini lungo il Tevere, ma rientrò tra i suoi scogli solitari in mezzo al mare, sopraffatto dalla vergogna dei suoi delitti e delle dissolutezze, della cui incontenibile violenza era preda al punto da insozzare nello stupro, con pratica da monarca, liberi e nobili giovinetti. Eccitavano le sue voglie non solo la bellezza e la grazia fisica ma, per alcuni, il pudore infantile, per altri il ricordo della gloria degli avi. E per la prima volta allora ebbero corso vocaboli ignoti in precedenza, come «sellari» e «spintrie», dalla sconcezza delle posizioni e dalla disposizione a subire molteplici perversioni. C'erano schiavi addetti a cercarli e trascinarglieli, offrendo doni ai compiacenti e minacce a chi recalcitrava, e, di fronte alla resistenza di un parente o di un genitore, usavano la violenza del rapimento, ricorrendo a qualunque arbitrio, come contro prigionieri di guerra.
2. A Roma intanto, in quell'inizio d'anno, quasi che la scellerata condotta di Livia venisse allora scoperta e non fosse stata da tempo punita, ci si accaniva in disumane proposte anche contro le sue statue e la sua memoria e si suggeriva che i beni di Seiano, sottratti all'erario, finissero nelle casse dell'imperatore: come se ciò avesse importanza. Questo proponevano, con la massima serietà, usando parole pressocché identiche o con variazioni insignificanti, gli Scipioni, i Silani, i Cassi, quando all'improvviso Togonio Gallo, per associare a quei grandi nomi il suo, plebeo, chiese d'essere ascoltato, sommerso dal ridicolo. Pregava infatti il principe di scegliere un gruppo di senatori, tra cui venti, estratti a sorte e armati, dovevano difendere la sua incolumità, quando fosse entrato in senato. Aveva evidentemente preso sul serio una lettera di Tiberio, in cui chiedeva la scorta di un console, per venire, in piena sicurezza, a Roma da Capri. Tiberio tuttavia, che soleva mescolare l'ironia al serio, ringraziò i senatori della loro benevolenza: ma - scrisse - si poteva forse scartare qualcuno, e ancora quali scegliere? Sempre gli stessi o a turno? Senatori al vertice della carriera o giovani? Prenderli fra i magistrati o fra quelli senza cariche? E poi che spettacolo vedere dei senatori impugnare la spada sulla soglia della curia! E la vita, se bisognava difenderla con le armi, non aveva per lui più importanza. Questa la risposta a Togonio, in forma misurata e cercando solo di suggerire una cancellazione della proposta.
3. Invece contro Giunio Gallione, che aveva proposto di conferire ai pretoriani, a conclusione del servizio, il diritto di sedere in teatro nelle quattordici file riservate all'ordine equestre, ebbe parole durissime, quasi lo apostrofasse di persona su cosa avesse lui a che fare coi soldati, i quali dovevano ricevere ordini e premi solo dall'imperatore. La sua era davvero una scoperta, alla quale il divo Augusto non aveva pensato! O forse lui, degno seguace di Seiano, cercava di attizzare la discordia e la ribellione tra quegli uomini rudi, per spingerli, col pretesto di onori, a rompere la disciplina militare? Questo dunque il compenso ch'ebbe Gallione per la sua sofisticata adulazione: venne espulso subito dalla curia e poi dall'Italia. E poiché lo si accusava di poter sopportare l'esilio senza difficoltà, nella bella e famosa isola di Lesbo, che si era scelta, venne richiamato a Roma e fu posto sotto custodia in casa di un magistrato. Nella stessa lettera Tiberio, con grande soddisfazione dei senatori, colpì l'ex pretore Sestio Paconiano, spregiudicato, intrigante, sempre attento a spiare i segreti di tutti e scelto da Seiano come strumento per tramare la rovina di Gaio Cesare. A questa rivelazione, l'odio da tempo covato dilagò, e già si preannunciava la sua condanna a morte, quando dichiarò di voler fare una denuncia.
4. Quando passò ad attaccare Lucanio Laziare, accusato e accusatore, egualmente detestati, offrivano uno spettacolo davvero gradito. Laziare, come detto, era stato un tempo il principale responsabile della rovina costruita a Tizio Sabino, e, allora, fu il primo a pagare. Nel contesto di ciò, Aterio Agrippa attaccò i consoli dell'anno precedente, chiedendo perché, dopo quel reciproco scagliarsi di tante accuse, ora tacevano; certo si poteva pensare che la paura e la consapevolezza della loro colpa valessero a cementare un patto tra loro; ma il senato non doveva porre il silenzio su ciò che aveva udito. Rispose Regolo che la sua vendetta non era matura e che l'avrebbe compiuta alla presenza del principe; Trione invece disse ch'era meglio lasciar cadere la rivalità tra colleghi e le eventuali affermazioni dovute ai contrasti. Ma Agrippa incalzava, e il consolare Sanquinio Massimo invitò il senato a non accrescere le preoccupazioni dell'imperatore, cercando nuovi motivi di asprezza: ai rimedi sarebbe bastato Tiberio. Così Regolo ebbe assicurata la salvezza e per Trione fu rimandato il momento della rovina. Aterio ne uscì più odiato di prima, perché, smidollato dal sonno e da veglie di lussuria, e, proprio per la sua apatia, libero dalla paura delle crudeltà del principe, meditava, tra orge e turpitudini, la rovina di uomini illustri.
5. In seguito Cotta Messalino, promotore delle iniziative più inclementi, e perciò oggetto di rancori profondi, venne fatto segno a numerose accuse alla prima occasione propizia: gli si imputava d'aver tacciato Gaio Cesare di dubbia virilità; d'aver detto, durante un banchetto tra sacerdoti per il compleanno d'Augusta, che era una cena funebre; inoltre, lagnandosi della potenza di Marco Lepido e Lucio Arrunzio, con cui era in conflitto per questioni di interesse, d'aver concluso: «quelli li proteggerà il senato, me invece il mio Tiberiuccio». Tutto ciò gli rinfacciavano le più autorevoli personalità di Roma; di fronte al loro accanimento, ricorse all'imperatore, che, non molto dopo, inviò, a difesa di quello, una lettera. In essa, ricordata l'origine della sua amicizia con Cotta e le non poche benemerenze da lui acquisite, chiese di non trasformare in accuse parole malignamente distorte e le innocenti battute di un convito.
6. Parve insolito l'inizio della lettera di Cesare, che appunto così esordiva: «Cosa debba scrivervi, o senatori, o in che modo, oppure cosa, in questo momento, non debba scrivervi, se io lo so, possano gli dèi e le dee farmi perire di morte peggiore di quella di cui mi sento ogni giorno morire». Tanto i suoi delitti e le sue nefandezze s'erano trasformati in tormento anche per lui. Non a caso il maggiore dei saggi soleva affermare che, se si potesse mettere a nudo l'animo dei tiranni, vi si vedrebbero lacerazioni e ferite, perché, come il corpo porta i segni delle percosse, così l'animo è straziato dalla crudeltà, dalle incontrollate passioni, dai propositi malvagi. In verità, né la potenza né il rifugio nella solitudine proteggevano abbastanza Tiberio dal dover confessare i tormenti del suo cuore e le sue pene.
7. Lasciati liberi di pronunciarsi sul conto del senatore Ceciliano, che aveva prodotto numerosi capi d'accusa contro Cotta, i senatori decisero di irrogargli la stessa pena inflitta ad Aruseio e Sanquinio, accusatori di Lucio Arrunzio; e questo fu il massimo onore toccato a Cotta, il quale, nobile ma in dissesto per le dissolutezze e per le infamie screditato, si vedeva messo alla pari, nella dignità della vendetta, ai grandi meriti di Lucio Arrunzio. Fu poi la volta di Quinto Serveo e di Minucio Termo, ex pretore e in passato compagno di Germanico il primo, di ceto equestre il secondo: imputati di amicizia, di cui non avevano approfittato, con Seiano, e oggetto quindi di maggiore commiserazione. Tiberio, al contrario, li presentò come tra i maggiori responsabili dei crimini di Seiano, invitando Gaio Cestio il vecchio a rendere noto in senato quanto gli aveva scritto; così a Cestio non restò che farsi carico dell'accusa. Questo il flagello, che in particolare ebbero a vedere quei tempi, quando i senatori più autorevoli s'abbassavano alle più ripugnanti delazioni, alcuni scopertamente, altri per vie sotterranee; né avresti potuto distinguere tra estranei e parenti, amici e sconosciuti, tra fatti recenti e altri immersi nell'indeterminatezza del lontano passato. Le denunce fioccavano per discorsi fatti ovunque, nel foro o a un banchetto, qualunque fosse l'argomento, e si correva a essere i primi a designare il colpevole: alcuni per difesa personale, ma i più infetti da una sorta di morbo contagioso. Minucio e Serveo, condannati, passarono, a loro volta, alle denunce. Vennero così coinvolti nella stessa rovina Giulio Africano, della popolazione gallica dei Santoni, e Seio Quadrato, la cui origine non ho potuto sapere. Non ignoro invece che non pochi storici hanno volutamente tralasciato le persecuzioni e le pene inflitte a tante persone: erano una quantità estenuante, oppure temevano di affliggere i lettori col disgusto da loro stessi provato in troppi e avvilenti episodi. Quanto a me, ho incontrato numerosi casi che meritavano di essere conosciuti, benché altri li abbiano lasciati cadere.
8. Ecco un caso. Nel tempo in cui tutti gli altri smentivano, mentendo, l'amicizia con Seiano, il cavaliere romano Marco Terenzio, accusato appunto di questa, osò rivendicarla, così argomentando in senato: «Forse gioverà meno al mio destino ammettere l'accusa che negarla, ma, qualunque cosa succeda, riconosco d'essere stato amico di Seiano, d'aver desiderato di esserlo e, divenutolo, d'aver provato gioia. L'avevo visto collega di mio padre al comando delle coorti pretorie e poi rivestire nello stesso tempo, qui a Roma, funzioni civili e militari. I suoi parenti e congiunti salivano la scala del potere. Più si era intimi di Seiano, più titoli si avevano all'amicizia di Cesare; e se Seiano mostrava ostilità a qualcuno, quello stava in preda a paure e miserie. Non prenderò ad esempio nessuno: difenderò, a mio solo rischio, tutti quelli che, come me, sono stati estranei ai suoi ultimi intrighi. Noi infatti non onoravamo in Seiano il cittadino di Bolsena, ma una parte della casa Giulia e Claudia, dov'era entrato per acquisita parentela; onoravamo il tuo genero, Cesare, il tuo collega nel consolato, l'uomo che assolveva compiti come i tuoi nel governo dello stato. Non tocca a noi giudicare chi tu innalzi sopra gli altri, e per quali ragioni: gli dèi hanno concesso a te il potere sovrano di giudicare, a noi la gloria di obbedirti. Noi guardiamo le cose che stanno davanti agli occhi, colui che da te riceve onori e ricchezze, quelli cui tocca il potere più grande di fare il bene o il male; e che Seiano abbia avuto tutto ciò, nessuno lo potrà negare. Sui pensieri reconditi del principe o sui suoi ancora più segreti propositi non è lecito, anzi è rischioso, indagare, e nessuno potrebbe riuscirvi. Non considerate, o senatori, l'ultimo giorno di Seiano, ma ben sedici anni della sua presenza. Perfino davanti a un Satrio e a un Pomponio abbassavamo la testa ed era gran privilegio essere riconosciuti anche dai liberti e dai portieri di Seiano. Che cosa ne concludo, dunque? Che le mie parole devono essere ritenute una difesa valida per tutti, senza distinzioni? Niente affatto, bisogna anzi assegnarle giusti limiti. Si puniscano le trame contro lo stato, i complotti contro la vita dell'imperatore: ma quando si tratta della amicizia e dei suoi obblighi, il fatto di avervi messo una medesima fine assolverà te, o Cesare, al pari di noi.»
9. Il fermo coraggio del discorso e l'essere stato capace di esprimere i sentimenti che si agitavano nell'animo di tutti, sortirono come effetto che i suoi accusatori, con l'aggiunta di altri precedenti addebiti, vennero condannati all'esilio o alla morte. Seguì una lettera di Tiberio contro l'ex pretore Sesto Vistilio, che, carissimo al fratello Druso, egli stesso aveva ammesso nel proprio seguito personale. La caduta in disgrazia di Vistilio si spiegava o con l'avere lui effettivamente composto uno scritto satireggiante l'immoralità di Gaio Cesare o con l'esserne a torto creduto il responsabile. Venne perciò allontanato dall'intimità del principe e, dopo ch'ebbe tentato, con le sue mani di vecchio, di tagliarsi col ferro le vene, se le legò; ma, dopo aver scritto poche righe di supplica, respinte con asprezza da Tiberio, le aprì di nuovo. Vengono poi, in massa, accusati di lesa maestà Annio Pollione, Appio Silano con Scauro Mamerco e Sabino Calvisio e, in aggiunta al padre Pollione, il figlio Viniciano, tutti di nobile casato e insigniti delle cariche più alte. Il terrore invase i senatori (ben pochi di loro, infatti, potevano dirsi estranei a rapporti di parentela e di amicizia con uomini tanto famosi), ma il tribuno della coorte urbana Celso, figurante tra gli accusatori, sottrasse al pericolo Appio e Calvisio. Cesare differì il caso di Pollione e Viniciano e quello di Scauro, per esaminarli personalmente, in collaborazione col senato, dopo aver espresso minacciosi apprezzamenti nei confronti di Scauro.
10. Neppure le donne furono esenti dai rischi di quei processi, e, poiché non le si poteva incriminare di sovversione politica, erano accusate per le loro lacrime; venne uccisa una vecchia, Vizia, madre di Fufio Gemino, perché aveva pianto la morte del figlio. Questa fu opera del senato. Ma non in modo dissimile si comportò l'imperatore: vengono condotti a morte Vesculario Flacco e Giulio Marino, fra gli intimi di Tiberio di più vecchia data, che l'avevano seguito a Rodi e suoi inseparabili compagni a Capri: Vesculario s'era fatto tramite del complotto contro Libone, Marino complice della morte di Curzio Attico, voluta da Seiano. Tanto maggiore la gioia nel vedere pratiche perverse ritorcersi contro chi le aveva consigliate. In quel torno di tempo morì di morte naturale - avvenimento raro data la posizione prestigiosa del personaggio - il pontefice Lucio Pisone, mai coinvolto in nessuna iniziativa servile e, di fronte all'inevitabile, capace di saggia moderazione. Già ho ricordato che suo padre era stato censore; visse fino a ottant'anni, s'era meritato in Tracia l'onore del trionfo. Ma la sua gloria maggiore fu l'aver esercitato con straordinario equilibrio l'ufficio di prefetto di Roma, carica da poco divenuta permanente e resa difficoltosa dalla disabitudine a obbedire.
11. Nel passato infatti, quando i re e più tardi i magistrati si assentavano da Roma, perché la città non restasse senza governo si sceglieva chi, di volta in volta, rendesse giustizia e fronteggiasse gli imprevisti. Si racconta che tale compito sia stato affidato da Romolo a Dentre Romulio e poi da Tullo Ostilio a Numa Marcio e da Tarquinio il Superbo a Spurio Lucrezio. In seguito furono i consoli a conferirlo, e ne resta un lontano riflesso nella scelta, in occasione delle Ferie Latine, di chi deve esercitare la funzione di console. Al tempo delle guerre civili, Augusto affidò a Cilnio Mecenate, dell'ordine equestre, l'intera amministrazione di Roma e dell'Italia. Poi, dopo la presa del potere, per la grande crescita della popolazione e la lentezza di intervento delle leggi, scelse uno degli ex consoli, delegandolo alla repressione degli schiavi e di quella parte facinorosa di cittadini che oserebbe i torbidi, ma teme la forza. Messalla Corvino fu il primo chiamato a tale incarico, ma ne fu esonerato in pochi giorni, perché incapace di esercitarlo; assolse poi egregiamente il suo compito, nonostante l'età avanzata, Tauro Statilio, e infine seguì, per vent'anni, Pisone, con altrettanto merito. Per decreto del senato, ebbe l'onore dei funerali di stato.
12. Seguì la relazione, in senato, del tribuno della plebe Quintiliano intorno a un libro della Sibilla, di cui Caninio Gallo, uno dei quindecemviri, aveva chiesto l'accorpamento con gli altri della stessa profetessa e un intervento del senato in tal senso. Si procedette con un voto «per separazione». Ma pervenne un messaggio di Cesare, contenente una critica misurata al tribuno, che ignorava, per la giovane età, una antica tradizione, ma anche un duro rimprovero a Gallo, perché questi, benché da tempo esperto della materia relativa al cerimoniale, aveva messo il problema in discussione in senato in un'assemblea semideserta, quando l'autenticità del testo era ancora incerta, prima che si fosse espresso il collegio dei quindecemviri, senza aver fatto leggere e giudicare, secondo la prassi, il libro ai maestri del rito. Tiberio ricordava anche che Augusto, in seguito alla diffusione di molti testi contraffatti, attribuiti a quel nome autorevole, aveva stabilito la consegna di tali testi, entro un termine fisso, al pretore urbano e il divieto per un privato di possederli. Provvedimento analogo era stato preso dagli antichi, dopo l'incendio del Campidoglio nella guerra sociale, quando si rintracciarono le profezie della Sibilla a Samo, a Ilio, a Eritre, anche in Africa e in Sicilia e nelle colonie italiche - sia che fossero in uno o più libri - e venne affidato ai sacerdoti il compito di stabilire, nei limiti delle possibilità umane, i testi autentici. Di conseguenza anche allora quel libro venne sottoposto all'esame dei quindecemviri.
13. Nel corso dello stesso anno, si sfiorò, per una grave carestia, la rivolta e per più giorni in teatro si levarono molte richieste e proteste contro l'imperatore con toni di inusitata violenza. Tiberio, scosso, accusò magistrati e senatori di non aver impedito le manifestazioni popolari con la pubblica autorità; poi aggiunse anche l'elenco delle province da cui si importava il grano e la quantità, tanto superiore a quella di Augusto. Così, per punire la plebe, venne redatto un senatoconsulto ispirato all'antica severità e l'editto dei consoli fu altrettanto duro. Il silenzio di Tiberio venne inteso non già, secondo le sue attese, come segno di tolleranza democratica, bensì di disprezzo.
14. Accusati di cospirazione, morirono, sul finire dell'anno, i cavalieri romani Geminio, Celso e Pompeo. Di questi Geminio era stato amico di Seiano nello sperpero delle ricchezze e nei piaceri della vita, ma in niente di serio. Il tribuno Giulio Celso allentò in carcere la catena, la passò attorno al collo e se lo spezzò, tirandola nelle due direzioni opposte. Rubrio Fabato invece, sospettato di voler fuggire presso i Parti per chiedere asilo, nel timore di una catastrofe politica in Roma, venne sottoposto a vigilanza. Fatto si è che, trovato in prossimità del canale di Sicilia e ricondotto a Roma da un centurione, non seppe dare spiegazioni plausibili di un viaggio tanto lungo. Restò peraltro incolume, più per esser stato dimenticato che per un gesto di clemenza.
15. [33 d.C.]. Nell'anno dei consoli Servio Galba e Lucio Silla, Tiberio, dopo lunga riflessione su quali mariti destinare alle proprie nipoti, perché l'età delle ragazze non consentiva più gli indugi, scelse Lucio Cassio e Marco Vinicio. Quest'ultimo, un provinciale di Cales, d'estrazione equestre, anche se il nonno e il padre erano stati consoli, aveva carattere mite e ornata eloquenza. Cassio, romano di famiglia plebea, ma antica e onorata, educato dalla severa disciplina del padre, si segnalava più per la bontà del carattere che non per l'intraprendenza politica. Tiberio congiunse a ques'ultimo Drusilla e a Vinicio Giulia, figlie di Germanico; in merito, scrisse al senato poche parole d'elogio per i giovani. Poi, motivata genericamente la sua assenza, passò a temi più seri e alle inimicizie che si era attirato nell'interesse dello stato, e chiese che il prefetto Macrone e alcuni tribuni e centurioni lo accompagnassero, quando doveva entrare in senato. Fu stilato un senatoconsulto, non rigido e senza fissare il numero e il grado dei militari, benché Tiberio non si sia avvicinato neppure all'abitato di Roma e tanto meno sia entrato in quella pubblica assemblea: girava, quasi sempre, intorno alla sua patria, per strade secondarie, schivandola.
16. Frattanto una valanga di denunce si riversò su coloro che sempre più si arricchivano con l'usura, in violazione alla legge del dittatore Cesare sui limiti del credito e del possesso fondiario in Italia, legge da tempo inapplicata, perché il bene pubblico viene posposto all'interesse privato. Certo il flagello dell'usura è antico in Roma e causa frequentissima di ribellioni e conflittualità, e perciò veniva represso anche dagli antichi, quando la moralità era meno decaduta. Per la prima volta, infatti, le dodici tavole sancirono che nessuno potesse esigere un interesse superiore all'uno per cento annuo, mentre prima variava a piacimento dei ricchi; poi, su richiesta dei tribuni, venne ridotto al mezzo per cento; infine furono vietati i prestiti a interesse. Con molti decreti della plebe si cercò di ovviare alle frodi, che, tante volte represse, rispuntavano con furbeschi artifici. Per venire al tempo che ci riguarda, il pretore Gracco, incaricato dell'inchiesta, sgomento per la massa degli indiziati, ne riferì al senato, e i senatori, spaventati, perché nessuno di essi era immune da tale colpa, implorarono l'indulgenza del principe. Tiberio la concesse, fissando il termine di un anno e sei mesi, perché ciascuno mettesse il proprio patrimonio in regola con le disposizioni di legge.
17. Come conseguenza scarseggiò il denaro liquido, per il simultaneo ricupero dei crediti da parte di tutti e perché, dopo tante condanne e confische, il contante si andava accumulando nelle casse del principe o nell'erario. Il senato aveva in aggiunta prescritto che i due terzi del capitale, prima dato a prestito, fossero investiti in terreni in Italia. Ma i creditori reclamavano il rimborso totale e, per chi era sollecitato, non era bene compromettere il proprio credito. Quindi, dapprima un febbrile agitarsi e le implorazioni dei creditori, poi un tumultuoso affollamento davanti al tribunale del pretore; le vendite e gli acquisti, indicati come rimedio, dettero l'effetto contrario, perché gli usurai avevano fatto incetta di tutto il denaro per comperare i campi. A causa dell'abbondante offerta di vendite, seguì il crollo del prezzo della terra; i più oberati di debiti tanto meno riuscivano a realizzare, con conseguenti dissesti di molte proprietà; e, nel tracollo patrimoniale, finivano calpestate l'onorabilità e la reputazione. Intervenne alla fine Tiberio, mettendo a disposizione, attraverso le banche, cento milioni di sesterzi e aprendo possibilità di prestiti triennali senza interessi, a patto di fornire allo stato una garanzia in beni fondiari per un valore doppio. Così tornò la fiducia e, poco a poco, si trovarono ancora dei creditori privati. Ma gli acquisti di terre non procedettero secondo le modalità previste dal senatoconsulto: come quasi sempre accade in questi casi, la rigorosa applicazione iniziale finì nell'inosservanza.
18. Rinacquero poi le passate paure con la denuncia, per lesa maestà, di Considio Procello. Stava egli festeggiando, senza sospetto alcuno, il suo compleanno, quando venne trascinato nella curia, condannato e ucciso. La sorella Sancia fu cacciata in esilio dietro denuncia di Quinto Pomponio, il quale, un irrequieto per natura, giustificava questa e consimili azioni col voler allontanare, ingraziandosi il principe, l'incombente pericolo sul fratello Pomponio Secondo. Si delibera l'esilio anche per Pompea Macrina, sul cui marito Argolico e sul cui suocero Lacone, personalità di primo piano in Acaia, già aveva infierito Tiberio. Anche il padre di Macrina, un illustre cavaliere romano, e suo fratello, un ex pretore, di fronte all'imminente condanna si diedero la morte. L'imputazione addotta era che il loro bisavolo Teofane di Mitilene era stato intimo amico di Pompeo Magno e che, dopo la morte, i Greci, nella loro propensione adulatoria, gli avevano tributato onori divini.
19. Dopo di loro Sesto Mario, uno spagnolo ricchissimo, subisce l'accusa di incestuosi rapporti con la figlia e viene gettato dalla rupe Tarpea. E perché non ci fosse dubbio che l'immensità delle sue ricchezze era la causa vera della sua rovina, Tiberio incamerò personalmente le sue miniere d'oro e d'argento, benché la confisca spettasse allo stato. Eccitato dal sangue di queste condanne, ordina l'uccisione di quanti si trovavano in carcere, accusati di rapporti con Seiano. Immensa fu la strage: persone d'ogni sesso, d'ogni età, nobili e plebei giacquero sparsi o ammucchiati. E non era consentito a parenti o amici di star loro vicino, di piangere e neppure di fermarsi a guardarli, ma delle guardie, sguinzagliate attorno a spiare i segni del dolore, scortavano quei cadaveri putrefatti finché non venivano gettati nel Tevere; nessuno osava cremare, nessuno osava toccare quei corpi galleggianti o gettati a riva. La paura, nella sua violenza, aveva infranto ogni vincolo di umanità, e, più la ferocia cresceva, più si ritraeva la pietà.
20. Nello stesso periodo Gaio Cesare, che aveva accompagnato il nonno nel suo ritiro a Capri, prese in moglie Claudia, figlia di Marco Silano. Dietro la compostezza ingannevole, nascondeva una terribile ferocia: la condanna della madre e l'eccidio dei fratelli non gli avevano strappato una parola; e agli umori espressi, giorno dopo giorno, da Tiberio, conformava l'atteggiamento, e anche nel parlare poco si discostava da lui. Donde la battuta, poi famosissima, dell'oratore Passieno: «Non c'è mai stato un servo migliore e un padrone peggiore». Non potrei tacere una profezia di Tiberio su Servio Galba, allora console. L'aveva fatto chiamare e, sondatolo con vari discorsi, alla fine uscì con la seguente frase, in greco: «Anche tu, Galba, un giorno o l'altro proverai il gusto del potere», alludendo alla sua potenza tarda e breve, e ciò grazie alle arti divinatorie dei Caldei, apprese a Rodi, quando disponeva di tanto tempo libero e del maestro Trasillo, la cui competenza egli aveva messo alla prova nel modo seguente.
21. Quando intendeva avvalersi di consulti astrologici, si serviva di una parte della dimora arroccata in alto e della complice confidenza di un solo liberto. Costui, ignorante ma assai robusto, conduceva l'astrologo, che Tiberio aveva deciso di mettere alla prova, per sentieri dirupati e scoscesi (perché la casa si ergeva sulle rocce), e, al ritorno, se quello aveva destato il sospetto di incompetenza o di frode, lo precipitava nel mare sottostante: così Tiberio eliminava ogni testimone delle sue arcane pratiche. Orbene, Trasillo venne condotto là in alto per quella scogliera e, dopo aver impressionato Tiberio che lo interrogava, predicendogli, con la sua competenza, l'impero e le vicende future, si sentì domandare se conosceva anche il proprio oroscopo, valido per quell'anno, anzi per quel giorno. Trasillo, calcolate le posizioni e le distanze degli astri, diede prima segni di sorpresa, poi di paura e, approfondendo l'esame, diventava preda di un'ansia sempre più manifesta, di sgomento e di panico; alla fine esclama di sentire sopra di sé un indecifrabile e pressoché mortale pericolo. Allora Tiberio, abbracciatolo, si congratula per la previsione del rischio, dal quale sarebbe uscito incolume; da allora, accogliendo come un oracolo le sue parole, l'ebbe tra gli amici più intimi.
22. Ora io, quando ascolto questi e simili fatti, resto in dubbio se le vicende umane siano mosse dal fato, con la sua ineludibile necessità, oppure dal caso. Perciò troverai i grandi filosofi antichi, e quanti ne seguono oggi le orme, divisi su questo punto: molti sono convinti che gli dèi non si curano né dell'origine né della fine nostra e, in una parola, degli uomini, e che così si spiega il caso, tanto frequente, di sventure toccate ai buoni e di vita felice per i malvagi. Altri, invece, pensano che nelle cose si esprima un preciso destino, derivato non dal corso delle stelle, bensì dalle cause prime e dal concatenarsi di rapporti naturali; e purtuttavia lasciano sussistere una libera scelta nella vita, scelta che comporta una successione determinata di eventi. E pensano che il bene e il male non sono quelli che si immagina il volgo: molti, in preda alle sventure, sono felici e moltissimi, nel pieno della loro potenza, infelici, se i primi reggono con animo fermo (al peso delle sventure e gli altri abusano con cieca leggerezza della propria fortuna. Comunque la maggior parte dei mortali |