Lettere a Lucilio

 

LIVELLO SUPERIORE

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LIBRO PRIMO

 

 

1

1 Comportati così, Lucilio mio, rivendica il tuo diritto su te stesso e il tempo che fino ad oggi ti veniva portato via o carpito o andava perduto raccoglilo e fanne tesoro. Convinciti che è proprio così, come ti scrivo: certi momenti ci vengono portati via, altri sottratti e altri ancora si perdono nel vento. Ma la cosa più vergognosa è perder tempo per negligenza. Pensaci bene: della nostra esistenza buona parte si dilegua nel fare il male, la maggior parte nel non far niente e tutta quanta nell'agire diversamente dal dovuto. 2 Puoi indicarmi qualcuno che dia un giusto valore al suo tempo, e alla sua giornata, che capisca di morire ogni giorno? Ecco il nostro errore: vediamo la morte davanti a noi e invece gran parte di essa è già alle nostre spalle: appartiene alla morte la vita passata. Dunque, Lucilio caro, fai quel che mi scrivi: metti a frutto ogni minuto; sarai meno schiavo del futuro, se ti impadronirai del presente. Tra un rinvio e l'altro la vita se ne va. 3 Niente ci appartiene, Lucilio, solo il tempo è nostro. La natura ci ha reso padroni di questo solo bene, fuggevole e labile: chiunque voglia può privarcene. Gli uomini sono tanto sciocchi che se ottengono beni insignificanti, di nessun valore e in ogni caso compensabili, accettano che vengano loro messi in conto e, invece, nessuno pensa di dover niente per il tempo che ha ricevuto, quando è proprio l'unica cosa che neppure una persona riconoscente può restituire.

4 Ti chiederai forse come mi comporti io che ti do questi consigli. Te lo dirò francamente: tengo il conto delle mie spese da persona prodiga, ma attenta. Non posso dire che non perdo niente, ma posso dire che cosa perdo e perché e come. Sono in grado di riferirti le ragioni della mia povertà. Purtroppo mi accade come alla maggior parte di quegli uomini caduti in miseria non per colpa loro: tutti sono pronti a scusarli, nessuno a dar loro una mano. 5 E allora? Una persona alla quale basta quel poco che le rimane, non la stimo povera; ma è meglio che tu conservi tutti i tuoi averi e comincerai a tempo utile. Perché, come dice un vecchio adagio: "È troppo tardi essere sobri quando ormai si è al fondo." Al fondo non resta solo il meno, ma il peggio. Stammi bene.

 

2

1 Da quanto mi scrivi e da quanto sento, nutro per te buone speranze: non corri qua e là e non ti agiti in continui spostamenti. Questa agitazione indica un'infermità interiore: per me, invece, primo segno di un animo equilibrato è la capacità di starsene tranquilli in un posto e in compagnia di se stessi. 2 Bada poi che il fatto di leggere una massa di autori e libri di ogni genere non sia un po' segno di incostanza e di volubilità. Devi insistere su certi scrittori e nutrirti di loro, se vuoi ricavarne un profitto spirituale duraturo. Chi è dappertutto, non è da nessuna parte. Quando uno passa la vita a vagabondare, avrà molte relazioni ospitali, ma nessun amico. Lo stesso capita inevitabilmente a chi non si dedica a fondo a nessun autore, ma sfoglia tutto in fretta e alla svelta. 3 Non giova né si assimila il cibo vomitato subito dopo il pasto. Niente ostacola tanto la guarigione quanto il frequente cambiare medicina; non si cicatrizza una ferita curata in modo sempre diverso. Una pianta, se viene spostata spesso, non si irrobustisce; niente è così efficace da poter giovare in poco tempo. Troppi libri sono dispersivi: dal momento che non puoi leggere tutti i volumi che potresti avere, basta possederne quanti puoi leggerne. 4 "Ma," ribatti, "a me piace sfogliare un po' questo libro, un po' quest'altro." È proprio di uno stomaco viziato assaggiare molte cose: la varietà di cibi non nutre, intossica. Leggi sempre, perciò autori di valore riconosciuto e se di tanto in tanto ti viene in mente di passare ad altri, ritorna poi ai primi. Procurati ogni giorno un aiuto contro la povertà, contro la morte e, anche, contro le altre calamità; e quando avrai fatto passare tante cose, estrai un concetto da assimilare in quel giorno. 5 Anch'io mi regolo così; dal molto che leggo ricavo qualche cosa. Il frutto di oggi l'ho tratto da Epicuro (è mia abitudine penetrare nell'accampamento nemico, ma non da disertore, se mai da esploratore); dichiara Epicuro: "È nobile cosa la povertà accettata con gioia." 6 Ma se è accettata con gioia, non è povertà. Povero non è chi ha poco, ma chi vuole di più. Cosa importa quanto c'è nel forziere o nei granaî, quanti sono i capi di bestiame o i redditi da usura, se ha gli occhi sulla roba altrui e fa il conto non di quanto ha, ma di quanto vorrebbe procurarsi? Mi domandi quale sia la giusta misura della ricchezza? Primo avere il necessario, secondo quanto basta. Stammi bene.

 

3

1 Mi scrivi che hai dato a un tuo amico delle lettere da consegnarmi; mi inviti poi a non discutere con lui di tutto quello che ti riguarda, poiché tu stesso non ne hai l'abitudine. Così nella stessa lettera affermi e poi neghi che quello è tuo amico. Se usi una parola specifica in senso generico e lo chiami amico come noi chiamiamo "onorevoli" tutti quelli che aspirano a una carica pubblica, oppure salutiamo con un "caro" chi incontriamo, se il nome non ci viene in mente, lasciamo perdere. 2 Ma se consideri amico uno e non ti fidi di lui come di te stesso, sbagli di grosso e non conosci abbastanza il valore della vera amicizia. Con un amico decidi tranquillamente di tutto, ma prima decidi se è un amico: una volta che hai fatto amicizia, ti devi fidare; prima, però, devi decidere se è vera amicizia. Confondono i doveri dell'amicizia sovvertendone l'ordine le persone che, contrariamente agli insegnamenti di Teofrasto, dopo aver concesso il loro affetto, cominciano a giudicare e, avendo giudicato, non mantengono l'affetto. Rifletti a lungo se è il caso di accogliere qualcuno come amico, ma, una volta deciso, accoglilo con tutto il cuore e parla con lui apertamente come con te stesso. 3 Vivi in modo da non aver segreti nemmeno per i tuoi nemici. Poiché, però ci sono cose che è abitudine tener nascoste, dividi con l'amico ogni tua preoccupazione, ogni tuo pensiero. Se lo giudichi fidato, lo renderai anche tale. Chi ha paura di essere ingannato insegna a ingannare e i suoi sospetti autorizzano ad agire disonestamente. Perché di fronte a un amico dovrei pesare le parole? Perché davanti a lui non dovrei sentirmi come se fossi solo? 4 C'è gente che racconta al primo venuto fatti che si dovrebbero confidare solo agli amici e scarica nelle orecchie di uno qualunque i propri tormenti. Altri, invece, temono persino che le persone più care vengano a sapere le cose e nascondono sempre più dentro ogni segreto, per non confidarlo, se potessero, neppure a se stessi. Sono due comportamenti da evitare perché è un errore sia credere a tutti, sia non credere a nessuno, ma direi che il primo è un difetto più onesto, il secondo più sicuro. 5 Allo stesso modo meritano di essere biasimati sia gli eterni irrequieti, sia gli eterni flemmatici. Non è operosità godere dello scompiglio, ma lo smaniare di una mente esagitata, come non è quiete giudicare fastidiosa ogni attività, bensì fiacchezza e indolenza. 6 Ricordala bene, perciò questa frase che ho letto in Pomponio: "C'è chi si tiene così ben nascosto che gli sembra tempesta tutto ciò che succede sotto il sole." Bisogna saper conciliare queste due opposte tendenze: chi è flemmatico deve agire e deve calmarsi chi è sempre in attività. Consigliati con la natura: ti dirà che ha creato il giorno e la notte. Stammi bene.

 

4

1 Persevera come hai cominciato e affrettati quanto sei in grado: potrai così godere più a lungo di un animo puro e sereno. Anzi ne godi già mentre lo correggi, mentre lo acquieti: ma ben altro piacere è quello che si riceve dalla contemplazione di un'anima immacolata e limpida. 2 Certo ricordi la gioia provata quando sostituisti la veste da fanciullo con la toga virile e fosti condotto nel foro: ebbene, aspettane una maggiore quando avrai deposto l'animo infantile e la filosofia ti avrà registrato fra gli uomini. Poiché la tua non è puerizia, bensì, cosa più grave, puerilità, e, quel che è peggio, noi abbiamo l'autorità degli anziani e i difetti dei bambini, anzi non dei bambini, ma dei neonati; i bambini hanno paura di sciocchezze, i neonati di false immagini, noi di tutte e due.

3 Cerca di progredire: capirai che certe cose proprio per questo sono meno da temere, perché fanno molta paura. Nessun male è grande se è l'ultimo. La morte ti viene incontro: la dovresti temere se potesse rimanere con te: ma necessariamente o non è ancora arrivata o passa oltre. 4 "È difficile", ribatti, "indurre lo spirito a disprezzare la vita." Ma non ti accorgi per quali insulsi motivi essa viene disprezzata? Uno si impicca davanti alla porta dell'amica, un altro si butta giù dal tetto per non sentire più le sfuriate del padrone, l'evaso si ficca un pugnale in corpo per sfuggire alla cattura: non pensi che si possa compiere per coraggio un'azione che si compie per eccessiva paura? Non può vivere una vita serena chi si preoccupa troppo di prolungarla e annovera fra i grandi beni i molti anni vissuti. 5 Tu, invece, preparati ogni giorno a lasciare serenamente questa vita a cui tanti si avvinghiano e si aggrappano, come chi è trascinato via dalla corrente si aggrappa ai rovi e alle rocce. I più ondeggiano infelici tra il timore della morte e le angosce della vita: non vogliono vivere, né sanno morire. 6 Abbandona ogni preoccupazione per la tua esistenza e te la renderai piacevole. Possedere un bene non serve a niente se non si è pronti a perderlo. E i beni la cui perdita è più facilmente tollerabile sono quelli che, perduti, non possono essere oggetto di rimpianto. Fatti, dunque, animo e coràzzati contro i casi che possono capitare anche ai più potenti. 7 Della vita di Pompeo decisero un ragazzino e un eunuco, di quella di Crasso un Parto crudele e barbaro. Gaio Cesare impose a Lepido di porgere il collo al tribuno Destro, ma poi lui stesso porse il suo a Cherea. La sorte non ha innalzato nessuno tanto da non ritorcere contro di lui quanto gli aveva concesso di fare. Non fidarti della momentanea bonaccia: fa presto il mare ad agitarsi; nello stesso giorno le barche affondano là dove si erano spinte per diporto. 8 Pensa che tanto un bandito che un nemico possono puntarti un pugnale alla gola; in assenza di un'autorità più grande ogni servo ha potere di vita o di morte su di te. Voglio dire: chiunque disprezzi la propria vita, è padrone della tua. Ricorda gli esempi di uomini uccisi dai propri schiavi, o con aperta violenza o con l'inganno: ti renderai conto che il furore dei servi non ha causato meno stragi dell'ira dei re. Che ti importa, dunque, quanto sia potente l'uomo che temi, quando il male che temi te lo può fare chiunque? 9 Metti il caso che tu cada in mano ai nemici, il vincitore comanderà di condurti proprio là dove stai andando. Perché inganni te stesso e ti rendi conto solo in quel momento di una cosa che subivi da tempo? Ascoltami: verso la morte sei spinto dal momento della nascita. Su questo e su pensieri del genere dobbiamo meditare, se vogliamo attendere serenamente quell'ultima ora che ci spaventa e ci rende inquiete tutte le altre.

10 Ma, per mettere fine alla mia lettera, senti il pensiero che ho scelto oggi - anche questo l'ho preso dal giardino di un altro. "È una grande ricchezza la povertà regolata dalla legge di natura." Li conosci i confini che ci ha fissato la legge di natura? Non patire la fame, né la sete, né il freddo. Per scacciare la fame e la sete non occorre sedere presso la soglia di superbi padroni, né sopportare una fastidiosa arroganza e una cortesia affettata e perciò offensiva, non è necessario affrontare i pericoli della navigazione o partire per la guerra. Quanto esige la natura è facile a procurarsi e a portata di mano. 11 E, invece, ci affanniamo per il superfluo; ecco che cosa logora la toga, cosa ci costringe a invecchiare sotto una tenda e cosa ci spinge in terre straniere, mentre quel che ci basta è a portata di mano. Chi si adatta bene alla povertà è ricco. Stammi bene.

 

5

1 Tu ti applichi con costanza e hai lasciato da parte tutto il resto per renderti ogni giorno migliore: approvo e ne sono contento; quindi non solo ti esorto, ma anche ti prego di perseverare. Un unico consiglio: non abbigliarti e non vivere in maniera stravagante, come le persone che non vogliono progredire, ma mettersi in mostra. 2 Evita gli abiti trasandati, i capelli lunghi e la barba incolta, il disprezzo manifesto per i preziosi, il letto sistemato a terra e in generale tutto ciò che per vie traverse corre dietro al desiderio di distinguersi. Il nome stesso di filosofia, pur se la si pratica con discrezione, è già abbastanza odiato. Figurati poi se cominceremo a sottrarci alle abituali regole di comportamento. Bisogna essere nell'intimo completamente diversi dagli altri, ma simili al resto della gente nell'aspetto esteriore. 3 La toga non deve essere sfarzosa, ma nemmeno sordida. Cerchiamo di non avere argento cesellato d'oro massiccio, ma neanche consideriamo segno di frugalità far completamente a meno sia di oro che di argento. Sforziamoci di vivere meglio della massa, non in maniera contraria: altrimenti mettiamo in fuga e allontaniamo da noi quelli che vorremmo correggere, e per giunta facciamo sì che non ci vogliano imitare in niente, per timore di doverci imitare in tutto. 4 Ecco le promesse prime della filosofia: senso comune, umanità e socievolezza: l'essere troppo diversi ci impedirà di attuarle. Badiamo che non sia ridicolo e fastidioso quel comportamento con cui vogliamo suscitare ammirazione. Certo il nostro proposito è vivere secondo natura: ma è contro natura tormentare il proprio corpo, trascurare una normale igiene, ricercare il sudiciume e nutrirsi di cibi non solo poveri, ma addirittura disgustosi e sgradevoli. 5 Come è segno di mollezza cercare alimenti raffinati, così è segno di pazzia evitare quelli comuni che si possono avere a poco prezzo. La filosofia richiede frugalità, non sofferenza, e la frugalità può essere decorosa. Mi sembra buona questa via di mezzo: l'esistenza sia una giusta combinazione tra moralità e morale predominante. Che tutta la gente guardi con ammirazione la nostra vita, ma sia anche in grado di capirla. 6 "E allora, dovremo comportarci come gli altri? Non ci sarà nessuna differenza tra noi e loro?" Sì, e grandissima: chi ci guarda più da vicino, sappia che siamo diversi dalla massa; chi entra in casa nostra ammiri noi, non il nostro mobilio. È grande chi usa vasellami di argilla come se fossero di argento, ma non lo è meno chi usa l'argento come se fosse argilla; solo i deboli non sono in grado di reggere la ricchezza.

7 Ma voglio dividere con te anche il piccolo guadagno di oggi: ho letto nel nostro Ecatone che non avere più accesi desideri serve anche come rimedio alla paura. "Non avrai più paura se smetterai di sperare." "Ma," potresti obiettare, "come fanno a stare insieme sentimenti tanto diversi?" Eppure è così, Lucilio mio: sembrano in contraddizione e invece sono collegati. Come le stesse manette legano il detenuto e la guardia, così elementi tanto differenti procedono di pari passo: la paura segue la speranza. 8 E non mi meraviglio che le cose vadano così: speranza e timore sono contrassegni di un animo inquieto e preoccupato del futuro. La loro causa prima è che noi non ci adattiamo al presente, ma ci spingiamo lontano con il pensiero; per questo la capacità di fare previsioni, che pure è una delle qualità migliori dell'uomo, si risolve in un male. 9 Le belve evitano i pericoli che vedono e, una volta schivatili, si sentono al sicuro: noi ci tormentiamo e per il futuro e per il passato. Molte nostre prerogative ci nuocciono; la memoria rinnova l'angoscia della paura, il prevedere il futuro ce l'anticipa; nessuno è infelice solo per il presente. Stammi bene.

 

6

1 Lucilio caro, mi rendo conto che non solo mi sto correggendo, ma addirittura mi trasformo; certo non garantisco, e nemmeno spero, che non ci sia in me più nulla da cambiare. E perché non dovrei avere ancora molti sentimenti da frenare, da attenuare, da elevare? Vedere difetti che fino ad allora ignorava, proprio questa è la prova di un animo che ha fatto progressi; con certi malati ci si rallegra quando prendono coscienza del loro male. 2 Ci terrei, dunque, a farti conoscere questo mio improvviso cambiamento; allora comincerei ad avere una più salda fiducia nella nostra amicizia, quella vera che non la speranza, non il timore, né la ricerca del proprio interesse può spezzare, quell'amicizia che dura fino alla morte, e per la quale si è pronti a morire. 3 Potrei menzionarti molti cui non è mancato l'amico, ma la vera amicizia: questo non può verificarsi quando un'identica volontà di desiderare il bene induce gli uomini a unirsi. Perché no? Perché essi sanno di avere ogni cosa in comune e soprattutto le avversità.

Non puoi immaginare quali progressi io mi accorga di compiere giorno per giorno. 4 Tu mi dici: "Riferisci anche a me questo metodo che hai trovato così efficace." Certo desidero travasare in te tutto il mio sapere e sono lieto di imparare qualcosa appunto per insegnarla. Di nessuna nozione potrei compiacermi, per quanto straordinaria e vantaggiosa, se ne avessi conoscenza per me solo. Se mi fosse concessa la sapienza a condizione di tenerla chiusa in me senza trasmetterla ad altri, rifiuterei: non dà gioia il possesso di nessun bene, se non puoi dividerlo con altri. 5 Ti manderò perciò i miei libri e perché tu non perda tempo a rintracciare qua e là i passi utili, li sottolineerò: così troverai subito quello che condivido e apprezzo. Più che un discorso scritto, però ti sarà utile il poter vivere e conversare insieme; al momento è necessario che tu venga, primo perché gli uomini credono di più ai loro occhi che alle loro orecchie, poi perché attraverso i precetti il cammino è lungo, mentre è breve ed efficace attraverso gli esempi. 6 Cleante non avrebbe potuto esprimere compiutamente la dottrina di Zenone se avesse soltanto ascoltato le sue lezioni: fu partecipe della sua vita, ne penetrò i segreti, osservò se viveva secondo i suoi insegnamenti. Platone, Aristotele e tutta la massa dei filosofi, che poi presero strade diverse, impararono più dalla vita che dalle parole di Socrate. Non la scuola di Epicuro, ma il vivere con lui rese grandi Metrodoro, Ermarco e Polieno. E non ti faccio venire solo perché tu ne tragga giovamento, ma anche perché tu mi sia utile; ci aiuteremo moltissimo a vicenda.

7 Frattanto, poiché ti devo il mio piccolo contributo quotidiano, ti dirò il pensiero che oggi mi è piaciuto in Ecatone. "Tu chiedi quali progressi abbia fatto?" egli scrive, "Ho cominciato ad essere amico di me stesso." Ha fatto un grande progresso: non sarà mai solo. Sappi che tutti possono avere questo amico. Stammi bene.

 

7

1 Mi chiedi che cosa secondo me dovresti soprattutto evitare? La folla. Non puoi ancora affidarti a essa tranquillamente. Quanto a me, ti confesserò la mia debolezza: quando rientro non sono mai lo stesso di prima; l'ordine interiore che mi ero dato, in parte si scompone. Qualche difetto che avevo eliminato, ritorna. Capita agli ammalati che una prolungata infermità li indebolisca al punto di non poter uscire senza danno: così è per me, reduce da una lunga malattia spirituale. 2 I rapporti con una grande quantità di persone sono deleterî: c'è sempre qualcuno che ci suggerisce un vizio o ce lo trasmette o ce lo attacca a nostra insaputa. Più è la gente con cui ci mescoliamo, tanto maggiore è il rischio. Ma non c'è niente di più dannoso alla morale che l'assistere oziosi a qualche spettacolo: i vizi si insinuano più facilmente attraverso i piaceri. 3 Capisci che cosa intendo dire? Ritorno più avaro, più ambizioso, più dissoluto, anzi addirittura più crudele e disumano, poiché sono stato in mezzo agli uomini. Verso mezzogiorno sono capitato per caso a uno spettacolo; mi attendevo qualche scenetta comica, qualche battuta spiritosa, un momento di distensione che desse pace agli occhi dopo tanto sangue. Tutto al contrario: di fronte a questi i combattimenti precedenti erano atti di pietà; ora niente più scherzi, ma veri e propri omicidi. I gladiatori non hanno nulla con cui proteggersi; tutto il corpo è esposto ai colpi e questi non vanno mai a vuoto. 4 La gente per lo più preferisce tali spettacoli alle coppie normali di gladiatori o a quelle su richiesta del popolo. E perché no? Non hanno elmo né scudo contro la lama. Perché schermi protettivi? Perché virtuosismi? Tutto ciò ritarda la morte. Al mattino gli uomini sono gettati in pasto ai leoni e agli orsi, al pomeriggio ai loro spettatori. Chiedono che gli assassini siano gettati in pasto ad altri assassini e tengono in serbo il vincitore per un'altra strage; il risultato ultimo per chi combatte è la morte; i mezzi con cui si procede sono il ferro e il fuoco. 5 E questo avviene mentre l'arena è vuota. "Ma costui ha rubato, ha ammazzato". E allora? Ha ucciso e perciò merita di subire questa punizione: ma tu, povero diavolo, di che cosa sei colpevole per meritare di assistere a questo spettacolo? "Uccidi, frusta, brucia! Perché ha tanta paura a slanciarsi contro la spada? Perché colpisce con poca audacia? Perché va incontro alla morte poco volentieri? Lo si faccia combattere a sferzate, che si feriscano a vicenda affrontandosi a petto nudo." C'è l'intervallo: "Si scanni qualcuno, intanto, per far passare il tempo." Non capite nemmeno questo, che i cattivi esempi si ritorcono su chi li dà? Ringraziate gli dei perché insegnate a essere crudele a uno che non può imparare.

6 Bisogna sottrarre alla folla gli animi deboli e poco saldi nel bene: è molto facile subire l'influsso della maggioranza. Frequentare una massa di gente diversa da loro avrebbe potuto cambiare i costumi persino di Socrate, Catone, Lelio; nessuno di noi, soprattutto quando il nostro carattere è in formazione, può resistere alla pressione di tanti vizi tutti insieme. 7 Un solo esempio di mollezza o di avarizia produce gravi danni: un commensale raffinato a poco a poco ti guasta, ti infiacchisce, un vicino ricco scatena la tua avidità, un compagno malvagio contamina anche un uomo semplice e puro: che cosa pensi che succeda alle nostre convinzioni morali quando vengono attaccate in massa dai vizi? 8 Due sono i casi: o li imiti o li odi. Ma sono da evitare l'uno e l'altro estremo: non devi assimilarti ai malvagi, perché sono molti, né essere nemico di molti, perché sono dissimili. Ritirati in te stesso per quanto puoi; frequenta le persone che possono renderti migliore e accogli quelli che puoi rendere migliori. Il vantaggio è reciproco perché mentre s'insegna si impara. 9 Non c'è ragione per cui il desiderio di gloria debba spingerti a esibire a tutti il tuo ingegno con declamazioni o discussioni pubbliche; ti consiglierei di agire così, se tu avessi merce adatta alla massa, ma non c'è nessuno in grado di capirti. Capiterà forse qualcuno, uno o due al massimo, e tu dovrai formarlo ed educarlo perché ti possa capire. "Ma allora, per chi ho imparato tutto questo?" Non temere di aver perso il tuo tempo, se hai imparato per te.

10 Ma per evitare di aver imparato solo per me oggi, ti scriverò tre belle massime che mi è capitato di leggere all'incirca sullo stesso argomento: di queste una salda il mio debito per questa lettera, le altre due prendile come anticipo. Scrive Democrito: "Secondo me, una sola persona vale quanto tutto il popolo e il popolo quanto una sola persona." 11 Dice bene anche quell'altro, chiunque sia stato (è incerto, infatti, di chi si tratti); gli chiedevano perché si applicasse con tanto impegno a una materia che pochissimi avrebbero compreso, rispose: "A me bastano poche persone, anzi anche una sola o addirittura nessuna." Eccellente anche questa terza affermazione, di Epicuro; in una sua lettera a un compagno di studi: "Io parlo non per molti, ma per te;" scrive, "noi siamo l'uno per l'altro un teatro sufficientemente grande." 12 Devi, caro Lucilio, serbare in te queste massime, per disprezzare il piacere che deriva dal consenso generale. Molti ti lodano; ma perché dovresti rallegrarti se sono in tanti a capirti? I tuoi meriti ricerchino l'approvazione della tua coscienza. Stammi bene.

 

8

1 "Mi esorti a evitare la folla," scrivi, "e a starmene per conto mio, pago della mia coscienza? Che fine hanno fatto dunque i precetti della vostra filosofia che impongono di essere attivi fino alla morte?" Ma come? Credi che io ti inviti all'inerzia? Io mi sono appartato e ho sbarrato le porte per essere utile a molta gente. Non trascorro mai la giornata in ozio: parte della notte la dedico allo studio; non mi abbandono al sonno, vi soccombo e costringo al lavoro gli occhi che si chiudono stanchi per la veglia. 2 Mi sono allontanato non tanto dagli uomini quanto dagli impegni e prima di tutto dai miei impegni personali: sono al servizio dei posteri. Scrivo cose che possano servire loro; affido alle mie pagine consigli salutari, come se fossero ricette di medicamenti utili; ne ho sperimentata l'efficacia sulle mie ferite che non sono guarite completamente, ma almeno non si sono diffuse. 3 Mostro agli altri la via giusta: io l'ho conosciuta tardi e stanco del lungo errare. Grido: "Evitate tutto ciò che piace al volgo e che viene dal caso; fermatevi sospettosi e pavidi di fronte ad ogni bene fortuito: l'esca alletta fiere e pesci e li inganna. Li credete doni della fortuna? Sono trappole. Chi di voi vuole vivere una vita sicura, eviti il più possibile questi beni vischiosi, che tradiscono, noi, poveri infelici, anche in questo: pensiamo di tenerli in pugno e, invece, ci siamo attaccati. 4 Questa strada ci porta alla rovina; il destino di una persona salita tanto in alto è precipitare. E dopo non si può resistere, quando la prosperità comincia a farci deviare: o si prosegue diritti o si precipita una volta per tutte; la sorte non solo ci travolge, ma ci abbatte e ci cola a picco. 5 Seguite questa sana e salutare regola di vita: concedete al corpo solo quanto basta a mantenerlo in salute. Bisogna trattarlo con una certa durezza perché non disobbedisca alla mente: il cibo deve estinguere la fame, il bere la sete, i vesti devono proteggere dal freddo, la casa difendere dalle intemperie. Non importa se è stata costruita con zolle o con marmo variegato di importazione: sappiate che un tetto di foglie copre bene quanto uno d'oro. Ornamenti e fregi ottenuti grazie a inutili fatiche, disprezzateli tutti; pensate che nulla è straordinario tranne l'anima e per un'anima grande nulla è grande." 6 Dico queste cose a me stesso, le dico ai posteri; e non mi rendo più utile secondo te che se mi presentassi come difensore in giudizio o imprimessi il sigillo ai testamenti o mettessi gesto e voce a servizio di un candidato senatoriale? Credimi, fa di più chi sembra che non faccia niente: si cura nello stesso tempo delle faccende divine e di quelle umane.

7 Ma ormai è tempo di concludere e, come stabilito, devo pagare il mio tributo per questa lettera. Non è farina del mio sacco: ancora una volta saccheggio Epicuro; oggi ho letto queste sue parole: "Consacrati alla filosofia, se vuoi essere veramente libero." Chi si sottomette e si affida a essa, non deve attendere: è libero subito; infatti questo stesso servire la filosofia è libertà. 8 Probabilmente mi chiederai perché io riporti tante belle frasi di Epicuro, invece che quelle degli Stoici: ma perché ritieni di Epicuro queste massime e non patrimonio comune? Quanti poeti esprimono concetti già formulati o che dovrebbero essere formulati dai filosofi! Non menzionerò i tragici e nemmeno le nostre commedie togate, che per la loro gravità sono una via di mezzo fra tragedia e commedia: quanti versi eloquentissimi ci sono nei mimi! Quante frasi di Publilio dovrebbero essere recitate in una tragedia, non in un mimo. 9 Ti citerò un unico suo verso che riguarda la filosofia e l'argomento or ora discusso. Egli sostiene che non dobbiamo considerare nostri i beni fortuiti:

Non ci appartiene quanto accade secondo i nostri desideri.

 

10 Ricordo che anche tu hai espresso lo stesso concetto assai meglio e con maggiore concisione:

Non è tuo ciò che la fortuna ha fatto tuo.

Ma voglio citare quest'altra tua massima ancora migliore:

Un bene che può essere dato, può anche essere tolto.

Questo non lo calcolo come pagamento: ti restituisco un bene già tuo. Stammi bene.

 

9

1 Tu vuoi sapere se Epicuro ha ragione a criticare in una sua lettera quanti dicono che il saggio basta a se stesso e che perciò non ha bisogno di amici. È un rimprovero che Epicuro rivolge a Stilbone e a chi è convinto che il sommo bene sia un animo che non patisce. 2 È inevitabile cadere nell'equivoco se si vuole sbrigativamente tradurre $PðÜèåéá$ con una sola parola e precisamente: impatientia. Può infatti, intendersi il contrario di quello che vogliamo sottolineare. Per noi si tratta dell'uomo che rifiuta la sensazione di qualsiasi male: c'è il rischio di interpretarlo, invece, come uno che non può sopportare nessun male. Vedi, dunque, se non è preferibile parlare o di un animo invulnerabile o di un animo al di là di ogni sofferenza. 3 Questa è la differenza tra noi e loro: il nostro saggio vince ogni avversità, ma l'avverte; il loro neppure l'avverte. In comune abbiamo l'opinione che il saggio è autosufficiente; e tuttavia, egli vuole avere un amico, un vicino di casa, un compagno di vita. 4 E guarda quanto è autosufficiente: certe volte di sé gli basta una sola parte. Se una malattia o un nemico lo hanno privato di una mano, se per sventura ha perso uno o tutt'e due gli occhi, anche così ridotto, sarà soddisfatto, e il corpo sconciato e mutilato gli andrà bene non meno di quando era integro. Ma se non rimpiange ciò che gli è venuto a mancare, questo non significa che preferisce la menomazione. 5 Il saggio è autosufficiente non nel senso che vuole essere senza amici, ma che può stare senza amici; e questo "può" significa che, se perde un amico, sopporta con animo sereno. Ma non sarà mai senza amici: può crearsene altri in breve tempo. Come Fidia, persa una statua, ne avrebbe fatta subito un'altra, così questo artefice di amicizie, perduto un amico, lo sostituirà con un altro. 6 Mi chiedi come si possa stringere presto un'amicizia? Te lo dirò se stabiliamo che io ti paghi subito il mio debito e per questa lettera facciamo pari. Dice Ecatone: "Ti indicherò un filtro amoroso, senza pozioni, senza erbe, senza formule magiche: se vuoi essere amato, ama." Non solo dalle amicizie sicure e di vecchia data si ricava grande piacere, ma anche dal cominciarne e dal procurarsene di nuove. 7 Tra chi ha un amico e chi lo cerca c'è differenza, come tra il contadino che miete e quello che semina. Il filosofo Attalo era solito dire che farsi un amico dà più gioia che averlo, "come al pittore procura più gioia l'atto di dipingere che l'opera finita." L'attendere con zelo a un lavoro dà di per sé un grande piacere: non ne prova, invece, uno uguale chi, finita un'opera, toglie mano. Gode ormai del frutto della sua arte: dipingendo, invece, godeva dell'arte stessa. I figli adolescenti dànno più frutti, ma da piccoli ci dànno una felicità più dolce.

8 Ritorniamo ora al nostro tema. Il saggio, anche se è autosufficiente, vuole, però avere un amico, se non altro per esercitare l'amicizia, e perché una virtù così nobile non languisca; non lo fa per il motivo dichiarato da Epicuro nella medesima lettera, e cioè "per avere chi lo assista se ammalato, chi lo soccorra in carcere o in miseria", ma per avere qualcuno da assistere lui stesso, nelle malattie, o da liberare se prigioniero dei nemici. Se uno si preoccupa solo di sé e perciò fa amicizia, sbaglia. L'amicizia finirà, come è cominciata: si è procurato un amico perché lo aiutasse nella prigionia: non appena ci sarà rumore di catene, costui sparirà. 9 Sono le amicizie cosiddette opportunistiche: un'amicizia fatta per interesse sarà gradita finché sarà utile. Così se uno ha successo, lo circonda una folla di amici, mentre rimane solo se cade in disgrazia: gli amici fuggono al momento della prova; per questo ci sono tanti esempi infami di persone che abbandonano l'amico per paura, e di altre che per paura lo tradiscono. L'inizio e la fine fatalmente concordano. Chi è diventato amico per convenienza, per convenienza finirà di esserlo. Se nell'amicizia si ricerca un utile, per ottenerlo si andrà contro l'amicizia stessa. 10 "Perché, dunque, ti fai un amico?" Per avere qualcuno per cui morire, qualcuno da seguire in esilio, da strappare alla morte anche a prezzo della mia vita: quella che tu descrivi non è amicizia, ma traffico, che mira a un profitto e guarda ai possibili vantaggi. 11 L'amore senza dubbio somiglia un po' all'amicizia; lo si potrebbe definire un'amicizia dissennata. Si ama forse per denaro? Per ambizione o per desiderio di gloria? L'amore di per sé trascura tutto il resto e accende negli animi un desiderio di bellezza e la speranza di un mutuo affetto. Ma come? Da una più onesta causa può nascere un sentimento ignobile? 12 "Ma ora non stiamo discutendo," potresti ribattere, "se l'amicizia si debba ricercare per se stessa." E, invece, è questa la prima cosa da dimostrare, poiché, in tal caso, vi si può accostare chi è autosufficiente. "E come, dunque, ci si accosta ad essa?" Come a un sentimento bellissimo, non per lucro, né per timore dell'instabilità della sorte; se uno stringe amicizia per opportunismo le toglie la sua grandezza.

13 "Il saggio è autosufficiente". I più, caro Lucilio, interpretano male questa espressione: allontanano il saggio da tutto e lo costringono dentro il suo guscio. Bisogna allora chiarire il significato e i limiti di questa frase: il saggio è autosufficiente per vivere felice, non per vivere; a questo scopo gli occorrono, infatti, molti elementi, per vivere felice solo un animo onesto, fiero e noncurante della sorte. 14 Voglio ora indicarti anche la distinzione fatta da Crisippo. Egli dice che il saggio non sente la mancanza di niente e, tuttavia, ha bisogno di molte cose: "Lo sciocco, invece, non ha bisogno di niente, perché non sa servirsi di niente, ma sente la mancanza di tutto." Il saggio ha bisogno delle mani, degli occhi e di molte altre cose indispensabili alle attività di ogni giorno, ma di nessuna sente la mancanza; sentire la mancanza di qualcosa deriva dalla necessità, mentre al saggio niente è necessario. 15 Quindi, per quanto sia autosufficiente, ha bisogno di amici e desidera averne il più possibile, ma non per vivere felice: è felice anche senza amici. Il sommo bene, cioè la felicità, non cerca al di fuori mezzi per realizzarsi; è un bene interiore e nasce tutto da se stesso; diventa schiavo della sorte se ricerca una parte di sé all'esterno. 16 "Quale sarà la vita del saggio se, gettato in carcere o relegato in terra straniera o costretto a una lunga navigazione o sbattuto su una spiaggia deserta, rimane senza amici?" Sarà simile a quella di Giove, quando alla fine del mondo, scomparsi gli dèi in un tutt'uno e cessando per qualche tempo l'ordine naturale delle cose, si riposerà chiuso in sé abbandonandosi ai suoi pensieri. Il saggio fa qualcosa di simile: si ritira in sé, sta solo con se stesso. 17 Finché gli è possibile ordinare le sue faccende a suo piacere, è autosufficiente e prende moglie; è autosufficiente e genera figli; è autosufficiente e tuttavia non potrebbe vivere se dovesse vivere senza nessuno. All'amicizia non lo porta nessun interesse personale, ma una naturale inclinazione; come in altri sentimenti, anche nell'amicizia c'è un'innata attrattiva. Come esiste l'odio per la solitudine e la ricerca di associazione, come la natura lega uomo a uomo, così anche in questo sentimento c'è uno stimolo che ci spinge a ricercare le amicizie. 18 E tuttavia, pur amando molto gli amici, che mette sul suo stesso piano, o che spesso addirittura antepone, il saggio delimiterà in sé ogni bene e ripeterà le parole di quel famoso Stilbone, lo stesso che Epicuro critica nella sua lettera. Costui, dopo la caduta della sua città, in cui aveva perso moglie e figli, uscì da solo, e tuttavia sereno, dall'incendio generale; gli fu chiesto da Demetrio, che ebbe poi il soprannome di Poliorcete per le città da lui distrutte, se avesse perso qualcosa. "Tutti i miei beni," rispose, "li ho con me." Ecco un uomo forte e valoroso! Egli vinse il nemico vincitore. 19 "Non ho perso nulla," disse: e costrinse il nemico a dubitare della propria vittoria. "Tutti i miei beni li ho con me": senso di giustizia, virtù, saggezza e soprattutto l'intelligenza di non ritenere un bene ciò che può essere tolto. Ci meravigliamo vedendo certi animali che attraversano indenni il fuoco; quanto è più ammirevole quest'uomo che uscì illeso e indenne dalle armi, le rovine, le fiamme! Vedi quanto è più facile vincere tutto un popolo che un solo uomo? Sono parole uguali a quelle del filosofo stoico: anch'egli porta i suoi beni intatti attraverso la città in fiamme: è autosufficiente e in questi confini delimita la sua felicità. 20 Non pensare che solo noi pronunciamo nobili parole; lo stesso Epicuro, censore di Stilbone, proferì una frase simile, e tu prendila per buona, anche se per oggi ho già pagato il mio debito: "Se pure è padrone del mondo intero, è un infelice l'uomo che non giudica ingentissimi i propri beni." Oppure, se in questo modo ti sembra espresso meglio (bisogna badare più al significato che alle parole): "Chi non si ritiene molto felice, anche se è padrone del mondo, è un poveretto." 21 Perché tu sappia poi che questo è un concetto comune, appunto perché dettato dalla natura, leggerai nei versi di un poeta comico:

Non è felice chi non pensa di esserlo.

Che importa qual è il tuo stato, se a te non sembra buono? 22 "E come?" ribatti "se si definirà felice uno vergognosamente ricco e quell'altro, padrone di molti schiavi, ma schiavo di più persone ancora, diventeranno felici per la loro frase?" Non importa quello che dicono, ma quel che pensano, e non quello che pensano un giorno solo, ma quello che pensano sempre. Non temere, poi, che un bene tanto grande tocchi ad un uomo indegno: solo il saggio è contento delle cose sue; gli sciocchi, invece, sono tormentati dal disgusto di se stessi. Stammi bene.

 

10

1 È così, non cambio parere: evita la massa, evita i pochi, evita anche il singolo. Non conosco nessuno con cui vorrei che tu avessi rapporti. Vedi come ti stimo: oso affidarti a te stesso. Cratete, raccontano, discepolo proprio di quello Stilbone che ho nominato nella lettera precedente, vedendo un ragazzo che passeggiava in disparte, gli chiese che cosa facesse lì da solo. "Parlo con me stesso," fu la risposta. E Cratete replicò: "Mi raccomando, fa' molta attenzione, stai parlando con un cattivo individuo." 2 Solitamente teniamo d'occhio chi è in preda al dolore e alla paura perché non faccia cattivo uso della solitudine. Se uno è dissennato non deve essere lasciato a se stesso; ora rimugina cattivi propositi, prepara pericoli a sé o agli altri, seconda turpi passioni; ora manifesta tutti quei sentimenti che nascondeva per timore o per vergogna, acuisce la sua audacia, eccita la libidine, fomenta l'ira. Infine, l'unico vantaggio della solitudine, cioè non confidare niente a nessuno, non temere spie, manca agli sciocchi: si tradiscono da soli.

Vedi, dunque, quali speranze nutro su di te; anzi, poiché la speranza indica un bene incerto, vedi che cosa mi riprometto: non c'è nessuno con cui vorrei che tu avessi rapporti piuttosto che con te stesso. 3 Ripenso alle parole magnanime e vigorose da te pronunciate: mi sono subito rallegrato con me stesso e ho detto: "Queste frasi nascono dal cuore, non dalle labbra; costui non è uno dei tanti, mira al bene." 4 Parla così, vivi così: bada che niente possa abbatterti. Sii pure grato agli dèi per avere esaudito i tuoi voti di un tempo, formulane altri nuovi: chiedi l'integrità della mente, la salute dell'anima e poi del corpo. Perché non dovresti formulare spesso questi voti? Prega dio con coraggio: non è tua intenzione chiedergli nulla che appartenga ad altri.

5 Ma per mandarti come al solito la lettera con un piccolo dono, ecco quello che ho trovato in Atenodoro e che secondo me corrisponde a verità: "Sappi che sarai libero da ogni passione, quando arriverai al punto di chiedere a dio solo ciò che puoi chiedere davanti a tutti." E invece come sono privi di senno gli uomini! Rivolgono sottovoce a dio le preghiere più turpi; se qualcuno li ascolta, tacciono, e quello che non vogliono che gli uomini sappiano lo raccontano a dio. Vedi, dunque, se non è utile questo insegnamento: vivi in mezzo agli uomini come se dio ti vedesse e parla con lui come se gli uomini ti udissero. Stammi bene.

 

11

1 Ho avuto un colloquio con il tuo amico, un ragazzo di buona indole e già le sue prime parole mi hanno mostrato la sua grandezza d'animo, la sua intelligenza e i progressi morali compiuti. Mi ha fornito un saggio delle qualità cui terrà fede. Non era preparato a parlare: è stato colto di sorpresa. Mentre si concentrava, solo in parte riuscì a superare quella timidezza che è un buon segno in un giovane e arrossì come dal profondo dell'anima. Questo rossore, immagino, lo seguirà sempre anche quando, confermati i suoi sani principî e spogliatosi di tutti i vizi, sarà ormai diventato un saggio. Nemmeno la saggezza può cancellare i difetti naturali del corpo o dello spirito: la scienza può attenuare, non vincere completamente le tendenze radicate e congenite. 2 Anche certi uomini di carattere fermo sudano copiosamente davanti alla folla, come se fossero stanchi e accaldati; ad alcuni, quando devono parlare, tremano le ginocchia; altri battono i denti, tartagliano e hanno le labbra incollate; né l'esercizio, né l'esperienza possono mai cancellare questi difetti: la natura esercita la sua forza e persino agli uomini più vigorosi ricorda la propria presenza valendosi delle loro debolezze. 3 Tra queste c'è pure il rossore che sale d'improvviso anche al volto degli uomini più importanti. Ma più spesso compare nei giovani che sono più ardenti e hanno il viso delicato; non risparmia, però nemmeno gli anziani e i vecchi. Certuni vanno temuti soprattutto quando arrossiscono, come se avessero perduto ogni pudore, 4 Silla diventava violentissimo quando il sangue gli saliva al viso. Niente era più dolce del volto di Pompeo; arrossiva sempre davanti alla folla, soprattutto se doveva tenere un discorso. Ricordo che Fabiano, chiamato in senato come testimone, arrossì e quel pudore gli si confaceva mirabilmente. 5 Questo non accade per debolezza d'animo, ma per la singolarità di un avvenimento che, se anche non sgomenta chi non è abituato, lo altera se è incline per natura a questo difetto; infatti, mentre alcuni sono di sangue calmo, altri lo hanno irruente, eccitabile e che affluisce rapidamente al volto. 6 Come ho già detto, nemmeno la saggezza può eliminare questi difetti: del resto, se potesse cancellarli tutti, avrebbe il dominio della natura. Tutte le caratteristiche legate alla nascita o alla costituzione fisica, persisteranno in noi, anche se cercheremo a lungo e con tenacia di correggerci; non possiamo sradicarle, come non possiamo procurarcele. 7 Gli attori che rappresentano i sentimenti, che esprimono la paura, la trepidazione, la tristezza, riescono a rendere anche la timidezza: chinano il volto, parlano con voce sommessa, abbassano gli occhi e li tengono fissi a terra. Non possono, però fingere il rossore: è una reazione che non si può frenare, né provocare. Nemmeno la saggezza può in questo caso, garantire un rimedio o giovare in alcun modo: sono fenomeni incontrollabili, vanno e vengono spontaneamente.

8 Ma è ormai tempo di concludere. Eccoti una massima utile e salutare che voglio tu ti imprima bene nell'animo: "Dobbiamo indirizzare la nostra stima verso un uomo onesto e averlo sempre davanti agli occhi per vivere come se lui ci guardasse, e agire sempre come se ci vedesse." 9 Questo Lucilio mio, è un insegnamento di Epicuro; egli ci ha dato, e a ragione, un custode e un maestro: si evitano molti errori, se è presente un testimone quando si sta per commetterli. È bene provare rispetto e riverenza per una persona che possa rendere più puro ogni nostro segreto sentimento con la sua autorevolezza. Beato chi con la sua presenza fisica, o anche solo spirituale, ci aiuta a emendarci! Beato chi rispetta un uomo al punto di correggersi e migliorarsi anche solo ricordandolo! Se uno può rispettare tanto una persona, presto sarà anch'egli oggetto di rispetto. 10 Scegli, dunque, Catone; e se ti sembra troppo intransigente, scegli Lelio più mite di carattere. Scegli un uomo di cui approvi la vita, le parole e il volto stesso, specchio dell'anima. Tienilo sempre davanti agli occhi come guida e come esempio. È necessario, ti dico, regolare su qualcuno la nostra condotta: non si possono correggere i difetti senza una norma cui fare riferimento. Stammi bene.

 

12

1 Dovunque mi volti, vedo i segni della mia vecchiaia. Ero andato nella mia villa fuori città e mi lamentavo per le spese necessarie alla casa ormai in rovina. Il fattore mi risponde che non è colpa della sua negligenza; lui fa il possibile, ma l'edificio è vecchio. Questa villa l'ho tirata su io: che sarà di me, se i massi che hanno la mia età sono in un tale disfacimento? 2 Adirato con lui, colgo al volo il primo pretesto per sfogare la mia stizza: "È evidente," dico, "che questi platani sono trascurati: non hanno foglie; i rami sono secchi e nodosi, i tronchi spogli e aridi. Questo non succederebbe se qualcuno ci zappasse intorno, se li innaffiasse." Egli giura sul mio genio protettore che fa tutto il necessario, che non manca di curarli, ma sono alberi ormai piuttosto vecchi. Rimanga fra noi: sono stato io a piantarli, io a vederne le prime foglie. 3 Mi giro verso la porta. "Chi è costui?" esclamo, "questo vecchio decrepito che giustamente sta davanti alla porta e guarda all'esterno? Dove l'hai trovato? Perché mai hai portato qui la salma di uno sconosciuto?" E quello: "Ma come, non mi riconosci? Sono Felicione: mi regalavi sempre le statuette di argilla; sono figlio del fattore Filosito, ti ero tanto caro." "Costui è proprio pazzo," dico, "ora è diventato un ragazzetto, la mia gioia? Certo, può essere: proprio adesso gli cadono i denti."

4 Devo una cosa alla mia villa: dovunque mi sono girato, mi è apparsa evidente la mia vecchiaia. Accogliamola e amiamola: può procurare grandi piaceri, se sappiamo farne buon uso. I frutti di fine stagione sono i più graditi; la fanciullezza è bellissima quando sta per finire; chi è dedito al bere gusta soprattutto l'ultimo bicchiere, quello che stordisce, che dà all'ebbrezza il tocco finale. 5 Di ogni piacere, il meglio è alla fine. È dolcissima l'età avanzata, ma non ancora sull'orlo della tomba, e anche il periodo agli sgoccioli della vita ha, secondo me, i suoi piaceri; o, almeno, a essi subentra il non sentirne più il bisogno. Come è dolce aver estenuato e abbandonato le passioni! 6 "È penoso, però avere la morte davanti agli occhi," ribatti. Innanzi tutto davanti agli occhi devono averla vecchi e giovani: non siamo chiamati in base all'età; inoltre, nessuno è tanto vecchio da non poter sperare in un altro giorno di vita. E un solo giorno è un momento della vita. L'intera esistenza è composta di tante parti e ha dei cerchi più grandi che ne comprendono altri più piccoli; ce n'è uno che li abbraccia e li cinge tutti e va dal giorno della nascita a quello della morte; ce n'è un secondo che isola gli anni dell'adolescenza; c'è quello che comprende nel suo giro tutta la fanciullezza; c'è poi l'anno che racchiude in sé tutti gli attimi la cui somma forma la vita; il mese è compreso in un cerchio più stretto; il giorno ha un corso molto breve, ma anch'esso va da un inizio a una fine, dall'alba al tramonto. 7 Perciò Eraclito, che dal suo linguaggio ebbe il soprannome di "oscuro" dice: "un giorno è uguale ad ogni altro." Questa frase viene interpretata in modi diversi. Secondo ‹alcuni› è uguale per numero di ore, e non sbagliano: se il giorno è di ventiquattro ore, tutti i giorni devono essere uguali tra loro perché le ore perse dal giorno le acquista la notte. Secondo altri un giorno è uguale a tutti, perché tutti si somigliano; anche in un solo giorno si può trovare, infatti, tutto quanto c'è in uno spazio di tempo lunghissimo, luce e notte, e nelle alterne vicende dell'universo ‹la notte›, ora più breve, ora più lunga, questi fenomeni li genera in gran numero, ‹sempre della stessa natura›. 8 Perciò ogni giorno deve essere organizzato come se fosse l'ultimo e concludesse la nostra vita. Pacuvio, che fu governatore della Siria per un lungo periodo e quasi la fece sua, celebrava le proprie esequie con vino e banchetti funebri; finita la cena si faceva portare in camera da letto mentre i suoi amasî lo applaudivano e cantavano accompagnati dalla musica: "$âåâßùôáé, âåâßùôáé$". E ogni giorno celebrava questi funerali. 9 Quello che Pacuvio faceva per cattiva coscienza, noi facciamolo spinti dalla buona coscienza, e andando a dormire lieti e allegri diciamo:

Ho vissuto e ho percorso il cammino che il destino mi ha assegnato.

Se dio vorrà concederci ancora un giorno accettiamolo con gioia. È veramente felice e padrone di sé chi aspetta il domani senza preoccupazione; se uno dice: "Ho vissuto," ogni giorno alzarsi al mattino gli appare come un guadagno.

10 Devo ormai concludere la lettera. "Così", dici, "mi arriverà senza nessun regalo." Non temere: porta qualcosa con sé. Che dico? Qualcosa? Dovevo dire: molto. Che c'è di più nobile della massima che le affido da riferirti? "Vivere nel bisogno è un male, ma non c'è nessuna necessità di vivere nel bisogno." E perché non c'è? Da ogni parte ci sono molte strade aperte, brevi e facili, verso la libertà. Ringraziamo dio perché nessuno è costretto a rimanere in vita: possiamo calpestare anche le necessità. 11 "Questo lo ha detto Epicuro," ribatti, "che hai a che fare con un estraneo?" Ciò che è vero è anche mio. Continuerò a citarti Epicuro, perché coloro che giurano sulle parole e non tengono conto del loro significato, ma della provenienza, sappiano che le cose migliori sono patrimonio comune. Stammi bene.

 

LIBRO SECONDO

 

 

13

1 So che hai molto coraggio; anche prima che temprassi il tuo spirito con insegnamenti salutari e utili per superare le avversità della vita, eri già piuttosto soddisfatto del tuo atteggiamento di fronte alla sorte e ancor più lo sei ora dopo averla affrontata con decisione e aver provato le tue forze; in queste non si può mai confidare con sicurezza finché non si presentino numerose, e talvolta incalzanti, difficoltà da ogni parte. Così si sperimenta il coraggio vero, che non è sottoposto all'arbitrio altrui: è la prova del fuoco. 2 Un atleta non può combattere con accanimento se non è già livido per le percosse: chi ha visto il proprio sangue e ha sentito i denti scricchiolare sotto i pugni, chi è stato messo a terra e schiacciato dall'avversario e, umiliato, non si è perso d'animo, chi si è rialzato più fiero, dopo ogni caduta, va a combattere con buone speranze di vittoria. 3 Quindi, per continuare con questo paragone, molte volte ormai hai subito l'assalto del destino; tu, però non ti sei arreso, ma sei balzato in piedi e hai resistito con maggior fermezza: il valore, quando è sfidato, si moltiplica.

Tuttavia, se credi, accetta le armi di difesa che ti offro. 4 Sono più le cose che ci spaventano di quelle che ci minacciano effettivamente, Lucilio mio, e spesso soffriamo più per le nostre paure che per la realtà. Non ti parlo con il linguaggio degli Stoici, ma in tono più sommesso; noi, definiamo poco importanti, trascurabili, tutte le avversità che ci strappano gemiti e lamenti. Tralasciamo queste parole magnanime, ma, buon dio, vere; ti raccomando solo di non essere infelice anzitempo: le disgrazie che hai temuto imminenti, forse non arriveranno mai, o almeno non sono ancora arrivate. 5 Certe cose ci tormentano più del dovuto, certe prima del dovuto, certe assolutamente senza motivo; quindi, o accresciamo la nostra pena o la anticipiamo o addirittura ce la creiamo.

Il primo punto per il momento rimandiamolo: il problema è controverso e c'è una discussione in corso. Quei mali che io avrò definito trascurabili, tu li giudicherai gravissimi; certi ridono sotto i colpi di frusta, altri, invece, gemono per un pugno. Vedremo in seguito se quei mali hanno forza per loro stessi o per la nostra debolezza. 6 Se chi ti sta intorno vorrà persuaderti della tua infelicità, promettimi di badare non a quello che ascolti, ma a quello che provi e di decidere in base alla tua fermezza; chiedi a te stesso, che ti conosci meglio di tutti: "Perché costoro mi compiangono? Perché stanno in allarme, perché hanno paura anche di toccarmi, quasi che le disgrazie fossero contagiose? È veramente un male o, più che di un male, si tratta di una valutazione errata?" Chiediti: "Forse mi cruccio e mi affliggo senza motivo e mi creo un male che non esiste?" 7 "In che modo," domandi, "posso capire se mi angustio a torto o a ragione?" Eccoti una norma per stabilirlo: o ci tormentiamo per il presente o per il futuro o per entrambi. Del presente è facile giudicare: se sei libero, sano e non subisci dolorose violenze, guarderemo al futuro: oggi non c'è motivo di crucciarsi. 8 "Ma ci sarà". Innanzi tutto considera se ci sono sicuri indizi di un male prossimo: il più delle volte, infatti, stiamo in ansia solo per sospetti e ci facciamo gabbare da quelle dicerie che riescono a determinare la sorte di una guerra e che a maggior ragione determinano la sorte dei singoli. È così, mio caro: crediamo facilmente alle supposizioni; non mettiamo a fuoco le cause delle nostre paure e non ce le scuotiamo di dosso; ci agitiamo e voltiamo le spalle come soldati che abbandonano l'accampamento per il polverone sollevato da un branco di pecore in fuga o come quelle persone che si lasciano spaventare da racconti di cose prive di fondamento e di cui non è noto nemmeno l'autore. 9 Non so perché le paure infondate turbino di più; quelle fondate hanno un loro limite: tutto ciò che è incerto è in balia delle congetture e dell'arbitrio di un animo terrorizzato. Perciò niente è così dannoso, così irrefrenabile come il panico; le altre forme di timore sono irrazionali, questa è dissennata. 10 Esaminiamo, perciò attentamente, la questione. È verosimile che in futuro accada qualche male: ma non è proprio sicuro. Quanti eventi inaspettati sono accaduti! E quanti, attesi, non si sono mai verificati. E se anche capiterà, a che giova andare incontro al dolore? Ti dorrai a sufficienza quando il male arriverà: frattanto augurati il meglio. 11 Che ci guadagnerai? Tempo. Possono intervenire molti fattori per cui un pericolo vicino oppure ormai prossimo si ferma o cessa o piomba addosso a un altro; spesso in un incendio si è offerta una possibilità di fuga; qualcuno è uscito illeso da un crollo; a volte la spada è stata ritirata proprio al momento dell'esecuzione; altri è sopravvissuto al suo carnefice. Anche la sfortuna è mutevole. Forse sarà, forse non sarà, nel frattempo non è; tu spera nel meglio. 12 Talora, benché non ci siano segni manifesti che preannuncino qualche disgrazia, l'animo si crea mali immaginari: o travisa in peggio una parola ambigua o ingigantisce un'offesa ricevuta e pensa non a quanto l'altro è in collera, ma a quanto è lecito a chi è in collera. Ma non c'è nessun motivo di vivere, nessun limite alle sventure, se si teme tutto quello che può accadere. Qui giova essere savi: respingi con forza d'animo la paura anche se motivata; se no, scaccia una debolezza con un'altra: modera il timore con la speranza. Gli eventi temuti non si verificano e quelli sperati deludono: è una verità più certa di tutte le nostre paure. 13 Considera, quindi, speranza e timore e quando tutto sarà incerto, favorisci te stesso: credi ciò che preferisci. Anche se il timore avrà più argomenti, scegli la speranza e metti fine alla tua angoscia; rifletti che la maggior parte degli uomini si arrovella e si agita, benché non ci siano mali presenti né certezza di mali futuri. Nessuno resiste a se stesso quando ha cominciato ad essere inquieto e non riconduce i suoi timori alla verità; nessuno dice: "Mente chi sostiene questo, mente: o se l'è inventato o crede a dicerie." Ci lasciamo trascinare dal vento; temiamo l'incerto come se fosse certo; non abbiamo il senso della misura, subito un dubbio si trasforma in timore.

14 Mi vergogno [...] di parlarti così e di rincuorarti con rimedi tanto deboli. Un altro dica pure: "Forse non accadrà," tu di': "E se accadrà? Vediamo chi dei due avrà la meglio; forse si risolverà a mio favore e una morte come questa darà decoro alla mia vita." La cicuta rese grande Socrate. Togli a Catone l'arma con cui rivendicò la sua libertà: gli toglierai una gran parte di gloria. 15 Ora ti sto facendo troppe esortazioni, mentre tu hai bisogno più di essere ammonito che esortato. Non ti spingo a un comportamento diverso dalla tua indole: sei disposto per natura a quello di cui parliamo; tanto più, dunque, accresci ed esalta il bene che c'è in te.

16 Posso ormai concludere la lettera, se le imprimo il suo sigillo, se le affido, cioè, una bella massima da riferirti. "Lo stolto, tra gli altri mali, ha anche questo: incomincia sempre a vivere." Considera il significato di questa frase, mio ottimo Lucilio, e comprenderai quanto sia vergognosa la leggerezza di quegli uomini che ogni giorno pongono nuove fondamenta alla loro vita, che nutrono speranze anche in punto di morte.

17 Guardali uno per uno: vedrai persone anziane che hanno mire ambiziose e si danno ai viaggi, agli affari. Niente è più sconcio di un vecchio che voglia ricominciare a vivere. Non aggiungerei il nome dell'autore di questa frase, se non fosse troppo poco conosciuta: non fa parte di quelle più note di Epicuro che io mi sono permesso di apprezzare e di fare mie. Stammi bene.

 

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1 Riconosco che è innato in noi l'amore del nostro corpo e riconosco che ne abbiamo la tutela. Non dico che non bisogna averne riguardo, dico che non bisogna esserne schiavi: se uno è schiavo del proprio corpo e teme troppo per esso e fa tutto in sua funzione, sarà schiavo di molti. 2 Comportiamoci non come se dovessimo vivere per il corpo, ma consci che non possiamo vivere senza. Se lo amiamo più del necessario, siamo tormentati dai timori, oppressi dalle preoccupazioni, esposti agli oltraggi. Colui al quale è troppo caro il proprio corpo, tiene in poco conto la virtù. Abbiamone, dunque, la massima cura, tanto, però da essere pronti a gettarlo nel fuoco quando lo richiedano la ragione, la dignità, la lealtà. 3 Nondimeno, per quanto possibile, evitiamo anche i disagi, non solo i pericoli, e mettiamoci al sicuro, pensando di volta in volta come si possano allontanare i casi più temibili. 4 Questi, se non sbaglio, sono di tre tipi: si teme la povertà, le malattie, la violenza dei più forti. Tra tutte queste ad atterrirci maggiormente è la minaccia del potere altrui, poiché si presenta con grande strepito e fragore. I mali naturali cui ho accennato, la povertà e le malattie, si insinuano silenziosamente e non spaventano: non li vediamo, né li sentiamo giungere: il male che ci viene dagli altri, invece, arriva con un grande apparato: ferro, fuoco, catene, branchi di fiere per fare scempio delle vittime. 5 Pensa ora al carcere, alla croce, al cavalletto, all'uncino, al palo ficcato nel corpo fino a uscire dalla bocca, alle membra lacerate dai carri lanciati in direzioni opposte, alla tunica intrisa e intessuta di materiale infiammabile e a tutte le torture che la ferocia umana ha escogitato. 6 Non c'è, perciò, da stupirsi se un male che ha forme diverse e un apparato raccapricciante spaventa tanto. Infatti, come il carnefice ottiene di più se mette in mostra più strumenti di tortura (spesso, è cosa nota, soccombe alla vista uno che al dolore avrebbe resistito), così, tra le sciagure che fiaccano e domano il nostro animo, hanno maggior forza quelle che si presentano con grande esteriorità. Ci sono disgrazie altrettanto gravi, la fame, intendo, la sete, le ulcere interne e la febbre che brucia le viscere, ma sono occulte e prive di minacce evidenti: le altre, invece, sono come le grandi guerre: si vincono con un vistoso spiegamento di forze.

7 Cerchiamo, dunque, di tenerci lontani dai mali. A volte è il popolo che dobbiamo temere; a volte, se in una città vige la norma di prendere in senato la maggior parte delle decisioni, dobbiamo temere i senatori influenti; a volte singoli individui, cui è concesso dal popolo il potere sul popolo. Avere amici tutti costoro sarebbe faticoso: è sufficiente non averli nemici. Perciò il saggio non provocherà mai l'ira dei potenti, anzi la eviterà, come in navigazione si evitano le tempeste. 8 Diretto in Sicilia, hai attraversato lo stretto. Il pilota temerario sfida l'austro minaccioso che sconvolge il mare siciliano e crea pericolosi vortici; non tiene la rotta a sinistra, ma si dirige là dove Cariddi agita il mare. Il pilota più prudente, invece, chiede a chi conosce il posto la direzione delle correnti e quali indicazioni diano le nubi; tiene la rotta lontana da quella zona tristemente famosa per i suoi vortici. Così fa il saggio: evita i potenti che possono nuocergli, badando soprattutto a non darlo a vedere; parte della sicurezza risiede, infatti, nel non aspirarvi apertamente: se uno fugge una cosa, la condanna. 9 Dobbiamo, dunque, vedere in che modo possiamo metterci al sicuro dalla massa. Per prima cosa cerchiamo di non avere i suoi stessi desideri: tra rivali c'è sempre lotta. Inoltre non dobbiamo possedere nulla che procuri un grande guadagno a chi voglia sottrarcelo: porta indosso il minimo indispensabile di beni soggetti a furto. Nessuno versa il sangue di un altro per il gusto di uccidere, o almeno pochi; la maggior parte agisce più percalcolo che per odio. I banditi non assalgono uno che non ha niente con sé: anche in una strada insidiata da malviventi, chi è povero può camminare tranquillo. 10 Inoltre, secondo un vecchio precetto, ci sono tre cose da evitare con cura: l'odio, l'invidia, il disprezzo. Solo la saggezza può mostrarci come realizzare questo intento; è difficile tenere una giusta via di mezzo ed evitare che la nostra paura dell'invidia ci porti a essere disprezzati, e mentre non vogliamo calpestare nessuno, gli altri abbiano l'impressione che possiamo essere calpestati. Per molti fu causa di timore l'essere temuti. Abbandoniamo tutte queste posizioni: il disprezzo altrui nuoce quanto la deferenza. 11 Dobbiamo rifugiarci nella filosofia; questa disciplina ispira un sacro rispetto non solo alle persone oneste, ma anche agli uomini non del tutto malvagi. L'eloquenza forense e qualunque altra cosa possa avere influenza sul popolo, crea avversari: la filosofia, invece, pacifica e presa dalle sue occupazioni, non può essere oggetto di disprezzo, viene anzi tenuta in considerazione in tutte le professioni anche dagli uomini peggiori. Mai la perversità sarà tanto potente, mai si congiurerà a tal punto contro le virtù che il nome della filosofia non rimanga sacro e venerabile; bisogna però occuparsene con serietà e moderazione.

12 "E allora?" ribatti. "Ti sembra che Catone abbia esercitato la filosofia con misura, quando respinse la guerra civile con la forza dei suoi discorsi? Quando intervenne nella lotta dei capi furenti? Quando, mentre alcuni si scagliavano contro Pompeo, altri contro Cesare, egli li attaccò entrambi?" 13 Qualcuno può mettere in discussione se a quel tempo il saggio avrebbe dovuto occuparsi di politica. Che vuoi, Marco Catone? Oramai non è più in gioco la libertà: già da tempo è andata in malora. Il problema è se avrà il potere Cesare o Pompeo: che hai a che fare con questa disputa? Niente. Si sceglie un padrone: che ti importa chi vince? Può anche vincere il migliore, ma chi vincerà non può non essere il peggiore. Ho accennato all'ultimo periodo dell'attività di Catone; ma neppure negli anni precedenti il saggio poteva intervenire in quello scempio dello stato. Che altro poteva fare Catone se non gridare e parlare invano, quando, sollevato di peso dal popolo e coperto di sputi, ora veniva trascinato via dal foro, ora veniva condotto dal senato al carcere?

14 Vedremo in seguito se il saggio debba partecipare alla vita politica: richiamo intanto la tua attenzione su quegli Stoici che, esclusi dagli affari pubblici, si ritirarono a vivere in disparte e a dare agli uomini leggi al riparo dalla violenza dei potenti. Il saggio non porterà scompiglio nella moralità pubblica, e non attirerà il popolo a sé vivendo in maniera singolare. 15 "E allora? Sarà completamente al sicuro chi seguirà questo modello di vita?" Non posso garantirtelo, come a un uomo temperante non posso garantire la salute, pur essendo la temperanza una valida premessa al benessere fisico. Qualche nave naufraga addirittura in porto: pensa a che cosa può accadere in mezzo al mare! Quanto maggiore sarebbe il pericolo per chi ha molte attività e si dà da fare, se neppure vivendo appartati si è al sicuro? Talora vanno a morte gli innocenti (chi lo nega?), ma più spesso i colpevoli. Se un soldato è stato colpito attraverso l'armatura non è detto che non sappia combattere. 16 Il saggio, infine, in ogni cosa guarda al proposito, non all'esito; cominciare dipende da noi, del risultato, invece, decide la sorte e io non le riconosco il diritto di giudicarmi. "Ma farà nascere contrattempi, avversità." Chi è colpevole non condanna.

17 E ora tendi la mano per il dono giornaliero. Te la riempirò d'oro, e poiché si è fatto cenno all'oro, senti in che modo puoi usarlo e goderne con maggiore soddisfazione. "Della ricchezza gode soprattutto l'uomo che non ne sente affatto il bisogno." "Dimmene l'autore" dici. Perché tu sappia quanto sono generoso, mi sono proposto di lodare le sentenze altrui: si tratta di Epicuro o di Metrodoro o di qualche altro filosofo di quella scuola. 18 E che importa chi l'ha detto? L'ha detto per tutti. Se uno sente il bisogno della ricchezza, teme di perderla; ma nessuno può godere di un bene che gli dà preoccupazione. Cerca il modo di accrescerla; e mentre pensa a incrementarla, dimentica di farne uso. Fa i conti, passa tutto il suo tempo nel foro, consulta il libro dei crediti: da padrone diventa amministratore. Stammi bene.

 

15

1 Era abitudine degli antichi, in uso fino ai miei tempi, scrivere all'inizio delle lettere "Se tu stai bene, ne sono contento, io sto bene". Giustamente noi diciamo: "Se ti dedichi alla filosofia, ne sono contento", poiché alla fin fine questo significa stare bene. Senza la filosofia l'anima è malata; e anche il corpo, se pure è in forze, è sano come può esserlo quello di un pazzo o di un forsennato. 2 Se vuoi star bene, dunque, cura soprattutto la salute dello spirito, e poi quella del corpo, che non ti costerà molto. È sciocco, mio caro Lucilio, e sconveniente per uno studioso esercitare i muscoli, sviluppare il collo e irrobustire i fianchi; quand'anche ti sarai ingrossato e avrai rinforzato i muscoli, non uguaglierai né il vigore, né il peso di un bue ben nutrito. Inoltre, se il peso del corpo è eccessivo, lo spirito ne è schiacciato ed è meno agile. Perciò riduci quanto più puoi la cura del corpo e lascia spazio allo spirito. 3 Se uno si occupa troppo del fisico, ha molti fastidi: per prima cosa la fatica degli esercizi ginnici estenua lo spirito e lo rende incapace di concentrarsi e di dedicarsi agli studi più impegnativi; poi l'abbondanza di cibo ottunde l'acume. A questo aggiungi che come allenatori si prendono schiavi della peggior specie, uomini occupati a ungersi d'olio e a bere, che giudicano soddisfacente una giornata se hanno sudato abbondantemente e se al posto del sudore versato hanno ingerito molto vino che a digiuno fa più effetto. Bere e sudare è la vita dell'ammalato di stomaco. 4 Ci sono, invece, esercizi facili e brevi che spossano sùbito il corpo e fanno risparmiare quel tempo che va tenuto in gran conto: la corsa, il sollevamento pesi, il salto in alto, in lungo e quello, per così dire, tipico dei Salii o, per usare una definizione più volgare, del "lavandaio": scegli uno qualsiasi di questi semplici e facili esercizi. 5 Ma qualunque cosa tu faccia, ritorna sùbito dal corpo allo spirito ed esercitalo notte e giorno. L'animo si rafforza con poca fatica; né il freddo, né il caldo e neppure la vecchiaia ne impediscono l'allenamento. Cura quel bene che migliora col tempo. 6 Non ti dico di stare sempre sui libri o sulle carte: bisogna concedere un po' di riposo allo spirito, quanto basta per distenderlo senza svigorirlo. Una passeggiata in vettura, ad esempio, stimola il corpo e non impedisce lo studio: puoi leggere, dettare, parlare, ascoltare, tutte attività che nemmeno il camminare preclude. 7 Non trascurare poi il timbro di voce: io ti consiglio di non alzarla per gradi e a intervalli regolari e quindi abbassarla. E se poi volessi imparare come si deve passeggiare? Chiama uno di quelli cui la fame ha insegnato nuovi mestieri: ci sarà chi regolerà i tuoi passi e sorveglierà la bocca mentre mangi: si spingerà tanto avanti quanto tu concederai alla sua audacia con la tua tolleranza e credulità. E allora? Comincerai a parlare gridando e alzando al massimo il tono della voce? È naturale, invece, farla crescere a poco a poco: tanto è vero che anche le parti in causa in tribunale cominciano con calma e finiscono col gridare; nessuno implora subito la protezione dei Quiriti. 8 Quindi, seguendo il tuo impulso, scagliati contro i vizi, ora con più veemenza, ora con più calma, regolandoti come ti suggerisce la voce. E quando la fai ridiscendere e la abbassi, deve calare, non precipitare; deve fuoriuscire in tono misurato, e non violento alla maniera degli zotici ignoranti. Noi non vogliamo che la voce venga educata, ma che educhi.

9 Ti ho evitato un grosso fastidio: a questo favore aggiungerò un solo piccolo compenso, anch'esso di provenienza greca. Ecco un precetto straordinario: "La vita degli sciocchi è spiacevole, inquieta, tutta proiettata al futuro." "Chi lo dice?" mi chiedi. Quello stesso di prima. Che vita - a tuo parere - si può definire da sciocchi? Quella di Baba o di Issione? No, è la nostra: una cieca avidità ci spinge a ricercare beni che nuoceranno e che certo non ci sazieranno mai; proprio noi che, se qualcosa potesse bastarci, l'avremmo già ottenuta; noi che non pensiamo quale gioia possa dare non chiedere nulla, come sia meraviglioso essere soddisfatti e non dipendere dalla sorte. 10 Perciò caro Lucilio, ricorda sempre quanti vantaggi hai conseguito; e quando guarderai quante persone ti stanno davanti, pensa a quante ti sono dietro. Se vuoi essere grato agli dèi e alla tua vita, pensa al numero degli uomini che hai superato. Ma che hai a che fare tu con gli altri? Hai superato te stesso. 11 Proponiti una meta da non oltrepassare neppure volendo; allontana finalmente questi beni pieni di insidie; sembrano migliori quando si spera di ottenerli che una volta ottenuti. Se in essi vi fosse sostanza, finirebbero per soddisfare: invece eccitano la sete di chi beve. Lascia da parte le belle apparenze; e il futuro, dominio dell'incerto destino, perché implorarlo dalla fortuna? Meglio convincersi a non chiederlo. Perché, poi, chiedere? Perché ammucchiare, dimenticando la fragilità umana? Perché affannarsi? Ecco, questo giorno è l'ultimo; se non lo è, è vicino all'ultimo. Stammi bene.

 

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1 Caro Lucilio, ti è chiaro - ne sono certo - che nessuno può vivere felicemente e neppure in maniera tollerabile senza l'amore della saggezza: una perfetta saggezza rende felice la vita, ma tollerabile la rende anche una saggezza imperfetta. Questo concetto, anche se è evidente, deve tuttavia essere rafforzato e scolpito nel profondo con una riflessione quotidiana: mantenere i propositi fatti richiede più impegno che concepire onesti propositi. Bisogna perseverare e rinvigorire il nostro spirito con una assidua applicazione, finché la tendenza al bene diventi saggezza.

2 Perciò con me non hai bisogno di molti discorsi o di lunghe assicurazioni formali: so che hai fatto notevoli progressi. Conosco la provenienza di ciò che scrivi; non fingi, né ingigantisci le cose. Ti dirò tuttavia il mio pensiero: nutro in te grandi speranze, ma non ho ancora completa fiducia. Voglio che anche tu faccia lo stesso: non confidare in te sùbito e con facilità. Scruta, fruga ed esamina a fondo te stesso; considera innanzi tutto se hai fatto progressi nella filosofia oppure nella tua stessa vita. 3 La filosofia non è un'arte che cerca il favore popolare e non è fatta per essere ostentata; non consiste nelle parole, ma nei fatti. Di essa non ci si vale per far trascorrere piacevolmente le giornate, per eliminare il disgusto che viene dall'ozio: educa e forma l'animo, regola la vita, governa le azioni, mostra ciò che si deve o non si deve fare, siede al timone e dirige la rotta attraverso i pericoli di un mare agitato. Senza di lei nessuno può vivere tranquillo e sicuro; in ogni momento si presentano innumerevoli circostanze che esigono una direttiva, e questa bisogna cercarla nella filosofia. 4 Qualcuno dirà: "A che mi giova la filosofia, se esiste il fato? A che, se c'è un dio che ci governa? A che, se il caso detta legge? Non si possono mutare gli eventi prestabiliti, né difendersi contro quelli incerti, ma o un dio è padrone delle mie decisioni e ha stabilito che cosa devo fare, o la sorte non mi concede nessuna decisione." 5 Qualunque di queste forze esista, anche se esistono tutte, caro Lucilio, bisogna dedicarsi alla filosofia; sia che il destino ci vincoli con la sua legge inesorabile, sia che un dio, arbitro dell'universo, abbia disposto ogni cosa, sia che il caso sospinga e muova disordinatamente le vicende umane, deve proteggerci la filosofia. Ci esorterà a obbedire di buon grado a dio, e con fierezza alla sorte; ci insegnerà a seguire la volontà di dio, a sopportare il caso. 6 Ma non è questo il momento di discutere, quale sia il potere umano, se regna la provvidenza, o se ci vincola e ci trascina l'alternarsi delle vicende volute dal destino, o se dominano eventi impensati e improvvisi: io torno a raccomandarti e ti esorto a non lasciare che lo slancio del tuo spirito cali e perda vigore. Disciplinalo e rafforzalo, così che il tuo impulso al bene diventi un modo di essere.

7 Subito, appena avrai in mano la lettera, se ben ti conosco, andrai a vedere quale piccolo dono ti porta: scorrila con attenzione e lo troverai. Non stupirti della mia generosità: ancòra una volta ti faccio dono di un pensiero altrui. Ma perché ho detto altrui? Ogni concetto buono espresso da qualcuno, è mio. Anche questa è una massima di Epicuro: "Se vivrai secondo natura, non sarai mai povero; se vivrai secondo le opinioni non sarai mai ricco". 8 La natura ha poche esigenze, le opinioni moltissime. Si concentrino pure nelle tue mani le ricchezze di molti; la sorte ti dia più denaro di quanto ne possiede normalmente un privato, ti ricopra d'oro, ti vesta di porpora, ti conceda tanto lusso e magnificenza da poter ricoprire di marmo la terra e ti sia possibile non solo avere ricchezze, ma calpestarle; si aggiungano statue, dipinti e tutto ciò che le varie arti hanno creato per la soddisfazione della lussuria; da questi beni imparerai solo a desiderare sempre di più. 9 I desideri naturali hanno limiti ben definiti, quelli nati da una falsa opinione non ne hanno: il falso non ha confini. Chi percorre una strada ha una mèta: l'andare errando, invece, non ha mai fine. Allontanati, dunque, dalle vanità e quando vuoi sapere se ciò cui aspiri corrisponde a un desiderio cieco o naturale, considera se ha un termine; se dopo un lungo cammino rimane sempre una mèta più avanzata, sappi che non è un desiderio naturale. Stammi bene.

 

17

1 Se sei saggio, anzi, per essere saggio, abbandona tutte queste faccende e sùbito con tutte le tue forze tendi alla saggezza; se c'è qualcosa che ti trattiene, cerca di liberartene oppure tronca di netto. "Mi trattiene," dici, "la cura del patrimonio; vorrei disporlo in modo da poter vivere di rendita, per non essere gravato dalla povertà o gravare io stesso su qualcuno." 2 Quando parli così, sembra che tu non conosca la forza e la potenza di quel bene che vai ricercando; hai una visione complessiva di quanto giovi la filosofia, ma non distingui ancòra con sufficiente sottigliezza i particolari, non sai ancòra quanto e in quali situazioni ci sia di aiuto, come ci "soccorra", per dirla con Cicerone nelle circostanze più gravi e arrivi sino alle più piccole. Dammi retta, chiedile consiglio: ti persuaderà a non startene lì a far conti. 3 Questo cerchi e con codesti rinvii a questo vuoi arrivare, a non temere più la povertà: ma se bisogna ricercarla? Per molti la ricchezza è stata un ostacolo alla filosofia; il povero non ha ostacoli, non ha preoccupazioni. Quando risuona la tromba di guerra, sa di non essere in pericolo; quando viene dato l'allarme per un'alluvione, cerca come mettersi in salvo, non che cosa mettere in salvo; se deve fare un viaggio per mare, non c'è clamore in porto e sulla spiaggia fermento di gente al seguito di uno solo; non lo circonda una turba di servi il cui mantenimento richiede la fecondità delle terre d'oltremare. 4 È facile nutrire il ventre di poche persone temperanti, che non chiede altro se non di essere riempito: sfamare costa poco, saziare molto. La povertà si contenta di soddisfare solo le necessità impellenti: perché rifiuti una compagna di cui anche i ricchi, se hanno senno, seguono le abitudini? 5 Se vuoi dedicarti allo spirito, devi essere povero o vivere come un povero. Lo studio non può essere salutare se non si ricerca la frugalità e la frugalità è una povertà volontaria. Lascia, perciò da parte queste scuse: "Non possiedo ancora quanto basta; se riuscirò a metterlo insieme, allora mi dedicherò anima e corpo alla filosofia." Ma non ci si deve procurare niente prima di quella filosofia che invece tu rimandi e hai intenzione di procurarti dopo tutto il resto. Proprio dalla filosofia bisogna cominciare. "Voglio conquistarmi il necessario per vivere", sostieni. Ma contemporaneamente impara anche a preparare te stesso: se qualcosa ti impedisce di vivere bene, non ti impedisce di morire bene. 6 Non c'è motivo che la povertà o l'indigenza ci allontanino dalla filosofia. Chi vi aspira deve saper sopportare anche la fame; certuni la sopportarono durante gli assedi: eppure l'unico premio delle loro sofferenze era non cadere in balia dei vincitori! Quanto maggiore è il bene che ti viene promesso: una libertà perpetua, senza più timore né degli uomini, né della divinità. Anche chi ha fame deve arrivare a possedere questi beni? 7 Ci sono eserciti che hanno sofferto la mancanza di tutto, si sono nutriti di radici e sfamati con cose ripugnanti solo a nominarle; tutto questo l'hanno sopportato per un regno e - cosa più straordinaria - apparteneva ad altri: esiterà qualcuno a sopportare la povertà per liberarsi dalla furia delle passioni? Non c'è necessità di acquisire beni prima: si può arrivare alla filosofia anche senza provviste per il viaggio. 8 E così? Vuoi possedere tutto e poi avere anche la saggezza? Sarà il corredo di vita meno importante, e, come dire, un di più? Tu, se già possiedi qualcosa, dedicati alla filosofia (solo così puoi sapere se possiedi ormai abbastanza); se non possiedi niente, ricercala prima di qualsiasi altra cosa. 9 "Ma mi mancherà il necessario." Anzitutto non potrà mancarti, perché la natura ha esigenze modestissime e il saggio si adegua alla natura. Ma se gli capiterà di trovarsi in condizioni decisamente critiche, sùbito abbandonerà la vita e cesserà di essere gravoso a se stesso. Se poi i suoi mezzi per tirare avanti saranno scarsi e limitati, si contenterà senza preoccuparsi o angustiarsi più del necessario e darà al suo stomaco e al suo corpo quanto occorre; sereno e felice se la riderà delle occupazioni dei ricchi e dell'affannarsi di quegli uomini che corrono dietro alla ricchezza, e dirà a se stesso: 10 "Perché vai tanto per le lunghe? Vuoi aspettare i profitti dell'usura o gli utili del commercio o il testamento di un vecchio ricco, quando puoi diventare ricco sùbito? La saggezza procura sùbito la ricchezza: la dà rendendola superflua." Ma questo non ti riguarda: tu sei più vicino ai ricchi. Cambia epoca, avrai sempre troppo; quanto basta è uguale in ogni tempo.

11 Potrei chiudere qui la mia lettera, se non ti avessi abituato male. Nessuno può accomiatarsi dai re Parti senza donare niente, così io non posso salutarti senza pagare. Che posso fare? Chiederò un prestito a Epicuro: "Per molti la ricchezza non ha segnato la fine delle loro miserie, ma solo un cambiamento." 12 E non me ne stupisco: il male non sta nelle cose, ma nell'anima. Quello che ci aveva reso intollerabile la povertà, ci rende tale anche la ricchezza. Non ha importanza se fai coricare un ammalato su un letto di legno o d'oro: dovunque tu lo trasporti, porterà con sé la sua malattia; così non fa differenza se un animo infermo si trova nella ricchezza o nella povertà: il suo male lo segue. Stammi bene.

 

18

1 È dicembre: ora più che mai c'è fervore in città. Si è data ufficialmente via libera alla sfrenatezza; tutto risuona di grandiosi preparativi, come se ci fosse differenza tra i Saturnali e i giorni di lavoro; invece non ce n'è proprio nessuna, tanto che secondo me ha ragione chi ha detto che una volta dicembre durava un mese e ora invece è dicembre tutto l'anno. 2 Se ti avessi qui, discuterei volentieri con te sulla condotta da seguire: vanno mantenute le nostre abitudini quotidiane oppure, per non sembrare in contrasto con gli altri, dobbiamo pranzare più allegramente e toglierci la toga? Mentre una volta questo accadeva solo nei momenti difficili e quando la città era in pericolo, ora cambiamo veste per festeggiare e darci ai piaceri. 3 Se ben ti conosco, tu, assumendo il compito di giudice conciliatore, non vorresti che noi fossimo in tutto simili alla folla imberrettata, e neppure completamente diversi; salvo che proprio in questi giorni in cui la massa si abbandona ai piaceri, dobbiamo costringere il nostro animo ad astenersene, anche se è il solo; una prova certissima della propria fermezza può averla se non si accosta agli allettamenti che portano alla dissolutezza né vi si lascia trascinare. 4 Essere perfettamente sobri e temperanti mentre tutti gli altri si ubriacano e vomitano, è indice di una maggiore forza morale, ma è segno di una maggiore moderazione non allontanarsi da tutti, non cercare di distinguersi dagli altri, e nemmeno mescolarsi alla massa; fare le stesse cose, ma in modo diverso: è possibile festeggiare senza sfrenarsi.

5 Voglio, d'altra parte, mettere alla prova la tua fermezza d'animo; ti invito a comportarti come insegnano i grandi uomini: per qualche giorno nutriti di cibi pessimi e scarsi, vesti abiti ruvidi e rozzi e poi chiediti. "È questo ciò che temo?" 6 Anche nei momenti di tranquillità l'animo si prepari ai tempi difficili e quando va tutto bene si rafforzi contro i colpi della sorte. Il soldato fa le esercitazioni in tempo di pace, costruisce trincee quando non ci sono nemici e si sottopone a fatiche inutili per essere in grado di sostenere quelle necessarie; se non vuoi che uno sia in preda al terrore al momento della prova, fallo esercitare prima. Hanno seguito questo metodo quegli uomini che, per un po' ogni mese, vissero da poveri, quasi fino all'indigenza, così da non temere mai quello stato che avevano conosciuto frequentemente. 7 Non devi ora pensare che io parli delle cene di Timone o delle camerette da povero e di tutto quello che i ricchi annoiati dal lusso fanno per passatempo: devi avere veramente un pagliericcio, un saio e pane nero e secco. Vivi in questo stato per tre o quattro giorni, talvolta anche di più, perché non sia un gioco, ma una prova: allora, credimi, Lucilio mio, sarai contento di esserti saziato con poca spesa e capirai che per la serenità non serve che la fortuna sia propizia. Anche se è contraria, ti darà quanto basta alle necessità della vita. 8 Non c'è motivo, però che ti sembri di fare grandi cose: farai lo stesso che migliaia di schiavi e migliaia di poveri; puoi compiacerti solo perché lo farai senza esservi costretto, perché sopportare la povertà per sempre sarà per te facile quanto sperimentarla di tanto in tanto. Esercitiamoci al palo e perché la sorte non ci sorprenda impreparati, familiarizziamo con la povertà; vivremo più tranquilli nella ricchezza se sapremo che non è gravoso essere poveri. 9 Epicuro, famoso maestro di piaceri, aveva stabilito dei giorni in cui si cibava frugalmente per vedere se veniva a mancare qualcosa al pieno e perfetto piacere, quanto grande era il senso della mancanza e se il divario meritava di essere colmato a prezzo di grande fatica. Nelle lettere che egli scrisse a Polieno, sotto l'arcontato di Carino, dice proprio questo e si vanta di spendere meno di un asse per sfamarsi, mentre Metrodoro, che non aveva fatto gli stessi progressi, ne spendeva uno intero. 10 Pensi che ci si possa saziare con questo tipo di vitto? Sì, certamente, e si può anche provare piacere; non quel piacere superficiale e fuggevole che deve essere ripetutamente stimolato, ma un piacere costante e sicuro. L'acqua, la polenta o un pezzo di pane d'orzo non sono saporiti; dà, però un grandissimo godimento poter trarre piacere anche da questi cibi ed essere arrivati a tal punto che nessuna avversità della sorte non può toglierci più nulla. 11 In carcere il vitto è più abbondante; il carnefice non dà così poco cibo ai condannati alla pena capitale: sottoporsi volontariamente a disagi che neppure chi è condannato a morte deve temere è segno di una straordinaria grandezza d'animo! Questo significa prevenire i colpi della sorte. 12 Comincia dunque, mio caro, a seguire le abitudini di costoro e stabilisci dei giorni in cui abbandonare le tue cose e prendere familiarità col poco; comincia ad avere rapporti con la povertà:

abbi la forza di disprezzare le ricchezze, ospite, e renditi anche tu degno di dio.

 

13 Nessun altro è degno di dio quanto colui che disprezza le ricchezze; non ti proibisco di possederle, ma voglio che tu le possieda senza timori; e questo risultato lo conseguirai in un solo modo: se sarai convinto di poter vivere felice anche senza, se le guarderai sempre come se dovessi perderle.

14 Ma è tempo ormai di chiudere la lettera. "Prima," mi dici, "paga il tuo debito." Ti farò pagare da Epicuro: "L'ira sfrenata genera pazzia." Quanto ciò sia vero lo sai necessariamente perché hai avuto servi e nemici. 15 Questo sentimento può divampare contro qualsiasi persona; nasce tanto dall'amore, quanto dall'odio, sia nei momenti critici che tra giochi e scherzi e non importa la gravità delle cause, ma l'animo in cui si manifesta. Allo stesso modo del fuoco non importa la sua violenza, ma il materiale su cui si sviluppa: i corpi più compatti non lo alimentano anche se è violentissimo, mentre quelli aridi e facilmente infiammabili mantengono viva anche una scintilla fino a trasformarla in incendio. È così, Lucilio mio: dall'ira violenta nasce la follia, perciò l'ira va evitata non solo in nome della moderazione, ma anche per mantenersi sani. Stammi bene.

 

19

1 Sono felice ogni volta che ricevo le tue lettere: mi colmano di buone speranze e non mi portano più solo promesse, ma precise garanzie su di te. Continua così, ti supplico; che posso chiedere di meglio a un amico, se non ciò che chiedo per il suo stesso bene? Se puoi, sottraiti a codeste occupazioni; se no, staccatene a viva forza. Abbiamo già sprecato troppo tempo: ora che siamo vecchi cominciamo a preparare i bagagli. 2 È disonorevole? Abbiamo vissuto in mezzo ai marosi, almeno moriamo in porto. Non ti consiglio di ricercare la fama con una vita ritirata: non devi sbandierarla e nemmeno nasconderla; pur condannando la follia umana non arriverei mai al punto da volere che tu vivessi nell'oscurità dimenticato da tutti: comportati in modo che il tuo ritiro non spicchi troppo; sia, però evidente. 3 Quelle persone che sono agli inizi e devono ancora prendere le loro decisioni vedranno se scegliere una vita oscura: tu non sei libero. Sei al centro dell'attenzione per il vigore del tuo ingegno, l'eleganza degli scritti, l'amicizia con uomini nobili e illustri; ormai sei famoso; anche se ti apparti e cerchi di nasconderti completamente, le tue azioni passate ti metteranno in mostra. 4 Non puoi rimanere nell'ombra: dovunque tu fugga, ti seguirà gran parte della vecchia luce: puoi, però, rivendicare la tua tranquillità senza attirarti l'astio di nessuno, senza rimpianti o rimorsi. Che cosa dovresti lasciare a malincuore? I clienti? Nessuno di loro vuole te, ma qualcosa da te; un tempo si cercava l'amicizia, oggi il profitto; i vecchi cambieranno testamento, vedendosi abbandonati, il cliente busserà ad altre porte. Una cosa di gran valore non può costare poco: valuta se preferisci rinunciare a te stesso o a qualcuno dei tuoi privilegi. 5 Ti fosse toccato di invecchiare nello stesso stato in cui nascesti e la fortuna non ti avesse innalzato tanto! La tua rapida carriera, il governo della provincia, l'ufficio di procuratore e tutti i vantaggi connessi ti hanno allontanato dalla visione di una vita sana; poi si succederanno cariche sempre più importanti: quale sarà il risultato? 6 Che cosa aspetti? Di aver esaurito tutti i tuoi desideri? Non arriverà mai quel momento. Noi diciamo che c'è una successione di cause cui il fato è concatenato: tale è ‹la successione› dei desideri: nascono l'uno dall'altro. Ti sei cacciato in un sistema di vita che mai porrà fine da sé alle tue miserie e alla tua schiavitù: sottrai al giogo il collo ormai consunto; meglio un taglio netto che una continua oppressione. 7 Se ti ritirerai a vita privata, avrai di meno, ma sarai soddisfatto; ora invece la gran quantità di beni raccolti da ogni parte non ti sazia. Ma allora preferisci la sazietà nell'indigenza o la fame nell'abbondanza? Il ricco è avido ed è soggetto all'avidità altrui; fino a quando non ti basterà niente, tu stesso non basterai agli altri. 8 "E come ne uscirò?" domandi. In qualunque modo. Pensa a quanto hai temuto per il denaro, quanto ti sei affaticato per la carriera: bisogna osare qualcosa anche per conseguire il riposo, oppure invecchiare nelle preoccupazioni delle procurature e poi delle cariche cittadine, in continua agitazione e fra sempre nuove inquietudini: non vi si può sfuggire né con la moderazione, né con una vita calma. Che importa se tu vuoi vivere tranquillo? Il tuo destino non vuole. E che accadrà se anche ora gli permetterai di crescere? Le paure aumenteranno proporzionalmente ai successi. 9 Voglio a questo punto riferirti una frase di Mecenate. Ha detto molte verità anche in mezzo ai tormenti della sua posizione: "L'altezza di per sé espone le cime ai fulmini". Vuoi sapere in che libro lo ha scritto? In quello intitolato Prometeo. Mecenate voleva dire che chi sta in alto è esposto ai colpi della sorte. E tu valuti tanto il potere da giudicare queste parole un discorso da ubriaco? Quell'uomo ebbe un grande ingegno e avrebbe dato un insigne esempio di eloquenza romana, se non lo avesse snervato, anzi castrato, la prosperità. Ti attende questa fine se non ammaini le vele, se non ti dirigi verso la terraferma, cosa che egli decise di fare troppo tardi.

10 Con questa massima di Mecenate avrei potuto saldare il mio debito con te, ma, se ben ti conosco, ne farai una questione e vorrai ricevere quanto ti devo in valuta nuova e pregiata. Stando così le cose, devo chiedere un prestito a Epicuro. Scrive: "Bisogna prima guardare con chi si beve e si mangia e poi che cosa si beve e si mangia; mangiare senza un amico è vivere come i leoni o i lupi." 11 E questo non ti succederà, se non farai vita ritirata: altrimenti avrai come commensali quelli scelti tra la massa dei clienti dallo schiavo addetto ai nomi; chi cerca gli amici nell'atrio o li prova a tavola sbaglia. Il male peggiore per l'uomo indaffarato e occupato ad amministrare i suoi beni è ritenere amici persone cui egli non è amico, e pensare che i suoi favori servano ad accattivargli gli animi, mentre certuni più sono debitori, più odiano: una piccola somma data in prestito crea un debitore, una grossa crea un nemico. 12 "E allora? I favori non procurano amici?" Certo li procurano, se è possibile scegliere chi li riceve, se sono fatti a ragion veduta, non distribuiti a caso. Perciò ora che cominci a ragionare con la tua testa, segui questo consiglio dei saggi: giudica più importante il beneficato del beneficio. Stammi bene.

 

20

1 Se hai la forza e ti ritieni degno di avere un giorno pieno dominio su di te, ne sono contento; sarà per me motivo di gloria se riuscirò a tirarti fuori da questa situazione in cui ondeggi senza speranza di uscirne. Ti prego caldamente, Lucilio mio, scolpisci nel profondo del tuo animo i principî filosofici e constata i tuoi progressi non in base ai discorsi o agli scritti, ma alla fermezza d'animo e al controllo delle passioni: dimostra con i fatti la verità delle parole. 2 Diverso proposito hanno gli oratori che cercano di ottenere il consenso del pubblico, oppure coloro che attirano l'attenzione dei giovani e degli oziosi dissertando con scioltezza su svariati argomenti: la filosofia insegna ad agire, non a parlare, ed esige che si viva secondo le sue leggi, perché la vita non sia in contrasto con le parole, né con se stessa, e tutte le nostre azioni si uniformino a un unico principio. Questo è il compito principale della saggezza, e anche l'indizio più certo: che le azioni concordino con i discorsi, così che l'uomo sia sempre uguale e identico a se stesso. "Chi si comporta così?" Pochi, ma qualcuno c'è. Certo non è facile; io non sostengo che il saggio avanzerà sempre con lo stesso passo, ma per una stessa via. 3 Perciò esaminati a fondo: se i tuoi abiti sono in contrasto con la tua casa, se sei generoso con te e avaro con i tuoi, se ceni frugalmente, ma hai dimore lussuose. Scegli un'unica regola di vita e conforma ad essa tutta la tua esistenza. Alcuni in casa si moderano, fuori, invece, conducono una vita sfarzosa e senza freni; questa disuguaglianza è un difetto ed è indizio di un animo volubile che non ha trovato ancòra la sua strada. 4 Ti spiegherò anche da dove nascano quest'incostanza e questa incoerenza di azione e di pensiero: nessuno ha chiari propositi e, se li ha, non persevera, ma li lascia da parte; e non si limita a cambiare idea: torna indietro e si volge nuovamente a quelli che aveva abbandonato e rinnegato. 5 Perciò per lasciare da parte le vecchie definizioni di saggezza e abbracciare ogni espressione della vita umana, mi contento di questa: che cos'è la saggezza? Volere o non volere sempre la stessa cosa. Non occorre aggiungere la condizione che bisogna volere il bene: nessuno può volere sempre la stessa cosa, se non è giusta. 6 Gli uomini non sanno che cosa vogliono, se non nel momento in cui lo vogliono; nessuno ha deciso una volta per tutte ciò che vuole o non vuole; ogni giorno cambiano opinione e se ne formano una opposta, e i più prendono la vita come un gioco. Persegui, dunque, i tuoi propositi e forse arriverai alla vetta o a un punto dove tu solo puoi capire di non essere ancòra in cima.

7 "Che cosa accadrà," chiedi, "a tutti i miei servi quando non avrò più il mio patrimonio?" Quando cesserai di mantenerli, si manterranno da soli, oppure, quello che tu non puoi sapere dai tuoi favori, lo saprai dalla povertà: resteranno gli amici veri e sicuri, e se ne andrà chi non cercava te, ma altro. Non si deve, allora, amare la povertà anche solo perché ti mostra chi ti ama veramente? Quando verrà quel giorno in cui nessuno mentirà più per rispetto a te! 8 I tuoi pensieri tendano a questo: ricerca e desidera solo, rimettendo a dio ogni altro desiderio, di essere pago di te stesso e dei beni che nascono da te. Quale felicità può essere più vicina? Riduciti a un modesto livello di vita, da cui non puoi precipitare; e perché tu lo faccia più volentieri, il tributo che ora ti darò in questa lettera verterà sull'argomento.

9 Se pure non sei d'accordo, anche questa volta Epicuro pagherà volentieri al mio posto. "Se dormirai in un misero letto e vestirai umili panni, le tue parole, credimi, sembreranno ancòra più nobili: non le pronuncerai soltanto, ma le proverai coi fatti." Io, certo, ascolto con spirito diverso gli insegnamenti del nostro Demetrio, da quando l'ho visto con la sola tunica, disteso su meno che un pagliericcio: non è maestro, ma testimone della verità. 10 "E allora? Non si può disprezzare la ricchezza, pur possedendola?" Perché no? E dimostra una straordinaria grandezza morale chi se la ride delle ricchezze che lo circondano, molto stupito di possederle, e sente dire che sono sue, ma dentro di sé non le sente tali. È già molto non essere corrotti dal contatto con la ricchezza; è grande chi ci vive in mezzo da povero. 11 "Io non so," dici, "come costui sopporterà la povertà, se dovesse incapparvi." E io, da parte mia, o Epicuro, non potrei dire se [...] questo povero disprezzerà la ricchezza nel caso dovesse capitargli; bisogna, perciò esaminare in entrambi i casi la disposizione di spirito e considerare se il ricco si adatterebbe alla povertà, e se il povero non si compiacerebbe della ricchezza. Il lettuccio o i vestiti miseri non bastano a provare la buona disposizione di spirito, a meno che non sia evidente che si sopportano non per necessità, ma per libera scelta. 12 E d'altra parte è segno di un animo grande non correre verso la povertà come se fosse la condizione migliore, ma esservi preparati come se fosse facile. E, in realtà, è facile, Lucilio; e anche piacevole, se ci accostiamo a essa dopo aver meditato a lungo; vi troveremo la serenità senza la quale non c'è nessuna gioia. 13 Ritengo, dunque, necessario quello che, come ti ho scritto, hanno fatto spesso i grandi uomini: inframmezzare alcuni giorni in cui, vivendo una povertà immaginaria, ci prepariamo a quella vera; e tanto più dobbiamo farlo, in quanto viviamo immersi nei piaceri e giudichiamo tutto duro e difficile. Bisogna, invece, scuotere l'animo nostro dal sonno, stimolarlo e ricordargli che la natura ci ha dato esigenze minime. Nessuno nasce ricco; a tutti i neonati deve bastare del latte e un panno: ma, dopo questi inizi, non ci bastano i regni. Stammi bene.

 

21

1 Credi di avere dei problemi con le persone di cui mi hai scritto? I problemi maggiori li hai invece con te stesso, sei tu gravoso a te stesso. Non sai che cosa vuoi, apprezzi la virtù, più che seguirla, vedi dove sta la felicità, ma non osi raggiungerla. Visto che tu non riesci a capirlo, ti dirò io che cosa ti ostacola: tieni in gran conto ciò che hai intenzione di lasciare, e quando ti poni davanti agli occhi quella serenità che vuoi conseguire, sei trattenuto dallo splendore di questa vita da cui stai per allontanarti, come se poi dovessi precipitare in una esistenza sordida e oscura. 2 Sbagli, mio caro: da questa vita a quella si sale. E tra questa vita e quella c'è la stessa differenza che intercorre tra lo splendore e la luce, perché la luce ha una propria sicura origine, mentre lo splendore brilla di luce riflessa: questa vita è illuminata da una luce che viene dall'esterno, e chiunque si interponga vi proietta subito una densa ombra; quella, invece, splende di luce propria. Gli studi cui ti dedicherai ti renderanno illustre e celebre. 3 Ti farò l'esempio di Epicuro. Scrivendo a Idomeneo, allora funzionario di un potente re e ministro di affari importanti, per richiamarlo da una vita bella solo esteriormente a una gloria sicura e stabile, diceva: "Se ti interessa la gloria, ti renderanno più famoso le mie lettere che tutte le faccende di cui ti occupi e per cui sei onorato." 4 E non ha forse detto la verità? Chi conoscerebbe Idomeneo se Epicuro non ne avesse scolpito il nome con le sue lettere? Tutti quei magnati e satrapi e lo stesso re da cui derivava a Idomeneo ogni onore, sono sepolti nell'oblio. Le lettere di Cicerone fanno vivere il nome di Attico. A nulla gli sarebbe servito il genero Agrippa e Tiberio, marito della nipote, e il pronipote Druso Cesare; tra nomi tanto illustri non si parlerebbe di lui, se Cicerone non lo avesse legato a sé. 5 Piomberà su noi la sconfinata profondità del tempo, pochi ingegni riusciranno a emergere e, anche se sono egualmente destinati a scomparire prima o poi nel silenzio, resisteranno all'oblio e rivendicheranno la loro parte di gloria per lungo tempo. La promessa che Epicuro poté fare al suo amico te la faccio anch'io, caro Lucilio: godrò del favore dei posteri e posso condurre con me fuori dalle tenebre uomini destinati a una lunga fama. Il nostro Virgilio promise a due giovani memoria eterna e ha mantenuto la promessa:

Fortunati entrambi! Se i miei versi hanno qualche valore, nessun giorno mai vi sottrarrà al ricordo delle generazioni future finché la stirpe di Enea abiterà l'immota rupe del Campidoglio e il padre Romano avrà l'impero.

 

6 Tutti quegli uomini che si sono messi in luce col favore della sorte e sono stati strumento e parte della potenza altrui, hanno goduto in vita di grande favore e la loro casa era frequentata: dopo la morte però ne è scomparso sùbito anche il ricordo. Il rispetto tributato agli uomini di ingegno cresce, invece, col tempo e non sono onorati solo loro, ma si conserva tutto ciò che è unito alla loro memoria.

7 E perché Idomeneo non sia nominato gratuitamente nella mia lettera, pagherà lui di tasca sua il mio debito. Epicuro gli scrisse quella famosa frase con cui lo esorta a rendere ricco Pitocle non con i mezzi comuni e incerti. "Se vuoi," dice, "rendere ricco Pitocle, non devi aumentargli i beni, ma diminuirne i desideri." 8 È una frase troppo chiara ed eloquente per necessitare di una spiegazione o di un sostegno. Ti raccomando unicamente di non pensare che valga solo per la ricchezza: a qualunque argomento la applichi, avrà la stessa validità. Se vuoi che Pitocle abbia credito, non devi aumentargli le cariche, ma diminuirne i desideri; se vuoi che Pitocle viva nella gioia, non devi aumentargli i piaceri, ma ridurne i desideri; se vuoi che Pitocle diventi vecchio e viva pienamente la sua vita, non devi aggiungergli anni, ma ridurne i desideri. 9 Non credere che questi insegnamenti appartengano a Epicuro; sono di tutti. Quello che di solito si fa in senato, penso si debba farlo anche in filosofia: quando qualcuno esprime un'opinione che io non condivido pienamente, gli chiedo di suddividere il suo pensiero e seguo solo le parti che approvo.

Queste belle massime di Epicuro le cito tanto più volentieri perché dimostrino a chi ricorre a lui, sperando a torto di trovare una copertura ai propri vizi, che dovunque si volgano, devono vivere in maniera onesta. 10 Quando andrai nei suoi giardini dove c'è questa scritta: "OSPITE, QUI STARAI BENE, QUI IL PIACERE È IL SOMMO BENE", ti si farà incontro il custode della casa, uomo ospitale e affabile; ti accoglierà con della polenta e ti offrirà anche acqua in abbondanza; poi chiederà: "E allora, sei stato accolto bene? Questi giardini non stimolano la fame, ma la saziano, e le bevande non aumentano la sete, ma la estinguono con un rimedio naturale e gratuito; io sono diventato vecchio tra questi piaceri." 11 Ti parlo di quei desideri che non vengono appagati a parole, ma devono ricevere qualcosa per estinguersi. Per i desideri particolari che è possibile rinviare, reprimere e frenare, ti raccomando, invece, una sola cosa: sono piaceri naturali, non necessari. Ad essi non sei debitore di nulla: se paghi qualcosa, è un tributo volontario. Lo stomaco non ascolta insegnamenti: chiede, reclama. Non è, però un creditore molesto: si soddisfa con poco, se soltanto gli dai ciò che devi, non ciò che puoi. Stammi bene.

 

LIBRO TERZO

 

 

22

1 Tu ormai capisci che devi tirarti fuori da queste occupazioni belle e nocive; ma chiedi come puoi farlo. Certi suggerimenti li si può dare solo di persona; il medico non può scegliere per lettera l'ora del pranzo o del bagno: deve tastare il polso. Dice un vecchio proverbio che il gladiatore decide le sue mosse nell'arena: gliele suggeriscono il volto dell'avversario, i movimenti delle mani, l'inclinazione stessa del corpo, che egli studia attentamente. 2 Sulle consuetudini e le regole di condotta si possono rivolgere raccomandazioni sul piano generale per mezzo di qualcuno o per iscritto; consigli simili non si dànno solo agli assenti, ma addirittura ai posteri; ma sul tempo o sulle modalità delle azioni nessuno può consigliare da lontano: bisogna decidere sul posto. 3 Non basta essere presenti, bisogna avere gli occhi aperti per scorgere l'occasione propizia e fugace; devi cercare di scovarla, e se la vedi, devi coglierla al volo e mettere ogni slancio, ogni tua forza per liberarti di questi tuoi impegni. E ora ascolta bene il mio giudizio: io penso che da una vita come questa devi uscire, oppure uscire addirittura dalla vita. Ma penso anche che non devi farlo in maniera brusca: sciogli più che spezzare quei nodi in cui ti sei malamente impigliato, e tuttavia, se non ci sarà altro modo di scioglierli, spezzali. Nessuno è tanto pavido da preferire di stare sempre in bilico, piuttosto che di cadere una volta per tutte. 4 Frattanto, per prima cosa, non crearti altri impedimenti: bastano questi affari in cui ti sei cacciato o, come vorresti far credere, sei finito. Non devi cercartene altri o non avrai più scusanti: sarà chiaro che te li sei voluti. Le scuse che in genere si accampano sono pretestuose: "Non ho potuto fare diversamente. Che sarebbe accaduto se mi fossi rifiutato? Era necessario." Inseguire il successo non è indispensabile per nessuno: ma, se anche non vogliamo opporci, possiamo esercitare una resistenza passiva senza incalzare la fortuna che ci porta avanti.

5 Non avertela a male se i consigli non te li do io solo, ma ricorro anche ad altri, certo più saggi di me, ai quali di solito mi rivolgo, quando devo prendere una decisione. Leggi a questo proposito la lettera che Epicuro scrisse a Idomeneo: lo prega di fuggire il più in fretta possibile, prima che intervenga una forza maggiore e gli tolga la libertà di ritirarsi. 6 Occorre, però agire solo quando si potrà farlo in maniera adeguata, aggiunge, e al momento opportuno; ma quando si presenta l'occasione a lungo attesa, bisogna balzare su prontamente. Egli non ammette che sonnecchi chi pensa alla fuga, e pronostica un esito positivo anche nelle situazioni più difficili: basta non affrettarsi prima del tempo, e non ritirarsi al momento dell'azione. 7 A questo punto, credo, vorrai sentire anche l'opinione degli Stoici. Nessuno può accusarli di temerità: sono più cauti che coraggiosi. Ti aspetti forse che ti dicano: "È vergognoso cedere al peso; lotta con l'impegno che hai assunto. L'uomo che fugge la fatica e non dimostra un coraggio crescente di fronte alle difficoltà non è forte e valoroso." 8 Ti diranno così, se vale la pena di perseverare, se non si devono compiere o sopportare azioni indegne di un uomo onesto; altrimenti egli non si logorerà in fatiche spregevoli e infamanti, né vorrà mantenere delle occupazioni solo per essere occupato. L'uomo onesto non agirà neppure come pensi tu, disposto a sopportare, impelagato nelle ambizioni, gli affanni che ne derivano. Quando vedrà che la situazione in cui si dibatte è grave, incerta e ambigua, si ritirerà senza volgere le spalle, retrocedendo a poco a poco fino a mettersi al sicuro. 9 È facile, caro Lucilio, sbarazzarsi degli impegni, se ne disprezzi gli utili: sono proprio questi che ci fanno indugiare e ci trattengono. "E allora? Devo abbandonare tante grandi speranze? Rinunciare proprio al momento di raccogliere i frutti? Nessuno più al mio fianco, la mia lettiga senza accompagnatori, l'atrio della mia casa deserto?" A queste miserie gli uomini rinunciano malvolentieri e mentre le disprezzano si compiacciono delle gratificazioni che danno. 10 Si lamentano dell'ambizione come dell'amante: se guardi ai loro veri sentimenti, capisci che non lo fanno per odio, ma solo per attaccare briga. Esamina a fondo queste persone che deplorano quanto hanno desiderato e parlano di fuggire da quei beni per loro indispensabili; vedrai: indugiano volontariamente in quella situazione che dicono di sopportare a stento e con dolore. 11 È proprio così, Lucilio: pochi sono costretti alla schiavitù, la maggior parte si vincola da sé. Ma se hai intenzione di uscirne e cerchi davvero la libertà e chiedi un rinvio solo per mettere in atto le tue decisioni serenamente, perché non dovrebbe approvarti tutta la schiera degli Stoici? Tutti, da Zenone a Crisippo, ti esorteranno alla moderazione e all'onestà. 12 Ma se tergiversi per vedere quanto puoi portare con te e con quanto denaro puoi disporre convenientemente il tuo ritiro, non troverai mai una via d'uscita: nessuno può nuotare carico di bagagli. Elevati a una vita migliore col favore di dio, ma non quel favore che egli dimostra dispensando benignamente splendidi mali con una sola scusante: quei doni che bruciano, che tormentano, sono stati concessi su richiesta.

13 Già mettevo il sigillo alla lettera: ma devo riaprirla, perché ti arrivi col consueto piccolo dono e porti con sé una bella massima; me ne viene in mente una, non so se più vera o più eloquente. "Di chi è?" chiedi. Di Epicuro; ancora una volta faccio miei bagagli di altri: 14 "Tutti escono dalla vita come se vi fossero entrati da poco." Pensa a chi vuoi, giovani, vecchi, uomini maturi; li troverai ugualmente timorosi della morte, ugualmente ignari della vita. Nessuno ha concluso niente; rimandiamo sempre tutto al futuro. Quello che più mi piace di questa frase è che rimprovera ai vecchi di essere infantili. 15 "Nessuno," dice, "muore diverso da come è nato." È falso: moriamo peggiori di quando siamo nati. E la colpa è nostra, non della natura. Essa ha il diritto di lamentarsi con noi: "E allora?" dice, "vi ho generato senza desiderî, senza paure, senza superstizioni, senza perfidie, senza altri mali: uscite dalla vita quali siete entrati." 16 Chi muore sereno come è nato ha conquistato la saggezza; e invece, quando il pericolo ci è vicino, abbiamo paura, il coraggio se ne va, scoloriamo in volto, versiamo lacrime inutili. Che c'è di più vergognoso dell'essere turbati proprio alle soglie della serenità? 17 Il motivo è che siamo privi di ogni bene e soffriamo di aver sprecato la vita. Non ce n'è rimasto niente: è passata, scivolata via. Nessuno si preoccupa di vivere bene, ma di vivere a lungo; eppure tutti possono fare in modo di vivere bene, nessuno di vivere a lungo. Stammi bene.

 

23

1 Pensi che ti scriva quanto è stato benevolo con noi l'inverno, così mite e breve, quanto sia maligna la primavera, quanto fuori stagione il freddo e altre sciocchezze tipiche di chi non ha argomenti? Ti scriverò invece, qualcosa che possa essere utile a entrambi. E che altro se non esortarti alla saggezza? Chiedi quale ne sia il fondamento? Non compiacersi delle vanità. 2 Ho detto il fondamento: dovevo dire il culmine. E lo raggiunge chi sa di che cosa gioire, chi non mette la sua felicità nelle mani d'altri; è preoccupato e insicuro l'uomo che si lascia sedurre da una qualche speranza, anche se l'ha a portata di mano, anche se non è difficile a realizzarsi, anche se non è mai stato deluso nelle sue attese. 3 Impara innanzi tutto a gioire, Lucilio mio. Pensi davvero che ti voglia privare di molti piaceri perché allontano i beni fortuiti e ritengo che si debba evitare il dolce conforto della speranza? Anzi, al contrario, non voglio che ti manchi mai la gioia. Voglio, però che ti nasca in casa: e nasce, purché scaturisca dall'intimo. Le altre forme di contentezza non riempiono il cuore; rasserenano il volto, ma sono fugaci, a meno che tu non giudichi felice uno che ride: l'animo deve essere allegro e fiducioso ed ergersi al di sopra di tutto. 4 Credimi, la vera gioia è austera. Oppure ritieni che l'uomo sereno e, come dicono questi sdolcinati, gaio in volto, disprezzi la morte, apra la sua casa alla povertà, tenga a freno i piaceri, si prepari a sopportare i dolori? Chi medita su questi pensieri prova una grande gioia, anche se poco seducente. Questa gioia voglio che tu la possieda: non verrà mai meno, una volta che tu sappia da dove derivi. 5 I metalli vili si trovano in superficie: i più preziosi sono nascosti, invece, nelle viscere della terra, e procurano un compenso maggiore a chi ha la costanza di scavare. Quei beni di cui si compiace la massa dànno un piacere inconsistente e superficiale: ogni gioia che viene dall'esterno manca di fondamenta: questa, di cui ti parlo e alla quale cerco di condurti, è reale e si spiega più intensamente nell'intimo. 6 Ti prego, carissimo, fa' la sola cosa che può renderti felice: distruggi e calpesta questi beni splendidi solo esteriormente, che uno ti promette o che speri da un altro; aspira al vero bene e godi del tuo. Ma che cosa è "il tuo"? Te stesso e la parte migliore di te. Anche il corpo, povera cosa, benché non se ne possa fare a meno, stimalo necessario più che importante; ci procura piaceri vani, di breve durata, di cui necessariamente ci pentiamo e che, se non li frena una grande moderazione, hanno un esito opposto. Questo dico: il piacere sta sul filo, e si muta in dolore se non ha misura; ma è difficile tenere una giusta misura in quello che si crede un bene: solo il desiderio, anche intenso, del vero bene è senza pericoli. 7 Vuoi sapere che cosa sia il vero bene o da dove venga? Te lo dirò: dalla buona coscienza, dagli onesti propositi, dalle rette azioni, dal disprezzo del caso, dal tranquillo e costante tenore di vita di chi segue sempre lo stesso cammino. Quegli uomini che passano da un proposito all'altro o neppure passano, ma si lasciano portare dal caso, come possono avere sicurezza e stabilità se sono incerti e instabili? 8 Sono pochi quelli che decidono di sé e delle proprie cose a ragion veduta: gli altri, come gli oggetti che galleggiano nei fiumi, non avanzano: vengono trasportati: alcuni sono trattenuti e spostati più lentamente da una corrente più debole, altri trascinati con maggiore violenza, altri deposti vicino alla riva da una corrente meno forte, altri gettati in mare dall'impeto delle acque. Dobbiamo, perciò stabilire che cosa vogliamo e perseverare nei nostri propositi.

9 È arrivato il momento di pagare il mio debito. Posso riferirti una frase del tuo Epicuro e adempiere al vincolo di questa lettera: "È penoso cominciare sempre la vita", oppure, se così il senso è più chiaro: "Vivono male quelle persone che cominciano sempre a vivere." 10 "Perché?" chiedi; difatti questa frase necessita di una spiegazione. Perché la loro vita è sempre incompleta; non può essere pronto alla morte chi proprio allora comincia a vivere. Dobbiamo fare in modo di aver vissuto abbastanza. Ma questo non lo fa chi è intento proprio allora a tessere la trama della sua esistenza. 11 Non pensare che uomini del genere siano pochi: sono quasi tutti così. Certi, poi, cominciano quando è tempo di smettere. Se ti pare strano, aggiungerò una cosa che ti sembrerà ancora più strana: certi uomini finiscono di vivere ancora prima di cominciare. Stammi bene.

 

24

1 Mi scrivi di essere preoccupato per l'esito della causa che ti è stata intentata dal furore di un tuo nemico; e pensi che io ti esorti ad augurarti il meglio e a trovare conforto in speranze lusinghiere. Che necessità c'è, infatti, di chiamare i guai, di anticiparseli se, quando arriveranno, dovrai sopportarli già abbastanza presto; perché rovinarsi il presente per timore del futuro? Senza dubbio è da pazzi essere infelice oggi, perché un giorno o l'altro potresti essere infelice. 2 Ma io voglio condurti alla serenità per un'altra strada: se vuoi liberarti da ogni preoccupazione, pensa che avverrà senz'altro quello che temi e, qualunque sia quel male, misuralo con te stesso e poi valuta attentamente la tua paura: sicuramente ti renderai conto che il male temuto o non è grave o non durerà a lungo. 3 Non è difficile trovare esempi confortanti: ogni epoca ne ha. Richiama alla memoria un periodo qualsiasi della storia nazionale ed estera: ti si presenteranno uomini insigni o per i loro grandi progressi spirituali o per i nobili slanci. Se subirai una condanna, ti può capitare qualcosa di più penoso che l'esilio o il carcere? O qualcosa di più temibile che la tortura o la morte? Esamina questi mali uno per uno e rievoca gli uomini che li hanno disprezzati: non dovrai cercarli, ma solo operare una scelta. 4 Rutilio sopportò la sua condanna come se per lui la cosa più gravosa fosse una cattiva reputazione. Metello sostenne con coraggio l'esilio, Rutilio addirittura volentieri. L'uno assicurò allo stato il suo ritorno, l'altro rifiutò il ritorno concessogli da Silla: un uomo cui allora non si rifiutava niente. In carcere Socrate continuò a discutere di filosofia e non volle fuggire, pur essendoci chi gli assicurava la fuga; rimase per liberare gli uomini dalla paura delle due disgrazie ritenute più dure: la morte e il carcere. 5 Mucio mise la mano sul fuoco. È doloroso essere bruciati: quanto più doloroso è infliggersi volontariamente questa pena! Hai di fronte un uomo incolto, che non ha ricevuto nessun insegnamento contro la morte o la sofferenza, forte solo del suo valore militare e che esige da sé una pena per un tentativo andato a vuoto. Stette immobile a guardare la sua mano consumarsi sul braciere dei nemici e non la tolse, la lasciò bruciare fino all'osso: fu il nemico a portargli via il fuoco. Avrebbe potuto compiere in quell'accampamento un'impresa più fortunata, ma non più coraggiosa. Vedi, quanto più pronto sia il valore ad affrontare i pericoli che la crudeltà ad imporli. Porsenna perdonò più facilmente a Mucio di averlo voluto uccidere di quanto Mucio perdonò a se stesso di non averlo ucciso.

6 "Queste sono leggende," ribatti, "dette e ripetute in tutte le scuole; e ora quando si arriverà a parlare del disprezzo della morte, mi racconterai di Catone." E perché non dovrei raccontarti che in quella famosa ultima notte leggeva un libro di Platone con la spada posata vicino alla testa? Si era procurato in quel momento supremo questi due strumenti: uno che rafforzasse la sua decisione di morire, l'altro che la rendesse possibile. Disposte le sue cose come meglio poteva in quelle circostanze terribili ed estreme, decise di agire in modo che nessuno potesse uccidere Catone, o gli toccasse di salvarlo; 7 e afferrata la spada che fino a quel giorno non aveva mai macchiato di sangue, disse: "Fortuna, non hai ottenuto nulla contrastando i miei tentativi. Fino ad oggi non ho lottato per la mia libertà, ma per quella della patria e non agivo con tanta determinazione per vivere libero, ma per vivere tra uomini liberi: ora, poiché la condizione del genere umano è disperata, possa Catone mettersi al sicuro." 8 Poi si inferse la ferita mortale; quando i medici gliela suturarono, benché avesse perso sangue e forza, ma non coraggio, irato non tanto con Cesare quanto con se stesso, cacciò le mani nude nella ferita e non spirò ma scagliò via la sua anima generosa e sprezzante di ogni potenza.

9 Non è mia intenzione raccogliere questi esempi per esercitare la mente, ma per farti coraggio contro il male ritenuto il peggiore; e riuscirò più facilmente nel mio proposito mostrandoti che non solo uomini coraggiosi hanno affrontato con sprezzo il momento della morte, ma che alcuni, vili in altre circostanze, in questa occasione hanno emulato il coraggio dei più forti; per esempio il famoso Scipione, suocero di G. Pompeo; egli, spinto sulle coste africane da venti contrari, vedendo che la sua nave era caduta in mano nemica, si trafisse con la spada, e a chi chiedeva dove fosse il generale: "Il generale sta bene", rispose. 10 Questa frase lo ha reso degno dei suoi antenati e ha perpetuato la fatale gloria degli Scipioni in Africa. Fu una grande impresa vincere Cartagine, ma ancora più grande fu vincere la morte. "Il generale sta bene"' doveva forse morire diversamente un generale e per di più il generale di Catone? 11 Non ti richiamo alle vicende storiche, e nemmeno voglio raccogliere da tutte le epoche quegli uomini, e sono numerosissimi, che hanno disprezzato la morte. Guarda a questi nostri tempi, di cui lamentiamo la rilassatezza e l'amore dei piaceri: vedrai persone di ogni ceto sociale, di ogni condizione, di ogni età, i quali hanno troncato i loro mali con la morte. Credimi, Lucilio, la morte è così poco temibile che proprio per merito suo non dobbiamo temere nulla. 12 Ascolta, perciò tranquillo le minacce del tuo nemico; la tua coscienza ti dà fiducia, ma, poiché hanno il loro peso anche fattori estranei al processo, spera, sì, in una sentenza veramente giusta, ma preparati anche a una totalmente ingiusta. E innanzi tutto ricordati di spogliare gli avvenimenti dal tumulto che li accompagna e di considerarli nella loro essenza: capirai che in essi non c'è niente di terribile se non la nostra paura. 13 Ciò che vedi succedere ai fanciulli, succede anche a noi che siamo solo dei fanciulli un po' più grandi: quando vedono mascherate le persone che amano e con le quali hanno una consuetudine di giochi e di vita, si spaventano: anche alle cose, come agli uomini, bisogna togliere la maschera e restituire loro il vero aspetto. 14 Perché mi mostri spade, fuoco e una turba di carnefici fremente intorno a te? Togli di mezzo questo apparato sotto il quale ti nascondi e atterrisci gli sciocchi: tu sei la morte, per te or ora un mio servo, una mia ancella, hanno mostrato disprezzo. Perché tu di nuovo mi spieghi davanti con grande messa in scena flagelli e strumenti di tortura? Perché mi mostri arnesi diversi per tormentare le varie articolazioni e mille altri macchinari per straziare un uomo brano a brano? Lascia da parte questi strumenti di terrore; fa' cessare i gemiti, le grida e gli urli lancinanti strappati con la tortura: tu sei il dolore che il podagroso disprezza, che l'ammalato di stomaco sopporta in mezzo ai piaceri del pranzo, che la giovane donna soffre con coraggio durante il parto. Se ti posso sopportare, sei leggero; se non posso, durerai poco.

15 Rifletti su queste parole che hai spesso udito e spesso pronunciato; prova ora coi fatti che hai ascoltato, che hai parlato con sincerità; sovente ci rinfacciano un comportamento davvero vergognoso: discutiamo di filosofia, ma non la mettiamo in pratica. Come? Che ti minaccia la morte, l'esilio, il dolore l'hai capito ora per la prima volta? Sei nato con questo destino; qualunque cosa possa accadere pensiamola come se fosse certa. 16 Hai sicuramente agito come ti suggerisco, lo so: ora, però ti esorto a non sommergere il tuo spirito in queste preoccupazioni; si indebolirà e avrà meno vigore al momento in cui dovrà levarsi a combattere. Volgilo dai tuoi problemi personali a quelli generali; ripetigli che hai un corpo mortale e fragile; sofferenze possono infliggergliene non solo la violenza o la forza dei più potenti; i piaceri stessi si volgono in tormenti: i pranzi provocano indigestioni, l'ubriachezza torpore e tremiti nervosi, la lussuria può deformare piedi, mani e tutte le articolazioni. 17 Diventerò povero: sarò tra i più. Andrò in esilio: penserò di esser nato là dove mi manderanno. Sarò incatenato: e allora? Sono forse libero adesso? La natura mi ha vincolato a questo grave peso: il corpo. Morirò: è come se tu dicessi: non correrò più il rischio di ammalarmi, di essere messo in catene, di morire.

18 Non sono tanto ottuso da recitare a questo punto la litania epicurea e ripetere che sono falsi gli spauracchi dell'oltretomba; Issione non gira legato a una ruota, Sisifo non spinge con le spalle un masso su per una salita, a nessuno possono ogni giorno ricrescere ed essere divorate le viscere: non c'è uomo così infantile da temere Cerbero, le tenebre e gli spettri sotto forma di nudi scheletri. La morte o ci consuma o ci spoglia; se ci libera dal peso del corpo, rimane la parte migliore di noi; se ci consuma, di noi non resta niente; beni e mali scompaiono allo stesso modo. 19 Permettimi a questo punto di citare un tuo verso; bada, però: non lo hai scritto solo per gli altri, ma anche per te. È vergognoso dire una cosa e pensarne un'altra: ma scrivere una cosa e pensarne un'altra lo è ancòra di più. Ricordo che una volta hai trattato questo argomento: noi non precipitiamo all'improvviso nella morte, ma ci avviciniamo a poco a poco. 20 Moriamo ogni giorno: ogni giorno ci viene tolta una parte della vita e anche quando ancora cresciamo, la vita decresce. Abbiamo perduto l'infanzia, poi la fanciullezza, poi la giovinezza. Tutto il tempo trascorso fino a ieri è ormai perduto; anche questo giorno che stiamo vivendo lo dividiamo con la morte. Come la clessidra non la vuota l'ultima goccia d'acqua, ma tutta quella defluita prima, così l'ora estrema, che mette fine alla nostra vita, non provoca da sola la morte, ma da sola la compie; noi vi giungiamo in quel momento, da tempo, però, vi siamo diretti. 21 Dopo aver delineato questi concetti con il tuo solito linguaggio, sempre sostenuto e tuttavia mai più penetrante di quando metti le parole al servizio della verità, scrivi:

La morte non viene una volta sola: quella che ci porta via è l'ultima morte.

È meglio che tu legga te stesso invece della mia lettera; capirai che questa da noi temuta, è la morte estrema, non la sola.

22 So dove guardi: cerchi che cosa ho inserito in questa lettera, che massima coraggiosa, che insegnamento utile di un qualche autore. Ti manderò dei pensieri sull'argomento in questione. Epicuro biasima chi brama la morte non meno di chi la teme e afferma: "È ridicolo correre verso la morte per stanchezza della vita, quando è il tuo sistema di vita che ti fa correre incontro alla morte." 23 E ancòra in un altro passo: "Che c'è di tanto ridicolo quanto cercare la morte, se proprio per paura della morte ti sei reso la vita impossibile?" Aggiungi anche un'altra considerazione simile: è tanta la stupidità, anzi la follia degli uomini, che alcuni sono spinti alla morte dal timore della morte. 24 Medita su uno qualsiasi di questi pensieri, rafforzerai il tuo animo a sopportare o la morte o la vita; dobbiamo essere consigliati e incoraggiati sia a non amare troppo la vita, sia a non odiarla troppo. Anche quando la ragione ci spinge a farla finita, non prendiamo risoluzioni sconsiderate e avventate. 25 L'uomo forte e saggio non deve fuggire dalla vita, ma uscirne: e soprattutto eviti uno stato d'animo comune a molti: la smania di morire. Lucilio mio, come per altre cose, anche per la morte c'è una propensione inconsulta: spesso assale gli uomini generosi e impavidi, spesso gli ignavi e i deboli: gli uni sprezzano la vita, gli altri ne sono gravati. 26 In certi si insinua la sazietà di fare e di vedere sempre le stesse cose, e non l'odio, ma il disgusto della vita; vi scivoliamo spinti dalla filosofia stessa e ci chiediamo: "Fino a quando le medesime cose? Mi sveglierò dormirò mangerò avrò fame, avrò freddo, avrò caldo. Niente finisce, ogni cosa è concatenata in un circolo chiuso; fugge e insegue; la notte incalza il giorno, il giorno la notte, l'estate finisce nell'autunno, l'autunno è inseguito dall'inverno, che è chiuso dalla primavera; tutto passa per ritornare. Non faccio niente di nuovo, non vedo niente di nuovo e un bel giorno tutto questo viene a nausea." Ci sono molti che la vita non la giudicano penosa, ma superflua. Stammi bene.

 

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1 Riguardo ai nostri due amici, bisogna seguire una strada diversa: correggere i vizi dell'uno, stroncare quelli dell'altro. Sarò molto franco: non gli vorrei bene, se non lo trattassi con asprezza. "Come?" dici. "Pensi di tenere sotto la tua tutela un pupillo di quarant'anni? Considera la sua età: è ormai incallito e indocile: non lo puoi cambiare; solo i materiali duttili si modellano." 2 Non so se ci riuscirò: certo preferisco l'insuccesso al disimpegno. Non bisogna disperare: anche gli ammalati cronici possono guarire, se ti opponi alle loro intemperanze e li costringi a fare e a sopportare molte cose contro la loro volontà. Neppure nell'altro avrei molta fiducia, se non arrossisse ancòra dei suoi peccati; bisogna alimentare questo pudore: fino a quando durerà nel suo animo, ci sarà posto per la speranza. Con questo peccatore di vecchia data, secondo me, occorre agire con più tatto, perché non arrivi a disperare di se stesso; 3 e per tentare, nessun momento era migliore di questo, mentre ha un periodo di quiete, mentre sembra che si sia corretto. Questa interruzione può ingannare altri, non me: mi aspetto che i vizi ritornino e con gli interessi. Ora non compaiono, lo so, ma non sono stati eliminati del tutto. Dedicherò qualche giorno a questo problema e vedrò se si può fare o no qualcosa.

4 Tu dimostrati forte, come fai, e diminuisci i tuoi bagagli; di ciò che possediamo niente è necessario. Ritorniamo alla legge di natura; la ricchezza è a portata di mano. Ciò di cui abbiamo necessità o è gratuito o costa poco: la natura ha bisogno solo di pane e acqua. Nessuno è troppo povero per procurarseli e se uno limita qui le sue esigenze, può competere in felicità con Giove stesso, come dice Epicuro di cui voglio inserire una frase in questa lettera. 5 "Agisci sempre," dice, "come se Epicuro ti vedesse." Senza dubbio serve imporsi un custode, avere un uomo cui guardare, saperlo partecipe dei tuoi pensieri. È molto meglio vivere come se si fosse sempre sotto gli occhi di un uomo virtuoso; ma se tu agisci come se ti osservasse uno qualsiasi, mi basta. La solitudine ci spinge ad ogni genere di mali. 6 Quando avrai fatto progressi tali da avere soggezione anche di te stesso, potrai congedare il tuo pedagogo: intanto fatti controllare da un uomo autorevole - sia pure il famoso Catone o Scipione o Lelio o un altro alla cui presenza anche uomini corrotti cercherebbero di soffocare i loro vizi - finché ti renderai tale che non oserai peccare di fronte a te stesso. Quando avrai realizzato questo e comincerai ad avere rispetto di te, ti permetterò quanto consiglia lo stesso Epicuro: "Ritirati in te soprattutto quando sei costretto a stare tra la folla." 7 Bisogna che tu diventi diverso dalla massa, per poterti ritirare in te senza pericolo. Guarda uno per uno quelli che ti circondano: non c'è nessuno per cui non sarebbe preferibile stare col primo venuto piuttosto che con se stesso. "Ritirati in te soprattutto quando sei costretto a stare tra la folla", se sei un uomo onesto, tranquillo, temperante. Altrimenti devi sfuggire da te e andare tra la gente: nello stato in cui versi sei più vicino a un uomo disonesto. Stammi bene.

 

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1 Poco fa ti dicevo di essere in cospetto della vecchiaia: ora temo di essermela già lasciata alle spalle. Ai miei anni e a questo mio fisico conviene ormai un altro termine; vecchiaia indica un'età stanca, ma non priva di forze; mettimi, invece, nel numero degli uomini decrepiti, vicini alla fine. 2 Posso, tuttavia, dirti che sono grato a me stesso: i danni dell'età, benché li avverta nel corpo, non li sento nello spirito. Solo i vizi e gli strumenti dei vizi sono invecchiati: lo spirito è forte e gioisce di non aver molto in comune con il corpo: ha ormai deposto gran parte del suo peso. Esulta e discute con me sulla vecchiaia: dice che questo è il suo fiore. Crediamogli: si goda il suo bene. 3 Mi esorta a pensare e a individuare quanto di questa tranquillità e moderazione di costumi io debba alla saggezza, quanto all'età, e ad esaminare con attenzione quello che non posso e quello che non voglio fare, e io mi compiaccio di considerare quello che non posso fare, come se non lo volessi: quale motivo di lagnarsi, quale danno c'è, se sono venute a mancare cose destinate a finire? 4 "Ma è un danno gravissimo," dici, "consumarsi, deperire o, meglio, sfarsi. Non siamo colpiti e abbattuti all'improvviso: ci logoriamo a poco a poco e ogni giorno ci toglie un po' delle nostre forze." C'è una conclusione migliore che scivolare verso la propria fine perché il fisico si dissolve naturalmente? Non che un attacco e un decesso improvviso siano un male, ma è dolce questo modo di essere portati via a poco a poco. Come se si avvicinasse la prova e giungesse il giorno fatale che dovrà giudicare di tutti i miei anni, mi osservo e dico a me stesso: 5 "Fino a oggi non è niente quello che ho dimostrato a fatti o a parole; l'animo ha dato pegni fallaci e di poco conto, avviluppati in mille ornamenti esteriori: alla morte mi affiderò per giudicare i miei progressi. Con coraggio mi preparo a quel giorno in cui, deposto ogni artificio e ogni inganno, giudicherò di me stesso: se sono forte a parole o nell'intimo; se furono simulazione e farsa le parole sprezzanti scagliate contro la sorte. 6 Lascia da parte i giudizi degli uomini: sono sempre incerti e ambigui. Lascia da parte gli studi fatti durante tutta la vita: ti giudicherà la morte. La vera forza d'animo non la mettono in luce le dispute filosofiche e le conversazioni letterarie, le parole raccolte dall'insegnamento dei saggi e i discorsi eruditi: anche gli uomini più vili sono capaci di parole coraggiose. Quanto hai fatto sarà evidente solo in punto di morte. Accetto questa condizione, non temo il giudizio." 7 Così dico a me stesso, ma è come se parlassi anche con te. Tu sei più giovane: che importa? Gli anni non contano. Non puoi sapere dove ti attenda la morte; perciò aspettala dovunque.

8 Volevo ormai finire e già mi accingevo a concludere, ma devo preparare il denaro e darlo come viatico a questa lettera. Non ti dico da chi prenderò il prestito: tu sai a quale forziere ricorro. Aspetta ancòra un poco ed effettuerò il pagamento con i miei averi; intanto mi farà un prestito Epicuro; scrive: "Pensa alla morte." Oppure, se così il senso è più chiaro: "È cosa egregia imparare a morire." 9 Forse ritieni superfluo imparare una cosa di cui dobbiamo servirci una volta sola. Proprio per questo motivo si deve pensare alla morte: bisogna sempre imparare ciò che non possiamo esser certi di conoscere bene. 10 "Pensa alla morte": chi dice queste parole ci esorta a riflettere sulla libertà. Chi ha imparato a morire, ha disimparato a essere schiavo: è superiore a ogni umana potenza o, almeno, ne è al di fuori. Che gli importa del carcere, delle guardie, delle catene? Ha sempre la porta aperta. Una sola è la catena che ci vincola, l'amore per la vita: non dobbiamo soffocarlo, ma ridurlo, così che, se le circostanze lo richiedono, niente ci trattenga, né ci impedisca di essere pronti a compiere subito un passo che presto o tardi bisogna compiere. Stammi bene.

 

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1 "Tu mi dai consigli?" potresti dire. "Li hai già dati a te stesso, ti sei corretto? Perciò ti dedichi a correggere gli altri?" Non sono così impudente da volere assumermi, io malato, la cura del prossimo; ma come se mi trovassi nel medesimo ospedale, ti parlo della comune malattia e divido con te le medicine. Perciò ascoltami come se parlassi con me stesso. Ti faccio entrare nel segreto della mia anima e davanti a te mi giudico. 2 Grido a me stesso: "Conta i tuoi anni e ti vergognerai di avere i medesimi desideri di quando eri fanciullo, di cercare le medesime cose. Si avvicina il giorno della morte, garantisciti che i tuoi vizi muoiano prima di te. Allontana questi torbidi piaceri, che devi scontare a caro prezzo: non nuocciono solo quelli futuri, ma anche quelli passati. Anche se i delitti non sono scoperti, rimane sempre il rimorso, così il pentimento che nasce dai piaceri disonesti non finisce con loro. Non sono reali, né costanti; se pure non danneggiano, svaniscono. 3 Cerca piuttosto un bene duraturo; ma è duraturo solo quel bene che l'animo trova in sé. Soltanto la virtù procura una gioia stabile e sicura; anche se c'è un ostacolo, fa' come le nubi, che si frappongono, ma non vincono mai la luce del giorno." 4 Quando si potrà raggiungere questa gioia? Finora non siamo rimasti inoperosi, dobbiamo, però affrettarci. Resta ancora molto lavoro ed è necessario che vigili, che fatichi proprio tu, se vuoi portarlo a termine; in altri tipi di studio si può ricevere un aiuto, qui non sono ammesse deleghe. 5 Ai miei tempi viveva Calvisio Sabino, un riccone, che aveva patrimonio e indole da liberto; non ho mai visto un uomo agiato in modo più indecente. Costui aveva una memoria così debole che dimenticava il nome di Ulisse, di Achille, o di Priamo: eppure li conosceva bene quanto noi conosciamo i nostri maestri. Nessun vecchio schiavo nomenclatore, il quale anziché riferire i nomi esatti, li inventi di sana pianta, ha mai salutato i cittadini confondendoli tanto quanto lui confondeva i Troiani e gli Achei. 6 E tuttavia voleva apparire erudito. Escogitò perciò questo espediente: spese una grande somma per comprare dei servi: uno che ricordasse a memoria Omero, un altro Esiodo; assegnò inoltre uno schiavo a ciascuno dei nove lirici. Non c'è da stupirsi che avesse speso tanto: non avendone trovati già istruiti, pagò per farli preparare. Dopo essersi procurato questa servitù, cominciò a molestare i suoi ospiti. Teneva ai suoi piedi questi schiavi e a essi di volta in volta chiedeva i versi da recitare, e tuttavia spesso si interrompeva a metà di una parola. 7 Satellio Quadrato, uno sfruttatore di ricchi insensati, e di conseguenza adulatore e, caratteristica legata a queste due, schernitore, gli consigliò di assumere dei letterati per raccattare gli avanzi della mensa. Quando Sabino disse che ogni servo gli costava centomila sesterzi, ribatté: "A minor prezzo avresti comprato altrettante casse di libri." Egli, tuttavia, riteneva di saperne più di qualunque altro in casa sua. 8 Questo stesso Satellio cominciò a incitarlo a praticare la lotta, benché fosse malato, pallido e gracile. E quando Sabino gli rispose: "E in che modo potrei farlo? A stento mi reggo in piedi." "Non dire così, ti prego," gli disse, "non vedi quanti servi forti hai?" La saggezza non si prende in prestito, e nemmeno si compra; e ritengo che se anche fosse in vendita, non si troverebbero compratori: la stupidità, invece, si compra quotidianamente.

9 Ma prendi ormai quanto ti devo e arrivederci. "La povertà regolata secondo le leggi della natura è ricchezza." Lo dice spesso Epicuro ora in un modo, ora nell'altro, ma non si ripete mai troppo quello che non si impara mai abbastanza; a qualcuno bisogna indicare i rimedi, ad altri bisogna inculcarli. Stammi bene.

 

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1 Pensi che sia capitato solo a te e ti stupisci come di un fatto inaudito, perché, pur avendo viaggiato a lungo e in tanti posti diversi, non ti sei scrollato di dosso la tua tristezza e il tuo malessere spirituale? Devi cambiare animo, non cielo. Attraversa pure il mare, lascia, come dice il nostro Virgilio, che

Scompaiano terre e città, all'orizzonte,

i tuoi vizi ti seguiranno dovunque andrai. 2 Socrate, a un tale che si lagnava per la stessa ragione, disse: "Perché ti stupisci se viaggiare non ti serve? Porti in giro te stesso. Ti perseguitano i medesimi motivi che ti hanno fatto fuggire". A che possono giovare nuove terre? A che la conoscenza di città e posti diversi? Tutto questo agitarsi è vano. Chiedi perché questa fuga non ti sia di aiuto? Tu fuggi con te stesso. Deponi il peso dell'anima: prima di allora non ti andrà a genio nessun luogo. 3 Pensa che la tua condizione è simile a quella che il nostro Virgilio rappresenta nella profetessa esaltata, spronata e invasata da uno spirito non suo:

La profetessa si dimena tentando di scacciare il dio dalla sua anima.

Vai di qua e di là per scuoterti di dosso il peso che ti opprime e che diventa più gravoso proprio per questa tua agitazione; così in una nave il carico stabile grava di meno, mentre, se è sballottato qua e là in maniera diseguale, fa affondare il fianco su cui pesa. Qualunque cosa fai, si risolve in un danno per te e gli stessi continui spostamenti ti nuocciono: tu muovi un ammalato. 4 Ma quando avrai rimosso questo male, ogni cambiamento di sede diventerà piacevole. Anche se verrai esiliato in terre lontanissime o sarai trasferito in un qualsiasi paese barbaro, quel posto, comunque sia, ti sembrerà ospitale. Conta più lo stato d'animo che il luogo dove arrivi, perciò l'animo non va reso schiavo di nessun posto. Bisogna vivere con questa convinzione: non sono nato per un solo cantuccio, la mia patria è il mondo intero. 5 Se ti fosse chiaro questo concetto, non ti stupiresti che non ti serva a niente cambiare continuamente regione, perché sei stanco delle precedenti; ti sarebbe piaciuta già la prima, se le considerassi tutte come tue. Ora non viaggi, vai errando e ti lasci condurre e ti sposti da un luogo a un altro, mentre quello che cerchi, vivere serenamente, si trova dovunque. 6 C'è forse un posto più turbolento del foro? Anche qui, se è necessario, si può vivere tranquilli. Ma se potessimo decidere di noi stessi, fuggirei lontano anche dalla vista e dalla vicinanza del foro; come i luoghi insalubri minano anche una salute di ferro, così per uno spirito sano, ma non ancora perfetto e vigoroso, ci sono posti malsani. 7 Non sono d'accordo con quelli che si spingono in mezzo alle onde e prediligono una vita agitata e lottano ogni giorno animosamente con mille difficoltà. Il saggio dovrà sopportarle, non andarsele a cercare, e preferire la tranquillità alla lotta; non giova a molto essersi liberati dai propri vizi per poi combattere con quelli degli altri. 8 "Trenta tiranni," ribatti, "fecero pressione su Socrate, ma non poterono fiaccarne lo spirito." Che importa quanti siano i padroni? La schiavitù è una sola; se uno la disprezza, per quanti padroni abbia, è libero.

9 È tempo di finire, purché prima io paghi il pedaggio. "Aver coscienza delle proprie colpe è il primo passo verso la salvezza." A me pare che Epicuro abbia espresso un concetto molto giusto: se uno non sa di sbagliare, non vuole correggersi; devi coglierti in fallo, prima di correggerti. 10 Certi si gloriano dei propri vizi: e tu pensi che cerchi un rimedio chi considera virtù i suoi vizi? Perciò per quanto puoi, accùsati, fa' un esame di coscienza; assumi prima il ruolo di accusatore, poi di giudice, da ultimo quello di intercessore; e talvolta punisciti. Stammi bene.

 

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1 Mi chiedi notizie del nostro Marcellino e vuoi sapere che fa. Viene di rado a trovarmi, unicamente perché teme di sentirsi dire la verità; ma non corre questo pericolo; la verità bisogna dirla solo a chi è disposto ad ascoltarla. Perciò in genere ci si chiede se fosse giusto il comportamento di Diogene e degli altri Cinici che usavano una libertà indiscriminata e ammonivano chiunque capitasse a tiro. Che giova rimproverare le persone sorde o mute per natura o per malattia? 2 "Ma perché", ribatti, "dovrei risparmiare le parole? Non costano niente. Non posso sapere se gioverò all'individuo che ammonisco: so, però che se ammonisco molti potrò essere utile a qualcuno. Bisogna sempre tendere la mano: chi fa molti tentativi, prima o poi riesce a qualcosa." 3 Non credo, Lucilio mio, che un grande uomo debba agire così: la sua autorità diminuisce e non ha sufficiente peso su coloro che potrebbe correggere se fosse meno svilita. L'arciere non deve colpire il bersaglio di quando in quando, ma deve sbagliare solo di quando in quando; non è un'arte quella che arriva allo scopo per caso. La saggezza è un'arte: miri al sicuro, scelga chi può fare progressi, si allontani da quelli su cui non ha speranze, e tuttavia non rinunci sùbito e, anche in casi disperati, tenti rimedi estremi.

4 Ancora non dispero del nostro Marcellino; ancora si può salvare, purché gli si tenda sùbito la mano. C'è, però il pericolo che trascini con sé chi gliela porge; ha una grande forza d'ingegno, ma già rivolta al male. Correrò tuttavia, questo pericolo e mi arrischierò a mostrargli i suoi vizi. 5 Farà come al solito: ricorrerà a quelle facezie che riescono a far ridere anche chi sta piangendo e scherzerà dapprima su di sé, poi su di noi; anticiperà tutto quello che intendo dirgli. Frugherà nelle nostre scuole e rinfaccerà ai filosofi le elargizioni ricevute, le amanti, la ghiottoneria. 6 Mi mostrerà che uno ha commesso adulterio, un altro si è dato al bere, un terzo è a corte; mi segnalerà l'arguto filosofo Aristone, che dissertava di filosofia in lettiga - aveva scelto questo momento per svolgere il suo lavoro. Scauro, interrogato sulla sua setta di appartenenza, rispose: "Certo non è un peripatetico"; e Giulio Grecino, uomo insigne, cui fu chiesto cosa ne pensasse, disse: "Non posso risponderti perché non so come se la cavi a piedi", quasi gli avessero domandato un parere su un gladiatore che combatte dal carro. 7 Marcellino mi getterà in faccia questi ciarlatani che sarebbero stati più onesti se quella filosofia di cui fanno mercato l'avessero tralasciata. Ho, però deciso di sopportare le sue ingiurie: mi faccia pure ridere, io forse lo farò piangere, oppure, se continuerà a ridere, ne sarò contento, come si può esserlo di un male: almeno gli è capitato un genere di pazzia ilare. Ma questa ilarità non può durare a lungo: facci caso, vedrai le medesime persone ridere sfrenatamente e sfrenatamente andare in collera in breve tempo. 8 È mia intenzione avvicinarlo e mostrargli quanto varrebbe di più se valesse meno agli occhi della massa. Anche se non riuscirò a estirpare i suoi vizi, vi metterò un freno; non scompariranno del tutto, ma almeno cesseranno a intervalli; e forse potranno addirittura scomparire, se gli intervalli diventeranno un'abitudine. Non è un risultato da disdegnare: per gli ammalati gravi una pausa della malattia è quasi una guarigione.

9 Mentre io mi preparo a curarmi di lui, frattanto, tu che puoi, che sai da che cosa ti sei tirato fuori e quindi sei in grado di capire dove potrai arrivare, regola le tue abitudini, innalza lo spirito, stai saldo contro ciò che temi; non metterti a considerare quanti ti fanno paura. Se uno temesse la folla in un punto dove può passare solo una persona per volta non sembrerebbe stupido? Ugualmente non sono molti a poterti dare la morte, anche se molti te la minacciano. È una legge di natura: una sola persona ti ha dato la vita, una sola te la toglierà.

10 Se avessi un po' di rispetto, mi avresti condonato l'ultima rata; ma neppure io, arrivato alla fine dei miei debiti, voglio comportarmi da avaro e ti darò per forza quanto ti devo. "Non ho mai voluto piacere al popolo: il popolo non apprezza le cose che io so, e io non so le cose che apprezza il popolo." 11 "Chi ha scritto questa frase?" chiedi, come se non sapessi a chi do l'ordine di pagare. Epicuro; ma questo stesso concetto te lo esprimeranno a gran voce tutti insieme i filosofi di ogni scuola, peripatetici, accademici, stoici, cinici: se uno ama la virtù, come può piacere al popolo? Il favore popolare si ottiene con mezzi loschi. Devi renderti simile a loro: non ti apprezzeranno, se non ti riconosceranno uguale. Ma l'opinione che hai di te stesso è molto più importante dell'opinione altrui; solo con sistemi disonesti ci si può accattivare il favore dei disonesti. 12 Che cosa, dunque, ti potrà insegnare quella filosofia tanto lodata e preferibile a tutte le arti e a tutti i beni? Naturalmente a voler piacere a te stesso più che al popolo, a valutare i giudizi, ma non in base al numero, a vivere senza paura degli dèi e degli uomini, a vincere i mali o a mettervi un limite. Ma se vedrò che sei famoso per i giudizi favorevoli del popolo, se al tuo ingresso risuoneranno grida e applausi, onori da pantomimi, se in tutta la città faranno le tue lodi donne e ragazzi, perché non dovrei avere compassione di te? So qual è la strada che porta a questo genere di favore. Stammi bene.

 

LIBRO QUARTO

 

 

30

1 Ho visto Aufidio Basso, gran brava persona, mal ridotto e in lotta con l'età. Ma questa ormai pesa a tal punto su di lui da non permettergli più di riaversi; la vecchiaia gli sta addosso con tutto il suo tremendo peso. Sai che ha sempre avuto un fisico debole e smunto; a lungo l'ha sostenuto, anzi, per meglio dire, rabberciato: improvvisamente ha ceduto. 2 Quando una nave imbarca acqua, si tamponano ora l'una ora l'altra falla, ma se incomincia a cedere e ad aprirsi in più punti, non c'è rimedio per l'imbarcazione che si sfascia; allo stesso modo un fisico vecchio e debole si può tenere in piedi e puntellare fino a un certo punto. Quando tutte le commessure si aprono, come in un edificio marcio, e mentre ne ripari una, se ne spacca un'altra, bisogna cercare il modo di venirne fuori. 3 Tuttavia il nostro Basso ha uno spirito vivace: questo ti dà la filosofia: essere sereno di fronte alla morte, forte e addirittura lieto indipendentemente dalle condizioni fisiche, e non cedere anche se le forze non reggono più. Un pilota abile naviga pure se la velatura è a brandelli e, se ha perso le sartie, segue ugualmente la rotta con quel che resta della nave. Così fa il nostro Basso e guarda alla sua fine con quello spirito e quel volto che apparirebbero eccessivamente tranquilli persino per uno che guardasse la morte di un altro. 4 È questa, Lucilio mio, una lezione importante, che va imparata e meditata a lungo: andarsene con animo sereno, quando si avvicina l'ora fatale. Altri generi di morte non escludono una speranza di salvezza: una malattia può finire, un incendio si può spegnere, a volte un crollo ha lasciato incolumi persone che pareva dovesse schiacciare; il mare ha gettato sulla riva sani e salvi i naufraghi con la stessa violenza con cui li aveva inghiottiti; il soldato ha ritirato la spada proprio dal collo della vittima; ma se uno lo trascina a morte la vecchiaia, non ha nessuna speranza: solo a essa non ci si può opporre. Nessun tipo di morte è più dolce, ma neppure più lunga. 5 Mi sembrava quasi che il nostro Basso assistesse ai suoi funerali e alla sua sepoltura, e continuasse poi a vivere come fosse superstite a se stesso, sopportando con saggezza la propria perdita. Parla molto della morte e si dà da fare per persuaderci che, se questa faccenda è spiacevole e terribile, la colpa è di chi muore, non della morte; in essa non c'è dolore, come non ce n'è dopo. 6 Se uno teme disgrazie che poi non subirà, è pazzo quanto chi teme una cosa che non potrà avvertire. Oppure qualcuno crede che sentirà la morte, quando, invece, per merito suo non sentiremo più niente? "Quindi," egli conclude, "la morte è così al di fuori da ogni male da essere al di fuori anche da ogni paura di mali." 7 Questi concetti li hanno ripetuti spesso e spesso devono essere ripetuti, lo so bene; ma io non ne ho tratto mai tanto giovamento a leggerli o ad ascoltarli da persone che sostenevano che non si deve temere la morte, e ne erano lontane: Basso, invece, parla della fine ormai vicina e le sue parole sono per me autorevolissime. 8 Ti dirò come la penso: se uno si trova in punto di morte ha, secondo me, più coraggio di chi è prossimo alla morte. La morte imminente, infatti, ha dato anche a uomini ignoranti la forza di affrontare l'inevitabile; così il gladiatore, pieno di paura per tutto il combattimento, offre la gola all'avversario e dirige contro di sé la spada esitante. Ma quando la morte è vicina e destinata ad arrivare in ogni caso, richiede una fermezza d'animo tenace che è piuttosto rara e la può dimostrare solo il saggio. 9 Perciò ascoltavo molto volentieri Basso, come se egli esprimesse un giudizio sulla morte e ne indicasse la vera natura, quasi l'avesse osservata più da vicino. Tu crederesti di più, io penso, e attribuiresti maggior peso a uno che resuscitasse e ti dicesse per sua esperienza che nella morte non c'è nessun male: il turbamento che porta l'avvicinarsi della morte, potrebbero spiegartelo benissimo quelli che le sono stati vicini, l'hanno vista arrivare e l'hanno accolta. 10 Tra costoro metti Basso che ci ha voluto liberare dall'errore. Temere la morte, dice, è da stupidi come temere la vecchiaia; la vecchiaia segue l'adolescenza, e la morte la vecchiaia. Se uno non vuole morire, non vuole vivere: la vita ci è stata data con la condizione della morte; noi avanziamo verso di essa. Perciò è da pazzi temerla: solo gli eventi dubbi si temono, quelli certi si aspettano. 11 La morte è una necessità uguale per tutti e invincibile: e nessuno può lamentarsi di essere in una situazione comune a tutti. Condizione prima della giustizia è l'uguaglianza. Ma ora è superfluo difendere la natura che ha voluto per noi una legge analoga alla sua: essa distrugge tutto ciò che ha formato e riforma quanto ha distrutto. 12 Se a uno è capitato che la vecchiaia lo allontani lentamente dalla vita, senza strapparlo all'improvviso, ma sottraendovelo a poco a poco, non deve ringraziare tutti gli dèi? Ormai sazio viene condotto a quel riposo necessario all'uomo e gradito a chi è stanco. Tu lo vedi: certi desiderano la morte e con più intensità di quanto solitamente si chiede la vita. Non so se ci infonde più coraggio chi implora la morte o chi l'aspetta lieto e sereno: quel desiderio nasce talvolta da furore o da sdegno improvviso, mentre questa tranquillità deriva da una valutazione ponderata. Qualcuno va incontro alla morte pieno d'ira: solo chi vi si è preparato a lungo, ne accoglie lieto l'arrivo.

13 Confesso di essere andato piuttosto di frequente da quest'uomo, a me caro per moltissimi motivi, per vedere se lo avrei trovato ogni volta nella stessa disposizione di spirito, o se insieme alla forza fisica diminuisse il suo vigore spirituale; ma questo cresceva in lui come l'esultanza degli aurighi diventa più evidente quando, al settimo giro, si avvicinano alla vittoria. 14 Egli, seguendo gli insegnamenti di Epicuro, diceva di sperare prima di tutto che non ci fosse nessuna sofferenza in quell'anelito supremo; e se poi c'era, il fatto stesso che fosse di breve durata rappresentava già un grande sollievo: nessun dolore intenso dura a lungo. Ma anche al momento del distacco dell'anima dal corpo, nel caso fosse doloroso, lo avrebbe aiutato il pensiero che dopo quella sofferenza non avrebbe più potuto soffrire. Non dubitava, poi, che la sua anima senile fosse a fior di labbra e che si sarebbe staccata dal corpo senza grande violenza. "Il fuoco, quando si propaga a materiali infiammabili, bisogna spegnerlo con l'acqua, e a volte demolendo tutto; se gli manca alimento si estingue da solo." 15 Mio caro, queste parole le ascolto volentieri, non perché mi siano nuove, ma perché mi mettono di fronte alla realtà. E dunque? Non ho visto molti togliersi la vita? Sì, li ho visti, ma per me ha più valore chi arriva alla morte senza odiare la vita, e la accoglie, senza tirarsela addosso. 16 Basso sosteneva poi che quel tormento noi lo sentiamo per colpa nostra, perché ci lasciamo prendere dal panico quando crediamo che la morte ci sia vicina: ma la morte è vicina a ognuno, pronta a ghermirci in ogni luogo e in ogni momento. "Quando ci sembra che si avvicini un pericolo di morte," diceva, "consideriamo quanto ci sono più vicini altri pericoli di cui non abbiamo paura." 17 Un tale era minacciato di morte da un suo nemico e invece è morto prima di indigestione. Se vorremo analizzare le cause dei nostri timori, ne troveremo alcune reali, altre apparenti. Noi non temiamo la morte, temiamo il pensiero della morte; dalla morte siamo sempre ugualmente lontani. Così se va temuta, va temuta sempre: non c'è momento della vita che ne sia privo.

18 Ma temo che lettere tanto lunghe tu finisca per odiarle più della morte. Perciò concludo: tu, però alla morte pensaci sempre per non temerla mai. Stammi bene.

 

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1 Riconosco il mio Lucilio: comincia a mostrarsi quale aveva promesso: tu hai calpestato i beni cari alla massa e ti sei diretto alle più alte forme di bene: persevera in quel tuo slancio. Non desidero che tu divenga più grande o migliore di quanto hai cercato di essere. Hai fondamenta solide e ampie: realizza quanto hai tentato e metti in atto i tuoi propositi. 2 In breve, raggiungerai la saggezza, se ti tapperai le orecchie; ma chiuderle con la cera è poco: Ulisse, raccontano, l'adoperò per i suoi compagni: per te occorre un tappo più efficace. Le voci che egli temeva erano lusingatrici, ma isolate: queste che dobbiamo temere noi, invece, non risuonano da un solo scoglio, ma da ogni angolo della terra. Non devi oltrepassare un unico luogo sospetto per i suoi insidiosi piaceri, ma tutte le città. Fa' il sordo anche con le persone che ti amano di più: ti augurano il male nonostante le loro buone intenzioni. E se vuoi essere felice, prega gli dèi che non ti capiti niente di quanto esse desiderano. 3 Non sono veri beni quelli che costoro vogliono si accumulino in te: uno solo è il bene, causa e fondamento della felicità: la fiducia in se stessi. Ma non la si può ottenere se non si è indifferenti all'attività e la si annovera fra le cose che non sono né buone, né cattive: non è possibile che una stessa cosa un po' sia un male, un po' sia un bene, un po' leggera e tollerabile, un po' terrificante. 4 L'attività non è un bene: ma allora che cos'è il bene? L'indifferenza all'attività. Disapproverei, perciò quelli che si danno da fare inutilmente. Se uno, invece, indirizza i suoi sforzi a obiettivi onesti, quanto più si applica senza lasciarsi vincere o concedersi riposo, lo ammirerò e gli griderò: "Fatti animo, alzati, tira un bel respiro e supera questo pendio, se puoi, tutto d'un fiato." 5 L'attività nutre gli animi generosi. Non è, dunque, il caso che tu decida le tue aspirazioni, i tuoi desideri in base a quel vecchio voto dei tuoi genitori; è vergognoso per un uomo che è passato ormai attraverso tutti i più alti incarichi importunare ancora gli dèi. Che bisogno c'è di preghiere? Renditi felice da solo; e ci riuscirai, se avrai capito che i beni sono quelli cui si unisce la virtù, i mali quelli cui si unisce il vizio. Niente risplende se non è impregnato di luce, niente è oscuro se non ciò che sta nelle tenebre o riceve su di sé un'ombra; niente è caldo senza l'intervento del fuoco e niente è freddo senza l'aria; così l'associazione con la virtù o con il vizio rende le azioni oneste o disoneste. 6 Cos'è, dunque, il bene? La conoscenza della realtà. Che cos'è il male? L'ignoranza. Il saggio, artefice della sua vita, respinge o sceglie ogni cosa secondo le circostanze; ma se ha un animo grande e indomito, non teme quello che respinge, e non guarda con ammirazione ciò che sceglie. Non voglio che tu ti arrenda o ceda. Non rifiutare l'attività è poco: devi cercarla. 7 "Come?" ribatti. "Non è un male l'attività vana e superflua, motivata da cause meschine?" Non più di quella che impieghiamo in belle azioni, poiché è la stessa tenacia dello spirito che si incita a imprese ardue e difficili e dice: "Perché desisti? Non è virile temere il sudore." 8 E perché la virtù sia perfetta, bisogna che a tutto questo si aggiunga uniformità di pensiero e un tenore di vita sempre coerente a se stesso, e ciò è impossibile se manca la conoscenza della realtà e la scienza dei problemi umani e divini. Questo è il sommo bene; e se lo raggiungi, cominci a essere compagno degli dèi, non loro supplice. 9 "Come vi si arriva?" domandi. Non attraversando le Alpi Pennine o Graie, o i deserti della Candavia; non devi affrontare le Sirti, Scilla o Cariddi, che hai, però dovuto passare per guadagnarti la tua piccola carica: la strada è sicura, piacevole e la natura ti ha preparato ad essa. Ti ha dato qualità che, sfruttate, ti innalzeranno alla pari di un dio. 10 Il denaro, invece, non potrà fare altrettanto: dio non possiede niente. E non lo potrà la toga pretesta: dio non ha veste. Neppure la fama o il metterti in mostra o la notorietà del tuo nome fra le genti: nessuno conosce dio; molti lo giudicano male e impunemente. E nemmeno una turba di servi che porti la tua lettiga per le strade urbane ed extraurbane: dio, che è l'essere più grande e più potente, porta lui l'universo. Neppure la bellezza e la forza possono renderti felice: non resistono alla vecchiaia. 11 Bisogna cercare un bene che non si guasti giorno per giorno, che non conosca ostacoli. Qual è? Lo spirito, ma deve essere retto, onesto, grande. E come altro puoi chiamarlo, se non un dio che dimora nel corpo umano? Uno spirito simile può trovarsi sia in un cavaliere romano, che in un liberto o in uno schiavo. Cosa sono, infatti, un cavaliere romano, un liberto, uno schiavo? Nomi nati dall'ambizione o dall'ingiustizia. È possibile arrivare al cielo anche da un cantuccio: innalzati

e rendi anche te degno di un dio.

Ma non potrai farlo con l'oro o con l'argento; non si può da questi metalli tirar fuori un'immagine simile alla divinità; pensa che gli dèi, quando ci erano propizî, erano fatti di creta. Stammi bene.

 

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1 Indago su di te e da tutti quelli che vengono da codesta regione cerco di sapere che cosa fai, dove e con chi passi il tuo tempo. Non puoi ingannarmi: ti sono vicino. Comportati come se io potessi sentire, anzi, vedere quello che fai. Vuoi sapere che cosa mi è più gradito di quello che sento su di te? Il fatto che non sento niente, che la maggior parte di quanti interrogo non sanno che cosa fai. 2 La cosa migliore è non avere rapporti con chi non è simile a noi e ha aspirazioni diverse. Sono, però convinto che non sia possibile fuorviarti e che rimarrai saldo nei tuoi propositi, anche se ti circonda una massa di gente che cerca di corromperti. E allora? Non temo che ti cambino, temo solo che ti siano di ostacolo. Anche chi provoca ritardi danneggia molto, soprattutto perché la vita è tanto breve, e noi la rendiamo ancòra più breve con la nostra incostanza, ricominciandola di continuo ora in un modo, ora in un altro: la riduciamo in pezzi e la laceriamo. 3 Affrettati, dunque, Lucilio carissimo, e pensa quanto andresti più veloce, se il nemico ti incalzasse alle spalle, se temessi l'arrivo della cavalleria sulle tracce dei fuggiaschi. Succede proprio questo: ti inseguono; affretta il passo e fuggi, mettiti al sicuro e considera come è bello portare a compimento la vita prima che sopraggiunga la morte e poi aspettare serenamente il tempo che rimane, non chiedendo niente per sé, nel possesso di un'esistenza felice, che più felice non diventa, se dura più a lungo. 4 Quando arriverà quel giorno in cui ti renderai conto che del tempo non ti importa, in cui sarai tranquillo e sereno, incurante del domani e ormai completamente pago di te stesso! Vuoi sapere che cosa rende gli uomini avidi del futuro? Nessuno appartiene a se stesso. I tuoi genitori hanno desiderato ben altro per te; io, invece, desidero che tu disprezzi tutti quei beni che loro ti augurano in abbondanza. I loro voti spogliano molti altri per arricchire te; tutto ciò che vogliono darti, bisogna toglierlo a qualcuno. 5 Io ti auguro, invece, di avere il possesso di te stesso in modo che la tua mente, travagliata da pensieri volubili, trovi riposo e certezze, che sia soddisfatta di sé e, riconosciuti i beni veri, che si possiedono non appena si riconoscono, non desideri una vita più lunga. Se uno vive dopo aver portato a compimento la propria vita, ha ormai superato tutte le necessità ed è completamente libero da ogni vincolo. Stammi bene.

 

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1 Tu vuoi che anche in queste lettere, come nelle precedenti, io aggiunga qualche massima dei nostri maestri. Essi non si sono occupati di sentenze: l'intero ordito delle loro opere è pieno di vigore. Sappi che c'è disuguaglianza dove si notano concetti che spiccano sugli altri. Non può essere oggetto di ammirazione un solo albero, quando tutto il bosco è cresciuto alla stessa altezza. 2 Di frasi simili sono pieni anche i poemi e le storie. Pertanto non voglio che tu ascriva ad Epicuro quelle massime: appartengono a tutti e soprattutto a noi Stoici, ma in lui si notano di più perché compaiono raramente, inaspettate, e poi perché queste espressioni virili sorprendono pronunciate da un uomo che professa la mollezza. Così crede la maggior parte della gente: secondo me Epicuro è virile anche se indossa una veste da donna; la fortezza, l'operosità e uno spirito battagliero si possono trovare tanto nei Persiani, quanto negli uomini che vestono abiti succinti. 3 Non c'è, quindi, motivo che tu chieda massime scelte e ripetute: nella nostra scuola è continuo quel pensiero che negli altri filosofi è espresso qua e là. Non abbiamo pertanto merce che dà nell'occhio, e non inganniamo il compratore: chi entra troverà solo gli articoli in mostra all'esterno: gli lasciamo scegliere un campione dove vuole. 4 Immagina che noi vogliamo selezionare da tutto l'insieme singole massime: a chi le attribuiremo? A Zenone, a Cleante, a Crisippo, a Panezio, a Posidonio? Non siamo sotto un monarca: ciascuno rivendica i propri diritti. Presso gli Epicurei, invece, ciò che ha detto Ermarco o Metrodoro, è riportato a uno solo; e il pensiero che qualcuno ha espresso in quella scuola, è stato espresso sotto la guida e gli auspici di uno solo. Noi non possiamo, sostengo, anche se lo tentassimo, da una così grande quantità di concetti dello stesso valore, enuclearne qualcuno:

È il povero che conta le sue pecore.

Dovunque volgerai lo sguardo, ti capiteranno sotto gli occhi pensieri che potrebbero spiccare se non fossero letti in mezzo ad altri di uguale importanza. 5 Abbandona, perciò la tua speranza di poter gustare per sommi capi l'ingegno degli uomini più grandi: devi esaminarlo e considerarlo nella sua totalità. Il pensiero si svolge con continuità e l'opera dell'ingegno è concatenata nelle sue linee fondamentali: niente può essere tolto senza che l'insieme crolli. Non dico che non si debbano prendere in considerazione le membra una per una, purché non si perda di vista l'individuo: non è bella la donna di cui si lodano le gambe o le braccia, ma quella la cui bellezza nel suo insieme distoglie dall'ammirare le singole parti. 6 Tuttavia, se lo chiederai, non mi comporterò con te meschinamente, ma darò a piene mani; da ogni parte c'è grande abbondanza di massime: basta prenderle, non occorre raccoglierle. Non compaiono di tanto in tanto, ma fluiscono a profusione; sono continue e concatenate. Servono molto, non ne dubito, alle persone ancòra incolte la cui attenzione è solo esteriore: singoli concetti circoscritti e racchiusi nella misura di un verso rimangono impressi più facilmente. 7 Perciò ai fanciulli facciamo imparare a memoria le massime e quelle che i greci chiamano chreiai perché l'intelligenza infantile arriva a comprenderle, mentre non è ancòra in grado di recepire concetti più complessi. Per un uomo maturo è una vergogna cercare di cogliere fiorellini e puntellarsi con pochissime massime, le più famose, basandosi sulla memoria: deve ormai appoggiarsi su se stesso. Concetti del genere li esprima con parole sue e non stia a impararli a memoria. È riprovevole per un vecchio o per uno ormai prossimo alla vecchiaia avere una cultura antologica: "Questo l'ha detto Zenone"; e tu, cosa dici? "Questo Cleante"; e tu? Fino a quando ti muoverai sotto la guida di un altro? Prendi il comando e pronuncia frasi che meritino di essere imparate a memoria, tira fuori anche qualcosa di tuo. 8 Tutti costoro, mai autori, sempre interpreti, nascosti all'ombra degli altri, non nutrono, secondo me, sentimenti magnanimi e non hanno mai osato fare una buona volta quello che per tanto tempo hanno imparato. Hanno esercitato la memoria su concetti di altri; ma una cosa è ricordare, un'altra sapere. Ricordare è conservare i concetti affidati alla memoria; sapere, invece, è far propri i concetti senza dipendere dai modelli e senza guardare sempre al maestro. 9 "Questo l'ha detto Zenone, questo Cleante." Deve esserci una differenza fra te e il libro. Fino a quando imparerai? Ormai è tempo anche di insegnare. Perché dovrei stare a sentire una cosa che posso leggere? "A viva voce le idee risultano molto più efficaci", ribatti. Non se si prendono a prestito da altri le parole e si funge da segretari. 10 Inoltre costoro, che non si rendono mai autonomi, seguono le teorie dei filosofi precedenti anche per questioni sulle quali tutti gli altri si sono dissociati e poi per quelle su cui ancòra si discute. Non scopriremo mai niente, se ci accontentiamo delle scoperte già fatte. Inoltre, se uno segue le orme di un altro, non trova niente, anzi neppure cerca. 11 E allora? Non dovrò seguire le orme di chi mi ha preceduto? Certo posso percorrere la vecchia strada, ma se ne troverò una più corta e più piana, cercherò di aprirla. Quegli uomini che hanno suscitato questi problemi prima di noi non sono i nostri padroni, ma le nostre guide. La verità è aperta a tutti; nessuno se n'è ancòra impossessato; gran parte di essa è stata lasciata anche ai posteri. Stammi bene.

 

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1 Mi sento fiero ed esulto; mi scuoto di dosso la vecchiaia e riprendo l'antico ardore tutte le volte che da quello che fai e scrivi capisco quanto hai superato te stesso - la massa l'hai lasciata indietro già da tempo. Se l'agricoltore è contento quando un albero produce i suoi frutti, se il pastore gioisce per i piccoli nati nel gregge, se ognuno guardando il figlio considera la sua giovinezza come propria, cosa pensi che senta chi ha educato un carattere, l'ha plasmato ancòra tenero, e all'improvviso lo vede maturo? 2 Ti dichiaro mio; sei opera mia. Quando ho capito la tua indole, ti ho preso sotto la mia tutela, ti ho esortato, spronato, non ho lasciato che tu avanzassi lentamente, ma ti ho incitato in continuazione; ed ora faccio lo stesso, ma ti sprono quando tu già stai correndo e mi esorti a tua volta. 3 "Che dici?" obietti. "Finora ho solo dato prova di buona volontà." Questo è già moltissimo e non nel senso banale di "chi ben comincia è alla metà dell'opera." È una questione morale; pertanto gran parte della bontà consiste nel volere diventar buoni. Sai chi definisco buono? L'individuo perfetto, completo, che nessuna forza, nessuna necessità può rendere malvagio. 4 Prevedo che diventerai così, se sarai perseverante e tenace e farai in modo che tutti i tuoi atti e le tue parole siano coerenti, consonanti e abbiano un'unica impronta. Non è onesto l'animo dell'uomo, le cui azioni non concordino. Stammi bene.

 

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1 Quando ti chiedo con tanta insistenza di dedicarti allo studio, lo faccio nel mio interesse. Voglio avere un amico, ma questa fortuna non mi può toccare, se tu non continui, come hai cominciato, a perfezionare te stesso. Ora mi ami, ma non sei un amico. "Come? Sono due cose diverse?" Certamente, anzi dissimili. Chi è amico ama, ma chi ama non sempre è un amico; e pertanto l'amicizia giova sempre, l'amore, invece, può a volte anche nuocere. Cerca di fare progressi se non altro almeno per imparare ad amare veramente. 2 Sbrigati, dunque, in modo che i tuoi progressi giovino a me e tu non debba imparare per un altro. Io ne raccolgo già i frutti, quando mi immagino che noi saremo un'anima sola e il vigore che se n'è andato con l'età mi verrà dai tuoi anni, sebbene non ci sia tra noi molta differenza; ma voglio essere soddisfatto anche di come stanno le cose ora. 3 Dalle persone che amiamo, se pure sono lontane, ci viene una gioia, lieve però e caduca: la vista, la presenza, i rapporti diretti danno un vivo piacere, soprattutto se abbiamo davanti, non solo la persona che vogliamo, ma come la vogliamo. Vieni, dunque, da me, mi farai un grande regalo e, per essere più pronto, pensa che tu sei mortale e io vecchio. 4 Affréttati verso di me, ma prima ancora verso di te. Cerca di migliorare e innanzi tutto preoccupati di essere coerente con te stesso. Ogni volta che vuoi constatare se hai fatto qualche progresso, considera se oggi vuoi le stesse cose di ieri: un cambiamento di volontà indica che l'animo ondeggia e compare ora da una parte ora dall'altra, come lo porta il vento. Se una cosa è salda e ha buone fondamenta, non va qua e là, e questa è una caratteristica del perfetto saggio e, in certa misura, anche di chi avanza e fa progressi. Dunque, che differenza c'è fra i due? Quest'ultimo, è scosso, tuttavia non si muove, ma vacilla sulla sua posizione. Il saggio non è neppure scosso. Stammi bene.

 

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1 Esorta il tuo amico a disprezzare orgogliosamente quelli che lo criticano perché ha scelto una vita umbratile e ritirata, perché ha lasciato la sua brillante posizione e, pur potendo arrivare più in alto, ha anteposto a tutto la tranquillità; mostri loro ogni giorno come abbia fatto utilmente il proprio interesse. Gli uomini oggetto di invidia sono destinati a scomparire: alcuni verranno eliminati, altri cadranno. La prosperità è inquieta; si tormenta da sé. Essa sconvolge la mente in svariati modi: eccita gli uomini a passioni diverse: gli uni alla sete di potere, gli altri alla lussuria; rende tronfi i primi, snerva e svigorisce completamente i secondi. 2 "Ma qualcuno la regge bene." Sì, come il vino. Perciò non farti convincere da costoro che è felice chi è assediato da molte persone: corrono da lui come a una sorgente d'acqua che esauriscono e intorbidano. "Lo chiamano buono a nulla e inetto." Sai che certe persone parlano a rovescio e dànno alle parole il significato opposto. Lo definivano felice: e allora? Lo era veramente? 3 E non mi preoccupo neppure del fatto che secondo alcuni è troppo duro e severo. Aristone diceva di preferire un giovane austero a uno allegro e gradito alla folla; diventa un buon vino quello che, nuovo, sembrava acerbo e aspro; mentre il vino gradevole già nella botte non regge all'invecchiamento. Lascia che lo definiscano triste e nemico dei propri successi: quando sarà vecchio la sua stessa tristezza si rivelerà positiva, purché perseveri nel coltivare la virtù e si imbeva di studi liberali, non quelli con cui è sufficiente bagnarsi, ma questi in cui bisogna immergere lo spirito. 4 Il tempo di imparare è questo. "Come? C'è un tempo in cui non bisogna imparare?" No; ma, mentre è giusto studiare a qualsiasi età, non lo è andare sempre a scuola. È vergognoso e ridicolo che un vecchio sia ancòra alle nozioni elementari: il giovane deve prepararsi, il vecchio deve mettere a profitto. Farai, quindi, una cosa a te molto utile se renderai il tuo amico il migliore possibile; i benefici che si devono chiedere ed elargire, dicono, appartenenti senza dubbio alla categoria più alta, sono quelli che è utile sia fare che ricevere. 5 Infine, costui non è più libero: ha dato la sua parola; ed è meno disonesto fallire ai danni di un creditore, che deludere una buona speranza. Il commerciante ha bisogno di una navigazione propizia per saldare i suoi debiti, l'agricoltore della fertilità del terreno che coltiva e di un clima favorevole: il tuo amico, invece, può pagare con la sola volontà il suo debito: la fortuna non vanta nessun diritto nella sfera morale. 6 Regoli la sua condotta in modo che il suo spirito giunga alla perfezione in tutta tranquillità, senza fare caso a ciò che gli viene tolto o aggiunto, mantenendo, però sempre lo stesso atteggiamento comunque vadano le cose: se gli aumenteranno i beni graditi alla massa, se ne sentirà al di sopra; se la sorte gliene toglierà una parte o tutti, non si sentirà sminuito.

7 Se fosse nato tra i Parti, già da fanciullo imparerebbe a tendere l'arco; se fosse nato in Germania, fin da piccolo scaglierebbe l'asta flessibile; se fosse vissuto ai tempi dei nostri avi, avrebbe imparato a cavalcare e a colpire il nemico combattendo corpo a corpo. È il modo di vivere della propria gente a consigliare e a imporre ai singoli queste attività. 8 Su che cosa, dunque, deve riflettere il tuo amico? Su quello che serve contro ogni arma, contro ogni genere di nemici: il disprezzo della morte; essa ha in sé qualcosa di terribile, che affligge il nostro spirito per natura amante di se stesso: nessuno lo mette in dubbio; non sarebbe necessario prepararsi ed esercitarsi a un evento verso il quale andassimo per impulso volontario, così come tutti sono portati alla propria conservazione. 9 Nessuno impara a starsene tranquillamente, se necessario, sopra un letto di rose, ma cerca di abituarsi a non cedere ai tormenti, a vegliare a difesa delle fortificazioni, in caso di bisogno, stando in piedi, talvolta anche ferito, e a non appoggiarsi al giavellotto, perché spesso il sonno sorprende chi si appoggia a un sostegno. La morte non provoca nessun danno; altrimenti dovrebbe esserci qualcosa che subisce questo danno. 10 Se desideri tanto una vita più lunga, pensa che nessuno degli esseri che spariscono al nostro sguardo e si nascondono in seno alla natura, da dove sono usciti e presto usciranno di nuovo, si consuma: ogni cosa finisce, ma non si annienta; la morte che tanto temiamo e rifiutiamo, interrompe la vita, non la elimina; verrà di nuovo il giorno che ci riporterà alla luce, ma molti lo rifiuterebbero se non tornassero ormai dimentichi del passato. 11 In seguito ti spiegherò più scrupolosamente come tutto ciò che sembra finire, in realtà muta. Siamo destinati a tornare, e dobbiamo, perciò uscire serenamente dalla vita. Osserva il corso delle cose che ritornano in se stesse: vedrai che nulla a questo mondo si estingue, ma alternativamente declina e risorge. L'estate se n'è andata, ma l'anno venturo la ricondurrà con sé; l'inverno è finito, lo riporteranno i mesi che gli sono propri; la notte ha oscurato il sole, ma sùbito il giorno la scaccerà a sua volta. Gli astri ripercorrono nella loro corsa gli spazi già attraversati; di continuo una parte del cielo si solleva, una parte sprofonda.

12 Concludo, ma voglio aggiungere ancora una cosa: gli infanti, i fanciulli, i pazzi non temono la morte; e allora è proprio vergognoso che la ragione non sia in grado di darci quella serenità interiore a cui porta l'assenza di raziocinio. Stammi bene.

 

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1 Hai promesso di essere un uomo virtuoso, ti sei impegnato con un giuramento: e questo è il vincolo più grande per arrivare alla saggezza. Se uno ti dicesse che è un'impresa facile e agevole, ti schernirebbe. Non voglio che tu sia ingannato. Le parole di questo giuramento, che è il più onorevole, e di quello dei gladiatori, che è il più disonorevole, sono identiche: "Sopportare il fuoco, le catene e la morte di spada." 2 Dai gladiatori che prestano le loro mani all'arena e mangiano e bevono quanto dovranno restituire col sangue, si esige che sopportino questi tormenti anche controvoglia: da te, che tu lo faccia volontariamente e di buon grado. A loro è concesso abbassare le armi e invocare la pietà del popolo: tu non potrai arrenderti, e neppure chiedere grazia della vita; devi morire in piedi e invitto. A che serve, poi, guadagnare pochi giorni o pochi anni? Siamo nati per combattere a oltranza. 3 "E come me la caverò?" chiedi. Non puoi sfuggire al destino, puoi solo vincerlo.

Ci si apre la strada con la forza,

e questa strada te la indicherà la filosofia. Volgiti a essa, se vuoi essere salvo, sereno, felice, e infine, se vuoi essere, e questo è il massimo, libero; non si può diventarlo in altro modo. 4 La stoltezza è cosa meschina, ignobile, sordida, da schiavi, soggetta a molte, violentissime passioni. La saggezza, l'unica vera libertà, allontana da te dei padroni tanto gravosi, che comandano un po' alternativamente, un po' tutti insieme. E alla saggezza porta un'unica via e diritta; non puoi sbagliare; avanza con passo sicuro. Se vuoi sottomettere a te ogni cosa, sottomettiti alla ragione; farai da guida a molti se la ragione farà da guida a te. Da essa imparerai che cosa devi intraprendere e in che modo; non ti imbatterai inaspettatamente negli eventi. 5 Tu non puoi citarmi nessuno che sappia come ha cominciato a volere le cose che vuole: non vi è giunto di proposito, vi è capitato seguendo un impulso. La fortuna ci viene incontro tanto spesso quanto noi andiamo incontro a lei. È vergognoso non avanzare, ma essere trascinati e, trovandosi improvvisamente in mezzo alla tempesta degli eventi, chiedersi stupiti: "Come sono arrivato a questo punto?" Stammi bene.

 

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1 È giusta la tua richiesta di intensificare questo nostro carteggio. Una conversazione alla buona giova moltissimo, poiché si insinua nell'anima a poco a poco: le dissertazioni preparate ed esposte alla presenza del pubblico hanno più risonanza, ma sono meno familiari. La filosofia è un buon consiglio: e nessuno dà consigli ad alta voce. A volte bisogna ricorrere anche a quelle così dette "concioni", quando bisogna stimolare una persona incerta; quando, però lo scopo non è di ottenere che voglia imparare, ma che impari, bisogna ricorrere a queste parole più sommesse. Penetrano e rimangono impresse con maggiore facilità; e non ne occorrono molte, purché siano efficaci. 2 Bisogna spargerle come un seme, che, per quanto minuscolo, se cade nel terreno adatto, sprigiona le sue forze e da piccolissimo si dilata fino a raggiungere il massimo sviluppo. Lo stesso fa la ragione: se osservi, non appare grande: cresce nell'agire. Sono poche le cose che si dicono, ma se l'animo le accoglie bene, acquistano vigore e si sviluppano. I precetti, a mio parere, sono come i semi: danno grossi risultati, eppure sono piccola cosa. Come ho detto, però occorre che li afferri e li assorba una mente adatta; essa a sua volta produrrà molti frutti e darà più di quanto ha ricevuto. Stammi bene.

 

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1 Ti preparerò senz'altro gli appunti che mi chiedi, ordinati con cura e brevi; bada, però, che il sistema abituale non sia più utile di questo che ora comunemente si chiama breviarium e che un tempo, quando parlavamo un buon latino, si chiamava summarium. Il primo metodo serve di più a chi impara, il secondo a chi già sa; l'uno insegna, l'altro richiama alla memoria. Ma di entrambi te ne farò avere in abbondanza. Tu non devi chiedermi questo o quell'autore: solo chi è sconosciuto presenta un garante. 2 Ti scriverò ciò che vuoi, ma a modo mio; intanto hai a disposizione molti scrittori; non so, però se le loro opere sono abbastanza ordinate. Prendi in mano l'elenco dei filosofi: già questo ti costringerà a scuoterti, vedendo quanti hanno faticato per te. Desidererai essere anche tu uno di loro; la qualità migliore di un animo generoso è l'istinto al bene. Nessun uomo di spirito elevato si compiace di cose abiette e sordide: lo attira e lo esalta la bellezza delle cose grandi. 3 La fiamma si leva diritta, non può stare distesa o abbassarsi, come non può rimanere ferma; così il nostro spirito è sempre in movimento, ed è più mobile e attivo quanto maggiore sarà il suo impeto. Ma beato l'uomo che ha rivolto questo slancio al meglio: si sottrarrà al dominio e al potere della sorte; sarà moderato nella prosperità, attenuerà le sventure e disdegnerà quanto gli altri ammirano. 4 Un animo grande disprezza la grandezza e preferisce la moderazione agli eccessi; quella è utile e vitale, questi, invece, nuocciono, proprio perché sono superflui. Un'eccessiva fertilità danneggia le messi; i rami si spezzano per il peso; una soverchia fecondità non arriva alla maturazione. Così capita anche allo spirito: una prosperità smodata lo fiacca e diventa dannosa non soltanto per gli altri, ma anche per lui stesso. 5 Nessuno è stato oltraggiato tanto da un nemico quanto certi uomini dai propri piaceri. La loro sfrenatezza e la loro insana libidine può essere perdonabile solo perché quello che hanno fatto ricade su di loro. E questa follia li tortura a ragione; i desideri che superano i confini naturali sfociano inevitabilmente nella dismisura: la natura ha un suo limite, mentre i desideri vani e scaturiti dalla libidine non ne hanno. 6 L'utilità dà la misura del necessario: ma il superfluo in che modo si può misurarlo? Alcuni, perciò si immergono nei piaceri e, abituatisi, non ne possono più fare a meno e sono davvero infelici perché arrivano al punto che per loro il superfluo diventa necessario. Non godono dei piaceri, ne sono schiavi e per giunta, e questo è il male estremo, i propri mali li amano; si arriva al culmine dell'infelicità, quando le azioni abiette non solo allettano, ma piacciono, e non c'è più modo di rimediare se quelli che erano vizi, diventano abitudini. Stammi bene.

 

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1 Tu mi scrivi spesso e io ti ringrazio: ti mostri a me nell'unico modo possibile. Ogni volta che ricevo una tua lettera, siamo subito insieme. Se i ritratti dei nostri amici assenti ci sono graditi, perché rinnovano il ricordo e alleviano la nostalgia con un falso ed effimero conforto, tanto più ci è gradita una lettera, che porta le vere tracce, i veri segni dell'amico assente. La sensazione più dolce che si prova alla presenza di un amico, il riconoscerlo, ce la dà l'impronta della sua mano nella lettera.

2 Scrivi di aver ascoltato il filosofo Serapione, quando è approdato lì, in Sicilia: "Parla molto velocemente e perciò storpia sempre le parole e non lascia che si diffondano [...], ma le constringe tutte insieme accavallandole: gli arrivano alle labbra più numerose di quanto si possano pronunciare con un'unica emissione di voce." Questo non lo approvo in un filosofo: il suo modo di parlare deve essere composto, come la sua vita; non può esserci ordine, se c'è precipitazione e foga. Perciò l'eloquenza concitata, che fluisce senza interruzione come la neve, Omero l'attribuisce all'oratore giovane; ma nel vecchio le parole scorrono lievi e più dolci del miele. 3 Credimi, la forza di questo eloquio rapido e straripante è più adatta a un ciarlatano, non a un filosofo che tratta e insegna una materia seria e importante. Secondo me, non deve stillare le parole, e nemmeno correre; non deve costringere il pubblico a tendere le orecchie, né frastornarlo. Anche l'eloquenza povera e scarna rende gli ascoltatori meno attenti: la lentezza e le frequenti interruzioni annoiano; tuttavia, un discorso che si fa attendere rimane più facilmente impresso di uno che scorre via veloce. Si dice, infine, che i filosofi trasmettono ai discepoli i loro insegnamenti: ma non si può trasmettere una cosa che fugge via. 4 L'eloquenza al servizio della verità, inoltre, deve essere ordinata e semplice: quella demagogica non rispecchia il vero. Vuole far presa sulla folla e trascinare col suo slancio le orecchie delle persone sconsiderate; non si presta a un attento esame, anzi se ne sottrae: e come può governare se non può essere governata? Questo tipo di oratoria, volta a sanare gli animi, deve scendere in noi: i rimedi non giovano se non svolgono un'azione lenta e costante. 5 Un'eloquenza simile, inoltre, è vana e inutile: ha più risonanza che vigore. Bisogna mitigare le paure, reprimere gli impulsi, dissipare gli inganni, frenare la lussuria, sradicare l'avidità: niente di tutto questo può realizzarsi al volo. Quale medico cura di corsa gli ammalati? E per giunta un tale strepito di parole, che scorrono ammassate alla rinfusa, non provoca nessun piacere. 6 Come la maggior parte dei fatti che credevamo impossibili basta averli osservati una sola volta, così è più che sufficiente aver sentito una sola volta questi oratori da strapazzo. Uno che cosa ha da imparare o da imitare? Come giudicare l'animo di persone che parlano in maniera confusa, sciatta e senza freni? 7 Se uno corre giù per un pendio non riesce a fermarsi nel punto stabilito, ma viene trascinato dal peso del corpo in movimento e va più lontano del voluto; allo stesso modo questa velocità di eloquio non ha dominio su di sé e non è sufficientemente adatta alla filosofia, che le parole deve disporle, non pronunciarle di getto, e deve procedere passo passo. 8 "Ma come? Certe volte l'eloquenza non dovrà anche innalzarsi di tono?" E perché no? Ma salvando la dignità di comportamento che, invece, questa forza eccessiva e violenta le toglie. Sia vigorosa, e tuttavia moderata; simile a una corrente perenne, ma non torrenziale. Una tale velocità di parola irrefrenabile e senza regole potrei ammetterla appena in un oratore: difatti, come potrebbe seguirlo un giudice che a volte è rozzo e inesperto? Ma anche quando lo trascina il desiderio di ostentazione o una passione irrefrenabile, l'oratore deve affrettarsi e ammassare parole solo nei limiti di un ascolto agevole.

9 Farai bene a non dare retta a questi conferenzieri che si preoccupano di quanto e non di come parlano; tu stesso, se è necessario, è meglio che parli come P. Vinicio. "Come, dunque?" Una volta che si discuteva su come costui parlasse, Asellio disse: "Lentamente", e Gemino Vario replicò: "Non so come possiate definirlo eloquente: non è capace a mettere insieme tre parole." E perché non dovresti preferire di parlare come lui? 10 Certo, potrebbe intervenire uno tanto sciocco come quel tizio che, mentre Vinicio spiccava le parole a una a una, quasi dettasse più che fare un discorso, gli gridò: "Parla, parli dunque?" A mio parere un uomo assennato deve tenersi lontano dalla celerità di Q. Aterio, oratore famosissimo ai suoi tempi: non aveva mai un'esitazione, non faceva mai una pausa; quando cominciava, arrivava fino in fondo.

11 Tuttavia, penso, che certe caratteristiche si adattino più o meno alle singole popolazioni. Tra i greci questa libertà è tollerabile: noi, invece, siamo abituati a fare delle pause anche quando scriviamo. Pure il nostro Cicerone, da cui scaturì l'eloquenza romana, aveva un'andatura posata. Da noi l'oratoria procede guardandosi più attorno, fa delle valutazioni e si presta ad essere valutata. 12 Fabiano, uomo straordinario sia per la sua vita, che per la sua cultura e, qualità a queste secondaria, anche per la sua eloquenza, si esprimeva speditamente, ma non in maniera concitata; la sua poteva essere definita facilità di parola, non rapidità. Nel saggio la ammetto, ma non la giudico fondamentale; purché le sue frasi vengano fuori senza impedimenti, è meglio tuttavia che siano emesse, piuttosto che sgorghino con profusione. 13 Da questo difetto cerco di tenerti lontano tanto più perché può sopravvenire solo se perderai il tuo pudore: devi deporre ogni vergogna e non ascoltare più te stesso; quella rapidità incontrollata, infatti, porta con sé molti difetti da censurare. 14 Non può ripeto, sopravvenire, se il tuo pudore lo mantieni intatto. È necessario, inoltre, un esercizio giornaliero e bisogna trasferire l'attenzione dai fatti alle parole. Ma anche se queste si presenteranno da sé e potranno fluire senza nessuna fatica da parte tua, bisogna, tuttavia, moderarle; come al saggio si addice un incedere contegnoso, così gli si addice un eloquio cauto, non avventato. In conclusione: parla lentamente. Stammi bene.

 

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1 Fai proprio una cosa buona e a te salutare se, come scrivi, continui ad avanzare verso la saggezza: è insensato chiederla a dio, visto che puoi ottenerla da te. Non occorre alzare le mani al cielo o scongiurare il sacrestano che ci lasci avvicinare alle orecchie della statua, quasi potessimo trovare più ascolto: dio è vicino a te, è con te, è dentro di te. 2 Secondo me, Lucilio, c'è in noi uno spirito sacro, che osserva e sorveglia le nostre azioni, buone e cattive; a seconda di come noi lo trattiamo, lui stesso ci tratta. Nessun uomo è virtuoso senza dio: oppure qualcuno può ergersi al di sopra della sorte senza il suo aiuto? Egli ci ispira principi nobili ed elevati. In ogni uomo virtuoso

abita un dio (quale non si sa).

 

3 Se ti troverai davanti a un bosco folto di alberi secolari, di altezza insolita, dove la densità dei rami, che si coprono l'un l'altro, impedisce la vista del cielo, l'altezza di quella selva, la solitudine del luogo e lo stupore che desta un'ombra tanto densa e ininterrotta in uno spazio aperto, ti persuaderà che lì c'è un dio. Se una grotta, creata non dalla mano dell'uomo, ma scavata in tanta ampiezza da fenomeni naturali, sostiene su rocce profondamente corrose un monte, un sentimento di religioso timore colpirà il tuo animo. Noi veneriamo le sorgenti dei grandi fiumi; vengono innalzati altari là dove d'improvviso scaturisce dal sottosuolo una copiosa corrente; onoriamo le fonti di acque termali, e il colore opaco o la smisurata profondità hanno reso sacri certi laghi. 4 Se vedrai un uomo impavido di fronte ai pericoli, libero da passioni, felice nelle avversità, tranquillo in mezzo alle tempeste, che guarda gli altri uomini dall'alto e gli dèi alla pari, non ti pervaderà un senso di rispetto per lui? Non dirai: "C'è un qualcosa di troppo grande ed eccelso perché possa ritenersi simile al povero corpo in cui si trova"? 5 Una forza divina è discesa in lui; una potenza celeste stimola questo spirito straordinario, moderato, che passa oltre ogni cosa considerandola di poco conto, che se la ride dei nostri timori e desideri. Non può un essere così grande restare saldo senza l'aiuto divino; perciò la parte maggiore di lui è là da dove è disceso. Come i raggi del sole raggiungono la terra, ma non si staccano dal loro punto di partenza, così l'anima grande e santa, mandata quaggiù per farci conoscere meglio il divino, sta insieme a noi, ma rimane unita alla sua origine; dipende da essa, a essa guarda e aspira e sta in mezzo a noi come un essere superiore. 6 Qual è, dunque, quest'anima? È l'anima che brilla solo del suo bene. Cosa c'è, infatti, di più insensato che lodare in un uomo beni che non gli appartengono? Chi è più pazzo di uno che apprezza beni che possono sempre passare a un altro? Le briglie d'oro non rendono migliore un cavallo. Un leone dalla criniera dorata, ammansito e costretto, ormai stanco, a sopportare le bardature, si slancia in maniera diversa dal leone selvaggio, nel suo pieno vigore: naturalmente quest'ultimo, violento nella sua furia, quale lo volle la natura, splendido per l'aspetto feroce, la cui bellezza consiste nell'essere guardato con terrore, è preferito a quello fiacco e coperto d'oro. 7 Ognuno si deve gloriare solo di quello che gli appartiene. Lodiamo una vite se i tralci sono carichi di frutti, se la pianta sotto il loro peso abbatte i sostegni: forse qualcuno potrebbe preferire una vite cui fossero appesi grappoli e foglie d'oro? La virtù propria della vite è la fertilità; anche nell'uomo bisogna lodare quello che gli è proprio. Ha begli schiavi, una magnifica casa, vasti terreni seminati, cospicui redditi da usura; nessuno di questi beni è in lui, ma intorno a lui. 8 Nell'uomo devi lodare quello che non può essergli tolto o essergli dato, quello che gli è proprio. Chiedi cos'è? L'anima e nell'anima una ragione perfetta. L'uomo è un animale dotato di ragione: il suo bene lo attua appieno, se adempie al fine per cui è nato. Che cosa esige da lui questa ragione? Una cosa facilissima: che viva secondo la natura che gli è propria. Ma la follia comune la rende una cosa difficile: ci trasciniamo l'un l'altro nei vizi. E come si può ricondurre alla salvezza gente che nessuno trattiene e che è spinta dalla massa? Stammi bene.

 

LIBRO QUINTO

 

 

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1 Costui è già riuscito a convincerti di essere un uomo virtuoso? Ma non si può diventare, e nemmeno si può riconoscere tanto presto un uomo virtuoso. E sai che uomo virtuoso intendo ora? Quello di seconda qualità; l'altro perfetto, infatti, nasce forse, come la Fenice, una volta ogni cinquecento anni. E non c'è da stupirsi che le grandi cose siano generate a distanza di anni: la sorte produce spesso mediocrità destinate alla massa, ma alle cose straordinarie dà pregio il fatto stesso di essere rare. 2 Costui è ancora molto lontano dal punto in cui si dichiara di essere arrivato; e se sapesse veramente che cosa è un uomo virtuoso, non si riterrebbe ancora tale, e forse dispererebbe anche di poterlo diventare. "Ma egli giudica male i malvagi." Questo lo fanno i malvagi stessi: la punizione più grande per l'uomo perverso consiste nel dispiacere a sé e ai suoi. 3 "Ma detesta le persone che abusano di un'improvvisa e grande potenza." Quando avrà lo stesso potere, agirà nello stesso modo. I vizi di molta gente rimangono nascosti perché sono deboli; quando avranno forze sufficienti, la loro audacia sarà pari a quella dei vizi che la prosperità ha reso già manifesti. A gente del genere mancano i mezzi per mettere in pratica la loro perversità. 4 Così un serpente, anche se è velenoso, lo si può toccare senza rischi, mentre è insensibile per il freddo: non gli manca il veleno, ma è intorpidito. A molti uomini crudeli, ambiziosi, sfrenati, manca il favore della sorte perché osino comportarsi come gli individui più infami. Hanno i medesimi intenti: da' loro la possibilità di fare quanto vogliono e te ne renderai conto. 5 Ricordi? Quando affermavi che quel tale era in tuo potere, io ti dissi che era volubile, incostante e che tu non lo tenevi per un piede, ma per un'ala. Mi sono sbagliato: lo tenevi per una piuma, te l'ha lasciata in mano ed è fuggito. Sai che brutti scherzi ti ha giocato dopo e quante cattiverie ha tentato, che dovevano poi ricadere su di lui. Non si accorgeva che, danneggiando gli altri, correva verso la propria rovina; non pensava quanto fosse gravoso quello cui aspirava, anche se avesse dato dei frutti.

6 Perciò nelle mete che ci prefiggiamo e a cui tendiamo con grande sforzo, dobbiamo osservare che non c'è nessun vantaggio o che gli svantaggi sono superiori; alcune sono superflue, altre non meritano tanto impegno. Ma di questo non ci accorgiamo e ci sembrano gratuite cose che, invece, paghiamo a carissimo prezzo. 7 La nostra insensatezza è evidente: secondo noi compriamo unicamente ciò per cui sborsiamo del denaro, e definiamo gratuito quello per cui paghiamo di persona. Cose che non vorremmo acquistare se per averle dovessimo dar in cambio la nostra casa o un podere ridente e fertile, siamo prontissimi a procurarcele a prezzo di preoccupazioni, di rischi, di disonore, perdendo libertà e tempo: a tal punto ciascuno di noi non tiene niente in minor conto di se stesso. 8 Perciò al momento di decidere in ogni circostanza dobbiamo comportarci come quando andiamo da un mercante: chiediamo il prezzo della merce che ci interessa. Spesso una cosa per la quale non si sborsa niente ha un prezzo altissimo. Te ne potrei indicare molte che, una volta acquisite e accettate, ci hanno tolto la libertà; saremmo ancora padroni di noi stessi, se non fossero diventate nostre. 9 Fa', dunque, queste considerazioni, non solo quando è in ballo un guadagno, ma anche una perdita. "Questo andrà perduto." In realtà è un bene venuto dall'esterno, senza di esso vivrai bene come hai vissuto fin'ora. Se ne hai goduto a lungo, lo perdi dopo essertene saziato; se no, lo perdi prima di averci fatto l'abitudine. "Avrai meno denaro", e senz'altro anche meno fastidi. "Meno prestigio", e anche minore invidia. 10 Guarda quei beni che ci portano alla pazzia e sulla cui perdita versiamo un mare di lacrime: ti renderai conto che non è gravosa la loro perdita, ma il ritenerla tale. Per la loro mancanza non si soffre, si crede di soffrire. Chi è padrone di sé non perde niente: ma a quanti capita di essere padroni di sé? Stammi bene.

 

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1 Chiedi come mi sia arrivata questa notizia, chi mi abbia raccontato i tuoi pensieri, che tu non avevi confidato a nessuno? Lo ha fatto chi sa tutto, la voce pubblica. "Come? sono così importante da suscitare le chiacchiere della gente?" Non devi misurarti in base a Roma, ma al luogo in cui risiedi. 2 Tutto quello che si distingue da quanto lo circonda, è grande in quell'ambito; la grandezza non ha una misura determinata: il confronto la innalza o la diminuisce. Un'imbarcazione che sul fiume sembra grande, diventa piccola in mare; un timone, grande per una nave, è piccolo per un'altra. 3 Ora tu in provincia, anche se ti sminuisci, sei grande. La gente vuol sapere, e sa, che cosa fai, come pranzi, come dormi: devi perciò vivere con più cautela. Ritieniti felice solo quando potrai vivere in pubblico, quando le pareti serviranno a ripararti, non a nasconderti; di solito, invece, pensiamo di averle intorno non per una nostra maggiore sicurezza, ma per nascondere meglio i nostri peccati. 4 Ti dirò una cosa dalla quale potrai giudicare la nostra moralità: non ti sarà facile trovare uno in grado di vivere con la porta aperta. I guardiani di fronte alle porte di casa non ce li ha fatti mettere la superbia, ma la nostra cattiva coscienza: viviamo in modo tale che essere visti all'improvviso significa essere colti in fallo. Ma a che serve nascondersi ed evitare gli occhi e le orecchie del prossimo? 5 La buona coscienza chiama a sé la gente, quella cattiva è ansiosa e preoccupata anche in solitudine. Se le tue azioni sono oneste, le sappiano tutti; se vergognose, che importa che nessuno le conosca, se tu le conosci? Povero te, se non tieni conto di questo testimone! Stammi bene.

 

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1 Di nuovo ti fai piccolo ai miei occhi e dici che la natura prima e la sorte poi si sono comportate piuttosto male con te, e invece, potresti tirarti fuori dalla massa e innalzarti alla più grande felicità umana. La filosofia ha, tra l'altro, questo di buono: non guarda all'albero genealogico: tutti, se si rifanno alla loro prima origine, discendono dagli dèi. 2 Tu sei un cavaliere romano e a questo ceto ti ha condotto la tua laboriosità; sono molti a non avere diritto alle prime quattordici file e il senato non accoglie tutti; anche nell'àmbito militare gli uomini destinati a imprese faticose e piene di pericoli si scelgono dopo un severo esame: la saggezza, invece, è accessibile a tutti, tutti siamo sufficientemente nobili per raggiungerla. La filosofia non respinge, non sceglie nessuno: splende per tutti. 3 Socrate non era patrizio; Cleante attingeva l'acqua e irrigava lui stesso il giardino; la filosofia non ha accolto Platone già nobile, ma lo ha reso tale: perché disperi di poter diventare pari a loro? Sono tutti tuoi antenati, se ne sarai degno; e lo sarai, se ti convincerai sùbito che nessuno è più nobile di te. 4 Tutti noi abbiamo un ugual numero di avi; la nostra origine va oltre la memoria umana. Platone sostiene che non c'è re che non discenda da schiavi e schiavo che non discenda da re. Vicende alterne nel corso dei secoli hanno sconvolto tutte queste categorie e la fortuna le ha sovvertite. 5 Chi è nobile? Chi dalla natura è stato ben disposto alla virtù. Bisogna guardare solo a questo: altrimenti, se ci rifacciamo ai tempi antichi, tutti provengono da un punto prima del quale non c'è niente. Una serie alterna di splendori e miserie ci ha condotto dalla prima origine del mondo fino ai nostri tempi. Non ci rende nobili un ingresso pieno di ritratti anneriti dal tempo; nessuno è vissuto per nostra gloria e non ci appartiene quello che è stato prima di noi: ci rende nobili l'anima, che da qualunque condizione può ergersi al di sopra della fortuna. 6 Immagina, dunque, di essere non un cavaliere romano, ma un liberto: puoi ottenere di essere il solo uomo libero tra uomini nati liberi. "Come?" mi chiedi. Se distinguerai il male e il bene senza seguire il parere della massa. Bisogna considerare non l'origine, ma il fine delle cose. Se ce n'è qualcuna che può rendere felice la vita, è un bene di per sé; non può infatti, degenerare in un male. 7 Qual è, allora, lo sbaglio che si fa, visto che tutti desiderano la felicità? Gli uomini la confondono con i mezzi per raggiungerla e mentre la ricercano, ne fuggono lontano. Il culmine di una vita felice è una sicura tranquillità e una inalterata fiducia in essa, e invece tutti raccolgono motivi di inquietudine e portano, anzi trascinano, il loro carico attraverso l'insidioso cammino della vita; così si allontanano sempre di più dallo scopo al quale tendono e, più si danno da fare, più si creano impedimenti e retrocedono. Lo stesso accade a chi cerca di avanzare in fretta in un labirinto: la velocità stessa lo ostacola. Stammi bene.

 

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1 Ti lamenti che lì a Siracusa ci siano pochi libri. Non importa il loro numero, ma il loro valore: una lettura ben determinata è utile, quella condotta su svariate opere può solo divertire. Se uno vuole arrivare a destinazione, deve seguire una sola strada, non vagare qua e là: questo non è avanzare, ma andare errando. 2 "Vorrei,", dici, "che tu mi dessi più libri che consigli." Io sono pronto a mandarti tutti i volumi che ho e a vuotare la biblioteca; anzi, se potessi, mi trasferirei anch'io lì da te e, se non sperassi che otterrai presto di lasciare il tuo incarico, avrei già organizzato questa spedizione senile, e non mi avrebbero potuto spaventare Scilla e Cariddi e codesto mitico mare. Lo avrei attraversato addirittura a nuoto, pur di poterti abbracciare e constatare di persona i tuoi progressi spirituali.

3 Certo non mi giudico più facondo, perché mi chiedi di mandarti i miei libri, di quanto non mi considererei bello se tu mi chiedessi il mio ritratto. So che questa richiesta è dettata da benevolenza, non da un giudizio ponderato; e se pure nasce da un giudizio, te lo ha imposto la tua indulgenza. 4 Ma quali che siano, tu leggili tenendo presente che ancòra cerco la verità: non la posseggo e la cerco ostinatamente. Non mi sono fatto servo di nessuno, non porto il nome di nessuno; ho stima dell'opinione di molti grandi uomini, ma rivendico qualche diritto anche al mio pensiero. Loro stessi ci hanno lasciato verità non ancora scoperte, da ricercare, e avrebbero trovato forse le spiegazioni necessarie, se non avessero ricercato anche quelle superflue. 5 Hanno sottratto loro molto tempo le conversazioni cavillose e le dispute capziose, vano esercizio di acutezza. Intrecciamo nodi e leghiamo alle parole significati ambigui e poi li sciogliamo: abbiamo proprio tanto tempo? Sappiamo ormai vivere, sappiamo morire? Dobbiamo cercare con tutta la nostra intelligenza di non farci ingannare non tanto dalle parole, quanto dalle cose. 6 Perché fare distinzione tra parole simili, da cui nessuno è tratto in inganno, se non in una disputa? È la realtà che ci inganna; qui servono le distinzioni. Noi abbracciamo il male credendolo il bene; formuliamo desideri contrari a quelli precedenti; le nostre preghiere, le nostre decisioni sono in contrasto tra loro. 7 Quanto è simile l'adulazione all'amicizia! Non solo la imita, ma la vince e la supera; trova orecchie ben disposte e pronte a recepirla, e scende nel più profondo dell'anima, resa gradita proprio da ciò che reca danno: insegnami come posso distinguerle nonostante la loro somiglianza. Mi si presenta un nemico pieno di lusinghe spacciandosi per amico; si insinuano in noi i vizi sotto l'apparenza di virtù: la temerità si nasconde sotto le spoglie del valore, l'ignavia si chiama moderazione, il vile viene considerato prudente. Questi errori di giudizio rappresentano per noi un grave pericolo: su queste false apparenze imprimi un marchio sicuro. 8 D'altra parte, se uno si sente chiedere se ha le corna, non è tanto sciocco da toccarsi la fronte, e nemmeno è tanto stupido o ottuso da non saperlo, a meno che tu non lo abbia convinto con qualche sottile argomentazione. Così questi giochetti non sono dannosi, come i bussolotti e le pietruzze dei prestigiatori che divertono proprio per i loro trucchi. Svelami il meccanismo e il divertimento è finito. Lo stesso dico di questi cavilli (e come potrei chiamarli invece che sofismi?): non nuoce ignorarli, non serve conoscerli.

9 Se vuoi sciogliere del tutto l'ambiguità delle parole, insegnaci che non è felice l'uomo definito tale dalla massa, e che dispone di molto denaro, ma quello che possiede ogni suo bene nell'intimo e si erge fiero e nobile calpestando ciò che desta l'ammirazione degli altri; che non trova nessuno con cui vorrebbe cambiarsi; che stima un uomo per quella sola parte per cui è uomo; che si avvale del magistero della natura, si uniforma alle sue leggi e vive secondo le sue regole; l'uomo al quale nessuna forza può strappare i propri beni, che volge il male in bene, sicuro nei giudizi, costante, intrepido; che una qualche forza può scuotere, nessuna può turbare; che la sorte, quando gli scaglia contro la sua arma più micidiale con la massima violenza, riesce a pungere, e raramente, ma non a ferire; le altre armi, con cui la fortuna prostra il genere umano, rimbalzano come la grandine, che battendo sui tetti senza causare danni agli inquilini, crepita e si scioglie. 10 Ma perché mi trattieni su un tema che tu stesso definisci capzioso, e che è argomento di tanti libri? Ecco, per me tutta la vita è un inganno: mostrane le menzogne, riconducila alla verità, se hai acume. Essa giudica necessari beni per la maggior parte superflui; ma anche quelli che non sono superflui non hanno il potere di renderci fortunati e felici. Ciò che è necessario non per questo è senz'altro un bene: oppure sviliamo il concetto di bene se diamo questo nome al pane, alla polenta e alle altre cose senza le quali non si tira avanti. 11 Ciò che è un bene è senz'altro necessario: ciò che è necessario non è senz'altro un bene, perché sono necessarie anche cose di scarsissimo valore. Nessuno ignora a tal punto la dignità del bene da abbassarlo al livello di queste cose utili all'uso quotidiano. 12 E allora? rivolgi piuttosto le tue cure a mostrare a tutti che si ricercano con grande dispendio di tempo beni superflui e che molti hanno trascorso la vita cercando i mezzi per viverla. Esamina gli uomini singolarmente, considerali tutti insieme: ognuno vive guardando al domani. 13 Chiedi che male c'è in questo atteggiamento? Un male grandissimo. Non vivono, ma sono in attesa di vivere: rimandano ogni cosa. Anche se badassimo a tutto, la vita ci precederebbe sempre; mentre noi indugiamo, passa oltre come se appartenesse ad altri e benché finisca con l'ultimo giorno, va scomparendo giorno per giorno.

Ma per non superare la giusta misura di una lettera, che non deve riempire la mano sinistra di chi la legge, rimanderò a un altro momento questa disputa con i dialettici troppo sottili che badano solo alle minuzie e a niente altro. Stammi bene.

 

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1 Ho ricevuto quel tuo libro che mi avevi promesso; l'ho aperto deciso a leggerlo con comodo e con l'intenzione di prenderne solo un assaggio; ma poi mi ha invitato ad andare avanti. È scritto bene e puoi capirlo da questo: mi è parso gradevole, pur non essendo della mia o della tua statura, ma tale da sembrare a una prima occhiata o di Tito Livio o di Epicuro. Mi ha attratto e mi ha assorbito tanto che l'ho letto tutto d'un fiato fino alla fine. Il sole mi invitava, la fame si faceva sentire, le nuvole comparivano minacciose; ma io l'ho divorato tutto. 2 E non ho provato solo diletto, ma addirittura godimento. Ne ha avuto ingegno l'autore, e anche spirito! Direi, "che impeto!" , se avesse fatto qualche pausa, se si fosse innalzato a intervalli; ma non ha proceduto per slanci, bensì con andatura costante: un disegno virile e venerando; nondimeno compariva a tratti un tono dolce e pacato. Sei grande e fiero: voglio che tu continui ad avanzare per questa strada. Anche l'argomento ha avuto il suo peso; perciò bisogna sceglierlo fertile, che occupi la mente, che la sproni.

3 Scriverò ancora sul libro quando lo riprenderò in mano; ora mi sono formato un giudizio incompleto, come se avessi ascoltato e non letto quei concetti. Lascia che lo esamini più a fondo. Non temere, udrai la verità. Beato te: non dài motivo perché qualcuno ti menta da una tale distanza! Per quanto, ormai, si menta per abitudine anche senza ragione. Stammi bene.

 

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1 Ho sentito con piacere da persone provenienti da Siracusa che tratti familiarmente i tuoi servi: questo comportamento si confà alla tua saggezza e alla tua istruzione. "Sono schiavi." No, sono uomini. "Sono schiavi". No, vivono nella tua stessa casa. "Sono schiavi". No, umili amici. "Sono schiavi." No, compagni di schiavitù, se pensi che la sorte ha uguale potere su noi e su loro. 2 Perciò rido di chi giudica disonorevole cenare in compagnia del proprio schiavo; e per quale motivo, poi, se non perché è una consuetudine dettata dalla piú grande superbia che intorno al padrone, mentre mangia, ci sia una turba di servi in piedi? Egli mangia oltre la capacità del suo stomaco e con grande avidità riempie il ventre rigonfio ormai disavvezzo alle sue funzioni: è più affaticato a vomitare il cibo che a ingerirlo. 3 Ma a quegli schiavi infelici non è permesso neppure muovere le labbra per parlare: ogni bisbiglio è represso col bastone e non sfuggono alle percosse neppure i rumori casuali, la tosse, gli starnuti, il singhiozzo: interrompere il silenzio con una parola si sconta a caro prezzo; devono stare tutta la notte in piedi digiuni e zitti. 4 Così accade che costoro, che non possono parlare in presenza del padrone, ne parlino male. Invece quei servi che potevano parlare non solo in presenza del padrone, ma anche col padrone stesso, quelli che non avevano la bocca cucita, erano pronti a offrire la testa per lui e a stornare su di sé un pericolo che lo minacciasse; parlavano durante i banchetti, ma tacevano sotto tortura. 5 Inoltre, viene spesso ripetuto quel proverbio frutto della medesima arroganza: "Tanti nemici, quanti schiavi": loro non ci sono nemici, ce li rendiamo tali noi. Tralascio per ora maltrattamenti crudeli e disumani: abusiamo di loro quasi non fossero uomini, ma bestie. Quando ci mettiamo a tavola, uno deterge gli sputi, un altro, stando sotto il divano, raccoglie gli avanzi dei convitati ubriachi. 6 Uno scalca volatili costosi; muovendo la mano esperta con tratti sicuri attraverso il petto e le cosce, ne stacca piccoli pezzi; poveraccio: vive solo per trinciare il pollame come si conviene; ma è più sventurato chi insegna tutto questo per suo piacere di chi impara per necessità. 7 Un altro, addetto al vino, vestito da donna, lotta con l'età: non può uscire dalla fanciullezza, vi è trattenuto e, pur essendo ormai abile al servizio militare, glabro, con i peli rasati o estirpati alla radice, veglia tutta la notte, dividendola tra l'ubriachezza e la libidine del padrone, e fa da uomo in camera da letto e da servo durante il pranzo. 8 Un altro che ha il còmpito di giudicare i convitati, se ne sta in piedi, sventurato, e guarda quali persone dovranno essere chiamate il giorno dopo perché hanno saputo adulare e sono stati intemperanti nel mangiare o nei discorsi. Ci sono poi quelli che si occupano delle provviste: conoscono esattamente i gusti del padrone e sanno di quale vivanda lo stuzzichi il sapore, di quale gli piaccia l'aspetto, quale piatto insolito possa sollevarlo dalla nausea, quale gli ripugni quando è sazio, cosa desideri mangiare quel giorno. Il padrone, però non sopporta di mangiare con costoro e ritiene una diminuzione della sua dignità sedersi alla stessa tavola con un suo servo. Ma buon dio! quanti padroni ha tra costoro. 9 Ho visto stare davanti alla porta di Callisto il suo ex padrone e mentre gli altri entravano, veniva lasciato fuori proprio lui che gli aveva messo addosso un cartello di vendita e lo aveva presentato tra gli schiavi di scarto. Così quel servo che era stato messo tra i primi dieci in cui il banditore prova la voce, gli rese la pariglia: lo respinse a sua volta e non lo giudicò degno della sua casa. Il padrone vendette Callisto: ma Callisto come ha ripagato il suo padrone!

10 Considera che costui, che tu chiami tuo schiavo, è nato dallo stesso seme, gode dello stesso cielo, respira, vive, muore come te! Tu puoi vederlo libero, come lui può vederti schiavo. Con la sconfitta di Varo la sorte degradò socialmente molti uomini di nobilissima origine, che attraverso il servizio militare aspiravano al grado di senatori: qualcuno lo fece diventare pastore, qualche altro guardiano di una casa. E ora disprezza pure l'uomo che si trova in uno stato in cui, proprio mentre lo disprezzi, puoi capitare anche tu.

11 Non voglio cacciarmi in un argomento tanto impegnativo e discutere sul trattamento degli schiavi: verso di loro siamo eccessivamente superbi, crudeli e insolenti. Questo è il succo dei miei insegnamenti: comportati con il tuo inferiore come vorresti che il tuo superiore agisse con te. Tutte le volte che ti verrà in mente quanto potere hai sul tuo schiavo, pensa che il tuo padrone ha su di te altrettanto potere. 12 "Ma io", ribatti, "non ho padrone." Per adesso ti va bene; forse, però lo avrai. Non sai a che età Ecuba divenne schiava, e Creso, e la madre di Dario, e Platone, e Diogene? 13 Sii clemente con il tuo servo e anche affabile; parla con lui, chiedigli consiglio, mangia insieme a lui.

A questo punto tutta la schiera dei raffinati mi griderà: "Non c'è niente di più umiliante, niente di più vergognoso." Io, però potrei sorprendere proprio loro a baciare la mano di servi altrui. 14 E neppure vi rendete conto di come i nostri antenati abbiano voluto eliminare ogni motivo di astio verso i padroni e di oltraggio verso gli schiavi? Chiamarono padre di famiglia il padrone e domestici gli schiavi, appellativo che è rimasto nei mimi; stabilirono un giorno festivo, non perché i padroni mangiassero con i servi solo in quello, ma almeno in quello; concessero loro di occupare posti di responsabilità nell'ambito familiare, di amministrare la giustizia, e considerarono la casa un piccolo stato. 15 "E dunque? Inviterò alla mia tavola tutti gli schiavi?" Non più che tutti gli uomini liberi. Sbagli se pensi che respingerò qualcuno perché esercita un lavoro troppo umile, per esempio quel mulattiere o quel bifolco. Non li giudicherò in base al loro mestiere, ma in base alla loro condotta; della propria condotta ciascuno è responsabile, il mestiere, invece, lo assegna il caso. Alcuni siedano a mensa con te, perché ne sono degni, altri perché lo diventino; se c'è in loro qualche tratto servile derivante dal rapporto con gente umile, la dimestichezza con uomini più nobili lo eliminerà. 16 Non devi, caro Lucilio, cercare gli amici solo nel foro o nel senato: se farai attenzione, li troverai anche in casa. Spesso un buon materiale rimane inservibile senza un abile artefice: prova a farne esperienza. Se uno al momento di comprare un cavallo non lo esamina, ma guarda la sella e le briglie, è stupido; così è ancora più stupido chi giudica un uomo dall'abbigliamento e dalla condizione sociale, che ci sta addosso come un vestito. 17 "È uno schiavo." Ma forse è libero nell'animo. "È uno schiavo." E questo lo danneggerà? Mostrami chi non lo è: c'è chi è schiavo della lussuria, chi dell'avidità, chi dell'ambizione, tutti sono schiavi della speranza, tutti della paura. Ti mostrerò un ex console servo di una vecchietta, un ricco signore servo di un'ancella, giovani nobilissimi schiavi di pantomimi: nessuna schiavitù è più vergognosa di quella volontaria. Perciò codesti schizzinosi non ti devono distogliere dall'essere cordiale con i tuoi servi senza sentirti superbamente superiore: più che temerti, ti rispettino.

18 Qualcuno ora dirà che io incito gli schiavi alla rivolta e che voglio abbattere l'autorità dei padroni, perché ho detto "il padrone lo rispettino più che temerlo". "Proprio così?" chiederanno. "Lo rispettino come i clienti, come le persone che fanno la visita di omaggio?" Chi dice questo, dimentica che non è poco per i padroni quella reverenza che basta a un dio. Se uno è rispettato, è anche amato: l'amore non può mescolarsi al timore. 19 Secondo me, perciò tu fai benissimo a non volere che i tuoi servi ti temano e a correggerli solo con le parole: con la frusta si puniscono le bestie. Non tutto ciò che ci colpisce, ci danneggia; ma l'abitudine al piacere induce all'ira: tutto quello che non è come desideriamo, provoca la nostra collera. 20 Ci comportiamo come i sovrani: anche loro, dimentichi delle proprie forze e della debolezza altrui, danno in escandescenze e infieriscono, come se fossero stati offesi, mentre l'eccezionalità della loro sorte li mette completamente al sicuro dal pericolo di una simile evenienza. Lo sanno bene, ma, lamentandosi, cercano l'occasione per fare del male; dicono di essere stati oltraggiati per poter oltraggiare.

21 Non voglio trattenerti più a lungo; non hai bisogno di esortazioni. La rettitudine ha, tra gli altri, questo vantaggio: piace a se stessa ed è salda. La malvagità è incostante e cambia spesso, e non in meglio, ma in direzione diversa. Stammi bene.

 

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1 Durante il tuo viaggio mi hai mandato una lettera lunga quanto il viaggio stesso: a questa risponderò in seguito; debbo starmene in disparte e meditare sui consigli da darti. Tu stesso che chiedi il mio parere, hai pensato a lungo se farlo: tanto più devo riflettere io: per risolvere i problemi è necessario un tempo maggiore che per proporli, specialmente se a te preme una cosa e a me un'altra. 2 Parlo di nuovo come un epicureo? In realtà a me preme la stessa cosa che a te: oppure non sarei un amico se tutto ciò che riguarda te non riguardasse pure me. L'amicizia mette tutto in comune tra noi; non c'è circostanza propizia o avversa che tocchi uno solo di noi; viviamo dividendo ogni cosa. Nessuno può vivere felice se bada solo a se stesso, se volge tutto al proprio utile: devi vivere per il prossimo, se vuoi vivere per te. 3 Questo vincolo, scrupolosamente e coscienziosamente rispettato, che unisce gli uomini tra loro e dimostra che esiste una legge comune per il genere umano, serve moltissimo anche per coltivare quella società interiore di cui parlavo: l'amicizia; se uno ha molto in comune con il prossimo, avrà tutto in comune con l'amico.

4 Preferirei, mio ottimo Lucilio, che questi sottili argomentatori mi insegnassero che doveri ho verso un amico e verso gli uomini, piuttosto che in quanti modi si possa dire "amico" e quanti significati abbia la parola "uomo". Ecco, la saggezza e la stoltezza vanno in direzioni opposte! A quale devo accostarmi? Da quale parte mi consigli di andare? Per il saggio, uomo significa amico, per lo stolto, amico non significa neppure uomo; l'uno si procura un amico, l'altro si offre all'amico: loro mi storpiano le parole e le dividono in sillabe. 5 Naturalmente se non avrò preparato argomentazioni sottilissime e non avrò fatto nascere, con una falsa conclusione, una menzogna dalla verità, non potrò distinguere le cose da ricercare da quelle da fuggire! Mi vergogno: siamo vecchi e scherziamo su una questione tanto seria.

6 "Mus è una sillaba; mus rode il formaggio, dunque una sillaba rode il formaggio." Mettiamo che io non sia in grado di sciogliere questo nodo: quale pericolo incombe su di me per questa ignoranza? Quale danno? Senza dubbio c'è da temere che io un giorno o l'altro prenda in trappola le sillabe, oppure che, se sarò troppo distratto, un libro mangi il formaggio. Ma c'è un sillogismo ancora più sottile: "Mus è una sillaba; la sillaba non mangia il formaggio; mus, dunque, non mangia il formaggio." 7 Che sciocchezze puerili! Per questo abbiamo corrugato le sopracciglia? Per questo abbiamo fatto crescere la barba? È questo che insegniamo tutti seri e pallidi? Vuoi sapere che cosa promette la filosofia al genere umano? Avvedutezza. Uno lo chiama la morte, un altro lo angustia la povertà, un terzo lo tormenta la ricchezza sua o di altri; quello ha orrore della mala sorte, questo desidera sottrarsi alla sua prosperità; a Tizio fanno del male gli uomini, a Caio gli dèi. 8 Perché architetti questi giochi? Non è il momento di scherzare: tu sei chiamato ad aiutare degli infelici. Hai promesso di soccorrere naufraghi, prigionieri, malati, bisognosi, gente che deve sottoporre il capo alla scure del carnefice. Dove ti volgi? Che fai? Quest'uomo, con cui scherzi, ha paura: aiutalo, [...]. Tutti da ogni parte ti tendono le mani, implorano un aiuto per la loro vita fallita o destinata al fallimento, ripongono in te ogni speranza di soccorso; chiedono che tu li liberi da una tale inquietudine, che mostri loro, reietti e smarriti, il fulgido lume della verità. 9 Insegna loro che cosa la natura ha generato di necessario, che cosa di superfluo, che norme semplici ha dato, quanto è bella la vita e quanto è facile per chi vi obbedisce, quanto è dura e complicata per quegli uomini che hanno creduto più ai pregiudizi che alla natura ***; ma prima dovrai insegnare quale parte dei loro mali potrà essere alleviata. Quale di questi cavilli può estinguere le passioni? Quale moderarle? Magari si limitassero a non giovare! Nuocciono addirittura. Quando vorrai, ti dimostrerò molto chiaramente che anche uno spirito magnanimo diventa debole e fiacco se si perde in codeste sottigliezze. 10 Mi vergogno di dire che armi costoro porgano a chi si prepara a combattere contro la sorte e come lo preparino. È questa la via che porta al sommo bene? Attraverso questi "sia che, sia che non" della filosofia e attraverso obiezioni vergognose e infamanti anche per dei legulei? Che altro fate, quando di proposito traete in inganno l'interrogato, se non fargli credere che ha perso la causa per una formula? Ma come il pretore reintegra nel proprio diritto la parte lesa, così fa la filosofia. 11 Perché non mantenete le vostre straordinarie promesse? Avete fatto solenni affermazioni, che per merito vostro lo splendore dell'oro non mi avrebbe abbagliato gli occhi più di quello della spada, che avrei calpestato con grande fermezza tutto quello che gli uomini desiderano o temono; e ora vi abbassate ai princìpî elementari dei grammatici? Che dite?

così si sale alle stelle?

La filosofia promette di rendermi simile alla divinità; sono stato chiamato per questo, per questo sono venuto: mantieni le tue promesse.

12 Stai lontano, Lucilio mio, più che puoi, da queste obiezioni e sottigliezze dei filosofi: all'onestà si addice un linguaggio chiaro e semplice. Anche se avessimo ancòra molto tempo da vivere, bisognerebbe amministrarlo con parsimonia, perché basti per ciò che è necessario: e allora, non è da pazzi imparare nozioni superflue quando abbiamo così poco tempo? Stammi bene.

 

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1 Mio caro, è davvero una persona apatica e trascurata chi si ricorda di un amico quando glielo richiama alla mente la vista di un qualche luogo; certe volte, però posti familiari evocano in noi una nostalgia che era latente dentro di noi; non è che riaccendano un ricordo ormai spento, ma lo scuotono dal torpore; allo stesso modo che uno schiavo caro alla persona scomparsa, o un suo vestito, o la casa, riacutizzano il dolore di chi piange, anche se ormai è stato mitigato dal tempo. Ecco, è incredibile come la Campania, e soprattutto Napoli, e la vista della tua Pompei abbiano reso cocente la nostalgia di te: ti ho tutto davanti agli occhi. È il momento del distacco: ti vedo mentre inghiotti le lacrime e non riesci a resistere al dirompere dell'affetto nonostante cerchi di frenarti.

2 Mi sembra di averti lasciato poco fa; che cosa non è accaduto "poco fa" se lo si rivive nella memoria? Poco fa sedevo fanciullo alla scuola del filosofo Sozione, poco fa cominciavo a discutere le cause, poco fa decidevo di non discuterle più, poco fa cominciavo a non poterlo più fare. Il tempo scorre velocissimo e ce ne accorgiamo soprattutto quando guardiamo indietro: mentre siamo intenti al presente, passa inosservato, tanto vola via leggero nella sua fuga precipitosa. 3 Ne chiedi il motivo? Tutto il tempo trascorso si trova in uno stesso luogo; lo vediamo simultaneamente, sta tutto insieme; ogni cosa precipita nello stesso baratro. E, del resto, non possono esserci lunghi intervalli in una cosa che nel complesso è breve. La nostra vita è un attimo, anzi, meno di un attimo; ma la natura ci ha schernito dando un'apparenza di durata a questo spazio di tempo minimo: di una parte ne ha fatto l'infanzia, di un'altra la fanciullezza, poi l'adolescenza, il declino dall'adolescenza alla vecchiaia e la vecchiaia stessa. Quanti gradini ha collocato in una scala così corta! 4 Poco fa ti ho salutato; e tuttavia questo "poco fa" è una buona parte della nostra esistenza, e la sua breve durata, pensiamoci, un giorno finirà. Non mi sembrava in passato che il tempo scorresse tanto veloce; ora la sua celerità mi appare incredibile, sia perché sento che si avvicina la meta, sia perché ho cominciato a osservare e a fare il conto delle mie perdite.

5 Perciò mi sdegno tanto più con coloro che spendono in occupazioni inutili la maggior parte di questo tempo insufficiente già per le attività necessarie, anche se vi si bada con la massima cura. Cicerone afferma che se pure gli venisse raddoppiata la vita, non avrebbe il tempo di leggere i lirici; nello stesso conto tengo i dialettici: ma essi sono più tristemente inutili. Quelli vaneggiano e lo riconoscono, questi ritengono di fare qualcosa di buono. 6 Non dico che non si debba dare un'occhiata a queste futilità, ma solo un'occhiata e un saluto dalla soglia, badando che non ci raggirino e ci facciano credere che in esse ci sia un grande bene nascosto. Perché ti tormenti e ti maceri su un problema che è cosa più intelligente disprezzare che risolvere? Se uno si sposta tranquillo e con tutta calma, può anche raccogliere le cose di poco conto: ma quando il nemico incalza alle spalle e il soldato ha ricevuto l'ordine di muoversi, bisogna gettar via quanto si è accumulato nella quiete della pace. 7 Non ho tempo di seguire le loro frasi ambigue e di mettervi alla prova il mio acume.

Guarda quali popoli si radunano, quali città, chiuse le porte, affilano le armi.

Devo ascoltare con grande coraggio questo strepito di guerra che risuona intorno a me. 8 Giustamente sembrerei a tutti un pazzo se, mentre le donne e i vecchi ammassano pietre per fortificare le mura, mentre i giovani in armi aspettano o chiedono vicino alle porte il segnale della sortita, mentre i giavellotti nemici vibrano conficcandosi nelle porte e il suolo stesso trema per le trincee e le gallerie, sedessi in ozio ponendomi sciocche questioni di questo tipo: "Hai quello che non hai perduto; non hai perduto le corna, quindi hai le corna" e altre, formate sull'esempio di questo acuto delirio. 9 Ebbene, ugualmente potrei sembrarti un pazzo se adesso impiegassi le mie energie in codeste questioni: anche ora sono assediato. Tuttavia nell'assedio di una città mi sovrasterebbe un pericolo esterno, un muro mi separerebbe dal nemico: ora, invece, i pericoli mortali sono dentro di me. Non ho tempo per queste sciocchezze; ho tra le mani una faccenda importante. Che devo fare? La morte mi incalza, la vita fugge. 10 Insegnami come affrontare questa situazione; fa' che io non fugga la morte, che la vita non fugga me. Incoraggiami contro le difficoltà, contro i mali inevitabili; prolunga il poco tempo che ho. Insegnami che il valore della vita non consiste nella sua durata, ma nell'uso che se ne fa; che può accadere, anzi accade spessissimo, che chi è vissuto a lungo è vissuto poco. Dimmi, quando sto per addormentarmi: "Potresti non svegliarti più"; e quando mi sono svegliato: "Potresti non addormentarti più". Dimmi quando esco: "Può accadere che tu non torni"; e quando ritorno: "Può accadere che tu non esca più." 11 Sbagli a ritenere che soltanto in mare è minima la distanza che separa la vita dalla morte: è ugualmente breve in ogni posto. La morte non si mostra dovunque tanto vicina: ma dovunque è tanto vicina. Dissipa queste tenebre e più facilmente mi darai quegli insegnamenti cui sono preparato. La natura ci ha creato duttili e ci ha dato una ragione imperfetta, ma suscettibile di perfezionamento. 12 Discuti con me della giustizia, della pietà, della sobrietà, delle due forme di pudore, sia di quello che non viola il corpo altrui, sia di quello che ha riguardo del proprio corpo. Se non mi condurrai fuori strada arriverò più facilmente alla meta cui tendo; come dice quel famoso tragediografo: "La verità si esprime con parole semplici"; perciò non bisogna ingarbugliarla; a un animo che abbia grandi aspirazioni niente si addice meno di questa subdola acutezza di ingegno. Stammi bene.

 

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1 Ho ricevuto la tua lettera molti mesi dopo che l'avevi spedita; ho, perciò creduto superfluo chiedere che cosa facessi a chi la portava. Certo, se lo ricorda, ha una buona memoria; spero, tuttavia, che tu viva ormai in modo che io sappia quello che fai, dovunque ti trovi. E, infatti, che altro fai se non renderti ogni giorno migliore, eliminare qualcuno dei tuoi errori, capire che i vizi che ritieni siano nelle cose, sono in realtà in te? Alcuni li imputiamo ai luoghi e alle circostanze; ma essi ci seguiranno dovunque andremo. 2 Arpaste, quella povera matta, trastullo di mia moglie, sai che mi è rimasta in casa come fastidiosa eredità. Io sono contrarissimo a queste anormalità; se qualche volta voglio divertirmi con un pagliaccio, non devo cercare lontano: rido di me. Questa matta di colpo ha perso la vista. Ti racconto un fatto incredibile, ma vero: non sa di essere cieca; chiede continuamente al suo accompagnatore di condurla via, dice che la casa è buia. 3 Ti sia chiaro che accade a tutti noi quello che in lei ci fa ridere: nessuno si rende conto di essere avaro, nessuno di essere avido. I ciechi, però chiedono una guida, noi andiamo errando senza guida e diciamo: "Io non sono ambizioso, ma nessuno può vivere diversamente a Roma; non sono uno spendaccione, ma è proprio la città a richiedere grandi spese; non è colpa mia se sono collerico, se non ho ancòra stabilito una precisa condotta di vita: è colpa della giovane età".

4 Perché vogliamo ingannarci? Non viene dall'esterno il nostro male: è dentro di noi, sta nelle nostre stesse viscere e, perciò difficilmente possiamo guarire: ignoriamo di essere malati. Se pure cominciassimo a curarci, quando potremo disperdere le enormi forze di tante malattie? Ma per ora non cerchiamo neppure un medico: avrebbe meno da fare se fosse chiamato per un vizio recente; animi malleabili e semplici seguirebbero chi indica la retta via. 5 Non è difficile ricondurre alla natura nessuno, se non chi alla natura si è ribellato: ci vergogniamo di apprendere la saggezza. Ma, perbacco, se per noi è vergognoso cercare un maestro che ce la insegni, non possiamo sperare che un bene così grande possa penetrare per caso in noi: dobbiamo faticare e, a dire il vero, non è neppure una grande fatica, purché, come ho detto, cominciamo a plasmare il nostro spirito e a correggerlo prima che il male si incallisca. 6 Tuttavia, non dispero di correggere nemmeno i vizi incalliti: non c'è niente che resista a un'azione costante e a una cura intensa e attenta. È possibile raddrizzare i tronchi d'albero per quanto piegati; il calore rimette in sesto travi ricurve e, sebbene siano diverse originariamente, vengono disposte come richiede l'uso che ne vogliamo fare. Quanto più facilmente può essere plasmato l'animo che è flessibile e più docile di qualsiasi liquido! Che altro è l'anima se non un soffio che ha un suo modo di essere? E vedi che il soffio è tanto più duttile di ogni altra materia quanto più è tenue. 7 Mio caro Lucilio, il fatto che la malvagità ci domini e ci tenga in suo potere da tempo, non deve impedirti di nutrire per noi buone speranze: in nessuno la saggezza precede la malvagità. Questa è la prima a impadronirsi di noi tutti: imparare la virtù significa disimparare i vizi. 8 Ma dobbiamo apprestarci a correggere noi stessi con tanto più slancio perché, una volta ottenuto il bene, lo possiederemo per sempre; la virtù non si disimpara. Il male non attecchisce in un terreno che non sia il suo e, proprio per questo, lo si può estirpare e distruggere; ma ciò che capita sul terreno adatto mette salde radici. La virtù è secondo natura, i vizi, invece, sono ostili e avversi. 9 Ma come le virtù, una volta conquistate, non possono scomparire ed è facile custodirle, così all'inizio è difficile accostarvisi, poiché è una caratteristica di uno spirito debole e malato temere ciò che non conosce; bisogna, perciò costringerlo a cominciare. In un secondo momento la medicina non sembra amara: riesce gradita man mano che risana. Gli altri rimedi danno piacere dopo la guarigione; la filosofia, invece, è al tempo stesso salutare e piacevole. Stammi bene.

 

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1 Ciascuno come può caro Lucilio: tu lì hai l'Etna, [...] il famosissimo monte della Sicilia (ma non capisco per quale motivo sia Messalla, sia Valgio - l'ho letto in entrambi - lo definiscano unico: moltissimi luoghi vomitano fuoco, e non solo quelli elevati, cosa abbastanza frequente, evidentemente perché il fuoco è spinto in alto, ma anche quelli bassi); io, per quanto posso, mi accontento di Baia; me ne sono andato, però il giorno dopo il mio arrivo: è un posto da evitare, nonostante certe bellezze naturali, poiché ha scelto di essere famoso per la sua dissolutezza.

2 "E allora, bisogna dichiarare guerra a certi luoghi?" No; ma come un certo abbigliamento si confà più di un altro all'uomo saggio e onesto ed egli, senza detestare nessun colore, ne ritiene qualcuno poco adatto a chi si professa sobrio, lo stesso vale per un luogo che un uomo saggio, o che aspira alla saggezza, evita, perché contrario alla moralità. 3 Perciò se uno vuole vivere in ritiro, non sceglierà mai Canopo, sebbene Canopo non impedisca a nessuno di essere onesto, e neppure Baia: stanno diventando un ricettacolo di vizi. Là si concede moltissimo alla dissolutezza, là, come se si dovesse al posto una certa licenza, si abbandona ancor più ogni ritegno. 4 Dobbiamo scegliere una località salutare non solo per il corpo, ma anche per la nostra condotta di vita; non vorrei certo abitare tra i carnefici e neppure nelle bettole. Che necessità c'è di vedere gente ubriaca che girovaga sulla spiaggia, che fa baldoria sulle navi; specchi d'acqua dove risuonano concerti e altre brutture che la dissolutezza, quasi sciolta da ogni legge, commette, e per giunta sotto gli occhi di tutti? 5 Dobbiamo cercare di fuggire il più lontano possibile dalle sollecitazioni dei vizi; l'anima va fortificata e sottratta alle lusinghe dei piaceri. Bastò l'ozio di un solo inverno a fiaccare Annibale: le mollezze della Campania snervarono quell'uomo che le nevi alpine non avevano domato: vinse con le armi, ma fu vinto dai vizi. 6 Anche noi siamo chiamati alle armi ed è una milizia che non concede mai tregua, né riposo: dobbiamo sconfiggere innanzitutto i piaceri che, come vedi, hanno travolto anche i caratteri più fieri. Se uno considera l'impegno dell'opera intrapresa, si renderà conto di non poter vivere in maniera molle e dissoluta. A che mi servono questi bagni caldi? A che le saune dove c'è racchiuso un vapore asciutto che indebolisce il corpo? È la fatica che deve spremere il sudore. 7 Se facessimo come Annibale e tralasciassimo la guerra, interrompendo il corso delle imprese e ci dedicassimo alla cura del corpo, tutti giustamente ci rimprovererebbero questa inerzia intempestiva, pericolosa sia per il vincitore, sia, e tanto più, per chi è vicino alla vittoria. Noi ci troviamo in una situazione più critica di quella delle truppe cartaginesi: corriamo un pericolo più grave ritirandoci e, se continuiamo nella lotta, dobbiamo sostenere uno sforzo maggiore. 8 La sorte combatte contro di me: non obbedirò agli ordini; non mi sottometto al suo giogo, anzi, e questo richiede maggiore coraggio, me lo scuoto di dosso. Non dobbiamo indebolire lo spirito: se cederò ai piaceri, devo cedere al dolore, alla fatica, alla povertà; l'ambizione e l'ira vorranno avere gli stessi diritti su di me; sono diviso, anzi lacerato, tra tante passioni. 9 La posta in gioco è la libertà; a questo premio sono rivolte le mie fatiche. Chiedi che cosa sia la libertà? Non essere schiavi di niente, di nessuna necessità, di nessun caso, affrontare la fortuna alla pari. Quando comprenderò di essere più potente di lei, non potrà più farmi niente: dovrei esserle sottomesso, se ho il dominio sulla morte?

10 Se uno si dedica a queste meditazioni, deve scegliere posti austeri e puri; la bellezza eccessiva snerva lo spirito e senza dubbio un luogo può in qualche misura indebolirne il vigore. I cavalli da tiro che si sono induriti le unghie su terreni impervi, possono sopportare qualunque percorso: gli zoccoli di quelli allevati in pascoli molli e paludosi, invece, si logorano subito. Il soldato che proviene da località aspre è più forte: mentre è fiacco quello nato e vissuto in una casa di città. Chi passa dall'aratro alle armi non rifiuta nessuna fatica: ma se uno è ben curato ed elegante, cade al primo cimento. 11 Un luogo più austero fortifica lo spirito e lo rende adatto alle grandi imprese. Scipione ritenne più dignitoso andare in esilio a Literno che a Baia: una simile disgrazia non può trovare posto fra tanta mollezza. Anche C. Mario, Gn. Pompeo e Cesare, cui la sorte diede per primi pubblici poteri sul popolo romano, costruirono le loro ville a Baia, ma le ubicarono sulle cime dei monti: sembrava loro più militare dominare dall'alto in lungo e in largo la zona sottostante. Guarda che posizione hanno scelto, in quali luoghi e come hanno innalzato le loro case: ti renderai conto che non sono ville, ma accampamenti. 12 Pensi che Catone avrebbe mai abitato laggiù per contare le donne adultere che passano in barca là davanti e i tanti tipi di imbarcazioni variamente dipinte e le rose galleggianti sull'intero lago, o per sentire di notte schiamazzi e canti? Non avrebbe preferito stare in una trincea da lui stesso scavata per una notte? Un vero uomo non preferirebbe essere svegliato da una tromba di guerra, piuttosto che da una musica?

13 Ma abbiamo processato abbastanza Baia; i vizi, invece, non li processeremo mai abbastanza: ti scongiuro, Lucilio, combattili a oltranza senza mezze misure, poiché non hanno né misura, né fine. Scaccia tutte le passioni che dilaniano il tuo cuore e se non possono essere sradicate in modo diverso, stràppati con esse anche il cuore. Elimina soprattutto i piaceri e odiali profondamente; come i banditi, che gli Egiziani chiamano "fileti", ci abbracciano per strangolarci. Stammi bene.

 

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1 Cos'è, Lucilio mio, questa forza che ci trascina in una direzione opposta a quella cui tendiamo e ci spinge là da dove vogliamo allontanarci? Che cosa è in lotta con la nostra anima e non ci permette di essere risoluti nelle nostre decisioni? Ondeggiamo tra propositi differenti; le nostre scelte non sono mai libere, assolute, immutabili. 2 "È la stoltezza," dici, "che è incostante e mutevole." Ma in che modo o quando ce ne distaccheremo? Nessuno può uscirne con le sue sole forze; occorre che qualcuno gli porga la mano, che lo tiri fuori. 3 Dice Epicuro che certi uomini sono arrivati alla verità senza l'aiuto di nessuno, che si sono aperti da soli la strada; e li loda soprattutto perché hanno trovato in sé lo slancio e si sono fatti avanti con le loro forze; certi, invece, hanno bisogno dell'intervento altrui: non avanzeranno se nessuno li precederà, ma ne seguiranno bene le orme. Secondo lui tra questi c'è Metrodoro; una mente insigne, ma del secondo tipo. Neppure noi apparteniamo al primo gruppo e ci andrà bene se saremo accolti nel secondo. Ma non bisogna disprezzare neppure l'uomo che può salvarsi con l'aiuto di altri; anche la volontà di salvarsi è già molto. 4 Oltre a queste due troverai ancòra un'altra categoria di uomini - neppure loro vanno disprezzati: quelli che possono essere costretti e spinti sulla retta via e che hanno bisogno non solo di una guida, ma di uno che li assista e, per così dire, li forzi; questo è il terzo gruppo. Ne vuoi un esempio? Epicuro indica Ermarco. Egli, perciò si congratula di più con l'uno, ma ammira maggiormente l'altro; difatti, benché siano arrivati entrambi allo stesso fine, merita più lodi chi ha ottenuto lo stesso risultato in una condizione più difficile. 5 Supponi che siano stati fabbricati due edifici, simili, ugualmente alti e splendidi. L'uno, in un'area sgombra da difficoltà, è venuto su alla svelta; le fondamenta dell'altro, gettate in un terreno mobile e instabile, hanno ceduto e c'è voluta molta fatica per arrivare a uno strato compatto: tutto il lavoro richiesto dal primo lo vedrai; del secondo rimane nascosta una gran parte e la più difficile. 6 Certe menti sono vivaci e pronte, altre, invece, devono, come si dice, essere plasmate a mano e le loro fondamenta richiedono un grande lavoro. Definirei, perciò più fortunato chi non ha incontrato difficoltà in se stesso, ma più meritevole chi ha superato le sue limitazioni naturali e alla saggezza non è giunto, ma vi si è innalzato a forza.

7 Sappi che a noi è stata data questa natura ostica e poco malleabile: procediamo in mezzo a ostacoli. Dobbiamo, perciò combattere, invocare l'aiuto di qualcuno. "Chi invocherò", chiedi, "Tizio o Caio?" Ricorri agli uomini che ci hanno preceduti: sono disponibili; non solo i vivi, ma anche i morti possono aiutarci. 8 Tra i vivi, però scegliamo non quelli che parlano a rotta di collo ripetendo luoghi comuni e anche in privato discorrono come ciarlatani, ma quelli che insegnano con la loro stessa vita, che ci dicono che cosa dobbiamo fare e lo dimostrano con i fatti, che ci indicano cosa bisogna evitare e non vengono mai sorpresi a compiere le azioni che ci avevano esortato a fuggire; scegli come guida un uomo di cui ammiri più gli atti che le parole. 9 Non ti proibirei nemmeno di ascoltare chi ha l'abitudine di raccogliere la folla intorno a sé e di dissertare, purché si mostri in pubblico col proposito di migliorare se stesso e gli altri e non agisca per ambizione. Non c'è niente di più vergognoso della filosofia che va in cerca di applausi. L'ammalato può forse lodare il medico che lo opera? 10 Tacete e sottoponetevi di buon grado alla cura; anche se griderete la vostra approvazione, vi ascolterò come se gemeste perché tasto le vostre magagne. Volete dimostrare che prestate attenzione e siete toccati dall'importanza degli argomenti discussi? Sia pure: ma perché dovrei permettere che esprimiate il vostro giudizio e approviate quello che vi sembra migliore? Nella scuola di Pitagora i discepoli dovevano tacere per cinque anni: pensi che subito dopo fosse loro lecito parlare ed esprimere lodi?

11 Quanto è insensato l'oratore che si allontana felice per gli applausi di un pubblico ignorante! Perché ti rallegri di essere lodato da persone che non puoi a tua volta lodare? Fabiano parlava al popolo e lo ascoltavano composti; scoppiava talvolta un forte applauso di approvazione, ma lo provocava la grandezza degli argomenti, non il suono di un'eloquenza facile e gradevole. 12 Deve esserci una differenza tra l'applauso del teatro e quello della scuola: esiste una certa eleganza anche nel modo di lodare. Ogni cosa, a ben guardare, è rivelatrice e anche da particolari minimi si può dedurre l'indole di una persona: l'incedere, un movimento della mano e a volte una sola risposta o il portare un dito alla testa o il movimento degli occhi denunciano un uomo impudico; il modo di ridere rivela il malvagio; il viso e l'atteggiamento il pazzo. Questi elementi vengono alla luce attraverso segni evidenti: puoi sapere come è ciascuno, badando a come loda e a come riceve le lodi. 13 Da ogni parte il pubblico tende le mani al filosofo e la folla degli ammiratori lo assedia: in realtà costui non viene lodato, ma acclamato. Lasciamo questi strepiti a quelle arti che vogliono riuscire gradite alla massa: la filosofia deve essere venerata. 14 Bisognerà a volte concedere ai giovani di seguire il loro impulso, ma solo quando lo faranno di slancio, quando non potranno imporsi il silenzio; simili elogi in qualche misura spronano anche il pubblico e stimolano l'animo dei giovani. Li tocchi, però la sostanza, non le belle parole; altrimenti l'eloquenza sarà loro nociva, se non provocherà desiderio di contenuti, ma compiacimento di se stessa.

15 Rimandiamo per ora questo tema, poiché richiede una lunga e appropriata trattazione: come si debba dissertare in pubblico, che cosa ci si possa permettere di fronte al pubblico, che cosa si possa permettere al pubblico di fronte a noi. La filosofia ha senza dubbio sofferto un danno da quando si è prostituita; ma può ricomparire nei suoi santuari, purché non trovi mercanti, ma sacerdoti. Stammi bene.

 

LIBRO SESTO

 

 

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1 Sono pronto a tutto, ora che mi sono lasciato convincere a mettermi in mare. Salpai col mare calmo; veramente il cielo era carico di quei nuvoloni neri che, di solito, portano acqua o vento, ma pensai di farcela a percorrere le poche miglia tra la tua Napoli e Pozzuoli, anche se il tempo era incerto e minacciava tempesta. Perciò per uscirne prima, mi diressi subito al largo verso Nisida tagliando via tutte le insenature. 2 Quando già mi trovavo a mezza strada, quella calma che mi aveva lusingato, finì; ancora non era scoppiata la burrasca, ma il mare era mosso e andava agitandosi sempre più. Cominciai a chiedere al timoniere di sbarcarmi in qualche punto della costa: mi disse che il litorale era dovunque a picco e privo di approdi e che in mezzo alla tempesta la cosa che temeva di più era la terra. 3 Io intanto stavo così male da non curarmi più del pericolo; mi tormentava una nausea spossante, ma senza vomito; quella che smuove la bile e non la caccia fuori. Insistetti, perciò con il timoniere e lo costrinsi, volente o nolente, a dirigersi verso terra. Quando ne siamo in prossimità, non aspetto che venga eseguita nessuna delle manovre descritte da Virgilio,

Volgono le prore al mare

o

Si getta l'ancora dalla prora:

memore della mia maestria di vecchio amante dell'acqua gelida, mi getto in mare vestito di panno come è bene per chi fa bagni freddi. 4 Sapessi che cosa ho passato arrampicandomi su per gli scogli, cercando una via, anzi creandomela! Ho capito che i marinai non hanno torto a temere la terra. Sono incredibili le sofferenze che ho sostenuto, mentre quasi non potevo sostenere me stesso: Ulisse, sappilo, non era destinato dalla nascita a trovar mari così agitati da fare sempre naufragio: soffriva di mal di mare. Anch'io, dovunque dovrò recarmi per mare, ci arriverò dopo vent'anni.

5 Non appena rimisi in sesto lo stomaco - il senso di nausea, lo sai, non finisce venendo via dal mare - non appena rinfrancai il corpo ungendolo, cominciai a riflettere tra me e me, come ci dimentichiamo dei nostri difetti anche fisici, che pure si fanno sentire spesso, nonché di quelli spirituali, che più sono grandi più restano nascosti. 6 Una leggera febbriciattola può sfuggire; ma quando aumenta e divampa una vera febbre, anche un uomo forte e abituato a soffrire deve confessare la sua malattia. I piedi ci dolgono, avvertiamo leggere fitte alle articolazioni: ma noi ancora dissimuliamo e diciamo o che ci siamo slogati una caviglia o che ci siamo stancati facendo ginnastica. All'inizio si cerca di dare un nome alla malattia ancora incerta; ma quando comincia a interessare le caviglie e a deformare i piedi, bisogna ammettere che si tratta di podagra.

7 Il contrario accade nelle malattie dello spirito: più uno sta male, meno se ne rende conto. Non c'è da stupirsene, carissimo; chi dorme un sonno leggero, durante il sonno percepisce delle immagini e dormendo a volte si accorge di dormire: un sonno profondo, invece, cancella anche i sogni e fa sprofondare la mente tanto che perdiamo coscienza di noi stessi. 8 Perché nessuno ammette i propri difetti? Perché vi è ancora immerso: i sogni li racconta chi è sveglio e così i propri vizi li ammette solo chi è guarito. Destiamoci, dunque, e rendiamoci conto dei nostri errori. Ma solo la filosofia può destarci, può scuoterci dal nostro sonno profondo: dedicati a lei completamente, tu ne sei degno ed essa è degna di te: stringetevi l'uno all'altra. Respingi tutto il resto con forza, apertamente; non ci si può dedicare alla filosofia di tanto in tanto. 9 Se tu fossi malato, avresti tralasciato la cura del patrimonio e dimenticato le attività forensi e non stimeresti nessuno tanto da acconsentire ad assumerti la sua difesa durante gli intervalli della malattia; cercheresti in ogni modo di liberarti quanto prima del tuo male. E allora? Non farai lo stesso anche adesso? Metti da parte ogni impedimento e dedicati alla saggezza: nessuno può arrivarvi se ha mille impegni. La filosofia esercita il suo potere; il tempo lo accorda lei, non lo riceve da noi; non è un'attività accessoria, ma fondamentale; è padrona, ci sta dappresso e ci comanda. 10 Alessandro, a una città che gli prometteva una parte delle terre e metà di tutti i beni, rispose: "Non sono venuto in Asia per accettare quello che mi avreste dato, ma perché voi aveste quello che io vi avrei lasciato." Lo stesso dice la filosofia per ogni cosa: "Non ho intenzione di accettare il tempo che vi avanza: voi avrete quello che io stessa rifiuterò." 11 Rivolgile tutta la tua attenzione, stalle vicino, venerala: ci sarà un grande divario tra te e gli altri; sarai superiore di molto a tutti gli uomini e gli dèi non saranno di molto superiori a te. Chiedi quale differenza ci sarà tra te e loro? Vivranno più a lungo. Ma, perbacco, ci vuole una grande abilità a racchiudere tutto in poco spazio; per il saggio la propria vita si estende quanto per dio l'eternità. Ma c'è qualcosa in cui il saggio può essere superiore a dio: quegli non teme nulla per merito della sua natura, il saggio per merito suo. 12 Ecco una gran cosa, avere la debolezza di un uomo e la tranquillità di un dio. È incredibile la forza della filosofia nel respingere ogni attacco della sorte. Nessun'arma si conficca nel suo corpo; è ben difesa e salda; certi dardi li neutralizza e, come se fossero colpi leggeri, li para con le pieghe dell'ampia veste, altri li rende vani e li respinge contro chi li aveva scagliati. Stammi bene.

 

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1 La malattia mi aveva accordato una lunga tregua; all'improvviso mi ha assalito ancora. "Di che malattia parli?" chiederai. Domanda giusta: nessun male mi è sconosciuto. Ma a uno in particolare sono come destinato: non so perché dovrei usare un termine greco: "difficoltà di respiro" è una definizione abbastanza adatta. L'attacco è brevissimo e simile a una tempesta; finisce per lo più nel giro di un'ora: e chi mai potrebbe agonizzare a lungo? 2 Su di me sono passati tutti i malanni e i pericoli cui è soggetto il nostro corpo, ma nessuno mi sembra più penoso. E perché no? Qualunque altra infermità significa essere malati, questa è esalare l'anima. Perciò i medici la chiamano "preparazione alla morte": un giorno il respiro riesce a fare quello che ha spesso tentato. 3 Se mi compiacessi di questa stasi come di una guarigione sarei ridicolo, quanto un individuo che pensasse di aver vinto solamente perché è riuscito a rimandare il processo.

Ma io, anche quando ero sul punto di soffocare, ho sempre trovato conforto in pensieri lieti e forti. 4 "Che c'è?" mi dico, "La morte mi mette alla prova tanto spesso? Faccia pure: l'ho sperimentata a lungo." "Quando?" mi chiedi. Prima di nascere. La morte è non esistere. E ormai so com'è: dopo di me sarà ciò che fu prima di me. Se nella morte c'è tormento, ci fu necessariamente anche prima che venissimo alla luce; ma allora non sentimmo nessuna sofferenza. 5 Ti chiedo: se uno pensasse che per una lucerna è peggio quando è spenta che prima di essere accesa, non lo giudicheresti veramente stupido? Anche noi ci accendiamo e ci spegniamo: in quell'intervallo proviamo qualche sofferenza; prima e dopo, invece, c'è una profonda serenità. Questo, se non m'inganno, è il nostro errore, Lucilio mio: crediamo che la morte ci segua e, invece, ci ha preceduto e ci seguirà. Tutto quello che è stato prima di noi è morte; che importa se non cominci oppure finisci, quando il risultato in entrambi i casi è questo: non esistere.

6 Ho continuato a rivolgere a me stesso queste e altre esortazioni dello stesso tipo (in silenzio, s'intende: non potevo parlare); poi a poco a poco quella difficoltà di respiro, che ormai cominciava a essere affanno, venne a intervalli maggiori e si arrestò. Ma ha lasciato uno strascico e pur essendo finito l'attacco, la respirazione non è ancora tornata alla normalità; sento che è come impacciata e impedita. Sia come sia, purché l'affanno non provenga dall'anima. 7 Tieni questo per certo: non trepiderò nel momento supremo, sono ormai preparato, non faccio programmi per l'intera giornata. Tu apprezza e imita l'uomo a cui non rincresce morire, quando vivere gli è gradito: che coraggio ci sarebbe a morire, se si è banditi dalla vita? Tuttavia, anche in questo caso ci può essere coraggio: sì, sono scacciato, ma me ne vado come se lo facessi di mia volontà. Perciò il saggio non sarà mai scacciato: essere scacciato significa essere allontanato da un luogo contro la propria volontà; ma il saggio non fa niente contro la sua volontà; sfugge alla necessità perché vuole ciò che essa gli imporrà di fare. Stammi bene.

 

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1 Ritorno proprio ora dalla passeggiata in lettiga stanco come se avessi camminato tanto tempo quanto sono stato seduto: è una fatica anche l'essere trasportati a lungo e non so se è maggiore perché contro natura: la natura ci ha dato i piedi per camminare da soli, gli occhi per vedere da soli. Le mollezze ci hanno indebolito e non possiamo più fare ciò che per lungo tempo non abbiamo voluto fare. 2 Tuttavia era per me indispensabile scuotere il corpo, sia perché si dissipasse la bile che avevo in gola, sia perché lo sballottamento normalizzasse il respiro che per qualche motivo era troppo frequente; insomma, mi è parso che mi giovasse. Ho, perciò continuato a farmi trasportare, invitato anche dalla costa, che forma una curva tra Cuma e la villa di Servilio Vazia: da una parte il mare, dall'altra il lago la chiudono a formare uno stretto passaggio. Una recente burrasca lo aveva reso compatto; come sai, le onde ripetute e violente spianano il litorale; un periodo piuttosto lungo di bel tempo, invece, lo sfalda, perché la sabbia, che viene tenuta insieme dall'acqua, perde l'umidità.

3 Come mia abitudine, ho cominciato a guardarmi intorno per trovare qualcosa che potesse essermi utile e ho rivolto lo sguardo alla villa che un tempo era di Vazia. Là era diventato vecchio quel ricco ex pretore, noto solo per la sua vita ritirata e solo per questo motivo ritenuto fortunato. Tutte le volte che l'amicizia per Asinio Gallo, oppure l'odio o l'amore per Seiano (era ugualmente pericoloso sia averlo offeso, sia averlo amato) faceva cadere qualcuno in disgrazia, la gente esclamava: "Vazia, tu solo sai vivere." 4 Ma lui sapeva stare nascosto, non vivere; c'è una grande differenza tra una vita ritirata e una vita oziosa. Non passavo mai davanti a questa villa, quando era vivo, senza dire: "Qui è sepolto Vazia." Ma, mio caro Lucilio, la filosofia è talmente sacra e veneranda che se qualcosa le somiglia, la apprezziamo nonostante sia una contraffazione. Per la massa chi conduce una vita appartata è un uomo libero da impegni, sereno, soddisfatto di sé, che vive per se stesso; e, invece, tutto ciò può toccare solo al saggio. Lui solo sa vivere per se stesso, perché egli, e questa è la cosa più importante, sa vivere. 5 Chi fugge uomini e cose, chi si isola perché deluso nelle proprie aspettative, chi non può sopportare la vista di altri più fortunati, chi si nasconde per paura, come un animale pavido e incapace di reagire, quell'uomo non vive per se stesso, ma, ed è veramente una vergogna, per mangiare, dormire e soddisfare tutti i propri piaceri. Non vive per sé chi non vive per nessuno. Tuttavia l'essere costanti e il perseverare nei propri propositi ha una forza tale che anche l'inerzia ostinata incute un certo rispetto.

6 Sulla villa non ti posso scrivere niente di preciso; ne conosco solo la facciata e l'esterno visibile a chiunque passi. Ci sono due grotte artificiali, opera grandiosa, ampie come un vasto atrio: sull'una non batte mai il sole, l'altra lo riceve fino al tramonto. Un ruscello, formato dall'acqua del mare e del lago Acherusio, simile a un canale, attraversa un boschetto di platani ed è sufficiente a nutrire dei pesci, anche se vi si attinge incessantemente. Quando si può andare per mare, lo si risparmia; ma se il brutto tempo costringe i pescatori a un riposo forzato, si mette mano a quella comoda riserva. 7 La maggiore prerogativa della villa è, però l'avere Baia vicina: si godono i piaceri che essa offre, senza subirne gli svantaggi. E so che ha anche questo vantaggio: penso sia abitabile tutto l'anno; vi soffia, infatti, lo zefiro, che essa riceve togliendolo a Baia. Non fu sciocco Vazia a scegliere questa località per trascorrervi da vecchio una vita appartata e inoperosa.

8 Ma il luogo di residenza influisce poco sulla serenità: è l'animo che dà valore alle cose. Ho visto con i miei occhi uomini tristi in ville ridenti e amene, ho visto uomini che parevano indaffarati in piena solitudine. Perciò non devi pensare di non star bene perché non sei in Campania. E perché, poi, non ci sei? Indirizza qui i tuoi pensieri. 9 Puoi intrattenerti con gli amici assenti ogni volta e per tutto il tempo che vuoi. Quando siamo lontani godiamo maggiormente di questo grandissimo piacere; il frequentarsi ci rende esigenti e poiché talvolta parliamo, passeggiamo, sediamo insieme, quando ci separiamo non pensiamo alle persone che abbiamo visto da poco. 10 Dobbiamo sopportare serenamente la lontananza perché spesso si è molto distanti anche da chi ci sta vicino. Tieni conto innanzi tutto della separazione notturna, poi delle occupazioni diverse, degli studi fatti in solitudine, degli spostamenti fuori città: vedrai che i viaggi non ci tolgono molto. 11 L'amico bisogna averlo nel cuore; il cuore non è mai lontano e ogni giorno vede chi vuole. Perciò studia con me, pranza con me, con me passeggia: vivremmo davvero un'esistenza ristretta, se i nostri pensieri avessero un limite. Ti vedo, mio caro, proprio ora ti sento; ti sono così vicino che non so se devo cominciare a scriverti una lettera o un biglietto. Stammi bene.

 

56

1 Che io possa morire se, quando uno se ne sta appartato a studiare, il silenzio è necessario come si pensa. Ecco, intorno a me risuonano da ogni parte schiamazzi di tutti i tipi: abito proprio sopra uno stabilimento balneare. Immagina ora ogni genere di baccano odioso agli orecchi: quando i più forti si allenano e fanno sollevamento pesi, quando faticano o fingono di faticare, odo gemiti, e, tutte le volte che trattengono il fiato ed espirano, sibili e ansiti; quando càpita qualcuno pigro che si contenta di un normale massaggio, sento lo scroscio delle mani che percuotono le spalle e che dànno un suono diverso se battono piatte o ricurve. Se poi arrivano quelli che giocano a palla e cominciano a contare i colpi, è fatta. 2 Mettici ancora l'attaccabrighe, il ladro colto in flagrante, quello cui piace sentire la propria voce mentre fa il bagno, e poi le persone che si tuffano in piscina e smuovendo l'acqua fanno un fracasso indiavolato. Oltre a tutti questi che, se non altro, hanno voci normali, pensa al depilatore che spesso sfodera una vocetta sottile e stridula per farsi notare e tace solo quando depila le ascelle e costringe un altro a gridare al suo posto. Poi ci sono i vari richiami del venditore di bibite, il salsicciaio, il pasticcere e tutti gli esercenti delle taverne che vendono la loro merce con una particolare modulazione della voce.

3 "Sei di ferro", dici, "oppure sordo, se rimani presente a te stesso fra tanti rumori diversi e discordi, mentre al nostro Crisippo sembra di morire per il continuo salutare." Ma, perbacco, io di questo frastuono non mi curo più che dello scorrere o del cadere dell'acqua, sebbene senta che un popolo si è trasferito altrove per questo solo motivo: non poteva sopportare il fragore delle cascate del Nilo. 4 Secondo me la voce distrae più del frastuono: quella attira l'attenzione, quest'ultimo riempie e colpisce solo le orecchie. Tra i rumori che mi risuonano intorno senza distrarmi metto le vetture che passano in corsa, l'artigiano, mio coinquilino, e il vicino fabbro, oppure quel tale che, presso la Meta Sudante, prova trombette e flauti, e non suona, ma strepita: 5 un suono intermittente mi dà, però più fastidio di uno continuo. Ma ormai mi sono così corazzato contro tutti questi rumori, che potrei udire persino il comito dare il tempo ai rematori con voce stridula. Costringo la mente a rimanere assorta in se stessa senza farsi distrarre da fattori esterni; risuoni pure fuori di me ogni genere di fracasso, purché interiormente non ci sia scompiglio, purché non combattano tra loro cupidigia e paura, purché l'avarizia e l'intemperanza non siano in lotta e l'una non tormenti l'altra. A che serve il silenzio dell'intero quartiere, se le passioni si agitano in noi?

6 Tutto era tranquillo nella placida quiete della notte.

È falso: non esiste nessuna placida quiete se non quella regolata dalla ragione; la notte rivela l'inquietudine, non la elimina, cambia semplicemente gli affanni. Quando dormiamo, i nostri sogni sono tormentati come le nostre giornate: la vera tranquillità è quella in cui si dispiega la saggezza. 7 Guarda quell'uomo cui si cerca di conciliare il sonno facendo silenzio nell'ampia dimora: tutta la schiera dei servi tace e quelli che si avvicinano alla sua stanza camminano in punta di piedi, perché nessun rumore disturbi le sue orecchie: ma lui si gira di qua e di là e cerca di prendere un po' di sonno tra le sue preoccupazioni; si lamenta di aver udito qualcosa, in realtà non ha sentito niente. 8 Secondo te qual è il motivo? È l'anima che strepita dentro di lui. Questa bisogna placare, è la sua rivolta che deve essere sedata; non devi pensare che l'anima è tranquilla, se il corpo riposa: talvolta la quiete stessa è carica di inquietudine; perciò dobbiamo essere spronati ad agire e impegnarci a svolgere qualche nobile attività tutte le volte che l'inerzia, insofferente di se stessa, ci fa star male. 9 I grandi generali, quando vedono che un soldato obbedisce controvoglia, lo tengono a freno con qualche occupazione e lo impiegano in spedizioni militari. Chi ha molto da fare non ha tempo di abbandonarsi alla dissolutezza. Senza dubbio il lavoro cancella i vizi generati dall'ozio. Spesso ci si ritira a vita privata apparentemente per disgusto dell'attività politica e malcontenti di una posizione sterile e sgradita; tuttavia in quel nascondiglio dove ci hanno gettato la paura e la stanchezza a volte si risveglia l'ambizione: non era stata estirpata; era come spossata o anche sdegnata per il fallimento delle proprie aspettative. 10 Lo stesso vale per la dissolutezza: a volte sembra essere definitivamente scomparsa, ma poi tormenta coloro che hanno fatto professione di moderazione e nella parsimonia ricerca i piaceri: erano stati abbandonati, ma non condannati e li ricerca con più impeto quanto più è nascosta. Tutti i vizi, se manifesti, sono meno gravi; anche le malattie si avviano alla guarigione quando esplodono e mostrano la loro virulenza. Sappi che l'avarizia, l'ambizione e le altre infermità spirituali dell'uomo sono pericolosissime se si nascondono sotto un'apparente salute. 11 Sembriamo quieti, ma in realtà non è così. Se siamo in buona fede, se abbiamo chiamato a raccolta le nostre forze, se, come dicevo poco prima, abbiamo disprezzato le belle apparenze, niente ci distoglierà: nessuna voce di uomini o canto di uccelli interromperà i nostri buoni propositi, ormai saldi e fermi. 12 Chi presta attenzione alle voci e agli eventi fortuiti, ha un'indole incostante e incapace di raccoglimento interiore; ha in sé preoccupazioni e timori che lo rendono ansioso, come scrive il nostro Virgilio:

e io, che poco tempo fa non temevo i dardi scagliati, né i Greci raccolti in schiere contro di noi, ora sono spaventato da ogni soffio di vento, ogni suono mi scuote e mi tiene in sospeso e temo in egual misura sia per il compagno che per il peso che porto.

13 Il primo è il saggio che non teme i dardi scagliatigli contro, né l'urto degli eserciti in fila serrata, né il fragore di una città attaccata dai nemici: quest'altro non conosce la filosofia, teme per i suoi beni e trasale a ogni più piccolo rumore, si abbatte per una qualsiasi voce scambiandola per una minaccia, resta senza fiato al più lieve movimento ed è timoroso per i suoi bagagli. 14 Scegli una qualunque tra queste persone fortunate che si tirano dietro o che portano su di sé molti beni, la vedrai "temere per il compagno e per il peso". Sappi che sarai veramente tranquillo solo quando non ti toccherà nessun clamore, quando nessuna voce ti scuoterà, né blanda, né minacciosa, né vana e menzognera. 15 "E allora? Non è preferibile fare a meno una volta buona di questo schiamazzo?" Certo; perciò me ne andrò da questa casa. Ho voluto mettermi alla prova ed esercitarmi: che necessità c'è di farsi tormentare più a lungo, quando Ulisse trovò per i suoi compagni un rimedio tanto semplice anche contro le Sirene? Stammi bene.

 

57

1 Dovevo tornare da Baia a Napoli e mi sono subito lasciato convincere che minacciasse un temporale, per non sperimentare di nuovo la nave; ma la strada era tanto fangosa che mi sembra quasi di essere stato ancòra per mare. Quel giorno ho dovuto subire fino in fondo il destino degli atleti: dopo l'unguento, nella galleria di Posillipo, ci ha assalito la polvere. 2 Niente è più lungo di quello stretto passaggio, niente più oscuro di quelle torce che ci servono non a vedere in mezzo alle tenebre, ma a vedere le tenebre. Del resto anche se ci fosse luce, la ingoierebbe la polvere che è fastidiosa e seccante anche all'aperto; immagina là dentro: turbina su se stessa e così rinchiusa, non avendo via d'uscita, ricade su quelli che l'hanno sollevata! Abbiamo perciò sopportato due inconvenienti opposti nel medesimo tempo: per la stessa strada, nello stesso giorno ci hanno tormentato polvere e fango.

3 Tuttavia quell'oscurità mi ha dato l'occasione di riflettere: ho sentito un colpo al cuore e un'alterazione, ma senza paura, causati dalla stranezza di quella situazione insolita e orribile. Non ti parlo ora di me che sono un uomo molto lontano da un livello accettabile, né, tanto meno, sono perfetto, ma di chi si è sottratto al dominio della sorte: anche costui si turberà e sbiancherà in volto. 4 Ci sono reazioni, mio caro, alle quali nemmeno un uomo virtuoso può sottrarsi: la natura gli ricorda che è mortale. Contrae, perciò il volto di fronte al dolore, rabbrividisce davanti agli imprevisti, gli si annebbia la vista, se dall'orlo di una voragine guarda in basso: questa non è paura, ma un impulso istintivo e irrazionale. 5 Per ciò uomini coraggiosi e prontissimi a versare il loro sangue non sopportano la vista del sangue altrui; certi si sentono venir meno e svengono se vedono medicare o esaminare una ferita recente, altri una ferita vecchia e purulenta. C'è chi preferisce ricevere un colpo di spada che vederlo dare. 6 Sentii, come dicevo, non un turbamento, ma un'alterazione: poi, appena vidi riapparire la luce, ritornai allegro senza pensarci e impormelo. Cominciai allora a dirmi quanto siamo sciocchi a temere certe cose di più, certe altre di meno, quando poi l'esito è identico. Che differenza c'è se ci cade addosso il casotto delle sentinelle o un monte? Nessuna. Eppure c'è chi teme di più quest'ultima evenienza, sebbene entrambe siano ugualmente mortali: abbiamo più paura delle cause che degli effetti.

7 Pensi ora che io segua la dottrina degli Stoici, ossia che l'anima di un uomo schiacciato da un enorme peso, non avendo via d'uscita, non può perdurare e subito si dissolve? No, non lo faccio: la ritengo una teoria sbagliata. 8 Come la fiamma non la si può schiacciare (infatti si propaga intorno all'oggetto che la comprime), come l'aria non viene ferita da colpi o sferzate e nemmeno si scinde, ma si riversa intorno al corpo che ne ha preso il posto; così l'anima, formata di particelle sottilissime, non può essere presa o uccisa dentro il corpo, ma, grazie alla sua sottigliezza, erompe attraverso ciò che la comprime. Come il fulmine, anche se ha colpito e illuminato un ampio spazio, si ritira attraverso una piccola apertura, così l'anima, più sottile ancòra del fuoco, può fuggire attraverso ogni corpo. 9 Sorge, perciò il problema della sua immortalità. Tieni questo per certo: se sopravvive al corpo, non può essere annientata in nessun modo: l'immortalità non ammette eccezioni e, d'altra parte, nulla può nuocere a ciò che è eterno. Stammi bene.

 

58

1 Mai come oggi mi sono reso conto della nostra povertà, anzi penuria di vocaboli. Per caso si parlava di Platone e sono capitati mille concetti che richiedevano un termine appropriato e non lo avevano, e altri che, pur avendolo avuto in passato, lo avevano perso per la nostra sofisticheria. Ma è tollerabile essere schizzinosi nella miseria? 2 Quello che i Greci chiamano oistros (e cioè l'insetto che perseguita il bestiame e lo disperde per i pascoli) i nostri avi lo chiamavano asilus. Puoi credere a Virgilio:

Vicino al sacro bosco del Silaro e all'Alburno verdeggiante di lecci vola in fitti sciami un insetto il cui nome romano è asilus e che i Greci chiamano oistros, molesto, dal verso penetrante, che spaventa gli armenti e li fa fuggire per i boschi.

3 Penso sia chiaro che il termine è caduto in disuso. Per non tirarla alle lunghe, si usavano certe forme semplici come cernere ferro inter se. Lo stesso Virgilio lo testimonia:

ingentis, genitos diversis partibus orbis, / inter se coiisse viros et cernere ferro.

Ora diciamo decernere, si è perso l'uso della parola semplice. 4 Gli antichi dicevano si iusso, ora si dice iussero. Non devi credere a me, ma sempre a Virgilio:

cetera, qua iusso, mecum manus inferat arma.

5 Tanto zelo non è per dimostrarti quanto tempo ho perduto a studiare la grammatica, ma per farti capire quanti termini usati da Ennio e da Accio siano ammuffiti, se addirittura ci sono state sottratte parole di Virgilio che pure scorriamo ogni giorno. 6 "Che significa questo preambolo? Dove va a parare?" Non è un segreto: voglio, se è possibile, usare la parola essentia con la tua approvazione; ma, in caso contrario, la userò lo stesso anche se non ti piace. Garante, penso autorevole, di questo vocabolo è Cicerone; se ne vuoi uno più vicino a noi, Fabiano, facondo e raffinato, di eloquenza brillante anche per i nostri gusti difficili. Se no, che accadrà, Lucilio mio? In che modo diremo $ïšóßá$, realtà necessaria, sostanza che ha in sé il fondamento di tutto? Permettimi allora, ti prego, di usare questo termine. Cercherò peraltro, di esercitare con molta parsimonia il diritto che mi concedi; anzi, forse mi accontenterò solo di questo diritto. 7 A che servirà la tua condiscendenza se, ecco, non posso esprimere in nessun modo in latino il concetto per cui ho criticato la nostra lingua? Tanto più condannerai la limitatezza del latino, sapendo che è una sola la sillaba intraducibile. Qual è? $ô' -í$. Certo ti sembro ottuso: è chiaro che si può tradurre "ciò che è". Vedo, però che c'è molta differenza: sono costretto a usare un verbo al posto di un sostantivo; ma, se è necessario, dirò "ciò che è".

8 Mi diceva oggi il nostro amico, uomo molto erudito, che Platone usa questo termine in sei significati diversi. Te li riferirò tutti; prima, però devo spiegarti che esiste un "genere" e anche una "specie". Ora cerchiamo quel genere primo da cui dipendono le altre specie, da cui nasce ogni divisione e che comprende ogni cosa. Lo troveremo passando in rassegna a ritroso i singoli esseri e arriveremo così al primo genere. 9 L'uomo è una specie, come dice Aristotele; il cavallo è una specie; il cane è una specie. Bisogna, perciò ricercare un legame comune a tutti questi esseri, che li abbracci e li comprenda sotto di sé. Qual è? Il genere animale. Quindi comincia a esserci un genere di tutti gli esseri che ho or ora elencato - uomo, cavallo, cane - cioè animale. 10 Ci sono, però esseri che hanno uno spirito, ma non sono animali; alle piante e agli alberi si attribuisce, infatti, uno spirito vitale; diciamo, perciò che vivono e muoiono. Gli esseri animati, quindi, occuperanno il primo posto, poiché in questa categoria ci sono gli animali e le piante. Ma esistono cose prive di spirito vitale, come i sassi; ci sarà, dunque, qualcosa che viene prima degli esseri animati: il corpo naturalmente. Dividerò ora, tutti i corpi in due categorie: animati o inanimati. 11 Ma c'è ancora qualcosa al di sopra del corpo, poiché parliamo di cose corporee o incorporee. E dunque cosa sarà ciò da cui derivano? Quello che prima abbiamo impropriamente definito "ciò che è". Lo divideremo ora in specie e diremo: "ciò che è" o è corporeo o è incorporeo. 12 Questo è il genere primo, il più antico e, per così dire, generale; anche gli altri sono generi, ma particolari. L'uomo è un genere; ha in sé come specie le nazionalità: Greci, Romani, Parti; i colori: bianchi, neri, biondi; ha i singoli individui: Catone, Cicerone, Lucrezio. E così, poiché racchiude molti esseri, è un genere; ed è una specie, poiché è subordinato a un altro genere. Il genere generale "ciò che è" non ha niente al di sopra di sé; è il principio delle cose, tutto gli è subordinato. 13 Gli Stoici vogliono porre al di sopra di questo un altro genere che viene ancora prima. Te ne parlerò subito dopo aver dimostrato che quel genere, di cui si è detto, occupa a ragione il primo posto, perché contiene in sé ogni cosa. 14 "Ciò che è" lo divido in due specie, corporea e incorporea; non ce n'è una terza. E il corpo come lo divido? Così: esseri animati o inanimati. A loro volta come divido gli esseri animati? Certi hanno l'anima, certi hanno solo lo spirito vitale; oppure così: certi si muovono, avanzano, passano da un posto all'altro, certi, fissi al suolo, si nutrono attraverso le radici e crescono. E gli esseri animati in quali specie li divido? Esseri mortali o immortali. 15 Alcuni Stoici ritengono che il genere primo sia un "qualcosa"' eccone il motivo. "In natura," dicono, "certe cose esistono, altre non esistono, ma la natura comprende anche quelle che non esistono e che sono frutto dell'immaginazione, come i Centauri, i Giganti e tutto ciò che, nato da una falsa credenza, ha assunto un'immagine, sebbene priva di sostanza."

16 Ritorno ora a quello che ti ho promesso, ossia come Platone divida in sei gruppi tutti gli esseri. Quel primo elemento definito "ciò che è" non si percepisce né con la vista, né col tatto, né con gli altri sensi: è solo pensabile. Ciò che è in forma generale, come il genere uomo, non è visibile; ma è visibile l'individuo particolare, come Cicerone e Catone. Noi non vediamo il genere animale; lo pensiamo. Ne vediamo, invece, la specie, cavallo, cane. 17 Al secondo posto tra tutti gli esseri Platone colloca quello che sovrasta ed è superiore a tutti; lo definisce l'essere per eccellenza. Poeta è una parola di uso comune (tutti coloro che compongono versi hanno questo nome), ma presso i Greci sta a designare uno solo: quando si sente dire poeta, si intende Omero. Chi è, allora, questo essere? Naturalmente dio, il più grande e il più potente di tutti gli esseri. 18 Il terzo gruppo comprende quegli esseri che hanno un'esistenza propria; sono innumerevoli, ma non sono visibili ai nostri occhi. Quali sono? È una concezione particolare di Platone: le chiama "idee": tutto ciò che vediamo deriva da esse e su di esse si modella. Sono immortali, immutabili, inviolabili. 19 Senti ora che cos'è un'idea, o meglio, che cos'è per Platone: "L'idea è il modello immortale degli esseri che la natura genera." Ti spiegherò ora questa definizione perché ti sia più chiaro il concetto. Voglio fare il tuo ritratto. Ho te come modello del dipinto e la mia mente ne trae un aspetto da fissare nella sua opera; così quell'immagine che mi ammaestra e mi indirizza e da cui deriva l'imitazione, è l'idea. La natura possiede in numero infinito tali modelli di uomini, di pesci, di alberi e a questi si conforma tutto ciò che da essa nasce. 20 Il quarto posto l'occupa l'idos. Devi fare ben attenzione per capire cosa sia questo idos e imputare a Platone, non a me, la difficoltà del concetto; ma non c'è sottigliezza priva di difficoltà. Poco fa mi sono servito dell'esempio del pittore. Quello, per fare il ritratto di Virgilio, doveva guardarlo. L'immagine di Virgilio era l'idea, il modello della futura opera; ciò che l'artista ne trae e ha impresso nella sua opera è l'idos. 21 Che differenza c'è, chiedi? L'idea è il modello, l'idos la forma desunta dal modello e impressa nell'opera; l'artista imita l'una, crea l'altro. La statua ha un'immagine: questa è l'idos. Il modello stesso ha un'immagine cui ha guardato l'artista dando forma alla statua: questa è l'idea. Ancora, se vuoi un'altra distinzione: l'idos è nell'opera, l'idea è fuori dell'opera, e non solo fuori, ma precedente a essa. 22 Al quinto gruppo appartengono gli esseri che esistono comunemente: questi cominciano a riguardarci; qui c'è tutto: uomini, bestie, cose. Il sesto gruppo comprende le cose che quasi esistono, come lo spazio, il tempo.

Tutto ciò che vediamo o tocchiamo Platone non lo annovera tra gli esseri che ritiene abbiano un'esistenza propria; poiché essi scorrono e di continuo diminuiscono o crescono. Nessuno di noi è in vecchiaia lo stesso che in gioventù; nessuno di noi è al mattino lo stesso della sera prima. I nostri corpi sono trascinati via come l'acqua dei fiumi. Tutto ciò che vedi vola al ritmo del tempo: niente di quello che abbiamo sotto gli occhi rimane tale e quale; io stesso mentre dico che queste cose cambiano, sono cambiato. 23 Dice Eraclito: "Non ci si può immergere due volte nello stesso fiume." Il nome del fiume rimane lo stesso, ma l'acqua è passata oltre. È un fenomeno più evidente in un corso d'acqua che nell'uomo; ma il flusso che trascina via anche noi è altrettanto veloce; perciò mi stupisco della nostra insensatezza: amiamo tanto una cosa fugacissima, il nostro corpo, e temiamo il momento della morte, mentre ogni momento è la morte dello stato precedente: non devi temere che avvenga una volta ciò che avviene ogni giorno! 24 Ho parlato dell'uomo, materia fragile e caduca, esposta a ogni influenza: anche l'universo, eterno e indistruttibile, muta e non rimane uguale a se stesso. Sebbene abbia in sé tutti i fattori originari, li ha diversi dallo stadio primitivo: cambia l'ordine.

25 "A che mi servono," dirai, "queste sottigliezze?" Vuoi il mio parere? A niente. Ma come l'incisore distoglie e volge altrove gli occhi stanchi per la lunga concentrazione e, come si suol dire, li ristora, così anche noi dobbiamo ogni tanto concedere riposo alla nostra anima e ricrearla con qualche svago. Ma anche le distrazioni devono essere attività; se farai attenzione, potrai ricavarne salutari insegnamenti. 26 Io di solito mi comporto così, caro Lucilio: da qualsiasi nozione, anche se non ha niente a che fare con la filosofia, cerco di enucleare e di procurarmi qualche concetto utile. Gli argomenti or ora trattati non hanno il minimo rapporto con la questione morale. Come possono migliorarmi le idee platoniche? Che insegnamento posso trarne per dominare le mie passioni? Questo, per esempio: Platone nega un'esistenza vera e propria a tutte le cose soggette ai sensi, che ci infiammano e ci stimolano. 27 Sono quindi, immaginarie, hanno una forma esteriore, limitata nel tempo, ma non sono né stabili, né concrete; eppure noi le desideriamo come se fossero eterne o potessimo possederle per sempre. Deboli e fragili ci soffermiamo tra cose prive di sostanza: rivolgiamo, invece, l'anima a ciò che è eterno. Contempliamo stupiti le forme di tutte le cose volare altissime e dio che sta in mezzo a esse: egli provvede a difendere dalla morte quegli esseri che non ha potuto creare immortali per l'ostacolo della materia, e a vincere con la ragione la limitatezza del corpo. 28 L'universo permane in vita non perché sia eterno, ma perché è difeso da chi lo governa: se fosse immortale, non avrebbe bisogno di un tutore. Il sommo artefice lo mantiene in vita, vincendo con la sua potenza la caducità della materia. Disprezziamo, dunque, tutte le cose che sono prive di valore al punto da essere in dubbio perfino la loro stessa esistenza. 29 Nel medesimo tempo pensiamo che se la provvidenza sottrae ai pericoli l'universo, mortale quanto noi, in certa misura anche noi, con la nostra previdenza, possiamo protrarre la vita di questo misero corpo, se saremo in grado di governare e frenare i piaceri, causa di morte per la maggior parte degli uomini. 30 Platone stesso arrivò alla vecchiaia per la sua cautela. Certo aveva un fisico forte e robusto e dall'ampiezza del torace gli era derivato il soprannome, ma i viaggi per mare e i pericoli lo avevano prostrato molto; tuttavia la frugalità, la misura in quei piaceri che suscitano la bramosia degli uomini e un'attenta cura di se stesso lo fecero arrivare alla vecchiaia nonostante i numerosi ostacoli. 31 Tu sai, penso, che grazie alla sua prudenza Platone morì esattamente il giorno del suo ottantunesimo compleanno. Perciò dei magi, che per caso si trovavano ad Atene, celebrarono un sacrificio in onore del defunto: secondo loro gli era toccato un destino superiore a quello umano, perché i suoi anni assommavano a un numero perfettissimo: il risultato di nove per nove. Sono certo che saresti pronto a rinunciare sia a pochi giorni di questa somma, sia al sacrificio. 32 La sobrietà può prolungare la vecchiaia: io non ritengo che la si debba desiderare intensamente, ma neppure rifiutare; è piacevole stare con se stessi il più a lungo possibile, quando ci si è resi degni di goderne.

È bene, allora, disdegnare la vecchiaia avanzata e non aspettare la morte, ma darsela con le proprie mani? Ecco il mio parere. Se uno attende inerte il proprio destino, non è dissimile da chi lo teme, come è un ubriacone chi vuota la bottiglia e beve anche la feccia. 33 Dovremo, però chiederci se l'ultima parte della vita è feccia o piuttosto bevanda limpidissima e purissima, sempre che la mente sia sana e i sensi integri aiutino l'anima, e il corpo non sia in declino e morto prima del tempo; importa molto, se prolunghiamo la vita o la morte. 34 Ma se il corpo non assolve più le sue funzioni, non è meglio liberare l'anima dalle sue sofferenze? E forse bisogna agire un po' prima del dovuto perché, arrivato il momento, non ci si trovi nell'impossibilità di farlo; il pericolo di vivere male è maggiore del pericolo di morire presto; quindi, se uno non scongiura il rischio di una grande disgrazia per guadagnare un po' di tempo, è pazzo. Pochi uomini sono morti vecchissimi senza subire danno; molti hanno condotto un'esistenza passiva e inutile: aver perduto una parte della vita ti sembra tanto più crudele che perdere il diritto di mettervi fine? 35 Non ascoltarmi contro voglia, come se il mio parere ormai ti riguardasse direttamente e pondera bene quello che ti dico: non abbandonerò la vecchiaia, se mi conserverà integro, ma integro nella parte migliore di me; se, però comincerà a turbare e a sconvolgermi la mente, se non mi lascerà la vita, ma solo il soffio vitale, mi precipiterò fuori dall'edificio marcio e in rovina. 36 Non fuggirò la malattia con la morte, purché non sia una malattia inguaribile e non danneggi l'anima. Non mi darò la morte per paura del dolore: morire così significa darsi per vinto. Tuttavia, se saprò di dover soffrire per tutta la vita, me ne andrò non per il dolore in se stesso, ma perché mi sarebbe di ostacolo a tutte quelle attività che sono lo scopo dell'esistenza; è debole e vile chi si dà la morte per paura del dolore, è insensato chi vive per soffrire.

37 Ma la sto tirando troppo alla lunga; ho ancora argomenti che potrebbero occupare un giorno intero: e come potrà mettere fine alla sua vita un uomo incapace di finire una lettera? Perciò addio: leggerai più volentieri questo commiato, che tutti i miei ragionamenti sulla morte. Stammi bene.

 

59

1 La tua lettera mi ha fatto molto piacere; permettimi di usare le parole nel significato comune e non rifarti a quello degli Stoici. Per noi il piacere è un vizio. Sia pure; tuttavia di solito usiamo questo termine per indicare uno stato d'animo gioioso. 2 Sì, lo so che il piacere, se ci rifacciamo al vocabolario stoico, è una cosa infame e che la gioia può toccare solo al saggio; infatti è l'elevazione dell'anima fiduciosa in quello che ha in sé di buono e di vero. Abitualmente, tuttavia, diciamo di aver provato una grande gioia per l'elezione a console di un amico, o per le sue nozze, o perché la moglie ha partorito, tutti avvenimenti che non sono gioia, ma spesso inizio di sofferenze future; e, invece, è una caratteristica della gioia non finire e non mutarsi in dolore. 3 Perciò quando il nostro Virgilio scrive

le malvagie gioie dello spirito,

si esprime con eleganza, ma con poca proprietà: non esiste gioia malvagia. Egli ha dato questo nome ai piaceri e ha espresso con chiarezza il suo pensiero; indica gli uomini contenti del proprio male. 4 Tuttavia non ho sbagliato a dire che la tua lettera mi ha fatto molto piacere; infatti, anche se è onesto il motivo per cui un uomo ignorante gioisce, quel sentimento che egli non sa dominare e che inclina sùbito al suo opposto, lo chiamo piacere: nasce dall'opinione di un falso bene e non ha moderazione, né misura.

Ma per tornare al tema del discorso, senti che cosa mi ha fatto piacere nella tua lettera: domini le parole, e non ti lasci trasportare dalla foga del discorso oltre i termini stabiliti. 5 Il fascino di qualche bel vocabolo induce molti autori a scrivere anche cose che non si erano proposti; questo a te non succede: tutto è stringato e attinente all'argomento; esponi le tue idee e lasci intendere più di quanto dici. Questo è indice di un fatto più importante: è chiaro che anche nel tuo animo non c'è niente di superfluo, di eccessivo. 6 Trovo, però metafore ardite, anche se non al punto di essere pericolose; trovo immagini che, secondo alcuni, non dovremmo usare perché lecite solo ai poeti. Costoro, credo, non hanno letto nessuno degli antichi scrittori, che non ricercavano ancora gli applausi coi loro discorsi; essi parlavano con semplicità per dimostrare un concetto e facevano largo uso di similitudini; io le ritengo necessarie non per lo stesso motivo per cui sono necessarie ai poeti, ma come sostegno alla nostra debolezza per favorire la concentrazione di chi parla e di chi ascolta sull'argomento trattato.

7 Ecco, ora sto leggendo Sestio, uomo acuto che scrive di filosofia in greco, basandosi sulla morale romana. Mi ha colpito questa sua immagine: un esercito avanza a colonne affiancate, pronto al combattimento, quando si teme da ogni parte un attacco nemico. "Lo stesso," dice, "deve fare il saggio: spieghi in ogni direzione tutte le sue virtù e dovunque si manifesti un pericolo, là siano pronte le difese e rispondano al cenno del comandante senza creare scompiglio." Negli eserciti guidati da grandi condottieri, noi vediamo che tutte le truppe sentono nello stesso momento l'ordine del comandante e sono disposte in modo che il segnale dato da un solo uomo arrivi simultaneamente alla fanteria e alla cavalleria; Sestio afferma che questa tattica è ancora più necessaria per noi. 8 I soldati spesso temono il nemico senza motivo, ma poi la marcia che li spaventava tanto non presenta nessun pericolo: l'uomo insensato non è mai tranquillo; i motivi di paura gli vengono dall'alto e dal basso, da destra e da sinistra; i pericoli gli si parano davanti e lo seguono. Trepida di fronte a tutto, è colto sempre di sorpresa e l'atterriscono i suoi stessi soccorritori. Il saggio, invece, è premunito e pronto a ogni attacco; non indietreggerà se la povertà, i lutti, il disonore, il dolore lo assalgono: avanzerà imperterrito contro di essi e in mezzo ad essi. 9 Sono molte le cose che ci vincolano e ci indeboliscono. A lungo ci siamo crogiolati nei vizi ed è difficile far piazza pulita: non ci siamo solo insozzati, ma addirittura infettati.

Per non passare da una similitudine all'altra, ti chiederò una cosa su cui spesso rifletto: perché la stupidità ci domina con tanta ostinazione? Punto primo: non la respingiamo con forza e non tendiamo con slancio alla salvezza; punto secondo: non abbiamo sufficiente fiducia nelle verità scoperte dai saggi, non le accogliamo nel profondo del cuore e ci dedichiamo con scarso impegno a una questione tanto importante. 10 Come può imparare quanto serve per combattere i vizi chi si applica nei ritagli di tempo che i vizi gli lasciano? Nessuno di noi va a fondo; cogliamo solo quanto è in superficie e i pochi minuti spesi per la filosofia bastano e avanzano per gente tanto affaccendata. 11 L'ostacolo maggiore è che siamo subito soddisfatti di noi stessi; se c'è qualcuno che ci definisce valenti, saggi, virtuosi, gli diamo immediatamente credito. Non ci accontentiamo di lodi misurate: accogliamo come dovuto il cumulo di spudorate adulazioni che ci vengono rivolte. Concordiamo con chi afferma che siamo gli uomini più virtuosi e saggi, pur sapendo che quelle persone mentono spesso e volentieri; siamo così indulgenti con noi stessi perché vogliamo essere lodati per virtù esattamente opposte al nostro modo di agire. Il carnefice (proprio mentre tortura) si sente definire l'uomo più mite, chi vive di ruberie l'uomo più generoso, il libertino ubriacone l'uomo più temperante; di conseguenza non vogliamo correggerci perché ci crediamo perfetti. 12 Alessandro attraversava ormai l'India e combatteva devastando i territori di genti poco note anche agli stessi popoli confinanti. Durante l'assedio di una città, mentre faceva il giro delle mura per individuarne i punti più deboli, fu colpito da una freccia; tuttavia rimase a lungo a cavallo e continuò la sua ricognizione. Ma poi il sangue, coagulatosi nella ferita, rese più acuto il dolore, e la gamba, che penzolava dal cavallo, si era a poco a poco intorpidita. Costretto a desistere, disse: "Tutti giurano che sono figlio di Giove, ma questa ferita grida che sono un uomo." 13 Seguiamo anche noi il suo esempio. Ciascuno, in misura diversa, si lascia infatuare dall'adulazione; diciamo: "Voi sostenete che sono saggio, ma io mi rendo conto di avere molti desideri inutili e dannosi. Non capisco nemmeno quello che la sazietà mostra agli animali: quale misura ci debba essere nel mangiare e nel bere; non conosco ancora la capacità del mio stomaco."

14 Ti insegnerò come tu possa renderti conto di non essere saggio. Il saggio è pieno di gioia, allegro e sereno, imperturbabile; la sua vita è pari a quella degli dèi. E ora esamina te stesso: se non sei mai triste, se nessuna speranza ti fa trepidare in attesa del futuro, se notte e giorno il tuo spirito fiero e soddisfatto di sé mantiene un atteggiamento stabile e sempre uguale, hai toccato il culmine dell'umano bene; ma se cerchi dovunque ogni genere di piaceri, sappi che ti mancano ugualmente saggezza e gioia. Vuoi raggiungerla, ma sbagli se speri di arrivarci tra le ricchezze e gli onori: cerchi cioè la gioia tra gli affanni: i falsi beni, cui aspiri convinto che ti daranno contentezza e piacere, sono causa di dolori. 15 Tutti, lo ribadisco, tendono alla gioia, ma ignorano dove sia possibile trovarne una duratura e intensa: c'è chi la cerca nei banchetti e nell'intemperanza, chi nell'ambizione e nella folla dei clienti che gli si accalcano intorno, chi nell'amante, chi poi nella vana ostentazione delle scienze liberali e negli studi letterari che non giovano a niente; tutti costoro si lasciano ingannare da piaceri fallaci e di breve durata, come l'ubriachezza che fa scontare l'allegra pazzia di un'ora con un lungo malessere, come gli applausi e il favore della folla acclamante che si ottiene e si paga a prezzo di gravi preoccupazioni. 16 Riflettici; questo è il risultato della saggezza: una gioia stabile. L'animo del saggio è come il mondo sulla luna: là c'è sempre il sereno. Hai, dunque, un valido motivo per desiderare la saggezza: una gioia perpetua. Questa gioia nasce unicamente dalla coscienza delle proprie virtù: può gioire solo l'uomo forte, giusto, temperante. 17 "E allora?" chiedi. "Gli stolti e i malvagi non provano gioia?" Non più dei leoni che conquistano la preda. Quando sono stanchi di vino e di orge, quando hanno passato la notte negli stravizi, quando i piaceri accumulati smisuratamente nel corpo cominciano a farlo marcire, allora, infelici, gridano quel famoso verso virgiliano:

Tu sai come abbiamo trascorso l'ultima notte tra false gioie.

 

18 I lussuriosi passano ogni notte tra false gioie e come se fosse l'ultima: ma quella gioia che tocca agli dèi e a chi li emula è continua, senza fine; finirebbe, se derivasse da altri. Ma poiché non è un dono di altri, non è soggetta all'arbitrio altrui: la sorte non può strappare ciò che non ci ha dato. Stammi bene.

 

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1 Mi rammarico, litigo, mi arrabbio. Desideri ancora quello che desideravano per te la tua nutrice, il precettore, tua madre? Non hai ancora capìto quanto male desideravano? Come ci sono funesti i voti dei nostri cari! Tanto più funesti quanto più felice è il loro esito. Ormai non mi stupisco che fin dalla prima fanciullezza ci accompagnino tutti i mali: siamo cresciuti tra le imprecazioni dei congiunti. Esaudiscano un giorno o l'altro gli dèi una preghiera disinteressata che rivolgiamo loro per il nostro bene. 2 Fino a quando chiederemo un aiuto agli dèi? Non siamo ancòra capaci di provvedere da soli a noi stessi? Fino a quando continueremo a riempire di piantagioni le campagne destinate a grandi città? Fino a quando un intero popolo mieterà per noi? Fino a quando centinaia di navi provenienti da più mari trasporteranno rifornimenti per una sola mensa? Il toro si sazia pascolando su un terreno di pochi metri quadri; un solo bosco basta a numerosi elefanti: per nutrire l'uomo occorrono la terra e il mare. 3 Ma come? La natura ci ha dato un corpo tanto piccolo e un ventre così insaziabile da superare l'ingordigia degli animali più grossi e voraci? Niente affatto; come sono minime le esigenze della natura! Si sazia con poco: non è la fame del ventre che ci costa molto, ma l'ostentazione. 4 Pertanto quelle persone "soggette al ventre", come scrive Sallustio, consideriamole animali, non uomini; anzi, certuni neppure animali, ma morti. È vivo chi è utile a molti, è vivo chi fa buon uso di se stesso; quelli che si nascondono, immobili nel loro torpore, stanno in casa loro come in una tomba. Ne puoi incidere il nome sul marmo della soglia: hanno anticipato la morte. Stammi bene.

 

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1 Finiamola di volere le stesse cose che in passato! Per quel che mi riguarda, ora che sono vecchio, cerco di non avere gli stessi desideri che avevo da fanciullo. Questo solo è lo scopo dei miei giorni e delle mie notti, la mia occupazione, il mio pensiero fisso: porre fine ai mali di un tempo. Faccio in modo che un giorno corrisponda a tutta una vita; e perbacco, non lo afferro come se fosse l'ultimo, ma lo considero come se potesse anche essere l'ultimo. 2 Ti scrivo questa lettera e il mio stato d'animo è tale come se la morte dovesse chiamarmi proprio ora mentre sto scrivendo; sono pronto ad andarmene e continuerò a godere della vita perché non mi preoccupo troppo di quanto durerà ancora. Prima di diventare vecchio ho cercato di vivere bene, ora che sono vecchio cerco di morire bene; ma morire bene significa morire volentieri. 3 Vedi di non fare mai nulla contro la tua volontà: tutto quello che è una costrizione se uno fa resistenza, non lo è per chi lo accetta. Ascolta: chi obbedisce volentieri agli ordini evita la parte più dura della schiavitù: fare quello che non vuole. Infelice non è chi esegue un ordine, ma chi lo esegue contro la propria volontà. Disponiamoci, perciò a volere quello che le circostanze esigono e prima di tutto a pensare senza tristezza alla nostra fine. 4 Prepariamoci a morire prima che a vivere. Per vivere abbiamo abbastanza, ma noi siamo sempre avidi; ci sembra, e ci sembrerà sempre, che ci manchi qualcosa: non gli anni e nemmeno i giorni, ma lo spirito ci dice se abbiamo vissuto abbastanza. Ho vissuto abbastanza, carissimo Lucilio; ora, sazio, aspetto la morte. Stammi bene.

 

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1 Mente chi sostiene che la mole dei suoi affari gli impedisce di dedicarsi agli studi: finge impegni, li aumenta e si tormenta da sé. Io sono libero, Lucilio, sono libero e dovunque mi trovi sono padrone di me stesso. Non mi abbandono alle cose, mi presto ad esse e non cerco scuse per perdere tempo; dovunque mi fermi, mi immergo nei miei pensieri e medito su qualcosa di utile. 2 Quando mi dedico agli amici, non mi distolgo da me stesso; e non mi intrattengo con quelli ai quali mi hanno legato le circostanze o gli obblighi derivanti da pubblici uffici, ma sto con i migliori; rivolgo a loro il mio pensiero dovunque e in qualunque periodo siano vissuti. 3 Porto sempre con me Demetrio, uomo stimabilissimo e, lasciati da parte i porporati, parlo con lui benché vestito poveramente e lo ammiro. Perché non dovrei? Mi sono accorto che non gli manca nulla. C'è qualcuno capace di disprezzare tutto, ma nessuno può avere tutto: la via più breve per arrivare alla ricchezza è una: il disprezzo. Il nostro Demetrio vive così: non disprezza tutto, ma ne ha lasciato il possesso agli altri. Stammi bene.

 

LIBRO SETTIMO

 

 

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1 Mi dispiace molto per la morte del tuo amico Flacco, ma non vorrei che tu ne soffrissi più del giusto. Non oso pretendere che tu non ti addolori, anche se so che sarebbe meglio. Ma una fermezza del genere può averla solo chi è ormai molto al di sopra della fortuna. La morte pungerà la sua anima, ma la pungerà solamente. Se scoppiamo in lacrime, è perdonabile, purché le lacrime non scorrano a fiotti, e siamo noi stessi a reprimerle. Morto un amico, gli occhi non devono gonfiarsi di pianto, ma neanche esserne privi; bisogna versare qualche lacrima, non singhiozzare disperatamente. 2 Credi che ti imponga una dura legge? Eppure il più grande poeta greco concede il diritto di piangere, ma per un solo giorno, e racconta che anche Niobe si preoccupò del cibo. Domandi da dove nascano i lamenti e i pianti sfrenati? Attraverso le lacrime vogliamo dimostrare il nostro rimpianto e non ci conformiamo al dolore, lo ostentiamo; nessuno è triste per se stesso; che misera stupidità! c'è un'ostentazione anche del dolore. 3 "Come?" chiedi. "Dovrò dimenticarmi di un amico?" È breve il ricordo che gli prometti se dura in te quanto il dolore; alla prima occasione ti si spianerà la fronte al riso. E non rimando a un tempo più lontano, quando si mitiga ogni pena e si attenuano anche i lutti più lancinanti. Appena avrai smesso di spiarti, quest'ombra di tristezza svanirà. Ora sei proprio tu a custodire il tuo dolore; ma esso sfugge anche a chi lo custodisce: più è forte, più rapidamente finisce. 4 Rendiamoci gradevole il ricordo dei nostri morti. Nessuno ripensa volentieri a una cosa che gli procura sofferenza ed è inevitabile che il nome delle persone amate e perdute ci provochi una fitta di angoscia: ma questa fitta comporta un suo piacere. 5 Diceva spesso il nostro Attalo: "Il ricordo degli amici defunti ci è gradito come certi frutti sono gradevolmente acerbi, come nel vino troppo invecchiato non disdegnamo proprio quel suo sapore amarognolo; quando è passato un po' di tempo si spegne ogni sofferenza e subentra un piacere puro." 6 Se vogliamo credergli: "Pensare agli amici che sono in vita è come gustare focaccia e miele: il ricordo di quelli scomparsi, invece, è dolce e amaro al tempo stesso. Chi può negare che anche i cibi acri al palato e asprigni stuzzicano l'appetito?" 7 Non sono d'accordo: per me il pensiero degli amici morti è dolce e gradevole; li avevo e pensavo che li avrei perduti, li ho perduti e penso di averli ancòra.

Comportati, dunque, mio caro, in modo adatto al tuo equilibrio, non interpretare in maniera distorta un beneficio della fortuna: ti ha tolto, ma ti ha dato. 8 Godiamo, perciò avidamente della presenza degli amici, perché non sappiamo per quanto tempo ci possa toccare. Basta riflettere a quante volte li abbiamo lasciati per qualche lungo viaggio o come siamo stati tanto senza vederli pur abitando nello stesso luogo; è facile rendersi conto che abbiamo perduto più tempo quando erano vivi. 9 Come si fa a tollerare che uomini tanto trascurati con gli amici piangano poi disperatamente e non amino nessuno, se non dopo averlo perduto? Temono che si dubiti del loro amore e allora si abbandonano alla disperazione, cercano tardive testimonianze del loro affetto. 10 Se abbiamo altri amici e non possono esserci di conforto per la perdita di uno solo, ci comportiamo male con loro e li stimiamo poco; se non ne abbiamo altri, il male che ci siamo inflitti da noi stessi è superiore a quello che ci viene dalla sorte: essa ci ha tolto un solo amico, noi tutti quelli che non ci siamo fatti. 11 E poi chi non sa amare più di uno, non ama eccessivamente neppure quel solo. Se un tale, rimasto a sèguito di un furto sprovvisto dell'unica veste che possedeva, preferisce piangere nudo invece che cercare un modo per scampare al freddo e trovare qualcosa con cui coprirsi le spalle, non ti sembrerebbe completamente pazzo? Hai seppellito una persona che amavi? Cercane un'altra da amare. Invece di piangere, è meglio farsi un nuovo amico.

12 Quello che sto per aggiungere è trito e ritrito, lo so; ma non voglio tralasciarlo solo perché lo hanno già detto tutti: "Col passare del tempo sente esaurirsi il proprio dolore anche chi non vi ha posto fine volontariamente." Ma è proprio una vergogna per un individuo assennato che il rimedio al dolore sia la stanchezza di soffrire: è meglio che sia tu a lasciare il dolore, non il dolore te; rinuncia subito a un atteggiamento che, anche volendo, non sarai in grado di sostenere a lungo. 13 I nostri padri stabilirono un anno di lutto per le donne, ma come limite massimo, non minimo, al pianto; per gli uomini, invece, la legge non fissa nessun periodo, perché non sarebbe dignitoso. Puoi menzionarmi una sola di quelle donnette che, tirate via a forza dal rogo, allontanate a stento dal cadavere del marito, abbia pianto per tutto un mese? Niente viene più rapidamente a noia del dolore e, se è recente, trova un consolatore e attira qualcuno a sé, ma se è di vecchia data, è deriso, e a ragione: o è simulato o è stupido.

14 A scriverti queste cose sono proprio io che ho pianto il mio carissimo amico Anneo Sereno senza nessun ritegno e così, mio malgrado, sono da mettere tra gli esempi di uomini sopraffatti dal dolore. Oggi, però condanno il mio comportamento e capisco: non aver mai considerato la possibilità che lui morisse prima di me è stato il motivo fondamentale di quel mio pianto eccessivo. Avevo davanti agli occhi solo questo, che lui era più giovane, molto più giovane di me; come se il destino rispettasse l'ordine di anzianità! 15 Riflettiamo, perciò sempre che tanto noi, quanto tutti i nostri cari, siamo mortali. Allora avrei dovuto dire: "Il mio Sereno è più giovane di me: che importa? Dovrebbe morire dopo di me, ma può anche morire prima." Non l'ho fatto e la sventura si è abbattuta all'improvviso su di me senza che me lo aspettassi. Ora penso che tutto è mortale e che, come tale, non obbedisce a una legge precisa: potrebbe accadere oggi quello che può capitare un giorno qualsiasi. 16 Riflettiamo su questo, carissimo Lucilio: toccherà presto a noi di arrivare là dove lui è già arrivato e noi ce ne affliggiamo; e forse, se i sapienti dicono la verità e c'è un luogo che ci accoglie tutti, l'amico, per noi scomparso, ci ha solo preceduti. Stammi bene.

 

64

1 Ieri sei stato insieme a noi. Potresti lamentarti, se si fosse trattato solo di ieri; perciò ho aggiunto "con noi": con me ci sei sempre. Sono venuti certi amici e per loro il fumo è aumentato; non quel fumo che erompe dalle cucine dei ricchi e mette in allarme i vigili, ma quello moderato che indica l'arrivo di ospiti. 2 Abbiamo parlato di tanti argomenti, come si fa durante un banchetto, senza esaurirne nessuno, ma saltando dall'uno all'altro. Poi abbiamo letto il libro di Quinto Sestio padre, un grande uomo, parola mia, e uno stoico, anche se lui non si riconosce tale. 3 Che vigore, buon dio, che temperamento! Non in tutti i filosofi lo troverai: certi, che pure sono famosi, hanno scritto pagine senza nerbo. Ammaestrano, discutono, cavillano, non infondono energia: non ne hanno; se leggi Sestio, dirai: "È vivo, è vigoroso, è libero, è superiore agli altri, mi lascia una notevole carica di fiducia." 4 Ti confesserò qual è il mio stato d'animo quando lo leggo: ho voglia di sfidare tutti gli eventi, ho voglia di gridare: "Perché questo indugio, o sorte? Attacca, sono pronto." Mi rivesto dello spirito di uno che, cercando di dar prova del proprio valore e di sperimentare se stesso,

desidera ardentemente di imbattersi tra imbelli armenti in un cinghiale con la bava alla bocca, o che scenda dai monti un fulvo leone.

5 Avere qualche ostacolo da vincere ed esercitarvi la mia fermezza: ecco quello che mi piace. Sestio ha quest'altra straordinaria dote: ti mostra la grandezza della felicità, ma non ti fa disperare di ottenerla: comprenderai che la felicità si trova molto in alto, ma è accessibile, se uno vuole. 6 Ed è proprio quello che la virtù ti darà: un senso di ammirazione nei suoi confronti e la speranza di raggiungerla. A me la semplice contemplazione della saggezza porta via molto tempo; la guardo stupefatto, come guardo talvolta l'universo che spesso vedo con occhi nuovi. 7 Nutro, perciò venerazione per le scoperte della saggezza e per chi le opera. Mi piace venirne in possesso come se fossero eredità di molti. Queste conquiste, questi sforzi sono stati fatti per me. Ma comportiamoci come un buon padre di famiglia, ampliamo il patrimonio ricevuto; quest'eredità passi accresciuta da me ai posteri. Da fare resta ancora molto e molto ne resterà, e a nessuno, sia pure fra mille secoli, sarà negata la possibilità di aggiungere qualche cosa ancora. 8 Ma anche se gli antichi hanno scoperto tutto, l'applicazione, la conoscenza e l'organizzazione delle scoperte altrui sarà sempre nuova. Supponi che ci siano stati lasciati dei farmaci per sanare gli occhi: non ho bisogno di cercarne altri; ma quelli che ho devo adattarli alle malattie e alle circostanze. Uno allevia il bruciore agli occhi; un altro attenua il gonfiore delle palpebre; con questo si può stroncare uno spasmo improvviso e l'eccessiva lacrimazione, quest'altro acuisce la vista; bisogna poi triturare le erbe mediche, scegliere il momento giusto per la cura e dosarle secondo le necessità del paziente. Gli antichi hanno trovato farmaci per i mali dell'anima; come o quando vanno adoperati spetta a noi ricercarlo. 9 I nostri predecessori hanno fatto molto, ma non hanno fatto tutto. Pure vanno rispettati e venerati come dèi. Perché non dovrei tenere i ritratti dei grandi uomini come sprone morale e non dovrei celebrarne l'anniversario della nascita? Perché non dovrei menzionarli sempre a titolo di onore? Devo un'identica venerazione ai miei maestri e a loro, maestri dell'umanità: sono stati loro la fonte di un bene così prezioso. 10 Se incontro un console o un pretore, gli tributo l'onore dovuto alla sua carica: balzo giù da cavallo, mi scopro il capo, cedo il passo. Ma come? I due Catoni, Lelio il saggio, Socrate e Platone, Zenone e Cleante li accoglierò nel mio animo senza il massimo rispetto? Anzi, li venero e mi alzo sempre in piedi di fronte a nomi tanto importanti. Stammi bene.

 

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1 Ieri la giornata l'ho divisa con la malattia: il mattino se l'è preso lei, nel pomeriggio ho avuto la meglio io. E così, dapprima ho messo alla prova il mio spirito con la lettura, poi, visto che l'aveva accolta bene, ho osato imporgli, anzi, permettergli di più: ho scritto qualcosa e con più zelo del solito, alle prese con un argomento difficile senza volermi arrendere; ma poi sono arrivati degli amici e con la forza mi hanno costretto a smettere come se fossi un malato recalcitrante. 2 Allo scrivere è subentrata la conversazione: te ne riferirò la parte controversa. Come arbitro abbiamo designato te. Hai più daffare di quanto immagini: la controversia è triplice.

I nostri Stoici, ti è ben noto, sostengono che in natura ci sono due elementi da cui deriva tutto, la causa e la materia. La materia giace inerte, una cosa pronta a ogni trasformazione, ma destinata alla stasi se nessuno la muove; la causa, invece, cioè la ragione, plasma la materia, la modifica come vuole e ne ricava opere diverse. Deve esserci quindi un elemento di cui una cosa è fatta e uno da cui è fatta: materia e causa. 3 Ogni arte è imitazione della natura; perciò quello che dicevo dell'universo trasferiscilo al campo operativo umano. Una statua ha avuto e la materia a disposizione dell'artista e l'artista che ha dato una forma alla materia; dunque nella statua la materia è stata il bronzo, la causa lo scultore. Identico è il modo di essere di tutte le cose: risultano dalla somma di ciò che subisce l'azione e di ciò che agisce.

4 Per gli Stoici la causa è una sola, precisamente ciò che agisce. Aristotele ritiene che la causa si articoli in tre modi: "La prima causa," dice, "è proprio la materia, senza la quale non può essere creato nulla; la seconda l'artefice; la terza è la forma, che viene imposta alle singole opere come alla statua." Aristotele la chiama idos. "A queste se ne aggiunge una quarta, il fine dell'intera opera." 5 Mi spiego meglio. La prima causa della statua è il bronzo; poiché la statua non avrebbe mai potuto venire alla luce se non fosse esistita la materia da cui essere fusa o ricavata. La seconda causa è l'artefice: il bronzo non avrebbe potuto configurarsi in una statua, se non fossero intervenute mani esperte. La terza causa è la forma: la statua non si chiamerebbe "Doriforo" o "Diadumeno" se non le fosse stato conferito quell'aspetto. La quarta causa è il fine, senza il quale la statua non sarebbe stata plasmata. 6 Cos'è il fine? La spinta che ha sollecitato l'artefice e a cui egli ha obbedito per creare la sua opera: può essere il denaro, se ha lavorato per vendere; o la gloria, se ha faticato per farsi un nome; o la devozione religiosa, se ha preparato un dono per un tempio. Quindi c'è anche questa tra le cause motivanti: o ti rifiuti di includere tra le cause di una opera anche quell'elemento senza il quale non sarebbe stata fatta?

7 A queste Platone ne aggiunge una quinta, il modello, che egli chiama idea; guardando a esso l'artista ha realizzato quanto si proponeva. È assolutamente secondario se tale modello sia esterno, visivo, o se sia interno, concettuale e precostituito. Dio ha dentro di sé i modelli di tutti gli esseri e ha abbracciato con la mente le misure e i modi di tutto il creabile; egli è pieno di questi modelli che Platone chiama idee immortali, immutabili, instancabili. Gli uomini muoiono, ma l'umanità su cui l'uomo è modellato, continua a esistere; e mentre gli uomini si affannano e scompaiono, essa non subisce nessuna perdita. 8 Cinque sono, dunque, le cause, come dice Platone: ciò da cui (materia), ciò dal quale (agente), ciò in cui (forma), ciò a cui (idea), ciò per cui (fine). In ultimo c'è il risultato che ne scaturisce. Nella statua (visto che siamo partiti da questo esempio) la materia è il bronzo, l'agente è lo scultore, la forma è la figura che le viene data, l'idea è il modello imitato dallo scultore, il fine è la ragione di chi agisce, il risultato è la statua stessa. 9 Anche l'universo, secondo Platone, presenta tutte queste componenti: l'artefice, cioè dio; il sostrato, cioè la materia; la forma, cioè l'aspetto e l'ordine del mondo che abbiamo sotto gli occhi; il modello, su cui dio ha creato un'opera tanto bella e grandiosa; il fine per cui l'ha creata. 10 Mi chiedi che cosa ha mosso dio? La bontà. Dice Platone: "Per quale motivo dio ha creato il mondo? Egli è buono e se uno è buono non è geloso di nessun bene; di conseguenza l'ha creato nel miglior modo possibile."

Pronuncia nella tua veste di giudice la sentenza e dichiara chi secondo te sostiene la tesi più verisimile, non quella vera in assoluto; ciò è al di sopra di noi quanto la verità stessa.

11 Questa massa di cause enunciate da Platone e Aristotele pecca per eccesso o per difetto. Per difetto, se essi ritengono causa efficiente qualunque elemento senza il quale non può farsi niente. Tra le cause devono mettere il tempo: niente può farsi senza il tempo. Lo spazio: se manca il luogo dove una cosa può avvenire, non avverrà neppure. Il moto: senza di esso niente nasce o muore; senza il moto non c'è nessuna attività, nessun mutamento. 12 Ma noi ora cerchiamo la causa prima e universale. Deve essere semplice, poiché anche la materia è semplice. La domanda è: qual è la causa? Ovviamente la ragione creatrice, cioè dio; tutte quelle che hai riferito non sono molteplici e singole cause, ma dipendono tutte da una sola, da quella efficiente. 13 Dici che la forma è una causa? È l'artista che la imprime all'opera: dunque, è una parte della causa, non la causa. Anche il modello non è una causa, ma un mezzo indispensabile alla causa. Il modello è indispensabile all'artista come lo scalpello, come la lima: senza di essi l'arte non può procedere e tuttavia non sono parti o cause dell'arte. 14 "Il fine," si dice, "per cui l'artista si accinge a fare qualcosa è una causa." Sarà una causa, ma accessoria, non efficiente. Le cause accessorie sono innumerevoli: noi cerchiamo la causa universale. Platone e Aristotele venendo meno al loro consueto acume hanno affermato che l'intero universo, in quanto opera perfetta, è una causa; ma c'è una grande differenza fra l'opera e la causa dell'opera.

15 A questo punto pronunciati, oppure - in casi simili è più facile - di' che la faccenda non è chiara e aggiorna la discussione. "Che gusto ci provi," potresti dire, "a passare il tempo in codeste dispute che non ti liberano di nessuna passione, non allontanano nessun desiderio?" Generalmente mi occupo di quegli argomenti più degni che acquietano l'anima, e prima studio me stesso, poi questo mondo. 16 Ma nemmeno ora perdo tempo, come pensi tu; tutte queste discussioni, se non si spezzettano e non si disperdono in inutili sottigliezze, sollevano e alleviano l'anima che, oppressa da un grave fardello, desidera liberarsene e ritornare alle sue origini. Il corpo è il fardello e la pena dell'anima: sotto il suo peso l'anima è oppressa, in catene, se non interviene la filosofia e non la induce a riprendere fiato di fronte allo spettacolo della natura e la allontana dalle cose terrene verso quelle divine. Questa è la sua libertà, questa la sua evasione; si sottrae al carcere in cui è prigioniera e si rigenera nel cielo. 17 Come gli artigiani, quando fanno un lavoro di precisione e di attenzione che stanca la vista, se hanno un lume debole e incerto, escono tra la gente e ristorano gli occhi in piena luce in qualche luogo destinato al pubblico svago; così l'anima chiusa in questa triste e buia dimora, tutte le volte che può esce all'aperto e si riposa nella contemplazione della natura. 18 Il saggio e chi coltiva la saggezza sono vincolati strettamente al proprio corpo, ma la parte migliore di se stessi è lontana e rivolge i propri pensieri a cose elevate. Come un soldato che ha prestato giuramento, egli considera la vita un servizio militare; e la sua formazione è tale che non ama la vita e non la odia, e si adatta al suo destino mortale pur sapendo che lo aspetta un destino migliore. 19 Mi proibisci l'osservazione della natura e mi allontani dal tutto, limitandomi alla parte? Non cercherò quali siano i principî dell'universo? Chi ha dato forma alle cose? Chi ha separato l'insieme degli elementi immersi in un tutt'uno e avviluppati in una materia inerte? Non cercherò chi è l'artefice di questo mondo? Per quale disegno tanta grandezza è arrivata a una legge e a un ordine? Chi ha raccolto gli elementi sparsi, ha distinto quelli confusi, ha dato un'identità a ciò che giaceva in un'unica massa informe? Da dove si diffonde tanto fulgore di luce? Se è fuoco o qualcosa più splendente del fuoco? 20 Non ricercherò tutto questo? Non conoscerò la mia origine? Se è destino che io veda una sola volta questo mondo o che rinasca più volte? Dove andrò allontanandomi da qui? Quale sede attende l'anima libera dalle leggi dell'umana schiavitù? Mi proibisci di essere partecipe del cielo, ossia mi imponi di vivere a testa bassa? 21 Sono troppo grande e nato per un destino troppo alto per essere schiavo del mio corpo: lo vedo unicamente come una catena che limita la mia libertà; lo oppongo alla sorte, perché vi si arresti contro e non permetto che nessun colpo, trapassandolo, arrivi a me. Il corpo è la sola parte di me che può subire danno: in questa fragile dimora risiede un'anima libera. 22 Mai questa carne mi indurrà alla paura, mai alla simulazione, indegna di un uomo onesto; non mentirò mai per riguardo a questo corpiciattolo. Quando mi sembrerà opportuno, romperò ogni rapporto con esso; ma anche ora, finché siamo uniti, non saremo soci alla pari: l'anima reclamerà per sé ogni diritto. Il disprezzo del proprio corpo è garanzia di libertà.

23 Per ritornare al nostro tema, a questa libertà servirà molto anche quella osservazione della natura di cui parlavamo or ora; tutto è formato appunto di materia e di dio. Dio regola gli esseri che, sparsi tutt'intorno, seguono colui che li governa e li guida. Chi agisce, cioè dio, è più potente e prezioso della materia, la quale subisce l'azione di dio. 24 La posizione che dio occupa nell'universo, l'anima la occupa nell'uomo; in noi il corpo rappresenta quello che là rappresenta la materia. Le cose inferiori siano sottomesse a quelle superiori; siamo forti contro la sorte; non temiamo le offese, le ferite, il carcere, la povertà. Cos'è la morte? O la fine o un passaggio. E io non temo di finire (è lo stesso che non aver cominciato) e nemmeno di passare; in nessun luogo avrò confini tanto ristretti. Stammi bene.

 

66

1 Ho rivisto dopo molti anni un mio compagno di scuola, Clarano: vecchio, è superfluo aggiungerlo, ma energico e vigoroso di spirito e in perpetua lotta col suo fragile corpo. La natura è stata ingiusta e ha alloggiato male un'anima come la sua; o forse ci ha voluto dimostrare proprio questo: che sotto qualsiasi spoglia può nascondersi un ingegno straordinariamente forte e fecondo. Lui comunque ha superato ogni ostacolo e dal disprezzo di sé è arrivato a disprezzare tutto il resto. 2 Secondo me Virgilio sbaglia quando scrive:

La virtù è più gradita se proviene da un bel corpo.

Alla virtù non servono ornamenti: è bella di per sé e rende sacro il corpo in cui risiede. Il nostro Clarano ho cominciato a guardarlo con occhi diversi: mi sembra bello e perfetto di corpo come lo è di anima. 3 Un grand'uomo può sbucare da una capanna e un'anima bella e generosa da un corpiciattolo deforme e debole. La natura, ritengo, vuol dimostrare che la virtù nasce dovunque e perciò genera degli individui come questi. Potendolo, avrebbe creato anime senza corpo; ma fa di più: crea uomini menomati nel fisico, eppure capaci di abbattere ogni ostacolo. 4 Per me Clarano è stato generato come esempio: possiamo così capire che non è la deformità del corpo a rendere brutta l'anima, ma la bellezza dell'anima a far bello il corpo.

Siamo stati insieme solo pochissimi giorni, e tuttavia abbiamo parlato di molti argomenti: a mano a mano li trascriverò per mandarteli. 5 Ecco la discussione del primo giorno: come possono i beni essere sullo stesso piano se si distinguono in tre categorie. Alcuni, secondo gli Stoici, appartengono alla prima categoria, come la gioia, la pace, la salvezza della patria; altri alla seconda e si manifestano in situazioni difficili, come la capacità di sopportare i supplizi e un sereno equilibrio nelle malattie gravi. Ai primi aspireremo senz'altro, ai secondi solo in caso di necessità. Vi è poi la terza categoria: come la compostezza del portamento, una faccia serena e onesta, un modo di muoversi adatto al saggio. 6 Se alcuni di questi beni si devono desiderare e altri respingere, come possono essere sullo stesso piano?

Se vogliamo distinguerli, ritorniamo al bene primo ed esaminiamo quale sia. Un'anima rivolta alla verità, consapevole di ciò che va fuggito e di ciò che va cercato, capace di valutare le cose non in base a pregiudizi, ma in base alla natura, un'anima che s'inserisce nella totalità dell'universo, che ne scruta ogni manifestazione, ugualmente attenta ai pensieri e alle opere, grande e impetuosa, non domata né da minacce, né da lusinghe e neanche schiava della buona o della cattiva sorte, al di sopra del contingente e dell'accidentale, un'anima di straordinaria bellezza, con un perfetto equilibrio di dignità e di forza, sana e vigorosa, imperturbabile e intrepida, che nessuna forza riesce a spezzare, che non si lascia esaltare né deprimere dagli imprevisti: un'anima così, ecco la virtù. 7 Questo sarebbe il suo aspetto, se mai potesse assumere un'unica figura e mostrarsi una volta in tutto il suo insieme. E invece molte sono le sembianze della virtù, determinate dalle azioni e dai molteplici casi della vita: di per sé non diventa più grande o più piccola. Il sommo bene non può decrescere e la virtù non può retrocedere; le sue caratteristiche le muta di volta in volta, adeguandosi al tipo di azioni che deve compiere. 8 Trasforma a propria somiglianza e colora di sé tutto ciò che tocca; adorna azioni, amicizie, talvolta le case in cui è penetrata e nelle quali ha riportato l'armonia; tutto ciò che tocca lo rende piacevole, stupendo, straordinario. Perciò la sua forza e la sua grandezza non possono aumentare: il massimo non comporta crescita; non puoi trovare nulla di più giusto della giustizia, di più vero della verità, di più moderato della moderazione. 9 Ogni virtù consiste nella misura; e la misura ha una sua grandezza ben definita; la costanza non può andare oltre se stessa, come la fiducia o la verità o la fede. Che cosa può aggiungersi a ciò che è perfetto? Niente. O non sarebbe perfetto se comportasse una qualche aggiunta; lo stesso è per la virtù: se le si può aggiungere qualcosa, vuol dire che le mancava. Anche l'onestà non comporta aggiunte; è onestà per i motivi che ho detto. E allora? Non pensi che dignità, giustizia, legittimità, abbiano la stessa caratteristica, siano, cioè, comprese entro precisi limiti? Essere suscettibile di crescita è indizio di una cosa imperfetta. 10 Ogni bene obbedisce alle stesse leggi: utile pubblico e utile privato sono uniti, per dio, come è inseparabile ciò che è lodevole da ciò cui bisogna aspirare. Quindi le virtù sono tutte sullo stesso piano, come le azioni dettate dalla virtù e tutti gli uomini che esercitano la virtù. 11 Le virtù delle piante e degli animali sono mortali e perciò sono fragili, caduche e incerte, conoscono impennate e flessioni, perciò ne oscilla il valore. Una sola è la regola che si applica alle virtù umane: una sola, difatti, è la ragione retta e semplice. Niente è più divino del divino, più celeste del celeste. 12 Le cose mortali decadono e si estinguono, si logorano, si sviluppano, si esauriscono, si colmano; sono diseguali perché hanno una sorte tanto incerta: la natura delle cose divine, invece, è una sola. La ragione non è che una scintilla dello spirito divino che si trova nel corpo umano; se la ragione è divina, e non esiste bene senza ragione, ogni bene è divino. Tra le cose divine, inoltre, non c'è nessuna differenza, quindi, non c'è neppure tra i beni. Perciò la gioia e la sopportazione coraggiosa e ferma dei supplizi sono sullo stesso piano; in entrambe è insita la stessa grandezza d'animo, nell'una mite e pacata, nell'altra pugnace e veemente. 13 E allora? Secondo te il soldato che espugna coraggiosamente le mura nemiche non è valoroso come il soldato che sostiene un assedio con incrollabile fermezza? È grande Scipione che stringe d'assedio Numanzia e ne obbliga i cittadini invitti a darsi la morte, ma è grande anche il coraggio degli assediati: sanno che se uno può darsi la morte ha una via d'uscita e spirano abbracciando la libertà. Ugualmente anche le altre virtù sono sullo stesso piano, serenità, lealtà, liberalità, costanza, moderazione, tolleranza; hanno tutte come base la virtù, garanzia di un'anima onesta e incrollabile.

14 "Ma come? Non c'è nessuna differenza tra la gioia e la capacità di sopportare con fermezza il dolore?" Nessuna, quanto a virtù: moltissima nelle manifestazioni dei due tipi di virtù; in un caso c'è un naturale rilassamento e distensione dello spirito, nell'altro un dolore innaturale. Perciò queste cose che sono agli antipodi risultano indifferenti: la virtù è uguale in entrambi i casi. 15 Non la cambiano le situazioni; quelle spiacevoli e difficili non la rendono peggiore, come non la rendono migliore quelle gioiose e liete; la virtù è, dunque, necessariamente uguale. In entrambi i tipi di virtù le azioni che si compiono sono giuste, sagge, oneste allo stesso modo; i beni sono, quindi, uguali e al di là di essi non può comportarsi meglio né chi è nel pieno della gioia, né chi si trova nella sofferenza; e quando di due cose non c'è niente di meglio, queste sono sullo stesso piano. 16 Se c'è qualcosa al di fuori della virtù che può sminuirla o accrescerla, l'onestà cessa di essere l'unico bene. Ammettendo questo, scomparirebbe la categoria di onesto. Perché? Te lo dico subito: perché non sono oneste le azioni compiute contro voglia o per costrizione; tutto ciò che è onesto parte dalla volontà. Mischiaci pigrizia, querimonie, esitazioni, paura: perde la sua qualità migliore: l'essere contento di sé. Non c'è onestà, se non c'è libertà; il timore genera la schiavitù. 17 L'uomo onesto è sempre tranquillo, sereno: se rifiuta qualcosa, se la deplora, se la giudica un male, si turba e si dibatte in profondi contrasti; da una parte lo attira la bellezza del bene, dall'altra lo respinge il sospetto del male. Perciò chi vuole agire onestamente, giudichi pure contrarietà, ma non mali, tutti gli impedimenti che si frappongono: abbia una volontà costante, agisca volentieri. Ogni azione onesta non obbedisce a comandi o a costrizioni: è schietta e non è unita a nessun male.

18 So che cosa mi si può rispondere a questo punto: "Tenti di persuaderci che non c'è nessuna differenza se uno è immerso nella gioia, oppure se giace sul cavalletto di tortura e stanca il suo carnefice?" Potrei risponderti: anche secondo Epicuro il saggio, messo a bruciare nel toro di Falaride, griderebbe: "È piacevole, non mi tocca." Di che cosa ti stupisci, se sostengo che sono sullo stesso piano i beni di chi se ne sta sdraiato a mensa e di chi resiste con grande fermezza tra i supplizi, quando Epicuro fa un'affermazione ancora più incredibile, che è piacevole essere bruciati? 19 Ti rispondo, invece, che c'è una grandissima differenza tra la gioia e il dolore; messo di fronte a una scelta, ricercherei l'una ed eviterei l'altro: la prima è secondo natura, il secondo contro natura. Finché li consideriamo sotto questo aspetto, c'è tra loro una profonda differenza; ma quando si arriva alla virtù, essa è uguale in entrambi i casi: si riveli in circostanze liete o dolorose. 20 La sofferenza, il dolore e qualunque altro disagio non hanno nessun peso: sono annientati dalla virtù. Lo splendore del sole oscura le luci più fioche, così la virtù nella sua grandezza elimina e annulla i dolori, le pene, le offese; dovunque risplenda, tutto quello che in sua assenza aveva un rilievo, scompare e le contrarietà, quando si imbattono nella virtù, non hanno più importanza di un acquazzone sul mare. 21 Vuoi convincerti che le cose stanno così? L'uomo virtuoso si slancerà senza esitare verso ogni azione nobile: anche se gli sta di fronte il carnefice o l'aguzzino col fuoco, rimarrà saldo e non prenderà in considerazione quello che deve subire, ma quello che deve fare, e si affiderà a un'azione onorevole, come a un uomo onesto; la giudicherà utile, sicura e prospera. Avrà per un'azione onorevole, ma dolorosa e difficile, la stessa stima che ha per un uomo virtuoso, anche se povero oppure esule o gracile e smorto. 22 Metti da una parte un uomo onesto e ricco, dall'altra uno nullatenente ma che possieda tutto dentro di sé: entrambi saranno ugualmente uomini onesti, anche se godono di una diversa fortuna. Lo stesso metro di giudizio vale, come ho già detto, per le cose e per gli uomini: la virtù posta in un corpo robusto e libero è lodevole quanto in un corpo malato e in catene. 23 Quindi, se la fortuna ti ha concesso un corpo sano, non devi stimare la tua virtù maggiormente che se fossi mutilato in qualche parte: altrimenti sarà come giudicare il padrone dall'aspetto degli schiavi. Tutti questi beni soggetti al caso, denaro, corpo, onori, sono come schiavi, deboli, precari, mortali, di incerto possesso: le opere della virtù sono, invece, libere e invincibili e non bisogna ricercarle di più se la sorte le tratta benevolmente, oppure meno se sono oppresse da circostanze avverse. 24 Il desiderio per le cose è come l'amicizia per gli uomini. Non ameresti, credo, un uomo onesto se fosse ricco più che se fosse povero, o se fosse robusto e muscoloso più che se fosse gracile e debole; quindi, non ricercherai o amerai di più una condizione lieta e tranquilla di una straziante e gravosa. 25 Oppure, in questo caso, tra due uomini ugualmente onesti avrai più caro quello pulito e curato di quello impolverato e trasandato; poi arriverai al punto di apprezzare più un uomo integro in tutte le membra e sano di uno storpio o guercio; a poco a poco diventerai schifiltoso al punto da preferire, tra due uomini ugualmente giusti e saggi, quello con i capelli lunghi e ricci. Quando la virtù è uguale in entrambi, non ci sarà nessun'altra disuguaglianza; tutte le altre caratteristiche non sono elementi integranti, ma accessori. 26 C'è forse qualcuno che giudica in maniera tanto ingiusta i propri figli, da amare quello sano più di quello malato, quello alto e slanciato più di quello basso e tozzo? Le fiere non fanno distinzioni fra i loro piccoli e si stendono per nutrirli tutti allo stesso modo; gli uccelli distribuiscono il cibo in parti uguali. Ulisse brama tornare alla sua sassosa Itaca come Agamennone alle celebri mura di Micene; nessuno ama la patria perché è grande, ma perché è sua. 27 A che cosa mira questo mio discorso? A farti capire che la virtù guarda con gli stessi occhi, come se fossero figli suoi, tutte le sue opere e di tutte si compiace nella stessa maniera, anzi particolarmente di quelle che richiedono più fatica, poiché anche l'amore dei genitori indulge maggiormente verso i figli che più suscitano la loro compassione. Pure la virtù, come i buoni genitori, non ama di più le sue opere che vede in preda alle difficoltà e ai disagi, ma le segue con particolare interesse e le cura maggiormente.

28 Perché non esiste bene superiore all'altro? Perché non esiste nulla di più adatto dell'adatto, di più evidente dell'evidenza. Se due cose sono uguali a un'altra, non puoi dire che la prima è più uguale della seconda; quindi, non esiste niente di più onesto dell'onesto. 29 E se uguale è la natura di tutte le virtù, i tre generi di bene sono sullo stesso piano. Intendo dire: la moderazione nella gioia e la moderazione nel dolore sono sullo stesso piano. La gioia non è un bene superiore alla fermezza d'animo di chi reprime i gemiti sotto la tortura: quelli sono beni desiderabili, questi degni di ammirazione; e nondimeno sono entrambi sullo stesso piano, poiché quanto c'è di negativo scompare sotto il peso di un bene tanto più grande. 30 Se uno li ritiene diseguali, distoglie gli occhi dalla virtù in se stessa e ne guarda gli aspetti esteriori. I veri beni hanno medesimo peso, medesima grandezza: quelli falsi sono inconsistenti; splendidi e imponenti a guardarli, pesati rivelano le loro carenze. 31 È così, caro Lucilio: tutto quello che la vera ragione approva è solido ed eterno, rende forte l'anima e la innalza per sempre a una sfera superiore: quei beni che vengono apprezzati sconsideratamente e sono ritenuti tali dalla massa, inorgogliscono gli uomini che si compiacciono di vanità; viceversa i fatti temuti come mali incutono terrore negli animi e li sconvolgono come un apparente pericolo sconvolge gli animali. 32 Beni e mali, dunque, rallegrano e affliggono l'animo senza motivo: e invece gli uni non meritano gioia come gli altri non meritano timore. Solo la ragione è immutabile e ferma nel giudicare, poiché non è schiava, ma padrona dei sensi. La ragione è uguale alla ragione, come la rettitudine alla rettitudine; quindi, anche la virtù alla virtù; la virtù, difatti, non è altro che la retta ragione. Tutte le virtù sono ragione e sono ragione se sono rette; ma se sono rette sono anche uguali. 33 Le azioni sono tali e quali alla ragione; quindi sono tutte uguali, poiché se sono simili alla ragione, sono anche simili tra loro. Le azioni, dico, sono uguali tra loro in quanto sono oneste e rette; ma si differenzieranno molto col variare della materia: ora è più ampia, ora più ristretta, ora illustre, ora umile, ora riguardante molti, ora pochi. Tuttavia in tutti questi casi l'elemento migliore è uguale: sono azioni oneste. 34 Così come gli uomini virtuosi sono tutti uguali poiché sono virtuosi, ma hanno differenze di età: uno è più vecchio, un altro più giovane; di costituzione fisica: uno è bello, un altro brutto; di sorte: quello è ricco, questo povero; quello influente, potente, noto a città e nazioni, questo ignoto e sconosciuto ai più. E tuttavia sono uguali in quanto sono virtuosi.

35 I sensi non possono giudicare sul bene e il male; non sanno che cosa sia utile e che cosa sia inutile. Non possono esprimere un giudizio se non sono messi di fronte alla realtà del momento; non prevedono il futuro, non ricordano il passato; ignorano il principio di concatenazione. Ma è in base a esso che si compone la serie e la successione degli eventi e l'unità di una vita istradata sulla retta via. Dunque è compito della ragione fare da arbitro tra il bene e il male; essa tiene in poco conto i fattori estranei ed esteriori, e quelli che non sono né beni né mali li giudica accessori e di nessuna importanza; per essa ogni bene è interiore. 36 Ma alcuni li considera beni primarî da ricercarsi di proposito, come la vittoria, i figli onesti, la salvezza della patria; altri secondari, che non si manifestano se non nelle avversità, come sopportare serenamente le malattie, il fuoco della tortura, l'esilio; altri indifferenti: non sono secondo natura più che contro natura, come camminare con contegno o sedere compostamente. Difatti, sedere è secondo natura quanto star fermi o camminare. 37 Le prime due categorie di beni sono, invece, diverse: gli uni sono secondo natura, gioire dell'amore dei figli, della salvezza della patria; gli altri contro natura, affrontare con coraggio la tortura e sopportare la sete quando la febbre brucia dentro. 38 "Ma come? È un bene una cosa contro natura?" No; ma a volte è contro natura la situazione in cui si manifesta quel bene. Essere feriti, bruciati dal fuoco, afflitti da una malattia, è contro natura, ma conservare un animo imperturbabile in queste circostanze è secondo natura. 39 E, per dirla in breve, la materia del bene è talvolta contro natura, il bene mai, poiché non esiste nessun bene senza ragione e la ragione segue la natura. "Che cos'è, dunque, la ragione?" È l'imitazione della natura. "Qual è il sommo bene dell'uomo?" Comportarsi secondo natura.

40 "Senza dubbio," si afferma, "una pace stabile è più prospera di una riconquistata a prezzo di molto sangue. Senza dubbio una salute di ferro è più prospera di una riacquistata a forza e con tenacia, scampando a malattie gravi e al pericolo di morte. Analogamente la gioia è senza dubbio un bene maggiore che un animo saldo nel sopportare i tormenti delle ferite o del fuoco." 41 Niente affatto: i beni fortuiti sono molto differenti tra loro poiché vengono valutati in base all'utilità che ne ricava chi se ne serve. I veri beni, invece, hanno un unico scopo: essere in sintonia con la natura; e questo è uguale in tutti. Quando in senato aderiamo alla proposta di qualcuno, non possiamo dire Tizio è più d'accordo di Caio. L'assenso è unanime. Per le virtù è lo stesso: tutte concordano con la natura. 42 Uno è morto giovane, un altro vecchio, un altro ancora bambino e ha potuto solo affacciarsi alla vita: tutti costoro erano ugualmente mortali, anche se la morte ha concesso che la vita di alcuni fosse più lunga, mentre ha reciso nel suo fiorire o addirittura all'inizio quella d'altri. 43 C'è chi è morto mentre cenava; chi è passato dal sonno alla morte; chi è morto facendo l'amore. A questi aggiungi le persone trafitte da una spada o uccise dal morso di serpenti o maciullate dal crollo di una casa o paralizzate a poco a poco da una lunga contrazione dei nervi. La fine di alcuni possiamo definirla migliore, peggiore quella di altri: ma la morte è uguale per tutti. Le vie sono diverse, la fine unica. Non c'è morte maggiore o minore; si comporta sempre nello stesso modo con tutti: mette fine alla vita. 44 Lo stesso è per i beni: un bene si manifesta nei puri piaceri, un altro in circostanze tristi e difficili; l'uno ha governato la benevolenza della sorte, l'altro ne ha domato la violenza: entrambi sono ugualmente beni, benché il primo abbia percorso una via piana e agevole, il secondo una via irta di difficoltà. Il fine di tutti i beni è unico: sono beni, sono lodevoli, si accompagnano alla virtù e alla ragione; la virtù uguaglia tutto ciò che riconosce.

45 Non devi ammirare questo concetto come se appartenesse alla scuola stoica: secondo Epicuro i beni che formano la felicità suprema sono due: un corpo senza dolore e un'anima serena. Questi beni, se sono completi, non si accrescono: come potrebbe accrescersi una cosa completa? Il corpo non soffre: che cosa si può aggiungere a questa assenza di dolore? L'anima è imperturbabile e serena: che cosa si può aggiungere a questa serenità? 46 Il cielo quando è sereno e chiaro di un purissimo splendore non può diventare ancora più limpido; allo stesso modo la condizione dell'uomo che cura corpo e anima e costruisce su entrambi il suo bene è perfetta ed egli vede esaudito il più grande dei suoi desideri se l'anima è serena e il corpo non soffre. Gli allettamenti che arrivano dall'esterno non accrescono il sommo bene, ma lo rendono, per così dire, più gustoso e gradevole: il bene assoluto dell'uomo consiste nella pace dell'anima e del corpo.

47 Ti esporrò ora una divisione che Epicuro fa dei beni: è molto simile alla nostra. Secondo lui ci sono beni che vorrebbe gli toccassero, come un corpo tranquillo, libero da ogni fastidio e un'anima serena che goda di contemplare i suoi beni; ce ne sono altri che non vorrebbe gli capitassero, nondimeno li loda e li apprezza, come quello di cui parlavo prima: la sopportazione di malattie e di dolori atroci, ed Epicuro la dimostrò nel giorno estremo della sua vita, il più felice. Alla vescica e al ventre ulcerato lo tormentavano dolori che non avrebbero potuto essere più forti e tuttavia sosteneva che quello era per lui un giorno felice. Ma solo chi possiede il sommo bene può vivere un giorno felice. 48 Quindi, anche secondo Epicuro, ci sono beni che sarebbe preferibile non sperimentare, ma che, se si presenta la necessità, si devono abbracciare, apprezzare e giudicare uguali a quelli maggiori. Questo bene che pose fine a una vita felice è senza dubbio uguale ai beni maggiori ed Epicuro lo ringraziò con le sue ultime parole.

49 Lascia, mio ottimo Lucilio, che io esprima un concetto un po' azzardato: se certi beni potessero essere maggiori di altri, a quelli piacevoli e dolci io preferirei quelli che appaiono dolorosi, li definirei migliori. Ha più valore superare le difficoltà che moderare le gioie. 50 Per la stessa ragione accade, lo so bene, che alcuni accolgano con moderazione la prosperità e con fermezza le disgrazie. Può essere ugualmente prode il soldato che tranquillo ha fatto la guardia all'accampamento senza che ci fosse nessun attacco da parte dei nemici e quello che, colpito alle gambe, si è retto sulle ginocchia e non ha abbandonato le armi; ma: "Gloria a voi!" si grida ai soldati che tornano insanguinati dalle battaglie. Perciò oserei apprezzare maggiormente quei beni sottoposti a dure prove e che esigono coraggio, in lotta con la fortuna. 51 Dovrei esitare a lodare la mano mutilata, bruciata dal fuoco di Muzio Scevola più di quella intatta di un uomo valorosissimo? Stette immobile disprezzando i nemici e il fuoco, e guardò la propria mano consumarsi sul braciere del nemico, finché Porsenna, che pure ne voleva il supplizio, fu geloso della sua gloria e comandò che gli togliessero il braciere contro la sua volontà. 52 Questo bene perché non dovrei annoverarlo tra i primi e ritenerlo tanto più grande di quelli che non creano affanni e non sono in contrasto con la fortuna, quanto è più raro vincere il nemico senza una mano che impugnando le armi? "Ma allora," mi chiedi, "ti augurerai questo bene?" Perché no? Può ottenerlo solo l'uomo che può anche desiderarlo. 53 O dovrei piuttosto desiderare di sottoporre il mio corpo al massaggio dei miei amasi? O che una donnetta o un eunuco mi stirasse le dita? Perché non dovrei considerare più fortunato Muzio? Col fuoco si è comportato come se avesse porto la mano al massaggiatore. Rimediò così all'errore commesso: senza armi e monco mise fine alla guerra e con quella mano mutilata vinse due re. Stammi bene.

 

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1 Apro la lettera con un argomento banale: è arrivata la primavera; andiamo incontro all'estate e dovrebbe far caldo; la temperatura, invece, è scesa e non c'è ancora da fidarsi; spesso sembra si ripiombi nell'inverno. Vuoi avere una prova dell'attuale incertezza del tempo? Non mi arrischio ancora a fare il bagno nell'acqua completamente fredda: ne tempero il rigore. "Questo significa," tu dici, "non sopportare né il caldo, né il freddo." È vero, Lucilio mio: ormai agli anni miei basta il loro freddo; e a stento si sciolgono dal gelo in piena estate. Perciò la maggior parte del tempo la passo sotto le coperte. 2 Ringrazio la vecchiaia che mi costringe a letto: e perché non dovrei ringraziarla per questo? Prima mi costringevo a non fare determinate cose, ora non posso farle. Mi intrattengo soprattutto con i miei libri. Se a volte arrivano lettere tue, mi sembra di stare con te e ho la sensazione di risponderti a voce, non per iscritto. Sonderemo, perciò insieme, quasi parlassi con te, l'argomento su cui mi interroghi.

3 Chiedi se ogni bene è desiderabile. "Se è un bene," dici, "sopportare con fermezza la tortura, sottoporsi ai tormenti del fuoco con coraggio, tollerare con pazienza le malattie, ne consegue che questi beni siano desiderabili; ma io non ne vedo alcuno desiderabile. E certamente fino a oggi non ho conosciuto nessuno che abbia sciolto un voto per essere stato frustato o storpiato dalla podagra o tirato sul cavalletto." 4 Fa' una precisa distinzione, caro Lucilio, e comprenderai che in essi c'è qualcosa di desiderabile. Io vorrei evitare la tortura, ma se dovrò subirla, desidero comportarmi da forte, con dignità e coraggio. Certo, preferisco che non scoppi la guerra; ma se scoppia, desidero sopportare da valoroso le ferite, la fame e tutti quei disagi inevitabili in guerra. Non sono tanto pazzo da desiderare di ammalarmi, ma se mi ammalo, desidero essere misurato e virile. Così, desiderabili non sono le sofferenze, ma la virtù con cui si sopportano le sofferenze.

5 Certi Stoici ritengono che sopportare da forti tutte queste avversità non è desiderabile, anche se non è neppure da respingere, perché bisogna aspirare al bene puro, sereno e al di fuori di ogni turbamento. Non sono d'accordo. Perché? Primo: non è possibile che una cosa sia buona, ma non sia desiderabile; secondo: se la virtù è desiderabile, e non esiste bene senza virtù, ne consegue che ogni bene è desiderabile. Inoltre, anche se ‹i tormenti non sono desiderabili›, desiderabile è la sopportazione coraggiosa dei tormenti. 6 Ora chiedo: non è desiderabile il coraggio? Ebbene esso disprezza, sfida i pericoli; e la sua caratteristica più bella e più straordinaria è non arrendersi al fuoco, andare incontro alle ferite, certe volte non evitare neppure i colpi, ma offrire il petto. Se il coraggio è desiderabile, è desiderabile anche la sopportazione ferma dei tormenti: anch'essa fa parte del coraggio. Ma fai una distinzione, come ho già detto: non puoi sbagliare. Desiderabile non è subire i tormenti, bensì subirli da forte; desidero proprio quel "da forte": in esso consiste la virtù. 7 "Tuttavia chi mai si è augurato tutto questo?" Certi desideri sono palesi e manifesti, quando vengono formulati singolarmente; altri rimangono nascosti, se un unico voto ne comprende molti. Per esempio, quando mi auguro una vita onesta; ma una vita onesta è formata da azioni diverse: c'è la botte di Attilio Regolo, la ferita che Catone si aprì con le sue mani, l'esilio di Rutilio, la coppa avvelenata che portò Socrate dal carcere al cielo. Quindi, quando mi auguro una vita onesta, mi auguro anche queste azioni, senza le quali la vita non può essere onesta.

 

8 Tre e quattro volte beati coloro ai quali toccò in sorte morire davanti agli occhi dei loro padri, sotto le alte mura di Troia.

C'è differenza tra augurare a qualcuno questa sorte o affermare che era desiderabile? 9 Decio si sacrificò per la salvezza della patria: spronò il cavallo e irruppe tra i nemici cercando la morte. Dopo di lui il figlio, emulo del valore paterno, pronunziata la sacra formula a lui familiare, piombò nel folto dei nemici, preoccupato solo di offrirsi in sacrificio: giudicava desiderabile una morte da prode. E tu dubiti che morire gloriosamente e compiendo un atto di valore sia bellissimo? 10 Quando uno sopporta con fermezza i tormenti, mette in pratica tutte le virtù. Forse una sola virtù è evidente e manifesta più delle altre, la sopportazione; ma c'è anche il coraggio: sopportazione, resistenza, tolleranza ne sono le ramificazioni; c'è il senno, senza il quale non si possono prendere decisioni e che ci induce a sopportare con la maggiore forza possibile quello cui non ci si può sottrarre; c'è la costanza, incrollabile e ferma nei suoi propositi a dispetto di qualsiasi violenza; c'è tutto il corteggio inseparabile delle virtù. Ogni azione virtuosa è opera di una sola virtù, ma per decisione unanime di tutte le altre; quindi, ciò che è approvato da tutte le virtù, anche se è opera di una sola, è desiderabile.

11 Come? Secondo te è desiderabile solo quello che ci viene attraverso il piacere e la vita tranquilla, e quello che è accolto con grande festa? Ci sono beni dolorosi all'apparenza; ci sono voti la cui realizzazione non viene esaltata da una schiera di gente che si congratula, ma sono fatti oggetto di venerazione e rispetto. 12 Così tu non credi che Regolo desiderasse raggiungere i Cartaginesi? Mettiti nello stato d'animo di quel grande uomo e lascia un po' da parte i pregiudizi del volgo; cerca di comprendere, come devi, la bellezza e la magnificenza della virtù: non dobbiamo renderle omaggio con incenso e corone, ma con sudore e sangue. 13 Guarda Catone che porta al suo sacro petto le mani purissime e allarga le ferite troppo superficiali. Gli dirai: "Mi auguro che sia come vuoi tu" e "Mi dispiace"' oppure: "Che tutto ti vada bene"? 14 Mi viene in mente a questo punto il nostro Demetrio; definisce "mare morto" una vita tranquilla e senza attacchi da parte della fortuna. Non avere niente che ci infiammi e ci sproni, niente che metta alla prova la nostra fermezza d'animo con le sue minacce e i suoi assalti, ma giacere in una tranquillità imperturbata non è quiete: è apatia. 15 Diceva lo stoico Attalo: "Preferisco che la sorte mi costringa a combattere e non che mi faccia vivere tra i piaceri. Sono torturato, ma da forte: questo è bene. Sono colpito a morte, ma da forte: questo è bene." Ascolta Epicuro, egli dirà anche: "È piacevole." Io non potrei mai definire un atteggiamento così virtuoso e austero con un aggettivo tanto delicato. 16 Le fiamme mi consumano, ma non mi do per vinto: e perché non dovrebbe essere desiderabile? - non il fatto che il fuoco mi brucia, ma che io non mi piego. Non c'è niente di più nobile, niente di più bello della virtù; e tutto ciò che si fa per suo comando è buono e desiderabile. Stammi bene.

 

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1 Condivido la tua risoluzione: vivi una vita ritirata, ma nascondila agli altri. Sappi che così agirai se non secondo gli insegnamenti, certo secondo l'esempio degli Stoici; e, tuttavia, anche secondo gli insegnamenti: e potrai provarlo a te stesso e a chi vorrai. 2 Noi non lasciamo che il saggio partecipi sempre e senza limiti di tempo a ogni forma di governo; inoltre, quando gli diamo uno stato degno di lui, cioè l'universo, egli non vive al di fuori della politica, anche se si è isolato; anzi forse, lasciato da parte un unico cantuccio, si dedica a questioni più importanti e vaste; collocato in cielo comprende come era sceso in basso quando saliva alla sedia curule o sulla tribuna. Racchiudi in te queste parole: mai il saggio è più operoso di quando si trova al cospetto delle cose divine e umane.

3 Torno ora al mio consiglio iniziale: tieni nascosto il tuo ritiro. Non dire che vuoi vivere una vita serena, dedita alla filosofia: definisci altrimenti la tua decisione; chiamala malattia, debolezza, chiamala anche peggio, pigrizia. È sciocca ambizione vantarsi di una vita ritirata. 4 Certi animali, per non essere scovati, confondono le loro orme intorno alla tana: devi fare lo stesso, altrimenti non mancheranno i seccatori. Molti oltrepassano i luoghi facilmente accessibili ed esplorano quelli nascosti e occulti; gli oggetti chiusi in cassaforte stimolano il ladro. Se una cosa è sotto gli occhi di tutti, sembra di poco valore; lo scassinatore tralascia quello che è a portata di mano. La massa e tutte le persone ignoranti hanno queste abitudini: vogliono violare i segreti. 5 La miglior cosa, perciò è non divulgare il proprio isolamento, anche se il nascondersi troppo e l'allontanarsi dalla vista degli altri è già un modo di divulgarlo. Uno si è ritirato a Taranto, un altro vive confinato a Napoli, un terzo da anni non varca la soglia di casa; chi circonda il suo ritiro di un alone di leggenda, richiama l'attenzione della massa.

6 Se ti isoli, devi fare in modo non che gli uomini parlino di te, ma che tu parli con te stesso. E di che cosa? Fai quello che gli uomini fanno molto volentieri nei confronti degli altri: critica te stesso; ti abituerai a dire e ad ascoltare la verità. Considera soprattutto i lati più deboli del tuo carattere. 7 Ciascuno conosce bene i difetti del proprio corpo. Perciò c'è chi alleggerisce lo stomaco col vomito, chi lo sostiene con pasti frequenti, chi libera il corpo e lo purifica col digiuno; le persone che soffrono di podagra evitano di bere vino o di bagnarsi: trascurano tutto il resto e si premuniscono contro la malattia che spesso li fa tribolare. Allo stesso modo nella nostra anima ci sono delle parti - come dire? - inferme, e vanno curate. Che cosa faccio nel mio ritiro? Curo la mia piaga. 8 Se ti mostrassi un piede gonfio, una mano livida, i muscoli scarni di una gamba contratta, mi consentiresti di stare inoperoso in un angolo e di curare la mia malattia; più grave è il male che non posso mostrarti: la piaga ulcerata ce l'ho nell'anima. Non voglio, non voglio che tu mi lodi, non voglio che tu dica: "Che grand'uomo! Ha disprezzato ogni cosa ed è fuggito; ha ripudiato le follie della vita umana." Io non ripudio niente, solo me stesso. 9 Non c'è motivo che tu venga da me per trarne profitto. Sbagli, se speri di trovare in me un aiuto: qui non abita un medico, ma un ammalato. Preferisco che quando te ne andrai, tu dica: "Lo credevo un uomo felice e colto, avevo drizzato le orecchie. Sono deluso, non ho visto nulla, non ho udito nulla di quello che desideravo e che mi spinga a ritornare." Se pensi, se parli così, c'è stato un progresso: è meglio che tu abbia compassione, non invidia del mio ritiro.

10 "E proprio tu, Seneca," potresti obiettare, "mi raccomandi una vita ritirata? Stai forse scivolando verso la dottrina epicurea?" Ti raccomando una vita ritirata in cui svolgere attività più importanti e più belle di quelle che hai lasciato: bussare alle superbe porte degli uomini potenti, tenere un elenco dei vecchi privi di eredi, esercitare un grande potere nel foro, è indice di un'autorità che suscita invidia, di breve durata e, a ben guardare, spregevole. 11 Ci sarà qualcuno di molto superiore a me per il prestigio di cui gode nel foro, qualche altro per le imprese militari e per l'autorità così conquistata, un altro ancora per la folla dei clienti. Non posso essere uguale a loro, godono di più favore: vale la pena che tutti mi vincano, purché io vinca la fortuna. 12 Magari tu avessi deciso già da tempo di attuare questo proposito! Magari non discutessimo della felicità ora, al cospetto della morte! Ma non indugiamo anche adesso; avremmo potuto ricavare dalla ragione ciò che ora sappiamo per esperienza: che molte cose sono superflue e dannose. 13 Acceleriamo il passo come fanno le persone che si sono messe in cammino in ritardo e vogliono recuperare il tempo perduto andando veloci. La nostra età è la più adatta a questi studi: gli ardori si sono ormai spenti, i vizi, indomabili nel primo fervore della giovinezza, sono sopiti; e tra poco scompariranno del tutto. 14 "E quando," ribatti, "o a che fine ti gioverà quello che impari alle soglie della morte?" A questo: a uscire meglio dalla vita. Credimi, non c'è età più adatta alla saggezza di quella che è arrivata al dominio di sé attraverso svariate esperienze, dopo lunghi e frequenti pentimenti, di quella che, sedate le passioni, ha raggiunto ciò che dà la salvezza. È questa l'età che ci porta un simile bene: chiunque raggiunga la saggezza da vecchio, vi è arrivato attraverso gli anni. Stammi bene.

 

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1 Non voglio che tu sia sempre in movimento e salti da un posto all'altro, innanzi tutto perché gli spostamenti frequenti sono indizio di un animo instabile: l'animo non può fortificarsi nel ritiro, se non smette di guardarsi intorno e di andare errando. Ferma per prima cosa la fuga del corpo per tenere a freno lo spirito. 2 E poi, i rimedi giovano veramente se sono continui: non bisogna interrompere la tranquillità e l'oblio della vita condotta in precedenza; lascia che i tuoi occhi dimentichino, che le tue orecchie si abituino a parole più sane. Tutte le volte che uscirai in pubblico, perfino di passaggio, ti si presenterà qualcosa che riacutizzerà i tuoi desideri. 3 Se uno tenta di liberarsi di un amore, deve evitare ogni ricordo del corpo amato (l'amore è la passione che riarde con più facilità); allo stesso modo chi vuole eliminare il rimpianto di tutto quello per cui bruciava di desiderio, deve distogliere occhi e orecchie da ciò che ha abbandonato. 4 Le passioni ritornano prontamente all'attacco. Dovunque si volgano, scorgeranno una ricompensa immediata al loro affaccendarsi. Non c'è male che non prometta un compenso. L'avidità promette denaro, la lussuria numerosi e svariati piaceri, l'ambizione cariche e favore e, quindi, potenza e quanto essa implica. 5 I vizi ti allettano con una ricompensa: al servizio della virtù devi vivere gratuitamente. Non basta la vita intera a domare e a soggiogare i vizi imbaldanziti da una sfrenatezza durata così a lungo, tanto più se un tempo così breve lo frantumiamo con continui intervalli; una qualsiasi impresa può a stento essere portata a termine con una cura e un'applicazione continue. 6 Dammi ascolto, medita e preparati sia ad accogliere la morte, sia a cercarla, se sarà necessario: non fa differenza se è lei a venire da noi o noi da lei. Convincitene: è falsa quella frase che dicono tutti gli uomini più ignoranti: "È bello morire di morte naturale". Tutti muoiono di morte naturale. Medita poi su questo: tutti muoiono nel giorno stabilito dal destino. Non perdi nulla del tempo che ti è stato assegnato; quello che lasci non ti appartiene. Stammi bene.

 

LIBRO OTTAVO

 

 

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1 Ho rivisto la tua Pompei dopo molto tempo. Mi ha riportato indietro alla mia giovinezza; mi sembrava di poter ripetere tutte le mie giovanili imprese compiute là, e che fossero recenti. 2 Navigando, Lucilio, ci siamo lasciati alle spalle la vita e come in mare

si allontanano paesi e città,

scrive il nostro Virgilio, così in questa corsa rapidissima del tempo ci siamo lasciati dietro prima la fanciullezza, poi l'adolescenza, poi tra giovinezza e vecchiaia quell'età che confina con entrambe, poi gli anni migliori della vecchiaia; ora in ultimo comincia a mostrarsi quella che è la fine comune di tutti gli uomini. 3 A noi, nella nostra immensa stupidità, appare come uno scoglio: e invece, è un porto: non lo si deve mai evitare, anzi talvolta bisogna cercarlo, e se uno ci arriva nei primi anni della vita, non se ne lamenti, come non si lamenta chi ha portato a termine con rapidità la sua traversata per mare. Uno, lo sai, è trattenuto da venti deboli che si prendono gioco di lui e lo stancano con una bonaccia tenace ed esasperante; un altro, invece, un soffio costante lo trasporta a gran velocità. 4 Pensa che per noi è lo stesso: alcuni la vita li porta molto rapidamente a quella meta, che, anche temporeggiando, dovevano raggiungere, altri li snerva e li fiacca. Non sempre, lo sai, la vita va conservata: il bene non consiste nel vivere, ma nel vivere bene.

Perciò il saggio vivrà non quanto può ma quanto deve. 5 E considererà dove vivere, con chi, in che modo, e quale attività svolgere. Egli bada sempre alla qualità, non alla lunghezza della vita. Se le avversità che gli si presentano sono tante e turbano la sua serenità, si libera e non aspetta di trovarsi alle strette: non appena comincia a sospettare della sorte, considera seriamente se non sia il momento di farla finita. Non ritiene importante cercare la morte o accoglierla, morire prima o poi: non teme la morte come un grave danno: uno stillicidio non causa a nessuno grandi perdite. 6 Non importa morire presto o tardi, ma morire bene o male; morire bene significa sfuggire al pericolo di vivere male. Giudico, perciò vilissime le parole di quel famoso rodiese, che, gettato dal re in una gabbia e nutrito come una fiera, rispose a uno che gli consigliava di non toccare cibo: "Finché c'è vita, c'è speranza". 7 Se anche fosse vero, non ci si deve comprare la vita a qualunque prezzo. Ammettiamo pure che si offrano beni cospicui e sicuri, io non vorrei ottenerli con una vergognosa professione di viltà: dovrei pensare che la fortuna ha pieni poteri su chi è in vita e non che è impotente contro chi sa morire?

8 A volte, tuttavia, il saggio, anche se lo minaccia una morte sicura e sa di essere destinato alla pena capitale, non presterà la mano al suo supplizio: farebbe un piacere a se stesso. Morire per paura della morte è da insensati: il boia viene, aspettalo. Perché vuoi precederlo? Perché ti fai carico della crudeltà altrui? Invidi il tuo carnefice, oppure ne hai compassione? 9 Socrate avrebbe potuto mettere fine alla sua vita col digiuno e morire di fame invece che di veleno; eppure stette in carcere trenta giorni aspettando la morte: non pensava che ogni esito era possibile e che un periodo di tempo tanto lungo consentiva molte speranze; voleva mostrarsi obbediente alle leggi e offrire agli amici la possibilità di trarre profitto dai suoi ultimi giorni. Disprezzare la morte, ma temere il veleno non sarebbe stato l'atteggiamento più insensato? 10 Scribonia, donna austera, era zia materna di Druso Libone, un giovane nobile, ma scriteriato, che nutriva speranze irrealizzabili per chiunque in quell'epoca o per lui stesso in ogni altra. Egli, malato, venne ricondotto dal senato in lettiga; non lo accompagnavano in molti: tutti i congiunti lo avevano piantato in asso senza nessuna compassione: ormai era più un cadavere che un imputato. Cominciò a riflettere se dovesse darsi la morte o aspettarla. Gli disse Scribonia: "Che gioia ti dà sbrigare una faccenda che tocca ad altri?" Non lo persuase: egli si suicidò e a ragione. Se uno è destinato a morire entro tre o quattro giorni ad arbitrio del suo nemico, se vive, sbriga proprio una faccenda d'altri.

11 Quando una forza esterna minaccia la morte, si deve aspettare o prevenirla? Non si può stabilire una regola generale; molte sono le circostanze che possono fare propendere per l'una o per l'altra decisione. Se l'alternativa è una morte fra atroci sofferenze oppure una morte naturale e facile, perché non approfittare di quest'ultima? Come scelgo la nave, se devo andare per mare, e la casa in cui vivere, così sceglierò la morte quando dovrò lasciare questa vita. 12 E poi, una vita più lunga non è necessariamente migliore, ma una morte attesa più a lungo è senz'altro peggiore. In nessuna cosa più che nella morte siamo tenuti ad obbedire alla volontà dell'anima. Esca per quella strada che ha preso di slancio: sia che cerchi una spada o un cappio o un veleno che scorre nelle vene, avanzi decisa e spezzi le catene della sua schiavitù. La vita ognuno di noi deve renderla accettabile anche agli altri, la morte solo a se stesso: quella che riesce gradita è la migliore. 13 È insensato pensare: "Qualcuno dirà che ho agito da vigliacco, qualcuno con troppa sconsideratezza, qualcun altro che c'era un genere di morte più eroico." Vuoi convincerti che si tratta di una decisione in cui non bisogna tenere conto dell'opinione altrui! Bada a una sola cosa: a sottrarti nel modo più rapido al capriccio della sorte; del resto ci sarà sempre qualcuno pronto a criticare il tuo gesto.

14 Troverai anche uomini che hanno fatto professione di saggezza e sostengono che non si debba fare violenza a se stessi; per loro il suicidio è un delitto: bisogna aspettare il termine fissato dalla natura. Non si accorgono che in questo modo si precludono la via della libertà? Averci dato un solo ingresso alla vita, ma diverse vie di uscita è quanto di meglio abbia stabilito la legge divina. 15 Dovrei aspettare la crudeltà di una malattia o di un uomo, quando posso invece sottrarmi ai tormenti e stroncare le avversità? Ecco l'unico motivo per cui non possiamo lamentarci della vita: non trattiene nessuno. La condizione dell'uomo poggia su buone basi: nessuno è infelice se non per sua colpa. Ti piace vivere? Vivi; se no, puoi tornare da dove sei venuto. 16 Contro il mal di testa sei spesso ricorso a un salasso; si apre una vena per diminuire la pressione del sangue. Non è necessario squarciarsi il petto con una vasta ferita: è sufficiente un bisturi ad aprire la via a quella famosa grande libertà: la serenità dipende da un forellino. Cos'è, allora, che ci rende indolenti e inetti? Prima o poi dovremo lasciare questa dimora, ma nessuno di noi lo pensa. Ci comportiamo come inquilini di vecchia data che l'abitudine e l'attaccamento al posto trattiene anche in mezzo ai disagi. 17 Vuoi essere indipendente dal corpo? Abitalo come se stessi per trasferirti. Tienilo presente: questa convivenza verrà a mancare, prima o poi: sarai più forte di fronte alla necessità di andartene. Ma se uno non ha limiti in tutti i suoi desideri come potrà venirgli in mente il pensiero della propria fine? 18 Non c'è cosa su cui si debba meditare come sulla morte; per altre evenienze ci si esercita forse inutilmente. Lo spirito si è preparato alla povertà: e invece, siamo rimasti ricchi. Ci siamo armati per disprezzare il dolore: e invece, il nostro corpo si è mantenuto fortunatamente integro e sano e non ha mai richiesto che mettessimo alla prova questa virtù. Ci siamo preparati a sopportare da forti il rimpianto di cari perduti; e invece, il destino ha tenuto in vita tutti quelli che amavamo. 19 La meditazione della morte è l'unica che un giorno dovrà essere messa in pratica. Non pensare che solo i grandi uomini abbiano avuto la forza di spezzare le catene della schiavitù umana; Catone strappò con le sue mani l'anima che non era riuscito a gittar fuori con la spada; non credere che possa farlo lui solo: uomini di infima condizione sociale si sono messi in salvo con straordinario impeto e, non potendo morire a loro agio e nemmeno scegliere il mezzo che volevano per darsi la morte, hanno afferrato quello che capitava sotto mano e con la loro violenza hanno tramutato in armi oggetti di per sé innocui. 20 Non molto tempo fa, durante i combattimenti tra gladiatori e bestie feroci, uno dei Germani, mentre si preparava per gli spettacoli del mattino, si appartò per evacuare gli intestini. Era l'unico momento in cui gli fosse concesso stare solo senza essere sorvegliato: lì c'era un bastone con attaccata una spugna per pulire gli escrementi: se lo cacciò in gola e morì soffocato. Uno sfregio alla morte. Proprio così, in maniera immonda e indecente: fare gli schizzinosi davanti alla morte è la cosa più stupida. 21 Che uomo forte, degno di poter scegliere il proprio destino! Con quanta fermezza avrebbe usato la spada, con quanto coraggio si sarebbe gettato negli abissi del mare o in un burrone. Era privo di ogni mezzo, eppure trovò il modo e l'arma per uccidersi; la mancanza di volontà è il solo ostacolo alla morte: egli ce lo dimostra. Ognuno giudichi come crede l'azione di quest'uomo indomito, ma sia chiaro: alla schiavitù più pulita è preferibile la morte più sozza.

22 Visto che ho cominciato con esempi sordidi, continuerò così: esigeremo di più da noi stessi, vedendo che la morte può essere disprezzata anche dagli uomini più disprezzati. Catone, Scipione e altri, i cui nomi sono abitualmente oggetto di ammirazione, li giudichiamo inimitabili: ma io ti dimostrerò che esempi di questa virtù tra i gladiatori ce ne sono quanti tra i capi della guerra civile. 23 Una mattina, poco tempo fa, un gladiatore mentre veniva trasportato sotto scorta allo spettacolo, come se gli ciondolasse la testa per il sonno, la piegò fino a infilarla tra i raggi di una ruota e rimase fermo al suo posto finché questa girando non gli spezzò l'osso del collo; con lo stesso mezzo che lo portava al supplizio vi si sottrasse. 24 Se uno vuole spezzare le catene e fuggire, non ci sono ostacoli: la natura ci custodisce in un carcere aperto. Quando le circostanze lo permettono, si cerchi una via di uscita agevole; se poi uno ha a portata di mano più possibilità di affrancarsi, faccia la sua scelta e consideri il modo migliore di liberarsi. Mancano le occasioni? Allora afferri la prima che gli capita come se fosse la migliore, anche se è strana e insolita. A chi non manca il coraggio non mancherà una strada ingegnosa verso la morte. 25 Non vedi che anche gli schiavi più umili, quando li pungola la sofferenza, prendono coraggio ed eludono anche la più stretta sorveglianza? L'uomo che non solo decide di morire, ma trova anche il modo di farlo, è grande. Ti ho promesso più esempi dello stesso genere. 26 Durante il secondo spettacolo di naumachia un barbaro si cacciò in gola tutta quanta la lancia che impugnava per combattere gli avversari. "Ma perché, perché?" disse, "non sfuggo subito a ogni tormento, a ogni umiliazione? Ho in mano un'arma, perché aspetto la morte?" Questo spettacolo fu tanto più bello quanto è più onorevole che gli uomini imparino a morire e non a uccidere. 27 E allora? Persino degli sciagurati, dei delinquenti hanno questo coraggio: e non lo avrà chi a questa evenienza è preparato da una lunga meditazione e dalla ragione, maestra di vita? Essa ci insegna che gli accessi alla morte sono numerosi, ma il punto di arrivo è lo stesso; non importa da dove cominci una cosa che arriva senz'altro. 28 La ragione stessa invita a morire, se è consentito, come ci piace, altrimenti come possiamo, e ad afferrare qualunque cosa càpiti per darci la morte. È vergognoso vivere di rapina, morire di rapina, invece, è bellissimo. Stammi bene.

 

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1 Sovente mi chiedi consiglio su singoli problemi, dimenticando che ci divide un largo tratto di mare. Ma l'efficacia di un consiglio, in gran parte, consiste nell'essere tempestivo e così, inevitabilmente, il mio parere su certi argomenti ti arriva quando ormai sarebbe preferibile la decisione opposta. I consigli devono aderire alla realtà e la nostra si evolve, anzi precipita: un consiglio, quindi, deve maturare nell'arco di un giorno; anzi, anche così è troppo tardi: deve nascere, come si dice, su due piedi. Ti preciso come ci si arriva. 2 Se vuoi sapere volta per volta che cosa evitare o che cosa ricercare, guarda al sommo bene, il fine supremo di tutta la tua vita. Ogni nostra azione vi si deve accordare: se uno non ha già disposto la propria vita nel suo complesso, non potrà deciderne i particolari. Nessuno, per quanto abbia pronti i colori, può fare un quadro somigliante, se non sa già che cosa vuol dipingere. Noi tutti decidiamo su singoli episodi della nostra vita, non sulla sua totalità e questo è il nostro errore. 3 L'arciere, quando scaglia una freccia, deve sapere qual è il bersaglio e allora soltanto dirigere e regolare il colpo con la mano: i nostri consigli non fanno centro perché non hanno un bersaglio preciso; se uno non sa a quale porto dirigersi, non gli va bene nessun vento. Viviamo a caso e, perciò il caso gioca un ruolo determinante nella nostra esistenza. 4 A certi càpita addirittura di ignorare che posseggono certe nozioni; come spesso andiamo in cerca delle persone che ci sono a fianco, allo stesso modo per lo più ignoriamo che il traguardo del sommo bene è lì davanti a noi. Non occorrono molte parole o lunghe perifrasi per circoscrivere il concetto di sommo bene: si può per così dire, indicarlo con un dito senza spezzettarlo in tanti frammenti. A che serve frazionarlo in particelle, quando puoi dire: "Il sommo bene è l'onestà" e, cosa ancor più straordinaria: "L'unico bene è l'onestà, gli altri sono beni falsi e fittizi." 5 Convincitene e ama appassionatamente la virtù (amarla sarebbe troppo poco): comunque la pensino gli altri, tutto ciò che la virtù toccherà, sarà per te prospero e felice. E la tortura, se sei più tranquillo del tuo carnefice, e l'infermità, se non maledirai la sorte, se non cederai alla malattia, insomma tutto quello che per gli altri rappresenta un male, si mitigherà e si muterà in bene, se ti porrai al di sopra di esso. Ti sia chiaro: l'unico bene è l'onestà e tutte le disgrazie, se la virtù in qualche modo le abbellisce, saranno giustamente chiamate beni. 6 Molti ritengono che promettiamo più di quanto consente la condizione umana, e non a torto; difatti guardano al corpo. Si volgano all'anima: misureranno l'uomo in base al divino.

Mira a cose più alte, mio ottimo Lucilio, e abbandona questi giochetti infantili dei filosofi che riducono a sillabe una disciplina stupenda e, insegnando minuzie, scoraggiano e deprimono lo spirito: diventerai simile a chi queste cose le ha scoperte e non a chi le insegna in modo che la filosofia risulti non grande, ma difficile. 7 Socrate, che riconduce tutta la filosofia alla morale e sostiene che la massima saggezza consiste nel distinguere il bene dal male, dice: "Se godo di un po' di credito presso di te, segui le orme di quei grandi uomini e sarai felice; lascia pure che qualcuno ti giudichi uno sciocco. Ti insulti e ti offenda chi vuole: non soffrirai se ti sarà compagna la virtù. Se vuoi essere felice," sostiene, "se vuoi veramente essere uomo di solida moralità, lascia che qualcuno provi disprezzo per te." Nessuno arriverà a questi risultati senza aver prima lui stesso disprezzato ogni cosa, senza aver posto tutti i beni sullo stesso piano. Non esiste bene senza rettitudine e la rettitudine è identica in tutti i beni.

8 "Davvero? Non c'è differenza se Catone diventa pretore o no? Se perde o vince a Farsalo? Non poter essere sconfitto nonostante la sconfitta del suo partito era per lui un bene pari a tornarsene da trionfatore in patria e ristabilire la pace?" Direi di sì. La virtù che vince la cattiva sorte e quella che regola la buona è la stessa; e la virtù non può essere più grande o più piccola. Ha sempre la stessa statura. 9 "Ma Gneo Pompeo perderà l'esercito; ma il più bell'ornamento dello stato, il patriziato, e la prima linea del partito pompeiano, il senato in armi, saranno sconfitti in una sola battaglia e le rovine di un così vasto impero si disperderanno per tutto il mondo: una parte cadrà in Egitto, una in Africa, una in Spagna. A quell'infelice repubblica non toccherà neanche questo: di crollare tutta in una volta." 10 Càpiti pure di tutto: non riesca utile a Giuba nel suo regno la conoscenza del territorio, e nemmeno il valore fermo di un popolo in difesa del suo re; venga a mancare anche la fedeltà degli Uticensi stroncata dalle avversità, e la fortuna, che ha sempre accompagnato il nome di Scipione, lo abbandoni in Africa. Già da un pezzo era stato provveduto che Catone non subisse nessun danno. 11 "Ma tuttavia è stato battuto." Metti in conto anche questo tra gli insuccessi di Catone: sopporterà con la stessa forza d'animo l'aver perso oggi la vittoria, ieri la pretura. Il giorno della sua sconfitta elettorale lo passò giocando a palla; e leggendo la notte in cui doveva morire. Non fece differenza tra perdere la pretura e perdere la vita; era persuaso di dover sopportare con coraggio tutte le avversità.

12 E perché non avrebbe dovuto sopportare serenamente, da forte, il rivolgimento dello stato? Che cosa si sottrae al pericolo di cambiamenti? Non la terra, non il cielo, non l'intero contesto dell'universo, benché sia regolato da dio; non manterrà sempre lo stesso ordine: ma verrà un giorno che ne trasformerà il corso presente. 13 Tutti gli esseri procedono secondo tempi precisi: devono nascere, crescere, morire. I corpi celesti che vedi correre sopra di noi e la terra su cui siamo stati messi e poggiamo come se fosse solidissima, si consumeranno e finiranno; ogni cosa ha la sua vecchiaia. A intervalli che non si corrispondono la natura conduce tutti gli esseri allo stesso punto: ciò che esiste non esisterà più; ma non è destinato a finire: semplicemente si disgregherà. 14 Disgregarsi per noi significa morire; consideriamo solo le cose che abbiamo davanti agli occhi, la nostra mente ottusa e soggetta al corpo non guarda più in là. Ma sopporteremmo con maggior fermezza la morte nostra e dei nostri cari, se sperassimo che, come tutto il resto, la vita e la morte si avvicendano e la materia composta si dissolve e dissolta si ricompone: in quest'opera si svolge l'eterna attività di dio che tutto ordina. 15 E dunque, come M. Catone, riandando al passato, diremo: "È condannato a morte tutto il genere umano, sia presente che futuro; tutte le città che detengono il potere in qualche parte del mondo e quelle che sono lo splendido ornamento di imperi altrui, ci si chiederà un giorno dove si trovavano, e spariranno ciascuna con diversa fine: alcune le distruggeranno le guerre, altre le consumerà l'inerzia e una pace mutatasi in ozio, e la dissolutezza, fatale alle grandi potenze. Un'improvvisa inondazione sommergerà tutte queste fertili pianure o il suolo, sprofondando, le inghiottirà di colpo in una voragine. Perché allora dovrei sdegnarmi o dolermi se precedo di poco il destino comune? 16 Un'anima grande obbedisca a dio e si sottometta senza esitare alle norme della legge universale: o sarà avviata a un'esistenza migliore per vivere una vita più splendida e serena nel mondo divino o almeno sarà immune da ogni molestia, se si riunirà alla natura e ritornerà al tutto. La nobile vita di M. Catone non è un bene più grande della sua nobile morte: la virtù è sempre uguale a se stessa. Socrate diceva che virtù e verità coincidono. La verità non cresce, e nemmeno la virtù: ha tutte le sue parti, è completa.

17 Non c'è, dunque, da stupirsi che i beni siano uguali, sia quelli che bisogna cercare di proposito, sia quelli che ci portano le circostanze. Se ammetterai una disparità tra i beni, e subire da forti la tortura lo giudicherai un bene minore, finirai anche per calcolarlo tra i mali e definirai infelice Socrate in carcere e infelice Catone che riaprì le sue ferite con più coraggio di quello con cui se le era inferte, e più sventurato di tutti Regolo, che pagò il prezzo di un giuramento rispettato anche nei confronti dei nemici. Ma nessuno, neppure l'individuo meno virile, ha osato affermare questo; non dicono che lui sia stato felice, ma neppure che sia stato infelice. 18 I filosofi della antica Accademia ammettono che uno può essere felice anche tra i supplizi, ma non in maniera completa, totale; una tesi assolutamente inaccettabile: se uno non è felice, non possiede il sommo bene. Il sommo bene è al culmine della scala dei valori, purché in esso sia insita la virtù, e non la indeboliscano le avversità e rimanga intatta anche quando il corpo è fatto a pezzi: e tale rimane. Mi riferisco a quella virtù coraggiosa ed eccelsa, che è spronata da qualunque avversità. 19 È la virtù a trasmetterci e a infonderci questo coraggio: spesso lo hanno i giovani di temperamento generoso, colpiti dalla bellezza di una nobile azione al punto da disprezzare tutto ciò che è dovuto al caso; la saggezza è in grado di convincerci che esiste un solo bene e cioè la virtù e che non si può né tenderla, né allentarla, come non si può piegare la riga con cui si controlla se una linea è retta. Qualunque modifica apporti deformi la linea retta. 20 Della virtù possiamo dire lo stesso: anch'essa è retta e non ammette storture: può certo, diventare più rigida, ma ‹non› tendersi maggiormente. È giudice di tutto, ma non ha giudici. E se non può diventare più diritta di quanto è, neppure le azioni che ne derivano conoscono gradi differenziati di dirittura; devono necessariamente corrisponderle e, dunque, sono uguali.

21 "E allora?" ribatti, "starsene a banchetto ed essere torturati è lo stesso?" Ti stupisci? Di questo dovresti stupirti di più: stare a banchetto è un male, essere sottoposti a tortura è un bene, se lì prevale un atteggiamento vergognoso e qui uno nobile. Non sono le occasioni, ma la virtù a rendere le azioni buone o malvagie; dovunque si mostri, tutto diventa della stessa misura e valore. 22 A questo punto, uno che giudica l'anima di tutti gli altri in base alla sua vorrebbe cavarmi gli occhi perché sostengo che, per chi giudica con onestà, sono pari i beni di chi celebra il trionfo e di chi precede il carro trionfale come prigioniero, ma con animo invitto. Gente come quell'individuo non ritiene possibili azioni che non è in grado di compiere: esprime un giudizio sulla virtù in base alla propria debolezza. 23 Perché ti stupisci se venir bruciati, feriti, uccisi, gettati in catene può essere gradito, anzi addirittura può piacere? Per chi ama il lusso, la frugalità è una pena, per il pigro la fatica è un supplizio, chi è abituato alle mollezze compatisce l'uomo attivo, per l'indolente applicarsi è un tormento. Allo stesso modo ci sembrano gravose e intollerabili quelle azioni che nessuno di noi è in grado di compiere e dimentichiamo per quanta gente è un tormento non avere vino o alzarsi all'alba. Non sono azioni in sé gravose, siamo noi fragili e senza nerbo. 24 Bisogna giudicare le grandi cose con animo grande; altrimenti attribuiremo ad esse il difetto che invece è in noi. Così se guardiamo un pezzo di legno perfettamente diritto, immerso nell'acqua, ci sembra curvo e spezzato. Non ha importanza che cosa guardi, ma come guardi: la nostra mente si ottenebra nello scrutare la verità. 25 Prendi un giovane incorrotto e di intelligenza vivace: dirà che giudica più felice chi sostiene a testa alta tutto il peso delle avversità, chi si erge al di sopra della fortuna. Non c'è niente di strano a non essere scossi quando tutto è tranquillo: ma ti deve meravigliare se uno si solleva quando tutti sono proni, se sta saldo in piedi quando tutti giacciono a terra. 26 Qual è il male nei tormenti e in quelle che definiamo avversità? Questo, a mio parere: lo spirito si lascia abbattere, si piega e soccombe. A un saggio, però questo non potrà mai capitare: rimane diritto sotto qualsiasi peso. Niente lo può diminuire; nessuno dei patimenti che deve subire gli riesce sgradito. Non si lamenta se gli piomba addosso tutto quello che può piombare addosso a un uomo. È consapevole delle sue forze; sa di essere nato per portare un peso. 27 Non faccio del saggio un'eccezione rispetto agli altri uomini, non gli nego il dolore, come se fosse una roccia priva di sensibilità. So bene che egli è formato di due parti; una è irrazionale: sente i tormenti, il fuoco, soffre; l'altra razionale: è salda nelle sue convinzioni, intrepida e indomabile. In questa sta il sommo bene dell'uomo. Finché non raggiunge la sua pienezza, la mente oscilla incerta, ma quando il sommo bene è perfetto, per essa c'è una stabilità incrollabile. 28 Perciò quando uno comincia ad avanzare verso la vetta e pratica la virtù, anche se si avvicina al sommo bene, finché non ne entra in possesso, farà talvolta qualche passo indietro e la sua volontà di arrivare potrà in parte allentarsi: non ha ancòra superato i tratti difficili e si trova su un terreno scivoloso. Ma l'uomo felice che ha raggiunto la piena virtù è tanto più soddisfatto di sé quanto più duramente è stato messo alla prova; quello che gli altri temono, se è il prezzo dovuto per un'azione onorevole, non solo lo sopporta, ma lo abbraccia e preferisce di gran lunga sentirsi dire: "Sei grande", invece che: "Sei fortunato".

29 Vengo ora alla questione su cui aspetti il mio parere. Perché la nostra virtù non sembri una dote soprannaturale, aggiungo che anche il saggio è soggetto ad aver paura, a soffrire, a impallidire; sono tutte sensazioni fisiche. Quando, allora, sono reali disgrazie, veri mali? Evidentemente quando mortificano l'anima e la portano a dichiararsi schiava e le fanno sentire disgusto di sé. 30 Il saggio vince la fortuna con la virtù, ma molti che si professano saggi sono spesso atterriti da minacce del tutto trascurabili. In questo consiste il nostro errore: nell'esigere lo stesso comportamento dal saggio e dal neofita. La condotta che lodo, vorrei tenerla, ma non ne sono ancòra persuaso e, se anche ne fossi persuaso, non sarei ancòra pronto ed esercitato al punto da affrontare ogni evenienza. 31 Certi colori la lana li assume con un solo bagno, altri, invece, li assorbe solo dopo essere stata a mollo e fatta bollire più volte; così ci sono insegnamenti che il cervello incamera sùbito, appena li riceve. La saggezza, invece, se non penetra in profondità e non sedimenta a lungo, e colora, ma non impregna, l'anima, non mantiene nessuna delle sue promesse. 32 Questo concetto si può anche esprimere in breve con pochissime parole: la virtù è l'unico bene, non esiste nessun bene senza la virtù e la virtù risiede nella parte migliore di noi, quella razionale. Che cos'è, dunque, questa virtù? Una vera e salda capacità di giudizio; ne provengono gli impulsi della mente ed essa darà chiarezza ad ogni immagine che suscita un impulso. 33 Giudicare come beni e uguali tra loro tutti quelli che sono in rapporto con la virtù sarà conseguente a questa capacità di giudizio. I beni fisici sono beni per il corpo, ma non sono tali in senso lato; avranno in sé un valore materiale, ma non spirituale. Ci sarà tra loro una grande differenza: alcuni saranno più piccoli, altri più grandi. 34 Dobbiamo ammettere che anche fra i seguaci della saggezza ci sono grandi differenze: uno ha fatto progressi tali da levare gli occhi contro la sorte; ma non resiste e abbassa lo sguardo accecato dall'eccessivo splendore; un altro è avanzato tanto che può fronteggiarla, se non è già arrivato alla vetta ed è pieno di fiducia in se stesso. 35 È inevitabile che gli esseri imperfetti cadano, avanzino, scivolino indietro, soccombano. Ma scivoleranno, se non persevereranno nello sforzo di andare avanti; se allenteranno l'impegno e la tenacia dei loro propositi, dovranno arretrare. Chi demorde, rinuncia ai progressi fatti.

36 Insistiamo e perseveriamo, dunque; non siamo nemmeno a mezza strada, ma i progressi in gran parte consistono nella volontà di progredire. Di questo sono conscio: voglio e voglio con tutto me stesso. Anche tu, lo vedo, provi questi impulsi, uno straordinario slancio verso le mete più belle. Affrettiamoci: solo a questa condizione la vita sarà un beneficio; altrimenti è solo una perdita di tempo e per giunta spregevole, per chi vive in mezzo alle miserie. Comportiamoci in modo che il tempo sia tutto nostro; ma perché lo sia, dobbiamo prima cominciare a essere padroni di noi stessi. 37 Quando ci avverrà di disprezzare la buona e la cattiva sorte, di sedare tutte le passioni riducendole in nostro dominio, di esclamare: "Ho vinto"? Chi? Mi chiederai. Non certo i Persiani, e nemmeno i lontanissimi Medi o le genti bellicose che abitano oltre i Dai, ma l'avarizia, l'ambizione, il timore della morte: anche i grandi conquistatori ne sono stati vinti. Stammi bene.

 

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1 Mi interroghi su un problema che mi era di per sé chiaro, perché lo conoscevo a fondo; ma è tanto che non ci ritorno sopra, perciò non mi è facile ricordarlo. Capita che le pagine dei libri si attacchino tra loro per un prolungato disuso: mi accorgo che a me è capitata la stessa cosa: la mente va messa a punto e tutte le cognizioni che vi si sono depositate vanno ripetutamente passate in rassegna per essere pronte ogni volta che occorre usarle. Dunque, tralasciamo per ora l'argomento: richiede molto lavoro e molta attenzione. Lo riprenderò in mano non appena potrò fermarmi per un certo tempo nello stesso posto. 2 Di talune questioni si può scrivere anche in carrozza, altre richiedono un divano, tranquillità e solitudine. E tuttavia, anche in queste giornate in cui sono totalmente assorbito da mille impegni, devo fare qualcosa. Si susseguono sempre nuove occupazioni: noi le seminiamo e perciò da una ne nascono molte. Poi ci concediamo una proroga: "Quando avrò concluso questa faccenda, mi applicherò con tutto me stesso", oppure: "Se avrò sistemato questa faccenda fastidiosa, mi dedicherò allo studio". 3 Alla filosofia non devi dedicarti quando hai tempo libero, ma aver tempo libero per dedicarti alla filosofia; dobbiamo tralasciare tutto il resto e applicarci ad essa: anche se la vita va dalla fanciullezza alla vecchiaia più avanzata, il tempo che le dedichiamo non è mai abbastanza. Non cambia molto se la filosofia la trascuri del tutto o ne interrompi lo studio; non rimane al punto in cui hai interrotto, ma, come una corda che tesa si rompe, ritorna al punto di partenza poiché è venuta a mancare la continuità. Non bisogna cedere agli impegni; non sbrigarli, liberatene. Non c'è un periodo poco adatto a uno studio proficuo; eppure c'è gente che non vi si applica, mentre lo richiederebbero proprio le cose in cui è immersa. 4 "Ma qualche ostacolo salta sempre fuori." Certamente non per un individuo costantemente contento e pronto in ogni sua attività: la contentezza viene meno se uno non ha raggiunto la perfezione, ma la gioia del saggio è costante, non c'è causa, non c'è rovescio di fortuna che la interrompa; egli è sereno sempre e dovunque. Non dipende da altri, non aspetta il favore della sorte o degli uomini. La sua felicità è interiore; potrebbe venir meno se provenisse dal di fuori: e invece gli nasce dentro. 5 A volte interviene qualche fattore esterno che gli ricorda la sua mortalità, ma ha scarso peso e lo tocca solo superficialmente; è sfiorato, insomma, da qualche fastidio, ma il sommo bene è radicato in lui. Allo stesso modo certe malattie sono superficiali, come un'eruzione cutanea o una piccola ulcera su un fisico sano e robusto: il male non ha radici profonde. 6 Tra il saggio e il neofita c'è la stessa differenza che tra un uomo sano e uno che esca da una lunga e grave malattia: a costui un attacco più leggero sembra già salute. Ma quest'ultimo, se non fa attenzione, subito si aggrava e ha una ricaduta, il saggio, invece, non può avere ricadute e neppure ammalarsi ancora. La salute del corpo è momentanea: il medico, anche se la restituisce, non può garantirla e spesso viene chiamato al capezzale di quella stessa persona che lo aveva fatto venire in precedenza: lo spirito, invece, guarisce una volta per tutte. 7 Ecco come puoi capire se è sano: se basta a se stesso, se confida in se stesso, se si rende conto che tutti i desideri degli uomini, tutti i benefici concessi e richiesti non contano per avere la felicità. Quello a cui può aggiungersi qualcosa è imperfetto; quello a cui può venire a mancare qualcosa non è eterno: chi vuole godere di una gioia perpetua gioisca del suo. Tutti i beni su cui la gente getta avidamente l'occhio vanno e vengono: la fortuna non concede il diritto di proprietà su niente. Ma quando li regola e li contempera la ragione, anche questi beni fortuiti possono dare gioia; è la ragione a conferire valore anche ai beni che provengono dall'esterno: un uso smodato finisce per essere spiacevole. 8 Attalo usava di solito questo paragone: "Hai mai visto un cane azzannare con le fauci spalancate i pezzi di pane o di carne gettati dal padrone? Divora sùbito tutto intero quello che riesce ad afferrare e se ne sta sempre a bocca aperta sperando in un successivo boccone. A noi capita lo stesso: stiamo lì in attesa, e ogni bene che ci getta la fortuna lo buttiamo giù subito senza gustarlo, attenti e ansiosi di afferrarne un altro." Al saggio questo non capita: è sazio; anche se dalla fortuna gli viene qualche dono, lo prende e lo mette da parte con calma; gode di una gioia grandissima, continua, tutta sua. 9 C'è qualcuno che ha buona volontà, fa progressi, ma è ancòra molto lontano dalla cima: costui attraversa alternativamente momenti di depressione e di esaltazione, e ora si innalza fino al cielo, ora precipita a terra. Per gli uomini ignoranti e rozzi non c'è fine alla loro caduta: precipitano nel famoso caos epicureo, un vuoto senza confini. 10 C'è poi una terza categoria: quelli che si accostano alla saggezza; non l'hanno ancora raggiunta, ci sono però davanti e la tengono, per così dire, sotto tiro: costoro non si turbano, e neppure si lasciano andare; non sono ancora approdati, ma sono ormai in porto. 11 C'è, dunque, una grande differenza tra gli uomini che sono arrivati alla vetta della saggezza e quelli che stanno in basso; anche chi è a mezza strada è trascinato dalla corrente e corre un serio pericolo di ritornare a una situazione peggiore; è per questo che non dobbiamo dar spazio alle nostre occupazioni. Chiudiamole fuori: una volta dentro, altre ne verranno al loro posto. Stronchiamole sul nascere: meglio non farle cominciare, che doverle eliminare. Stammi bene.

 

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1 Per me sbaglia chi pensa che i veri filosofi siano arroganti e indocili e disprezzino i magistrati o i sovrani o chi amministra lo stato. Al contrario non c'è nessuno più riconoscente di loro verso gli uomini politici, e giustamente: questi dànno di più proprio ai filosofi, ai quali permettono di vivere una vita tranquilla e ritirata. 2 Per i filosofi la pace pubblica è determinante al loro proposito di vivere virtuosamente, di conseguenza venerano come un padre chi assicura questo bene, certo molto più di quanto facciano quegli uomini turbolenti e sempre a mezzo, che devono molto ai sovrani, ma attribuiscono loro anche molte colpe: nemmeno la liberalità più generosa può saziare le loro voglie che crescono a mano a mano che vengono soddisfatte. Se uno pensa ai benefici che deve ricevere, ha già dimenticato quelli ricevuti: il male peggiore dell'avidità è l'ingratitudine. 3 Inoltre, non il numero delle persone che supera, ma gli individui da cui è superato interessano al politico, e per lui vedere molti dietro di sé è piacevole, ma non quanto è penoso vedere qualcuno davanti a sé. Ogni tipo di ambizione ha questo grave difetto: non guarda indietro. Instabile non è soltanto l'ambizione, ma anche ogni forma di avidità, perché ricomincia dove dovrebbe finire. 4 Ma l'uomo sincero e onesto che ha lasciato il senato, il foro e ogni carica pubblica per dedicarsi in solitudine a questioni più importanti, ama quelli che gli permettono di farlo tranquillamente, è il solo a rendere una testimonianza spontanea e si considera debitore di chi nemmeno lo sa. Egli venera e rispetta costoro sotto la cui tutela può dedicarsi alla filosofia, come venera e rispetta i suoi maestri, grazie ai quali è uscito dall'intrico in cui era.

5 "Ma il re protegge anche gli altri con le sue forze". Nessuno lo nega. E tuttavia come tra le persone che hanno navigato con mare calmo, si considera più obbligato a Nettuno chi ha trasportato per mare prodotti più preziosi e in maggiore quantità, e ai voti fatti adempie con più slancio il mercante che il passeggero, e tra gli stessi mercanti si mostra grato con più larghezza chi trasportava profumi, porpora e altri oggetti di valore, di quello che aveva riempito la nave di merce di scarsissimo pregio per fare zavorra; così il beneficio di questa pace, che pure riguarda tutti, tocca maggiormente coloro che ne fanno buon uso. 6 Ci sono molti cittadini i quali hanno più da fare in pace che in guerra: o pensi forse che abbiano un identico obbligo di riconoscenza per la pace gli individui che la spendono nell'ubriachezza o nel sesso o in altri vizi che dovrebbero essere stroncati persino con la guerra? A meno che tu non giudichi il saggio tanto ingiusto da ritenere di non essere personalmente debitore per beni che divide con altri. Io devo moltissimo al sole e alla luna, eppure non sorgono per me solo; sono personalmente obbligato al succedersi delle stagioni e a dio che le regola, sebbene non siano stati fissati affatto *** in mio onore. 7 Gli uomini, nella loro stupida avarizia, distinguono il possesso e la proprietà e non giudicano propri i beni pubblici; ma il saggio invece giudica suo soprattutto quello che possiede in comune con l'umanità intera. Questi beni non sarebbero di tutti, se ai singoli individui non ne spettasse una parte: una cosa che è in comune anche in minima parte rende soci.

8 Per di più, i veri grandi beni non sono divisi in maniera che al singolo tocchi una piccola quantità: pervengono a ciascuno globalmente. Di una elargizione ognuno prende quanto è stato stabilito a testa; un banchetto e una distribuzione pubblica di carne e qualsiasi altro bene tangibile vengono divisi in parti: ma i beni indivisibili, la pace e la libertà, appartengono a tutti e ai singoli nella loro interezza. 9 Il saggio pensa pertanto per opera di chi gli è possibile usufruire con vantaggio di questi beni, per opera di chi la situazione dello Stato è tale da non chiamarlo alle armi, o a fare i turni di guardia, o a difendere le mura e a pagare i molteplici tributi di guerra ed è grato nei confronti di chi lo governa. La filosofia insegna soprattutto a sentirsi debitori per i benefici ricevuti e a ripagarli; a volte l'ammettere il proprio debito è già un pagamento. 10 Ammetterà, dunque, di dovere molto all'uomo che con il suo saggio governo gli permetta di godere di un ritiro fecondo, di disporre del suo tempo e di vivere un'esistenza tranquilla, non turbata da occupazioni pubbliche.

O Melibeo, un dio mi ha concesso questo ozio; certo, per me egli sarà sempre un dio.

 

11 Se si deve molto a chi rende possibili quegli ozi che portano questo come massimo dono:

egli, come vedi, ha permesso che i miei buoi pascolassero liberi e che io suonassi sull'agreste zampogna le mie melodie preferite,

quanto dobbiamo apprezzare questa vita ritirata che si conduce tra gli dèi, che ci rende dèi?

12 Certo, Lucilio, ti chiamo in cielo per la via più rapida. Sestio diceva spesso che Giove non è più potente di un uomo virtuoso. Giove può fare agli uomini più doni, ma tra due individui onesti non è migliore il più ricco, come tra due timonieri ugualmente esperti non puoi definire migliore chi ha l'imbarcazione più bella e più grande. 13 In che cosa Giove è superiore a un uomo buono? È buono più a lungo, ma il saggio non si ritiene menomato perché la sua virtù è circoscritta in un arco di tempo più breve. Tra due saggi chi muore più vecchio non è più felice dell'altro la cui vita virtuosa si è conclusa in un numero inferiore di anni, così dio non supera in felicità il saggio, anche se lo supera nella durata del tempo; la virtù non si misura in base alla sua durata. 14 Giove è signore dell'universo, ma ne ha dato ad altri il possesso: l'uso che egli può farne è solo questo: concederne l'uso a tutti; il saggio guarda con serenità e con disprezzo, come Giove, i beni posseduti dagli altri, ma è più degno di ammirazione, perché Giove non può farne uso, mentre il saggio non vuole. 15 Crediamo, perciò a Sestio: ci indica una strada bellissima e grida: "Di qua

si sale alle stelle,

di qua seguendo la frugalità, la temperanza, il coraggio." Gli dèi non sono altezzosi, né invidiosi: accolgono tutti e tendono la mano a chi sale. 16 Ti stupisci che l'uomo salga fino agli dèi? Dio scende in mezzo agli uomini, anzi, più esattamente, scende dentro gli uomini: non esiste saggezza senza dio. Semi divini sono stati sparsi nel corpo dell'uomo e, se a riceverli è un buon coltivatore, si sviluppano simili alla loro origine e crescono uguali all'essere da cui sono derivati. Ma se è un buono a nulla, li fa morire, come fa la terra sterile e paludosa, e poi produce erbacce invece di grano. Stammi bene.

 

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1 La tua lettera mi ha fatto piacere, mi ha scosso dal torpore e mi ha anche risvegliato la memoria, ormai pigra e tarda. Perché, Lucilio mio, non dovresti pensare che il mezzo migliore per raggiungere la felicità sia la convinzione che l'unico bene è la virtù? Se uno ritiene che altri siano i beni, cade in balìa della sorte e si sottomette all'arbitrio altrui: solo chi racchiude ogni bene nella virtù prova una felicità tutta interiore. 2 Uno è addolorato per la perdita dei figli, un altro si preoccupa perché sono malati, un terzo si affligge perché sono disonesti e si sono coperti di vergogna; Tizio lo vedrai soffrire per amore della donna di un altro, Caio per amore della sua; non mancherà chi si tormenta per un insuccesso elettorale; o chi, invece, è angustiato da una carica pubblica. 3 Ma la massa più numerosa di infelici è quella tormentata dall'attesa della morte che incombe da ogni lato: non c'è parte da cui non possa arrivare. Perciò come soldati che attraversano un territorio nemico, devono guardarsi intorno qua e là e voltare la testa a ogni rumore; se uno non scaccia questa intima paura, vive col batticuore. 4 Troverai uomini cacciati in esilio e spogliati di ogni bene; troverai, ed è il genere di povertà più terribile, individui poveri nella loro ricchezza; incontrerai naufraghi o gente che è passata per un'esperienza analoga: il furore o l'invidia popolare, arma funesta contro i migliori, li ha inaspettatamente travolti, come tempesta che si scatena quando il cielo è sereno e rassicurante, o come fulmine improvviso che, là dove colpisce, fa tremare anche i dintorni. Se uno si trova troppo vicino al fulmine rimane attonito come chi è stato colpito, così nelle disgrazie provocate da un atto di violenza uno solo subisce il danno, gli altri sono preda della paura, e si angustiano al pari della vittima per la possibilità di subire la stessa sorte. 5 I mali improvvisi che toccano agli altri preoccupano tutti. Gli uccelli sono spaventati anche dal sibilo di una fionda vuota: nello stesso modo ci agitiamo noi, non soltanto per il colpo, ma per il rumore. Uno non può essere felice se si abbandona a questi timori infondati. È felice solo chi non ha paura; si vive male tra i sospetti. 6 Se uno si attacca troppo ai beni fortuiti, si crea smisurati e insormontabili motivi di turbamento: una sola è la strada per chi vuole mettersi al sicuro: disprezzare i beni esteriori e appagarsi della virtù. Se pensiamo che ci sia qualcosa di meglio della virtù o un bene al di là di essa, finiremo per aprire l'animo ai beni che la sorte distribuisce e aspetteremo ansiosi i suoi doni. 7 Immagina ora che la fortuna organizzi dei giochi e sulla gente ad essi convenuta riversi onori, ricchezze, favori; una parte di questi donativi si riduce in pezzi tra le mani di quanti se li disputano, un'altra viene spartita con soci malfidati, un'altra si risolve in un gran danno per chi se l'era vista piombare addosso e l'aveva afferrata. Ci sono dei beni che cadono su chi si cura d'altro, dei beni afferrati con troppa foga vanno perduti e sfuggono di mano proprio nel momento in cui si tenta di afferrarli: nessuno, però anche se è riuscito a impadronirsene, gioisce a lungo del suo bottino. Per questo gli uomini più assennati, appena vedono comparire dei piccoli doni, fuggono dal teatro sapendo che quei beni di poco valore costano molto. Nessuno viene alle mani con chi si allontana, nessuno colpisce chi va via: la lotta si ingaggia intorno al bottino. 8 Lo stesso accade per i beni che la fortuna ci getta dall'alto: noi miseri ci agitiamo, ci affanniamo, desidereremmo avere molte mani, guardiamo ora da una parte, ora dall'altra; quei doni che accendono i nostri desideri ci sembra che la sorte tardi troppo a mandarli: tutti li aspettano, ma arriveranno a pochi. 9 Vorremmo afferrarli già mentre cadono; siamo contenti se ne agguantiamo qualcuno e se altri rimangono delusi nella vana speranza di catturarli; un magro bottino lo paghiamo con gravi fastidi, oppure rimaniamo [...] delusi. Allontaniamoci da questi giochi e facciamo largo ai predatori; guardino questi beni sospesi su di loro e loro stessi stiano ancora più in sospeso.

10 Se uno vuole essere felice, si convinca che l'unico bene è la virtù; se pensa che ce ne sia qualche altro, prima di tutto giudica male la provvidenza, perché agli uomini onesti capitano molte disgrazie e perché tutti i beni che essa ci ha concesso sono insignificanti e di breve durata, se paragonati all'età dell'universo. 11 Conseguenza di questi lamenti è che non manifestiamo gratitudine per i benefici divini: deploriamo che non ci capitino sempre, che siano scarsi, incerti e caduchi. Ne deriva che non vogliamo vivere, né morire: odiamo la vita, temiamo la morte. Ogni nostro disegno è incerto e non siamo mai pienamente felici. Il motivo? Non siamo arrivati a quel bene immenso e insuperabile dove la nostra volontà necessariamente si arresta: oltre la vetta non c'è niente. 12 Chiedi perché la virtù non provi nessun bisogno? Gode di quello che ha, non desidera quello che le manca; per essa è grande quanto le basta. Abbandona questo criterio e verranno a cadere il sentimento religioso, la lealtà: chi vuole mantenere l'uno e l'altra deve sopportare molti dei cosiddetti mali, rinunciare a molte cose di cui si compiace come se fossero beni. 13 Scompare la forza d'animo, che deve mettere se stessa alla prova; scompare la magnanimità, che non può emergere se non disprezza come cose di poco conto tutti quei beni che la massa desidera e tiene nella massima considerazione; scompaiono la gratitudine e i rapporti di gratitudine, se temiamo la fatica, se pensiamo che ci sia qualcosa di più prezioso della lealtà, se non miriamo al meglio.

14 Ma lasciamo perdere; o questi cosiddetti beni non sono tali, o l'uomo è più fortunato di dio, poiché dio non può usufruire di quei piaceri a noi cari; non la lussuria, né i lauti pranzi, né le ricchezze, niente di quello che alletta gli uomini e li trascina con promesse di vili piaceri lo riguarda. Quindi, o è verosimile che a dio manchino dei beni, o il fatto stesso che manchino a dio è la prova che non sono beni. 15 E poi, molti beni presunti toccano più numerosi agli animali che all'uomo. Le bestie si nutrono con più avidità, si stancano meno nell'accoppiamento; hanno forze maggiori e più uniformi: ne consegue che sono molto più felici dell'uomo. Vivono senza malvagità, senza inganni; godono di più dei piaceri e con più facilità, senza alcun pudore o timore di pentimento. 16 Considera, perciò se si può definire un bene una cosa in cui dio è superato dall'uomo e l'uomo dagli animali. Il sommo bene è racchiuso nella nostra anima: perde il suo valore se passa dalla parte migliore alla parte peggiore di noi e si trasferisce ai sensi, che sono più pronti negli animali. Non dobbiamo riporre nella carne la nostra massima felicità: i veri beni li dà la ragione, e sono solidi ed eterni, non possono venir meno e neppure diminuire e decrescere. 17 Gli altri sono falsi beni e con quelli veri hanno in comune solo il nome, ma non hanno le caratteristiche del bene: chiamiamoli, dunque, comodità, e, per usare il nostro linguaggio, "cose preferibili". Ma rendiamoci conto che sono nostri schiavi e non una parte di noi: teniamoceli pure, ma ricordiamo che sono degli elementi esterni; anche se ce li teniamo, dobbiamo considerarli tra le cose inferiori e senza valore di cui nessuno deve inorgoglirsi. L'uomo più sciocco è quello che si compiace di ciò che non è opera sua. 18 Ci tocchino pure in sorte tutti questi beni, ma non ci stiano attaccati, sicché, se ce li strappano, si distacchino senza alcuno strazio per noi. Serviamocene senza vantarci e usiamoli con moderazione, come se li avessimo provvisoriamente in prestito. Se uno li possiede senza raziocinio, non riesce a conservarli a lungo; la buona fortuna, se non ha una regola, opprime se stessa. Se confida in beni troppo fugaci, presto ne è abbandonata e ammesso che non ne sia abbandonata, ne riceve danno. Pochi hanno potuto perdere senza traumi la loro prosperità: gli altri cadono insieme a quei beni che li avevano fatti emergere e proprio ciò che li aveva innalzati, li schiaccia. 19 Comportiamoci, perciò con saggezza per imporre ad essi misura e moderazione: se uno è sfrenato, in poco tempo manda in rovina le sue ricchezze: gli eccessi non hanno mai vita lunga, se la ragione moderatrice non fa da freno. La fine di molte città ti mostrerà proprio questo: i loro fastosi imperi sono caduti all'apice dello splendore e l'intemperanza ha mandato in rovina tutte le conquiste del valore. Dobbiamo premunirci contro queste evenienze. Nessun muro è inespugnabile per la fortuna: corazziamoci interiormente; se l'anima è al sicuro, possiamo essere colpiti, non catturati. 20 Qual è il sistema? Non sdegnarsi qualunque cosa accada e sapere che quegli stessi eventi che apparentemente ci danneggiano, servono alla conservazione del tutto e fanno parte di quelle cause che conducono a compimento il cammino e la funzione del cosmo; l'uomo deve accettare i voleri di dio; guardare con ammirazione se stesso e le proprie imprese: è invincibile, domina il male con la ragione, la forza più grande, vince il caso, il dolore, l'ingiustizia. 21 Ama la ragione! L'amore per essa ti fortificherà contro le più gravi disgrazie. L'amore per i proprî cuccioli spinge le fiere contro le armi dei cacciatori, la loro ferocia e la furia istintiva le rende indomabili; spesso il desiderio di gloria porta l'animo dei giovani a disprezzare ferro e fuoco; l'apparenza o l'ombra della virtù trascina alcuni a una morte volontaria: quanto la ragione è più forte e salda di tutti questi istinti, tanto maggiore è l'impeto con cui sfiderà paure e pericoli.

22 "Non concludete niente," ribattono, "sostenendo che l'unico bene è la virtù: questo baluardo non può mettervi al sicuro e sottrarvi alla sorte. Considerate beni i figli devoti, la patria governata con giustizia, i genitori virtuosi. Se li minaccia un pericolo, non potete starvene tranquilli a guardare: l'assedio della patria, la morte dei figli, la schiavitù dei genitori vi sconvolgerà."

23 Ecco che cosa si è soliti rispondere in nostra difesa contro queste obiezioni; ti dirò poi quello che, secondo me, si può aggiungere. Diversa è la posizione di quei beni che, quando sono strappati, vengono sostituiti da una disgrazia: per esempio una buona salute si altera e ci si ammala; la vista si spegne e diventiamo ciechi; se ci spezziamo le gambe non solo non possiamo più correre, ma non possiamo addirittura più muoverci. I beni elencati prima non sono soggetti a questo rischio. Perché? Se perdo un amico sicuro, non devo sopportarne al suo posto uno in malafede, se ho sepolto dei figli virtuosi non è detto che debba sostituirli con figli empî. 24 In questo caso, poi, non sono morti gli amici o i figli, ma i loro corpi. Il bene muore solo quando si trasforma in male: e questo la natura non può permetterlo perché ogni virtù e l'operato tutto della virtù non sono soggetti a corruzione. E anche se sono morti amici o figli buoni quali il padre se li augurava, c'è una cosa che ne riempirà il vuoto. "Che cosa?" mi chiedi. La virtù che li aveva resi buoni. 25 Essa copre tutto lo spazio, occupa l'anima intera, elimina ogni desiderio, basta da sola; costituisce la forza e l'origine di tutti i beni. Che importanza possono avere la deviazione e la dispersione di un corso di acqua, se la fonte da cui defluiva è intatta? Quando i figli sono vivi, non dirai che la vita è più giusta che se li hai perduti, o che è più regolata o più saggia o più onesta; quindi, nemmeno che è migliore. Farsi un amico non rende più saggi, né più stolti perderlo; quindi, nemmeno più felici o più infelici. Finché la virtù è salva, qualunque cosa ti sia stata sottratta, non ne risentirai.

26 "Ma come? Se uno è circondato da una folla di amici e di figli non è più felice?" Perché dovrebbe esserlo? Il sommo bene non si riduce, non si accresce; rimane tale e quale, qualunque corso segua la fortuna. Può toccargli in sorte una lunga vecchiaia, può perire prima di invecchiare, il sommo bene ha sempre un'identica dimensione, la differenza di età non conta. 27 Traccia un cerchio più grande e uno più piccolo, cambia lo spazio, non la forma. Anche se uno rimane disegnato per tanto tempo e l'altro lo cancelli subito e sparpagli la polvere su cui era tracciato, entrambi hanno avuto la stessa forma. La rettitudine non si valuta a grandezza, a quantità, a tempo; non si può né allungare, né accorciare. Abbrevia una vita onesta da cento anni a quanto vuoi, riducila a un solo giorno: continua a essere onesta. 28 La virtù si diffonde su ampi spazi, governa regni, città, province, detta leggi, favorisce amicizie, ripartisce doveri tra genitori e figli; ma è anche racchiusa negli stretti confini della povertà, dell'esilio, dei lutti; e tuttavia non è minore se viene spostata da un rango più elevato a uno più basso, dalla condizione regale a quella di privato cittadino, da un ampio ambito pubblico all'angustia di una casa o di un cantuccio. 29 È ugualmente grande, anche se si ritira in se stessa isolata da ogni parte: possiede sempre un animo forte e fiero, una saggezza perfetta, un incrollabile senso della giustizia. E dunque, è ugualmente felice; la felicità ha un'unica sede: lo spirito, stabile, grande, sereno, ma non può realizzarsi senza la conoscenza delle questioni umane e divine.

30 Ed ecco ora la mia risposta, come ti avevo preannunciato. Il saggio non si addolora per la perdita dei figli o degli amici; sopporta la loro morte con lo stesso spirito con cui aspetta la sua; non teme questa, di quella non si duole. La virtù è fatta di armonia: tutte le opere del saggio sono a essa conformi e consone. Questa, però viene a mancare se lo spirito, che deve mantenersi al di sopra di tutto, si lascia sopraffare dai lutti o dal rimpianto. Tutte le ansie, le preoccupazioni, l'inerzia operativa sono contrarie alla virtù; la virtù è serena, libera, imperturbabile, pronta al combattimento. 31 "E come? Il saggio non si turberà mai? Non sbiancherà in viso, non avrà l'espressione sconvolta, non rabbrividirà? Non avrà nessun'altra di quelle manifestazioni originate da un inconsulto impulso naturale e non dai comandi della ragione?" Certo; ma sarà sempre convinto che non si tratti di un male e che di fronte a esso una mente sana non debba soccombere. 32 Farà quanto deve con coraggio e prontezza. Uno potrebbe dire che è tipico dello sciocco agire senza energia e contro voglia, spingere il corpo in una direzione, l'animo in un'altra ed essere lacerato tra impulsi completamente opposti. Infatti lo sciocco è disprezzato per quegli stessi motivi per cui si esalta e si pavoneggia e non compie volentieri neppure quelle azioni di cui si gloria. Se poi teme un male, si tormenta nell'attesa, come se fosse già arrivato, e tutto quello che teme di soffrire, lo soffre già per paura. 33 Quando uno si ammala ci sono sintomi che precedono la malattia - indolenza e mancanza di forza, sfinimento non motivato da fatica, sbadigli, tremito per tutto il corpo - allo stesso modo un animo debole è sconvolto dai mali molto prima di esserne assalito, se li immagina e si abbatte anzitempo. Ma non è da pazzi angustiarsi per il futuro e non risparmiarsi i tormenti, anzi chiamare e tirarsi addosso le disgrazie? Se non si possono evitare, la cosa migliore è rinviarle. 34 Vuoi essere certo che nessuno deve tormentarsi per il futuro? Se uno sa che passerà dei guai tra cinquant'anni, non si preoccupa, a meno che non salti il tempo intermedio e non si immedesimi in quelle preoccupazioni che verranno dopo tanti anni: così capita che disgrazie vecchie e dimenticate rattristino gli spiriti proclivi alla malinconia e che cercano motivi di afflizione. Sia quanto è successo in passato, sia quanto dovrà succedere in futuro è lontano da noi: non sentiamo né l'uno né l'altro. Il dolore può venirci solo da quello che sentiamo. Stammi bene.

 

LIBRO NONO

 

 

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1 Ti lamenti perché ti invio lettere scritte con minore ricercatezza. Ma con ricercatezza si esprime solo chi vuole essere manierato. Io voglio, invece, che le mie lettere siano quali sarebbero le mie parole se sedessimo o passeggiassimo insieme: semplici e chiare; non voglio che abbiano niente di artificioso o di falso. 2 Se fosse possibile, preferirei mostrarti più che esprimerti i miei sentimenti. Anche se discutessi, non batterei i piedi e nemmeno agiterei le mani o alzerei la voce, ma lascerei tutti questi artifici agli oratori, accontentandomi di esternarti i miei sentimenti senza fronzoli o sciatterie. 3 Un'unica cosa vorrei mostrarti chiaramente: che sento in me tutto quello che dico e non solo lo sento, ma lo amo. Gli uomini baciano l'amante in modo diverso che i figli, ma anche in questo abbraccio così puro e misurato l'affetto è abbastanza evidente. Non voglio, perbacco, che si usi un linguaggio arido e scarno per argomenti tanto importanti: la filosofia non rinunzia all'elaborazione formale; non conviene, però sprecare fatica per le parole. 4 Il nostro principale proposito deve essere di dire quello che sentiamo e di sentire quello che diciamo; vita e parole devono essere coerenti. Mantiene il suo impegno chi è sempre lo stesso a parole e a fatti. Vedremo le sue qualità e la sua grandezza: è il medesimo. 5 Le nostre parole non devono essere piacevoli, ma utili. E tuttavia, se l'eloquenza scaturisce senza sforzo, facile o spontanea, ben venga e tratti argomenti di grande rilievo: ma evidenzi la sostanza, non se stessa. Le altre arti riguardano interamente la mente, qui è in gioco la salvezza dell'anima. 6 L'ammalato non cerca un medico eloquente, ma se gli capita un uomo che possa guarirlo e che nello stesso tempo parli forbitamente delle cure necessarie, ne sarà contento. Non c'è, tuttavia, motivo di rallegrarsi per aver incontrato un medico tanto eloquente; è come se un esperto pilota fosse anche bello. 7 Perché solletichi le mie orecchie? Perché le blandisci? Ben altro è in gioco: devo essere cauterizzato, operato, messo a dieta. Questo è il tuo compito: devi curare una malattia di vecchia data, grave, diffusa; hai da fare quanto un medico in una epidemia. Ti preoccupi delle parole? Rallegrati se riesci a fare quello che devi. Quando imparerai tante cose? Quando fisserai le nozioni che hai appreso in modo da non dimenticarle più? Quando le metterai in pratica? Non basta, come le altre, ricordarle a memoria: bisogna sperimentarle in concreto; non è felice chi le conosce, ma chi le applica.

8 "Ma come? Al di sotto del saggio non ci sono altri stadi? Subito dopo la saggezza c'è l'abisso?" Credo di no; chi sta progredendo è ancora nel numero degli stolti, ma c'è già un notevole distacco. E anche tra quegli stessi che stanno progredendo ci sono grandi differenze: certi li dividono in tre gruppi.

9 Primo: quelli che non possiedono ancora la saggezza, ma le sono ormai arrivati vicino; nondimeno anche ciò che è vicino è fuori. Chi sono? Quegli uomini che si sono liberati da tutte le passioni e i vizi e hanno imparato i concetti necessari, ma non hanno messo alla prova il loro impegno. Non hanno ancora dimestichezza col bene che hanno raggiunto e tuttavia non possono più cadere negli errori da cui sono fuggiti; sono ormai arrivati a un punto da dove non possono cadere all'indietro, ma questo non lo hanno ancora chiaro: ricordo di averlo scritto in una lettera: "Non sanno di sapere." Usufruiscono del loro bene, ma non ne sono ancora sicuri. 10 Alcuni comprendono in questa classe di neofiti, di cui si è detto, quegli uomini che sono ormai sfuggiti alle malattie dell'anima, ma non alle passioni, e stanno ancora su un terreno malcerto, perché solo chi si è scrollato di dosso la malvagità non corre più nessun pericolo; ma se l'è scrollata di dosso solo chi in cambio ha conquistato la saggezza. 11 Ho già parlato spesso della differenza tra passioni e malattie dello spirito. Ma voglio ricordartela anche adesso: malattie sono i vizi radicati e tenaci come l'avarizia o l'ambizione; hanno avviluppato strettamente l'anima e sono diventati mali permanenti. Per farla breve: malattia è il pervicace proposito al male, come ricercare con accanimento beni trascurabili; o, se preferisci, concludiamo così: aspirare troppo a beni che vanno ricercati con moderazione o tralasciati del tutto, oppure apprezzare molto beni di scarso o di nessun valore. 12 Le passioni, invece, sono i moti dell'anima riprovevoli, improvvisi e violenti, che, ripetuti e trascurati, provocano la malattia; facciamo un esempio: il catarro, quando è un'affezione momentanea ed episodica, porta la tosse, ma se è cronico e di vecchia data fa venire la tisi. Perciò chi ha fatto molti progressi è ormai fuori dal pericolo di malattie, ma nonostante sia vicino alla perfezione avverte ancora le passioni.

13 Al secondo gruppo appartengono quegli uomini che si sono liberati dai mali peggiori dell'anima e dalle passioni, ma non al punto da essere sicuri della conquistata serenità: possono, difatti, ripiombare nei medesimi vizi.

14 Il terzo gruppo si è liberato di molti gravi vizi, ma non di tutti. È sfuggito all'avarizia, ma è ancora soggetto all'ira; non è più preda della lussuria, ma lo è ancora dell'ambizione; non ha desideri sfrenati, ma ha ancora molte paure, e nella paura di fronte a certe evenienze è abbastanza fermo, di fronte ad altre cede: disprezza la morte, teme il dolore.

15 Facciamo qualche riflessione su questo punto: ci va già bene se apparteniamo all'ultimo gruppo. Il secondo possiamo raggiungerlo, se abbiamo una buona predisposizione naturale e attraverso un'assidua e grande applicazione allo studio; ma non dobbiamo disprezzare nemmeno il terzo gruppo. Pensa a quanti mali vedi intorno a te; guarda quanti esempi di ogni delitto, quanto si diffonda giorno dopo giorno la malvagità, quali colpe si commettano nella sfera pubblica e privata: capirai che è già un buon risultato se non siamo tra i peggiori. 16 "Ma io spero," mi dici, "di poter far parte anche del gruppo superiore." Più che prometterlo, io lo desidererei: siamo assaliti da ogni parte, aspiriamo alla virtù assediati dai vizi. Mi vergogno a dirlo: curiamo la virtù nei ritagli di tempo. Ma che grande premio ci aspetta se riusciamo a farla finita con le nostre occupazioni e con i mali più incalliti. 17 Non ci colpiranno cupidigia e terrore; senza i turbamenti della paura e la corruzione dei piaceri non avremo più timore della morte e neppure degli dèi; ci renderemo conto che la morte non è un male e che gli dèi non ci fanno del male. Quello che nuoce è debole quanto colui a cui nuoce: gli esseri migliori non hanno forza nociva. 18 Se un giorno riusciremo ad arrivare da questa feccia in quel mondo sublime ed eccelso, ci aspettano la serenità e, dissipati tutti gli inganni, una libertà incondizionata. Cos'è questa libertà? Non temere gli uomini e nemmeno gli dèi: non concepire desideri turpi o sfrenati, avere un grandissimo dominio di se stessi; appartenersi è un bene inestimabile. Stammi bene.

 

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1 Minacci di non essermi più amico, se non ti informerò di tutto quello che faccio giornalmente. Guarda come sono schietto con te: ti confiderò anche questo. Vado a sentire un filosofo; già da cinque giorni frequento la sua scuola e lo ascolto parlare alle due del pomeriggio. "È proprio l'età giusta!" osservi. E perché non dovrebbe essere quella giusta? È da stupidi non voler imparare solo perché per tanto tempo non lo si è fatto. 2 "E allora? Dovrei fare come i bellimbusti e i giovanotti?" Mi va bene se è l'unica cosa sconveniente alla mia vecchiaia: questo tipo di scuola ammette uomini di ogni età. "E noi invecchiamo per seguire i giovani?" Sono vecchio, eppure andrò a teatro, al circo, assisterò a tutti gli spettacoli di gladiatori e dovrei arrossire perché vado a scuola da un filosofo? 3 Devi imparare finché non sai; anzi, a credere al proverbio, finché vivi. Il che torna perfettamente con quanto segue: finché hai vita devi imparare a vivere. Tuttavia anch'io insegno qualcosa lì. Che cosa? Che anche un vecchio deve imparare. 4 Ogni volta che entro a scuola mi vergogno del genere umano. Per andare a casa di Metronatte si deve, come sai, oltrepassare il teatro dei Napoletani. È strapieno e vi si giudica con grande attenzione chi sia un buon flautista; anche il trombettiere greco e l'araldo richiamano molta gente: ma in quella scuola dove si ricerca l'uomo virtuoso e si impara a diventare virtuosi, ci sono pochissime persone, e i più ritengono che costoro non hanno niente di buono da fare; li definiscono inetti e fannulloni. Tocchi anche a me questo scherno: gli insulti degli ignoranti bisogna ascoltarli senza scomporsi e se uno aspira alla virtù deve disprezzare il disprezzo stesso.

5 Vai avanti, Lucilio, e affrettati, perché non ti accada come a me, di imparare da vecchio; anzi affrettati ancora di più perché hai intrapreso studi che potresti a stento concludere da vecchio. "Quanti progressi farò?" mi chiedi. Proporzionati ai tuoi sforzi. 6 Che aspetti? A nessuno capita di diventare saggio per caso. Il denaro arriverà spontaneamente; una carica sarà offerta, favori e crediti ti verranno forse messi davanti: ma la virtù non può capitarti per caso. E neppure la si può apprendere con poca fatica o scarso impegno; ma vale la pena darsi da fare per conquistare tutti i beni in una sola volta. L'unico bene è l'onestà: negli altri apprezzati dalla massa non troverai niente di vero, niente di sicuro. 7 Secondo te, nella mia lettera precedente non ho trattato il problema esaurientemente e ho dedicato più spazio alle lodi che alla dimostrazione; ti ripeterò allora in breve perché sostengo che la virtù sia l'unico bene.

8 Ogni cosa vale per il bene che ha in sé: la fertilità e il sapore del vino dà pregio alla vite, la velocità al cervo; dei cavalli da tiro, che sono utilizzati solo per il trasporto di carichi, si chiede se hanno la schiena forte; la principale qualità di un cane è il fiuto, se deve scovare le fiere, la velocità se deve inseguirle, il coraggio, se deve assalirle e azzannarle; ognuno deve raggiungere la perfezione in quello per cui nasce, per cui viene valutato. 9 E nell'uomo qual è la caratteristica migliore? La ragione: grazie a essa è superiore agli animali e di poco inferiore agli dèi. Quindi la ragione perfetta è un suo bene peculiare; le altre qualità le ha in comune con gli animali e le piante. È forte: lo è anche il leone. È bello: anche il pavone. È veloce: anche il cavallo. Senza dire che in tutte queste qualità è superato; io non cerco la sua qualità migliore, ma quella sua propria. Ha un corpo: anche gli alberi. Ha slanci e movimenti volontari: li hanno anche le bestie, anche i vermi. Ha la voce: ma i cani ce l'hanno tanto più forte, le aquile più acuta, i tori più profonda, gli usignoli più dolce e agile. 10 Qual è la qualità peculiare dell'uomo? La ragione: se questa è onesta e perfetta, dà all'uomo una felicità completa. Quindi se ogni cosa, quando ha portato a perfezione il suo bene, è lodevole e raggiunge il suo fine naturale, e il bene proprio dell'uomo è la ragione, se egli lo ha portato a perfezione, è lodevole e ha toccato il suo fine naturale. La ragione perfetta si chiama virtù e coincide con l'onestà. 11 Pertanto è l'unico bene nell'uomo, poiché è l'unico bene proprio dell'uomo: noi non stiamo cercando che cosa sia il bene, ma quale sia il bene proprio dell'uomo. Se esso consiste solo nella ragione, questa sarà l'unico suo bene, ma va confrontato con tutti gli altri. Se uno è malvagio, verrà, a mio parere, giudicato negativamente; se è buono, positivamente. Quindi, nell'uomo, primo e solo bene è quello per cui egli riceve approvazione e disapprovazione.

12 Tu non dubiti che questo sia un bene, dubiti che sia il solo bene. Se uno ha tutti gli altri beni, salute, ricchezza, antenati famosi, una massa di clienti, ma è chiaramente un malvagio, lo disprezzerai; così se uno non ha alcuno dei beni suddetti, è privo di denaro, di clienti, di nobiltà e di una sfilza di avi e bisavoli, ma è palesemente virtuoso, lo apprezzerai. Quindi è questo l'unico bene dell'uomo: chi lo possiede, anche se gli mancano gli altri beni, merita apprezzamento; chi non lo possiede, è disapprovato e disprezzato, benché di tutti gli altri beni ne abbia in abbondanza. 13 Identica la condizione dell'uomo e quella delle cose: non si definisce buona la nave dipinta con colori preziosi o quella col rostro d'oro o d'argento o che ha il dio protettore scolpito in avorio o che è carica di tesori o ricchezze degne di un re, ma quella stabile e sicura, compatta in modo che non entri acqua, solida e resistente alla furia del mare, docile al timone, veloce e non soggetta alla violenza del vento; 14 non definirai buona una spada se ha il cinturino d'oro o il fodero tempestato di gemme, ma se ha la lama dal taglio affilato e una punta in grado di trapassare ogni difesa; non si richiede che una riga sia bella, ma che sia perfettamente diritta: ogni oggetto è apprezzato in virtù dell'uso per cui è fatto e che gli è proprio. 15 Dunque, anche in un uomo non importa quanta terra abbia, quanto frutto ricavi dai suoi capitali, quanta gente gli renda omaggio, se dorme in un letto prezioso, se beve in una coppa scintillante, ma la sua onestà. Ed è onesto se la sua ragione è libera, giusta e realizzata in armonia con l'inclinazione della sua natura. 16 Questa si chiama virtù, questa è l'onestà ed è l'unico bene dell'uomo. Solo la ragione può rendere perfetto l'uomo, solo la ragione, quindi, può renderlo perfettamente felice e questo è l'unico bene che da solo rende felici. Noi definiamo beni anche quelli che scaturiscono e nascono dalla virtù, cioè tutte le sue opere; perciò la virtù è l'unico bene, poiché non esiste bene senza di lei. 17 Se ogni bene risiede nell'anima, tutto ciò che la rafforza, la innalza, l'accresce, è un bene; ma è la virtù a rendere più forte, più eccelsa, più grande l'anima. Gli altri beni che accendono i nostri desideri, avviliscono l'anima, la abbattono e apparentemente la elevano, in realtà la gonfiano e la ingannano con false apparenze. Quindi l'unico bene è quello che rende migliore l'anima. 18 Ogni azione dell'intera nostra esistenza è regolata dalla considerazione del bene e del male; su di essi si basa la norma dell'agire e del non agire. Ecco qual è: l'uomo virtuoso farà quello che ritiene onesto anche se gli costerà fatica, anche se lo danneggerà o sarà rischioso; non compirà, invece, un'azione indegna, anche se gli procurerà denaro o piacere o potenza: niente lo distoglierà dal bene, niente lo indurrà al male. 19 Quindi, se perseguirà sempre l'onestà, eviterà sempre la disonestà e in ogni azione della sua vita terrà presente questi due principî, non c'è altro bene che l'onestà, non c'è altro male che la disonestà; se solo la virtù è incorrotta e sola rimane sempre uguale a se stessa, la virtù è l'unico bene e non può succedere che non sia un bene. Non corre il pericolo di cambiare: lo stolto può salire con fatica alla saggezza, il saggio non può ripiombare nella stoltezza.

20 Ho già detto, se te ne ricordi, che molti obbedendo a uno slancio inconsulto si sono messi sotto i piedi tutto quello che la massa desidera o teme: abbiamo trovato uomini che hanno rinunciato alla ricchezza, che hanno messo la mano nel fuoco, che hanno continuato a sorridere anche sotto tortura, che non hanno versato una sola lacrima al funerale dei figli, che hanno affrontato coraggiosamente la morte; amore, ira, ambizione li hanno portati a sfidare i pericoli. Se arriva a tanto una momentanea risolutezza, prodotta da un qualche stimolo, quanto più potrà compiere la virtù: la sua forza non dipende da un impulso improvviso, ma è sempre uguale a se stessa e duratura. 21 Ne consegue che quanto viene disprezzato spesso da gente temeraria e sempre dai saggi, non è né bene, né male. La virtù è, quindi, l'unico bene e avanza superba tra la buona e la cattiva sorte, disprezzandole entrambe.

22 Se, invece, ti convincerai che c'è qualche altro bene oltre l'onestà, vacilleranno tutte le virtù; non potrà mantenersene nessuna, se prenderà in considerazione altro fuori di sé. Se è così, questa affermazione contrasta con la ragione da cui scaturiscono le virtù, e con la verità, che non esiste senza la ragione; ma qualunque opinione sia in contrasto con la verità, è falsa. 23 Devi ammettere che un uomo virtuoso ha una grandissima venerazione per gli dèi. Sopporterà perciò con animo sereno tutto quello che gli accade; sa che è accaduto per la legge divina che muove l'universo. Se è così, per lui l'unico bene sarà l'onestà; essa comprende l'obbedienza agli dèi, non adirarsi per gli imprevisti, non deplorare la propria sorte, ma accogliere con rassegnazione il destino e fare quello che comanda. 24 Se c'è qualche altro bene oltre all'onestà, ci perseguiterà la bramosia di vivere, la bramosia dei beni che corredano la vita, tutti desideri insopportabili, senza limiti e incerti. Il solo bene è dunque l'onestà che ha una misura.

25 Come ho già detto, la vita degli uomini sarebbe più felice di quella degli dèi, se fossero veri beni quelli di cui gli dèi non godono, come il denaro, gli onori. Aggiungi ora che, se pure le anime sopravvivono alla morte del corpo, le aspetta una condizione più felice di quando si trovano nel corpo. Se, però, sono beni veri quelli di cui godiamo per mezzo del corpo, una volta persi, la condizione dell'anima sarebbe peggiore; ma è impossibile credere che le anime chiuse e oppresse nei corpi siano più felici che libere e proiettate nell'universo. 26 Avevo anche detto che se sono veri beni quelli che toccano tanto agli uomini quanto agli animali, anche gli animali vivrebbero una vita felice; e questo non è assolutamente possibile. Per la virtù bisogna sopportare tutto, ma ciò non sarebbe necessario se ci fosse qualche altro bene oltre la virtù.

Ho riassunto ed esposto in breve questi concetti sebbene li abbia trattati più ampiamente in precedenza. 27 Ma tu non potrai mai condividere un'opinione come questa, se non elevi il tuo spirito e non ti domandi se saresti pronto a offrire non solo con rassegnazione, ma anche volentieri, la testa, nel caso che le circostanze richiedano di morire per la patria e di pagare con la vita la salvezza di tutti i cittadini. Se la risposta è sì, non esiste nessun altro bene, perché tu rinunci a tutto per ottenerlo. Guarda quanta forza ha la virtù: morirai per la patria, anche se dovrai farlo subito, non appena ti renderai conto che è tuo dovere. 28 A volte da una nobilissima azione deriva una gioia grande anche se breve; per quanto il frutto dell'impresa non tocchi a chi muore e sia strappato alla vita, tuttavia, fa piacere pensare all'azione che si compirà, e l'uomo forte e giusto, se considera il prezzo del suo sacrificio, cioè la libertà della patria e la salvezza di tutti quegli uomini per i quali si immola, prova una straordinaria gioia e gode del pericolo che affronta. 29 Ma anche l'uomo che è privato della gioia data da quel supremo nobilissimo gesto, correrà senza esitare verso la morte, contento di agire secondo giustizia e dovere. Opponigli ancora altri argomenti per dissuaderlo; digli: "Al tuo gesto seguirà un immediato oblio e l'ingratitudine dei cittadini". Ti risponderà: "Tutto questo non riguarda la mia impresa, la considero per se stessa; sono convinto che sia onesta e perciò vado dovunque mi conduca e mi chiami".

30 Questo, dunque, è l'unico bene e lo avverte non soltanto l'animo perfetto, ma anche l'animo generoso e di indole buona: gli altri beni sono futili e instabili. Perciò il loro possesso non dà serenità; anche se la fortuna propizia li ha concentrati in un solo individuo, pesano su chi li possiede, lo opprimono sempre, a volte lo ingannano. 31 Nessuno di questi dignitari che vedi è felice, non più di quanto lo siano gli attori ai quali il copione assegna lo scettro e il manto sulla scena: in presenza del pubblico avanzano fieri e alti sui coturni, ma appena escono, se li tolgono e ritornano alla loro statura. Non è grande nessuno di quegli uomini che le ricchezze e gli onori mettono in una condizione privilegiata. E perché, allora, sembra grande? Perché lo misuri insieme al piedistallo. Un nano, anche se sta su un monte, non è alto; un gigante mantiene la sua altezza anche in un fosso. 32 Fatalmente commettiamo questo errore: non stimiamo nessuno per quello che è: gli aggiungiamo anche tutti gli orpelli. Ma se vuoi fare una valutazione esatta di un uomo e sapere com'è veramente, esaminalo spoglio di tutto; deponga il patrimonio, deponga le cariche e gli altri inganni della fortuna, si spogli anche del corpo: guarda alla qualità e alla grandezza della sua anima, se è grande per beni propri o estranei. 33 Stimalo felice, se vede balenare lame davanti ai suoi occhi e non li abbassa né gli importa di rendere l'anima dalla bocca o dalla gola; se minacce di tortura gli vengono dalla sventura o dalla violenza di un potente, se è condannato al carcere o all'esilio o è messo di fronte a circostanze che riempiono di vano terrore l'animo degli uomini e non trema, ma esclama:

o vergine, nessuna pena mi giunge nuova o inaspettata; tutto ho previsto, tutto ho considerato nell'animo mio.

"Tu oggi mi annunci queste disgrazie: io le ho sempre annunciate a me stesso e come uomo mi sono preparato al destino umano." 34 Non è duro il colpo inferto da una disgrazia prevista. Ma se uno è sciocco e si affida alla sorte, ogni avvenimento gli sembra nuovo e inaspettato; per gli ignoranti gran parte del male è rappresentato dalla novità. Sappi questo: le disgrazie che sembravano loro intollerabili, le sopportano con più coraggio quando ci hanno fatto l'abitudine. 35 Perciò il saggio si abitua ai mali futuri e, mentre per gli altri diventano sopportabili dopo una lunga sofferenza, egli li rende tali con una lunga meditazione. Certe volte sentiamo dire da un ignorante: "Questo me lo aspettavo"; il saggio si aspetta tutto; qualunque cosa gli capiti, dice: "Me l'aspettavo." Stammi bene.

 

77

1 Oggi sono comparse improvvisamente le navi alessandrine, che di solito precedono la flotta e ne preannunciano l'arrivo: si chiamano "navi staffetta". In Campania le vedono arrivare volentieri: tutta la popolazione di Pozzuoli si accalca sul molo e anche in mezzo a tante navi riconosce quelle alessandrine dal tipo di vele: solo a esse è consentito spiegare la vela di gabbia che tutte le navi alzano in alto mare. 2 Non c'è niente che favorisca la velocità della nave quanto la parte alta della velatura; è da qui che la nave riceve la spinta maggiore. Perciò quando il vento cresce ed è più forte del dovuto, l'antenna viene abbassata: in basso il soffio ha meno forza. Quando arrivano in prossimità di Capri e del promontorio da cui

Pallade su una cima tempestosa guarda dall'alto,

le altre navi devono ridurre la velatura: la vela di gabbia è il segno distintivo delle navi alessandrine.

3 Mentre tutti si precipitavano alla spiaggia, ho tratto un enorme piacere dalla mia pigrizia: dovevo ricevere lettere dai miei amministratori e non mi affrettavo per conoscere la situazione dei miei affari laggiù e che notizie mi portassero: già da tempo per me non ci sono né perdite né guadagni. Avrei dovuto pensarla così anche se non fossi vecchio e quindi ancor più adesso: per quanto poco io abbia, sono provviste superiori al cammino che mi rimane, soprattutto perché ho imboccato una via che non è necessario percorrere fino in fondo. 4 Un viaggio è incompiuto se ci si ferma a mezza strada o prima del punto stabilito; la vita non è incompiuta, se è virtuosa. Dovunque la concludi, se la concludi bene, è completa. Spesso poi bisogna farla finita con coraggio per cause che non sono tra le più importanti: del resto non sono importantissimi neppure i motivi che ci tengono in vita.

5 Tullio Marcellino, che tu conoscevi molto bene, un ragazzo tranquillo e invecchiato di colpo, colpito da una malattia non inguaribile, ma lunga e fastidiosa e che esigeva molte cure, cominciò a pensare al suicidio. Riunì intorno a sé numerosi amici. Ognuno, o perché era vile, gli consigliava quello che avrebbe fatto egli stesso, o perché era compiacente e adulatore, gli dava il consiglio che supponeva a lui più gradito. 6 Uno stoico mio amico, una personalità fuori dal comune e, per lodarlo con parole degne di lui, un individuo forte e coraggioso, gli rivolse, a mio parere, le parole più opportune: "Mio caro Marcellino, non tormentarti," gli disse, "come se dovessi prendere una decisione fondamentale; vivere non è poi una gran cosa: tutti i tuoi schiavi, tutte le bestie vivono: l'importante è morire con dignità, saggezza e coraggio. Pensa da quanto tempo fai sempre le stesse cose: mangi, dormi, fai l'amore. È un circolo vizioso. Desiderare la morte non è solo un segno di saggezza o di coraggio o di infelicità, ma anche di nausea." 7 Marcellino non aveva bisogno di uno che lo convincesse, ma di uno che lo aiutasse. I servi si rifiutavano di obbedire. Lo stoico intanto li tranquillizzò e mostrò che la servitù si sarebbe trovata in pericolo se fossero nati dubbi sul suicidio del padrone; del resto non era un atto esemplare tanto uccidere il padrone, quanto impedirgli di uccidersi. 8 Allo stesso Marcellino ricordò poi, che sarebbe stato un bel gesto offrire alla fine della vita qualcosa alle persone che per tutta la vita lo avevano servito, come, finita la cena, si dividono gli avanzi tra gli schiavi presenti. Marcellino era generoso e liberale, disposto a dare anche del suo; distribuì così piccole somme tra i servi che piangevano e per giunta cercò di consolarli. 9 Non ebbe bisogno di un'arma o di una morte cruenta: non mangiò per tre giorni e comandò che nella stanza da letto mettessero una tenda. Poi fu portata una tinozza: vi giacque a lungo e a poco a poco mentre versavano l'acqua calda, gli vennero meno le forze, come diceva, non senza un suo piacere, il piacere tipico di quel lieve dissolversi ben noto a me che certe volte perdo i sensi.

10 Mi sono dilungato in una narrazione che certo non ti è sgradita; ti renderai ora conto che la morte del tuo amico è stata facile e priva di sofferenza. È vero che si è dato volontariamente la morte, ma se ne è andato dolcemente, quasi scivolando dalla vita. Non ti avrò certo raccontato questo inutilmente; è spesso la necessità a esigere modelli del genere. Molte volte dovremmo morire e non vogliamo, oppure moriamo e non vogliamo. 11 Nessuno è tanto ignorante da non sapere che un giorno o l'altro dovrà morire; eppure, quando si avvicina l'ora, tergiversa, trema, supplica. Secondo te non sarebbe completamente stupido uno che piangesse per non essere vissuto mille anni prima? Altrettanto stupido è uno che piange perché non sarà vivo fra mille anni. È proprio la stessa cosa: in passato non c'eri, non ci sarai in futuro; futuro e passato non ci appartengono. 12 Sei stato scaraventato in questo punto del tempo: allungalo pure; fin dove ti riuscirà di allungarlo? Cosa piangi a fare? Cos'è che vuoi? Fatica sprecata.

Non sperare che per le tue preghiere mutino i disegni divini.

Sono stati sanciti, sono immutabili, li governa una potente ed eterna necessità: andrai là dove vanno tutti gli esseri. Cos'è che ti sembra nuovo? Tu sei nato sotto questa legge; così è stato per tuo padre, tua madre, i tuoi avi, per tutte le generazioni passate e sarà così per quelle future. Una successione ineluttabile, che nessuna forza può infrangere, vincola e trascina ogni cosa. 13 Che folla di uomini destinati a morire verrà dopo di te, che folla si accompagna a te! Saresti più forte, penso, se insieme a te morissero molte migliaia di individui: eppure, nel preciso momento in cui tu esiti a morire, molte migliaia di uomini e di animali in maniere diverse esalano l'ultimo respiro. Ma non pensavi che prima o poi saresti arrivato alla meta del tuo cammino? Ogni viaggio ha una sua fine.

14 Tu credi che ora mi rifarò a esempi di grandi uomini? No, parlerò di ragazzi. È famoso quel ragazzo spartano ancora imberbe che, fatto prigioniero, gridava nel suo dialetto dorico: "Non sarò schiavo mai"; e mantenne fede alle sue parole: quando gli ordinarono il primo lavoro umiliante e servile, (portare un vaso da notte), si fracassò la testa sbattendola contro la parete. 15 La libertà è così vicina: e c'è chi vive schiavo? Preferiresti che tuo figlio morisse così, o che diventasse vecchio nell'inerzia? Perché dunque turbarti, se anche un fanciullo può morire con coraggio? Metti caso che tu non voglia seguire il destino comune: sarai costretto. Riduci in tuo dominio ciò che dipende da altri. Non imiterai il coraggio di un fanciullo per affermare: "No, non sarò un servo"? Infelice, sei schiavo degli uomini, delle cose, della vita; anche la vita, se manca il coraggio di morire, è una schiavitù. 16 Hai davvero buoni motivi per aspettare? Anche i piaceri, che ti bloccano e ti trattengono, li hai esauriti: non ce n'è nessuno nuovo per te; nessuno che non ti disgusti ormai per la troppa sazietà. Conosci il sapore del vino puro, del vino col miele, non c'è differenza se per la tua vescica ne passano cento o mille anfore: sei solo un filtro. Conosci benissimo il gusto delle ostriche e delle triglie: la tua mollezza non ti ha lasciato nulla di ignoto da godere per gli anni a venire. Eppure sono queste le cose da cui ti stacchi a malincuore. 17 C'è dell'altro che ti dispiace se ti viene strappato? Gli amici? Ma sai essere un vero amico? La patria? Ne fai conto tanto da ritardare la cena? Il sole? Ma se potessi, lo spegneresti! C'è qualche tua azione degna della luce? Confessalo: dalla morte non ti trattengono la politica o gli affari o l'amore per la natura: tu lasci malvolentieri un mercato di viveri, in cui non hai lasciato nessun prodotto. 18 Hai paura della morte: eppure come la disprezzi per una mangiata di funghi! Vuoi vivere: ma ne sei capace? Hai paura della morte: perché? Questa esistenza non è morte? Mentre Gaio Cesare passava per la via Latina, uno dei prigionieri, un vecchio con la barba lunga fino al petto, lo supplicò: "Fammi uccidere!" Gli rispose: "Perché, adesso tu vivi?" Ecco la risposta da dare a quegli individui per i quali la morte sarebbe un rimedio: "Hai paura di morire, perché adesso vivi?" 19 "Ma," può rispondere, "io voglio vivere, compio tante nobili azioni; non ho intenzione di venir meno ai doveri dell'esistenza, doveri che adempio con probità e zelo." Perché? Ignori che uno dei doveri della vita è anche morire? Tu non trascuri nessun obbligo; non hai un numero definito di doveri da compiere. 20 Ogni vita è breve; se guardi alla natura delle cose, è breve anche l'esistenza di Nestore e di Sattia, che ha voluto scritto sulla sua tomba di essere vissuta novantanove anni. Vedi: c'è chi si vanta di una lunga vecchiaia; chi l'avrebbe potuta sopportare se fosse arrivata a cent'anni? La vita è come un dramma; non conta quanto è lunga, ma se viene rappresentata bene. Non importa dove finisci. Finisci dove vuoi, basta che tu chiuda bene. Stammi bene.

 

78

1 Ti tormentano continuamente catarro e febbriciattole, inevitabile conseguenza di un catarro cronico e di vecchia data; mi dispiace tanto più perché ci sono passato anch'io per questo genere di malattia: all'inizio non ci feci caso, ero giovane e potevo ancòra sopportare i danni di un male e comportarmi con una certa arroganza nei suoi confronti; poi, dovetti soccombere, e mi ridussi a essere tutto catarro e diventai uno scheletro. 2 Tante volte mi prese la voglia di farla finita: ma mi trattenne la vecchiaia del mio amorevolissimo padre. Pensai non come potevo morire da forte, ma come mio padre non avesse la forza di sopportare la mia scomparsa. Perciò mi imposi di vivere; talvolta anche vivere è un atto di coraggio.

3 Ti dirò che cosa mi diede sollievo; ma prima voglio dirti che quanto mi confortava ebbe per me l'efficacia di una medicina; un conforto onesto diventa una medicina e, se una cosa solleva l'anima, giova anche al corpo. Gli studi furono la mia salvezza. È grazie alla filosofia se mi sono risollevato, se sono guarito; alla filosofia sono debitore della vita, ma questo è il debito più piccolo che ho con lei. 4 Anche gli amici contribuirono molto alla mia guarigione; i loro consigli, le veglie, le conversazioni mi erano di sollievo. Niente, mio ottimo Lucilio, rianima un ammalato e lo sostiene quanto l'affetto degli amici, niente serve tanto a ingannare l'attesa e il timore della morte: non ritenevo di morire, se rimanevano in vita loro. Pensavo, voglio dire, che sarei vissuto non con loro, ma attraverso loro; non mi sembrava di esalare l'anima, ma di trasmetterla. Tutto questo mi diede la volontà di farmi forza e di sopportare ogni tormento; altrimenti è ben triste cosa non avere il coraggio di vivere e aver buttato via il coraggio di morire.

5 Questi sono i farmaci da prendere: il medico ti prescriverà quante passeggiate o quanto moto devi fare; ti raccomanderà di non abbandonarti all'ozio cui si tende quando una malattia costringe all'inattività; di leggere ad alta voce e di esercitare il fiato perché vie respiratorie e polmoni lavorano male; di andare in barca per smuovere le viscere con quel dolce ondeggiare; ti dirà che cosa devi mangiare, quando devi bere vino per darti forza, quando devi astenertene per non provocare e inasprire la tosse. Io ti prescrivo un rimedio adatto non solo a questa malattia, ma a tutta l'esistenza: il disprezzo della morte. Non c'è più nulla di triste, se ci sottraiamo alla paura della morte.

6 In ogni malattia ci sono tre cose gravi: il timore della morte, il dolore fisico, l'interruzione dei piaceri. Della morte si è detto abbastanza, aggiungerò solo questo: è un timore legato non alla malattia, ma alla nostra natura. È successo a tanta gente che una malattia ne allontanasse la morte, e la sensazione di morire fu per loro salutare. Morirai non perché sei ammalato, ma perché vivi. La morte ti attende anche dopo la guarigione; se guarirai, non sarai sfuggito alla morte, ma alla malattia.

7 Torniamo ora ai disagi veri e propri: una malattia provoca forti sofferenze, ma a intervalli che le rendono tollerabili. Un dolore quando è al massimo dell'intensità non dura; nessuno può soffrire intensamente e a lungo: la natura, che ci ama molto, ci ha regolato in modo che il dolore fosse o sopportabile o di breve durata. 8 I dolori più acuti si localizzano nei punti più magri del corpo; i nervi, le giunture e le altre parti più scarne ci fanno soffrire terribilmente quando il male si annida nella loro superficie limitata. Queste parti, però si intorpidiscono presto e l'intensità stessa del dolore le rende insensibili, primo perché lo spirito vitale è impedito nelle sue attività naturali e si deteriora: perde la forza da cui trae vigore e con cui ci stimola; secondo perché gli umori corrotti, quando non hanno più uno sbocco, si neutralizzano da sé e privano di sensibilità quelle parti che hanno riempito in maniera eccessiva. 9 Così la gotta che colpisce mani e piedi e tutti i dolori delle vertebre e dei nervi si calmano quando ottundono le parti che tormentavano; le prime fitte di tutte queste malattie sono lancinanti, poi, se durano, finisce la fase acuta e al dolore subentra l'intorpidimento. Il mal di denti, di occhi, di orecchie è più acuto perché si sviluppa in organi molto piccoli, e lo stesso è, perbacco, per il mal di testa; se, però è troppo violento, provoca delirio e torpore. 10 Perciò un dolore intenso porta questo sollievo: se lo si sente troppo, si finisce necessariamente per non sentirlo più. Ma c'è una cosa che tormenta gli ignoranti nelle sofferenze fisiche: non sono abituati a essere paghi dello spirito; attribuiscono molta importanza al corpo. Perciò l'uomo magnanimo e saggio separa l'anima dal corpo e con la parte migliore di sé, di origine divina, si intrattiene a lungo, con quella corporea lamentosa e fragile, invece, solo lo stretto necessario. 11 "Ma," si obietta, "è fastidioso non godere dei consueti piaceri, astenersi dal cibo, soffrire la sete, la fame." In un primo momento queste privazioni sono gravose, poi il desiderio comincia ad attenuarsi proprio per la spossatezza e l'indebolimento degli organi del desiderio; lo stomaco diventa schifiltoso e all'avidità di cibo subentra la nausea. Anche le voglie si spengono e allora non è duro rinunciare a ciò che non si desidera. 12 Aggiungi che ogni dolore a tratti si placa o, almeno, diminuisce. Inoltre, è possibile prevenirlo e contrastarlo con le medicine; ogni tipo di sofferenza presenta chiari sintomi, specie se ritorna spesso. È, dunque, possibile sopportare la malattia se ne disprezzi le estreme conseguenze.

13 Non renderti più gravosi i tuoi mali, non opprimerti con i lamenti: il dolore è leggero se non lo accresci con la tua suggestione. Se comincerai invece a farti coraggio e a dirti: "Non è niente o almeno è cosa da poco; resistiamo, sta per finire", con questi pensieri lo renderai leggero. Tutto dipende dalla suggestione; e non ne sono soggette soltanto l'ambizione, la lussuria, l'avidità: soffriamo per suggestione. 14 Ognuno è infelice quanto ritiene di esserlo. Ma evitiamo, io la penso così, di lamentarci per i dolori passati dicendo: "A nessuno è mai capitato di peggio. Che sofferenze, che mali ho sopportato! Nessuno pensava che mi sarei ripreso. Quante volte i miei mi hanno pianto, quante volte i medici mi hanno dato per spacciato! Nemmeno sotto tortura si soffre tanto." Anche se questo è vero, ormai è andata: a che serve rivangare i dolori sofferti ed essere infelice ora perché lo sei stato in passato? Tutti ingigantiscono i loro mali e mentono a se stessi! E poi è piacevole che siano finiti quei dolori che è stato duro sopportare: quando il male finisce, è naturale goderne. Due cose, dunque, vanno eliminate: il timore di un nuovo male e il ricordo di quello vecchio; l'uno ancora non mi tocca, l'altro non mi tocca più. 15 Proprio quando uno sta male deve dire:

Forse un giorno mi riuscirà gradito anche il ricordo di queste sofferenze.

Combatta con tutto se stesso; se si arrende, sarà sconfitto, ma vincerà se lotterà contro il dolore. E invece, la maggior parte della gente attira su di sé le disgrazie a cui dovrebbe opporsi. Il male che ti incalza, che ti sovrasta, che non ti dà tregua, se cercherai di sottrarti, ti inseguirà e ti piomberà addosso più pesantemente; se rimarrai saldo e opporrai resistenza, riuscirai a respingerlo. 16 Quanti colpi prendono gli atleti sulla faccia, su tutto il corpo! E tuttavia sopportano ogni sofferenza per desiderio di gloria, non solo durante i combattimenti, ma anche quando si preparano ai combattimenti: l'allenamento stesso è già sofferenza. Vinciamo anche noi ogni male: il premio non è una corona o una palma o un banditore che impone il silenzio per proclamare il nostro nome, ma la virtù e la fermezza d'animo e la pace conquistata in ogni altro campo, se vinciamo una volta un combattimento con la fortuna. 17 "Sento un dolore lancinante." E allora? Non lo senti, se ti comporti come una donnetta? Il nemico è più pericoloso per chi fugge; allo stesso modo una disgrazia dovuta al caso preme di più su chi si arrende e volge le spalle. "Ma è lancinante." E come? Siamo forti solo per portare pesi leggeri? Preferisci una malattia lunga oppure breve e violenta? Se è lunga ha degli intervalli, lascia un po' di respiro, concede molto tempo e necessariamente, come comincia, finisce; una malattia breve e violenta presenta due alternative: o si estingue o estingue. Che differenza c'è se vengo meno io o la malattia? In entrambi i casi finisce la sofferenza.

18 Gioverà anche volgere lo spirito ad altri pensieri e staccarsi dal dolore. Ripensa ai tuoi atti di onestà e di coraggio; considerane gli elementi positivi; ricorda le imprese che più hai ammirato; richiama allora alla memoria tutti gli uomini più forti che hanno sconfitto il dolore: quello che ha continuato a leggere un libro mentre si faceva operare di varici, quello che non ha smesso di sorridere mentre i suoi carnefici, rabbiosi proprio per questo, provavano su di lui tutti gli strumenti della loro crudeltà. Quel dolore che il riso è riuscito a vincere, non lo vincerà la ragione? 19 Ora puoi descrivere quello che vuoi, il catarro e la virulenza di una tosse continua che ti fa vomitare anche le viscere, la febbre che ti brucia il petto, la sete, gli arti storpiati dalla deformazione delle articolazioni: sono, però, peggiori il fuoco, il cavalletto, le piastre roventi, tutto quello che viene cacciato dentro le ferite tumefatte per riaprirle e tormentarle più in profondità. Eppure c'è chi tra queste torture non si è lasciato sfuggire un lamento. Ma questo è poco: non ha implorato. È poco: non ha risposto. È poco: ha riso, e di cuore. Vuoi allora ridertela del dolore dopo questi esempi?

20 "Ma," si dice, "la malattia non mi permette di far niente, mi ha distolto da tutte le mie occupazioni." La malattia colpisce il corpo, non lo spirito. Può impedire i piedi del corridore, impacciare le mani del sarto o del fabbro: ma se tu abitualmente ti servi dello spirito, potrai dare consigli e insegnare, ascoltare e imparare, domandare e ricordare. E dunque? Secondo te non fai niente, se, pur essendo infermo, mantieni un comportamento equilibrato? Dimostrerai che un male si può vincere o almeno sopportare. 21 Credimi, anche in un lettuccio c'è posto per la virtù. Prova di un animo ardente, che la paura non riesce a domare, non possono darla solo le armi e le battaglie: l'uomo forte si rivela anche sotto le coperte. Hai qualcosa da fare: combattere valorosamente contro la malattia. Se non c'è cosa a cui potrà costringerti o indurti, darai un esempio insigne. Che straordinaria occasione di gloria ci sarebbe, se gli uomini ci osservassero quando siamo ammalati! Ma tu osservati e lodati da te.

22 Ci sono, poi, due generi di piaceri. La malattia impedisce i piaceri fisici, ma non li elimina; anzi, a ben guardare, li stimola. Se uno ha sete, bere gli piace di più; il cibo è più gradito a chi ha fame; tutto quello che si riceve dopo un periodo di astinenza, si prende con maggiore avidità. Ma i piaceri dell'animo che sono più grandi e più sicuri, nessun medico li nega all'ammalato. Chi tende a essi e li conosce bene, disprezza tutti gli allettamenti dei sensi. 23 "Povero malato!" E perché? Perché non può sciogliere la neve nel vino? Perché non può mantenere fresca la sua bevanda, preparata in una capace coppa, aggiungendovi pezzi di ghiaccio? Perché non gli vengono aperte proprio sulla tavola le ostriche del lago Lucrino? Perché mentre cena non c'è intorno a lui un trambusto di cuochi che insieme alle pietanze portano i fornelli? Ormai la dissolutezza ha escogitato anche questo: per evitare che i cibi diventino tiepidi, che il palato ormai indurito li senta poco caldi, la cucina fa da scorta alla cena. 24 "Povero malato!" Mangerà quanto può digerire: non gli si metterà di fronte un cinghiale, bandito poi dalla mensa come carne poco pregiata, non si ammucchieranno sul piatto da portata petti di uccello (vederli interi darebbe il voltastomaco). Che c'è di male? Mangerai come un malato, anzi una buona volta come una persona sana.

25 Ma tutti questi disagi li sopporteremo volentieri, brodini, acqua calda e tutte quelle altre cose che sembrano intollerabili agli schifiltosi snervati dai piaceri e malati più nell'anima che nel corpo: basta non avere più orrore della morte. E non ne avremo più, se conosceremo i confini del bene e del male; allora soltanto non avremo disgusto della vita, né timore della morte. 26 Non può avere nausea della vita uno che esamini tante questioni, diverse, grandi, divine: chi vive pigramente nell'ozio arriva di solito a odiare la vita. Se uno scruta la natura, la verità non gli verrà mai a nausea: solo le cose false saziano fino al disgusto. 27 E poi, se la morte arriva e lo chiama, anche se è prematura, anche se tronca la sua vita a metà, egli ha già raccolto i frutti di una lunghissima esistenza. Conosce gran parte della natura; sa che la virtù non cresce col passare del tempo: solo a quegli uomini che misurano la vita in base a piaceri vani e perciò senza limiti, ogni vita sembra necessariamente breve.

28 Rinfrancati con questi pensieri e intanto leggi attentamente le mie lettere. Verrà finalmente un tempo in cui ritorneremo a vivere insieme; per quanto breve sia, il saperlo usare lo renderà lungo. Dice Posidonio: "Un solo giorno di un uomo colto è più esteso di una lunghissima esistenza di un uomo ignorante." 29 Intanto tieni ben ferma questa regola: non soccombere ai casi avversi, non fidarsi di quelli propizi, avere presenti gli arbìtrî della sorte, come se dovesse attuare tutto quanto è in suo potere. Ogni evento che si è aspettato a lungo, giunge più sopportabile. Stammi bene.

 

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1 Aspetto tue lettere per sapere che novità hai scoperto girando per tutta la Sicilia e avere notizie più sicure su Cariddi. Infatti, so benissimo che Scilla è uno scoglio e non è pericoloso per i naviganti: desidero, invece, che tu mi scriva esattamente se sono vere le leggende su Cariddi e, se ci hai fatto caso, (e certo la cosa merita attenzione), informami se i vortici li provoca un vento in particolare, oppure se tutte le burrasche sconvolgono allo stesso modo quel tratto di mare, e se è vero che ogni relitto strappato via da quel turbinio di correnti viene trascinato sott'acqua per molte miglia ed emerge vicino alla spiaggia di Taormina. 2 Se mi scriverai tutte queste notizie, allora oserò chiederti di salire anche sull'Etna per farmi piacere. Secondo alcuni questo vulcano si sta consumando e abbassando a poco a poco; lo deducono dal fatto che un tempo i naviganti lo scorgevano più da lontano. Questo fenomeno può succedere non perché diminuisce l'altezza del monte, ma perché il fuoco è più debole ed esce con minore violenza e in minore quantità e per lo stesso motivo anche il fumo diventa più tenue durante il giorno. Sono due ipotesi plausibili, sia che il monte si stia consumando e abbassando giorno dopo giorno, sia che rimanga tale e quale, perché il fuoco non lo divora, ma si forma in qualche cavità sotterranea, ribolle ed è nutrito da altre sostanze: nel monte non trova alimento: solo una via d'uscita. 3 In Licia c'è una regione notissima, che gli abitanti chiamano Efestione, dove il terreno presenta numerose buche: il fuoco che le circonda è innocuo e non danneggia la vegetazione. La regione è ridente ed erbosa; le fiamme non bruciano niente, semplicemente brillano di una luce debole e fiacca.

4 Ma mettiamo da parte questo argomento per approfondirlo quando mi scriverai a che distanza dal cratere si trova la neve; pur essendo vicina al fuoco, è tanto riparata che non si scioglie nemmeno in estate. Non devi, però addebitarmi la fatica della scalata: anche se nessuno te lo avesse chiesto, l'avresti fatto per soddisfare la tua forte curiosità. 5 Non c'è niente che possa distoglierti dal descrivere l'Etna nel tuo poema e dal toccare questo soggetto abituale per tutti i poeti. Il fatto che Virgilio ne avesse parlato diffusamente non impedì a Ovidio di trattare l'argomento; e Virgilio e Ovidio insieme non distolsero neppure Cornelio Severo. Inoltre questo soggetto si è prestato con successo a tutti, e gli scrittori precedenti, secondo me, non hanno portato via agli altri quello che c'era da dire, ma hanno spianato la via. 6 È molto diverso accostarsi a un tema ormai esaurito, oppure a uno su cui hanno lavorato altri: questo si sviluppa giorno per giorno e le immagini create non sono di ostacolo a chi ne vorrà creare di nuove. E poi lo scrittore che arriva per ultimo è nella condizione ottimale: trova le parole pronte; basta disporle diversamente e acquistano una fisionomia nuova. Il suo non è un furto: appartengono a tutti. 7 O io non ti conosco o l'Etna ti fa venire l'acquolina in bocca; e già desideri scrivere qualcosa di grande e allo stesso livello delle opere precedenti. La tua modestia non ti fa sperare di più: è tale che, secondo me, saresti pronto a trattenere le forze del tuo ingegno se ci fosse pericolo di superare gli altri: tanto è il rispetto che nutri per gli scrittori precedenti.

8 La saggezza ha, oltre al resto, anche questo di buono: uno può superare un altro solo durante la salita. Arrivati in cima, si è tutti uguali; non c'è possibilità di avanzare, si sta fermi. Il sole aumenta forse la sua grandezza? E la luna percorre un'orbita più lunga di quella solita? I mari non crescono; l'universo conserva sempre lo stesso aspetto e la stessa estensione. 9 Le cose che hanno raggiunto le dovute dimensioni non possono ingrandirsi: tutti coloro che raggiungeranno la saggezza saranno uguali e alla pari. Ciascuno di loro avrà doti sue proprie: uno sarà più affabile, uno più pronto, uno più spedito nel parlare, uno più eloquente: la virtù, di cui si discute e che rende felici, è uguale in tutti. 10 Non so se il tuo Etna possa crollare e precipitare su se stesso o se l'azione violenta e continua del fuoco possa corrodere questa alta vetta, visibile su un largo tratto di mare: ma né le fiamme, né un crollo possono trascinare in basso la virtù; è l'unica dignità che non conosce diminuzioni. Non può avanzare e nemmeno indietreggiare; la sua grandezza è fissa come quella dei corpi celesti. Cerchiamo di innalzarci fino a essa. 11 Si è fatto già molto; anzi, a dire il vero, non molto. La bontà non consiste nell'essere migliori dei peggiori: chi potrebbe vantarsi della propria vista, se scorge appena la luce del giorno? Se uno vede splendere il sole attraverso una fitta nebbia, benché sia lieto di essere per il momento sfuggito alle tenebre, non gode ancora del bene della luce. 12 Allora l'anima nostra potrà congratularsi con se stessa quando, uscita dalle tenebre in cui è avvolta, scorgerà la luce, non con vista debole, ma accoglierà tutto lo splendore del giorno e sarà restituita al suo cielo, quando riprenderà il posto assegnatole dalla sorte al momento della nascita. Le sue origini la chiamano in alto e ci arriverà anche prima di liberarsi dalla prigionia del corpo, se disperderà i vizi, e pura e leggera si innalzerà a pensieri divini.

13 È bello, mio carissimo Lucilio, perseguire questo scopo, e tendervi con tutto il nostro slancio, anche se pochi, o nessuno, sono in grado di farlo. La gloria è l'ombra della virtù: la seguirà anche contro il suo volere. Ma come l'ombra a volte precede, a volte segue, oppure è alle spalle, così certe volte la gloria è davanti a noi, visibile, certe altre è dietro ed è più grande quanto più tardi arriva, una volta scomparsa l'invidia. 14 Per quanto tempo Democrito fu considerato pazzo! A fatica Socrate divenne famoso! Per quanto tempo i concittadini ignorarono Catone! Lo respinsero e ne compresero il valore solo dopo la sua morte. L'integrità e la virtù di Rutilio non sarebbero emerse se non avessero subìto un'ingiustizia: l'oltraggio le fece risplendere. Non fu forse grato alla sua sorte e non accettò volentieri l'esilio? Parlo di uomini che la fortuna ha reso celebri mentre ne subivano le angherie: ma di quanti vennero alla luce i meriti solo dopo la morte! Quanti la fama non accolse subito, ma li trasse poi fuori dall'oblio! 15 Vedi quanto è ammirato Epicuro non solo dai più dotti, ma anche dalla massa degli ignoranti! Eppure egli che viveva in disparte nei dintorni di Atene, in Atene stessa era sconosciuto. Molti anni dopo che Metrodoro era morto, celebrò in una lettera con un ricordo grato la sua amicizia con lui; alla fine aggiunse che, fra i tanti beni di cui avevano goduto, né per sé, né per Metrodoro era stato un danno che la celebre Grecia non solo non li avesse conosciuti, ma quasi non li avesse sentiti nominare. 16 Non fu scoperto forse dopo la sua morte? Non rifulse la sua fama? Anche Metrodoro in una lettera confessa che lui ed Epicuro non erano abbastanza noti, ma che dopo di loro avrebbero ottenuto grande e immediata fama gli uomini che avessero voluto calcare le loro stesse orme. 17 La virtù non rimane mai sconosciuta e l'essere stata sconosciuta non la danneggia: verrà il giorno che la riporterà alla luce dalle tenebre in cui era stata seppellita e compressa dall'invidia dei contemporanei. Chi si dà pensiero degli uomini del suo tempo, è nato per pochi. Seguiranno migliaia di anni, migliaia di generazioni: guarda a loro. Anche se l'invidia ridurrà al silenzio tutti i tuoi contemporanei, verranno i posteri a giudicarti senza risentimenti o compiacenze. Se dalla fama deriva un premio alla virtù, neppure questo andrà perduto. Non ci toccherà quello che i posteri diranno di noi; tuttavia ci onoreranno e ci celebreranno anche se non potremo sentirli. 18 La virtù ricompensa tutti o da vivi o da morti, purché la seguiamo con lealtà, senza fregiarcene o adornarcene, ma rimanendo sempre gli stessi, sia che sappiamo di essere visti, sia che veniamo colti di sorpresa, impreparati. Fingere non serve; una maschera superficiale può ingannare solo pochi: la verità è uguale in ogni sua parte. L'inganno non ha solide basi. La menzogna è uno schermo sottile: se guardi con attenzione, è trasparente. Stammi bene.

 

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1 Oggi sono libero: non tanto per merito mio, ma di uno spettacolo di pugilato che ha fatto da richiamo a tutti gli scocciatori. Nessuno farà irruzione a casa mia, nessuno verrà a interrompere le mie riflessioni, che, proprio fidando in questo, procedono più ardite. La porta non cigolerà improvvisamente, nessuno alzerà la tenda della mia stanza: potrò procedere in tutta tranquillità, e questo è necessario soprattutto per chi cammina da solo e percorre una sua strada. Non seguo, dunque, le orme dei miei predecessori? Sì, ma mi permetto di trovare, di cambiare, di tralasciare qualcosa; condivido le loro idee, senza, però esserne schiavo.

2 Ho parlato troppo, tuttavia, quando mi ripromettevo silenzio e solitudine senza scocciatori: ecco, alte grida arrivano dallo stadio: non mi distolgono dai miei pensieri, ma mi portano a esaminare proprio questo fatto. Penso tra me e me quanti sono gli uomini che esercitano il corpo e quanto pochi quelli che esercitano la mente; quanta gente accorre a un passatempo inconsistente e vano, e che deserto intorno alle scienze; che animo debole hanno quegli atleti di cui ammiriamo i muscoli e le spalle. 3 E soprattutto penso a questo: se con l'esercizio il corpo può arrivare a sopportare pugni e calci, e non di un uomo solo, se un individuo può passare un giorno intero sotto un sole a picco nella polvere rovente, perdendo sangue, quanto sarebbe più facile rinforzare l'animo in modo che riceva senza piegarsi i colpi della fortuna, che si risollevi anche atterrato e calpestato. Il corpo ha bisogno di molte cose per star bene: l'animo cresce da sé, alimenta ed esercita se stesso. Gli atleti hanno bisogno di molto cibo, molte bevande, molto olio e, infine, di un lungo esercizio: tu, invece, raggiungerai la virtù senza preparativi, senza spesa. Tutto quello che può renderti virtuoso lo hai con te. 4 Di che cosa hai bisogno per diventare virtuoso? Della volontà. Ma che cosa puoi volere di meglio che sottrarti a questa schiavitù che opprime tutti, che persino gli schiavi di infimo stato, nati in questa abiezione, tentano in ogni modo di scuotersi di dosso? Loro, per avere la libertà, sborsano quei risparmi che hanno accumulato privandosi del cibo: e tu, che ritieni di essere nato libero, non desidererai raggiungere a ogni costo la libertà? 5 Perché guardi la cassaforte? La libertà non puoi comprarla. Perciò è inutile scrivere sui documenti la parola libertà: non si può comprarla, né venderla: questo bene te lo devi donare tu stesso, devi chiederlo a te stesso. Liberati prima di tutto dalla paura della morte, che ci impone il suo giogo, e poi dalla paura della povertà. 6 Nella povertà non c'è niente di male; per rendertene conto confronta tra loro il volto dei poveri e quello dei ricchi: il povero ride più spesso e più di cuore, non ha nessuna preoccupazione nel suo intimo e, anche se gli capita qualche cruccio, passa come una nube leggera: ma l'allegria di quegli uomini che vengono definiti felici è simulata oppure gravata e corrotta da un'intima tristezza, ed è tanto più penosa perché certe volte non possono mostrare apertamente la loro infelicità, ma devono fingersi lieti anche se gli affanni rodono loro il cuore. 7 Dovrei servirmi più spesso di questo esempio, perché esprime, più efficacemente di qualsiasi altro, questa farsa della vita umana, dove ci viene assegnata una parte che recitiamo male. L'attore che avanza impettito sulla scena e a testa alta recita queste battute:

Ecco comando su Argo; Pelope mi lasciò in eredità quei luoghi dove l'Istmo è battuto dall'Ellesponto e dal mare Ionio,

è uno schiavo, la sua paga è di cinque moggi di farina e cinque denari. 8 Quell'altro che superbo e tracotante, fiduciosamente orgoglioso della sua potenza, dice:

Se non stai quieto, Menelao, perirai per mia mano,

è pagato a giornata e dorme su un pagliericcio. Lo stesso si può dire di tutti questi effeminati che in lettiga avanzano sopra una folla di teste: la loro felicità è una commedia. Se li spogli, li disprezzerai. 9 Quando compri un cavallo vuoi che gli tolgano la gualdrappa: gli schiavi messi in vendita li fai svestire perché non nascondano qualche difetto fisico: e giudichi un uomo tutto paludato? I mercanti di schiavi cercano di nascondere le anomalie con qualche espediente, perciò chi compra diffida proprio delle bardature: se vedessi un braccio o una gamba bendati, li faresti scoprire e mettere a nudo. 10 Vedi quel re di Scizia o di Sarmazia col capo splendidamente adorno di una corona? Se vuoi giudicarlo e sapere com'è veramente, levagli il diadema: sotto si nascondono molte magagne. Ma perché parlo degli altri? Se vuoi valutare te stesso, metti da parte il denaro, la casa, la tua posizione, esaminati nell'intimo: ora ti affidi al giudizio degli altri. Stammi bene.

 

LIBRO DECIMO

 

 

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1 Ti lamenti di esserti imbattuto in un ingrato: se questa è la prima volta, ringrazia la fortuna oppure la tua prudenza. Ma in questo caso la prudenza non può fare niente, se non renderti gretto; difatti, se non vorrai correre il pericolo dell'ingratitudine, non dovrai più fare benefici; così, perché non vadano perduti per colpa d'altri, andranno perduti per te. È meglio non ricevere gratitudine piuttosto che non fare del bene; anche dopo un cattivo raccolto bisogna seminare. Spesso la produzione abbondante di un solo anno compensa le perdite dovute alla persistente sterilità di un terreno infecondo. 2 Vale la pena sperimentare anche l'ingratitudine pur di trovare una persona grata. Nessuno può elargire benefici con tanta avvedutezza da non ingannarsi di frequente: cadano pure nel vuoto, purché qualche volta non vadano perduti. I marinai riprendono il mare anche dopo un naufragio; se un debitore fallisce, non per questo l'usuraio abbandona i suoi affari. La vita si intorpidirebbe ben presto in un ozio inerte se dovessimo lasciare da parte tutto quello che non ha fortuna. Proprio questa delusione deve renderti più generoso; anche se la riuscita di un'azione è incerta, bisogna fare diversi tentativi perché prima o poi vada a segno.

3 Ma di questo argomento ho parlato abbastanza nel mio libro I benefici: mi sembra, invece, vada approfondito un problema che, secondo me, non è stato sviluppato a sufficienza: cioè, se il nostro benefattore in un secondo momento ci fa del male, siamo pari e liberi da ogni debito di riconoscenza? Aggiungi, se vuoi, anche questa evenienza: mi ha fatto più male poi di quanto mi avesse giovato prima. 4 Vuoi la giusta sentenza di un magistrato severo? Giudicherà che le azioni si compensano l'una con l'altra e sentenzierà: "Sebbene le offese siano preponderanti, tuttavia la parte di male in eccesso sia condonata in nome dei beneficî arrecati." Il male è stato maggiore, ma il beneficio è precedente; perciò anche il tempo deve avere il suo peso. 5 Ci sono poi dei fattori troppo evidenti perché debba ricordarteli: bisogna vedere se il bene è stato fatto volentieri, e il male invece contro la propria volontà, poiché sia i benefici che le offese hanno un valore a seconda dello spirito con cui si fanno. "Non avrei voluto concedere quel favore; mi sono lasciato vincere o dal rispetto, o dall'insistenza di chi me lo chiedeva o da una qualche speranza." 6 Ogni favore bisogna ricambiarlo con lo stesso spirito con cui è fatto, senza considerarne l'entità, ma la volontà che lo ha originato. Lasciamo ora da parte le ipotesi: quello è stato il favore e questa è l'offesa, che ha superato l'entità del favore. L'individuo virtuoso nel fare i calcoli si imbroglia da sé: aumenta il valore del beneficio, diminuisce quello dell'offesa. Un altro giudice più indulgente - e questo vorrei essere io - ci imporrà di dimenticare l'offesa e di ricordare il beneficio. 7 "Ma," ribatti, "è più giusto ricambiare ciascuno come si merita, il benefattore con la riconoscenza, chi ci ha offeso con la legge del taglione o almeno con il rancore." Questo sarà vero se chi ci ha fatto del male e chi ci ha beneficato non sono la stessa persona; in caso contrario il beneficio annulla il male. Se era giusto perdonare a chi ci fa del male, anche se non c'erano meriti precedenti, gli si deve più che il perdono se ci danneggia dopo che ci ha fatto del bene. 8 Per me beneficio e offesa non hanno il medesimo valore: valuto di più l'uno che l'altra. Non tutti sanno dimostrarsi grati: anche un uomo qualsiasi, sciocco e rozzo, può sentirsi obbligato, soprattutto se il favore l'ha ricevuto da poco; ignora, però in che misura deve esserlo. Solo il saggio sa quanto e che cosa bisogna valutare. Lo sciocco di cui parlavo ora, anche se ha buona volontà, ricambia in misura minore al dovuto, oppure non ricambia a luogo e tempo debito; così spreca e getta via la sua riconoscenza.

9 Per certi soggetti esistono vocaboli straordinariamente appropriati, e un'antica consuetudine linguistica designa taluni concetti con termini efficacissimi volti a indicare i doveri. Noi almeno diciamo abitualmente: "Gli ha ricambiato il favore." Ricambiare significa dare di propria iniziativa quanto è dovuto. Non diciamo: "Ha restituito il favore", perché restituiscono anche quelle persone che lo fanno su richiesta o contro voglia o quando pare a loro o per mezzo di un altro. Non diciamo: "Ha reso il favore" o "Ha pagato il suo debito": non ci piacciono le parole che si adoperano per i debiti. 10 Ricambiare è restituire il favore a chi te l'ha fatto. Questa parola indica un rapporto spontaneo: chi ha ricambiato, ha fatto appello a se stesso. Il saggio esaminerà fra sé tutto quanto ha ricevuto, da chi, il motivo, il momento, il luogo e la maniera. Perciò sosteniamo che solo il saggio sa ricambiare il favore, come è il solo che lo sa fare; egli certo gode a farlo più di quanto un altro goda a riceverlo. 11 Qualcuno classifica questo concetto tra quelli che noi sosteniamo contro l'opinione comune (i Greci li chiamano $ðáñÜäïîá$) e dice: "Nessuno, dunque, se non il saggio, sa ricambiare un favore? Nessun altro sa restituire il suo debito al creditore o, quando compra qualcosa, sa pagare il prezzo a chi vende?" Perché non mi si guardi male, sappi che Epicuro dice la stessa cosa. Metrodoro almeno sostiene che solo il saggio sa ricambiare un favore. 12 Lo stesso avversario si stupisce, poi, quando affermiamo: "Solo il saggio sa amare, solo il saggio è un vero amico." Ma la riconoscenza è parte integrante sia dell'amore che dell'amicizia, anzi è più comune e più diffusa della vera amicizia. Sempre lo stesso si stupisce, inoltre, perché diciamo che solo il saggio è leale, come se egli non dicesse poi la stessa cosa. Oppure, secondo te, può essere leale un uomo che non sa essere riconoscente? 13 La finiscano allora di accusarci come se affermassimo cose incredibili e sappiano che il saggio possiede l'onestà vera e propria, mentre la massa possiede solo immagini e parvenze di onestà. Nessuno, se non il saggio, sa essere riconoscente. Anche lo sciocco mostri la sua gratitudine, come sa e come può; gli manchi la scienza piuttosto che la volontà: la volontà non si impara. 14 Il saggio metterà a confronto ogni elemento: anche se è la stessa, un'azione può avere più o meno valore a seconda del momento, del luogo, delle cause. Spesso la ricchezza piovuta su una casa non ha avuto lo stesso effetto di mille denari dati al momento opportuno. C'è una grande differenza tra fare un regalo e dare un aiuto, tra salvare una persona con la propria liberalità, oppure dargli il superfluo; spesso quello che si dà è poco, ma produce molto. Che differenza pensi che ci sia se uno dà del proprio o ha ricevuto da altri per dare?

15 Ma per non ritornare sullo stesso argomento che abbiamo trattato a sufficienza, in questo confronto tra beneficio e offesa, il saggio giudicherà nel modo più equo, ma attribuirà più valore al beneficio e propenderà per esso. 16 In faccende del genere moltissimo dipende dal carattere di una persona: "Hai beneficato un mio schiavo, ma hai offeso mio padre; hai salvato mio figlio, ma mi hai tolto il padre." Proseguirà poi facendo tutti i debiti confronti e, se la differenza è minima, la ignorerà; ma, anche se è considerevole, e può però essere tralasciata mantenendo salvi lealtà e dovere, cioè, se l'offesa riguarda interamente lui solo, la trascurerà. 17 Il punto principale è questo: sarà generoso nel cambio; accetterà che gli si attribuisca un debito maggiore; sarà restio a ritenere il favore compensato dall'offesa; sarà propenso e incline a desiderare di dover riconoscenza e di ricambiare. È un errore ricevere un favore più volentieri che restituirlo: chi paga un debito è più felice di chi lo contrae; allo stesso modo chi si libera del grosso debito di un beneficio deve essere più contento di chi rimane obbligato. 18 Gli ingrati sbagliano anche in questo: pagano al creditore oltre al capitale anche gli interessi, e ritengono, invece, di poter usufruire gratuitamente dei benefìcî: anche questi crescono, se si tarda, e più si tarda, più bisogna pagare. L'individuo che ricambia un beneficio senza aggiungere gli interessi è un ingrato; bisogna, perciò tener conto anche di questo quando si metteranno a confronto i favori ricevuti e quelli fatti.

19 Dobbiamo fare di tutto per dimostrare la massima gratitudine. Questo è un bene nostro, allo stesso modo che la giustizia non riguarda gli altri, come comunemente si crede: gran parte ricade su se stessa. Ognuno, quando fa del bene a un altro, lo fa a se stesso. E non lo dico perché chi è stato aiutato vuole aiutare, chi è stato difeso vuole proteggere e perché il buon esempio ritorna sulla persona che lo ha dato, (così come i cattivi esempi ricadono sugli autori, e se uno con le sue azioni ha insegnato che si può offendere, non trova commiserazione quando viene a sua volta offeso); ma lo dico perché ogni virtù trova in se stessa la sua ricompensa. Non la si esercita in vista di un premio: il guadagno di un'azione virtuosa consiste nell'averla compiuta. 20 Dimostro gratitudine non perché un altro spronato dal mio precedente esempio mi aiuti più volentieri, ma per compiere un'azione dolcissima e bellissima; sono grato non perché mi conviene, ma perché mi piace. Per renderti conto che le cose stanno così, sappi che se potrò dimostrare la mia gratitudine solo sembrando ingrato, se potrò ricambiare un favore solo sotto l'apparenza di un'offesa, con la massima tranquillità realizzerò questo giusto proposito anche a prezzo dell'onore. Nessuno, secondo me, tiene in maggior conto la virtù, nessuno le è più devoto di chi rovina la propria reputazione di uomo onesto per non tradire la propria coscienza. 21 Perciò come ho già detto, il dimostrare gratitudine è un bene maggiore per te che per il tuo prossimo; a lui càpita un fatto comune, di tutti i giorni, riavere quello che ha dato, a te un fatto importante, generato da uno stato d'animo di intensa felicità, aver dimostrato gratitudine. Se la malvagità rende infelici e la virtù felici, e l'essere riconoscenti è una virtù, hai dato una cosa comune e ne hai ottenuta una di valore inestimabile, la coscienza della gratitudine, che nasce solo in un animo straordinario e fortunato.

Chi nutre sentimenti contrari a questi è oppresso dalla più profonda infelicità; se uno è ingrato verso gli altri, non è gradito a se stesso. Tu pensi che io dica: l'ingrato sarà infelice? Non lo rinvio al futuro: è infelice subito. 22 Evitiamo perciò l'ingratitudine, non per gli altri, ma per noi stessi. La parte di malvagità che ricade sugli altri è minima e leggerissima: quella peggiore e, per così dire, più gravosa, rimane e opprime il malvagio; il nostro Attalo spesso diceva: "La malvagità stessa beve la maggior parte del proprio veleno." Quel veleno letale per gli altri, ma innocuo a loro stessi che i serpenti emettono non assomiglia a questo: questo è deleterio anche per chi lo possiede. 23 L'ingrato si tormenta e si macera, odia il favore ricevuto perché dovrà ricambiarlo e lo sminuisce, mentre gonfia ed esagera le offese. Chi è più infelice dell'uomo che dimentica i benefici e ricorda i torti? Il saggio, invece, esalta la bellezza di ogni beneficio, lo magnifica e si compiace di richiamarlo sempre alla memoria. 24 Unico e di breve durata è il piacere dei malvagi: il momento in cui ricevono un favore; al saggio, invece, rimane una gioia lunga e duratura. Per lui è un piacere non il ricevere, ma l'aver ricevuto, e questo piacere è perenne e continuo. Non si cura dei torti subìti, li dimentica e non per trascuratezza, ma di proposito. 25 Non interpreta tutto in senso volutamente negativo e nemmeno cerca un capro espiatorio, ma le colpe degli uomini preferisce attribuirle alla sorte. Non interpreta malignamente le parole o l'espressione del volto; minimizza tutto quello che càpita dandone un'interpretazione benevola. Non ricorda le offese più che i favori; se il ricordo precedente è migliore, cerca di conservarlo per quanto può non cambia i suoi sentimenti verso chi gli ha fatto del bene se prima non gli vengono fatti molti torti e se la differenza non è manifesta persino a occhi chiusi; ma anche allora, dopo aver subito un'offesa maggiore, cerca di mantenersi quale era prima di ricevere il beneficio. Infatti, quando il beneficio è pari all'offesa, conserva nell'intimo una certa benevolenza. 26 Come a parità di voti il reo viene assolto e, se c'è un dubbio, il senso di umanità fa propendere il giudizio a suo favore, così il saggio, quando i meriti sono pari alle colpe, non è più in debito, ma continua a sentirsi in debito e fa come quelle persone che pagano i loro debiti dopo che questi sono stati cancellati.

27 Nessuno poi può mostrarsi grato se non disprezza quelle avversità a causa delle quali il popolino precipita nel terrore: se vuoi dimostrare la tua riconoscenza, devi essere pronto ad andare in esilio, a versare il tuo sangue, ad accollarti la miseria, spesso a macchiare la tua stessa onestà e ad esporti a immeritate calunnie. La gratitudine costa molto. 28 Noi, quando chiediamo un favore, lo valutiamo moltissimo, quando poi lo abbiamo ottenuto, lo disprezziamo. Vuoi sapere che cosa ci fa dimenticare i benefici ricevuti? La smania di quelli che dobbiamo ricevere; non pensiamo a quanto abbiamo ottenuto, ma a quanto dobbiamo chiedere. Ci distolgono dalla retta via la ricchezza, gli onori, il potere e gli altri beni che riteniamo preziosi e che invece valgono poco. 29 Non sappiamo valutare cose che vanno giudicate non in base all'opinione comune, ma in base alla natura. In esse non c'è niente di magnifico che possa attirarci tranne la nostra abitudine ad ammirarle. Non vengono apprezzate perché sono desiderabili, ma vengono desiderate perché sono apprezzate, e quando l'errore di singoli individui ha causato un errore comune, questo a sua volta causa l'errore dei singoli. 30 Ma come abbiamo creduto in quei beni, così dobbiamo credere all'opinione comune anche in questo: non c'è niente di più bello della gratitudine; tutte le città, tutti i popoli, anche quelli barbari, lo proclameranno; su questo buoni e cattivi saranno d'accordo. 31 Ci sarà chi loda i piaceri e chi preferisce la fatica; chi dice che il dolore è il male più grave e chi, invece, non lo chiamerà neppure un male; qualcuno giudicherà la ricchezza il bene supremo, qualche altro dirà che è stata inventata per la rovina dell'umanità, che l'uomo più ricco è quello a cui la fortuna non trova niente da dare: in tanta diversità di pareri tutti affermeranno, come si dice, all'unisono, che bisogna essere grati con i propri benefattori. La massa tanto discorde concorderà su questo punto; e invece noi a volte ricambiamo benefici con offese, e la causa principale dell'ingratitudine è il non aver potuto mostrare abbastanza gratitudine. 32 La pazzia umana è arrivata al punto che fare grandi favori a qualcuno diventa pericolosissimo: costui, infatti, poiché ritiene vergognoso non ricambiare, vorrebbe togliere di mezzo il suo creditore. Tieniti pure quello che hai ricevuto: non lo voglio indietro, non lo reclamo, desidero solo che il mio gesto non mi sia fatale. Non c'è odio più funesto di quello che nasce dalla vergogna di aver tradito un beneficio. Stammi bene.

 

82

1 Ormai non mi preoccupo più per te. "Quale dio," chiedi, "hai accettato come garante?" Naturalmente quello che non inganna nessuno: un'anima che ama la giustizia e il bene. La parte migliore di te è al sicuro. La fortuna può farti del male: ma, e questo è l'importante, non temo che tu possa farne a te stesso. Continua per la strada che hai intrapreso e disponiti a questo sistema di vita tranquillo, non molle. 2 Preferisco vivere male che con mollezza - intendi "male" nel senso più comune del termine: duramente, con difficoltà, con fatica. Tante volte sentiamo che la vita di certa gente viene apprezzata ed è oggetto di invidia: "Vive nella mollezza"' ma questo significa: "È un uomo molle." Lo spirito a poco a poco si illanguidisce e si snerva a somiglianza dell'ozio e della pigrizia in cui giace. E allora? Non è preferibile per un vero uomo abituarsi addirittura alle durezze della vita? *** e poi quella gente effeminata teme la morte a cui ha reso simile la propria vita. C'è una grande differenza tra l'ozio e il sepolcro. 3 "E come?" chiedi. "Non è preferibile giacere nell'ozio piuttosto che essere trascinati nel vortice degli impegni?" Attivismo esasperato e inerzia sono entrambi detestabili. Per me chi giace tra i profumi è morto come chi è trascinato con l'uncino; l'ozio senza gli studî è morire, essere dei sepolti vivi. 4 E poi, a che serve appartarsi? Come se i motivi di preoccupazione non ci seguissero anche al di là del mare. C'è forse un nascondiglio in cui non entri la paura della morte? Un luogo tanto difeso e fuori mano dove si possa vivere tranquilli senza temere il dolore? Dovunque ti nasconderai, i mali dell'uomo ti circonderanno col loro strepito. Molti sono fuori di noi e ci stanno intorno per ingannarci o tormentarci, molti dentro di noi e ci ribollono dentro anche nella più completa solitudine. 5 Dobbiamo fare della filosofia una fortificazione, un muro inespugnabile, che la fortuna non possa superare anche attaccandolo con uno spiegamento di macchinari bellici. L'anima che ha trascurato tutto quello che è al di fuori di sé, occupa una posizione inaccessibile e si difende nella sua rocca; nessun colpo arriva fino a lei. La fortuna non ha le mani lunghe come pensiamo: agguanta solo chi le si aggrappa. 6 E allora, allontaniamocene il più possibile; solo la conoscenza di noi stessi e della natura, però può assicurarcelo. Ognuno sappia dove è diretto e da dove proviene, che cosa è per lui il bene e che cosa è il male, che cosa desiderare e che cosa evitare, in base a quale norma può distinguere quello che deve ricercare oppure fuggire, come possa placare la follia delle passioni, reprimere la violenza delle paure. 7 Qualcuno pensa di aver represso questi sentimenti anche senza la filosofia; ma quando qualche disgrazia lo mette inaspettatamente alla prova, riconosce, ormai tardi, la sua colpa; le belle parole vengono meno quando il carnefice gli afferra le mani, quando la morte si avvicina. Potresti dirgli: "Sfidavi a cuor leggero i mali quando erano lontani: ecco ora il dolore che definivi sopportabile; ecco la morte contro la quale pronunciavi tante parole coraggiose; sibila la sferza; scintilla la spada:

ora ci vuole coraggio, Enea, ora animo saldo."

8 Solo una preparazione assidua potrà rendere forte il tuo animo, ma dovrai esercitare lo spirito, non le parole, dovrai prepararti ad affrontare la morte; contro di essa non potranno spronarti o rinfrancarti quegli individui che con cavilli tenteranno di convincerti che la morte non è un male. Mi piace ridermela, mio ottimo Lucilio, di certe sciocchezze greche che, con mio stupore, non mi sono ancora levato di mente. 9 Il nostro Zenone si serve di questo sillogismo: "Nessun male può essere motivo di gloria; la morte è motivo di gloria; la morte non è un male." Ci sei riuscito! Mi sono liberato dalla paura; dopo questo ragionamento non esiterò a porgere il collo al boia. Non vuoi parlare con più serietà senza far ridere anche chi è in punto di morte? Perbacco non saprei dirti se è più sciocco chi ha ritenuto di eliminare la paura della morte con questo sillogismo, o chi ha cercato di dimostrarne l'infondatezza, come se fosse importante. 10 Lo stesso filosofo a questo sillogismo ne ha contrapposto uno contrario, originato dal fatto che noi poniamo la morte tra le cose indifferenti, quelle che i Greci chiamano "$PäéÜöïñá$". Dice: "Una cosa indifferente non è motivo di gloria: la morte è motivo di gloria; quindi la morte non è indifferente." Vedi in che cosa consiste la capziosità di questo sillogismo: motivo di gloria non è la morte, ma il morire da valoroso. E quando dici: una cosa indifferente non è motivo di gloria, sono d'accordo con te nel dire che non c'è niente di glorioso se non in rapporto alle cose indifferenti; per indifferenti, cioè, né beni, né mali, intendo le malattie, il dolore, la povertà, l'esilio, la morte. 11 Nessuna di queste cose è di per sé motivo di gloria e tuttavia non esiste gloria senza di esse. Non si loda la povertà, ma l'uomo che non si piega e non si sottomette alla povertà; non si loda l'esilio, ma l'uomo che va in esilio mostrando un coraggio maggiore che se fosse stato lui a mandare un altro; non si loda il dolore, ma l'uomo che non è soggiogato dal dolore; nessuno loda la morte, ma l'uomo cui la morte tolse la vita prima che il coraggio. 12 Tutte queste cose di per sé non dànno né onore, né gloria, ma è la virtù a renderle onorevoli e gloriose se interviene e le governa: esse stanno al centro; quello che importa è se vi mette mano la malvagità o la virtù: la morte, portatrice di gloria per Catone, diventa sùbito motivo di vergogna e di rossore per Bruto. Bruto infatti, in punto di morte, cercando dei pretesti per ritardare l'esecuzione, si appartò per scaricare il ventre; quando lo chiamarono al patibolo e gli fu comandato di porgere il collo, disse: "Lo porgo, e così potessi vivere." Che pazzia è cercare di fuggire quando non si può più tornare indietro! "Lo porgo, e così potessi vivere." Per poco non aggiunse: "Anche sotto Antonio." Che uomo degno di essere lasciato in vita!

13 Ma, come avevo cominciato a dire, vedi che la morte in se stessa non è né un male, né un bene: Catone morì nel modo più nobile, Bruto nel modo più disonorevole. Ogni cosa, anche se non è bella, lo diventa se associata alla virtù. La camera, che noi definiamo luminosa, di notte è completamente buia; è il giorno a darle la luce; la notte gliela toglie: 14 così è per queste cose che noi chiamiamo indifferenti e neutre, ricchezza, forza, bellezza, onori, potere, e di contro la morte, l'esilio, le malattie, i dolori e tutte le altre cose di cui abbiamo più o meno paura: sono o la malvagità o la virtù a farle diventare beni oppure mali. Un blocco di metallo di per sé non è né caldo, né freddo: se lo gettiamo in una fornace, si arroventa, immerso nell'acqua si raffredda. La morte è resa onorevole da quello che è onorevole, cioè dalla virtù e da un'anima che disprezza le cose al di fuori di noi.

15 Anche tra queste cose che definiamo neutre c'è, o Lucilio, una grande differenza. La morte non è indifferente come il fatto di avere un numero di capelli pari o dispari: la morte è tra quelle cose che non sono mali e tuttavia hanno l'apparenza di un male: c'è insito nell'uomo l'amore per se stesso, la volontà di durare e di conservarsi e la ripugnanza del dissolvimento: *** poiché sembra strapparci tanti beni e allontanarci dall'abbondanza di cose cui siamo abituati. Noi avversiamo la morte anche perché questa vita ormai la conosciamo, mentre non sappiamo a che cosa andiamo incontro e abbiamo orrore dell'ignoto. Crediamo poi che la morte ci condurrà nelle tenebre, e noi ne abbiamo una naturale paura. 16 Perciò anche se la morte è cosa indifferente, non è tuttavia tale che si possa trascurare con facilità: lo spirito va rafforzato con un costante esercizio perché ne sopporti la vista e l'avvicinarsi. Bisogna disprezzare la morte più di quanto si è soliti fare; su di essa ci siamo formati molti pregiudizi; parecchi uomini d'ingegno hanno fatto a gara per aumentarne la cattiva fama; hanno descritto una prigione sotterranea e un luogo immerso in una notte eterna, in cui

lo smisurato guardiano dell'Orco giacendo nell'antro cruento sulle ossa corrose, con i suoi eterni latrati atterrisce le pallide ombre.

Anche se ti persuaderai che queste sono favole e che per i defunti non c'è niente da temere nell'aldilà, si insinua un'altra paura: si teme il nulla al pari dell'aldilà. 17 Nonostante questi pregiudizi che ci ha inculcato una secolare credenza, perché morire da forti non dovrebbe essere un gesto apportatore di gloria tra i maggiori dell'animo umano? L'animo non si innalzerà mai alla virtù, se crederemo che la morte sia un male: ci arriverà solo convincendosi che è una cosa indifferente. L'uomo per natura non può affrontare con coraggio quello che giudica un male: lo farà svogliatamente e con esitazione. Ma non può essere motivo di gloria un gesto compiuto contro voglia e tergiversando; la spinta della virtù non è la necessità. 18 Inoltre, nessuna azione è onorevole se non quella a cui l'animo si è applicato e ha preso parte attiva con tutto se stesso. Quando però ci si accosta a un male o per paura di mali peggiori o per la speranza di beni che vale la pena raggiungere a costo di sopportare un solo male, chi agisce non sa che decisione prendere: da una parte c'è l'impulso di attuare i propri propositi, dall'altra vorrebbe ritirarsi e fuggire da una cosa sospetta e pericolosa; quindi è lacerato da pareri opposti. In questo caso la gloria viene meno: la virtù, infatti, attua le decisioni prese con serenità, quello che fa, non lo teme.

Non cedere ai mali, ma affrontali più fiero

per la via che ti consentirà la fortuna.

 

19 Se giudicherai che sono mali, non li affronterai con fierezza. Cancella dall'intimo questa convinzione, altrimenti il sospetto, che è causa di indugio, arresterà il nostro slancio; si finisce per essere trascinati in quella situazione sulla quale ci si doveva gettare con entusiasmo.

Gli Stoici vorrebbero che fosse preso per buono il sillogismo di Zenone, e giudicato ingannevole e falso quello che gli viene opposto. Io non riduco l'argomento a formule dialettiche, a intrichi artificiosi e oziosi: penso che tutti questi tipi di argomentazione debbano essere tolti di mezzo: chi è interrogato si sente irretito e quando arriva il momento di esprimere il proprio parere dice una cosa e ne pensa un'altra. Per difendere la verità ci vuole più schiettezza, e più coraggio per combattere la paura. 20 Io preferirei sciogliere e spiegare i nodi che essi intrecciano, per persuadere, non per ingannare. Al momento di condurre l'esercito sul campo di battaglia ad affrontare la morte in difesa delle spose e dei figli, come gli farai coraggio? Prendi i Fabî che hanno addossato a una sola famiglia tutta una guerra di stato. E gli Spartani appostati al passo delle Termopili: non sperano nella vittoria e nemmeno nel ritorno; quel luogo sarà il loro sepolcro. 21 Come li esorterai a sostenere, facendo scudo coi loro corpi, l'impeto di tutto un popolo e lasciare la vita piuttosto che il loro posto? Dirai loro: "Il male non è motivo di gloria; la morte è motivo di gloria; dunque la morte non è un male"? Che discorso efficace! Dopo averlo ascoltato chi esiterebbe a lanciarsi contro le spade nemiche e a morire sul posto? Ma che parole coraggiose rivolse loro Leonida! "Compagni," disse, "pranzate sapendo che cenerete agli inferi!" Il cibo non crebbe loro in bocca, non si fermò in gola, non cadde dalle mani: allegri accettarono tanto l'invito a pranzo quanto quello a cena. 22 E allora? Un famoso condottiero romano, che mandava i suoi soldati a occupare una posizione e ad affrontare ingenti forze nemiche, parlò così: "Soldati, è necessario andare là, ma non è necessario fare ritorno." Vedi come è semplice e potente la virtù: i vostri sofismi non possono rendere nessuno più forte, nessuno più coraggioso. Fiaccano lo spirito che, invece, non deve essere limitato e costretto in questioni capziose e di poco conto, soprattutto quando si prepara a un'azione importante. 23 Non a trecento soldati, ma a tutti gli uomini bisogna togliere la paura della morte. Come insegnerai loro che non è un male? Come vincerai le convinzioni di sempre che ci vengono inculcate fin dall'infanzia? Quale aiuto troverai per la debolezza umana? Cosa dirai perché infiammati affrontino il pericolo? Con quali parole allontanerai questa paura comune, con quali forze d'ingegno scaccerai questa radicata opinione dell'umanità in contrasto con il tuo pensiero? Mi metterai insieme discorsi capziosi per trarne conclusioni assurde? Ci vogliono grandi armi per uccidere grandi mostri. 24 In Africa i soldati cercarono invano di colpire con frecce e fionde quel terribile serpente che atterriva le legioni romane più della stessa guerra: neppure Apollo avrebbe potuto ferirlo. Il suo corpo di smisurate dimensioni era massiccio, e le lance e tutte le armi scagliate dalle mani degli uomini le respingeva; infine, fu schiacciato sotto enormi macigni. E tu scagli contro la morte armi tanto ridicole? Affronti il leone con una lesina? Quello che dici è sottile: niente è più sottile di una spiga; è la sottigliezza stessa a rendere inutili e inefficaci certe cose. Stammi bene.

 

83

1 Mi chiedi di descriverti interamente ogni mia giornata: mi stimi molto se pensi che io non abbia niente da nasconderti. Dobbiamo vivere come se fossimo in pubblico e pensare come se qualcuno potesse guardarci dentro: ed è possibile. Che giova nascondere qualcosa agli uomini? Dio vede tutto; è nelle nostre anime e interviene nei nostri pensieri - dico "interviene" come se a volte se ne allontanasse! 2 Farò dunque, come vuoi e ti scriverò volentieri quello che faccio e in che ordine. Rivolgerò immediatamente l'attenzione su me stesso e, cosa utilissima, passerò in rassegna la mia giornata. Nessuno esamina la propria vita ed è questo che ci rende veramente malvagi; noi pensiamo, e di rado, a quello che faremmo, mai a quello che abbiamo fatto; eppure l'ammaestramento per il futuro ci viene dal passato.

3 Oggi è stata una giornata piena, nessuno mi ha fatto perdere nemmeno un attimo; l'ho divisa interamente tra il letto e la lettura; alla ginnastica ho dedicato pochissimo tempo e di questo ringrazio la vecchiaia: non mi costa molto. Appena mi muovo, mi stanco; e anche per i più forti il fine della ginnastica è questo. 4 Vuoi sapere quali siano gli schiavi che mi fanno compagnia durante gli esercizî? Mi basta il solo Fario, un fanciullo, come sai, amabile, ma lo cambierò: ne cerco ormai uno più giovane. Egli dice che noi attraversiamo la stessa crisi: a entrambi cadono i denti. Ma ormai nella corsa gli tengo dietro a stento e tra pochissimi giorni non ce la farò più: vedi a che serve l'esercizio quotidiano. Presto la distanza tra noi due che andiamo in direzioni opposte sarà grande: nello stesso momento lui sale e io scendo, e tu sai quanto la discesa sia più veloce della salita. Ma non ho detto la verità; ormai la mia vita non scende, precipita. 5 Chiedi come è finita la gara di oggi? Siamo arrivati alla pari, cosa rara per dei corridori. Dopo la corsa, che è stata più una fatica che un esercizio, ho fatto il bagno nell'acqua fredda: chiamo così l'acqua non molto calda. Io che amavo tanto tuffarmi nell'acqua gelata, che il primo gennaio salutavo i canali intorno al Circo, che cominciavo il nuovo anno non solo leggendo, scrivendo, conversando un po', ma anche facendo un tuffo nella sorgente chiamata Vergine, ho spostato dapprima le tende al Tevere, poi a questa tinozza scaldata dal sole, quando sono, però particolarmente in forze e va tutto bene: non per molto tempo ancora farò bagni. 6 Quindi il pranzo: pane secco, senza mettersi a tavola: dopo un simile pasto non occorre lavarsi le mani. Dormo pochissimo, tu conosci le mie abitudini: faccio sonni brevissimi e a intervalli; mi basta riposarmi un po'; a volte so di aver dormito, a volte non ne sono sicuro. 7 Ecco, si sentono grida provenire dal Circo; un vociare improvviso e generale mi ferisce le orecchie, ma non mi distoglie dai miei pensieri, e neppure li interrompe. Sopporto il rumore con molta pazienza, il vociare confuso della folla è per me come l'infrangersi delle onde o il vento che sferza gli alberi o altri suoni indistinti.

8 Quali sono i miei pensieri? Eccoli. Ieri ho fatto una riflessione che devo ancora risolvere: a che mirano uomini tra i più saggi dando di problemi veramente importanti dimostrazioni superficialissime e capziose che, se pure sono vere, sembrano false. 9 Quell'uomo straordinario che fu Zenone, fondatore di questa fortissima e venerandissima scuola filosofica, vuole tenerci lontani dall'ubriachezza. Senti come cerca di concludere che l'uomo virtuoso non sarà mai ubriaco. "Nessuno confida a un ubriaco un segreto, lo confida a un uomo onesto, dunque, l'uomo onesto non sarà mai ubriaco." Guarda come questo sillogismo può essere messo in ridicolo da uno simile, ma contrario (basta citarne uno dei molti): "Nessuno confida a un uomo che dorme un segreto, a un uomo onesto lo confida; quindi, l'uomo onesto non dorme." 10 Posidonio cerca di difendere il nostro Zenone nell'unico modo possibile, ma nemmeno così, a mio parere, può essere difeso. Sostiene che "ubriaco" si può usare in due sensi, il primo quando uno è pieno di vino e non è padrone di sé, il secondo se uno è solitamente ubriaco ed è soggetto a questo vizio; Zenone parla non di chi è ubriaco, ma di chi lo è abitualmente; a costui nessuno affiderebbe un segreto perché potrebbe rivelarlo sotto l'effetto del vino. 11 Ma questo è falso; la prima parte del sillogismo si riferisce a chi è ubriaco, non a chi lo sarà. Devi ammettere che c'è una grande differenza tra un ubriaco e un ubriacone: chi è ubriaco può esserlo allora per la prima volta e non avere questo vizio, e l'ubriacone spesso può essere sobrio; la parola ubriaco, perciò io la intendo nel suo senso comune, soprattutto perché viene usata da un uomo notoriamente preciso e solito a pesare le parole. Inoltre, se Zenone ha inteso una cosa e voleva che noi ne intendessimo un'altra, ha cercato di ingannarci usando una parola ambigua, e questo è inammissibile quando si ricerca la verità. 12 Ma ammettiamo pure che l'abbia intesa in questo senso: la seconda parte, però cioè che non si confida un segreto a chi è abitualmente ubriaco è falsa. Pensa a quanti soldati non sempre sobri il comandante, il tribuno o il centurione hanno affidato messaggi segreti. Per l'assassinio di Cesare, parlo di quello che prese il potere dopo aver sconfitto Pompeo, ci si affidò sia a Tillio Cimbro, sia a C. Cassio. Cassio era completamente astemio, Tillio Cimbro era un ubriacone e un attaccabrighe. Su questo fatto scherzava lui stesso: "Io che non posso tollerare il vino," diceva, "come potrei sopportare qualcuno?"

13 Ciascuno di noi potrebbe a questo punto nominare delle persone a cui sa di non poter affidare del vino, ma un segreto sì; io citerò un solo esempio che mi viene in mente e vorrei che fosse ricordato perché non si perda. La nostra vita dobbiamo formarla con esempi celebri, senza ricorrere sempre a quelli antichi. 14 L. Pisone, prefetto di Roma, era sempre ubriaco fin dal giorno in cui fu eletto. Passava la maggior parte della notte banchettando; dormiva quasi fino a mezzogiorno; questa era la sua alba. E tuttavia adempì con grande diligenza ai suoi còmpiti che riguardavano la difesa della città. Anche l'imperatore Augusto gli diede incarichi segreti, quando gli affidò il comando della Tracia, che egli riuscì a domare, e lo stesso fece Tiberio che partì per la Campania, lasciando in città una situazione pericolosa e ostile. 15 Secondo me, poiché Pisone, nonostante la sua ubriachezza, gli aveva reso un buon servizio, in sèguito nominò prefetto della città Cosso, uomo serio, moderato, ma dedito al bere e avvinazzato al punto che una volta, sopraffatto da un sonno profondo, fu portato via di peso dal senato, dove si era recato dopo un banchetto. E tuttavia Tiberio gli scrisse di suo pugno molte cose che giudicava di non poter confidare neppure ai suoi ministri: ma Cosso non si lasciò sfuggire nessun segreto su questioni private o pubbliche.

16 Facciamo, perciò piazza pulita di tutte queste vuotaggini: "Se uno è schiavo dell'ubriachezza non è padrone di sé: il mosto fermentando fa scoppiare anche le botti e la forza del calore rigetta in alto la feccia del fondo, così il vino ribolle dentro di noi e porta fuori, rivelandolo a tutti, ogni più intimo segreto. Chi è gonfio di vino non riesce a trattenere il cibo poiché il vino trabocca, allo stesso modo non trattiene neppure i segreti; mette fuori i suoi e quelli degli altri." 17 Ma nonostante le cose vadano in genere così, accade anche che su questioni importanti ci consigliamo con persone notoriamente dedite al bere; è, dunque, falsa l'affermazione fatta per difendere Zenone che a un ubriacone non si confida un segreto.

Quanto sarebbe meglio accusare apertamente l'ubriachezza e metterne in luce i vizi: anche un uomo normale dovrebbe evitarli, e a maggior ragione l'uomo compiutamente saggio; a lui basta togliersi la sete e anche se a volte è spinto a bere da un'allegria che si protrae non per sua volontà, si ferma prima di ubriacarsi. 18 Vedremo in seguito se il bere eccessivo turba l'animo del saggio e se lo porta ad agire come gli ubriachi: intanto se vuoi arrivare alla conclusione che un uomo onesto non deve ubriacarsi, perché vai avanti a forza di sillogismi? Di' piuttosto come è vergognoso ingoiare più di quanto si può contenere, e non conoscere la capienza del proprio stomaco, quanti spropositi che fanno arrossire le persone sobrie commettono gli ubriachi: l'ubriachezza non è altro che una pazzia volontaria. Il comportamento di un ubriaco prolungalo per diversi giorni: dubiterai che si tratti di pazzia? Anche l'ubriachezza momentanea è la stessa cosa, solo più breve. 19 Fai l'esempio di Alessandro Magno: durante un banchetto trafisse Clito, il suo più caro e fedele amico; quando si rese conto del suo delitto, voleva morire e certo avrebbe dovuto farlo. L'ubriachezza esaspera e mette a nudo tutti i vizi, cancella il pudore che fa da freno ai cattivi impulsi; è la vergogna di fare il male più che la buona volontà a distogliere la maggior parte degli uomini da azioni illecite. 20 Quando l'animo è in preda all'effetto violento del vino, tutta la malvagità nascosta emerge. L'ubriachezza non origina i vizi, ma li mette in luce: è allora che l'uomo libidinoso non aspetta nemmeno di entrare in camera da letto, ma soddisfa subito le sue voglie; che l'impudico rivela apertamente i suoi istinti morbosi; che l'insolente non tiene più a freno la lingua e le mani. Cresce la superbia dell'arrogante, la crudeltà del violento, la malevolenza dell'invidioso; ogni vizio viene fuori ingigantito. 21 C'è, inoltre, uno stato di incoscienza, un modo di esprimersi incerto e confuso, lo sguardo velato, il passo incerto, i giramenti di testa, l'ondeggiare del tetto come se un vortice facesse girare tutta la casa, il mal di stomaco, quando il vino fermenta e gonfia le viscere. E tuttavia è in qualche modo tollerabile, quando manifesta il suo effetto naturale: ma che dire quando il vino è guastato dal sonno e l'ubriachezza diventa indigestione? 22 Pensa quali sventure ha generato l'ubriachezza di un popolo: ha consegnato ai nemici genti fiere e bellicose, ha aperto un varco in mura difese per molti anni con una lotta ostinata, ha assoggettato al dominio straniero popoli superbi e insofferenti di ogni dominazione, grazie al vino ha domato uomini invincibili in guerra. 23 Alessandro, che ho nominato or ora, superò senza pericolo tante marce, tante battaglie, inverni trascorsi vincendo le avverse condizioni climatiche e ambientali, tanti fiumi dalle sorgenti ignote, tanti mari: ma l'intemperanza nel bere e quella fatale coppa di Ercole lo mandarono sotto terra. 24 Che gloria ci può essere nel reggere bene grandi quantità di vino? Quando avrai nelle tue mani la palma della vittoria e i commensali vinti dal sonno, vomitando, rifiuteranno i tuoi inviti a bere, quando sarai l'unico superstite dell'intero banchetto, quando avrai stroncato tutti con questa magnifica prova di valore e nessuno sarà stato in grado di bere tanto vino, sarai vinto da una botte. 25 M. Antonio, grande uomo e di nobile ingegno, che altro lo mandò in rovina e lo trascinò ad abitudini straniere e a vizi sconosciuti ai Romani, se non l'ubriachezza e l'amore per Cleopatra, non meno funesto del vino? Questo lo rese nemico della patria e inferiore ai suoi nemici; questo lo rese crudele: gli venivano portate, mentre cenava, le teste dei notabili della città e riconosceva il volto e le mani dei proscritti sedendo a tavole riccamente imbandite, tra un lusso regale, e gonfio di vino aveva ancora sete di sangue. Era intollerabile che si ubriacasse mentre commetteva queste atrocità: ma quanto più intollerabile ancora che le commettesse mentre era ubriaco! 26 Il vizio del bere porta di solito alla crudeltà; un animo sano viene corrotto e inasprito. Le lunghe malattie rendono gli uomini intrattabili, irritabili e furiosi per ogni più piccola offesa: così un continuo stato di ubriachezza abbrutisce gli animi; poiché gli ubriachi sono spesso fuori di sé, questo stato di demenza diventa costante e i vizi derivanti dal vino perdurano anche senza i suoi effetti.

27 Spiega, allora, perché il saggio non deve ubriacarsi; mostra a fatti, non a parole, l'infamia e la brutalità di questo vizio. Prova, ti sarà facilissimo, che i cosiddetti piaceri, quando passano la misura, diventano sofferenze. Se cercherai di dimostrare con cavilli che il saggio non si ubriaca anche bevendo molto vino e può condurre una vita onesta anche se è un ubriacone, potrai concludere che non morirà se beve un veleno, non dormirà se ingerisce un sonnifero, e non vomiterà quello che ha nello stomaco, se prenderà l'elleboro. Ma se i piedi sono incerti, se la lingua balbetta, come puoi ritenerlo in parte sobrio e in parte ubriaco? Stammi bene.

 

LIBRI UNDICESIMO-TREDICESIMO

 

 

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1 Questi viaggi, che mi scuotono di dosso l'apatia, credo che facciano bene alla mia salute e ai miei studi. Perché facciano bene alla mia salute lo vedi bene: l'amore per gli studi mi rende pigro e mi fa trascurare il corpo, così faccio esercizio a spese di altri. Quanto allo studio, ecco perché servono: non ho smesso un momento di leggere. Le letture - penso - mi sono necessarie, primo perché non sia pago solo di me stesso, poi perché venendo a conoscenza delle indagini altrui, possa formulare giudizi sui risultati e riflettere sulle ricerche da farsi. La lettura nutre la mente e la ristora quando è affaticata dallo studio, anche se richiede una certa applicazione. 2 Non dobbiamo limitarci a scrivere o a leggere: la prima attività, parlo dello scrivere, riduce ed esaurisce le forze; la seconda ti snerva e ti spossa. Bisogna, invece, passare dall'una all'altra e contemperarle in modo che la penna riconduca a unità quanto si è raccolto con la lettura. 3 Dobbiamo, si dice, imitare le api che svolazzano qua e là e suggono i fiori adatti a fare il miele, poi dispongono e distribuiscono nei favi quello che hanno portato e, come scrive il nostro Virgilio,

 

Accumulano il limpido miele e colmano le celle di dolce nettare.

 

 

4 Non si sa bene se ricavino dai fiori un succo che è addirittura miele, oppure trasformino in questa sostanza saporita le essenze raccolte, mescolandole insieme e servendosi di una qualità del loro alito. Secondo certi studiosi le api non hanno la capacità di fare il miele, ma solo di raccoglierlo. Dicono che in India il miele si trova nelle foglie di canna e che lo produce o la rugiada di quel clima o il succo dolce e piuttosto denso della canna stessa e che anche nelle nostre piante c'è un'identica sostanza, meno appariscente, però e percepibile, e le api, generate a questo scopo, la cercano e la concentrano. Per altri le api trasformano in miele le sostanze che succhiano dalle piante e dai fiori più teneri, preparandole e disponendole convenientemente, e usano, per dire così, una sorta di lievito, con cui amalgamano in un tutt'uno omogeneo essenze diverse.

5 Ma per non allontanarmi dall'argomento in questione, anche noi dobbiamo imitare le api e distinguere quello che abbiamo ricavato dalle diverse letture, poiché le cose si mantengono meglio divise; dobbiamo fondere poi, in un unico sapore, valendoci della capacità e della diligenza della nostra mente, i vari assaggi, così che, anche se ne è chiara la derivazione, appaiano tuttavia diversi dalla fonte. 6 Noi vediamo che nel nostro corpo il processo della digestione si svolge naturalmente, senza il nostro intervento; (gli alimenti che ingeriamo, finché mantengono le loro caratteristiche e galleggiano allo stato solido nello stomaco, costituiscono un peso; ma quando modificano il loro precedente stato, diventano sangue ed energie fisiche); facciamo lo stesso con il nutrimento dello spirito: e quanto abbiamo attinto, non lasciamolo intero, perché non ci rimanga estraneo. 7 Digeriamolo: altrimenti alimenterà la nostra memoria, non il nostro spirito. Aderiamo a esso totalmente e facciamolo nostro: da elementi differenti si formerà così un tutt'uno, come i singoli numeri, quando si fa il calcolo complessivo di somme minori e diverse, danno un'unica cifra. Si faccia in questo modo: dissimuliamo tutti gli apporti esterni e mostriamo solo il risultato. 8 Anche se in te si scorgerà una somiglianza con qualcuno che hai ammirato e che ti è rimasto impresso in maniera piuttosto profonda, vorrei che gli assomigliassi come un figlio, non come un ritratto: il ritratto non ha vita. "Ma come? Non si capirà chi è l'autore di cui imiti il linguaggio, le argomentazioni, i pensieri?" Secondo me, certe volte non si può nemmeno intuire, quando un uomo di grande ingegno dà un'impronta personale a tutte le idee che ha tratto dal suo modello e le rende uniformi. 9 Non vedi di quante voci è composto un coro? E tuttavia dall'insieme nasce una melodia unica. Ci sono voci acute, basse, medie; alle maschili si uniscono quelle femminili, si sovrappongono i flauti: le singole voci scompaiono e si percepiscono tutte insieme. 10 Mi riferisco al coro che conoscevano i vecchi filosofi: ora nelle rappresentazioni gli interpreti sono più numerosi di quanti erano una volta gli spettatori a teatro. Quando le file dei cantanti riempiono tutti i passaggi, e le gradinate sono circondate dai trombettieri, e dal palco risuonano insieme flauti e strumenti di ogni tipo, dai diversi suoni nasce un'armonia. Il nostro animo vorrei che fosse così: ricco di capacità, di precetti, di esempi di epoche diverse, ma fusi armonicamente insieme.

11 "Come si può arrivare a questo?" chiedi; con un'applicazione continua: se non ci faremo consigliare dalla ragione, non concluderemo niente e non potremo evitare errori. Se la vorrai ascoltare, essa ti dirà: abbandona subito questi falsi beni che tutti inseguono; abbandona la ricchezza: è un pericolo o un peso per chi la possiede; abbandona i piaceri del corpo e dello spirito: indeboliscono e snervano; abbandona l'ambizione: è un sentimento pieno di boria, vano, volubile, non ha limiti, si preoccupa di non essere inferiore o pari a nessuno, soffre di una duplice forma di invidia: guarda quanto è infelice uno che invidia ed è invidiato. 12 Vedi le case di chi conta, le soglie piene di strepito per gli alterchi dei clienti? Si litiga violentemente per entrare e ancora di più una volta entrati. Passa oltre queste scale dei ricchi e gli ingressi costruiti su grandi rialzi: qui ti trovi su un terreno che non è solo scosceso ma anche scivoloso. Volgiti piuttosto alla saggezza e aspira a quello stato di mirabile tranquillità e ampiezza che le è proprio. 13 Tutto quello che nelle vicende umane sembra emergere, si raggiunge per strade difficili e ardimentose, pur essendo roba da poco e risaltando solo al confronto con le cose più umili. Scabrosa è la via per arrivare ai vertici della dignità. Ma se vuoi raggiungere questa vetta, di fronte alla quale si piega anche la fortuna, vedrai sotto di te tutto quello che gli uomini ritengono eccelso: e tuttavia in cima ci arrivi per un sentiero pianeggiante. Stammi bene.

 

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1 Ti avevo risparmiato e avevo tralasciato tutte le questioni complicate che ancora rimanevano, contento di darti come un assaggio delle teorie stoiche tendenti a dimostrare che la virtù da sola basta a rendere felice la vita. Ora tu vuoi che io ti esponga tutte le argomentazioni della nostra scuola oppure quelle escogitate per schernirci: se volessi farlo, la mia non sarebbe una lettera, ma un libro. Te l'ho detto tante volte che non mi piace questo genere di argomenti, mi vergogno di scendere in campo e di battermi a favore di dèi e uomini armato di una lesina.

2 "L'uomo saggio è anche moderato; l'uomo moderato è anche tenace; l'uomo tenace è imperturbabile, l'uomo imperturbabile non è mai triste; chi non è mai triste è felice; quindi, il saggio è felice e la saggezza è sufficiente per avere una vita felice."

3 A questo sillogismo certi Peripatetici rispondono che intendono "imperturbabile, tenace, mai triste" nel senso in cui si definisce "imperturbabile" chi si turba raramente e poco, non chi non si turba mai. Allo stesso modo si definisce "mai triste" dicono chi non è soggetto alla tristezza e non indulge spesso in maniera eccessiva a questo difetto; perché per sua natura nessun uomo può essere immune dalla tristezza; il saggio non vi soccombe, ma ne è toccato; e aggiungono altre affermazioni in linea alle direttive della loro scuola. Così per loro il saggio non è privo di passioni, ma le domina. 4 Certo riconosciamo ben poco al saggio se lo stimiamo più forte dei più deboli, più allegro dei più tristi, più moderato dei più sfrenati, più grande dei più umili! Che penseresti se Lada trovasse straordinaria la sua velocità mettendola a confronto con gli zoppi e i deboli?

Ella potrebbe volare a fior delle messi intatte senza danneggiare con la corsa le tenere spighe, o attraversare il mare sospesa sui gonfi flutti, senza bagnare i veloci piedi.

Questa è una velocità apprezzata per se stessa, che non è lodata al confronto con i più lenti. Definiresti sana una persona che ha una febbre leggera? Non avere una malattia grave non è salute. 5 "Così," continuano, "si dice che il saggio è imperturbabile, come si dice che sono senza nocciolo non i frutti privi di semi, ma quelli che li hanno più piccoli." Falso. Il saggio, a mio parere, deve essere senza vizi, e non averne di meno; devono mancare completamente, non essere piccoli; se ce n'è qualcuno, crescerà e sarà a volte di ostacolo. Un principio di cataratta offusca la vista; quando diventa più grande e matura rende ciechi. 6 Se al saggio attribuisci delle passioni, la ragione sarà sopraffatta e trascinata via come da un torrente, soprattutto se deve combattere, a tuo parere, non contro una sola passione, ma contro tutte. Una massa di passioni, anche se moderate, ha più forza di un'unica, violenta passione. 7 È avido, ma non troppo; è ambizioso, ma non in maniera esagerata; è collerico, ma si calma sùbito; è incostante, ma non eccessivamente volubile e mutevole; è lussurioso, ma non maniaco. Si tratterebbe meglio con un individuo caratterizzato da un unico vizio completo che con chi li ha tutti, anche se più leggeri. 8 Inoltre, non importa quanto è grande una passione: per piccola che sia, non sa obbedire, non accetta consigli. Nessun animale, sia feroce, sia domestico e mansueto, obbedisce alla ragione: la loro natura è sorda ai moniti che da essa provengono; così le passioni, per quanto piccole siano, non seguono la ragione, non le dànno ascolto. Le tigri e i leoni non si spogliano mai della loro ferocia, certe volte la placano, ma, quando meno te l'aspetti, la loro ferinità, momentaneamente lenita, esplode. Non c'è mai sicura garanzia che i vizi siano domati. 9 E poi, se la ragione viene in aiuto, le passioni non nascono nemmeno; ma se cominciano a dispetto della ragione, a dispetto della ragione continueranno. È più facile impedirne la nascita che dominarne la violenza.

Parlare di una via di mezzo è perciò sbagliato e inutile, come se uno dicesse che ci si può ammalare o impazzire solo un po'. 10 Solo la virtù conosce la moderazione, i vizi no; è più facile eliminarli che dominarli. I vizi radicati e incalliti dell'anima umana, quelli che noi definiamo malattie, come l'avarizia, la crudeltà, la prepotenza, sono senza dubbio smodati. Quindi, smodate sono anche le passioni; giacché da quelli si passa a queste. 11 E poi, se riconosciamo un qualche diritto alla tristezza, alla paura, alla cupidigia, e agli altri impulsi perversi, non riusciremo più a dominarli. Perché? Perché le forze che li eccitano sono fuori di noi, e perciò essi cresceranno a seconda che a suscitarli siano cause più o meno grandi. Se uno guarda più a lungo o più da vicino quello che lo atterrisce, la sua paura sarà maggiore; così la cupidigia sarà più acuta se la stimola la speranza di una cosa più preziosa. 12 Se non siamo in grado di impedire l'insorgere delle passioni, non saremo neppure in grado di regolarle. Se hai permesso loro di nascere, cresceranno con le loro cause e la loro forza sarà proporzionale al loro sviluppo. Aggiungi poi che le passioni, per quanto possano essere moderate, tendono ad aumentare; le cose nocive non mantengono mai una giusta misura; per quanto all'inizio siano leggeri, i mali serpeggiano e a volte un attacco lievissimo abbatte un organismo malato. 13 Che pazzia è credere di poter mettere fine a nostro piacimento a quelle passioni di cui non siamo in grado di contrastare gli inizi! Come posso avere forza sufficiente per mettere fine a una cosa che non ho avuto la forza di impedire, quando è più facile respingere che mettere freno a quello cui si è lasciato via libera!

14 Certi filosofi hanno fatto questa distinzione: "L'uomo moderato e saggio è sereno per disposizione e abito mentale, ma non lo è di fronte ad avvenimenti improvvisi. Per abito mentale non si turba, non si rattrista, non ha paura, ma a turbarlo possono intervenire molte cause esterne." 15 Precisiamo quello che vogliono dire: costui non è collerico, ma qualche volta si infuria; non è un vigliacco, ma qualche volta ha paura, in lui, cioè, la paura non è un vizio, ma un'affezione momentanea. Se ammettiamo questo, la paura a lungo andare può trasformarsi in vizio, e l'ira, una volta penetrata nell'animo, può modificare quella fisionomia propria di un animo che ne è esente. 16 Inoltre, se uno non disprezza le cause esterne e teme qualcosa, esiterà a muoversi e sarà riluttante quando dovrà affrontare con coraggio le armi, il fuoco per difendere la patria, le leggi, la libertà. Ma il saggio non è soggetto a questi sentimenti contrastanti. 17 Ritengo, inoltre, che bisogna fare attenzione a non mescolare due questioni che vanno esaminate separatamente; in un modo si argomenta che l'unico bene è l'onesto, in un altro che la virtù basta alla felicità. Se l'unico bene è l'onesto, tutti ammettono che la virtù basta alla felicità; viceversa, se è solo la virtù a rendere felici, non si concederà che l'unico bene è l'onesto. 18 Senocrate e Speusippo giudicano che si può diventare felici anche per la sola virtù, ma non che l'unico bene è l'onesto. Anche secondo Epicuro, avendo la virtù, si è felici, ma la virtù non basta alla felicità, perché a rendere felici è il piacere che deriva dalla virtù, non la virtù in se stessa. È una distinzione che non vale niente: lo stesso Epicuro sostiene infatti che la virtù si accompagna sempre al piacere. Così se vi è sempre strettamente unita e ne è inseparabile, basta anche da sola; difatti, anche quando è sola, ha con sé il piacere, senza il quale non esiste. 19 È poi assurdo affermare che si sarà felici anche con la sola virtù, ma non perfettamente felici; non capisco come ciò sia possibile. La felicità ha in sé il bene perfetto e insuperabile; e se è così, la felicità è perfetta. Se non c'è niente di più grande o di migliore della vita degli dèi, e la vita degli dèi è felice, essa non può innalzarsi a vertici più alti. 20 Inoltre, se la felicità non ha bisogno di niente, ogni felicità è perfetta ed è, al tempo stesso, felice e la più felice. Dubiti forse che la felicità sia il sommo bene? E allora, se possiede il sommo bene, è felice al massimo grado. Il sommo bene non ammette aumenti, perché non c'è niente al di sopra del sommo; analogamente non ne ammette neppure la felicità, che non esiste senza il sommo bene. Perché se postuli uno "più" felice, postulerai anche uno "molto più" felice; farai innumerevoli distinzioni del sommo bene, mentre io intendo come sommo bene ciò che non ha gradi sopra di sé. 21 Se uno è meno felice di un altro, ne consegue che il primo preferisce alla sua la vita dell'altro più felice; ma l'uomo felice non preferisce niente alla sua vita. Entrambi i casi sono inverosimili: sia che per l'uomo felice ci sia qualcosa da preferire al suo stato, sia che non preferisca uno stato migliore del suo. Più uno è saggio, più tenderà al meglio e desidererà conseguirlo a ogni costo. Ma come può essere felice uno che può anzi deve, avere ancora dei desideri?

22 Ti spiegherò l'origine di questo errore: non sanno che una sola è la felicità. La sua qualità, non la sua grandezza, la mette nella condizione migliore; perciò è uguale sia lunga, sia breve, sia estesa, sia ristretta, distribuita in molti luoghi e in parti diverse o costretta in un unico posto. Chi la valuta in base a numeri, misure e parti, la priva della sua singolare caratteristica. E qual è questa caratteristica? La completezza. 23 Saziarsi è secondo me lo scopo del mangiare e del bere. Uno mangia di più, un altro di meno: che importa? Si sono saziati entrambi. Uno beve di più, un altro di meno: che importa? Nessuno dei due ha sete. Uno ha vissuto più a lungo, un altro meno: non importa, se i numerosi anni di vita hanno reso felice l'uno quanto l'altro i pochi. Quell'uomo che tu definisci meno felice, non è felice: questo aggettivo non può venire limitato.

24 "Chi è forte non ha paura; chi non ha paura non è triste; chi non è triste è felice."

Questo è un sillogismo stoico; tentano di confutarlo dicendo che noi vogliamo far passare per vera un'affermazione falsa e controversa, cioè che l'uomo forte non ha paura. "E come?" dicono. "L'uomo forte non temerà i mali che lo sovrastano? Questo è l'atteggiamento di un pazzo, di un demente, non di una persona forte. Egli riesce a dominare la sua paura, ma non ne è del tutto immune." 25 Quelli che la pensano così ricadono di nuovo nello stesso errore: considerano virtù i vizi meno accentuati; se uno ha paura, ma più raramente e meno degli altri, non è che non abbia questo vizio, solo ne è affetto in misura minore. "Ma per me è un pazzo chi non teme i mali che lo minacciano." Ciò che dici sarebbe vero se si trattasse di mali, ma se egli sa che quelli non sono mali e giudica un male soltanto la disonestà, dovrà guardare i pericoli senza paura e disprezzare i timori degli altri. Oppure, se non temere i mali è da sciocchi o da pazzi, più uno è saggio più ne avrà timore. 26 "Secondo voi," continuano, "l'uomo forte deve esporsi ai pericoli." Niente affatto: non ne avrà paura, ma cercherà di evitarli; gli si addice la cautela, non la paura. "Ma come?" chiedono. "Non avrà paura della morte, della prigione, del fuoco e degli altri colpi della fortuna?" No; sa che non sono mali, ne hanno solo l'apparenza; tutti questi li giudica spauracchi della vita umana. 27 Descrivigli la prigionia, le frustate, le catene, la povertà, le membra straziate dalle malattie o dalla violenza e qualunque altro tormento vorrai aggiungere: le considera paure degne di una mente malata. Solo i deboli ne hanno timore. Oppure giudichi un male quello che a volte dobbiamo affrontare volontariamente? 28 Chiedi qual è il male? Cedere ai cosiddetti mali e consegnare ad essi la propria libertà, in nome della quale bisogna sopportare ogni sofferenza: la libertà finisce, se non disprezziamo le cose che ci impongono un giogo. Se sapessero cos'è il coraggio, non avrebbero dubbi sull'atteggiamento conveniente a un uomo coraggioso. E il coraggio non è temerità sconsiderata o amore del pericolo o ricerca di situazioni spaventose: è la capacità di distinguere cos'è male e che cosa non lo è. L'uomo coraggioso è molto attento alla sua difesa e nello stesso tempo sopporta con grande fermezza gli eventi che hanno la falsa apparenza di mali. 29 "E allora? Se l'uomo forte lo minaccia una spada, se è colpito ripetutamente in più parti del corpo, se dal ventre squarciato vede le sue viscere, se viene torturato a intervalli perché senta di più i tormenti e nuovo sangue esce dalle ferite rimarginate, dirai forse che non ha paura, né tanto meno prova dolore?" Soffre, sì (nessuna virtù toglie all'uomo la sensibilità), ma non ha paura: incrollabile guarda dall'alto le sue sofferenze. Vuoi sapere qual è il suo stato d'animo in quel momento? Quello di chi conforta un amico ammalato.

30 "Ciò che è male nuoce; ciò che nuoce rende peggiori, il dolore e la povertà non rendono peggiori; quindi, non sono mali."

"Sillogismo falso," sostengono, "quello che nuoce non è detto che renda anche peggiori. Tempeste e burrasche nuocciono al timoniere, ma non lo rendono peggiore." 31 Qualche Stoico controbatte così: tempeste e burrasche rendono peggiore il timoniere perché non può realizzare i suoi propositi e non può mantenere la rotta; non diventa peggiore nella sua arte, ma nel realizzarla. A questi filosofi i Peripatetici rispondono: "Dunque, la povertà, il dolore e qualunque altra disgrazia del genere, renderanno peggiore anche il saggio; non gli toglieranno la virtù, ma ne impediranno l'attuazione." 32 Questa affermazione sarebbe giusta se la condizione del timoniere e quella del saggio non fosse diversa. Il saggio non si propone di realizzare a ogni costo nel corso della vita i suoi scopi, ma di agire sempre con rettitudine: il timoniere, invece, si propone di condurre a ogni costo la nave in porto. Le arti sono strumenti, devono mantenere quello che promettono, la saggezza è signora e padrona; le arti sono al servizio della vita, la saggezza la comanda.

33 Ritengo, quindi, che si debba rispondere diversamente: nessuna burrasca rende peggiore l'arte del timoniere o la sua attuazione pratica. Il timoniere non ti promette un esito fortunato, ma un servizio utile e la capacità di condurre la nave; e questa risulta tanto più evidente quanto maggiori sono le forze impreviste che lo ostacolano. Chi ha potuto dire: "Nettuno, non avrai mai questa nave, se non sulla giusta rotta", ha fatto abbastanza per l'arte sua. La tempesta non impedisce il lavoro del timoniere, ma il successo. 34 "Come?" chiedono. "Al timoniere non nuoce una cosa che gli impedisce di arrivare in porto, che rende vani i suoi tentativi, che lo spinge indietro oppure non lo fa avanzare e distrugge l'attrezzatura dell'imbarcazione?" Non gli nuoce come timoniere, ma come navigante: per altri aspetti egli non è un timoniere. Non impedisce la sua arte, anzi la mette in risalto; col mare tranquillo - dice il proverbio - tutti sono bravi piloti. Queste difficoltà danneggiano la nave, non il timoniere, in quanto timoniere. 35 Il timoniere riveste due ruoli: uno comune a tutti i passeggeri della nave: anch'egli è un passeggero; l'altro suo proprio: è il timoniere. La tempesta gli nuoce come passeggero, non come timoniere. 36 Inoltre l'arte del timoniere è un bene per gli altri: riguarda i passeggeri, come quella del medico riguarda i pazienti: l'arte del saggio è un bene comune, sia di coloro con cui vive, sia suo proprio. Perciò forse il timoniere subisce un danno quando la tempesta gli impedisce di compiere un servizio promesso ad altri; 37 al saggio, invece, non nuocciono la povertà, il dolore e le altre vicissitudini della vita: non gli impediscono ogni attività, ma solo quelle che riguardano gli altri; egli è sempre in azione e realizza i suoi intenti soprattutto quando la sorte gli è sfavorevole; allora agisce nell'interesse della stessa saggezza che, come abbiamo detto, è un bene suo e degli altri.

38 Il saggio, inoltre, può giovare agli altri anche se è oppresso dalle difficoltà. La povertà gli può impedire di insegnare come governare lo stato, ma egli insegna come governare la povertà. La sua opera dura per tutta la vita. L'attività del saggio non la impediscono così nessun caso, nessuna circostanza: egli si occupa di quella stessa faccenda che gli impedisce di occuparsi d'altro. È pronto a entrambe le evenienze: essere padrone del bene e saper vincere il male. 39 Si è preparato, dico, a dimostrare la sua virtù sia nella buona che nella cattiva fortuna e a guardare non alla materia in cui la virtù si esplica, ma direttamente ad essa; perciò non lo ferma la povertà, né il dolore, né qualunque altro caso che distoglie e mette in fuga gli ignoranti. Pensi che i mali lo abbattano? Al contrario, se ne serve. 40 Fidia non sapeva scolpire solo statue d'avorio, le faceva anche di bronzo. Se avesse avuto a disposizione marmo o un materiale ancòra meno pregiato, avrebbe fatto il meglio che la materia consentiva. Così il saggio dimostrerà la sua virtù - se sarà possibile - nella ricchezza, se no, in povertà; se potrà, in patria, se no, in esilio; come comandante supremo, se no, come soldato; sano, se no storpio. Qualunque sia il suo destino, ne ricaverà cose memorabili. 41 Ci sono domatori che ammaestrano bestie ferocissime e spaventose a trovarsele davanti, e non si accontentano di averle private della loro fierezza, le ammansiscono fino ad averne familiarità: il domatore caccia la mano nelle fauci del leone, il sorvegliante bacia la tigre; un giovanissimo etiope fa inginocchiare l'elefante e lo fa passeggiare sulla fune. Così il saggio è capace di domare i mali: il dolore, la miseria, il disonore, il carcere, l'esilio, spaventosi sempre, davanti a lui diventano mansueti. Stammi bene.

 

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1 Ti scrivo mentre me ne sto in riposo proprio nella villa di Scipione l'Africano, dopo aver reso onore al suo spirito e all'ara che - immagino - è il sepolcro di un così grande uomo. Sono convinto che la sua anima è ritornata in cielo, sua origine, non perché comandò grandi eserciti (lo fece anche quel pazzo di Cambise, e con successo nella sua pazzia), ma per la sua straordinaria moderazione e per il suo amore di patria, che - penso - fu in lui più ammirevole quando lasciò la sua città che quando la difese. Doveva scegliere, o Scipione a Roma, o Roma libera. 2 "Non voglio," disse, "derogare alle leggi, né alle istituzioni; tutti i cittadini abbiano uguali diritti. Goditi, o patria, senza di me il bene che ti ho fatto. Sono stato l'artefice della tua libertà, ne sarò anche la prova: me ne vado, se la mia autorità è cresciuta più di quanto ti è utile." 3 E perché non dovrei ammirare questa grandezza d'animo che lo spinse ad andare volontariamente in esilio e a liberare la città da un peso? La situazione era arrivata a un punto tale che o la libertà avrebbe fatto violenza a Scipione, o Scipione alla libertà. In entrambi i casi sarebbe stato un sacrilegio; egli, perciò obbedì alle leggi e si ritirò a Literno, imputando allo stato tanto il suo esilio, quanto quello di Annibale.

4 Ho visto la villa costruita con massi quadrati, il muro che delimita il bosco, e anche le torri edificate a difesa della casa su i due lati, la cisterna, nascosta da fabbricati e piante, che potrebbe bastare persino al fabbisogno di un esercito, il bagno angusto e buio secondo le abitudini antiche: per i nostri antenati non era caldo, se non era oscuro. 5 Ho provato un grande piacere a confrontare i costumi di Scipione e i nostri: in questo cantuccio "il terrore di Cartagine", a cui Roma è debitrice di essere stata invasa una sola volta, lavava via la stanchezza della fatica nei campi. Si dedicava ai lavori agricoli e vangava la terra di sua mano, come era costume degli antichi. Abitò sotto questo tetto così squallido e calpestò questo pavimento tanto rustico: ma adesso chi sopporterebbe di fare il bagno in questo modo? 6 Ci sembra di essere poveri e meschini se le pareti non risplendono di grandi e preziosi specchi, se i marmi alessandrini non sono adornati di rivestimenti numidici e la vernice, data con perizia e varia come un dipinto, non li ricopre da ogni parte, se il soffitto non è rivestito di vetro, se il marmo di Taso, che un tempo si ammirava, e di rado, in qualche tempio, non circonda le vasche, in cui immergiamo il corpo snervato dall'abbondante sudorazione, se l'acqua non sgorga da rubinetti d'argento. 7 E ancora parlo di bagni plebei: che dovrei dire arrivando ai bagni dei liberti? Quante statue, quante colonne che non sostengono niente, ma sono solo un elemento ornamentale e una dimostrazione della spesa sostenuta! Che volume d'acqua viene giù fragorosamente dai gradini. Siamo arrivati a un lusso tale che vogliamo avere sotto i piedi solo pietre preziose.

8 In questo bagno di Scipione più che finestre ci sono delle piccolissime feritoie praticate nel muro di pietra, perché la luce entri senza compromettere la solidità della casa: ma ora dicono che i bagni sono pieni di scarafaggi, se non sono fatti in modo da ricevere il sole tutto il giorno da finestre grandissime, se non ci si lava e ci si abbronza nello stesso tempo, se dalla vasca non si vedono la campagna e il mare. Perciò quei bagni che all'inaugurazione furono ammirati da un concorso di folla, sono ora relegati tra le cose vecchie: il lusso ha escogitato altre novità con cui superare se stesso. 9 Ma un tempo i bagni erano pochi e disadorni: perché si sarebbero dovuti abbellire edifici di scarso valore, destinati all'uso e non al piacere? L'acqua non sgorgava dal basso e non scorreva sempre nuova come da una fonte calda: per lavarsi dalla sporcizia secondo loro non aveva importanza che l'acqua fosse trasparente. 10 Ma, buon dio, come sarebbe bello entrare in quei bagni bui e ricoperti di intonaco da due soldi, sapendoli preparati per te dalle mani di un edile come Catone o Fabio Massimo o qualcuno dei Corneli! Quei nobilissimi edili avevano anche il compito di entrare nei locali destinati al popolo e di controllarne la pulizia e la temperatura, che doveva essere giusta e sana, non come quella escogitata ora, calda come un incendio, tanto da essere buona per scorticare vivo un servo colto in flagrante. Mi sembra che ormai non ci sia differenza tra un bagno caldo e uno bollente. 11 Di quanta rozzezza alcuni accusano oggi Scipione perché nel suo bagno non penetrava la luce da ampie finestre, perché non si cuoceva al sole e non aspettava di digerire in bagno! Sventurato! Non sapeva vivere. L'acqua con cui si lavava non era filtrata, anzi spesso era torbida e quando pioveva con più violenza, era quasi fangosa. E non gli importava molto di lavarsi in questo modo; andava a detergersi il sudore, non gli oli profumati. 12 Cosa pensi che dirà ora qualcuno? "Non invidio Scipione: è davvero vissuto in esilio uno che si lavava così." Anzi, se vuoi saperlo, non si lavava neppure tutti i giorni; secondo il racconto degli scrittori che ci hanno tramandato i costumi arcaici di Roma, i nostri antenati si lavavano le braccia e le gambe tutti i giorni, perché ovviamente lavorando si insudiciavano, mentre il resto del corpo se lo lavavano una volta alla settimana. Qualcuno a questo punto dirà: "È chiaro che erano molto sporchi." Secondo te che odore avevano? Di guerra, di fatica, di uomo. Dopo l'invenzione di questi bagni eleganti, c'è gente più sudicia. 13 Che cosa dice Orazio Flacco per ritrarre un uomo screditato e noto per la sua sfrenata lussuria?

Buccillo odora di pastiglie profumate.

Immagina un Buccillo di ora: si direbbe che puzza di caprone e lo si metterebbe al posto di quel Gargonio che lo stesso Orazio contrappone a Buccillo. È poco passarsi l'unguento una sola volta, bisogna ripetere l'operazione due o tre volte al giorno, perché non svanisca il profumo. E poi si vantano di questo odore come se fosse il loro!

14 Se questi discorsi ti sembrano troppo pesanti, dài la colpa alla villa di Scipione: qui ho imparato da Egialo, scrupolosissimo padre di famiglia (è lui ora il padrone di questa terra), che un albero, anche vecchio, lo si può trapiantare. Dobbiamo impararlo noi vecchi, che piantiamo tutti, senza eccezione, uliveti per gli altri. [...] 15 Coprirà anche te quell'albero che

cresce lentamente e darà ombra ai lontani nipoti,

come dice il nostro Virgilio; ma egli non mira a scrivere la verità, ma a scrivere con la massima eleganza e non vuole dare consigli agli agricoltori, ma deliziare chi legge. 16 Lasciando da parte tutti gli altri errori, voglio trascrivertene uno che ho dovuto osservare oggi:

In primavera si seminano le fave; i molli solchi accolgono pure te, erba medica; comincia anche la coltura annuale del miglio.

Puoi giudicare tu stesso se queste piante vanno seminate insieme e a primavera: mentre ti scrivo siamo a giugno, anzi, alla fine di giugno: ho visto raccogliere le fave e seminare il miglio nello stesso giorno.

17 Torniamo all'uliveto: ho visto piantare gli alberi in due modi: Egialo ha trapiantato con il loro ceppo i tronchi di grossi ulivi, dopo averne potato i rami a circa trenta centimetri dal fusto. Ne ha tagliato pure le radici, lasciando solo il nucleo centrale da cui si diramavano. Li ha, quindi, ficcati in una fossa dopo averli ben concimati; poi, non si è limitato ad ammassare la terra, ma l'ha calcata e pressata. 18 Dice che non c'è niente di più efficace di questa che lui chiama "pestatura". Evidentemente tiene lontano il freddo e il vento; inoltre il tronco è più saldo e questo permette alle nuove radici di crescere e abbarbicarsi al suolo: quando sono ancora tenere e non aderiscono bene al terreno, una scossa anche leggera le strappa. Quanto al ceppo, lo ha raschiato prima di coprirlo di terra; da qualsiasi pezzo di legno così scorticato, dice, spuntano nuove radici. Il tronco, poi, non deve sporgere dalla terra più di tre o quattro piedi: così si ricoprirà subito di gemme nella parte inferiore e non avrà come i vecchi ulivi la gran parte del fusto arida e secca. 19 Egli ha adottato anche un secondo sistema di trapianto: con lo stesso procedimento ha interrato dei rami forti e di corteccia tenera, come hanno in genere gli alberi giovani. Questi crescono un po' più tardi, ma poiché si sviluppano come dalla pianta, non sono brutti o secchi. 20 Ho visto anche separare una vecchia vite dall'albero di sostegno e trapiantarla; anche i filamenti delle sue radici, se possibile, vanno raccolti, quindi la vite va distesa accuratamente in modo che metta radici anche dal tronco. Le ho viste piantare non solo a febbraio, ma anche alla fine di marzo; e si sono abbarbicate e attaccate ai nuovi olmi. 21 Egialo sostiene che tutte queste piante, come dire, di alto fusto, vanno aiutate con acqua di cisterna; se i risultati sono buoni, non siamo più vincolati alla pioggia.

Ma non ho intenzione di darti altri insegnamenti per non fare di te un mio antagonista, come Egialo ha fatto di me. Stammi bene.

 

87

1 Ho fatto naufragio prima di imbarcarmi: non aggiungo come sia accaduto, perché non voglio che tu lo ritenga uno dei paradossi stoici; ma ti dimostrerò tu voglia o non voglia, che nessuno di essi è falso, né tanto singolare quanto sembra a prima vista.

Intanto questo viaggio mi ha insegnato quante cose inutili abbiamo e come sarebbe facile decidere di rinunziarvi: difatti, se ci capita di esserne privi per necessità, non ci accorgiamo della loro mancanza. 2 Con pochissimi servi, quanti ne ha potuto contenere una sola vettura, senza altri oggetti che quelli indosso, io e il mio amico Massimo già da due giorni viviamo qui felicissimi. Dormo su un materasso messo a terra; due mantelli fanno uno da lenzuolo, l'altro da coperta. 3 Il pranzo è ridotto al minimo indispensabile; è pronto in un'ora, non mancano mai i fichi secchi, mai le tavolette per scrivere; i fichi, se ho il pane, fanno da companatico, se non ce l'ho, da pane. Ogni giorno comincia per me un nuovo anno e io lo rendo propizio e fortunato con onesti pensieri ed elevando lo spirito, che raggiunge il suo culmine quando bandisce ciò che gli è estraneo e conquista la tranquillità eliminando ogni paura, e la ricchezza, eliminando ogni desiderio. 4 La vettura su cui mi sono sistemato è di campagna, le mule dimostrano di essere vive solo perché camminano; il mulattiere è scalzo, e non perché è estate. Mi costa molto non voler nascondere che è la mia; dura ancora in me un distorto senso del pudore e ogni volta che incontriamo un equipaggio più ricco, arrossisco senza volerlo: questo è un segno che i princìpî che apprezzo e lodo non sono ancora in me saldi e incrollabili. Se uno arrossisce di una vettura rozza, andrà orgoglioso di una sontuosa. 5 Ho fatto proprio pochi progressi: ancora non oso manifestare apertamente la mia frugalità; ancora mi preoccupo di ciò che pensano i passanti.

Avrei dovuto gridare contraddicendo l'opinione generale: "Pazzi, sbagliate; rimanete a bocca aperta di fronte a beni inutili e non valutate nessuno per ciò che è veramente suo. Quando si tratta del patrimonio, siete bravissimi a fare i conti in tasca a chi dovete prestare denaro o fare un favore, poiché anche i favori li mettete sotto la voce 'spese'; 6 ha vasti possedimenti, ma anche molti debiti; ha una bella casa, ma comprata con denaro preso a prestito; nessuno può vantare una servitù più imponente, ma non paga alla scadenza; se salderà i suoi debiti, non gli rimarrà niente. Anche con gli altri beni dovrete fare lo stesso per vedere quanto ciascuno possiede realmente." 7 Secondo te uno è ricco perché anche in viaggio si porta dietro stoviglie d'oro, ha terreni in ogni provincia, sfoglia un grosso libro di crediti, possiede fuori città tanto terreno quanto gli invidierebbero anche nella deserta pianura pugliese: elenca pure tutti i suoi averi, è povero. Perché? Perché è pieno di debiti. "A quanto ammontano?" chiedi. A tutto il patrimonio; a meno che tu non ritenga che faccia differenza se i prestiti si ricevono dagli uomini o dalla fortuna. 8 Che importa se le mule sono ben pasciute e tutte del medesimo colore? Se la carrozza è cesellata in oro?

I veloci cavalli bardati di porpora e con coperte variopinte: sui loro petti pendono ondeggiando ornamenti d'oro; coperti d'oro, masticano sotto i denti fulvo oro.

Questi fregi non possono rendere migliore né il padrone, né la cavalcatura. 9 M. Catone il Censore, la cui nascita giovò a Roma quanto quella di Scipione (l'uno combatté contro i nostri nemici, l'altro contro la corruzione), cavalcava un somaro e per di più carico delle bisacce, per portare con sé il necessario. Come vorrei che lo incontrasse uno di questi bellimbusti, che ostentano le loro ricchezze anche sulla via e hanno battistrada, e staffette numidiche a cavallo e sollevano un gran polverone davanti a loro. Senza dubbio sembrerebbe più raffinato di M. Catone e con un più folto seguito questo bel tipo che in mezzo a tanta lussuosa magnificenza è fortemente indeciso se si presterà a combattere con la spada o con il coltello. 10 Come erano belli quei tempi quando un condottiero, un comandante che aveva riportato il trionfo, un ex censore e soprattutto un Catone si contentava di un solo ronzino e neppure tutto per lui: parte lo occupavano i bagagli sospesi da entrambi i lati. A tutti questi puledri da trotto, ben pasciuti e di razza non preferiresti quell'unico cavallo strigliato dallo stesso Catone?

11 Mi rendo conto che su questo argomento si potrebbe continuare all'infinito, se non sarò io stesso a smetterla. Sui bagagli, perciò non aggiungerò più niente: chi per primo li ha chiamati "impedimenti" ha senza dubbio previsto come sarebbero diventati ai nostri giorni. Ora voglio riferirti ancora pochissimi sillogismi stoici sulla virtù che, sosteniamo, basta alla felicità.

12 "Ciò che è buono rende buoni (infatti anche in musica ciò che è buono rende musicisti); i beni fortuiti non rendono buoni, quindi non sono veri beni."

I Peripatetici confutano questo sillogismo dicendo che la premessa è falsa. "Non sempre ciò che è buono rende buoni. In musica c'è qualcosa di buono come il flauto, la cetra o qualche strumento adatto per suonare; nessuno di questi, tuttavia, rende musicista." 13 Ecco la nostra risposta: "Voi non capite che cosa intendiamo con ciò che è buono in musica. Non definiamo così gli strumenti a disposizione del musicista, ma ciò che lo rende tale: tu parli di strumenti musicali, non di musica. Ma se c'è qualcosa di buono proprio nell'arte musicale, questo renderà senz'altro musicisti." 14 Voglio spiegarmi ancora più chiaramente. In musica "buono" si intende in due modi: una cosa utile all'esecuzione musicale o una cosa utile all'arte: gli strumenti, flauti, organi, cetre, riguardano l'esecuzione, non l'arte in se stessa. L'artista è tale anche senza di essi: anche se, forse, non può mettere in pratica la sua arte. Questa duplicità di aspetti manca nell'uomo; il bene dell'uomo e della sua vita coincidono.

15 "Quello che può capitare agli uomini più spregevoli e disonesti non è un bene; le ricchezze capitano anche a un lenone e a un maestro di gladiatori, quindi, non sono beni."

"La premessa è falsa," dicono, "vediamo, infatti, che nella filologia, nella medicina, nell'arte nautica i beni càpitano anche alle persone più umili." 16 Ma queste arti non promettono grandezza d'animo, non si elevano verso l'alto, non disprezzano i beni fortuiti: la virtù innalza l'uomo e lo rende superiore alle cose care ai mortali; e non desidera troppo o teme i cosiddetti beni e mali. Chelidone, uno degli eunuchi di Cleopatra, possedeva un grande patrimonio. Non molto tempo fa, Natale, persona dalla lingua dissoluta e corrotta, nella cui bocca le donne si ripulivano, fu erede di molti ed ebbe molti eredi. E dunque? Fu il denaro a insozzare lui o fu lui a insozzare il denaro? La ricchezza cade su certuni come una moneta d'argento in una cloaca. 17 La virtù sta sopra tutto questo; viene valutata in base a quanto possiede veramente; non giudica un bene nessuno di quelli che possono capitare a chiunque. La medicina e l'arte di guidare una nave non impediscono a sé e a chi le pratica di ammirare tali beni; uno può non essere onesto e tuttavia essere medico o timoniere o letterato come, per bacco, essere cuoco. Se a uno capita di possedere una cosa fuori del comune, dirai che è fuori del comune; ognuno vale tanto quanto possiede. 18 Una cassetta vale in base al contenuto, anzi, ne diventa un elemento accessorio. Chi darebbe a un borsellino pieno un valore diverso da quello del denaro in esso contenuto? Lo stesso capita a chi possiede grandi patrimoni: ne è un elemento accessorio, un'appendice. Perché, dunque, il saggio è grande? Perché è grande interiormente. E allora è vero che quanto capita agli uomini più spregevoli non è un bene. 19 Perciò non dirò mai che l'insensibilità è un bene: ce l'ha la cicala, ce l'ha la pulce. E non dirò neppure che è un bene la tranquillità e il non avere fastidi: chi è più tranquillo di un verme? Chiedi qual è l'essenza del saggio? La stessa di dio. Devi riconoscergli qualcosa di divino, di celeste, di magnifico: il bene non capita a tutti e non ammette un possessore qualsiasi. 20 Guarda

quello che un terreno produce e quello che non fa attecchire: qui crescono più rigogliose le messi, qui l'uva, altrove gli alberi da frutto e la verde erba spontanea. Non vedi come il Tmolo ci mandi il profumato zafferano, l'India l'avorio, gli effeminati Sabei i loro incensi e i nudi Calibi il ferro?

 

21 Questi prodotti sono stati distribuiti in regioni diverse perché gli scambi commerciali fossero per gli uomini un'attività necessaria, dovendo cercare gli uni i prodotti degli altri. Anche il sommo bene ha una propria dimora; non nasce dove c'è l'avorio o il ferro. Chiedi qual è questa dimora? L'anima. Ma se non è pura e santa non può accogliere dio.

22 "Il bene non nasce dal male; la ricchezza nasce dall'avidità; quindi, la ricchezza non è un bene."

"Non è vero," ribattono, "che il bene non nasce dal male; il denaro può provenire da un sacrilegio o da un furto; pertanto il sacrilegio e il furto sono mali, ma perché producono più mali che beni; procurano sì un guadagno, ma unito a paura, preoccupazioni, tormenti spirituali e fisici." 23 Chiunque faccia queste affermazioni deve necessariamente considerare il sacrilegio un male, perché causa molti mali, e in parte anche un bene, perché causa qualche bene: ma che cosa può esserci di più mostruoso? Eppure siamo proprio convinti che il sacrilegio, il furto, l'adulterio si debbano considerare beni. Quanti non si vergognano di rubare, quanti si vantano di essere adulteri! Le colpe piccole vengono punite, quelle grandi sono addirittura celebrate trionfalmente. 24 Inoltre se il sacrilegio è in parte senz'altro un bene, sarà anche una cosa onesta e verrà considerato un'azione virtuosa [...], ma nessun uomo può pensarlo. Quindi, da un male non possono nascere beni. Se, infatti, come dite, il sacrilegio è un male solo perché causa molto male, se gli condoniamo la pena e gli assicuriamo l'impunità, sarà sotto ogni aspetto un bene. Ma i delitti hanno in se stessi la loro più grave punizione. 25 Sbagli, ti dico, a rinviare la pena al boia o al carcere: i delitti vengono puniti subito appena sono commessi, anzi, mentre vengono commessi. Da un male non nasce un bene, come un fico non nasce da un ulivo: ogni seme dà i suoi frutti, e i beni non possono degenerare. Da un'azione turpe non ne deriva una onesta, così da un male non deriva un bene; perché bene e onestà coincidono.

26 Certi Stoici ribattono così: "Supponiamo che il denaro sia un bene, da qualunque parte provenga; perciò anche se deriva da un sacrilegio, il denaro non è sacrilego. Eccoti un esempio. In uno stesso scrigno c'è dell'oro e una vipera: se dallo scrigno prendi l'oro, non lo prendi perché lì c'è anche una vipera; voglio dire, lo scrigno mi dà l'oro non perché contiene una vipera, ma mi dà l'oro, pur contenendo anche una vipera. Allo stesso modo da un furto sacrilego si ricava un guadagno, non perché il sacrilegio è un'azione infame e scellerata, ma perché procura anche un guadagno. Come in quello scrigno il male è la vipera e non l'oro che le sta accanto, così nel sacrilegio il male è l'azione delittuosa, non il guadagno." 27 Non sono d'accordo; le due situazioni sono molto diverse. Nel primo caso posso prendere l'oro senza la vipera, nel secondo non posso ricavare un guadagno senza commettere il sacrilegio; questo guadagno non è vicino al delitto: vi è strettamente unito.

28 "Quello che conseguiamo a prezzo di molti mali, non è un bene; la ricchezza la conseguiamo a prezzo di molti mali; quindi, la ricchezza non è un bene."

"La vostra premessa," dicono, "può significare due cose: primo, che conseguiamo la ricchezza a prezzo di molti mali. Ma anche la virtù la conseguiamo a prezzo di molti mali: qualcuno durante un viaggio per motivi di studio ha fatto naufragio, qualche altro è stato fatto prigioniero. 29 Il secondo significato è questo: non è un bene ciò che è causa di mali. Dalla vostra premessa non consegue che la ricchezza o i piaceri sono per noi causa di mali; oppure, se la ricchezza è causa di molti mali, la ricchezza non solo non è un bene, ma è addirittura un male; voi, invece, sostenete soltanto che non è un bene. Inoltre," continuano, "ammettete che la ricchezza abbia una certa utilità e la considerate tra i vantaggi. Ma per la stessa ragione non sarà neppure un vantaggio, perché ci causa molti mali." 30 Alcuni controbattono così: "Sbagliate imputando i mali alla ricchezza. In realtà essa non danneggia nessuno: a ciascuno il danno lo porta o la propria stoltezza o la malvagità degli altri, così come la spada di per sé non uccide nessuno: è un'arma per l'assassino. Perciò se la ricchezza ti danneggia, la colpa non è della ricchezza." 31 Più giusta, a mio parere, la tesi di Posidonio: egli afferma che la ricchezza causa il male, non perché sia essa stessa a produrlo, ma perché spinge gli altri a farlo. Una cosa è la causa efficiente, che di necessità provoca direttamente il male, un'altra è la causa antecedente. La ricchezza è la causa antecedente: esalta gli animi, genera arroganza, provoca l'invidia e fa uscire di senno al punto che il credito derivante dal denaro, anche se ci danneggerà, ci riesce gradito. 32 Tutti i beni, invece, devono essere immuni da colpa; sono puri, non corrompono l'anima, non la turbano; ci innalzano e ci dilatano, ma senza renderci superbi. I veri beni ci rendono sicuri, la ricchezza arroganti; i veri beni generano grandezza d'animo, la ricchezza tracotanza. La tracotanza non è altro che una falsa apparenza di grandezza. 33 "In questo modo," dicono, "la ricchezza, non soltanto non è un bene, ma è anche un male." Sarebbe un male se essa stessa provocasse il male, se, come ho detto, fosse la causa efficiente: invece, è la causa antecedente che non solo eccita gli animi, ma li trascina; diffonde del bene un'immagine verosimile cui la maggioranza presta fede. 34 Anche la virtù è una causa antecedente: suscita invidia; molti sono invidiati per la loro saggezza, molti per la loro giustizia. Ma questa causa non ce l'ha in sé la virtù e non è verosimile; al contrario la virtù offre all'anima umana quell'aspetto più verosimile che la richiama all'amore e all'ammirazione.

35 Posidonio dice che il sillogismo bisogna formularlo così: "Le cose che non danno all'anima né grandezza, né sicurezza, né tranquillità non sono beni; la ricchezza, la salute e altre cose simili non dànno niente di tutto questo; dunque, non sono beni." Egli dà a questo sillogismo un senso ancora più ampio: "Le cose che non dànno all'anima né grandezza, né sicurezza, né tranquillità, anzi provocano superbia, orgoglio, arroganza, sono mali; ad essi ci spingono i doni della fortuna, quindi non sono beni."

36 "Secondo questo ragionamento," si ribatte, "non saranno neppure dei vantaggi." Vantaggi e beni sono due cose diverse: per vantaggio si intende ciò che porta più utilità che fastidio; il bene, invece, deve essere genuino e completamente innocuo. Non è un bene quello che è più utile, ma quello che è solamente utile. 37 Il vantaggio, inoltre, tocca agli animali, agli uomini imperfetti, agli stolti. Può essere perciò unito a uno svantaggio, ma viene definito un vantaggio in base agli elementi predominanti: il bene riguarda solo il saggio e deve essere incontaminato.

38 Coraggio: ti resta un solo nodo, anche se difficile, da sciogliere: "Dai mali non nasce il bene; da molte povertà nasce la ricchezza; dunque la ricchezza non è un bene."

I filosofi stoici non riconoscono questo sillogismo, i peripatetici, invece, lo formulano e lo risolvono. Dice Posidonio che questo sofisma trattato in tutte le scuole dai dialettici, viene così confutato da Antipatro: 39 "La povertà non viene definita per possesso, ma per detrazione (o, come dicevano gli antichi, per privazione; i Greci dicono kat¦ stšrhsin), non indica quello che si possiede, ma quello che non si possiede. Con molti vuoti non si può riempire niente: la ricchezza la formano molti beni, non molte carenze. Voi non intendete la povertà nel modo dovuto. Povertà non è possedere poche cose, ma non possederne molte; non viene definita da quanto possiede, ma da quanto le manca."

40 Quello che intendo, l'esprimerei più facilmente se ci fosse una parola latina per indicare $Píõðáñîßá$. Antipatro la ascrive alla povertà: secondo me la povertà è unicamente possedere poco. Se un giorno avremo tempo, esamineremo che cosa siano in sostanza la ricchezza e la povertà, ma anche allora considereremo se non sia meglio mitigare la povertà e togliere superbia alla ricchezza piuttosto che discutere sulle parole, come se sulla sostanza si fosse già formulato un giudizio. 41 Supponiamo di partecipare a una adunanza popolare: viene proposta una legge per l'abolizione della ricchezza. La sosterremo o la combatteremo con questi sillogismi? Otterremo con essi che il popolo romano ricerchi e apprezzi la povertà, base e origine del suo impero, e tema la sua ricchezza; che pensi di averla trovata presso i popoli vinti e che da qui intrighi, corruzione, disordini si siano riversati in una città modello assoluto di purezza e di temperanza; che le prede di guerra vengano ostentate con troppa superbia, che i beni strappati da un solo popolo a tutti gli altri, possano più facilmente essere strappati da tutti i popoli a uno solo? È meglio persuaderlo di ciò e vincere le passioni che esprimersi con giri di parole. Parliamo, se è possibile, con più forza; se no, con maggiore chiarezza. Stammi bene.

 

88

1 Tu vuoi sapere che cosa penso degli studi liberali: non stimo, non considero un bene studi che sfociano in un guadagno. Sono arti venali, utili se esercitano la mente, ma non la occupano del tutto. Bisogna dedicarvisi finché l'animo non è in grado di trattare una materia più impegnativa; sono il nostro tirocinio, non il nostro lavoro. 2 Perché si chiamano studi liberali lo capisci: perché sono degni di un uomo libero. Ma l'unico studio veramente liberale è quello che rende liberi, cioè lo studio della saggezza, sublime, forte, nobile: gli altri sono insignificanti e puerili. Pensi che in questi studi di cui sono maestri gli uomini più infami e dissoluti ci sia qualcosa di buono? Queste cose non dobbiamo impararle, ma averle imparate.

Secondo certi filosofi bisogna chiedersi se gli studi liberali possono formare l'uomo virtuoso: in realtà essi non se lo ripromettono né aspirano a questa scienza. 3 La filologia si rivolge allo studio della lingua e, se vuole spaziare di più, alla storia; e arriva, come limite estremo, alla poesia. Quale di queste materie spiana la via alla virtù? La scansione delle sillabe, la proprietà di linguaggio, la tradizione mitica, le leggi e la misura dei versi? Che cosa di tutto questo cancella la paura, libera dalle passioni, frena l'intemperanza? 4 Passiamo alla geometria e alla musica: non vi troverai niente che inibisca timori, desideri: se uno ignora questo, è inutile che conosca altro.

‹Bisogna vedere› se costoro insegnano la virtù o no: se non la insegnano, non possono neppure trasmetterla; se la insegnano, sono filosofi. Vuoi renderti conto come non si siano mai soffermati a insegnare la virtù? Guarda come sono dissimili tra loro gli studi di tutti questi: se insegnassero la stessa cosa, dovrebbe esserci somiglianza. 5 A meno che, per caso, non ti persuadano che Omero fu un filosofo, quando lo negano i fatti in base ai quali traggono le loro conclusioni; ora lo presentano come uno stoico che apprezza solamente la virtù, fugge i piaceri e non si allontana dalla rettitudine neppure a prezzo dell'immortalità; ora come un epicureo, che loda la condizione di una città tranquilla dove si vive tra banchetti e canti; ora come un peripatetico, che elenca tre tipi di beni; ora come un accademico, che sostiene che tutto è incerto. È chiaro che in lui non è radicato nessuno di questi sistemi filosofici, dal momento che compaiono tutti e sono in contrasto tra loro. Ammettiamo che Omero fu un filosofo: certo divenne saggio prima di conoscere la poesia; e allora impariamo la disciplina che ha reso Omero saggio. 6 Secondo me non è importante chiedersi se nacque prima Omero o Esiodo, come non è importante sapere perché Ecuba, pur essendo più giovane di Elena, portasse tanto male gli anni. Perché, dico, ritieni di grande interesse indagare sugli anni di Patroclo e di Achille? 7 Vuoi sapere in che paesi andò errando Ulisse invece di fare in modo che noi non andiamo sempre errando? Non c'è tempo di ascoltare se fu sbattuto fra l'Italia e la Sicilia, oppure oltre i confini del mondo a noi conosciuto, visto che non avrebbe potuto vagare così a lungo in uno spazio tanto ristretto: tempeste interiori ci sballottano quotidianamente e la dissolutezza ci caccia in tutti i guai di Ulisse. Non manca certo la bellezza a turbare i nostri occhi, né i nemici; da una parte mostri feroci bramosi di sangue umano, dall'altra voci lusinghiere e insidiose, più avanti naufragi e sventure di ogni tipo. Insegnami piuttosto come amare la patria, la moglie, il padre, come, pur avendo fatto naufragio, possa dirigermi verso il porto della virtù. 8 Perché cerchi di sapere se Penelope fosse una donna impudica e avesse ingannato i suoi contemporanei? Se prima di saperlo sospettasse già di essere di fronte a Ulisse? Insegnami che cos'è la pudicizia e quanto bene vi è racchiuso, se ha sede nel corpo o nell'anima.

9 Passo alla musica. Tu mi insegni come le note gravi si accordino a quelle acute, come si armonizzino i suoni diversi emessi dalle corde degli strumenti: fa' piuttosto in modo che il mio animo sia coerente con se stesso, che le mie decisioni non siano in contrasto. Tu mi indichi quali sono i suoni lamentosi: mostrami piuttosto come non debba lamentarmi in mezzo alle sventure.

10 Il geometra mi insegna a misurare i latifondi, invece che insegnarmi quanto basta a un uomo. Mi insegna a fare i conti prestando le dita alla mia avidità: mi insegni piuttosto che questi calcoli non hanno nessuna importanza, che non è più felice chi possiede un patrimonio tale da stancare i ragionieri; anzi possiede beni superflui e sarà infelicissimo se è costretto a contare da sé i suoi averi. 11 A che mi serve saper dividere un podere, se non so dividerlo con mio fratello? A che mi serve misurare con precisione i piedi di un iugero e accorgermi di una differenza sfuggita al metro, se basta ad amareggiarmi un vicino prepotente che si appropria di un po' del mio terreno? Mi insegna come non perdere niente dei miei possedimenti: ma io voglio imparare come perderli tutti senza perdere il buonumore. 12 "Vengo scacciato dal campo che fu di mio padre e dei miei nonni." E allora? Prima di tuo nonno chi ne era il padrone? Sei in grado di scoprire non dico a che uomo, ma a quale popolo appartenne? Ci sei entrato come colono non come padrone. Di chi sei colono? Se ti va bene, dell'erede. I giuristi sostengono che il diritto di usucapione non vale per i beni pubblici: la terra che occupi, che definisci tua, è pubblica e precisamente appartiene al genere umano. 13 Che scienza straordinaria! Sai misurare il cerchio, fai la quadratura di una qualsiasi figura geometrica, calcoli la distanza delle stelle, non c'è niente che tu non sia capace di misurare: se sei veramente esperto, misura l'anima dell'uomo, di' quanto è grande e quanto è meschina. Sai qual è la linea retta: a che ti serve, se ignori cos'è retto nella vita?

14 Veniamo ora all'astrologia che si vanta di conoscere i corpi celesti:

dove si ritiri la gelida stella di Saturno, quali orbite percorra nel cielo il pianeta Mercurio.

A che serve conoscere tutto questo? Per preoccuparmi quando Saturno e Marte saranno in opposizione o quando Mercurio tramonterà la sera in vista di Saturno? È meglio che impari che gli astri, dovunque si trovino, sono propizi e immutabili. 15 Li spinge un ordine continuo e fatale e una corsa ineluttabile; l'uno dopo l'altro ritornano periodicamente e determinano tutti gli eventi o li preannunciano. Ma se sono la causa diretta di qualunque avvenimento, a che servirà la conoscenza di un fatto ineluttabile? E se lo preannunciano solamente, che importa prevedere una cosa a cui non si può sfuggire? Lo sai, non lo sai; accadrà lo stesso.

 

16 Ma se osserverai il sole nella sua rapida corsa e le stelle nel loro ordinato cammino, non ti ingannerà mai il domani e non verrai sorpreso dalle insidie di una notte serena.

Ho preso precauzioni più che sufficienti per mettermi al sicuro dalle insidie. 17 "Il domani non mi ingannerà? Gli imprevisti ingannano." Non so che cosa accadrà, ma so che cosa può accadere. Non cercherò di scongiurare nulla, mi aspetto tutto: se qualche disgrazia mi viene risparmiata, me ne rallegro. L'ora che mi risparmia, mi inganna, ma neppure così mi inganna. Io so che tutto può accadere, come so che non è sicuro che accada. Perciò aspetto gli eventi propizi e sono pronto a quelli sfavorevoli.

18 Non seguo la via già tracciata, concedimelo; non mi va di comprendere tra le arti liberali i pittori, gli scultori, i marmisti o gli altri servi del lusso. Analogamente escludo da queste occupazioni liberali i lottatori e l'arte che consiste interamente nel lordarsi d'olio e di fango; oppure dovrei includere anche i profumieri, i cuochi e tutti gli altri che mettono il loro acume al servizio dei nostri piaceri. 19 Ma, via, che hanno di liberale questi vomitatori a digiuno, grassi di corpo, emaciati e torpidi nello spirito? Oppure pensiamo che in questo consista lo studio liberale per la gioventù di oggi, mentre i nostri antenati la esercitavano a scagliare le lance in posizione eretta, a vibrare il bastone, a spronare il cavallo, a maneggiare le armi? Non insegnavano ai loro figli niente che potessero imparare standosene coricati. Ma né le une, né le altre attività insegnano o alimentano la virtù; a che serve saper guidare un cavallo e frenare la sua corsa, se ci facciamo trascinare dalle passioni più sfrenate? A che serve vincere tanti atleti nella lotta o nel pugilato ed essere poi vinti dall'ira?

20 "E allora? Gli studi liberali non ci sono per niente utili?" In altri campi sì, molto, per la virtù no; anche le arti manuali chiaramente vili, benché servano moltissimo a corredare la vita, non riguardano la virtù. "Perché, dunque, insegniamo ai figli gli studi liberali?" Non perché possono dare la virtù, ma perché preparano l'anima ad accoglierla. Come i primi rudimenti di lingua che vengono dati ai fanciulli, gli antichi li chiamavano litteratura, non insegnano le arti liberali, ma ne predispongono l'apprendimento, così le arti liberali non conducono l'anima alla virtù, ma la preparano ad essa.

21 Posidonio classifica le arti in quattro generi: quelle popolari e vili, quelle ricreative, quelle per i fanciulli, quelle liberali. Le arti popolari sono proprie degli artigiani e si basano sul lavoro manuale; servono alle necessità pratiche della vita: in esse non c'è riproduzione di bellezza morale, né di virtù. 22 Le arti ricreative tendono al piacere della vista e dell'udito; tra esse bisogna includere quella dei costruttori progettisti di macchine teatrali, che si sollevano da sole, e di palchi, che si alzano silenziosamente e compiono diversi altri spostamenti improvvisi, o perché si separano elementi prima uniti, o perché si uniscono da sé pezzi staccati, o perché a poco a poco si abbassano parti che stavano in alto. Questi macchinari colpiscono la gente ignorante che guarda ammirata, non conoscendone le cause, tutti gli improvvisi cambiamenti. 23 Sono per i ragazzi e assomigliano in qualcosa alle arti liberali, quelle che i greci chiamano $dãêýêëéïé$ e noi "liberali". Ma le sole arti liberali, anzi, per meglio dire, libere, sono quelle che si occupano della virtù.

24 "Come c'è una branca della filosofia - si dice - che studia la natura, una la morale, una la logica, così anche questa massa di arti liberali rivendica un posto nella filosofia. Quando si indaga sui fenomeni naturali, ci si basa sulle dimostrazioni geometriche; la geometria è utile alla filosofia, dunque ne fa parte." 25 Molte cose ci sono di aiuto, ma non per questo sono parte di noi; anzi, se lo fossero, non ci sarebbero di aiuto. Il cibo aiuta il corpo, ma non ne fa parte. La geometria ci presta un servizio: è necessaria alla filosofia, come alla geometria è necessario chi fabbrica gli strumenti; ma né costui è parte della geometria, né la geometria della filosofia. 26 Entrambe, inoltre, hanno fini propri; il saggio ricerca e conosce le cause dei fenomeni naturali, mentre il geometra ne determina e ne calcola la quantità e la grandezza. Il saggio sa su quali leggi si basino i corpi celesti, qual è la loro forza e la loro natura: il matematico calcola i loro corsi e ricorsi e certe orbite lungo le quali essi sorgono e tramontano e sembrano talvolta stare immobili, fenomeno impossibile per i corpi celesti. 27 Il saggio saprà perché un'immagine si rifletta nello specchio; il geometra può dirti quale deve essere la distanza tra un corpo e la sua immagine e quale forma di specchio restituisca una certa immagine. Il filosofo dimostrerà che il sole è grande; il matematico, basandosi sull'esperienza e la pratica, dirà quanto è grande. Ma per procedere deve impadronirsi di certi princìpî; e non è indipendente quella scienza priva di basi proprie. 28 La filosofia non chiede niente agli altri, erige interamente l'edificio fin dalle fondamenta: la matematica è, come dire, "usufruttuaria", costruisce su terreno altrui; da qui trae i primi elementi e grazie ad essi va avanti. Se si muovesse verso la verità con le sue forze, se fosse in grado di comprendere la natura dell'intero universo, direi che sarebbe apportatrice di un grande contributo al nostro spirito: esso si sviluppa trattando i fenomeni celesti e trae vantaggi dall'alto.

C'è una sola cosa che può rendere l'animo perfetto, la scienza immutabile del bene e del male; nessun'altra arte indaga sul bene e sul male. 29 Prendiamo ora in considerazione le singole virtù. La fortezza disprezza le cose che spaventano; disdegna, sfida, vince le paure che soggiogano la nostra libertà: le arti liberali possono forse rafforzarla? La lealtà è il bene più sacro dell'anima umana, nessuna circostanza può costringerla all'inganno, non si lascia corrompere da nessuna ricompensa: "Brucia," grida, "colpisci, uccidi; non tradirò ma più si vorrà con la sofferenza scoprire i miei segreti, più li terrò nascosti." Possono forse gli studi liberali formare animi del genere? La temperanza domina i piaceri, alcuni li ha in odio e li elimina, altri li regola e li riconduce a una sana misura, e non vi si accosta mai per loro stessi; sa che la misura migliore dei nostri desideri è prendere non quanto vogliamo, ma quanto dobbiamo. 30 Il senso di umanità ci impedisce di essere superbi e sgarbati con il prossimo; nelle parole, nelle azioni, nei sentimenti si mostra cortese e disponibile con tutti; fa suoi i mali degli altri e ama il suo bene soprattutto quando può essere un bene per gli altri. Gli studi liberali ci insegnano forse un simile comportamento? No, e non ci insegnano la semplicità, la modestia, la moderazione e neppure la frugalità e la parsimonia, né la clemenza che risparmia il sangue altrui come se fosse il proprio e sa che l'uomo non deve abusare di un suo simile.

31 "Voi sostenete," ribattono, "che senza gli studi liberali non si raggiunge la virtù; come potete affermare allora che non contribuiscono alla virtù?" Perché neppure senza cibo si arriva alla virtù e tuttavia il cibo non è in relazione con la virtù; il legno non dà nessun apporto sostanziale alla nave, eppure non si può costruire una nave senza legno: non c'è motivo di credere, intendo dire, che una cosa sia di aiuto per un'altra, se senza di essa non la si può fare. 32 Si può anche affermare che possiamo raggiungere la saggezza senza gli studi liberali; difatti, sebbene la virtù si debba apprenderla, tuttavia non la si apprende per mezzo loro. Perché dovrei ritenere che non diventerà saggio chi ignora le lettere, quando la saggezza non consiste nelle lettere? Essa insegna cose, non parole, e non so se sia più affidabile quel tipo di memoria che non ha altro aiuto all'infuori di se stessa. 33 La saggezza è cosa grande e vasta; ha bisogno di uno spazio sgombro; si devono acquisire nozioni sull'umano e il divino, sul passato e il futuro, sull'effimero e l'eterno, sul tempo. E su questo solo argomento guarda quanti problemi sorgono: primo, se sia qualcosa di per sé; poi, se ci sia qualcosa prima del tempo e senza tempo; se è cominciato col mondo oppure, visto che dev'essere esistito qualcosa prima del mondo, se anche il tempo sia esistito prima del mondo. 34 Innumerevoli questioni si pongono poi solo intorno all'anima: la sua origine, la sua natura, quando cominci a esistere, quanto viva, se passi da un luogo all'altro e cambi sede, gettata nelle spoglie ora di uno, ora di un altro animale, oppure sia schiava solo una volta e, liberata, vaghi nell'universo; se sia o no corporea; che cosa farà quando finirà di agire per mezzo nostro, come farà uso della sua libertà una volta fuggita da questa gabbia; se dimentichi la vita precedente e cominci a conoscere se stessa dal momento in cui, distaccatasi dal corpo, sale in cielo. 35 Qualsiasi parte delle questioni umane e divine prenderai in considerazione, sarai spossato dall'ingente quantità di quesiti e di nozioni. Eliminiamo dal nostro animo le nozioni superflue perché questi problemi così numerosi e importanti possano trovare campo libero. La virtù non si va a rinchiudere in stretti confini; una cosa grande necessita di un ampio spazio. Bisogna scacciare tutto dal proprio petto e lasciarlo sgombro per la virtù.

36 "Ma mi piace conoscere molte scienze." Rammentiamone solo lo stretto necessario. Oppure secondo te è riprovevole chi raccoglie oggetti superflui e in casa fa sfoggio di preziose suppellettili, e non chi ha la mente ingombra di inutili suppellettili letterarie? Voler conoscer più del necessario è una forma di intemperanza. 37 Che dire poi di questa avida ricerca delle arti liberali che ci rende importuni, prolissi, intempestivi, compiaciuti di noi stessi e incapaci di apprendere il necessario, perché abbiamo imparato il superfluo? Il grammatico Didimo scrisse quattromila libri: ne avrei compassione se solo avesse letto una simile mole di inutilità. In questi libri si discute sulla patria di Omero, sulla vera madre di Enea, se Anacreonte fu più dedito al sesso che al vino, se Saffo fu una donna di malaffare e altre questioni che, se si conoscessero, sarebbe bene disimparare. Su, e adesso nega che la vita sia lunga!

38 Ma anche quando arriveremo alle dottrine stoiche, ti mostrerò che bisogna sfrondare molto a colpi di scure. Gran perdita di tempo e gran fastidio agli ascoltatori costa questo elogio: "Che uomo colto!" Accontentiamoci invece di questo titolo più semplice: "Che brav'uomo!" 39 Non è così? Sfoglierò gli annali di tutti i popoli per cercare chi fu il primo poeta? E non disponendo dei fasti, farò il conto di quanti anni intercorrono tra Orfeo e Omero? Esaminerò le note con cui Aristarco segnava i versi spuri e consumerò la mia vita sulle sillabe? Rimarrò lì a tracciare figure geometriche sulla polvere? Ho dimenticato fino a questo punto quel famoso salutare precetto: "Risparmia il tempo"? Dovrei conoscere questi argomenti? E che cosa dovrei ignorare? 40 Il grammatico Apione, che al tempo di Caligola girò per tutta la Grecia e fu accolto da tutte le città in nome di Omero, sosteneva che Omero, portate a termine sia l'Iliade che l'Odissea, aggiunse un proemio alla sua opera, in cui comprendeva tutta la guerra di Troia. Come prova di questa affermazione adduceva il fatto che il poeta aveva inserito di proposito nel primo verso due lettere che indicavano il numero dei suoi libri. 41 Se uno vuole sapere molto, deve saperle queste cose!

Non vuoi pensare quanto tempo ti sottraggono le malattie, gli affari pubblici e privati, le occupazioni giornaliere, il sonno? Misura la tua vita: non può contenere tante cose. 42 Io parlo degli studi liberali: ma i filosofi, a quanti problemi superflui e inutili si dedicano! Anch'essi si sono abbassati a distinguere le sillabe e a studiare le proprietà delle congiunzioni e preposizioni, hanno avuto invidia dei grammatici e dei geometri; quanto c'era di inutile nelle discipline di quelli, l'hanno trasferito nella propria. Il risultato è che sanno parlare con più precisione di quanto vivono. 43 Senti come è dannosa l'eccessiva sottigliezza e come è nemica della verità. Protagora sostiene che si possono addurre argomentazioni ugualmente valide pro e contro su ogni questione, compresa questa: se su ogni questione si possono addurre argomentazioni pro e contro. Nausifane sostiene che di tutte le cose che sembrano esistere niente è più probabile che la loro non esistenza. 44 Parmenide afferma che di tutte le cose che appaiono, niente esiste se non l'uno. Zenone di Elea eliminò dal problema ogni problema: sostiene che non esiste niente. All'incirca dello stesso argomento si occupano i Pirroniani, i Megarici, gli Eretici, gli Accademici, che hanno introdotto una nuova scienza, non sapere niente. 45 Butta tutte queste teorie nello sterile branco degli studi liberali; gli uni mi insegnano una scienza inutile, gli altri mi tolgono ogni speranza di conoscenza. Conoscere il superfluo è meglio che non conoscere niente. Gli uni non portano una luce che indirizzi gli occhi alla verità, gli altri gli occhi me li cavano addirittura. Se credo a Protagora, nella natura esiste solo il dubbio; se credo a Nausifane, c'è una sola certezza, che niente è certo; se credo a Parmenide, niente esiste, se non l'uno; se credo a Zenone, non esiste neppure l'uno. 46 Che siamo noi, dunque? Che cosa sono le cose che ci circondano, ci nutrono, ci sostengono? Tutta la natura è un'ombra o vana o ingannevole. Non mi sarebbe facile dirti con chi ce l'ho di più, se con quei filosofi che ci hanno voluto privare di ogni conoscenza o con quelli che non ci hanno lasciato neppure questo: non avere nessuna conoscenza. Stammi bene.

 

LIBRO QUATTORDICESIMO

 

 

89

1 Tu desideri una cosa utile e necessaria per chi è ansioso di raggiungere la saggezza, cioè dividere la filosofia, e il suo corpo smisurato distinguerlo in membra: alla conoscenza del tutto è più facile arrivarvi attraverso le singole parti. Come si presenta ai nostri occhi l'aspetto generale dell'universo, magari potesse dispiegarsi così davanti a noi l'intera filosofia in uno spettacolo assai vicino a quello dell'universo! Certo strapperebbe ai mortali tutti l'ammirazione, lasceremmo da parte ciò che ora riteniamo grande per ignoranza di ciò che è veramente grande. Ma poiché questo è impossibile, dobbiamo volgere lo sguardo sulla filosofia nello stesso modo in cui si scrutano i segreti dell'universo. 2 L'animo del saggio ne abbraccia l'intera mole e la percorre non meno velocemente di quanto i nostri occhi percorrano il cielo; ma a noi che dobbiamo squarciare la nebbia e abbiamo una vista limitata alla realtà vicina, si mostrano più facilmente i singoli elementi perché siamo ancora incapaci di una visione globale. Ti accontenterò dunque, in quello che chiedi e dividerò la filosofia in parti, ma non in frammenti. È utile dividerla, non sminuzzarla: le cose molto piccole è difficile capirle quanto quelle molto grandi. 3 Il popolo è distinto in tribù, l'esercito in centurie; quando una cosa assume dimensioni ragguardevoli, si riconosce più facilmente se viene distinta in parti, ma, come ho già detto, non devono essere innumerevoli e troppo piccole. La mancanza di divisione e l'eccessivo frazionamento hanno lo stesso difetto: tutto quello che è ridotto in briciole è simile ad un ammasso confuso.

4 Comincerò, pertanto, se sei d'accordo, con lo spiegarti la differenza tra saggezza e filosofia. La saggezza è il bene supremo della mente umana; la filosofia è amore e desiderio per la saggezza: tende là dove la saggezza è arrivata. È chiaro perché si chiama filosofia; il suo stesso nome dichiara che cosa ama. 5 Qualcuno ha definito la saggezza la scienza del divino e dell'umano; per altri la saggezza è conoscenza del divino, dell'umano e delle loro cause. Questa mi sembra un'aggiunta superflua: le cause del divino e dell'umano rientrano nel divino. Anche per la filosofia si sono trovate decine e decine di definizioni; è stata chiamata da alcuni ricerca della virtù, da altri ricerca di ben indirizzare la mente, e anche desiderio di una ragione retta. 6 Per quasi unanime consenso si indica una differenza tra filosofia e saggezza: l'oggetto e il soggetto di una aspirazione non possono identificarsi. Come tra avarizia e denaro c'è una profonda differenza, perché l'avarizia agogna e il denaro è agognato, lo stesso succede tra filosofia e saggezza: la seconda è conseguenza e compenso della prima; quella viene, all'altra si va. 7 I Greci dànno alla saggezza il nome di $óïößá$. È un termine che un tempo adoperavano anche i romani, così come ora usano filosofia; la testimonianza la trovi nelle antiche commedie togate e nell'epigrafe del monumento di Dossenno:

Férmati, forestiero, e leggi la sofia di Dossenno.

 

8 Certi Stoici, benché la filosofia sia ricerca di virtù, e la virtù sia oggetto della ricerca, mentre la filosofia ricerca, non hanno ritenuto che i due elementi potessero essere disgiunti, perché non esiste filosofia senza virtù, né virtù senza filosofia. La filosofia è ricerca di virtù, ma attraverso la virtù stessa; e la virtù non può esistere senza la ricerca di sé, né la ricerca della virtù senza la virtù. Quando si cerca di colpire un oggetto da lontano, da una parte c'è chi tira, dall'altra il bersaglio; nella virtù, invece, non c'è separazione; le strade che conducono alle città sono fuori dalle città: ma le vie che conducono alla virtù non sono fuori dalla virtù: alla virtù si arriva attraverso di essa, e filosofia e virtù sono strettamente legate.

9 Secondo la maggioranza dei più grandi scrittori, le parti della filosofia sono tre: morale, fisica e logica. La prima regola l'anima, la seconda indaga la natura, la terza esamina la proprietà del linguaggio, l'ordinata disposizione delle parole, le argomentazioni, perché il falso non si insinui al posto del vero. Ma si possono trovare altri che dividono la filosofia in un numero minore o maggiore di parti. 10 Certi Peripatetici aggiungono una quarta parte, la politica, in quanto richiede una sua pratica e si interessa di una materia diversa. Altri aggiungono la parte cosiddetta $ïkêïíïìéêÞ$, la scienza dell'amministrazione del patrimonio; e, infine, c'è chi distingue i differenti generi di esistenza. Sono tutti elementi riconducibili alla morale. 11 Gli Epicurei sostenevano che le parti della filosofia sono due, fisica e morale: eliminavano la logica. Poi, costretti dalla realtà a sceverare le incertezze e a individuare il falso nascosto sotto l'apparenza della verità, hanno introdotto anch'essi un settore chiamato "norme di giudizio", che è un altro nome per logica, ma per loro si tratta di un'appendice della fisica. 12 I Cirenaici hanno eliminato la fisica e la logica, accontentandosi della morale, per poi recuperare anche loro in altro modo quello che hanno rimosso; suddividono, infatti, la morale in cinque parti; la prima riguarda ciò che va fuggito e cercato, la seconda le passioni, la terza le azioni, la quarta le cause, la quinta gli argomenti. Ma le cause fanno parte della fisica, gli argomenti della logica 13 Aristone di Chio arrivò a definire la fisica e la logica non solo superflue, ma addirittura nocive; e arriva anche a limitare la morale, unica superstite. Ha soppresso, infatti, la precettistica attribuendola al pedagogo, non al filosofo, come se il saggio fosse qualcosa di diverso dal pedagogo del genere umano.

14 Dato che la filosofia consta di tre parti, cominceremo a passare in rassegna per prima la morale, che a sua volta si è deciso di distinguere in tre parti: la prima è l'esame di ciò che tocca a ciascuno e la determinazione del valore di ogni cosa, còmpito della massima utilità, perché non c'è niente di più necessario che attribuire la giusta stima alle cose. La seconda è l'esame degli impulsi, la terza delle azioni. In primo piano c'è il giudizio sul valore di ogni cosa, in secondo il tendervi in maniera regolare e misurata, in terzo la concordanza tra impulso e azione in maniera che tu sia in ogni momento coerente con te stesso. 15 La mancanza di una sola di queste tre componenti sconvolge anche le altre. Che vantaggio ti dà aver ponderato tutto, se poi il tuo slancio è eccessivo? A che serve avere represso gli slanci, avere il controllo dei desideri, se manchi di tempestività al momento di agire, se non sai che cosa si deve fare, quando, dove, e come? Un conto è conoscere grado e valore delle cose, un altro i momenti decisivi, e un altro ancora frenare gli impulsi e avviarsi, non precipitarsi, all'azione. La vita è coerente con se stessa quando c'è equilibrio tra azione e impulso; l'impulso nasce dal valore dell'oggetto e di conseguenza è debole o più forte a seconda che l'oggetto meriti di essere ricercato.

16 La fisica si divide in due sezioni: il corporeo e l'incorporeo; ciascuna delle due si articola, per così dire, in gradi. Nell'àmbito dei corpi innanzi tutto si distinguono quelli che generano e quelli che da essi sono generati, e gli elementi sono generati. Lo stesso àmbito degli elementi, a parere di qualcuno, è semplice, a parere di altri, si fraziona nella materia, nella causa, che muove tutto, e negli elementi veri e propri.

17 Mi resta da suddividere la logica. Ogni discorso o è continuo o spezzato in domanda e risposta. Convenzionalmente si chiama $äéáëåêôéêÞ$ il secondo, $1/4çôïñéêÞ$ il primo. La $1/4çôïñéêÞ$ cura le parole, i pensieri e la loro collocazione; la $äéáëåêôéêÞ$ si scinde in due parti: parole e significati, ossia in concetti espressi e vocaboli, strumento di questa espressione. Entrambe sono soggette a una miriade di ulteriori distinzioni. Perciò a questo punto mi fermerò e

per sommi capi toccherò le cose;

altrimenti se vorrò occuparmi delle ripartizioni delle parti, nascerà un libro di problemi.

18 Non ti distolgo, mio ottimo Lucilio, dal leggere trattati del genere, purché tu riporti immediatamente alla morale tutto quello che avrai letto. Sappi regolarla, ridesta ciò che langue in te, tira le redini allentate, doma le resistenze, attacca per quanto puoi le passioni tue e degli altri, e a chi ti obbietta: "Ma non la smetterai mai con la stessa predica?" rispondi:

19 "Io dovrei dire: 'Non la smetterete mai di commettere gli stessi errori?' Volete che i rimedi finiscano prima dei vizi? Io parlerò ancòra di più, e insisterò perché voi avete un atteggiamento di rifiuto; una medicina comincia a fare effetto quando il corpo che aveva perduto la sensibilità reagisce con dolore allo stimolo. Anche se non volete, vi indicherò i farmaci. È bene che talvolta vi arrivi qualche parola un po' dura e dato che singolarmente vi rifiutate di ascoltare la verità, ascoltatela tutti insieme."

20 "Fin dove estenderete i confini delle vostre terre? Un territorio che bastava a un popolo è piccolo per un padrone solo? Fin dove spingerete i vostri aratri, se a delimitare i vostri campi non vi soddisfano neppure i confini di una provincia? Fiumi importanti attraversano solo proprietà private e grandi corsi d'acqua, che segnano confini di grandi popoli, sono vostri dalla sorgente alla foce. E anche questo è poco: se coi vostri latifondi non avete circondato i mari, se il vostro amministratore non regna oltre l'Adriatico, lo Ionio, l'Egeo; se le isole, dimora di grandi condottieri, non sono annoverate tra le quisquilie. Aggiungete proprietà a proprietà, sia un fondo privato quello che una volta si chiamava impero, appropriatevi di tutto quello che potete, fintanto che i possedimenti altrui sono più estesi dei vostri."

21 "Adesso mi rivolgo a voi, il cui lusso si dilata non meno dell'avidità di quegli altri. Dico a voi: fino a quando i tetti delle vostre ville si affacceranno su ogni lago o le vostre case costelleranno le rive di tutti i fiumi? Dovunque zampilleranno vene d'acqua calda, là si fabbricheranno nuovi alloggi di lusso. Dovunque il litorale si curverà in una baia, voi getterete sùbito delle fondamenta, e, contenti solo del terreno che create artificialmente, incalzerete il mare fin dentro. I vostri palazzi risplendano dovunque, sia sulla cima dei monti con un ampio orizzonte di terra e di mare, sia in pianura, alti quanto montagne; quando avrete costruito palazzi su palazzi e smisurati, sarete soltanto un corpo e piccolo. A che servono tante camere da letto? Dormite in una sola; non è vostro quello dove non state."

22 "E ora passo a voi, ghiottoni: la vostra golosità senza fondo e insaziabile fruga i mari, le terre; con ami, lacci, vari tipi di reti braccate faticosamente gli animali, non date loro tregua se non quando vi sono venuti a nausea. Ma con la bocca stanca di tante prelibatezze quanto gustate di questi banchetti allestiti col lavoro di tanta gente? Quanto assaggia di questa bestia catturata con tanto rischio un signore che digerisce male e ha la nausea? Sono stati fatti venire da lontano tanti crostacei, quanti ne scivolano dentro questo stomaco insaziabile? Poveri infelici, non vi rendete conto che la vostra fame è più grande del vostro ventre?"

23 Dille queste cose agli altri, purché anche tu ascolti mentre parli; scrivile, purché tu le legga mentre le scrivi; poni ogni tua cura alla morale e a placare il furore delle tue passioni. Cerca non di sapere di più, ma di saper meglio. Stammi bene.

 

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1 Il fatto di vivere, Lucilio mio, è un dono degli dèi immortali, il fatto di vivere bene, della filosofia, nessuno può dubitarne. Dunque, noi dovremmo avere un debito maggiore verso la filosofia che non verso gli dèi, in quanto un'esistenza virtuosa è certamente un beneficio maggiore che l'esistenza; ma sono stati gli dèi a darci proprio la filosofia: non hanno concesso a nessuno la conoscenza di essa, a tutti la possibilità. 2 Se avessero reso anche la filosofia un bene comune e noi nascessimo saggi, la saggezza avrebbe perduto la sua straordinaria prerogativa di non essere un bene fortuito. Quello che essa ha di prezioso e di stupefacente è di non essere un dono della sorte, ma una conquista personale, qualcosa che non si chiede a un terzo. Cosa ci sarebbe da ammirare nella filosofia se derivasse da un beneficio? 3 Il suo unico còmpito è scoprire la verità sul divino e sull'umano; da essa non si staccano mai religione, sentimento del dovere, giustizia e il corteo di tutte le altre virtù strettamente connesse tra di loro. Ci ha insegnato, la filosofia, a venerare gli dèi, ad amare gli uomini, e che il comando è nelle mani degli dèi, e che gli uomini sono uniti tra loro. Questo stato di cose fu per un certo tempo rispettato, poi l'avidità ruppe l'associazione e fece diventare povere anche quelle persone che aveva un tempo reso ricchissime: desiderando beni propri cessarono di possedere il tutto. 4 Ma i primi uomini e la loro progenie seguivano con purezza la natura, trovavano nello stesso uomo la guida e la legge, affidandosi alle decisioni del migliore, poiché la natura subordina quello che è inferiore a quello che è superiore. Le greggi le guidano gli animali più grossi o più impetuosi, le mandrie non le precede un toro di scarto, ma quello che per grossezza e massa muscolare supera gli altri maschi; i branchi degli elefanti li conduce il più alto; fra gli uomini conta il migliore, non il più forte. Il capo veniva scelto per le sue qualità interiori, e perciò i popoli più fiorenti erano quelli in cui solo il migliore poteva essere il più potente: poiché può fare con sicurezza quello che vuole solo l'uomo che ritiene di potere unicamente quello che deve.

5 Posidonio pensa che nell'età cosiddetta aurea, il governo fosse nelle mani dei saggi. Essi tenevano a freno la violenza, difendevano il più debole dai più forti, facevano opera di persuasione e di dissuasione, indicavano ciò che era utile o inutile; la loro preveggenza faceva in modo che non mancasse niente al popolo, la loro forza teneva lontani i pericoli, la loro liberalità arricchiva e dava benessere ai sudditi. Comandare era un dovere, non una tirannide. Nessuno sperimentava il proprio potere contro chi gli aveva permesso di averlo, nessuno era incline o motivato a commettere ingiustizie, poiché i sudditi obbedivano con sollecitudine al sovrano che comandava rettamente e la minaccia più grave del re a chi disobbediva era di rinunciare al potere. 6 Ma quando, per l'insinuarsi dei vizi, il regnare si tramutò in dispotismo, nacque la necessità delle leggi: e anch'esse all'inizio furono i saggi a presentarle. Solone, che diede ad Atene solide fondamenta di giustizia, fu uno dei sette famosi sapienti: Licurgo, se fosse vissuto nella stessa epoca, sarebbe stato inserito in quella sacra congrega come ottavo. Si elogiano i codici di Zaleuco e di Caronda; costoro il diritto non lo impararono nel foro o nell'atrio degli avvocati, ma le leggi che avrebbero dato alla Sicilia allora fiorente e, attraverso l'Italia meridionale, alla Grecia, le appresero nel sacro e tacito ritiro di Pitagora.

7 Fin qui sono d'accordo con Posidonio: non condivido, invece, che la filosofia abbia inventato le arti di uso quotidiano, e non le attribuirei la gloria dei mestieri artigianali. "La filosofia," egli afferma, "insegnò a costruire case agli uomini dispersi qua e là e che trovavano riparo o in capanne, o in qualche caverna, o nel cavo di un albero." Secondo me la filosofia non ha escogitato questi congegni di tetti che sorgono sui tetti, di città che incalzano le città, come non ha escogitato i vivai ittici, creati per risparmiare alla gola il rischio delle tempeste e per offrire alla mollezza, quando il mare impazzisce furioso, cale tranquille in cui ingrassare diverse qualità di pesci. 8 Che dici? La filosofia ha insegnato agli uomini ad avere chiavi e serrature? Non era dar via libera all'avidità? La filosofia avrebbe innalzato dei tetti che sovrastano così pericolosamente chi vi abita? Non bastava proteggersi con ripari fortuiti, trovarsi un rifugio naturale che non richiedesse tecnica o fatica. 9 Credimi, era felice quell'epoca senza architetti, né decoratori. Tagliare le assi in modo regolare, segare le travi con mano sicura secondo le linee tracciate, questo è nato col nascere del lusso;

i primi uomini, infatti, spaccavano con cunei il legno che si fendeva con facilità.

Non costruivano dimore con stanze destinate ai banchetti, pini e abeti non venivano trasportati in lunghe file di carri, facendo tremare le strade, per trasformarli in soffitti carichi d'oro sospesi sulle loro teste. 10 Puntelli dai due lati sostenevano la capanna; rami secchi stipati, fronde ammassate disposte con opportuna inclinazione assicuravano il defluire delle piogge anche torrenziali. Sotto questi tetti abitavano al sicuro: un tetto di paglia riparava gente libera; oggi sotto i marmi e l'oro abitano dei servi.

11 Su un altro punto ancora dissento da Posidonio: egli pensa che gli strumenti artigianali sono stati inventati dai filosofi; allo stesso modo potrebbe tranquillamente dire che i saggi

allora escogitarono il modo di catturare le fiere con i lacci, di ingannarle con il vischio e di circondare con i cani le grandi balze selvose.

Tutte queste scoperte le fece la sagacia, non la saggezza umana. 12 Anche su questo non sono d'accordo: le miniere di ferro e di rame non le hanno trovate i saggi quando la terra bruciata dall'incendio delle foreste aveva riversato fuse le vene di metalli giacenti in superficie: sono cose che le trova chi se ne occupa. 13 E neppure mi sembra tanto acuto, come a Posidonio, il problema se l'uso del martello fu anteriore a quello delle tenaglie. Li inventò entrambi qualcuno dalla mente brillante e acuta, non nobile ed elevata, e fu così per qualsiasi altra cosa che va cercata col corpo curvo e concentrandosi sulla terra. Il saggio condusse sempre una vita semplice. E perché no? Anche di questi tempi desidera essere il più libero possibile. 14 Ma via, come può essere che ammiri Diogene e Dedalo insieme? Chi di loro ti sembra saggio? L'inventore della sega o il filosofo che, dopo aver visto un bambino bere l'acqua nel cavo della mano, tirò fuori il bicchiere dalla bisaccia e lo ruppe immediatamente rivolgendo a se stesso questo rimprovero: "Per quanto tempo ho portato da insensato pesi inutili!", egli che dormiva rannicchiato in una botte? 15 E oggi, chi ritieni più saggio? Chi ha trovato il modo di spruzzare a grandi altezze, attraverso condotti invisibili, essenze profumate, chi riempie i canali con un improvviso getto d'acqua o li prosciuga, e congiunge i soffitti girevoli delle sale da pranzo in modo che si susseguano immagini diverse e il tetto cambi tante volte quante sono le portate, oppure chi dimostra a sé e agli altri che la natura non ci costringe a nulla di faticoso e di difficile, che possiamo avere case senza ricorrere al marmista e al fabbro, che possiamo vestirci senza importare sete, che possiamo avere il necessario per i nostri bisogni se ci accontentiamo dei beni che la terra presenta in superficie? Se l'umanità vorrà ascoltarlo, capirà che un cuoco le è inutile quanto un soldato.

16 Erano saggi, o almeno simili ai saggi, quegli uomini che curavano il proprio corpo in modo sbrigativo. Procurarsi il necessario non richiede un impegno particolare: per i piaceri, invece, ci si affanna. Non c'è bisogno di artigiani: segui la natura. Essa non ha voluto che ci occupassimo di troppe cose: ci ha fornito il necessario per affrontare le prove alle quali ci costringeva. "Quando si è nudi, il freddo è insopportabile." Ebbene? La pelle delle fiere e di altri animali non può difenderci più che a sufficienza dal freddo? Tanti popoli non si coprono il corpo con la corteccia degli alberi? Non si intrecciano piume di uccelli per farne vestiti? Anche oggi la gran parte degli Sciti non indossa pelli di volpi e di martore, morbide al tatto e impenetrabili ai venti? E gli uomini non intrecciavano a mano un graticcio di vimini e lo spalmavano di fango e poi coprivano il tetto di paglia e di rami e passavano tranquilli l'inverno mentre le piogge scivolavano sugli spioventi del tetto? 17 "Però, bisogna respingere la calura estiva creando più ombra." Ebbene? Con gli anni non si sono formati molti anfratti che, scavati dalla corrosione del tempo o da qualsiasi altro fenomeno, divennero caverne? Non si rifugiano sottoterra i popoli della Sirte e quelli che, per l'eccessivo ardore del sole, non hanno nessuna copertura sufficientemente valida per respingere il caldo, se non la stessa terra riarsa? 18 La natura, che ha dato a tutti gli altri animali una vita facile, non è stata ingiusta al punto che solo l'uomo non potesse vivere senza tante arti; non ci ha imposto niente di gravoso, niente da ricercare con fatica per prolungare la vita. Fin dalla nascita abbiamo avuto tutto a portata di mano: ci siamo, però, resi tutto difficile per ripugnanza delle cose facili. Le case, i vestiti, i medicinali, il cibo e quanto ora è diventato fonte di grandi difficoltà, erano a portata di mano, gratuiti ed era possibile procurarseli con poca fatica; la misura di tutto era determinata dalla necessità: noi abbiamo reso questa roba preziosa, straordinaria e frutto di molte e importanti arti. La natura basta a soddisfare i suoi bisogni. 19 Il lusso si è scostato dalla natura, si incita da sé giorno per giorno, cresce attraverso le generazioni e alimenta i vizi con l'intelligenza. Dapprima ha cominciato col desiderare le cose superflue, poi quelle dannose, infine ha assoggettato l'anima al corpo, comandandole di servire le sue voglie. Tutte queste arti che mettono in movimento o riempiono di strepito le città fanno gli interessi del corpo: un tempo gli si dava tutto come a uno schiavo, ora glielo si offre come a un padrone. Ecco, dunque, qua le botteghe dei tessitori, là quelle dei fabbri, gli odori delle cucine, le scuole dove si insegnano molli danze e canti languidi ed effeminati. È scomparsa quella naturale misura che limitava i desideri alle necessità; ormai è segno di grossolanità e di miseria volere solo quanto basta.

20 È incredibile, Lucilio mio, con quanta facilità la suggestione della parola distolga anche i grandi uomini dalla verità. Ecco Posidonio, a mio avviso, uno degli uomini che hanno dato un grandissimo apporto alla filosofia; egli vuole descrivere prima come si ritorcano alcuni fili, come altri siano tratti da una massa morbida e lenta; poi come il telaio tenga dritto l'ordito per mezzo di pesi attaccati, come con la spatola si raccolgano e uniscano i fili inseriti per ammorbidire la durezza della trama che preme sui due lati; afferma poi che anche la tessitura è stata inventata dai saggi, dimenticando che, in sèguito, si è trovato questo sistema più ingegnoso in cui

la tela è legata al subbio, il pettine separa i fili dell'ordito, con la spola appuntita si inserisce fra mezzo la trama, e i denti intagliati nel largo pettine la battono.

Che avrebbe pensato se avesse potuto vedere i tessuti di oggi con cui si confezionano vestiti completamente trasparenti, che non servono né al corpo, né al pudore? 21 Posidonio passa quindi ai contadini: con la stessa eloquenza descrive come venga arato più volte il terreno perché le radici penetrino più facilmente nella terra morbida, poi descrive la semina e l'estirpazione a mano delle erbacce perché non spunti qualcosa a caso o qualche pianta selvatica che faccia morire il raccolto. Pure quest'opera la attribuisce ai saggi, come se i contadini non trovassero anche oggi moltissimi sistemi nuovi per accrescere la produttività. 22 Poi, non ancora contento di queste arti, egli infila il saggio anche nei mulini e racconta come incominciò a fare il pane imitando la natura. "I denti con la loro durezza," afferma, "spezzano i cereali che mettiamo in bocca e quanto sfugge, la lingua lo riporta di nuovo ai denti; poi il tutto viene mescolato con la saliva perché scivoli più facilmente per la gola; quando arriva allo stomaco, è digerito dal suo calore uniforme; infine, viene assorbito dal corpo. 23 Qualcuno, seguendo questo esempio, pose due pietre ruvide l'una sull'altra a somiglianza dei denti, di cui una parte sta ferma e l'altra si muove; poi con l'attrito delle due pietre spezzò i chicchi, e ripeté più volte l'operazione fino a ridurli triturati in farina; poi bagnò la farina, la impastò lavorandola a lungo e fece il pane, che all'inizio fu cotto al calore della cenere e in un vaso di argilla rovente, quindi nei forni inventati col tempo e con altri sistemi a calore regolabile." Per poco non disse che anche il mestiere di calzolaio l'hanno inventato i saggi.

24 La ragione, non la retta ragione, ha escogitato tutte queste attività. Sono scoperte dell'uomo, non del saggio, come, appunto, le navi con cui attraversiamo fiumi e mari, dopo aver sistemato le vele per sfruttare la forza del vento e collocato a poppa il timone per indirizzare la nave su rotte diverse. L'esempio è stato preso dai pesci che regolano i loro movimenti con la coda e si dirigono rapidamente con un guizzo da una parte o dall'altra. 25 "Tutte queste scoperte," egli afferma, "le fece proprio il saggio, ma poiché erano troppo poco importanti per occuparsene lui stesso, le ha passate a più umili esecutori." E invece, queste arti sono state escogitate proprio da quegli stessi che, ancor oggi, le praticano. Certe invenzioni, lo sappiamo, sono recenti: l'uso dei vetri, che con il loro materiale trasparente lasciano filtrare la luce nella sua luminosità; le volte dei bagni e i tubi attaccati ai muri che emanano un calore omogeneo per tutta la stanza sopra e sotto. E che dire dei marmi di cui risplendono i templi, le case? E le enormi colonne di pietra levigata che sostengono porticati ed edifici atti a contenere una gran quantità di gente, e della tachigrafia, grazie alla quale si possono trascrivere anche discorsi rapidi e seguire con la mano la velocità della lingua? Queste sono invenzioni degli schiavi più umili: 26 la saggezza sta più in alto, insegna agli animi, non alla mano. Vuoi sapere che cosa ha scoperto, che cosa ha prodotto? Non i movimenti aggraziati del corpo, o la diversa melodia della tromba o del flauto, che ricevono il fiato e durante il passaggio o all'uscita dallo strumento lo trasformano in suono. Non fabbrica armi, fortificazioni o arnesi da guerra: favorisce la pace, e il genere umano lo invita alla concordia. 27 Non è - ripeto - l'artefice di strumenti per le necessità pratiche. Perché le assegni attività così meschine? Tu hai davanti l'artefice della vita. Ella ha il dominio sulle altre arti: è signora della vita e signora di ciò che è ornamento della vita: ma tende a uno stato di felicità, a quella mèta ci conduce e ci spiana il cammino. 28 Ci mostra i mali veri e quelli apparenti; libera la mente da ogni vanità, dà la grandezza autentica e reprime quella tronfia, fatta di vuote apparenze, vuole che sappiamo la differenza tra grandezza e superbia; ci fa conoscere se stessa e la totalità della natura. Ci rivela l'essenza e le qualità degli dèi, che cosa siano gli inferi, i lari, i genii, le anime che sopravvivono sotto forma di divinità secondarie, la loro sede, la loro attività, il loro potere e volontà. Questa è l'iniziazione attraverso la quale essa ci schiude non il sacrario di una città, ma il vasto tempio di tutti gli dèi, l'universo stesso, di cui ha offerto all'esame dell'intelligenza l'immagine vera, il vero aspetto: l'occhio umano è debole per spettacoli così grandi. 29 È ritornata, poi, ai principî delle cose, alla ragione eterna immanente nell'universo e alla forza di tutti i semi che dà ai singoli esseri una propria forma. Ha cominciato a indagare sull'anima, sulla sua origine, la sua sede, la sua durata, e sulle parti in cui è divisa. È poi passata dal corporeo all'incorporeo e ha esaminato la verità e le prove della verità; ha, quindi, mostrato come si possono distinguere le ambiguità nella vita e nelle parole, perché in entrambe vero e falso sono confusi insieme.

30 Secondo me il saggio non è che si sia allontanato da queste occupazioni, come sostiene Posidonio; non vi si è mai applicato. Per il saggio non sarebbe stata meritevole di invenzione una cosa che non giudicasse meritevole di un uso perpetuo; non avrebbe intrapreso un'opera che poi doveva lasciare. 31 "Anacarsi," afferma, "inventò il tornio, che ruotando permette di foggiare i vasi." E, poiché in Omero si parla del tornio, si è preferito ritenere falsi i suoi versi invece della notizia di Posidonio. Io non contesto il fatto che Anacarsi fu l'inventore del tornio; in questo caso fu certo un saggio a fare questa scoperta, ma non come tale: i saggi compiono molte azioni in quanto uomini, non in quanto saggi. Supponi che un saggio sia velocissimo nella corsa: supererà tutti perché è veloce, e non perché è saggio. Vorrei mostrare a Posidonio un vetraio, che soffiando foggia il vetro in molteplici forme: una mano precisa stenterebbe a modellarlo. Queste scoperte furono fatte quando si smise di trovare i saggi. 32 "Affermano che Democrito inventò l'arco" dice Posidonio, "in cui la pietra centrale tiene ferme le altre che gradualmente si inclinano." Ma è falso! Già prima di Democrito c'erano necessariamente ponti e porte che sono in genere curvi alla sommità. 33 Vi sfugge, inoltre, che sempre Democrito inventò il modo di lavorare l'avorio, di tramutare in smeraldo una pietruzza, sottoponendola a un forte calore, sistema con cui, anche oggi, si colorano le pietre adatte a questo scopo. Saranno pure scoperte di un saggio, ma non in quanto tale: egli, difatti, fa molte cose che vediamo fare o nello stesso modo o con più abilità e più pratica da gente del tutto ignorante.

34 Vuoi conoscere le ricerche e le scoperte del saggio? Per prima cosa, ha studiato la verità e la natura, che non ha indagato con occhi tardi a comprendere la realtà divina, come gli altri esseri animati; poi, la legge dell'esistenza, che ha regolato secondo l'ordine universale e ha insegnato non solo a conoscere, ma anche a obbedire agli dèi e ad accogliere gli eventi della vita come comandi. Ha impedito che si seguissero false credenze e ha attribuito a ogni oggetto il suo valore facendone una stima precisa; ha condannato i piaceri, cui si mescola il pentimento, lodato i beni, fonte di perpetua soddisfazione, e ha dimostrato che l'uomo più felice è quello che non ha bisogno della felicità e il più potente quello che ha il dominio di se stesso. 35 Non mi riferisco a quella filosofia che ha posto i cittadini fuori dallo stato, gli dèi fuori dal mondo, che ha messo la virtù in balia del piacere, ma a quella che giudica l'onestà il solo bene, che non si lascia sedurre dai doni degli uomini o della fortuna e il cui valore è di essere incorruttibile.

Non credo che questa filosofia esistesse in quell'età rozza quando non c'erano ancòra i mestieri e l'esperienza stessa insegnava ciò che era utile. 36 Credo, invece, che venne dopo quei tempi fortunati, quando i beni della natura erano in comune e tutti potevano farne uso insieme, prima che l'avidità e il lusso dividessero gli uomini e insegnassero a passare dalla comunanza al ladrocinio. Non erano saggi, quelli, anche se facevano quello che devono fare i saggi. 37 Nessuno potrebbe guardare con più ammirazione un'altra condizione umana e se anche dio permettesse a qualcuno di dare ordine alla terra e costumi ai popoli, non potrebbe giudicare opportuna altra condizione che quella esistente al tempo in cui

nessun colono lavorava i campi; e non si poteva nemmeno contrassegnare o dividere il terreno con linee di confine: il raccolto era comune ed era la terra ad offrire i suoi beni spontaneamente, senza che nessuno li ricercasse.

 

38 Ci può essere generazione di uomini più felice di quella? Insieme godevano i prodotti della natura che, come una madre, bastava al sostentamento di tutti, e, senza pericolo, possedevano le ricchezze in comune. Perché non dovrei definire ricchissimi quegli uomini tra cui non avresti potuto trovare un solo povero? L'avidità fece breccia in quelle eccellenti condizioni di vita e mentre desiderava sottrarre dei beni e farli suoi, fu privata di tutto e da una ricchezza smisurata si ridusse in ristrettezze. L'avidità portò la miseria: desiderando troppo, perse ogni cosa. 39 Si sforzi pure, adesso, di recuperare ciò che ha perduto, aggiunga campi su campi, scacciando il vicino col denaro o con la violenza, estenda le campagne a intere province e la parola possesso significhi un lungo viaggio attraverso le proprie terre: nessun ampliamento di confini ci riporterà al punto di partenza. Facciamo tutto il possibile: avremo molto; ma prima avevamo tutto. 40 Anche la terra, senza lavorarla, era più fertile e generosa verso le necessità degli uomini che non si contendevano i suoi frutti. Era un piacere sia trovare i prodotti della terra, sia mostrarli agli altri; nessuno poteva avere troppo o troppo poco: si divideva in pieno accordo. Il più forte non aveva ancòra messo le mani sul più debole, l'avaro non aveva ancòra tolto anche lo stretto necessario al prossimo, nascondendo il capitale inutilizzato: ognuno aveva la stessa cura di sé e degli altri. 41 Non si combatteva e le mani, senza spargere sangue umano, riversavano tutta la loro aggressività sulle fiere. Quegli uomini che si riparavano dal sole nel fitto di un bosco, che per sfuggire l'inclemenza dell'inverno e della pioggia vivevano al sicuro in un umile rifugio sotto le fronde, passavano notti tranquille senz'ansia. Ora in preda all'angoscia noi ci rivoltiamo nei nostri letti lussuosi e ci pungolano aspri tormenti; su quella terra dura, invece, che placidi sonni per loro! 42 Non li sovrastavano soffitti intagliati, ma giacevano all'aperto mentre sul loro capo scorrevano le stelle e, straordinario spettacolo delle notti, l'universo si muoveva rapido, compiendo in silenzio una così grande opera. Sia di giorno che di notte si apriva loro la vista di questa splendida dimora; era un piacere contemplare il declino delle stelle in mezzo al cielo e il sorgere di altre da un buio segreto. 43 Non era piacevole vagare fra tante meraviglie sparse per ogni dove? Voi, invece, tremate di paura a ogni rumore della casa e fra i vostri affreschi fuggite spaventati al minimo suono. Non possedevano case grandi come città: l'aria e il suo libero soffio per gli spazi aperti, l'ombra leggera di una rupe o di un albero, fonti e ruscelli trasparenti che l'uomo non aveva ancora deturpato con dighe, tubi, o deviandone il corso, ma che scorrevano naturalmente, e prati belli senza artificio, e in mezzo a un tale scenario una rustica dimora abbellita da mani semplici - era questa la casa secondo natura, in cui era bello vivere, senza aver paura di essa o per essa: ora la casa costituisce gran parte delle nostre paure.

44 Certo, condussero una vita perfetta e pura, ma non furono saggi: questo è un nome che ormai indica l'attività più nobile. Non nego, tuttavia, che avessero un animo elevato e fossero, per così dire, usciti proprio allora dalle mani degli dèi; sicuramente il mondo, non ancora esausto, produceva esseri migliori. Ma se avevano un carattere più forte e più disposto alle fatiche, non tutti, però erano dotati di una intelligenza perfetta. La virtù non è un dono naturale: diventare virtuosi è un'arte. 45 Quelli non cercavano oro, argento e pietre preziose nelle viscere della terra e risparmiavano anche gli animali: non si concepiva nemmeno che un uomo uccidesse un proprio simile, non per ira, né per timore, ma solo per il gusto di vederlo morire. Non avevano ancòra vestiti variopinti, non tessevano l'oro, anzi nemmeno l'estraevano. 46 E allora? Erano innocenti per ignoranza: ma c'è molta differenza fra chi non vuole e chi non sa agire male. Non avevano giustizia, prudenza, temperanza, fortezza. Somigliava un po' a queste virtù quella vita primitiva: ma solo l'animo profondamente istruito ed elevato al più alto grado di perfezione da un costante esercizio raggiunge la virtù. Per essa nasciamo, ma senza di essa, e anche negli uomini migliori, prima che vengano istruiti, c'è materia di virtù, non virtù. Stammi bene.

 

91

1 Ora il nostro Liberale è triste: ha saputo dell'incendio che ha distrutto la colonia di Lione; è una disgrazia che commuoverebbe chiunque, a maggior ragione un uomo molto amante della sua patria. In questa circostanza ha fatto invano appello alla sua fermezza d'animo: evidentemente l'aveva esercitata per le disgrazie che riteneva possibili. In realtà non mi stupisco che non avesse temuto una calamità così imprevedibile e quasi inaudita, poiché non aveva precedenti: incendi hanno devastato molte città, ma non ne hanno mai cancellata nessuna. Anche quando il fuoco alle case lo appiccano i nemici, molti focolai si spengono e, sebbene venga ripetutamente attizzato, è raro che divori tutto e non lasci niente alle armi. Anche il terremoto fu di rado così grave e disastroso da annientare città intere. E poi non divampò mai in nessun luogo un incendio tanto rovinoso che non rimanesse niente per un altro incendio. 2 È bastata una sola notte ad abbattere tante stupende costruzioni, ognuna delle quali avrebbe potuto dare lustro a una città, e in un periodo di pace così completa è accaduto quanto non si potrebbe temere neanche in guerra. Chi lo crederebbe? Mentre ovunque tacciono le armi e c'è tranquillità nel mondo intero, si cerca invano Lione, vanto della Gallia. La fortuna ha sempre concesso a tutte le vittime di una calamità di prevedere i mali che avrebbero subìto; tutto quello che è grande non precipita improvvisamente: in questo caso è intercorsa una sola notte fra l'esistenza di una città grandissima e la sua sparizione. Insomma, è scomparsa più rapidamente di quanto te lo racconto.

3 Tutti questi avvenimenti abbattono l'animo del nostro Liberale, che pure si è dimostrato saldo e coraggioso di fronte alle sue sventure; e a ragione ne è rimasto sconvolto: gli imprevisti gravano maggiormente; l'inatteso rende più pesanti le disgrazie e per tutti gli uomini il dolore è più acuto se sono colti di sorpresa. 4 Non ci deve essere, perciò per noi niente di imprevisto: è bene considerare ogni eventualità e pensare non a quello che generalmente accade, ma a quello che può accadere. C'è qualcosa che la sorte non possa togliere - basta che lo voglia - quando si è all'apice della prosperità? Che non assalga e abbatta con tanta maggiore violenza quanto più è vistoso e splendente? Non c'è niente di arduo, niente di difficile per lei. 5 Il modo in cui ci assale non è uno solo e nemmeno sempre lo stesso. Ora ci volge contro le nostre stesse mani, ora, paga delle sue forze, ci crea da sola pericoli senza interventi esterni. Nessuna circostanza fa eccezione: anche in mezzo ai piaceri nascono motivi di dolore. La guerra scoppia mentre regna la pace e quanto ci dava sicurezza si trasforma in paura; l'amico ora è un avversario, l'alleato un nemico. Dalla tranquillità estiva si passa a tempeste improvvise e più violente di quelle invernali. I mali che subiamo non ci vengono da nemici e i motivi di sventura, se ne mancano altri, l'eccessiva prosperità li trova da sé. La malattia colpisce gli uomini più temperanti, la tisi i più robusti, la punizione i più innocenti, le rivolte quelli che più vivono in disparte; il destino sceglie qualche nuovo sistema per imporre le proprie forze se ce ne fossimo dimenticati. 6 Basta un solo giorno a disperdere e distruggere quello che è stato costruito a prezzo di dure fatiche col favore degli dèi in una lunga serie di anni. Dire un giorno è dare una scadenza troppo lunga ai mali che ci incalzano: basta un'ora, anzi, un istante per distruggere un impero. Sarebbe una consolazione per la nostra debolezza e per i nostri beni se tutto andasse in rovina con la stessa lentezza con cui si produce e, invece, l'incremento è graduale, la rovina precipitosa. 7 Non c'è stabilità individuale, e nemmeno collettiva; il destino ha un suo corso sia per gli uomini, che per le città. Il terrore nasce nella calma più assoluta e i mali erompono là da dove erano del tutto inaspettati, senza cause apparenti. I regni che avevano resistito alle lotte civili e alle guerre crollano senza nessuna spinta: ben poche città hanno mantenuto una prospera condizione! Bisogna, quindi, considerare ogni eventualità e rafforzare l'animo contro i possibili mali. 8 Pensa all'esilio, alle sofferenze, alle guerre, ai naufragi. Un caso potrebbe strappare te alla patria o la patria a te, potrebbe cacciarti in un deserto, un deserto potrebbe diventare perfino questo luogo dove la folla boccheggia. Mettiamoci sotto gli occhi ogni aspetto del destino umano: non figuriamoci quanto accade spesso, ma quanto può con grandissima probabilità accadere, se non vogliamo farci schiacciare e rimanere attoniti di fronte a eventi insoliti come se fossero straordinari; la fortuna va considerata nella sua totalità. 9 Quante volte città dell'Asia, città della Grecia sono crollate per una sola scossa tellurica! Quante città in Siria, quante in Macedonia sono state ingoiate dalla terra? Quante volte Cipro è stata devastata da questa calamità! Quante volte Pafo è precipitata su se stessa! Abbiamo spesso avuto notizia della rovina di tante città e noi, a cui vengono di frequente annunziate queste disgrazie, che minima parte siamo dell'umanità! Leviamoci, dunque, contro i casi fortuiti, consapevoli che la gravità dell'accaduto è inferiore a quanto si va dicendo. 10 È bruciata una città ricca, fregio delle province di cui faceva parte in posizione di spicco e tuttavia costruita su un solo colle e per giunta non molto grande: il tempo cancellerà anche le tracce di tutte queste città di cui ora senti celebrare la magnificenza e la fama. Ma non lo vedi che in Grecia sono ormai corrose le fondamenta di città celebri e non rimane niente che indichi almeno la loro passata esistenza? 11 Non decade solo quello che costruiamo con le nostre mani, il tempo non distrugge soltanto i frutti dell'arte e dell'operosità umana: le vette dei monti si disfano, intere regioni sprofondano, vengono sommersi dalle onde luoghi che erano lontani persino dalla vista del mare; il fuoco, con la sua enorme violenza, ha eroso i colli sui quali risplendeva, e abbassato cime prima altissime, sollievo dei naviganti e punti di vedetta. Anche le opere della natura vengono devastate e perciò dobbiamo sopportare serenamente la rovina delle città. 12 Si ergono destinate a cadere: questa è la fine che le aspetta tutte, sia che la forza interna dei venti e il loro soffio impetuoso attraverso luoghi chiusi faccia precipitare i muri che li serrano, sia che la furia dei torrenti, più terribile nel sottosuolo, infranga ogni resistenza, sia che la violenza delle fiamme crepi la massa compatta del terreno, sia che la vecchiaia, cui niente scampa, le faccia capitolare a poco a poco, sia che il clima insalubre scacci le popolazioni e la muffa guasti quei luoghi ormai deserti. Tutte le vie del destino sarebbe lungo elencarle. Io so solo questo: ogni opera dei mortali è condannata a morte sicura, viviamo fra cose destinate a finire.

13 Perciò al nostro Liberale che arde di un amore straordinario per la sua patria - e forse è stata distrutta per risorgere migliore - rivolgo queste e altre simili parole di conforto. Spesso una disgrazia apre la strada a un destino più felice: molte opere sono risorte più splendide dalla loro rovina. Timagene, ostile alla fortuna di Roma, diceva che gli incendi di quella città lo facevano soffrire solo perché sapeva che sarebbero sorti edifici migliori di quelli bruciati. 14 È probabile che anche in questa città tutti faranno a gara per ricostruire edifici più imponenti e grandiosi di prima. Voglia il cielo che viva nel tempo e sia edificata con auspici più fausti e durevoli! Dalla fondazione di questa colonia sono passati cento anni, che non sono il limite massimo neppure per un uomo. Fondata da Planco, ebbe questo aumento demografico per la sua posizione favorevole: ma quante terribili disgrazie ha subìto nello spazio di una vita umana! 15 Sappia, dunque, il nostro animo comprendere e sopportare il proprio destino, sappia che la fortuna può osare tutto e ha gli stessi diritti sull'autorità e su chi la detiene e lo stesso potere sulla città e sui cittadini. Non indignamoci per questi fatti: sono le leggi che regolano la vita dell'universo di cui facciamo parte. Ti va bene: accettale. Non ti va bene: vattene per la via che preferisci. Potresti sdegnarti se l'ingiustizia fosse deliberata esclusivamente contro di te; ma se questa è una necessità che vincola tutti, dal più piccolo al più grande, riconcìliati col destino, che tutto viola. 16 Non giudicare gli uomini dalla diversità dei monumenti funebri e delle tombe che adornano le strade: la cenere rende tutti uguali. Nasciamo diversi, moriamo uguali. Quanto dico per le città, vale anche per chi le abita: fu conquistata Ardea, fu conquistata Roma. L'autore delle leggi umane ci ha distinto per nascita o per fama solo nell'arco della nostra vita: ma quando giunge la fine per gli uomini, dice: "Vattene, ambizione: la legge sia identica per tutti gli esseri che calcano questa terra." Siamo uguali di fronte alla sofferenza; nessuno è più debole dell'altro, nessuno è più certo del domani.

17 Alessandro, re dei Macedoni, aveva incominciato a studiare la geometria per sapere, infelice, quanto fosse piccola la terra di cui aveva occupato una minima parte. Infelice - dico - perché avrebbe dovuto capire che il suo soprannome era sbagliato: chi può essere grande in pochissimo spazio? Gli argomenti che gli venivano insegnati erano sottili e bisognava studiarli con grande attenzione: non era in grado di capirli un pazzo, che indirizzava i suoi pensieri al di là dell'oceano. "Insegnami nozioni facili," disse. "Sono le stesse per tutti, ugualmente difficili," gli rispose il precettore. 18 Supponi che la natura ti dica: "I mali di cui ti lamenti sono uguali per tutti; non posso darne a nessuno di più sopportabili, ma chi vorrà se li renderà tali." Come? Con l'imperturbabilità. E dovrai soffrire e patire la sete, la fame e invecchiare (se ti toccherà di stare più a lungo tra gli uomini), e dovrai ammalarti e subire delle perdite e morire. 19 Non c'è ragione, però di credere a quelli che gridano intorno a te i loro lamenti: nessuna di queste cose è un male, nessuna è insopportabile o penosa. La paura nasce perché tutti la pensano così. Tu temi la morte come le dicerie: ma non è del tutto insensato un uomo che teme le parole? Acutamente il nostro Demetrio afferma spesso di considerare i discorsi degli ignoranti alla stessa stregua dei rumori del ventre. "Che importa," afferma, "se risuonano su o giù?" 20 Che follia temere di essere screditati da gente screditata. E come è immotivata la tua paura per l'opinione pubblica, così lo sono i timori che hai perché la gente te li ha imposti. Verrebbe danneggiato un uomo onesto se venisse coperto di calunnie? 21 E quindi non dobbiamo giudicare male nemmeno la morte, e la morte ha una cattiva fama. Nessuno di quelli che l'accusano l'ha sperimentata: è da sconsiderati condannare quello che non si conosce. Però sai a quanti è utile, quanti libera dalle sofferenze, dalla povertà, dai lamenti, dalle pene, dalla noia. Nessuno ha potere su di noi, quando noi abbiamo la morte in nostro potere. Stammi bene.

 

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1 Io e te siamo d'accordo, penso: i beni materiali ce li procuriamo per il corpo, il corpo lo curiamo per onorare l'anima, nell'anima ci sono parti subalterne dateci per l'elemento principale, per mezzo delle quali ci muoviamo e ci nutriamo. In questo elemento principale c'è una parte irrazionale, e ce n'è anche una razionale; la prima è soggetta alla seconda, e questa è la sola a non essere subordinata a niente altro, ma a subordinare tutto a sé. Anche la ragione divina è preposta a tutto, non dipende da nessuno; così è la nostra ragione che da lei nasce.

2 Se siamo d'accordo su questo punto, lo saremo di conseguenza anche sul fatto che la felicità consiste soltanto nell'avere la perfetta ragione. Essa sola non si scoraggia e sta salda contro la fortuna; in qualsiasi condizione conserva la padronanza di sé. Ed è il solo bene che non viene mai spezzato. È felice, secondo me, l'uomo che non può essere sminuito da nulla; è giunto alla sommità e non si appoggia che a se stesso: infatti, chi si sostiene con l'aiuto di qualcuno, può cadere. In caso contrario, cominceranno a prevalere in noi elementi estranei. Ma chi vuole dipendere dalla fortuna o qual è il saggio che ammira se stesso per beni non suoi? 3 Che cos'è la felicità? Uno stato duraturo di sicurezza e di serenità, e ce lo daranno la grandezza d'animo e la continuità nel giudicare sempre rettamente. Come ci si arriva? Esaminando la verità nella sua interezza, conservando nelle proprie azioni l'ordine, la misura, la dignità, una volontà che non fa il male, ma il bene, che non perde di vista la ragione e non se ne allontana mai, degna di essere amata e insieme ammirata. Infine, per dirla in breve, l'animo del saggio deve essere degno di dio. 4 Che cosa può desiderare d'altro chi ha raggiunto ogni virtù? Infatti, se i vizi possono contribuire al raggiungimento del bene supremo, la felicità consisterà in essi, poiché senza di essi non esiste. E che cosa c'è di più vergognoso e sciocco che legare all'irrazionale il bene di un animo razionale?

5 Certi filosofi, tuttavia, ritengono che il sommo bene si accresca, poiché non è perfetto se la sorte è contraria. Anche Antipatro, uno dei grandi rappresentanti della nostra scuola filosofica, attribuisce una certa importanza, sia pure molto scarsa, ai fattori esterni. Pensa che assurdità sarebbe non accontentarsi della luce del giorno e voler accendere una fiammella: che valore può avere una scintilla quando splende il sole? 6 Se non sei contento della sola virtù, è inevitabile che tu voglia aggiungerci o la serenità dello spirito, che i Greci chiamano $Pï÷ëçóßá$, o il piacere. L'una la si può accettare comunque, poiché l'animo libero dagli affanni si dedica all'osservazione dell'universo e niente lo distoglie dalla contemplazione della natura. L'altro, il piacere, è il bene delle bestie; aggiungiamo, dunque, l'irrazionale al razionale, l'immorale al morale, ‹il piccolo› al grande: l'eccitazione dei sensi rende la vita ‹felice›? 7 Perché allora esitate a dire che l'uomo sta bene, se sta bene il palato? E tu, quest'individuo per cui il sommo bene consiste nei sapori, nei colori, nei suoni, lo annoveri non dico fra gli uomini di valore, ma fra gli uomini comuni? Esca da questa bellissima categoria di esseri, seconda unicamente agli dèi; da animale, contento solo di mangiare, si aggreghi alle bestie. 8 L'elemento irrazionale dell'anima si suddivide in due parti: una audace, ambiziosa, sfrenata, immersa nelle passioni, l'altra vile, fiacca, dedita ai piaceri; alcuni tralasciano la prima, sfrenata, e tuttavia migliore, certo più forte e degna di un uomo, e ritengono necessaria alla felicità la seconda, senza nervo e spregevole. 9 Vi hanno asservito la ragione, e il sommo bene dell'animale più nobile lo hanno svilito e reso spregevole, facendolo diventare un impasto mostruoso di parti diverse e disarmoniche. Così il nostro Virgilio parlando di Scilla dice:

nella parte superiore fino al pube ha aspetto umano, di fanciulla dal bel petto; in basso è un mostro marino dal corpo smisurato con code di delfini unite a ventre di lupi.

A questa Scilla sono congiunti animali selvaggi, orribili, veloci: ma costoro, con che razza di mostri l'hanno messa insieme la saggezza? 10 L'elemento principale dell'uomo è la virtù; a essa è unita la carne inutile e caduca, capace solo di ricevere il cibo, come afferma Posidonio. Quella virtù divina finisce in un elemento instabile e alle sue parti eccelse, degne di venerazione e del cielo, si congiunge un animale inerte e putrido. Quanto poi alla serenità dello spirito, di per sé non garantisce niente all'anima, rimuove, però gli ostacoli: il piacere, invece, distrugge e fiacca ogni forza. Si può trovare un'unione di corpi più contrastanti tra loro? A un elemento fortissimo se ne aggiunge uno del tutto inerte, a uno severissimo uno frivolo, a uno irreprensibile uno sfrenato fino all'immoralità.

11 "Ma come?" si obietta, "se la salute, la serenità e l'assenza di dolore non ostacolano la virtù, non cercherai di ottenerle?" E perché no? Non, però; perché sono beni, ma perché sono secondo natura e perché le sceglierò con criterio. Che cosa avranno, allora, di positivo? Solo questo: una scelta opportuna. Quando indosso un vestito adatto, quando cammino come si conviene, quando sto a tavola come si deve, non il pranzo o il camminare o il vestito sono beni, ma la mia intenzione di mantenere in ogni circostanza un comportamento in sintonia con la ragione. 12 Dirò di più: l'uomo deve scegliere una veste pulita, poiché per natura l'uomo è un essere pulito ed elegante. Perciò non è un bene di per sé una veste pulita, ma la scelta di una veste pulita, poiché il bene non consiste nella cosa in sé, ma nel tipo di scelta; oneste sono le nostre azioni, non l'oggetto delle nostre azioni. 13 Quanto ho detto del vestito, fa' conto che lo dica del corpo. Anche questo la natura lo ha messo intorno all'animo come una veste: è il suo manto. Chi ha mai valutato i vestiti in base all'armadio? Il fodero non rende una spada né buona, né cattiva. Quindi, ti rispondo lo stesso anche per il corpo: sceglierò se sarà possibile, la salute e le forze, ma il bene consisterà nel mio giudizio su di esse, non in questi elementi in se stessi.

14 "Certo," dicono, "il saggio è felice; tuttavia, raggiunge il sommo bene solo se ha a disposizione anche i mezzi naturali. Così non può essere infelice chi possiede la virtù, ma non è veramente felice chi ha perso i beni naturali, come la salute o l'integrità fisica." 15 Quello che sembra più incredibile, tu lo ammetti, cioè che un uomo non sia infelice in mezzo a dolori gravissimi e continui, anzi che sia addirittura felice; neghi, invece, la cosa più semplice: che sia veramente felice. Eppure, se la virtù può fare in modo che uno non sia infelice, più facilmente lo renderà molto felice; tra un uomo felice e uno molto felice c'è una distanza inferiore che tra uno infelice e uno felice. Oppure, una cosa che riesce a strappare un uomo alle disgrazie e renderlo felice, non può aggiungere quel che resta e renderlo molto felice? Le mancheranno le forze proprio all'ultimo? 16 Nella vita ci sono beni e mali, entrambi fuori di noi. Se l'uomo virtuoso non è infelice, per quanto oppresso da ogni male, come può non essere molto felice anche se gli manca qualche bene? Come non è abbattuto dal peso dei mali fino a essere infelice, così non è strappato dalla condizione di uomo estremamente felice per la mancanza di beni, ma è molto felice senza beni quanto non è infelice sotto il peso dei mali; altrimenti, il suo bene, se lo si può diminuire, potrà anche essergli tolto. 17 Poco fa dicevo che una fiammella non aggiunge niente alla luce del sole, poiché lo splendore di questo astro nasconde qualunque cosa brilli indipendentemente da lui. "Ma ci sono corpi che fanno da ostacolo anche al sole," dicono. Il sole, però conserva la sua integrità anche in presenza di ostacoli, e, se pure c'è di mezzo qualcosa che ci impedisce di vederlo, è in attività e continua il suo corso; ogni volta che risplende fra le nubi non è più debole e neppure più lento di quando c'è il sereno, poiché è una cosa molto diversa se c'è solo un ostacolo o un vero e proprio impedimento. 18 Così quanto si oppone alla virtù non le sottrae nulla: essa non è più debole, ma riluce meno. Forse non ci è visibile e non brilla allo stesso modo, ma si mantiene identica a se stessa e, senza apparire, esercita la sua forza, come il sole quando è coperto. Così le sventure, le privazioni e le offese hanno sulla virtù lo stesso potere che una nube ha sul sole.

19 C'è chi dice che il saggio, se non ha un fisico sano, non è felice, né infelice. Anche costoro sbagliano, poiché equiparano i beni fortuiti alle virtù e considerano alla stessa stregua l'onesto e il disonesto. Ma che cosa c'è di più ignobile e indegno che paragonare cose di tutto rispetto a cose spregevoli? Meritano rispetto la giustizia, la pietà, la lealtà, la fortezza, la prudenza: al contrario, sono senza valore i beni che spesso toccano con maggiore profusione agli uomini più infimi: gambe robuste, muscoli e denti sani e forti. 20 Inoltre, se non considereremo né felice, né infelice il saggio sofferente nel fisico, ma lo relegheremo in una condizione di mezzo, anche la sua vita non dovrà essere né desiderata, né evitata. Ma che c'è di così assurdo quanto il pensare che la vita del saggio non sia desiderabile? Oppure di così incredibile che esista un tipo di vita da non desiderare e da non evitare? E poi, se i difetti fisici non rendono infelici, permettono di essere felici: quello che non può peggiorare una condizione, non può neppure impedire che questa condizione diventi ottima.

21 "Noi conosciamo il freddo e il caldo," ribattono, "in mezzo c'è il tiepido; così c'è il felice, l'infelice, e chi non è né felice, né infelice." Voglio esaminare questo paragone che ci viene opposto. Se aggiungerò una sostanza più fredda a una tiepida, questa diventerà fredda, se ne aggiungerò una più calda, alla fine diventerà calda. Ma per quanto io aggravi le disgrazie di quest'uomo che non è felice, né infelice, non sarà infelice, come dite; quindi, il paragone non è appropriato. 22 Eccoti, poi, un uomo né infelice, né felice. Gli aggiungo la cecità: non diventa infelice; la debolezza: non diventa infelice; dolori continui e violenti: non diventa infelice. Se tanti mali non lo portano all'infelicità, non possono nemmeno strapparlo alla felicità. 23 Se il saggio, come voi dite, non può ridursi da felice a infelice, non può neppure ridursi all'assenza di felicità. Perché uno che ha incominciato a scivolare dovrebbe a un certo punto fermarsi? Ciò che non lo lascia precipitare fino in fondo lo trattiene in cima. E perché la felicità dovrebbe poter essere distrutta? Non può neppure essere diminuita e per questo la virtù da sola basta a raggiungerla.

24 "Ma come?" continuano, "il saggio che è vissuto più a lungo senza essere distratto da nessun dolore non è più felice di quello che ha lottato sempre con la cattiva sorte?" Rispondimi: è forse migliore e più onesto? Se non è così, non è neppure più felice. Per vivere più felicemente deve condurre una vita più retta: se non può vivere più rettamente, non potrà nemmeno essere più felice. La virtù non si accresce e, perciò, neppure la felicità che da essa nasce. La virtù è un bene così grande che non avverte questi insignificanti complementi, la brevità del tempo, il dolore e le varie malattie, poiché il piacere non è degno di essere preso in considerazione. 25 Qual è la prerogativa della virtù? Non aver bisogno del futuro e non fare il conto dei propri giorni. In un momento conduce a pienezza i beni eterni. Questo ci sembra incredibile e superiore alla natura umana: noi misuriamo la sua grandezza in base alla nostra debolezza e diamo ai nostri vizi il nome di virtù. E dunque? Non sembra ugualmente incredibile che un uomo fra i più atroci tormenti, dica: "Sono felice"? Eppure queste parole si sono sentite proprio nella scuola del piacere. "Vivo questo mio ultimo giorno, il più felice," disse Epicuro, anche se era tormentato da difficoltà urinarie e dal dolore di un'ulcera addominale inguaribile. 26 E perché questo comportamento dovrebbe sembrare incredibile a chi pratica la virtù, quando si ritrova anche in quegli uomini che obbediscono al piacere? Anche questa gente degenere e d'animo vilissimo sostiene che in mezzo alle più gravi sofferenze, alle più terribili disgrazie, il saggio non sarà né infelice, né felice. Eppure anche questo è incredibile, anzi più incredibile ancòra: non vedo come la virtù cacciata dai suoi fastigi non precipiti in fondo. O deve assicurare all'uomo la felicità, oppure, se è costretta a rinunziare, non gli impedirà di diventare infelice. Finché è in lizza, non può ritirarsi: deve vincere o essere vinta.

27 "Solo agli dèi immortali," dicono, "è toccata la virtù e la felicità, a noi un pallido riflesso di quei beni; ci avviciniamo a essi, senza raggiungerli." In realtà la ragione è comune agli dèi e agli uomini; in quelli è perfetta, in noi è suscettibile di perfezione. 28 Ma i nostri vizi ci portano a disperare. Infatti, l'uomo che ha una capacità di giudizio ancòra vacillante e incerta è inferiore, in quanto poco fermo nel mantenere i suoi propositi di virtù. Desìderi pure vista e udito integri, salute, bell'aspetto e una vita lunga senza decadenza fisica. 29 Così si può condurre una vita soddisfacente, ma c'è in quest'uomo imperfetto una certa quantità di malizia, poiché ha un animo incline al male; tuttavia, la sua non è una malizia profondamente radicata e che non ha tregua. Non è ancòra un uomo virtuoso, ma cerca di rendersi tale; però, se a uno manca qualcosa per essere virtuoso, è malvagio. 30 Ma

chi ha coraggio e animo risoluto in corpo

eguaglia gli dèi e tende a loro memore della sua origine. Tutti giustamente si sforzano di risalire là da dove erano scesi. Perché non dovresti credere che ci sia qualcosa di divino in chi è parte di dio? Tutto quello che ci circonda è una sola cosa: dio; e noi ne siamo alleati e membra. La nostra anima ha la capacità di raggiungerlo, se i vizi non la trascinano in basso. Come il nostro corpo ha una posizione eretta e guardiamo al cielo, così l'anima, che può protendersi quanto vuole, desidera per sua formazione naturale le stesse cose degli dèi. E se si avvale delle sue forze e procede nel suo àmbito, tende alla vetta per la via che gli è propria. 31 È una grande fatica salire al cielo: eppure vi fa ritorno. Trovata questa strada, avanza con coraggio, disprezzando ogni cosa; non si volta a guardare il denaro, l'oro e l'argento, del tutto degni delle tenebre in cui giacevano, non li vàluta dallo splendore con cui colpiscono gli occhi degli ignoranti, ma dal fango di vecchia data da cui la nostra avidità li ha separati ed estratti. L'anima sa, dico, che le ricchezze stanno altrove, non dove vengono ammassate; sa che si deve riempire lo spirito, non il forziere. 32 La si può mettere a capo di tutto, darle il possesso della natura, in modo che l'oriente e l'occidente siano i confini delle sue proprietà e sia padrona dell'universo come gli dèi e disprezzi con le sue ricchezze i ricchi; nessuno di loro è mai tanto lieto dei propri beni quanto triste per quelli altrui. 33 Giunta a tale sublime altezza, non ama il corpo, ma se ne cura come di un peso necessario, e non si sottomette a quello cui è stata assegnata. Se uno è schiavo del corpo, non è libero; anche a trascurare gli altri padroni che si trovano, se ci si cura troppo del corpo, il suo dominio è capriccioso ed esigente. 34 Dal corpo l'anima del saggio ora esce serenamente, ora balza fuori con audacia e non si chiede che fine faranno le sue spoglie; ma come non ci curiamo della barba e dei capelli tagliati via, così quell'anima divina quando sta per lasciare l'uomo ritiene che non la riguardi dove andrà a finire quello che era il suo riparo, se lo divori il fuoco o lo ricopra la terra o lo lacerino le fiere, come la placenta non riguarda un bambino appena nato. Che importa a chi non c'è più se il suo corpo viene abbandonato allo strazio dei rapaci ed

è gettato come preda ai pescecani

e divorato? 35 Ma anche quando è ancòra fra gli uomini non teme nessuna minaccia di quegli spauracchi che spingono i nostri timori al di là della morte. "Non mi atterrisce," dice, "l'uncino, né l'orribile vista del cadavere straziato ed esposto all'oltraggio. Non chiedo a nessuno di celebrare le mie esequie, a nessuno affido i miei resti. La natura provvede a non lasciare insepolto nessuno; il tempo ricoprirà i cadaveri abbandonati dalla crudeltà umana." Dice bene Mecenate:

non mi curo della tomba: la natura seppellisce i resti insepolti.

Potresti pensare che a parlare sia stato un grand'uomo: avrebbe avuto un'indole nobile e virile, se il successo non l'avesse infiacchita. Stammi bene.

 

LIBRO QUINDICESIMO

 

 

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1 Nella lettera in cui lamentavi la morte del filosofo Metronatte, come se avesse potuto e dovuto vivere più a lungo, ho sentito la mancanza di quel senso di giustizia di cui sei ricco in ogni funzione, in ogni attività, e che ti difetta in una sola cosa, come a tutti: ho trovato molte persone giuste verso gli uomini, ma nessuna giusta verso gli dèi. Ogni giorno rimproveriamo il destino: "Perché Tizio è stato rapito nel pieno della vita? Perché non Caio? Perché prolunga una vecchiaia penosa a sé e agli altri?" 2 Ma dimmi: ritieni più giusto che sia tu a obbedire alla natura o la natura a te? Che importanza ha se esci presto o tardi dalla vita? Bisogna in ogni caso uscirne. Non dobbiamo cercare di vivere a lungo, ma di vivere abbastanza; vivere a lungo dipende dal destino, dalla nostra anima vivere quanto basta. La vita è lunga se è piena, e diventa tale quando l'anima ha riconsegnato a se stessa il suo bene e ha preso il dominio di sé. 3 Che cosa servono a quel tizio ottant'anni trascorsi nell'inerzia? Costui non è vissuto, ma si è attardato nella vita, e non è morto tardi, ma lentamente. "È vissuto ottant'anni." L'importante è da che giorno calcoli la sua morte. 4 "Invece quell'altro è scomparso nel fiore degli anni." Ha adempiuto, però ai doveri di onesto cittadino, di fedele amico, di buon figlio; mai è venuto meno ai propri obblighi; anche se è incompleta la sua età, è completa la sua vita. "È vissuto ottant'anni." Anzi è esistito per ottant'anni, a meno che tu non dica che è vissuto, così come si dice che gli alberi vivono. Ti scongiuro, Lucilio mio, facciamo in modo che la nostra vita, come tutte le cose preziose, non conti per la sua estensione, ma per il suo peso; misuriamola dalle azioni, non dal tempo. Vuoi sapere che differenza c'è fra un uomo vigoroso e sprezzante della fortuna, che ha adempiuto a tutti i doveri della vita umana ed è giunto al sommo bene, e un uomo che ha lasciato scorrere gli anni? Il primo vive anche dopo la morte, il secondo si è spento prima di morire. 5 Lodiamo, perciò e mettiamo nel numero degli uomini felici chi ha ben impiegato il poco tempo avuto in sorte. Egli ha visto la vera luce; non è stato uno dei tanti; è vissuto; è stato forte. Talora ha goduto di giorni sereni; talora, come spesso avviene, lo splendore del sole si è mostrato fra le nubi. Perché chiedi quanto è vissuto? Vive ancora: è balzato tra i posteri e si è consegnato al loro ricordo. 6 Non per questo rifiuterei degli anni in più; ma anche se la vita mi viene troncata, dirò che non mi è mancato niente per avere la felicità; non ho regolato la mia esistenza su quel giorno che un'avida speranza mi aveva promesso come ultimo: ogni giorno l'ho guardato come se fosse l'ultimo. Perché mi chiedi la data di nascita o se faccio ancòra parte della lista dei giovani? Ho quello che mi spetta. 7 Un uomo con un fisico più piccolo del normale può essere perfetto, e allo stesso modo può essere perfetta una vita più breve del normale. L'esistenza dipende da fattori esterni. Non dipende da me la lunghezza della vita: da me dipende vivere veramente la vita che avrò. Pretendi questo da me: che non conduca un'esistenza oscura in mezzo alle tenebre, ma che guidi la mia vita senza lasciarmi vivere. 8 Chiedi qual è la vita più lunga? Vivere fino alla saggezza; chi la raggiunge, non tocca la meta più lontana, ma la più importante. Ne sia pure fiero; ringrazi gli dèi e fra gli dèi anche se stesso e imputi alla natura ciò che è stato. E lo farà a ragione: le ha restituito una vita migliore di quella ricevuta. Egli ha dato un esempio di uomo virtuoso, ha dimostrato le sue qualità e il suo valore; se fosse vissuto ancora, tutto sarebbe rimasto uguale. 9 E dunque, fino a quando vogliamo vivere? Siamo ormai arrivati a conoscere tutto: sappiamo su quali princìpî si fondi la natura, che ordinamento dia al mondo, attraverso quali cicli faccia ritornare l'anno, in che modo abbia segnato i confini di tutte le cose future e si sia posta come limite a se stessa; sappiamo che le stelle si muovono per loro impulso, che nessun corpo celeste è fermo, eccetto la terra e che gli altri scorrono veloci ininterrottamente; sappiamo come la luna superi il sole e perché, pur essendo più lenta, si lasci alle spalle quello che è più veloce, come si illumini e si oscuri, per quale causa si avvicendino il giorno e la notte: bisogna andare là dove questi fenomeni si contemplano più da vicino. 10 "Non esco dalla vita con maggiore forza d'animo," dice il saggio, "perché spero che mi sia aperta la strada verso i miei dèi. Mi sono procurato il diritto di essere ammesso tra di loro (e per altro ci sono già stato): il mio spirito è giunto fino a loro e loro a me. Supponi che io scompaia e che dopo la morte dell'uomo non rimanga nulla: io ho lo stesso un'anima grande anche se, uscito dalla vita, non andrò a finire in nessun luogo." 11 "Non visse tanto a lungo quanto avrebbe potuto." Anche un libro di poche righe può essere apprezzabile e utile: hai presente la mole degli annali di Tanusio e che fama li accompagni. La lunga vita di certa gente è simile e segue la stessa sorte degli annali di Tanusio. 12 Secondo te il gladiatore ucciso alla fine dello spettacolo è forse più felice di quello che muore a metà giornata? Pensi che uno sia tanto stupidamente attaccato alla vita da preferire che lo scannino nello spogliatoio piuttosto che nell'arena? Se uno muore prima, non precede un altro di un intervallo maggiore di questo. La morte arriva per tutti, l'assassino segue la vittima. Ci tormentiamo tanto per una sciocchezza. Ma a che serve evitare a lungo l'inevitabile? Stammi bene.

 

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1 Certi filosofi hanno accolto unicamente quella parte della filosofia che dà insegnamenti particolari sul ruolo che ognuno ricopre nella vita, e non forma l'uomo in generale, ma consiglia al marito come comportarsi verso la moglie, al padre come educare i figli, al padrone come governare i servi, e hanno trascurato le altre parti come fossero per noi inutili, quasi si potessero dare consigli su un aspetto della vita senza averla prima abbracciata nella sua totalità. 2 Secondo lo stoico Aristone, invece, questa parte è poco importante e non penetra nell'intimo, con i suoi insegnamenti da nonnetta; per lui giovano moltissimo i princìpî stessi della filosofia e la definizione del sommo bene; "chi l'ha compresa e imparata bene, può decidere lui stesso il da farsi in ogni singola circostanza." 3 Quando uno impara a scagliare il giavellotto, cerca di colpire il bersaglio ed esercita la mano a dirigere il tiro; raggiunta questa capacità con la disciplina e l'esercizio, se ne serve a suo piacimento, perché non ha imparato a colpire questo o quel bersaglio, ma tutti quelli che vuole; così, se uno è preparato ad affrontare la vita in tutti i suoi aspetti, non ha bisogno di essere consigliato sui particolari, perché è istruito in generale, e non su come vivere con la moglie o con il figlio, ma su come vivere bene: e questo comprende anche come vivere con la moglie o coi figli. 4 Per Cleante anche questa parte è utile, ma è inefficace se non ha origine da una conoscenza universale, se non conosce i precetti e i princìpî stessi della filosofia.

Questa sezione della filosofia, cioè la precettistica particolare, presenta due problemi: se sia utile o inutile e se da sola possa rendere l'uomo virtuoso, o meglio se sia superflua o renda superflue tutte le altre. 5 Chi la ritiene superflua afferma: se un ostacolo impedisce la vista, va rimosso; finché rimane, è tempo perso impartire degli insegnamenti: "camminerai così, stenderai la mano da quella parte." Allo stesso modo quando qualcosa ottenebra l'anima e le impedisce di comprendere la scala dei doveri, chi insegna: "Così vivrai col padre, così con la moglie" non conclude niente. Gli ammaestramenti non serviranno a nulla finché l'errore offusca la mente: se viene eliminato apparirà chiaro come dobbiamo adempiere a ciascun dovere. Altrimenti tu insegni a uno che cosa debba fare un uomo sano, ma non lo rendi sano. 6 Mostri al povero come comportarsi da ricco: ma se rimane povero, come può farlo? All'affamato spieghi che cosa dovrebbe fare se fosse sazio: togligli piuttosto la fame che ha nelle ossa. Lo stesso vale per tutti i vizi: bisogna eliminarli, non insegnare cose impossibili a realizzarsi finché essi rimangono. Se non rimuoverai i pregiudizi che ci affliggono, l'avaro non comprenderà come va usato il denaro, né il vile come disprezzare i pericoli. 7 Devi fargli comprendere che il denaro non è né un bene, né un male e mostrargli persone ricche molto infelici. Devi fargli comprendere che quello che generalmente temiamo non è temibile come si dice, che nessuno soffre a lungo e non muore più di una volta: nella morte, che è inevitabile, c'è un grande motivo di consolazione: non ritorna per nessuno; nel dolore sarà un rimedio la fermezza d'animo, che rende meno penosi i mali se sopportati con coraggio; la natura del dolore è eccellente, perché, se si protrae, non può essere grande, e se è grande, non può protrarsi. Dobbiamo accettare da forti quanto ci comanda la legge dell'universo. 8 Quando, stabiliti questi princìpî, metterai uno davanti alla sua condizione e capirà che si è felici vivendo non secondo piacere, ma secondo natura, quando amerà veramente la virtù come unico bene dell'uomo e fuggirà la disonestà come unico male, quando comprenderà che tutto il resto - ricchezza, onori, salute, forze, poteri - sono cose indifferenti da non annoverarsi né tra i beni, né tra i mali, allora non sentirà il bisogno di uno che lo consigli in ogni situazione e dica: "Cammina così, pranza così; questo comportamento è adatto all'uomo, questo alla donna, questo a chi è sposato, questo al celibe." 9 Chi dà questi consigli così minuziosi non è in grado di metterli in pratica nemmeno lui; il pedagogo impartisce questi insegnamenti all'allievo, la nonna al nipote e il maestro, così proclive all'ira, disputa sulla necessità di non adirarsi. Se entrerai in una scuola, ti renderai conto che i precetti elargiti dai filosofi con estrema alterigia si trovano già nei libri di testo per l'infanzia.

10 E poi, darai ammaestramenti lampanti o dubbi? Quelli lampanti non hanno bisogno di consiglieri; quanto a quelli dubbi non si presta fede a chi li dà: dunque, ammaestrare è inutile. Soprattutto impara questo: se dài consigli oscuri e ambigui, dovrai provarli; se li proverai, le prove addotte hanno più valore e bastano di per sé. 11 "Tratta così con l'amico, così con il concittadino, così con il compagno." "Perché?" "Perché è giusto." Tutti questi insegnamenti mi vengono dalla sezione della filosofia che riguarda la giustizia: lì apprendo che bisogna desiderare la giustizia di per sé, che ad essa non ci costringe la paura o ci induce il guadagno, che non è un uomo giusto chi in questa virtù si compiace di qualcosa al di fuori di essa. Quando mi sono persuaso e sono profondamente convinto di ciò a che servono questi precetti che insegnano a uno già istruito? A chi sa, è inutile dare dei precetti, a chi non sa, è poco, poiché deve apprendere non solo quello che gli viene insegnato, ma anche perché. 12 I precetti, dico io, sono necessari, per chi ha le idee chiare sul bene e sul male, o per chi non le ha? A costui tu non sarai affatto d'aiuto: dicerie contrarie ai tuoi consigli gli otturano le orecchie. Se uno sa esattamente che cosa evitare o che cosa ricercare, sa come deve comportarsi anche senza che tu parli. In conclusione, tutta questa parte della filosofia si può eliminare.

13 Per due motivi noi erriamo: o c'è nell'animo una perversità prodotta da convinzioni malvagie, oppure, anche se esso non è in preda all'errore, vi è incline e, fuorviato dalle apparenze, fa presto a rovinarsi. Perciò dobbiamo o curare bene lo spirito ammalato e liberarlo dai vizi, oppure, se ne è libero, ma è propenso al male, prenderne possesso in tempo. I principî della filosofia hanno sia l'uno che l'altro effetto; pertanto questo genere di insegnamenti non serve a niente. 14 E poi, impartire norme a ognuno è un'impresa immane: sono di un certo tipo per l'usuraio, di un altro per il contadino, per il commerciante, per il cortigiano, per chi cerca l'amicizia dei suoi pari e per chi quella degli inferiori. 15 Nel matrimonio insegnerai come vivere con una donna sposata vergine, o con una che ha avuto un marito in precedenza, come vivere con una donna ricca o con una senza dote. Oppure secondo te non c'è differenza tra una donna sterile e una feconda, fra una matura e una ragazzina, fra una madre e una matrigna? Non possiamo abbracciare tutti i vari casi: eppure ciascuno richiede regole particolari, mentre le norme della filosofia sono brevi e comprendono tutto. 16 I precetti della saggezza, inoltre, devono essere definiti e precisi; se non si possono definire, non fanno parte della saggezza, che conosce i limiti delle cose. Bisogna pertanto eliminare questa parte precettistica, perché non è in grado di garantire a tutti le promesse fatte a pochi; la saggezza, invece, riguarda tutti. 17 Fra la pazzia collettiva e quella curata dai medici non c'è differenza, se non che questa nasce da malattia, quell'altra da false opinioni; l'una affonda le radici della sua frenesia nello stato di salute, l'altra è una malattia dell'anima. Se a un pazzo qualcuno volesse insegnare come parlare, camminare, comportarsi in pubblico e in privato, sarebbe più folle di lui: bisogna curare la bile nera e rimuovere la causa stessa della pazzia. Lo stesso va fatto per la pazzia dello spirito: la si deve scacciare, altrimenti i consigli andranno sprecati.

18 Queste sono le affermazioni di Aristone e noi le controbatteremo una per una. Veniamo alla prima; egli sostiene che, se c'è un ostacolo davanti agli occhi e ne impedisce la vista, deve essere rimosso; anch'io ammetto che per vedere non c'è bisogno di precetti, ma di un rimedio che liberi la vista ed elimini l'ostacolo che la impedisce: la vista è un fatto naturale e rimuovendo ciò che è d'impedimento le restituiamo la sua funzione. Ma la natura non insegna come si debba adempiere a ciascun dovere. 19 In secondo luogo, chi è stato curato di cataratta non può appena riacquistata la vista, restituirla anche ad altri; invece, uno liberato dalla malvagità, può liberare a sua volta gli altri. Non sono necessarie esortazioni e neppure consigli perché l'occhio colga le proprietà dei colori: distinguerà il bianco dal nero anche senza che nessuno glielo insegni. L'anima, invece, ha bisogno di numerosi consigli per comprendere come debba comportarsi nella vita. In realtà, il medico i malati agli occhi non solo li cura, ma dà loro anche dei consigli. 20 "Non esporre sùbito la vista ancora debole a una luce troppo violenta," dice; "prima passa dall'oscurità alla penombra, poi osa di più e abìtuati gradualmente a sopportare la viva luce. Non devi studiare dopo aver mangiato e nemmeno sforzare gli occhi gonfi e tumefatti: evita il vento e il freddo pungente che ti batte in faccia", e altri suggerimenti simili, utili quanto le medicine. L'arte medica aggiunge consigli alle cure.

21 "L'errore," continua Aristone, "è la causa delle nostre mancanze: i precetti non lo eliminano e non dissipano le idee sbagliate sul bene e sul male." Ammetto che i precetti non riescano di per sé a rimuovere le convinzioni errate; ma non per questo non servono, uniti anche ad altri sistemi. Per prima cosa rinfrescano la memoria; poi, quei concetti che, tutti insieme, sembravano piuttosto confusi, divisi in sezioni, possono essere esaminati con più attenzione. Oppure, in questo modo, puoi definire inutili anche i discorsi consolatori e di esortazione: e invece non sono inutili; quindi, non lo sono neppure gli ammonimenti. 22 "È sciocco," dice, "insegnare a un malato che cosa debba fare come se fosse sano; restituiscigli, invece, la salute: senza di essa i precetti sono vani." E che dire del fatto che ad ammalati e sani su certe questioni vanno rivolti consigli uguali? Come ad esempio, non mangiare con avidità ed evitare la spossatezza. Anche per il povero e il ricco ci sono precetti in comune. 23 "Guarisci l'avidità," afferma Aristone, "e non dovrai dare consigli al povero o al ricco, se si è calmata la loro cupidigia." Ma come? Un conto è non desiderare il denaro, un altro è saperlo usare. Gli avari ne ignorano la giusta misura, ma anche chi non è avaro può ignorarne il giusto uso. "Elimina gli errori," dice il filosofo, "e i precetti sono inutili." È falso. Immagina che si sia mitigata l'avidità, domata la dissolutezza, frenata l'imprudenza, spronata l'ignavia: anche se i vizi sono stati eliminati, bisogna imparare che cosa fare e come. 24 "Contro i vizi gravi," egli sostiene, "non riusciranno a niente gli ammonimenti." Nemmeno la medicina vince le malattie inguaribili, eppure viene usata come rimedio per alcune, per altre come sollievo. Nemmeno la potenza stessa dell'intera filosofia, anche se chiama a raccolta tutte le sue forze, potrà sradicare dall'animo un male ormai incallito e di vecchia data; ma perché non guarisce tutto, non si può dire che non guarisca niente.

25 "A che serve," dice Aristone, "insegnare l'evidenza?" Serve moltissimo. Certe volte, infatti, le cose le sappiamo, ma non siamo attenti. Le esortazioni non servono da insegnamento, risvegliano, però l'attenzione, stimolano, mantengono viva la memoria e non la lasciano smarrire. Noi tralasciamo molte cose che pure abbiamo davanti agli occhi: un ammonimento è una forma di esortazione. Spesso l'animo finge di non vedere neppure l'evidenza; e allora bisogna ricordargli anche le cose più note. A questo punto è bene ricordare la frase pronunciata da Calvo contro Vatinio: "Voi lo sapete che c'è stato un broglio e tutti sanno che voi lo sapete." 26 Sai che le amicizie vanno venerate come sacre, ma non lo fai. Sai che è un infame chi pretende dalla moglie il pudore, ma seduce le donne altrui; sai che come lei non deve avere rapporti con un altro, così tu non ne devi avere con un'amante, e non lo fai. Perciò bisogna rinfrescarti sovente la memoria; quei princìpî non devono stare in un canto, ma essere a portata di mano. Tutte le norme salutari vanno esaminate di frequente e meditate; non devono esserci solo note: devono essere sùbito disponibili. Inoltre anche i concetti chiari diventano di solito ancò ra più chiari.

27 "Se i tuoi ammaestramenti sono incerti," continua, "dovrai aggiungere delle prove; perciò utili saranno quelle e non gli ammaestramenti." Ma se a giovare è proprio l'autorità di chi consiglia, anche senza prove? Così come i pareri dei giureconsulti sono validi anche se non se ne dà una spiegazione. E poi gli stessi ammaestramenti hanno molto peso di per sé, soprattutto se messi in versi oppure racchiusi in massime in prosa come quelli di Catone: "compra non l'occorrente, ma l'indispensabile; il superfluo è caro anche a pagarlo un soldo"; 28 e così i responsi dell'oracolo o simili: "risparmia il tempo", "conosci te stesso". Chiederai spiegazioni quando uno ti reciterà questi versi?

L'oblio è il rimedio delle offese.

La fortuna aiuta gli audaci, il pigro è di ostacolo a se stesso.

Sono parole che non richiedono un esperto; toccano i sentimenti e sono utili perché la natura fa sentire la sua forza. 29 L'animo porta in sé i semi di tutte le virtù, questi vengono fatti germogliare dalle esortazioni, come la scintilla, attizzata da un soffio leggero, sviluppa la sua fiamma; la virtù cresce, se è spronata e incitata. Inoltre ci sono nell'animo dei princìpî, non molto evidenti però che cominciano a essere pronti solo quando vengono espressi; altri si trovano sparsi qua e là e la mente poco esercitata non riesce a metterli insieme. Bisogna perciò radunarli e congiungerli perché siano più efficaci e risollevino meglio l'animo. 30 Oppure se i precetti non servono a niente, ogni insegnamento va eliminato e dobbiamo accontentarci della sola natura. Coloro che sostengono questa tesi non si rendono conto che uno è di ingegno vivace e sveglio, lento e ottuso un altro, e che in ogni caso non tutti sono intelligenti allo stesso modo. La forza dell'intelligenza è alimentata dai precetti, cresce, aggiunge nuove convinzioni a quelle innate e corregge le idee distorte.

31 "Se uno non ha dei retti princìpî," continua Aristone, "legato com'è al malcostume, a che cosa gli serviranno gli ammonimenti?" Naturalmente a liberarsene, perché in lui le qualità naturali non sono scomparse, ma soltanto nascoste e oppresse. Anche così esse cercano di risollevarsi e di resistere alla depravazione e, trovato un sostegno e un aiuto nei precetti, riprendono forza, purché non le abbia infettate a morte un male di vecchia data: in questo caso non potrà sanarle neppure la dottrina filosofica impiegando tutte le sue forze. Che differenza c'è, infatti, fra i princìpî filosofici e i precetti se non che i primi sono norme universali, i secondi particolari? Entrambi istruiscono, ma gli uni in generale, gli altri in particolare.

32 "Se uno," egli dice, "ha dei princìpî retti e onesti è inutile dargli dei consigli." Niente affatto; anche costui conosce il suo dovere, ma non ne ha una chiara percezione. Non sono solo le passioni a impedirci di agire virtuosamente, ma l'incapacità di capire che cosa esigano le singole circostanze. Il nostro animo a volte è ben regolato, ma inerte e poco pratico a trovare la via dei doveri, che un buon consiglio ci può invece indicare.

33 "Elimina," egli dice, "le false idee sul bene e sul male, metti al loro posto idee giuste e i consigli saranno inutili." Questo sistema senza dubbio regola l'animo, ma non basta; anche se con argomentazioni logiche si ricava qual è il bene e qual è il male, tuttavia i precetti hanno un loro ruolo. Sia la prudenza che la giustizia sono formate da vari doveri: e i doveri li determinano i precetti. 34 Inoltre, anche il giudizio sul male e sul bene trova conferma nel compimento dei doveri, e a questo ci conducono i precetti. Sono due cose in armonia tra loro: gli uni non possono precedere senza che gli altri seguano e questi seguono un ordine proprio; è quindi evidente che sono i doveri a precedere.

35 "I precetti," dice Aristone, "sono infiniti." Non è vero; sulle questioni più importanti e fondamentali non sono infiniti; ci sono differenze minime determinate dal momento, dal luogo, dalle persone, ma anche in questi casi si dànno precetti generali.

36 "Non si può curare," sostiene, "la pazzia con i precetti; quindi, nemmeno la malvagità." È diverso: se elimini la pazzia restituisci la salute mentale; togliendo di mezzo le idee false, invece, non ce ne deriva immediatamente la capacità di distinguere le azioni da compiere; ma, posto che sia così, un consiglio avvalorerà il nostro giusto giudizio sul bene e sul male. Ed è ugualmente falso che ai pazzi i precetti non servano a nulla. Da soli non giovano, ma sono di aiuto alla cura; i pazzi li frenano sia le minacce che le punizioni - certo, mi riferisco a quelli la cui mente vacilla, ma non è stravolta completamente.

37 "Le leggi," dice, "non riescono a farci comportare come dovremmo, e che altro sono se non precetti misti a minacce?" Prima di tutto le leggi non persuadono proprio perché minacciano, mentre i precetti non costringono, ma cercano di persuadere; le leggi, inoltre, distolgono dal delitto, i precetti esortano al dovere. E poi anche le leggi giovano alla moralità, specialmente se, oltre a comandare, insegnano. 38 In questo non sono d'accordo con l'affermazione di Posidonio: "Disapprovo che alle leggi di Platone siano stati aggiunti dei princìpî. La legge deve essere breve, perché i profani la comprendano meglio. Sia come una voce che viene dal cielo: comandi senza discutere. Per me non c'è niente di più insulso, niente di più inopportuno di una legge preceduta da un preambolo. Consigliami, dimmi che cosa vuoi che faccia: non imparo, ma obbedisco." In realtà le leggi servono; e infatti vedrai che sono corrotte le città governate da cattive leggi. 39 "Ma non servono a tutti." Neppure la filosofia; non per questo, però è inutile e incapace di formare l'animo. E come? La filosofia non è la legge della vita? Ma supponiamo che le leggi non servano: non ne consegue che non siano utili neppure gli ammonimenti. Oppure allo stesso modo dirai che non servono le parole di conforto, di dissuasione, gli incitamenti, i rimproveri, le lodi. Sono tutte forme di ammonimento; per mezzo loro raggiungiamo la perfezione spirituale. 40 Niente rende più virtuosi gli animi e li riconduce sulla retta via, se sono incerti e inclini al male, quanto la compagnia di uomini onesti; a poco a poco essa penetra nell'intimo e la loro vista e il loro ascolto abituale ha la stessa forza dei precetti. Anche il solo incontrarsi coi saggi è utile, per dio, e da un grand'uomo puoi trarre dei vantaggi perfino se tace. 41 Capire che mi è stato utile è per me più facile che dirti in che modo mi è utile. "Certi animaletti quando pungono non li sentiamo," dice Fedone, "tanto debole è la loro forza e ci inganna sul pericolo; il gonfiore rivela la puntura, eppure nel gonfiore stesso non si vede nessuna ferita." Ti accadrà lo stesso nei rapporti coi saggi; non ti accorgerai come o quando ti giovano, ma ti accorgerai che ti hanno giovato.

42 "Dove va a parare questo discorso?" chiedi. I buoni precetti, se li terrai sempre presenti, ti saranno utili quanto i buoni esempi. Pitagora afferma che cambia interiormente una persona che entra in un tempio e vede da vicino le immagini degli dèi e attende il responso di un oracolo. 43 E chi può negare che certi precetti colpiscano nel segno anche gli uomini più ignoranti? Come queste frasi molto concise, ma pregnanti:

Niente di troppo.

Non c'è guadagno che sazi l'animo dell'avaro.

Aspettati da altri ciò che hai fatto al tuo prossimo.

A queste parole rimaniamo come colpiti e nessuno può dubitare o chiedere: "Perché?", tanto la verità è palese anche senza spiegazioni. 44 Se il rispetto frena gli animi e reprime i vizi, perché non dovrebbero avere la stessa efficacia anche gli ammonimenti? Se la punizione è causa di vergogna, perché non dovrebbe essere lo stesso per gli ammonimenti, anche se si avvalgono di semplici precetti? In realtà sono più efficaci e penetrano più a fondo i consigli che sostengono con prove i loro insegnamenti, che aggiungono quali siano le azioni da compiere e le loro motivazioni e quale utile attenda chi agisce in obbedienza ai precetti. Se gli ordini servono, servono anche i consigli; ebbene, gli ordini servono, dunque servono anche i consigli. 45 La virtù si divide in due parti: contemplazione della verità e azione: la prima ce la dànno gli insegnamenti, alla seconda ci spingono i consigli. Le azioni oneste esercitano e mostrano la virtù. Se i consigli giovano a chi intende operare, gli saranno utili anche gli ammonimenti. Quindi, se l'agire onestamente è necessario alla virtù e gli ammonimenti indicano le azioni oneste, anche gli ammonimenti sono necessari. 46 Due cose dànno una grandissima forza all'anima, la fede nella verità e la fiducia in se stessi; entrambe ci vengono dagli ammonimenti, poiché in essi si crede e, quando si è giunti a credere, l'anima concepisce sentimenti elevati e si riempie di fiducia; quindi, gli ammonimenti non sono inutili. M. Agrippa, uomo di straordinario temperamento, l'unico ad aver fortuna nella vita pubblica fra le persone rese famose e potenti dalle guerre civili, spesso diceva di dover molto a questa massima: "Con la concordia i piccoli stati crescono, con la discordia vanno in rovina i più grandi." Affermava che essa lo aveva reso un eccellente amico e fratello. 47 Se massime di questo tipo recepite nell'intimo formano l'animo, perché non potrebbe fare lo stesso anche quella sezione della filosofia che da tali massime è formata? Parte della virtù si basa sull'insegnamento, parte sull'esercizio; devi imparare e poi confermare con le azioni quanto hai appreso. Se ciò si verifica, non servono solo i princìpi della saggezza, ma anche i precetti, che frenano le nostre passioni e le reprimono come in forza di un editto.

48 "La filosofia," dice Aristone, "si divide in conoscenza e stato morale; chi ha imparato e capìto le azioni da compiere e quelle da evitare, non è ancora saggio se il suo animo non si è modellato su quanto ha appreso. Questa terza parte, cioè l'insegnamento, deriva sia dalla dottrina che dallo stato morale, perciò è superflua per conseguire la virtù: bastano le prime due." 49 A questo modo, dunque, sono inutili le parole di conforto (anch'esse derivano da quelle due parti), l'incitamento, il consiglio e la stessa argomentazione, poiché anche questa nasce da uno stato d'animo sereno e forte. Ma sebbene queste cose provengano da un'ottima condizione morale, tale condizione dipende da esse; le origina e ne trae origine. 50 Le tue affermazioni, inoltre, riguardano l'uomo che ha raggiunto la perfezione e il culmine della felicità umana. Ma è una meta a cui si arriva lentamente; intanto all'uomo ancòra imperfetto, ma in via di progresso, bisogna indicare una linea d'azione. Forse il saggio se la darà da solo, anche senza che nessuno lo ammonisca, poiché ha portato l'animo al punto di non potersi muovere se non verso il bene. Ma ai caratteri più deboli è necessario che uno suggerisca: "Evita questo, fa' quello." 51 Inoltre se uno aspetta il momento di sapere da sé che cosa sia meglio fare, nel frattempo si allontanerà dalla retta via e allontanandosene non riuscirà a giungere là dove può essere contento di sé; deve, dunque, essere guidato finché non incomincia a potersi guidare da solo. I ragazzi apprendono in base a un modello: il maestro tiene loro con la mano le dita guidandole lungo i segni delle lettere; quindi li esorta a imitare gli esempi proposti e a uniformare a essi la grafia: allo stesso modo trae giovamento il nostro animo, istruito secondo un modello.

52 Tali prove dimostrano come questa parte della filosofia non sia superflua. Ci si chiede, poi, se da sola basti a formare il saggio. Questo problema lo affronteremo a suo tempo; intanto, messe da parte le prove, non è forse chiaro che abbiamo bisogno di un esperto che ci dia ammaestramenti contrari a quelli della massa? 53 Tutte le parole che ascoltiamo ci danneggiano: ci nuoce chi ci augura il bene come chi ci augura il male. Le maledizioni degli uni ci incutono false paure, e l'amore degli altri, con i suoi buoni augùrî, ci dà dei cattivi insegnamenti, perché ci indirizza verso beni lontani, incerti e dubbi, mentre la nostra felicità la possiamo trovare dentro di noi. 54 Non si può secondo me, procedere per la retta via; ci fanno deviare i genitori, i servi. Nessuno coinvolge negli errori solo se stesso, ma diffonde la sua follia sul prossimo e a sua volta la riceve dagli altri. Per questo i vizi della massa li ritroviamo nei singoli: è stata la massa a trasmetterli. Nel momento in cui uno corrompe, è corrotto; ha imparato il male e lo ha poi insegnato e ne è nata quell'enorme malvagità, poiché si accumulano in un solo individuo i vizi peggiori di ciascuno. 55 Deve, dunque, esserci qualcuno che ci sorvegli, che di volta in volta ci tiri le orecchie, e tenga lontano le chiacchiere della gente e protesti contro le lodi della folla. Sbagli se pensi che i vizi nascano con noi: sono venuti dopo, si sono accumulati in noi. Respingiamo, perciò con moniti frequenti, i pregiudizi che ci rintronano. 56 La natura non ci mette sulla strada del vizio: ci ha generati puri e liberi. Non ha messo in evidenza niente che eccitasse la nostra avidità: ci ha posto sotto i piedi l'oro e l'argento e ci ha dato da calpestare e da schiacciare quello per cui siamo calpestati e schiacciati. Ci ha fatto volgere lo sguardo al cielo e ha voluto che quanto di grandioso e stupendo essa ha creato noi lo vedessimo alzando gli occhi: il sorgere e il tramontare degli astri, il vertiginoso moto su se stesso del mondo che mostra di giorno le bellezze terrene, di notte quelle celesti, il procedere delle stelle, lento se lo paragoni a quello dell'universo, ma velocissimo se pensi che enormi spazi percorrano a velocità costante, le eclissi del sole e della luna che si oscurano a vicenda, e altri fenomeni ancora, degni di ammirazione sia che si manifestino con ordine o che compaiano d'un tratto determinati da cause improvvise, come strisce di fuoco nella notte e lampi nel cielo che si apre senza colpi o tuoni, colonne di fuoco, meteore e varie figure fiammeggianti. 57 Tutto questo la natura lo ha posto sopra di noi, ma l'oro, l'argento e il ferro, che per questi metalli è sempre in guerra, li ha nascosti, come se fosse male affidarceli. Li abbiamo portati noi alla luce e per essi combattiamo, abbiamo tirato fuori noi le cause e gli strumenti dei nostri pericoli fendendo il grembo della terra, noi abbiamo affidato alla fortuna le nostre disgrazie e non ci vergogniamo di tenere nella massima considerazione materiali che stavano sottoterra in profondità. 58 Vuoi sapere che falso splendore ha ingannato i tuoi occhi? Finché essi giacciono coperti e immersi nel fango, non c'è niente di più brutto, di più ignobile. E perché no? Vengono estratti attraverso lunghissimi e oscuri cunicoli. Non c'è niente di più orribile, mentre vengono alla luce e sono liberati dalle impurità. Guarda, infine, gli stessi operai che con le mani ripuliscono questa sorta di terra sterile e sotterranea: vedrai come sono sporchi di fuliggine! 59 Eppure questi metalli insudiciano più l'animo che il corpo e ci si sporca più a possederli che a lavorarli. È necessario, dunque, essere consigliati, aver vicino una persona onesta che ci difenda, e fra tanto strepito e confusione di menzogne dar ascolto finalmente a una voce sola. Quale sarà questa voce? Naturalmente quella che ti sussurri parole salutari, assordato come sei dal gran chiasso dell'ambizione, una voce che dica: 60 non c'è ragione di invidiare gli uomini che il popolo definisce importanti e fortunati; non c'è ragione che il plauso distrugga la tua serenità e la tua salute spirituale, che quel porporato pieno di cariche ti faccia venire a nausea la tua pace, che tu ritenga quell'uomo, al cui passaggio tutti fanno largo, più felice di te che il littore scaccia dalla via. Se vuoi esercitare un potere che ti torni utile e non opprima nessuno, elimina i vizi. 61 Ci sono molti che danno fuoco alle città, e distruggono costruzioni che avevano resistito attraverso i secoli ed erano state al sicuro per lungo tempo, molti che erigono terrapieni alti quanto fortezze, e con arieti e macchine da guerra abbattono mura straordinariamente elevate. Ci sono molti che mettono in fuga eserciti e incalzano minacciosamente i nemici e giungono all'oceano bagnati dal sangue delle stragi: anche loro, però per vincere un nemico sono stati vinti dalle passioni. Nessuno ha resistito alla loro avanzata, ma neanche essi avevano resistito all'ambizione e alla crudeltà; e quando sembrava che inseguissero gli altri, erano loro ad essere inseguiti. 62 Una folle smania di devastare paesi stranieri spingeva l'infelice Alessandro e lo faceva andare verso l'ignoto. Oppure, secondo te, è sano di mente uno che incomincia a far strage proprio in Grecia, dove è stato educato? Che toglie a ognuno quanto ha di meglio e impone a Sparta la schiavitù e ad Atene il silenzio? Non contento dello scempio di tante città, che Filippo aveva vinto e comprato, ne abbatte altre qua e là e porta le armi in tutto il mondo; la sua crudeltà mai esausta non ha tregua, come quella delle belve feroci che sbranano anche se non hanno fame. 63 Ormai ha fuso numerosi regni in uno solo, ormai i Greci e i Persiani temono lo stesso tiranno, ormai anche le popolazioni libere dal giogo di Dario sono sottomesse; e tuttavia egli supera i confini dell'oceano e del sole, non si dà pace che le sue vittorie non calchino le orme di Ercole e di Bacco, e si prepara a lottare anche contro la natura. Non è lui che vuole andare avanti: non può star fermo, come un peso, gettato nel vuoto, il cui moto tende come ultima meta a finalmente giacere. 64 Non era il valore o il raziocinio, ma un insano desiderio di falsa grandezza che spingeva anche Gneo Pompeo alle guerre e alle lotte civili. Ora andava contro la Spagna e gli eserciti di Sertorio, ora a tenere a freno i pirati e a pacificare i mari: solo pretesti per non perdere il potere. 65 Che motivo lo trascinò in Africa, nel nord, contro Mitridate, in Armenia e nelle terre più lontane dell'Asia? Certo una brama insaziabile di diventare sempre più grande, perché solo a lui sembrava di non esserlo abbastanza. Che cosa spinse Cesare alla rovina sua e dello stato? La gloria, l'ambizione e il desiderio sfrenato di eccellere sugli altri. Non riuscì a tollerare neanche uno sopra di sé, quando la repubblica ne tollerava due su di sé. 66 Perché, credi davvero che C. Mario, quella volta che era stato console (unico consolato regolare, gli altri li aveva ottenuti con la violenza) abbia massacrato i Cimbri e i Teutoni, inseguito Giugurta per i deserti d'Africa, affrontando tanti pericoli spinto dalla virtù? Mario guidava l'esercito, l'ambizione guidava Mario. 67 Loro sconvolgevano tutto e come turbini venivano sconvolti: i turbini si trascinano dietro ciò che ghermiscono, ma prima vorticano e per questo si avventano con maggior furia: non hanno controllo di sé; perciò sono una calamità per molti, ma subiscono anch'essi quella pestilenziale violenza con la quale danneggiano i più. Non puoi credere che uno diventi felice se rende infelici gli altri.

68 Bisogna eliminare questo campionario di esempi che ci trapassano gli occhi e le orecchie, e liberare l'animo ingombro di discorsi nocivi. In chi ne è preda bisogna far penetrare la virtù, perché estirpi le menzogne e le convinzioni in contrasto con la verità, perché ci separi dal volgo cui diamo troppa fiducia e ci riconduca a pensieri incorrotti. La saggezza consiste in questo: rifarsi alla natura, ritornare là dove un abbaglio comune ci aveva cacciato. 69 Buon senso significa soprattutto abbandonare chi ci istiga alla follia e tenersi lontani da un connubio dannoso alle due parti. Vuoi rendertene conto? Guarda come in pubblico uno vive diversamente che in privato. La solitudine non è di per sé maestra di onestà o la campagna di frugalità; però, quando se ne sono andati testimoni e spettatori, cessano i vizi, che si beano di essere ostentati e osservati. 70 Chi indossa vesti di porpora per non esibirle? Chi mette le vivande in stoviglie d'oro solo per se stesso? Davvero uno dispiega lo sfarzo del suo lusso, sdraiato in solitudine, all'ombra di un albero nei campi? Nessuno sfoggia per il piacere dei suoi occhi o di poca gente o degli amici, ma sciorina l'apparato dei suoi vizi secondo la folla che lo guarda. 71 È proprio così: la spinta verso tutto quello per cui diamo segni di follia è la presenza di un ammiratore e di un testimone. Spegni il desiderio, se togli la possibilità di ostentazione. L'ambizione, lo sfarzo, la sfrenatezza, hanno bisogno della ribalta: se li tieni nascosti, ne guarirai. 72 E così, se ci troviamo in mezzo allo strepito delle città, ci stia a fianco uno che ci consigli, e alla lode di ingenti patrimoni opponga la lode di chi è ricco con poco e misura le ricchezze dall'uso che se ne fa. Contro coloro che esaltano il favore della massa e il potere, lui sottolinei con ammirazione l'esistenza ritirata dedita agli studi e l'anima che si ripiega su se stessa. 73 Dimostri che quegli uomini giudicati dalla massa felici stanno, invece, tremanti e sbigottiti in quella loro posizione invidiata e di sé hanno un'opinione ben diversa da quella degli altri; quelle che per gli altri sono cime elevate, per loro sono precipizi. E così si scoraggiano e tremano ogni volta che spingono lo sguardo nell'abisso della loro grandezza: pensano alla possibilità di cadute tanto più pericolose quanto più uno sta in alto. 74 Allora hanno paura di quello che desideravano e la prosperità che li rende insopportabili agli altri, pesa su loro ancora più insopportabile. Allora elogiano la vita calma e indipendente, detestano il loro splendore e cercano di fuggire quando la situazione è ancora stabile. Allora li vedi darsi alla filosofia per paura, ragionare saggiamente spinti dal timore della mala sorte. Come se la buona fortuna e il ben ragionare fossero agli antipodi, noi abbiamo più buon senso quando le cose vanno male: quando vanno a gonfie vele, ci tolgono la capacità d'intendere. Stammi bene.

 

95

1 Mi chiedi di trattare sùbito quell'argomento che avevo deciso di rinviare a suo tempo e vuoi che ti scriva se la parte della filosofia che i Greci chiamano "parenetica" e noi "precettistica" basta per raggiungere una perfetta saggezza. So che se io rifiutassi, non te l'avresti a male. A maggior ragione mi impegno e mantengo vivo il proverbio: "Non domandare una seconda volta quello che non volevi ottenere." 2 A volte domandiamo insistentemente cose che rifiuteremmo se qualcuno ce le offrisse. Che sia leggerezza o servilismo, questo comportamento va punito con un pronto assenso. Vogliamo dare l'impressione di voler sapere molte cose, ma non è così. Un autore portò una volta un enorme volume di storia, scritto a caratteri minutissimi e avvolto molto strettamente; dopo averne letto una gran parte, dice: "Se volete, smetto." "Continua, continua", gridano gli ascoltatori, anche se in realtà vorrebbero che tacesse. Spesso vogliamo una cosa e ne chiediamo un'altra e non diciamo la verità neppure agli dèi, ma gli dèi o non ci esaudiscono o hanno compassione di noi. 3 Io non avrò pietà e mi vendicherò infliggendoti una lunga lettera. Se la leggerai mal volentieri, di': "Me lo sono tirato addosso io questo disastro." Fa' conto di essere uno di quegli uomini che hanno sposato una donna dopo averla corteggiata a lungo e adesso lei li tormenta; di quelli che hanno sudato per raggiungere la ricchezza e ora vivono male; di quelli che hanno puntato alle cariche pubbliche con ogni intrigo e con ogni mezzo e ora ne sono torturati, e di tutti gli altri, colpevoli dei propri mali.

4 Ma lasciamo da parte ogni preambolo ed entriamo in argomento. "La felicità," sostengono, "si basa sull'agire onestamente; alle azioni oneste ci portano i precetti; quindi i precetti bastano per arrivare alla felicità." Non sempre i precetti ci portano ad agire onestamente, ma solo se trovano un carattere docile; a volte è inutile impartirli, se l'animo è ingombro di idee distorte. 5 Inoltre, certi individui, anche se agiscono rettamente, non ne sono consapevoli. Nessuno, a meno che non sia educato dall'inizio e regolato dalla ragione perfetta, può adempiere a tutte le regole per sapere quando è opportuno agire, in che limiti, con chi, come e perché. Non può tendere all'onestà con tutte le sue forze e neppure con costanza o volentieri, ma si volterà indietro e avrà delle esitazioni.

6 "Se le azioni oneste sono frutto dei precetti," dicono, "questi sono più che sufficienti per arrivare alla felicità: la prima proposizione è vera, quindi, è vera anche la seconda." A costoro risponderemo che le azioni oneste sono frutto dei precetti, ma non solo di essi.

7 "Se alle altre arti bastano i precetti, essi basteranno anche alla saggezza; anche questa è un'arte, l'arte della vita. Ora, il pilota lo forma chi gli insegna: 'Il timone muovilo così, così ammaina le vele, in questo modo utilizza il vento favorevole, resisti a quello contrario, sfrutta quello variabile e incostante.' I precetti formano anche gli uomini dediti alle altre arti, pertanto avranno lo stesso effetto su chi si occupa dell'arte del vivere." 8 Tutte queste arti si occupano dei mezzi per vivere, non della vita nella sua interezza; ci sono, perciò molti fattori esterni che le impediscono e le ostacolano: la speranza, la cupidigia, il timore. Ma alla saggezza, che esercita l'arte della vita, niente vieta di mettere in atto se stessa; essa abbatte ogni impedimento e rimuove tutti gli ostacoli. Vuoi sapere quanto è diversa la condizione delle altre arti rispetto alla saggezza? Nelle arti è più giustificabile un errore volontario che uno casuale; nella saggezza la colpa più grave è sbagliare volontariamente. 9 Le cose stanno proprio così. Un erudito non arrossisce di un solecismo se l'ha fatto consapevolmente, ma arrossisce se è un errore inconsapevole; un medico, se non capisce che l'ammalato sta morendo, è professionalmente più colpevole che se finge di non capire; ma in quest'arte della vita, la colpa volontaria è più spregevole. E poi, anche gran parte delle arti - e in particolare quelle più liberali, come, ad esempio, la medicina - hanno, oltre alla precettistica, i loro princìpî teorici; perciò le sette di Ippocrate, di Asclepiade, di Temisone sono diverse tra loro. 10 Inoltre, non c'è scienza teoretica che non abbia princìpî propri: i Greci li chiamano dogmata, noi decreta, scita o placita e li trovi anche in geometria e in astronomia. La filosofia è teoretica e pratica insieme: osserva e contemporaneamente agisce. Sbagli se pensi che riguardi solo le attività terrene: vive in una sfera più alta. "Scruto l'universo intero," afferma, "e non mi limito alle relazioni umane, contentandomi di consigliare o dissuadere: mi chiamano problemi grandi, al di sopra di voi.

11 "Comincerò a trattare della suprema essenza del cielo e degli dèi e svelerò i primordi dell'universo; da dove la natura crei tutte le cose, le accresca e le alimenti, e in che cosa, annientandole, di nuovo le dissolva",

così scrive Lucrezio. Ne consegue che, essendo un'attività teoretica, la filosofia ha princìpî propri. 12 E poi, a un lavoro può attendere convenientemente solo chi avrà imparato il metodo per eseguire tutte le funzioni necessarie in ogni circostanza; ma se uno ha ricevuto insegnamenti particolari e non generali, non potrà adempiervi. I precetti particolari sono di per sé inefficaci e, per così dire, senza radici. A premunirci, a tutelare la nostra quiete e tranquillità sono i princìpî generali: essi comprendono la vita intera e l'intera natura delle cose. Tra i princìpî della filosofia e i precetti intercorre la stessa differenza che tra gli elementi e le parti di un organismo: queste dipendono dai primi che sono causa di esse e di tutte le cose.

13 "L'antica saggezza," obiettano, "indicava solo le azioni da compiere e quelle da evitare e a quel tempo gli uomini erano di gran lunga migliori: da quando sono comparsi i dotti, i buoni non ci sono più; quella virtù semplice e chiara si è mutata in una scienza oscura e scaltra: impariamo a discutere, non a vivere." 14 Quell'antica saggezza, soprattutto ai suoi inizi, fu senza dubbio, come dite voi, rozza, come le altre scienze, che nel processo di evoluzione si sono poi affinate. Ma ancòra non c'era il bisogno di studiati rimedi. La malvagità non era ancòra arrivata a tanto, non si era diffusa così ampiamente: i vizi erano semplici e si poteva combatterli con rimedi semplici. Ora le difese devono essere tanto più efficaci quanto più violento è l'attacco.

15 La medicina un tempo consisteva nel conoscere poche erbe per far coagulare il sangue e rimarginare le ferite; poi, a poco a poco, è arrivata all'odierna molteplicità di branche. E non c'è da meravigliarsi che avesse meno da fare allora, quando l'organismo dell'uomo era ancora sano e robusto e il vitto semplice e non alterato dagli artifici e dal piacere: in séguito si cominciò a ricercare il cibo non per soddisfare la fame, ma per stuzzicarla, e si sono escogitati mille condimenti per eccitare l'avidità: quelli che erano alimento per un ventre digiuno, sono un peso per un ventre pieno. 16 Da qui il pallore e il tremito nervoso degli alcolizzati e la magrezza dovuta alle indigestioni, più miserevole di quella per fame; da qui l'incedere incerto e malfermo e il barcollare continuo, come in piena ubriachezza; il sudore a rivoli su tutta la pelle, il ventre rigonfio per la cattiva abitudine di ingurgitare oltre misura; e poi l'itterizia, il volto pallido, il decomporsi degli organi [...] che si putrefanno, le dita rinsecchite per l'irrigidimento delle articolazioni, il torpore dei nervi divenuti insensibili o il loro tremito continuo. 17 E che dire dei capogiri? Dei dolori lancinanti agli occhi e alle orecchie, delle fitte del cervello in fiamme, delle ulcere agli intestini? E ancòra, degli innumerevoli tipi di febbre, alcune violente, altre insinuanti e subdole, altre che si manifestano con brividi e forte tremore? 18 Ma perché elencare le numerosissime malattie, con cui si paga la dissolutezza? Erano immuni da questi mali quegli uomini che non si erano ancòra snervati nei piaceri, che comandavano e servivano se stessi. Irrobustivano il fisico con il lavoro e la fatica vera, stancandosi con la corsa, con la caccia, o arando la terra; e li attendeva un cibo che poteva piacere solo a degli affamati. Perciò non avevano bisogno di tanti arnesi medici, di tanti ferri e vasetti. Le malattie erano semplici e originate da cause semplici: la molteplicità delle portate ha provocato la molteplicità delle malattie. 19 Vedi come la dissolutezza, devastando terra e mare, mescoli una quantità di cose che passano attraverso la gola di uno solo. Perciò sostanze tanto diverse sono necessariamente in contrasto fra loro e, ingoiate, non vengono digerite bene, perché hanno effetti opposti. E non c'è da stupirsi che cibi dissimili causino malattie dal decorso vario e mutevole e che alimenti di natura contraria, cacciati nello stesso ventre, siano rigettati. Perciò le nostre malattie sono nuove, come nuovo è il nostro genere di vita.

20 Il più grande medico, il fondatore della medicina, affermò che le donne non perdono i capelli e non soffrono di gotta: e invece, i capelli li perdono e hanno la gotta. La loro natura non è cambiata: è stata vinta; hanno uguagliato gli uomini in dissolutezza, e li hanno uguagliati pure nelle malattie. 21 Passano le notti vegliando come loro, bevono come loro, con loro gareggiano nella lotta e nel vino; vomitano anch'esse i cibi ingurgitati contro voglia e rigettano tutto il vino; anch'esse rosicchiano pezzi di ghiaccio per dar sollievo allo stomaco in fiamme. Nella libidine poi non sono da meno dei maschi: destinate per natura a un ruolo passivo (che gli dèi le fulminino), hanno escogitato un genere così perverso di impudicizia da montare gli uomini. Non c'è, dunque, da meravigliarsi se il più grande medico, profondo conoscitore della natura, è stato smentito e tante donne sono calve e malate di gotta. Per i vizi hanno perso i vantaggi del loro sesso; si sono spogliate della natura femminile e così sono state condannate alle malattie proprie degli uomini.

22 I medici di una volta ignoravano l'uso di somministrare agli ammalati il cibo con più frequenza e di sostenere col vino una deficienza circolatoria, non conoscevano il salasso e la possibilità di alleviare le malattie croniche con bagni e sudorazioni, non sapevano far affiorare un male nascosto e interno legando braccia e gambe. Non occorreva cercare molte specie di presidî: i pericoli erano pochissimi. 23 Ma ora, che passi da gigante hanno fatto le malattie! È questo il prezzo che paghiamo per i piaceri agognati oltre i giusti limiti. Non stupirti che i malati siano così numerosi: conta i cuochi. Non si studia più e i professori di discipline liberali stanno in aule deserte senza anima viva; le scuole dei retori e dei filosofi sono abbandonate: ma che folla c'è nelle cucine! Quanti giovani si ammassano intorno al focolare degli scialacquatori! 24 E taccio della massa di quei poveri ragazzi che dopo il banchetto sono vittime di altri oltraggi nelle camere; taccio delle schiere di amasi divisi per nazionalità e colore in modo che abbiano tutti la stessa levigatezza, la stessa prima lanuggine, lo stesso tipo di capelli: chi li ha lisci non va mescolato a chi li ha ricci; taccio della torma di fornai e di servi, che, a un ordine, corrono a mettere in tavola. 25 Buon dio, a quanti uomini dà da fare un solo ventre! Ma come? Credi che quei funghi, voluttuoso veleno, non abbiano un effetto nascosto, anche se non istantaneo? Non pensi che quel ghiaccio d'estate produca un indurimento del fegato? E che le ostriche, carne inerte ingrassata nella melma, trasmettano la loro limacciosa pesantezza? E quella salsa che viene dalle province, preziosa poltiglia di pesci guasti, non credi che bruci le viscere col suo piccante marciume? E quella carne purulenta che passa dal fuoco alla bocca secondo te si raffredda nello stomaco senza provocare danni? Eruttano in maniera disgustosa e pestilenziale; che nausea di se stessi provano a mandar fuori i miasmi della crapula del giorno prima! Il cibo non lo assimilano: marcisce. 26 Ricordo che mi è stato raccontato di un piatto famoso in cui il taverniere aveva ammassato, affrettando la sua rovina, tutte quelle vivande che nelle case dei signori vengono servite nel corso di una giornata: conchiglie di Venere, spondili e ostriche tagliate fin dove si possono mangiare, divise e intervallate da ‹tordi›; ricci e triglie fatte a pezzi senza lische, ricoprivano interamente il piatto. 27 Ormai non piace più gustare vivande singole: si mescolano sapori diversi. Durante il pranzo avviene quello che dovrebbe avvenire nello stomaco: ormai mi aspetto che vengano serviti cibi già masticati. E non ci manca molto: si tolgono gusci e ossa e il cuoco svolge la funzione dei denti. "È scomodo far baldoria assaporando le vivande una per una: mettiamo tutto insieme a formare un sapore unico. Perché mettere mano a un solo piatto? Ne vengano serviti molti simultaneamente, si uniscano e si mescolino portate diverse e raffinate. 28 Chi affermava che tutto ciò si fa per ostentazione e desiderio di notorietà sappia che queste vivande non sono messe in mostra, ma presentate al giudizio di ognuno. Quei cibi che di solito si servono separatamente vengano uniti, immersi nello stesso intingolo; non ci siano distinzioni; ostriche, ricci, spondili, triglie siano messi in tavola cotti insieme e mescolati." Il cibo che si vomita non potrebbe essere più mescolato. 29 Le malattie che nascono da piatti così confusi sono complesse, oscure, diverse, multiformi, e per combatterle la medicina ha cominciato a munirsi di svariati metodi e ricette.

Lo stesso ti dico della filosofia. Un tempo, quando le colpe erano meno gravi e vi si poteva porre facilmente rimedio, era più semplice: ma di fronte a un tale sfacelo morale, bisogna tentare di tutto. E volesse il cielo che questa peste fosse infine debellata! 30 La nostra follia interessa la vita privata e anche quella pubblica. Reprimiamo gli omicidi, gli assassini di singoli individui: ma che dire delle guerre e dello sterminio di intere popolazioni, delitti di cui ci si vanta? L'avarizia, la crudeltà non conoscono misura. E finché rimangono nascoste, opera di singole persone, sono meno nocive e meno abominevoli. Ma le atrocità vengono sancite dai decreti del senato e del popolo e si comanda in nome dello stato quello che è proibito in privato. 31 Quei delitti che, compiuti di nascosto, verrebbero puniti con la pena di morte, noi li approviamo perché li hanno commessi degli alti ufficiali? Gli uomini, che pure sono una razza mitissima, non si vergognano di godere delle reciproche stragi, di fare guerre e di lasciarle in eredità ai figli perché le portino avanti, mentre anche le bestie e le fiere non combattono tra loro. 32 Contro un furore così potente e diffuso la filosofia è diventata più attiva e più forte in proporzione alla forza dei mali che doveva combattere. Era facile, in passato, rimproverare gli uomini che indulgevano al vino e ricercavano cibi più raffinati, non serviva una grande forza per riportarli alla frugalità: non se ne erano allontanati molto.

 

33 ora ci vuole mano rapida e grande maestria.

Dovunque si cerca il piacere; nessun vizio rimane dentro i suoi confini: il lusso precipita nell'avidità. L'onestà è dimenticata; non consideriamo ignobile niente di quello che ci alletta. L'uomo, creatura sacra all'uomo, viene ormai ucciso per divertimento e per gioco, e mentre prima era considerato un misfatto insegnare a un individuo a ferire e a essere ferito, ora lo si spinge fuori nudo e inerme, e la morte di un uomo è uno spettacolo che soddisfa. 34 Di fronte a una tale depravazione si sente il bisogno di una forza più vigorosa del comune, che dissipi questi mali inveterati: bisogna agire in base ai princìpî della filosofia per sradicare del tutto le nostre false convizioni. E se ai princìpî uniremo precetti, consolazioni, esortazioni, essi avranno efficacia: da soli non bastano. 35 Se vogliamo vincolare gli uomini al bene e strapparli ai vizi che li legano, imparino che cosa è il bene e che cosa il male, sappiano che ogni cosa, tranne la virtù, cambia nome e diventa un po' un bene, un po' un male. Come il primo vincolo di un soldato è la lealtà giurata, l'amore per la bandiera e il considerare la diserzione un delitto, e quando ha prestato giuramento, gli altri obblighi li si può esigere e comandarglieli facilmente; così in quegli uomini che vuoi condurre alla felicità bisogna gettare le prime fondamenta del bene e insinuare la virtù. Ne abbiano quasi una fanatica venerazione, la amino; vogliano vivere con lei, e senza di lei morire.

36 "Ma come? Individui sprovvisti di un'educazione accurata non sono diventati uomini onesti e hanno conseguito dei risultati notevoli semplicemente adeguandosi a una pura precettistica?" D'accordo, ma avevano un ingegno fertile e gli insegnamenti utili li hanno carpiti al volo. Gli dèi immortali non hanno bisogno di imparare le virtù, le possiedono tutte innate e fa parte della loro natura essere buoni; così ci sono degli uomini dotati dalla fortuna di qualità straordinarie, che arrivano senza un lungo apprendistato a quei concetti che di solito vengono insegnati, e abbracciano i princìpî onesti appena ne sentono parlare; di qui queste menti così pronte a ghermire la virtù, fertili anche di per se stesse. Le nature deboli e ottuse, invece, oppure assediate dalle cattive abitudini, bisogna ripulirle dalla ruggine spirituale. 37 Del resto se uno insegna i princìpî filosofici, come riesce a condurre più rapidamente ai vertici del bene chi vi è incline, così aiuterà anche i più deboli, strappandoli ai pregiudizi sbagliati; e di come siano necessari questi princìpî te ne puoi rendere conto. Ci sono forze in noi che ci rendono pigri per certe cose, temerari per altre; è un'audacia che non può essere contenuta, un'indolenza che non si può scuotere, se non ne sopprimi le cause, e cioè il terrore o l'ammirazione infondati. Finché ne siamo preda, puoi ben dire: "Questo lo devi al padre, questo ai figli, questo agli amici, questo agli ospiti"; anche se uno ci prova, lo bloccherà l'avarizia. Saprà che bisogna battersi per la patria, ma la paura lo distoglierà; saprà che per gli amici bisogna sudare fino all'ultima goccia, ma glielo vieteranno i piaceri; saprà che è un gravissimo affronto per la moglie avere un amante, ma la lussuria lo spingerà ad agire contro virtù. 38 Indicare delle norme non servirà a niente, se prima non togli di mezzo gli ostacoli a queste norme, allo stesso modo che aver messo sotto gli occhi e a disposizione di una persona delle armi non servirà a niente se non gli sleghi le mani per usarle. Perché l'animo possa indirizzarsi agli insegnamenti che gli offriamo, bisogna liberarlo. 39 Supponiamo che qualcuno faccia quanto è necessario: non lo farà in modo né costante, né uniforme; ignora, difatti, perché lo faccia. O per caso, o a forza di provare, certe cose avranno buon esito, ma egli non stringerà in pugno lo strumento che gli consente una verifica, in base a cui possa ritenere giusto quello che ha fatto. Uno buono per caso non garantisce di conservarsi così eternamente.

40 Inoltre i precetti potranno forse metterlo in grado di compiere il proprio dovere, ma non gli indicheranno il modo; e se non lo indicano, non conducono certo alla virtù. Se ammonito, farà il suo dovere, te lo concedo; ma è poco, perché lodevole non è l'azione, ma il come si verifica. 41 Che cosa c'è di più scandaloso che mangiarsi un patrimonio da rango equestre in una cena sontuosa? Che cosa merita maggiore censura se uno, come blaterano questi dissoluti, fa una tale concessione a sé e al suo estro? E tuttavia, uomini frugalissimi, all'entrata in carica, hanno offerto pranzi da un milione di sesterzi. Lo stesso fatto è riprovevole se è una concessione alla gola; ma non lo si può criticare se è per una carica; non è lusso, ma una spesa dovuta alle consuetudini. 42 A Tiberio fu inviata una triglia di dimensioni gigantesche - e perché non specificare il peso e solleticare la golosità di qualcuno? - dicevano che pesasse quattro libbre e mezza. Egli diede ordine che fosse portata al mercato e messa in vendita, dicendo: "Amici, se non mi sbaglio, questa triglia la comprerà o Apicio o P. Ottavio." Ma si andò al di là delle sue previsioni: misero il pesce all'asta, vinse Ottavio e si ricoprì di grande gloria tra i suoi: aveva acquistato per cinquemila sesterzi la triglia venduta da Cesare, che neppure Apicio aveva comprato. Pagare una somma simile fu una vergogna per Ottavio, non per chi aveva acquistato la triglia con l'intenzione di mandarla a Tiberio; per quanto, secondo me, anche costui va criticato: l'ha giudicata straordinaria e ne ha considerato degno l'imperatore. 43 Uno assiste l'amico ammalato: bravo! Ma lo fa per ereditare: è un avvoltoio, aspetta il cadavere. Le stesse azioni possono essere oneste o disoneste: quello che conta è il perché o il modo in cui sono fatte. Ma saranno sempre oneste se ci consacreremo all'onestà e vedremo in essa e in quello che ne trae origine l'unico bene dell'uomo; gli altri sono beni temporanei. 44 Dobbiamo, perciò metterci bene in testa questa convinzione - io la chiamo principio - che riguarda tutta la vita. A tale convinzione le nostre azioni, i nostri pensieri si uniformeranno e la nostra vita a sua volta si uniformerà ad essi. I consigli particolari sono poca cosa per chi vuole dare un ordine all'intera esistenza. 45 M. Bruto nel libro intitolato $ðåñr êáèÞêïíôïò$ dà una ricca precettistica per i genitori, i figli, i fratelli: ma nessuno la seguirà come deve, se non avrà un punto di riferimento. Dobbiamo proporci come fine il sommo bene, tendervi con ogni sforzo e guardare ad esso per tutte le nostre azioni e le nostre parole, così come i marinai devono dirigere la rotta secondo una stella. 46 Se manca un traguardo, la vita è un girovagare. E se questo traguardo bisogna senz'altro proporselo, cominciano a essere necessari i princìpî. Sarai d'accordo, penso, che niente è più riprovevole di un uomo che, pieno di dubbi, di incertezze, di paure, ritorna sui suoi passi. E questo ci capiterà in ogni circostanza se non togliamo di mezzo tutto ciò che trattiene e lega il nostro animo e gli impedisce di avanzare e di lottare con tutto se stesso.

47 Tra le norme più diffuse ci sono quelle che riguardano il culto degli dèi. Ebbene: si proibisca di accendere lumi il sabato: gli dèi non hanno bisogno di luce e per gli uomini il fumo delle lucerne non è piacevole. Si vieti l'adempimento dei saluti mattutini e lo stare seduti alle porte dei templi: solo l'ambizione umana è conquistata da omaggi come questi; onorare dio è conoscerlo. Si vieti che vengano portati a Giove drappi di tela e strìgili e che si regga lo specchio a Giunone: dio non cerca servitori. Perché no? È lui stesso a servire gli uomini, è a disposizione dovunque e di tutti. 48 Anche se uno apprende quali norme deve rispettare nei sacrifici, come debba abbandonare le superstizioni dannose, non avrà mai fatto progressi sufficienti se non ha una giusta concezione di dio, che tutto possiede, tutto offre, ed è benefico senza pretendere una contropartita. 49 Che cosa spinge gli dèi a fare il bene? La loro natura. È un errore credere che non vogliono fare del male; non possono farlo. E non possono né subire, né arrecare offese; offendere ed essere offesi sono cose strettamente unite. La loro natura superiore e più bella di ogni altra li ha sottratti ai pericoli e li ha resi anche non pericolosi per gli altri. 50 Primo atto di venerazione verso gli dèi è credere in loro; poi riconoscerne la maestà e riconoscerne la bontà senza la quale non c'è maestà; sapere che sono loro a governare il mondo, a regolare tutto con la loro forza, a esercitare la tutela dell'umanità, trascurando a volte i singoli individui. Gli dèi non fanno e non subiscono il male; ma riprendono certi uomini, li tengono a freno, li castigano e talora infliggono una punizione sotto l'apparenza di un bene. Vuoi propiziarti gli dèi? Sii buono. Imitarli è un atto di venerazione sufficiente.

51 Ecco un altro problema: come ci si deve comportare con gli uomini? Che facciamo? Che insegnamenti diamo? Di non versare sangue umano? È davvero poco non fare del male al prossimo cui si dovrebbe fare del bene! È proprio un grande merito per un uomo essere mite con un altro uomo! Insegneremo a porgere la mano al naufrago, a mostrare la strada a chi l'ha perduta, a dividere il pane con chi ha fame? Perché elencare tutte le azioni da compiere e da evitare quando posso insegnare questa breve formula che comprende tutti i doveri dell'uomo: 52 tutto ciò che vedi e che racchiude l'umano e il divino, è un tutt'unico; noi siamo le membra di un grande corpo. La natura ci ha generato fratelli, poiché ci ha creato dalla stessa materia e indirizzati alla stessa meta; ci ha infuso un amore reciproco e ci ha fatti socievoli. Ha stabilito l'equità e la giustizia; in base alle sue norme, chi fa del male è più sventurato di chi il male lo riceve; per suo comando le mani siano sempre pronte ad aiutare. 53 Medita e ripeti spesso questo verso:

Sono un uomo, e niente di ciò che è umano lo giudico a me estraneo.

Mettiamo tutto in comune: siamo nati per una vita in comune. La nostra società è molto simile a una vòlta di pietre: cadrebbe se esse non si sostenessero a vicenda, ed è proprio questo che la sorregge.

54 Dopo gli dèi e gli uomini vediamo come dobbiamo valerci delle cose. Le norme che predichiamo sono inutili, se prima non avremo l'esatta opinione su tutto, sulla povertà, la ricchezza, la gloria, il disonore, la patria, l'esilio. Valutiamo queste cose una per una, tralasciando l'opinione generale, e cerchiamo la loro essenza, non il loro nome.

55 Passiamo ora alle virtù. Qualcuno ci raccomanderà di stimare molto la prudenza, di abbracciare la fortezza, di stringerci, se possibile, alla giustizia più che alle altre virtù' ma non arriverà a nessun risultato se noi ignoriamo cos'è la virtù, se è una o più di una, se sono separate o collegate, se chi ne ha una, possiede anche le altre, in che cosa differiscano tra loro. 56 L'artigiano non ha bisogno di chiedere notizie sul suo mestiere, quando è cominciato, quale ne sia l'uso, come non ne ha bisogno il pantomimo sull'arte della danza: tutte queste arti conoscono se stesse, non manca nulla, perché non riguardano la totalità della vita. La virtù è conoscenza delle altre cose e di sé; per apprenderla bisogna studiarla a fondo. 57 Un'azione non sarà onesta, se onesta non sarà la volontà, da cui l'azione deriva. E d'altra parte, la volontà non sarà onesta, se non sarà onesta la disposizione di spirito da cui la volontà deriva. A sua volta, la disposizione di spirito non sarà la migliore se non avrà appreso le leggi dell'intera esistenza e non avrà ricercato che giudizio si debba esprimere su ogni fatto, se non avrà ricondotto le cose alla verità. La serenità la può avere solo chi si è formato un giudizio sicuro e incrollabile. Tutti gli altri cadono più volte, si rimettono in piedi e ondeggiano alternativamente tra rinunce e desideri. 58 Qual è il motivo di questa loro instabilità? Che niente è chiaro per chi si basa sul criterio più incerto: l'opinione pubblica. Se vuoi avere una volontà costante, devi volere sempre la verità. Ma alla verità non si arriva senza princìpî filosofici: essi comprendono tutta la vita. Il bene e il male, l'onestà e la disonestà, la giustizia e l'ingiustizia, la pietà e l'empietà, la virtù e l'esercizio delle virtù, il possesso di comodità materiali, la stima e la dignità, la salute, le forze, la bellezza, l'acutezza dei sensi - tutte queste cose hanno bisogno di uno che ne faccia una stima esatta. Dobbiamo sapere quanto ciascuna vada valutata. 59 Difatti ci inganniamo e certe cose le stimiamo più del loro valore; anzi ci inganniamo al punto da apprezzare moltissimo cose che non valgono un soldo: la ricchezza, il favore della massa, la potenza. Ma il giusto valore non lo potrai conoscere se non esaminerai la base fondamentale per cui queste cose vengono stimate in rapporto tra loro. Le foglie non possono germogliare da sé, hanno bisogno di stare attaccate a un ramo da cui trarre la linfa; analogamente questi precetti, da soli, marciscono; richiedono di essere strettamente legati a una dottrina filosofica.

60 Inoltre, quei filosofi che eliminano i princìpî, non capiscono che questi trovano conferma proprio nel motivo per cui vengono eliminati. Che cosa sostengono costoro? Che per vivere, i precetti sono sufficienti e che i princìpî della saggezza sono superflui. Ma questa stessa loro affermazione, perbacco, è un principio, proprio come se ora io dicessi che bisogna abbandonare i precetti perché inutili e servirsi dei princìpî e concentrarsi solo su questi; darei dei precetti proprio nel momento in cui sostenessi che i precetti vanno tralasciati. 61 Certe parti della filosofia richiedono un ammonimento, certe altre una dimostrazione, e ampia, perché sono oscure e diventano più chiare solo procedendo con grande esattezza e penetrazione. Se le dimostrazioni sono necessarie, sono necessari anche i princìpî che col ragionamento arrivano alla verità. Certi sono chiari, certi oscuri: chiari quelli che si comprendono col buon senso e rimangono nella memoria; oscuri quelli che sfuggono a queste due facoltà. Ma la ragione non si appaga di concetti evidenti: la sua funzione maggiore e più bella si esplica nelle questioni che ci sfuggono. Queste richiedono una dimostrazione, e per la dimostrazione bisogna ricorrere ai princìpî; quindi i princìpî sono necessari. 62 Il senso comune e anche l'intelligenza perfetta sono il prodotto di un giudizio esatto sulle cose; se è vero che senza di esso tutto dentro di noi diventa incerto, i princìpî, che ci forniscono un giudizio immutabile, sono necessari. 63 Infine, quando esortiamo qualcuno ad avere per l'amico la stessa considerazione che per se stesso, a pensare che un nemico può diventare un amico, ad accrescere il suo amore per il primo, a moderare l'odio verso il secondo, noi aggiungiamo: "È giusto, onesto." Ma il giusto e l'onesto dei nostri princìpî lo comprende la ragione; dunque, è necessaria, perché senza di essa non esistono neppure i princìpî. 64 Ma uniamo precetti e princìpî: senza le radici i rami sono inservibili, e d'altra parte le radici si valgono dei rami che hanno generato. Nessuno può ignorare l'utilità delle mani, l'aiuto che dànno è evidente: ma il cuore, che alle mani dà vita, slancio, movimento, è nascosto. Dei precetti possiamo dire lo stesso: sono evidenti, mentre i princìpî della saggezza sono reconditi. Solo gli iniziati conoscono i più sacri misteri del culto, così i misteri della filosofia sono svelati agli individui ammessi e accolti nei suoi penetrali; ma i precetti e gli altri insegnamenti dello stesso tipo sono noti anche ai profani.

65 Secondo Posidonio sono necessarie non solo la precettistica (niente ci proibisce di servirci di questa parola), ma anche il consiglio, il conforto e l'esortazione; aggiunge, inoltre, la ricerca delle cause, o eziologia, e non vedo perché noi non dovremmo osarne l'adozione e l'uso, quando i grammatici, custodi della lingua latina, a buon diritto, se ne servono. Posidonio sostiene anche l'utilità della descrizione di ciascuna virtù, che egli chiama "etologia", mentre altri la definiscono "charatterismos"; essa ci dà le note caratteristiche di ogni virtù e di ogni vizio, grazie alle quali si distinguono cose simili tra loro. 66 L'etologia ha la stessa forza dei precetti; difatti, chi insegna dice: "Fai questo se vuoi essere temperante"; chi descrive dice: "È temperante chi fa questo, chi non fa quest'altro." Vuoi sapere la differenza? Il primo dà precetti di virtù, il secondo ne dà un modello. Confesso che queste descrizioni o rappresentazioni fedeli, per usare una parola da esattori, sono utili: proponiamo esempi lodevoli, troveremo un imitatore. 67 Ritieni utile che ti vengano date delle prove grazie alle quali puoi riconoscere un cavallo di razza, per non concludere un affare sbagliato, per non perder tempo con un animale fiacco? Quanto è più utile conoscere le caratteristiche di un animo straordinario, che da un altro si possono trasferire a sé!

 

68 Un puledro di buona razza avanza eretto nei campi, posando con agilità le zampe; per primo osa muoversi, guadare fiumi minacciosi, attraversare un ponte mai passato e non lo spaventano vani fragori. Ha il collo erto, la testa ben delineata, il ventre piccolo, il dorso pingue e il superbo petto è un rigoglio di muscoli...

...Se sente da lontano risuonare le armi, non sa stare fermo, drizza le orecchie, gli fremono gli arti e soffia dalle narici, cacciando fuori l'ardore accumulato.

 

69 Il nostro Virgilio, senza volerlo, ci ha descritto l'uomo forte: io, almeno, di un grand'uomo farei lo stesso ritratto. Se dovessi rappresentare M. Catone impavido fra i clamori delle guerre civili, nell'atto di attaccare per primo gli eserciti arrivati ormai alle Alpi e di affrontare la guerra civile, non gli darei un aspetto diverso o un diverso atteggiamento. 70 Nessuno poté certamente avanzare con maggiore dignità dell'uomo che si levò contemporaneamente contro Cesare e Pompeo e che mentre si parteggiava per l'una o per l'altra fazione, li sfidò entrambi e mostrò che si potevano anche tenere le parti dello stato. È poco dire di Catone "non lo spaventano vani fragori". E perché no? Visto che non lo spaventano quelli veri e vicini, che alza la sua voce libera contro dieci legioni, le milizie ausiliarie galliche, le forze barbariche miste a quelle civili ed esorta lo stato a non capitolare di fronte alla lotta per la libertà, ma a tentare di tutto, perché cadere in schiavitù è più onorevole che andarle incontro. 71 Che vigore, che audacia c'è in lui, che coraggio in mezzo al panico generale! Sa che è il solo la cui condizione non è in gioco: il problema non è se Catone è libero, ma se vive tra uomini liberi: da qui il suo disprezzo dei pericoli e delle spade. Piace ammirare l'invincibile fermezza di un uomo incrollabile nella rovina generale e dire "e il superbo petto è un rigoglio di muscoli".

72 Sarà utile non solo descrivere le qualità usuali degli uomini virtuosi e ritrarre la loro immagine e i loro tratti caratteristici, ma raccontare e mostrare quali furono; l'estrema e coraggiosissima ferita di Catone attraverso la quale la libertà esalò l'ultimo respiro; la saggezza di Lelio e l'armonia con il suo Scipione; le azioni straordinarie dell'altro Catone, nella sfera privata e in quella pubblica; i letti conviviali di legno di Tuberone, allestiti per un pranzo ufficiale, con pelli di capra anziché coperte, e i vasi di argilla per i banchetti posti proprio davanti alla cella di Giove; che altro significava se non consacrare la povertà sul Campidoglio? Anche se non conoscessi altri suoi gesti per metterlo tra i Catoni, questo ti sembrerebbe poco? Non fu un pranzo, ma una censura. 73 Come ignorano quegli uomini avidi di gloria che cosa essa sia veramente e come la si debba cercare! Quel giorno il popolo romano vide le suppellettili di molte persone, ma ammirò quelle di uno solo. L'oro e l'argento di tutti gli altri è stato spezzato e fuso molte volte: i vasi d'argilla di Tuberone dureranno attraverso le generazioni. Stammi bene.

 

LIBRO SEDICESIMO

 

 

96

1 Tu ti sdegni e ti lamenti per qualche contrarietà e non capisci che in esse non c'è niente di male, se non il tuo sdegno e i tuoi lamenti? Vuoi il mio parere? Secondo me la sola infelicità per l'uomo è ritenere che nella natura ci siano elementi d'infelicità. Non sopporterò più me stesso il giorno in cui non sarò in grado di sopportare qualche disgrazia. Sto male: fa parte del destino. La servitù è malata, i debiti mi opprimono, la casa scricchiola, disgrazie, danni, pene, paure mi sono piombati addosso: sono cose che càpitano. O meglio: dovevano capitare. Non sono avvenimenti casuali: sono decretati. 2 Vuoi credermi? Ora ti svelerò i miei intimi sentimenti: in tutte le situazioni che appaiono avverse e critiche, mi comporto così: non obbedisco a dio, sono d'accordo con lui: lo seguo spontaneamente e non perché è necessario. Qualunque cosa accada non l'accoglierò mostrandomi triste o con volto accigliato: non pagherò nessun tributo controvoglia. Tutto ciò che ci fa piangere o ci atterrisce è un tributo che va pagato alla vita: non sperare, Lucilio mio, l'immunità, non chiederla nemmeno. 3 Soffri di dolori alla vescica, sono arrivate lettere poco piacevoli, hai subìto danni continui, - dirò di più - hai temuto per la vita. Come? Non sapevi che augurandoti la vecchiaia, ti auguravi questo? Sono tutte disgrazie in cui ci si imbatte in una vita lunga, come in un lungo viaggio ti imbatti nella polvere, nel fango, nella pioggia. 4 "Ma io volevo vivere, e non avere, però tutti questi fastidi." Parole così effeminate sono indegne di un uomo. Vedrai tu come accogliere questo mio augurio; te lo faccio di cuore e con animo generoso: dèi e dee non ti permettano di essere nelle grazie della fortuna! 5 Chieditelo: se un dio ti desse facoltà di scelta, vorresti vivere in un mercato o in un accampamento? Ma, caro Lucilio, vivere è fare il soldato. Perciò coloro che sono sbattuti qua e là, e costretti a percorrere per dritto e per traverso strade faticose e difficili e affrontano spedizioni piene di rischi, sono uomini valorosi, i primi tra i soldati; quanti, invece, si lasciano languidamente andare a un ozio nauseante, mentre gli altri si affannano, sono delle colombelle, e si garantiscono la sicurezza con il disonore. Stammi bene.

 

97

1 Hai torto, Lucilio mio, se attribuisci solo al nostro secolo la dissolutezza, l'indifferenza alla moralità, e gli altri vizi che ognuno rimprovera alla propria epoca: sono colpe degli uomini, non dei tempi. Non c'è nessuna età innocente e se tu vuoi passare in rassegna secolo per secolo la sfrenatezza, vedrai - rincresce dirlo - che la depravazione più spudorata ci fu proprio quando visse Catone. 2 Nessuno potrebbe credere che il denaro abbia giocato un ruolo determinante nel processo che vedeva accusato P. Clodio di adulterio; lo aveva commesso in un penetrale con la moglie di Cesare e aveva violato i riti religiosi di un sacrificio che, dicono, si celebra a favore del popolo, e nel quale tutti gli uomini vengono allontanati dallo spazio sacro in maniera così tassativa da arrivare a velare le pitture raffiguranti animali maschi. Eppure i giudici furono comprati e, cosa ancor più abbietta di questo patto, fu preteso per giunta lo stupro di matrone e di nobili giovani. 3 Il delitto fu meno grave dell'assoluzione: l'accusato di adulterio dispensò adulterî e fu sicuro della sua salvezza solo dopo aver reso i giudici identici a se stesso. E questo avvenne nel processo in cui, per non dir altro, uno dei testimoni era Catone. Riferirò proprio le parole di Cicerone perché la cosa ha dell'incredibile. 4 "Chiamò a sé i giudici, promise, supplicò, dette. E poi, buon dio, che infamia! per soprammercato alcuni giudici ottennero anche i favori di determinate donne e le grazie di nobili giovani." 5 Perché recriminare per il denaro? Il peggio è stato nelle aggiunte. "Ti piacerebbe la moglie di quel personaggio così austero? È tua. O di questo tanto ricco? Anche lei sarà tua, te lo garantisco. Se non si combina, condannami pure. Desideri quella bella donna? Verrà. Ti prometto una notte con lei e presto; entro tre giorni manterrò la mia promessa." Dispensare adulterî è più grave che commetterli: questa è un'intimazione alle madri di famiglia. 6 I giudici di Clodio avevano chiesto e ottenuto dal senato una scorta, necessaria solo in caso di condanna; e così, dopo l'assoluzione, Catulo disse loro spiritosamente: "Perché ci avete chiesto una scorta? Per paura che portassero via il denaro?" Scherzi divertenti, ma intanto Clodio, adultero prima del processo, ruffiano durante il processo, la fece franca e sfuggì alla condanna con atti più esecrabili di quelli per cui l'aveva meritata. 7 Secondo te, ci fu mai corruzione maggiore di quando la dissolutezza non la potevano frenare i riti sacri, né i processi, e in un'inchiesta straordinaria, promossa con delibera del senato, si commisero azioni peggiori di quelle inquisite? Si indagava se dopo un adulterio non potesse essere al sicuro: fu chiaro che non si poteva essere al sicuro senza adulterio.

8 Questo avvenne negli anni di Pompeo e Cesare, di Cicerone e Catone, proprio quel Catone durante la cui magistratura, secondo quanto raccontano, il popolo non osò chiedere gli spettacoli della dea Flora con prostitute nude, se ti pare credibile che allora ci fosse più rigidità negli spettacoli che nei verdetti. Questi misfatti sono accaduti e accadranno ancora in futuro: in una città la corruzione può finire a volte per disciplina e per paura, mai spontaneamente. 9 Pertanto non devi credere che abbiamo concesso moltissimo alla sfrenatezza e quasi niente alle leggi: i nostri giovani sono molto più moderati di una volta, quando l'accusato negava davanti ai giudici l'adulterio e i giudici lo confessavano davanti all'accusato, quando si commetteva uno stupro per celebrare un processo, quando Clodio, benvisto per gli stessi vizi per i quali era colpevole, faceva il ruffiano perfino durante la sua difesa. Chi lo crederebbe? Uno condannato per un solo adulterio fu assolto grazie a molti adulterî.

10 Ogni epoca avrà i suoi Clodi, non tutte dei Catoni. Siamo portati al peggio, intanto perché è difficile che ci manchino una guida o un compagno e poi perché la corruzione procede da sola anche senza guida o compagni. La strada al vizio non solo è in discesa, precipita; c'è poi un fatto che rende la gran parte degli uomini incorreggibili: in altri campi gli errori generano vergogna in chi li commette, mortificano chi ha sbagliato, ma degli errori di condotta ci si compiace. 11 Il pilota non gioisce se la barca si rovescia, e nemmeno il medico se il malato finisce nella bara, o l'avvocato se l'imputato perde la causa per colpa della difesa, invece, tutti si rallegrano delle proprie malefatte; uno è soddisfatto dell'adulterio, a cui l'ha spinto proprio la difficoltà di realizzarlo; un altro di una frode o di un furto, e non prova dispiacere per il suo peccato, ma per l'insuccesso del medesimo. La causa sta nelle cattive abitudini. 12 Sappi del resto che il senso del bene, sotto, sotto, si trova anche negli animi più abietti, e che la disonestà non è ignorata, ma trascurata; tutti celano le loro colpe e, anche se hanno un felice esito, ne godono i frutti, ma di nascosto. La buona coscienza, invece, vuole mostrarsi e farsi notare: la malvagità ha paura anche del buio. 13 Quindi, secondo me, Epicuro ha detto bene: "Càpita che un delinquente rimanga nascosto, ma non ne può avere la certezza", oppure, se per te il significato è più chiaro in questo modo: "Ai colpevoli non serve stare nascosti, perché, anche se ne hanno la fortuna, non ne hanno la certezza". È vero, chi commette un delitto può starsene al sicuro, ma non essere tranquillo. 14 Non credo che questo pensiero, spiegato così, sia in contrasto con la nostra scuola. Perché? Perché la prima e più grave punizione dei colpevoli consiste nella colpa commessa, e nessun delitto, per quanto la fortuna lo colmi di doni, lo protegga e lo difenda, rimane impunito: il castigo del delitto sta nel delitto stesso. E tuttavia, a questa punizione se ne aggiungono e incalzano altre: la continua paura, il terrore e l'eterna insicurezza. Perché liberare la malvagità da questo tormento? Perché non tenerla sempre nell'incertezza? 15 Noi non siamo d'accordo con Epicuro quando dice che niente è giusto per natura e che i delitti si devono evitare perché la paura è inevitabile; condividiamo, invece, che le cattive azioni sono torturate dalla coscienza: il suo maggior tormento è l'essere straziata senza tregua da un'ansia continua e il non poter credere a chi promette tranquillità. È proprio questa la prova, caro Epicuro, che noi aborriamo la criminalità per disposizione naturale: tutti i delinquenti hanno paura, anche se sono al sicuro. 16 La sorte libera molti dalla prigione, nessuno dalla paura. Perché? Perché è radicata in noi la ripugnanza per un'azione condannata dalla natura. Per questo anche chi sta nascosto non è mai sicuro di rimanerlo: la coscienza lo accusa e lo smaschera a se stesso. Vivere in ansia è proprio dei colpevoli. Molti delitti sfuggono alla legge, ai giudici, alle pene sancite dalla legge: sarebbe, quindi, grave per gli uomini se i criminali non scontassero sùbito le dure punizioni della natura e la paura non prendesse il posto delle pene. Stammi bene.

 

98

1 Non è felice, credimi, chi dipende dal benessere materiale. Poggia su fragili basi e gode di beni che vengono dal di fuori: la gioia, come è venuta, se ne andrà. Quella che scaturisce dall'intimo, invece, è durevole e stabile, cresce e ci accompagna fino all'ultimo: gli altri beni, apprezzati dalla massa, durano un giorno. "Ma come? Non possono essere utili e piacevoli?" Chi dice di no? Ma solo se dipendono loro da noi, non noi da loro. 2 Tutti i beni soggetti alla fortuna diventano fruttuosi e gradevoli, se chi li possiede, possiede anche se stesso e non è in balia delle cose. È un errore, Lucilio mio, pensare che la fortuna ci concede o il bene o il male: essa ci dà materia di bene e di male e i fondamenti di quello che si tradurrà per noi in male o in bene. L'anima è più forte di ogni fortuna, indirizza da sé le cose in un senso o nell'altro ed è causa della propria felicità o infelicità. 3 Se è malvagia volge tutto in male, anche quello che appariva ottimo; se è virtuosa e pura, corregge i mali della fortuna, addolcisce le difficoltà, gli affanni e sa sopportarli, accoglie la prosperità con gratitudine e moderazione, l'avversità con fermezza e coraggio. Ma sebbene sia saggia e agisca sempre ponderatamente, sebbene non tenti nulla al di sopra delle sue forze, non raggiungerà mai quel bene incorrotto, che non conosce minacce, se non si erge salda contro i capricci della fortuna. 4 Se osserverai gli altri - giudichiamo più serenamente quando non si tratta di noi - o te stesso, cercando di essere obiettivo, ti accorgerai e dovrai ammettere che delle cose desiderabili e gradite nessuna è utile se non sarai pronto ad affrontare la volubilità del caso e dei beni che seguono il caso, se ad ogni male non ripeterai, spesso, senza lamentarti queste parole:

Gli dèi hanno deciso diversamente.

 

5 Anzi, per dio, voglio trovare un verso più incisivo e più giusto per sostenere meglio la tua anima: ogni volta che gli eventi tradiranno le tue aspettative, di': "Gli dèi hanno deciso meglio." Se uno si comporta così, niente lo coglierà di sorpresa. Ma questo atteggiamento lo terrà se avrà preso in considerazione, prima di sperimentarle, le possibili conseguenze delle vicende umane e se godrà dei figli, del coniuge, dei beni come se non dovesse goderne per sempre e non diventasse più infelice perdendoli. 6 È proprio misera l'anima inquieta per il futuro e infelice prima che l'infelicità arrivi, angosciata che i beni di cui gode non durino fino alla morte; non troverà mai pace e nell'attesa del futuro perderà i beni presenti, di cui avrebbe potuto godere. Il dolore per la perdita di un bene e il timore di perderlo sono sentimenti sullo stesso piano. 7 Ma non per questo ti consiglio l'indifferenza. Evita i mali temibili, prevedi quanto si può saggiamente prevedere, spia e allontana molto prima che si verifichi tutto quello che ti può danneggiare. A questo scopo ti servirà molto la fiducia in te stesso e un animo risoluto a sopportare ogni disgrazia. Può guardarsi dalla sorte chi è in grado di sopportarla; certo una persona tranquilla non si lascia sconcertare. Non c'è cosa più misera e sciocca che temere prima del tempo: è da pazzi prevenire i propri mali. 8 Voglio, infine, esprimerti brevemente quello che provo e descriverti questi uomini che si affannano e sono gravosi a se stessi: mancano di misura sia nelle disgrazie che prima. Si duole più del necessario chi si duole prima del necessario: è debole e non sa valutare il dolore, come non sa aspettarlo; con la stessa sfrenatezza immagina eterna la sua felicità, crede che i beni avuti in sorte debbano non solo durare, ma aumentare e, dimentico dell'instabilità delle vicende umane, presagisce per lui solo la stabilità dei doni della fortuna. 9 Secondo me è molto bella l'affermazione di Metrodoro in quella lettera indirizzata alla sorella che aveva perso un figlio di qualità eccezionali: "Ogni bene dei mortali è mortale." Parla dei beni che tutti bramano: il vero bene, saggezza e virtù, non muore, è sicuro ed eterno; è l'unica cosa immortale che tocca ai mortali. 10 Ma gli uomini sono tanto insensati e dimentichi della meta a cui li spinge ogni giorno che passa, che si stupiscono di perdere qualcosa, quando in un solo giorno perderanno tutto. Tutti i beni di cui pretendi d'essere il padrone, li hai con te, ma non sono tuoi; non c'è niente di sicuro per chi è insicuro, niente di eterno e di duraturo per chi è caduco. È inevitabile tanto perdere la vita, quanto perdere i beni e, se lo comprendiamo, proprio questo è un conforto. Impara a perdere tutto serenamente: dobbiamo morire.

11 Per fronteggiare queste perdite che cosa ci può essere di aiuto? Questo: ricordiamoci dei beni perduti e non lasciamo che con essi svaniscano i frutti che ce ne sono derivati. Ce ne viene tolto il possesso, non il fatto di averli posseduti. È davvero un ingrato chi, quando perde qualcosa, non si sente debitore per averla avuta. Il caso ci sottrae un bene, ce ne lascia, però l'usufrutto, e noi lo perdiamo con i nostri ingiusti rimpianti. 12 Di' a te stesso: "Nessuno di questi mali che sembrano terribili, è invincibile." Tanti uomini in passato ne hanno vinto ora l'uno, ora l'altro: Muzio il fuoco, Regolo il supplizio, Socrate il veleno, Catone la morte infertasi con la spada: vinciamone anche noi qualcuno. 13 D'altra parte questi beni che, belli e fecondi in apparenza, attraggono la massa, molti individui li hanno spesso disprezzati. Fabrizio, quando era comandante dell'esercito, rifiutò la ricchezza, e da censore la biasimò; Tuberone giudicò la povertà degna di lui e del Campidoglio, quando, servendosi di stoviglie di terracotta per un pranzo ufficiale, dimostrò che l'uomo deve contentarsi di quello che ancòra si usa nei sacrifici agli dèi. Suo padre, Sestio, che per nascita sarebbe dovuto entrare nella carriera politica, rifiutò le cariche e non accettò la dignità senatoria che Giulio Cesare gli offriva: capiva che quanto può essere dato, si può anche togliere. Compiamo pure noi qualche azione coraggiosa, diventiamo un esempio per gli altri. 14 Perché arrenderci? Perché disperare? Tutto quello che è stato possibile fare in passato, lo si può fare oggi, purché manteniamo pura l'anima e seguiamo la natura: chi se ne allontana, sarà schiavo della paura, delle passioni e del caso. Si può tornare sulla retta via, si può recuperare l'integrità perduta: recuperiamola, potremo sopportare ogni tipo di dolore fisico e dire alla sorte: "Hai a che fare con un vero uomo: per vincere cercati un altro".

15 * * * Con questi discorsi e con altri simili si lenisce la virulenza di quella ferita che io desidero, per dio, si mitighi e guarisca, oppure non peggiori e invecchi con lui. Ma per lui io sono tranquillo; il danno è nostro: ci viene strappato un vecchio straordinario. Egli ha vissuto abbastanza e non vuole vivere ancora per sé, ma per quelli a cui è utile. 16 Vivere, per lui, è un atto di generosità: un altro l'avrebbe ormai fatta finita con questi tormenti: fuggire la morte lo considera infame, quanto rifugiarsi in essa. "Ma come? Se la situazione lo consiglia, non lascerà la vita?" E perché no, se non servirà più a nessuno, non gli resterà altro che soffrire? 17 Questo significa, Lucilio mio, imparare la filosofia attraverso l'azione ed esercitarsi a contatto con la realtà: vedere che coraggio dimostra il saggio di fronte alla morte quando si avvicina, di fronte al dolore quando l'opprime; che cosa si debba fare, impariamolo da chi lo fa. 18 Finora si è cercato di argomentare se si possa resistere al dolore oppure se la morte, una volta vicina, possa piegare anche gli animi grandi. Che bisogno c'è di parole? Veniamo ai fatti: la morte non rende il saggio più coraggioso di fronte al dolore, né il dolore di fronte alla morte. Contro l'una e l'altro egli fa affidamento solo su se stesso e soffre con pazienza non perché speri di morire, e muore volentieri non perché sia stanco del dolore: il dolore lo sopporta, la morte l'aspetta. Stammi bene.

 

99

1 Ti mando la lettera che ho scritto a Marullo: ha perso un figlio ancòra piccolo e, dicono, si comporta da debole: in essa non ho fatto come si fa di solito e non ho ritenuto di doverlo trattare con dolcezza: merita rimproveri più che conforto. Per un po' bisogna essere accomodanti con chi è afflitto e mal sopporta una grave ferita: si sazi o almeno sfoghi il primo impeto di cordoglio: 2 ma se uno sceglie di piangere deve essere rimproverato sùbito e imparare che anche le lacrime sono a un certo modo sconvenienti.

"Aspetti un conforto? Riceverai, invece, dei rimproveri. Ti comporti così da debole per la morte di un figlio; che faresti se avessi perso un amico? È morto un figlio di incerte speranze, ancòra piccolo: il tempo perduto è poco. 3 Noi cerchiamo motivi di dolore e vogliamo, anche a torto, lamentarci della sorte, come se non ci desse fondate ragioni di pianto; ma, per dio, mi sembravi abbastanza forte anche di fronte ai mali concreti, tanto più verso queste parvenze di mali di cui gli uomini si lagnano per abitudine. Se pure avessi perso un amico, che di tutte è la perdita più grave, dovresti cercare di gioire per averlo avuto, più che piangere per averlo perso. 4 Ma la maggior parte della gente non tiene conto dei beni ricevuti, delle gioie provate. Questo dolore ha un difetto tra gli altri: oltre che inutile, è ingrato. E dunque, aver avuto un amico simile è stato infruttuoso? Tanti anni, tanta comunione di vita, tanti studi fatti amichevolmente in comune, non sono serviti a niente? Insieme all'amico seppellisci l'amicizia? E perché ti duoli di averlo perso, se averlo avuto non ti serve a niente? Credimi, gran parte delle persone che abbiamo amato, anche se la morte li ha rapiti, ci rimane vicina; il passato ci appartiene e solo quello che è stato si trova al sicuro. 5 Non siamo riconoscenti per i beni ricevuti, perché speriamo nel futuro, quasi che il futuro, se pure arriva, non si trasformi velocemente in passato. Chi gioisce solo del presente limita a poco i vantaggi della vita: futuro e passato sono fonte di piacere, l'uno con l'attesa, l'altro con il ricordo, ma il primo è incerto e può anche non realizzarsi, il secondo non può non essere esistito. È da pazzi perdere il più sicuro dei beni! Sentiamoci soddisfatti delle gioie già gustate, purché il nostro animo non se le sia lasciate sfuggire tutte, come un vaso rotto perde il contenuto.

6 Sono innumerevoli gli esempi di uomini che hanno celebrato senza piangere i funerali di figli adolescenti, che dal rogo sono tornati in senato o ai pubblici affari e si sono occupati sùbito d'altro. E a ragione: prima di tutto, è inutile dolersi se il dolore non ti serve a niente; e poi è ingiusto lagnarsi di quanto ora succede a uno: è una sorte riservata a tutti; inoltre, querimonie e rimpianti sono da insensati: la distanza fra la persona perduta e chi la rimpiange è breve. Dobbiamo, dunque, rassegnarci, perché seguiamo a ruota chi abbiamo perduto. 7 Considera come il tempo fugga via rapidissimo, pensa alla brevità di questo cammino che percorriamo precipitosamente, di corsa, osserva come l'umanità tutta tenda alla medesima meta, a intervalli brevissimi, anche se sembrano molto lunghi: la persona che secondo te è scomparsa, in realtà ti ha preceduto. Anche tu devi percorrere quel cammino, e allora non è da pazzi piangere chi è andato avanti? 8 Forse che uno piange di un fatto che sapeva sarebbe accaduto? Oppure, se pensava che un uomo potesse essere immortale, si è voluto ingannare da sé. Piange uno di un fatto che lui stesso definiva inevitabile? Chi lamenta la morte di qualcuno, lamenta che sia stato un uomo. Siamo tutti schiavi dello stesso destino; se uno nasce, deve morire. 9 Sia pure in tempi diversi, la fine è uguale per tutti. Il tempo che vivi fra il primo e l'ultimo giorno è vario e indefinito: lungo anche per un bambino, se consideri le pene, breve anche per un vecchio, se ne consideri la rapidità. Tutto è instabile, fallace e più mutevole di ogni burrasca: tutto è sconvolto e muta per i capricci della sorte: fra tanto variare delle vicende umane, la sola cosa certa è la morte; eppure, tutti si lamentano della sola cosa che non inganna nessuno.

10 "Ma è morto bambino." Non ho ancora detto che sia meglio se uno muore presto; passiamo a chi invecchia: come supera di poco un bambino! Immagina di abbracciare l'immensità del tempo e l'universo, poi paragona all'infinito quella che chiamiamo vita umana: vedrai come è poca cosa questa vita che desideriamo e cerchiamo di prolungare. 11 Che parte ne occupano le lacrime, gli affanni? E la morte desiderata prima dell'ora e le malattie e la paura? Che parte ne hanno gli anni dell'inesperienza o quelli inutili della vecchiaia? La metà della vita, poi, la passiamo dormendo. Aggiungi fatiche, dolori, pericoli e capirai che anche di una vita lunghissima se ne vive una minima parte. 12 Ma chi ti dice che non stia meglio chi può tornarsene presto, chi finisce il suo cammino prima di essere stanco? La vita non è un bene, e neppure un male: comprende bene e male. Così quel bambino ha perso solo il rischio, forse la certezza di disgrazie maggiori. Sarebbe potuto diventare un uomo misurato e saggio, formarsi al meglio, sotto le tue cure. Ma - e sono timori fondati - avrebbe potuto diventare simile alla massa. 13 Guarda quei giovani di nobilissima famiglia che la dissolutezza ha gettato nell'arena; guarda quei giovani senza pudore che soddisfano reciprocamente le proprie e le altrui voglie; non passa giorno senza che siano ubriachi, senza che si macchino di qualche grave infamia; ti sarà chiaro che i timori sarebbero stati maggiori delle speranze. Non procurarti, perciò motivi di dolore e non accrescere col tuo sdegno contrarietà di poco conto. 14 Non ti esorto a fare ogni sforzo per sollevarti: non ti giudico così male da pensare che tu debba fare appello a tutta la tua virtù per fronteggiare questa disgrazia. Non è dolore questo, è una fitta: sei tu a farne un dolore. Sicuramente la filosofia ti ha giovato molto, se non ti abbandoni al rimpianto per un bambino più conosciuto alla nutrice che al padre.

15 E che? Ora ti consiglio forse la durezza e voglio che il tuo volto rimanga impassibile perfino durante il funerale e non concedo nemmeno che ti si stringa il cuore? No, niente affatto. È crudeltà, non virtù, guardare la sepoltura dei propri cari con gli stessi occhi con cui li vedevi in vita e non commuoversi al momento del distacco dai familiari. Ma immagina che io te lo vieti: certe reazioni sono incontrollate; le lacrime cadono anche se uno cerca di trattenerle e sgorgando dànno sollievo all'anima. 16 E allora? Lasciamole scendere, ma non a comando; scorrano secondo l'impeto della commozione, non per imitare gli altri. Non accresciamo la nostra tristezza e non esageriamola sull'esempio altrui. L'ostentazione del dolore esige più del dolore: quanti sono tristi per se stessi? Se c'è gente che li ascolta, si lamentano ad alta voce, e mentre da soli se ne stanno calmi e silenziosi, appena vedono qualcuno riprendono di nuovo a piangere; si percuotono il capo (cosa che avrebbero potuto fare più liberamente quando nessuno glielo impediva), si augurano la morte, si rotolano sul letto: scomparso il pubblico, scompare il dolore. 17 Anche in questa, come in altre circostanze, facciamo lo sbaglio di uniformarci all'esempio della maggioranza e badiamo alle consuetudini, non alla convenienza. Ci allontaniamo dalla natura, ci offriamo al popolo, cattivo consigliere sempre, ed estremamente volubile in questo frangente come in tutti gli altri. Vede uno che sopporta con coraggio il proprio dolore? Lo definisce empio e crudele. Vede un altro svenire e gettarsi sul cadavere del parente, dice che è effeminato e debole. 18 Bisogna, dunque, ricondurre tutto alla ragione. La cosa più sciocca è cercare di farsi una nomea di tristezza e considerare giuste le lacrime. Ci sono lacrime, secondo me, alle quali il saggio si abbandona e altre che non può trattenere. Ecco la differenza. Appena arriva, la notizia di una morte prematura ci sconvolge, e quando stringiamo il cadavere che dalle nostre braccia passerà sul rogo, per una legge di natura ci sgorgano le lacrime e il respiro sotto la morsa del dolore ci sconvolge tutto il corpo e pure gli occhi facendone uscire il vicino umore. 19 Queste lacrime ci cadono involontariamente per compressione interna. Invece quelle cui diamo via libera se ripensiamo ai nostri cari scomparsi sono diverse e nella nostra tristezza c'è un che di dolce quando ci tornano alla memoria i loro amabili discorsi, la loro allegra compagnia, il loro premuroso affetto, e in quel momento gli occhi si aprono al pianto come nella gioia. A queste lacrime ci abbandoniamo, dalle prime siamo vinti. 20 Non dobbiamo, perciò trattenerle o versarle perché c'è qualcuno intorno o vicino a noi: fingere è vergognoso sia nell'uno che nell'altro caso: le lacrime scorrano spontanee. Possono, però scorrere in modo pacato e composto; spesso, senza perdere il proprio prestigio, il saggio le ha versate con tale misura da mantenere umanità e decoro. 21 Si può secondo me, seguire la natura salvando la dignità. Al funerale dei propri cari, ho visto persone degne di rispetto che sul volto portavano scritto l'amore, senza manifestazioni esteriori di lutto: ogni atteggiamento scaturiva da sentimenti sinceri. Pure il dolore ha un suo decoro; il saggio lo deve mantenere e, come in tutto il resto, anche nelle lacrime c'è un limite: gli uomini dissennati, invece, eccedono e nella gioia e nel dolore.

22 Accogli serenamente l'inevitabile. Che cosa è successo di straordinario, d'insolito? Per quanti uomini proprio adesso si prendono accordi per il funerale, per quanti si comprano i paramenti funebri, quanti piangono dopo di te! Quando penserai che era solo un bambino, pensa anche che era un uomo, e per l'uomo non ci sono certezze e la fortuna non lo conduce necessariamente alla vecchiaia: lo congeda a suo piacimento. 23 Per il resto parla sovente di lui, esalta quando puoi il suo ricordo: ti ritornerà più spesso alla memoria, se non sarà doloroso: nessuno sta volentieri con una persona triste, tanto meno con la tristezza. Se avevi ascoltato con piacere qualche suo discorso, qualche battuta spiritosa anche se di bambino, ricordali di frequente; afferma senza esitazione che avrebbe potuto realizzare le speranze che tu come padre avevi concepito. 24 Dimenticarsi dei propri cari e seppellirne col cadavere il ricordo, piangere a dirotto e poi ricordarli raramente, è disumano. Gli uccelli, le belve amano così i loro piccoli: il loro amore è ardente e quasi furioso, ma, quando li hanno perduti, si estingue interamente. È un comportamento indegno di un saggio: mantenga il ricordo, ma smetta di piangere.

25 Non sono affatto d'accordo con l'affermazione di Metrodoro: c'è un piacere affine alla tristezza e lo dobbiamo cogliere in queste circostanze. Ti trascrivo qui di seguito proprio le sue parole: $Ìçôñïäþñïõ dðéóôïëí ðñ'ò ôxí PäåëöÞí. IÅóôéí ãÜñ ôéò 1/2äïíx$ ‹$ëýðw óõããåíÞò, |í ÷ñz èçñåý$›$åéí êáôN ôï(tm)ôïí ô'í êáéñüí$. 26 Non ho dubbi sul tuo giudizio in proposito; niente è più infame che dar la caccia al piacere proprio nel dolore, anzi tramite il dolore, e cercare un godimento anche fra le lacrime. Sono questi gli individui che ci rinfacciano un'eccessiva severità e accusano di durezza i nostri insegnamenti, perché diciamo che il dolore non va accolto nell'anima oppure va scacciato subito. E dunque, è più incredibile o più disumano non soffrire per la perdita di un amico o andare in cerca del piacere proprio nel dolore? 27 Il nostro insegnamento è onesto: quando abbiamo versato qualche lacrima e l'urgenza dei sentimenti è, come dire, sbollita, non dobbiamo abbandonarci al dolore. Ma come? Tu vuoi mescolare il piacere al dolore? Così con uno zuccherino consoliamo i bimbi, così ne plachiamo il pianto dandogli del latte. Neppure mentre tuo figlio brucia nel rogo e l'amico si spegne, ammetti che il piacere venga meno, ma vuoi solleticare perfino la tristezza? È più onesto scacciare dall'animo il dolore o accordare il piacere anche al dolore? "Accordare" dico? si cerca di averlo e proprio dal dolore! 28 "Esiste un piacere," affermano, "affine alla tristezza." Questo lo possiamo dire noi, non voi. Voi conoscete un solo bene, il piacere, e un solo male, il dolore: che affinità ci può essere fra il bene e il male? Ma immagina che ci sia: la scopriamo proprio adesso? E scrutiamo il dolore per vedere se porta con sé qualcosa di piacevole e di voluttuoso? 29 Rimedi salutari per certe parti del corpo non si possono usare per altre, perché sono indecenti e sconvenienti, e quello che altrove gioverebbe senza ledere il pudore, diventa indecoroso per il punto della ferita: non ti vergogni di guarire un dolore con il piacere? Questa piaga va curata più seriamente. Ricordati piuttosto che chi è morto non sente nessun male: se lo sente, non è morto. 30 Niente fa soffrire chi non c'è più, ti ripeto: se soffre, è vivo. Pensi che una persona stia male perché non esiste più o perché esiste ancòra? Eppure non può soffrire per il fatto di non esistere (ha forse sensibilità il nulla?) e nemmeno per il fatto di esistere, poiché in questo caso è sfuggito al danno più grave della morte: il non essere. 31 Se uno è in lacrime e rimpiange il figlio morto nella prima infanzia, diciamogli anche questo: noi tutti, giovani e vecchi, per la brevità della nostra vita, se confrontata con l'universo, siamo nella medesima condizione. Di tutto il tempo a noi tocca meno di quello che uno potrebbe definire il minimo, perché il minimo è pur sempre una parte: la nostra vita è quasi un nulla; e tuttavia, pazzi, facciamo progetti a lungo termine.

32 Ti scrivo questo non perché tu aspetti da me un rimedio così tardivo (sono certo che ti sei già detto tutto quanto leggerai), ma per rimproverarti quel breve momento di esitazione in cui hai deviato da te stesso, e incitarti per l'avvenire a farti animo contro la fortuna e a guardare a tutti i suoi colpi non come eventuali, ma come sicuri. Stammi bene.

 

100

1 Mi scrivi di aver letto con grande avidità i libri di Fabiano Papirio sulla politica, ma che hanno deluso le tue aspettative; poi, dimenticando che si tratta di un filosofo, ne critichi la forma. Supponiamo che sia come tu dici e che le parole vengano messe giù senza un'architettura precisa. Prima di tutto, questo stile ha una sua attrattiva ed è la bellezza di una prosa che scivola via dolcemente; secondo me scorrere e venir fuori a precipizio sono due cose molto diverse. Inoltre c'è una grande differenza anche in quello che sto per dire: 2 per me Fabiano riversa la sua eloquenza, senza, però uscire dagli argini; è un'eloquenza ampia, pacata, e tuttavia, ha un suo impeto. Questo indica chiaramente e dimostra immediatezza e spontaneità. Ma ammettiamo che tu abbia ragione: l'intento di Fabiano era di dare una regola ai costumi, non alle parole, e ha scritto per educare, non per diletto. 3 E poi, se lo avessi sentito parlare, non avresti avuto modo di badare ai particolari, tutto preso dal succo del discorso; e in genere quello che piace per l'impeto dell'oratore, una volta trascritto rende meno. Ma è già molto che l'opera attragga a prima vista l'attenzione di chi legge, anche se a un esame più accurato si troveranno delle pecche. 4 Vuoi sapere come la penso? Chi strappa un giudizio favorevole vale di più di uno che questo giudizio lo merita; eppure so che quest'ultimo va più sul sicuro, so che può nutrire speranze più audaci di futuri successi. Non è bene che l'eloquenza di un filosofo sia eccessivamente ricercata: se uno si preoccupa per le parole, non può riuscire vigoroso e fermo, non può mettere alla prova se stesso. 5 Fabiano non si curava della forma, ma non era sciatto. Non troverai niente di volgare: le parole sono scelte, non ricercate, non ne capovolge il senso impiegandole in accezioni opposte alla norma secondo la moda di oggi, e, benché siano prese dal linguaggio comune, sono eleganti. I concetti sono nobili ed elevati, espressi piuttosto diffusamente e non ridotti a sentenze. Potremo scoprire qualche ridondanza, qualche frase mal costruita, qualche elemento privo di questa eleganza oggi in uso: ma in tutto l'insieme non troverai pensieri meschini e vuoti. 6 Una casa anche se non ha varietà di marmi, acqua corrente nelle diverse camere, la cosiddetta stanzetta del povero e tutto ciò che il lusso non contento di ornamenti semplici mette insieme, è pur sempre, come si dice, una buona casa.

Inoltre, i pareri sullo stile sono discordi: certi vogliono che la bellezza derivi dalla semplicità, a certi altri piace la durezza al punto che, se per caso qualche frase risulta troppo dolce, la guastano di proposito e spezzano le clausole per renderle inaspettate. 7 Leggi Cicerone: il suo stile è unitario, segue un ritmo lento, è dolce, ma senza eccessi. Invece quello di Asinio Pollione è scabro, ineguale e si ferma quando meno te l'aspetti. Insomma, in Cicerone i periodi terminano, in Pollione si interrompono, tranne pochissime eccezioni in cui sono legati a un ritmo determinato e a un unico modello.

8 Affermi, inoltre, che secondo te in Fabiano tutto è terra terra e poco elevato: a mio parere è un difetto che non ha. Le sue espressioni non sono terra terra, ma pacate, e nascono da uno stato d'animo tranquillo e sereno; non sono basse, ma chiare. Mancano di vigore oratorio, di quella capacità di incitare, che tu chiedi, e di colpire con frasi inattese; ma l'insieme, ne avrai notata l'eleganza, è bello. La sua eloquenza è priva di grandiosità, ne dà, tuttavia, il senso. 9 Citami qualche scrittore da anteporre a Fabiano. Cicerone, i cui libri di filosofia sono all'incirca numerosi quanto quelli di Fabiano; d'accordo, ma se uno è inferiore a chi è grandissimo, non per questo è da poco. Asinio Pollione: va bene; però ti rispondo: occupare il terzo posto in un campo così importante equivale a distinguersi. Fai ancòra il nome di Tito Livio; ha scritto anche dei dialoghi che si possono considerare storici e filosofici, e dei libri specificatamente filosofici: faccio posto anche a lui. Vedi, tuttavia, quanti autori si lasci alle spalle uno che è superato solo da tre e per giunta straordinariamente eloquenti.

10 Fabiano, però non eccelle in tutto: la sua eloquenza non è vigorosa, anche se elevata; non è impetuosa e irruente, anche se sciolta; è schietta, ma non limpida. "Le sue parole," dici "dovrebbero essere più severe contro i vizi, più coraggiose contro i pericoli, più altere contro la fortuna, più oltraggiose contro l'ambizione. Vorrei che biasimasse il lusso, schernisse la libidine, rintuzzasse la prepotenza. Che ci fosse in lui la veemenza dell'oratoria, la grandezza della tragedia, l'asciuttezza della commedia." Tu vorresti che Fabiano badasse a una cosa da poco: le parole; lui si è dedicato alla grandezza dell'argomento, e si è trascinato dietro l'eloquenza come un'ombra, senza curarsene. 11 I singoli elementi sono senza dubbio poco meditati e mal collegati tra loro, non tutte le parole sono accese e pungenti, lo ammetto: molte espressioni passano inosservate, senza colpire, e il discorso talvolta scorre via senza nerbo; ma in ogni pagina ci sono sprazzi di luce e ne puoi scorrere lunghi brani senza annoiarti. Infine, ti sarà chiaro che egli sentiva le cose che ha scritto. Capirai che non ha voluto piacere a te, ma farti sapere ciò che a lui piaceva. L'intera opera tende a rendere migliori, a educare lo spirito: non cerca il plauso.

12 Sono certo che i suoi scritti sono di questo tipo, anche se, più che averli presenti, ne ho un vago ricordo, e le loro caratteristiche non le ho bene impresse, come avviene dopo una lettura recente, ma li ricordo in modo sommario: sono frutto di una conoscenza di vecchia data; quando lo ascoltavo parlare, i suoi discorsi mi sembravano, se non connessi in maniera organica, consistenti, cioè capaci di elevare un giovane di indole onesta e di spingerlo all'emulazione con buone speranze di superare il suo modello: e questo mi pare un incoraggiamento efficacissimo. Distoglie i giovani, chi suscita in loro il desiderio di imitarlo, ma li priva della speranza di riuscire. Del resto la sua eloquenza era sovrabbondante e magnifica nell'insieme, nonostante le singole componenti non avessero pregi particolari. Stammi bene.

 

LIBRI DICIASSETTESIMO-DICIOTTESIMO

 

 

101

1 Ogni giorno, ogni ora ci mostra che siamo un nulla e con qualche nuovo argomento ricorda a noi dimentichi la nostra caducità, e mentre concepiamo progetti come se fossimo eterni ci costringe a guardare alla morte. Chiedi che cosa significhi questa premessa? Tu conosci Cornelio Senecione, cavaliere romano illustre e cortese: da un'umile origine era arrivato in alto, destinato a ulteriori e facili successi. L'inizio di una carriera è più difficile che il suo sviluppo. 2 Anche il denaro tarda molto ad arrivare, se uno è povero: alla povertà si rimane attaccati, finché non si riesce a tirarsene fuori. Senecione ormai mirava ad arricchirsi e a questo lo portavano due qualità validissime: la capacità di procurarsi il denaro e quella di conservarlo; sarebbe bastata una sola delle due a renderlo ricco. 3 Quest'uomo molto frugale, che aveva cura tanto del patrimonio quanto del suo corpo, mi aveva fatto visita al mattino, come d'abitudine, e aveva poi assistito per l'intera giornata, fino a notte, un amico gravemente malato che giaceva a letto senza speranza di guarigione; dopo aver cenato allegramente, colpito da un male fulminante, l'angina, a stento sopravvisse fino all'alba rantolando con le vie respiratorie bloccate. È morto, dunque, pochissime ore dopo aver svolto tutte le attività proprie di un individuo sano e in forze.

4 Quell'uomo, che faceva girare il denaro per terra e per mare, che aveva partecipato anche a pubblici appalti e non aveva tralasciato nessun tipo di guadagno, proprio quando le cose si mettevano bene, proprio quando il denaro arrivava in abbondanza, è scomparso.

Innesta ora i peri, Melibeo, disponi le viti in filari.

Come è insensato disporre della propria vita, se non siamo padroni neppure del domani! Come sono pazzi quelli che danno il via a progetti lontani nell'avvenire: comprerò, costruirò, darò denaro in prestito, ne riscuoterò, ricoprirò cariche, e alla fine passerò in ozio, stanco e soddisfatto, la vecchiaia. 5 Credimi: tutto è incerto, anche per gli uomini fortunati; nessuno deve ripromettersi niente per il futuro; anche quello che abbiamo fra le mani ci sfugge e il caso tronca l'ora stessa che stringiamo. Il tempo passa secondo una legge determinata, ma a noi sconosciuta: e che mi importa se per la natura è certo quello che per me è incerto? 6 Ci proponiamo lunghi viaggi per mare e un ritorno in patria lontano nel tempo, dopo aver vagato per lidi stranieri; imprese militari e tardive ricompense di fatiche guerresche, amministrazioni di province e avanzamenti di carriera, di carica in carica, mentre la morte ci sta accanto; e poiché non ci pensiamo mai, se non quando tocca agli altri, di tanto in tanto ci vengono messi davanti esempi della nostra mortalità, che, però, durano in noi solo quanto il nostro stupore. 7 Ma niente è più sciocco che stupirsi che accada un giorno quanto può accadere ogni giorno. Il termine della nostra vita sta dove l'ha fissato l'inesorabile ineluttabilità del destino; ma nessuno di noi sa quanto si trovi vicino alla fine; disponiamo, perciò la nostra anima come se fossimo arrivati al momento estremo. Non rinviamo niente; chiudiamo ogni giorno il bilancio con la vita. 8 Il difetto maggiore dell'esistenza è di essere sempre incompiuta e che sempre se ne rimanda una parte. Chi dà ogni giorno l'ultima mano alla sua vita, non ha bisogno di tempo; da questo bisogno nascono la paura e la brama del futuro che rode l'anima. Non c'è niente di più triste che chiedersi quale esito avranno gli eventi futuri; se uno si preoccupa di quanto gli resta da vivere o di come, è agitato da una paura inguaribile. 9 Come sfuggire a questa inquietudine? In un solo modo: la nostra vita non deve protendersi all'avvenire, deve raccogliersi in se stessa; chi non è in grado di vivere il presente, è in balia del futuro. Ma quando ho pagato il debito che avevo con me stesso, quando ho ben chiaro in testa che non c'è differenza tra un giorno e un secolo, posso guardare con distacco il susseguirsi dei giorni e degli eventi futuri e pensare sorridendo al succedersi degli anni. Se uno è saldo di fronte all'incerto, non può turbarlo la varietà e l'incostanza dei casi della vita. 10 Affrettati, perciò a vivere, Lucilio mio, e i singoli giorni siano per te una vita. Chi si forma così e ogni giorno vive compiutamente la sua vita, è tranquillo: se uno vive nella speranza, si sente sfuggire anche il tempo più vicino e subentra in lui l'avidità della vita e l'infelicissima paura della morte che rende altrettanto infelice ogni cosa. Nasce da qui quel vergognosissimo voto di Mecenate che non rifiuta malattie e deformità e in ultimo il supplizio del palo, pur di continuare a vivere anche tra queste sventure:

 

11 rendimi storpio di una mano, zoppo di una gamba, fammi crescere la gobba, fammi cadere i denti: purché continui a vivere, va bene; conservami la vita anche su un palo di tortura.

 

12 Egli si augura un destino che sarebbe molto infelice, se si realizzasse, e pur di vivere, chiede un supplizio continuo. Lo considererei già spregevolissimo se volesse vivere fino al momento di salire al patibolo: "Storpiami pure," dice, "purché lo spirito vitale rimanga in questo corpo senza forze e inservibile; sfigurami, purché, mostruoso e deforme, io possa vivere ancòra un po'; impalami, crocifiggimi": vale la pena comprimere la propria ferita e penzolare dalla forca con gli arti slogati, pur di rimandare la cosa più desiderabile quando si soffre: la fine dei tormenti? Val la pena di avere la vita per esalarla? 13 Che cosa potresti augurargli se non la benevolenza degli dèi? A che mirano questi versi turpemente effeminati? A che questo patto nato da una paura insensatissima? E questo mendicare così sconciamente la vita? Potresti pensare che Virgilio abbia mai recitato a Mecenate questo verso:

Morire è, dunque, così triste?

Egli si augura i mali più atroci e desidera prolungare e sopportare le sofferenze più terribili: che ci guadagna? Una vita più lunga naturalmente. Ma che vita è agonizzare a lungo? 14 C'è qualcuno che preferisce consumarsi tra i tormenti, morire membro a membro ed esalare l'anima ripetutamente in uno stillicidio, invece che morire in un sol colpo? C'è qualcuno che vuole prolungare una vita fonte di tante sofferenze, attaccato a quel maledetto palo, ormai storpio, deforme, con una gobba ripugnante sulla schiena e sul petto, quando avrebbe avuto molti motivi per morire anche senza arrivare alla croce? E dimmi ora che non è un grande beneficio della natura l'ineluttabilità della morte. 15 Molti sono pronti a fare patti ancòra più vergognosi: anche a tradire un amico per vivere più a lungo, e a consegnare di persona i figli allo stupro, pur di poter vedere la luce, testimone di tanti delitti. Scuotiamoci di dosso questa smania di vivere e impariamo che non importa quando subiremo quello che dobbiamo prima o poi subire; conta vivere bene, non vivere a lungo; ma spesso il vivere bene consiste proprio nel non vivere a lungo. Stammi bene.

 

102

1 Quando uno fa un bel sogno, trova fastidiosa la persona che lo sveglia, poiché gli toglie un piacere falso, sì, ma che ha effetti realistici. La tua lettera mi ha procurato un dispiacere analogo: mi ha distolto dalla meditazione conveniente in cui ero concentrato e che, potendo, non avrei interrotto. 2 Indagavo con piacere sull'immortalità dell'anima, anzi, perbacco, ci credevo; ero pronto ad accogliere l'opinione di grandi uomini che promettono, più che dimostrare, una realtà graditissima. Mi abbandonavo a una così straordinaria speranza, provavo ormai disgusto di me stesso, disprezzavo i resti di un'esistenza infranta, per passare all'eternità, nel possesso di ogni tempo, quando l'arrivo della tua lettera mi ha improvvisamente risvegliato e ho perduto un sogno tanto bello. Ma, quando ti avrò congedato, voglio riprenderlo e riconquistarlo.

3 Tu affermi all'inizio della lettera che non ho spiegato interamente la questione, quando ho tentato di dimostrare la tesi degli Stoici: la gloria che si ottiene dopo la morte è un bene. Non avrei, cioè, risposto all'obiezione che ci viene rivolta: "Non c'è bene dove c'è separazione; e, in questo caso, c'è separazione." 4 Quello che mi chiedi, Lucilio mio, rientra nella stessa questione, ma è un altro punto, perciò avevo rimandato questo e altri problemi riguardanti il medesimo argomento; infatti, come sai, certe parti della logica sono unite alla morale. E così, prima ho trattato quella parte che riguarda direttamente la morale: se non sia insensato e inutile spingere le proprie preoccupazioni oltre l'ultimo giorno, se i nostri beni finiscano con noi e non resti più niente della persona scomparsa, se di una cosa che, quando accadrà non la percepiremo, si possa cogliere qualche frutto o almeno cercare di coglierlo prima che essa si verifichi. 5 Tutti questi problemi riguardano la morale; perciò li ho messi al loro posto. Ma le argomentazioni dei dialettici contro questa tesi dovevano essere separate e perciò le ho disgiunte. Ora, poiché esigi una trattazione completa, esporrò tutte le loro obiezioni, poi le confuterò una per una.

6 Perché le mie confutazioni siano chiare, devo fare una premessa. Che premessa? Esistono dei corpi unitari, come l'uomo; altri composti, come una nave, una casa, insomma tutti quelli formati dall'unione di parti diverse; altri costituiti da elementi separati, le cui membra sono divise, come un esercito, un popolo, un'assemblea. Gli individui componenti questi organismi sono uniti per legge o per funzioni analoghe, ma distinti per natura e a se stanti. 7 Ancora una premessa: secondo noi non c'è bene formato da elementi separati tra loro; un bene deve essere racchiuso e retto da un solo principio, unica deve essere la sua essenza. Questo principio, se un giorno vorrai, si dimostra da sé; intanto ho dovuto premetterlo perché ci rivolgono contro le nostre stesse armi.

8 "Voi dite che non c'è bene formato da elementi separati tra loro; ma," ribattono, "la gloria di un uomo nasce dall'opinione favorevole di persone virtuose. Come la fama non è data dalle parole di un unico individuo e l'infamia dalla cattiva opinione di uno solo, così la gloria non la dà l'approvazione di una sola persona virtuosa, ma ci vuole il consenso di molti uomini insigni e ragguardevoli perché si formi. La gloria, però risulta dal parere di più persone, cioè di elementi distinti; quindi non è un bene.

9 "La gloria," continuano, è la lode tributata da uomini virtuosi a un uomo virtuoso; la lode è un'espressione, una frase che indica qualcosa; e una frase, anche se pronunciata da uomini virtuosi, non è un bene. Non tutto quello che fa un uomo virtuoso è un bene; egli applaude e fischia, ma, anche se ogni suo gesto è degno di ammirazione e di lode, un applauso o un fischio, come uno starnuto o un colpo di tosse, nessuno può definirli un bene. Quindi, la gloria non è un bene.

10 "Insomma, diteci se la gloria è un bene di chi loda o di chi è lodato: se dite che è un bene di chi è lodato, fate un'affermazione ridicola, come se diceste che è un bene mio la salute di un altro. Ma lodare chi ne è degno è un'azione virtuosa; perciò è un bene di chi loda, cioè di chi compie l'azione, non nostro, che siamo lodati: e questo è l'oggetto della nostra indagine."

11 Risponderò ora rapidamente a ciascun problema. Prima di tutto ci si chiede se un bene possa derivare da elementi separati e su questo punto i pareri sono discordi. Inoltre, la gloria ha bisogno del consenso di molti? È sufficiente anche il giudizio di una sola persona virtuosa: un uomo virtuoso può giudicare della nostra virtù. 12 "Ma come?" si ribatte, "la fama deriverà dalla stima e l'infamia dalla maldicenza di un solo individuo? Anche la gloria noi la intendiamo ampiamente diffusa," continuano, "poiché richiede il consenso di molti." Si tratta di due condizioni diverse. Perché? Perché se un uomo virtuoso mi giudica bene, per me è come se così mi giudicassero tutti gli uomini virtuosi; tutti, infatti, se mi conoscessero, mi giudicherebbero allo stesso modo. Il loro giudizio è uguale e identico, perché ha un'unica impronta: la verità. Non possono discordare; e dunque è come se tutti fossero del medesimo parere, poiché non possono pensarla diversamente. 13 Per la gloria, invece, o per la fama, non basta l'opinione di una sola persona. Nel caso di prima un solo parere vale quanto quello di tutti, perché, se si domandasse a tutti, uno per uno, unica sarebbe la risposta: nel secondo caso sono diversi i giudizi, poiché sono diverse le persone. Troverai difficilmente approvazione e sempre dubbi, leggerezza, sospetti. Credi che tutti possano esprimere un parere unico? Ma se nemmeno una sola persona ha un parere unico! Gli uomini virtuosi amano la verità e la verità ha una sola forza, una sola faccia: gli altri invece dànno il loro assenso a false opinioni. E il falso è incostante; varia e discorda.

14 "Ma la lode," dicono, "è solo una frase, e una frase non è un bene." Quando affermano che la gloria è una lode tributata a uomini virtuosi da uomini virtuosi, non si riferiscono alle parole, ma al giudizio espresso. Anche se un uomo virtuoso tace, ma giudica uno degno di lode, quest'uomo viene lodato. 15 Inoltre, una cosa è la lode, un'altra il lodare: quest'ultimo richiede anche la parola; perciò nessuno dice lode funebre, ma orazione funebre, poiché è un ufficio che si basa sulla parola. Quando definiamo qualcuno meritevole di lode, non gli promettiamo parole benevoli, ma giudizi benevoli. Dunque, è lode anche quella di chi tace, ma giudica positivamente e loda un uomo virtuoso dentro di sé. 16 E poi, come ho detto, la lode interessa l'animo, non le parole, che fanno da tramite e la rendono nota a più persone. Se uno ritiene dovuta una lode, già loda. Quando quel famoso poeta tragico latino dice che è splendido "essere lodato da un uomo lodato", intende dire da un uomo degno di lode. E quando quell'altro poeta altrettanto antico dice che "la lode alimenta le arti", non intende il lodare, che in realtà corrompe le arti; niente ha guastato tanto l'eloquenza e ogni altra arte rivolta alle orecchie quanto il consenso popolare. 17 La fama ha bisogno in ogni caso della voce; la gloria, invece, può formarsi anche indipendentemente dalla voce, basta un giudizio positivo; anzi non le tolgono nulla non solo il silenzio, ma persino le proteste. Ecco la differenza tra gloria e celebrità: la celebrità si fonda sul giudizio di molti, la gloria su quello delle persone virtuose.

18 "La gloria," chiedono, "cioè la lode tributata a un uomo virtuoso da uomini virtuosi, è un bene di chi è lodato o di chi loda?" Di entrambi. Mio, che vengo lodato; e poiché la natura mi ha generato incline ad amare tutti, godo di aver fatto del bene e mi rallegro di aver trovato grati interpreti delle virtù. Questo essere grati è un bene di molti, ma è anche mio; la mia disposizione d'animo è tale che giudico mio un bene di altri, soprattutto di coloro a cui sono causa di bene. 19 La gloria è un bene anche di chi loda: è un atto della virtù e ogni azione virtuosa è un bene. Ma questo bene non sarebbe toccato loro, se io non fossi quale sono. Perciò una lode meritata è un bene di entrambi, come esprimere un giusto giudizio è un bene di chi giudica e di colui a vantaggio del quale si è pronunciato il giudizio. Dubiti forse che la giustizia sia un bene e per chi la esercita e per colui al quale essa paga un debito? Lodare chi lo merita è una forma di giustizia; dunque, è un bene di entrambi.

20 A questi cavillatori abbiamo risposto abbondantemente. Ma il nostro proposito non deve essere di fare sottili discussioni e di abbassare la filosofia dalla sua altezza a questi ristretti limiti: quanto è meglio avanzare per una via aperta e diritta, invece che costruirsi da sé un tragitto tortuoso da ripercorrere con grave disagio! Queste dispute non sono altro che passatempi di persone che cercano abilmente di sorprendersi a vicenda. 21 Dimmi piuttosto come è conforme alla natura dispiegare la mente nell'immensità dell'universo. L'anima dell'uomo è una cosa grande e nobile; non sopporta che le siano posti altri limiti se non quelli comuni anche agli dèi. Prima di tutto non accetta un'umile patria, sia essa Efeso o Alessandria o qualunque altra terra anche più popolosa e più ricca di case: la sua patria è quella che cinge l'intero universo nel suo cerchio, è tutta la volta celeste entro cui giacciono mari e terre, entro cui l'atmosfera distingue e insieme congiunge l'umano e il divino, in cui sono distribuite tante divinità che attendono vigili all'adempimento delle proprie funzioni. 22 Inoltre l'anima non lascia che le venga assegnata un'esistenza angusta: "Tutti gli anni," afferma, "sono miei; nessun'epoca è preclusa ai grandi spiriti, ogni tempo è aperto al pensiero. Quando arriverà quel giorno che separa questo miscuglio di umano e di divino, lascerò il mio corpo qui dove l'ho trovato, e tornerò tra gli dèi. Non che ora ne sia completamente separata, ma mi trattiene il grave peso terreno." 23 Queste tappe della vita mortale sono una preparazione a quell'altra vita migliore e più lunga. L'utero materno ci ospita per nove mesi e ci prepara non per sé, ma per quel luogo in cui veniamo alla luce già capaci di respirare e di resistere all'aria aperta; allo stesso modo in questo periodo che dall'infanzia si estende alla vecchiaia maturiamo per un altro parto. Ci aspetta un'altra nascita, un altro stato di cose. 24 Noi non possiamo ancora sostenere la vista del cielo, se non a distanza. Perciò guarda intrepido a quell'ora decisiva: è l'ultima, ma per il corpo, non per l'anima. Guarda tutto ciò che ti sta intorno come le suppellettili di una residenza provvisoria: bisogna passare oltre. La natura spoglia chi se ne va, come chi entra. 25 Non possiamo portar via più di quanto avevamo nascendo, anzi bisogna lasciare gran parte anche di ciò che abbiamo portato per vivere: ti sarà tolto questo involucro esterno che ti avvolge, la pelle; ti sarà tolta la carne e il sangue che scorre per l'intero organismo; ti saranno tolte le ossa e i nervi, che sostengono gli elementi liquidi e molli. 26 Questo giorno che temi come ultimo è il primo dell'eternità. Deponi il peso della materia: perché resisti? Anche allora non sei venuto alla luce lasciando il corpo in cui eri celato? Ti aggrappi, opponi resistenza: anche allora tua madre ti ha espulso con un grande sforzo. Gemi, implori: anche questo pianto è proprio di un neonato, ma allora meritavi il perdono: eri venuto al mondo inesperto e ignaro. Uscito dal caldo e morbido rifugio delle viscere materne, ti ha toccato il soffio dell'aria libera, poi hai sentito il contatto di una rozza mano, e ancòra tenero e del tutto inconsapevole sei rimasto attonito di fronte a una realtà sconosciuta: 27 ora invece non è per te una cosa nuova essere separato da un corpo di cui prima facevi parte; abbandona serenamente queste membra ormai inutili e lascia questo corpo a lungo abitato. Sarà lacerato, sepolto, si consumerà: perché ti affliggi? È così: va sempre perduto l'involucro che avvolge chi nasce. Perché ami questo corpo come se fosse tuo? Ti ha solo ricoperto: verrà il giorno che ti staccherà e ti trarrà fuori dalla coabitazione con questo sconcio e fetido ventre. 28 Sottraitene già adesso per quanto ti è possibile, e sii indifferente ai piaceri tranne a quelli che * * * e sono connessi alle necessità della vita, medita fin d'ora su qualcosa di più profondo e nobile: un giorno ti si sveleranno i misteri della natura, si dissiperà codesta nebbia e da ogni parte ti colpirà una luce splendente. Immagina quanto è grande il fulgore di tanti astri che uniscono le loro luci. Nessun'ombra offuscherà il sereno; ogni parte del cielo splenderà ugualmente luminosa: giorno e notte si avvicendano solo nella nostra infima atmosfera. Dirai di essere vissuto nelle tenebre, quando con tutto te stesso vedrai la luce nel pieno del suo fulgore, quella luce che ora vedi confusamente attraverso la strettissima fessura degli occhi, e tuttavia, anche da lontano, la guardi con stupore; quale ti apparirà la luce divina quando la vedrai nella sua sede? 29 Questo pensiero scaccia dall'anima tutto ciò che è meschino, vile, crudele. Ci dice che gli dèi sono testimoni di tutto; comanda di renderci a loro graditi, di prepararci al futuro incontro e di guardare all'eternità. Chi concepisce questo pensiero non ha terrore di nessun esercito, non è spaventato dalla tromba di guerra, nessuna minaccia lo fa temere. 30 Se uno spera nella morte, non può avere paura. Anche chi ritiene che l'anima esista finché è trattenuta dal vincolo del corpo, e che una volta libera si disperda sùbito, opera in modo da poter essere utile anche dopo la morte. Benché venga sottratto alla vista del prossimo, tuttavia

sempre le assedia la mente la straordinaria virtù dell'eroe e la grande nobiltà della sua stirpe.

Pensa quanto ci giovano gli esempi di virtù: saprai che il ricordo dei grandi uomini ci giova quanto la loro presenza. Stammi bene.

 

103

1 Perché ti dài pensiero di cose che possono succederti, ma che possono anche non succederti? Intendo dire un incendio, un crollo e altri eventi che ci càpitano, ma non stanno lì in agguato: tieni d'occhio piuttosto, ed evitali, quei mali che ci spiano e cercano di coglierci di sorpresa. Fare naufragio, finire sotto una vettura sono casi rari, anche se gravi: mentre dall'uomo viene all'uomo un pericolo costante. Prepàrati ad affrontarlo, tienilo sempre attentamente d'occhio; non c'è male più frequente, più tenace, più insinuante. 2 Il cielo è minaccioso prima che si scateni la tempesta, gli edifici scricchiolano prima di crollare, un incendio lo preannuncia il fumo: il danno che proviene dall'uomo è improvviso e si mimetizza con più cura quanto più è vicino. Sbagli a credere al volto di quelli che ti vengono incontro: hanno l'aspetto di uomini, l'animo di belve; quelle, però sono pericolose al primo attacco; se passano oltre, non ti cercano più. Solo la necessità le spinge a nuocere; assalgono o per fame o per paura: all'uomo, invece, piace annientare l'uomo. 3 Ma il pensiero del pericolo che proviene dall'uomo ti faccia pensare al tuo dovere di uomo; da una parte bada a non subire torti, dall'altra a non farne. Gioisci del bene di tutti, commuoviti del male, e ricorda quello che devi fare e quello che devi evitare. 4 Vivendo così quale vantaggio ne avrai? Sfuggirai agli inganni, se non alle offese. Rifùgiati nella filosofia per quanto ti è possibile: ti proteggerà con le sue braccia, nel suo santuario sarai sicuro o, almeno, più sicuro. Cozzano fra loro solo quelli che camminano lungo la stessa strada. 5 Della filosofia, però, non dovrai vantarti; praticarla con insolenza e arroganza si è risolto per molti in un pericolo: serva a emendarti dai vizi, non a rinfacciarli agli altri. Non discordi dalla moralità comune e non faccia in modo che tu sembri condannare tutto quello che non fai. Si può essere saggi senza ostentazione, senza suscitare astio. Stammi bene.

 

104

1 Nella mia villa di Nomento ho cercato scampo, cosa credi? dalla città? No, da una febbre, e insidiosa, che si era già impadronita di me. Il medico, dai battiti del polso alterati e irregolari tanto da turbare le normali funzioni, diagnosticava l'inizio di una malattia. Ho dato, perciò ordine di preparare sùbito la carrozza; e, nonostante l'opposizione di Paolina, mi sono ostinato a partire. Avevo davanti agli occhi lo spettacolo del mio caro Gallione, che si era preso la febbre in Grecia e immediatamente si era imbarcato, proclamando che il male non era del suo fisico, ma di quel posto. 2 Questo l'ho detto alla mia Paolina che mi raccomanda sempre la salute. Sapendo che il suo spirito fa tutt'uno col mio, per un riguardo a lei, comincio a riguardarmi io stesso. E mentre la vecchiaia mi ha reso più forte per tanti versi, perdo questo beneficio dell'età; penso che in questo vecchio c'è anche una giovane cui si deve attenzione. E visto che io non ottengo da lei che mi ami con più forza, lei ottiene da me che io mi ami con più cura. 3 Bisogna assecondare gli affetti onesti; e qualche volta, anche se ci sono dei gravi motivi, anche a costo di sofferenze bisogna richiamare lo spirito vitale per rispetto dei propri cari, bisogna trattenerlo coi denti, visto che un uomo virtuoso deve vivere non fino a quando gli piace, ma fino a quando è necessario: chi non stima la moglie o un amico tanto da prolungare la propria esistenza, chi si ostina a voler morire, è uno smidollato. L'anima deve imporsi, quando lo esige il vantaggio delle persone care, di rimandare, non solo se ha deciso di morire, ma anche se ha cominciato a morire, e di compiacere i suoi. 4 È di un animo nobile tornare alla vita per gli altri e i grandi uomini l'hanno fatto spesso. Ma io, benché il massimo frutto di questa età sia una difesa meno preoccupata di se stessi e un'utilizzazione più coraggiosa della vita, ritengo segno di alta umanità anche curare con più attenzione la propria vecchiaia, se sai che ciò è caro, utile e augurabile per qualcuno dei tuoi. 5 E oltretutto una cosa così è di per sé non poco piacevole e gratificante: che cosa c'è di più gradito che essere tanto caro alla moglie da diventare per questo più caro a te stesso? E così la mia Paolina può imputarmi non solo i suoi timori, ma anche i miei.

6 Ti domandi, dunque, che risultato ha avuto la mia decisione di partire? Appena mi sono lasciato alle spalle l'aria pesante della città e quell'odore delle cucine fumanti che, una volta accese, diffondono con la polvere tutti i vapori pestiferi che hanno assorbito, sùbito mi sono accorto che il mio stato di salute era cambiato. E non sto a dirti come mi sia sentito più in forze, una volta giunto ai miei vigneti. Lasciato libero per il pascolo, mi sono buttato sul cibo. Sùbito mi sono ripreso, è scomparso quel torpore di un fisico malfermo e inerte. 7 Mi getto a capofitto nello studio. Non è tanto il luogo che conta per studiare, ma la concentrazione: se uno vuole, può crearsi un suo spazio anche in mezzo a tutte le occupazioni: ma chi si limita a scegliersi un posto e a cercare un po' di tranquillità, troverà dovunque motivi di distrazione. Si racconta che Socrate, a un tizio che si lagnava di non aver tratto nessun giovamento dai suoi continui viaggi, rispose: "È logico che ti sia successo questo; tu andavi in giro con te stesso." 8 Come si troverebbero bene certe persone se si staccassero da se stesse! E invece si opprimono, si affliggono, si guastano, si spaventano, tutto da soli. Traversare gli oceani, cambiare città, cosa serve? Se vuoi liberarti dai tuoi affanni non devi trasferirti altrove, ma diventare un altro. Fa' conto di essere andato ad Atene o a Rodi; scegli a tuo piacere la città: che importanza hanno gli usi e i costumi locali? Tu ci porti i tuoi. 9 Se giudichi un bene il denaro, ti angustierà una povertà - e questa è la cosa più triste - falsa. Per quanto tu possieda molto, se c'è uno più ricco di te, ti sentirai inferiore proprio di quanto lui ha in più. A tuo parere sono gran cosa le cariche: e allora ti tormenterà che Tizio sia stato nominato console, che Caio sia stato rieletto; proverai invidia ogni volta che leggerai ripetutamente il nome di qualcuno negli atti ufficiali. Il furore della tua ambizione sarà così violento che non ti parrà di avere nessuno dietro di te, se hai qualcuno davanti a te. 10 Giudicherai la morte il peggiore dei mali, mentre in realtà nella morte non c'è nulla di male, se non appunto ciò che la precede, il timore. Ti spaventeranno non i pericoli, ma piuttosto i sospetti; sarai sempre agitato da vani fantasmi. E allora che vantaggio ti avrà dato

essere riusciti a scampare a tante città argoliche, essere riusciti a fuggire in mezzo ai nemici?

La pace stessa scatenerà le tue paure; una volta che la mente è turbata, non ci si fida più neppure di ciò che è sicuro, e quando questi timori infondati diventano un'abitudine, non si è più in grado di tutelare se stessi: i pericoli non li evitiamo, li fuggiamo, e se uno gira le spalle, è più vulnerabile. 11 Perdere una persona cara lo giudicherai un male gravissimo, e, invece, questo atteggiamento è sciocco quanto piangere perché le belle piante che adornano la tua casa perdono le foglie. Guarda le cose che ti dànno gioia allo stesso modo in cui guarderesti quelle piante: godine, finché sono fiorenti. Il caso strappa alla vita un giorno uno, un giorno un altro; ma come la perdita delle foglie è facile sopportarla perché rinascono, così è facile sopportare anche la perdita di quelli che amavi e che consideravi la gioia della tua vita, perché, se pure non rinascono, puoi sostituirli. 12 "Ma non saranno gli stessi." Neppure tu sarai lo stesso. Ogni giorno, ogni ora che passa, ti cambia; ma negli altri questo saccheggio del tempo è più evidente, in noi passa inosservato, perché non è manifesto. Gli altri ci vengono strappati, ma noi siamo sottratti a noi stessi furtivamente. A questo non pensi e non cerchi di curare le ferite, ma ti crei da te motivi di preoccupazione ora con la speranza, ora con la disperazione? Se sei saggio, tempera l'una con l'altra: non sperare senza disperarti e non disperare senza qualche speranza.

13 Un viaggio, di per sé, che giovamento ha mai potuto dare? Non modera i piaceri, non frena le passioni, non reprime l'ira, non fiacca gli indomabili impulsi dell'amore, insomma non libera l'anima da nessun male. Non rende assennati, non dissipa l'errore, ma ci attrae temporaneamente con qualche novità come un bambino che ammiri cose sconosciute. 14 Rende, invece, lo spirito, già gravemente infermo, ancora più incostante, e questo agitarsi lo fa diventare più instabile e volubile. E così gli uomini abbandonano con più smania quei posti che avevano tanto smaniosamente cercato, li oltrepassano a volo e se ne vanno più velocemente di quanto erano venuti. 15 Viaggiare ti farà conoscere altre genti, ti mostrerà monti di forme mai viste, pianure di straordinaria grandezza e valli irrigate da corsi d'acqua perenni; attirerà la tua attenzione sulla natura particolare di qualche fiume, come il Nilo che d'estate è gonfio di acque, o come il Tigri che scompare alla vista e, dopo aver percorso un tratto sottoterra, ritorna in tutta la sua grandezza, o come il Meandro, piacevole palestra di tutti i poeti, che si avvolge su se stesso con un corso sempre tortuoso, e spesso, quando è vicino al suo alveo, devia, prima di affluire nelle proprie acque: ma non ti renderà migliore né più assennato. 16 Dobbiamo applicarci allo studio e avere familiarità coi maestri di saggezza per imparare i frutti delle loro ricerche e ricercare le verità non ancora scoperte. Così, sottraendo l'animo alla più misera schiavitù, si rivendica la propria libertà. Ma fino a quando ignorerai che cosa si deve fuggire, che cosa ricercare, che cosa è necessario o superfluo, giusto o ingiusto, questo non sarà viaggiare, ma vagabondare. 17 Correre qua e là non ti servirà a niente: tu vai in giro con le tue passioni, e i tuoi mali ti seguono. E almeno ti seguissero! Sarebbero abbastanza lontani: e invece, non li precedi, li porti con te. Perciò ti assillano dovunque e ti bruciano con la stessa intensità. 18 Il malato deve cercare la medicina adatta, non un nuovo paese. Uno si è rotto una gamba o si è provocato una distorsione: non sale su una carrozza o su una nave, ma chiama il medico, perché gli riduca la frattura o gli sistemi la lussazione. E allora? Secondo te, cambiando paese, puoi guarire un'anima che ha subìto tante fratture e distorsioni? Questo male è troppo grave per curarlo con una passeggiata in vettura. 19 Viaggiare non rende medici o oratori; non c'è scienza che si impari da un luogo: e dunque? La saggezza, la più importante di tutte le scienze, si può forse acquisire in viaggio? Non c'è via, credimi, che ti porti fuori dalle passioni, dall'ira, dalla paura; oppure, se ci fosse, l'umanità vi si dirigerebbe in massa. Questi mali ti incalzeranno e ti tormenteranno nei tuoi vagabondaggi per terra e per mare finché ne porterai con te le cause. 20 Ti stupisci che fuggire non ti serva? I mali che fuggi sono in te. Correggiti, dunque, lìberati dai pesi che porti, e contieni i tuoi desideri entro limiti convenienti; estirpa dall'anima ogni malvagità. Se vuoi fare dei viaggi piacevoli, guarisci chi ti accompagna. L'avarizia ti resterà attaccata addosso, finché vivrai insieme a un avaro taccagno; e così l'orgoglio, finché frequenterai un superbo; non ti libererai della tua crudeltà, se stai con un carnefice; l'amicizia degli adùlteri infiammerà la tua libidine. 21 Se vuoi spogliarti dei vizi, devi stare lontano da esempi di vizi. L'avaro, il corruttore, il crudele, il truffatore, che già nuocerebbero molto se fossero vicini a te, tu li hai dentro di te. Passa a compagni migliori: vivi con Catone, Lelio, Tuberone. E, se ti piace anche stare insieme ai Greci, intrattieniti con Socrate, Zenone: l'uno ti insegnerà a morire se sarà necessario, l'altro prima che sia necessario. 22 Vivi con Crisippo, con Posidonio: essi ti trasmetteranno la conoscenza dell'umano e del divino, ti inviteranno all'operosità e non solamente a parlare con eleganza e a ostentare belle parole per il piacere dell'uditorio, ma a rafforzare l'animo e a ergerlo contro tutte le minacce. In questa vita incerta e agitata c'è un solo porto: disprezzare il futuro, essere fermi e risoluti e pronti a ricevere i colpi della fortuna, in pieno petto, senza nascondersi o temporeggiare. 23 La natura ci ha generati magnanimi, e come a certi animali ha dato la ferocia, ad altri l'astuzia, ad altri la paura, a noi ha dato uno spirito desideroso di gloria e di grandezza, che cerca non dove possa vivere completamente tranquillo, ma dove possa vivere in modo assolutamente onesto, uno spirito molto simile a quell'universo che egli segue e imita per quanto è consentito alle forze umane; si fa avanti, crede di essere lodato e ammirato. 24 È signore di tutto, è superiore a tutto; non si sottometta, perciò a niente; non giudichi niente gravoso, niente capace di piegare un uomo.

Fantasmi terribili a vedersi, la Morte, la Sofferenza.

No assolutamente, se si è in grado di guardarle con sguardo fermo, vincendo le tenebre; molti fantasmi che di notte ci atterriscono, di giorno ci fanno sorridere.

Fantasmi terribili a vedersi, la Morte, la Sofferenza,

ha detto bene il nostro Virgilio: terribili a vedersi, non nella sostanza, cioè sembrano, non sono. 25 Che c'è in loro, ti chiedo, di tanto spaventoso quanto si va dicendo? ma via, per quale ragione, Lucilio mio, un uomo dovrebbe temere la sofferenza, la morte? Tante volte incontro persone che giudicano irrealizzabile tutto quello che loro non possono fare, e sostengono che noi parliamo di cose superiori a quelle che la natura umana può sostenere. 26 Ma io ho di loro una migliore opinione! Anch'essi sono in grado di fare queste cose, ma non vogliono. E poi, hanno mai deluso chi ha tentato? All'atto pratico non sono apparse più facili? Non perché siano difficili non osiamo: sono difficili perché non osiamo.

27 Se poi volete un esempio, prendete Socrate, vecchio paziente, travagliato da sventure di ogni tipo; non lo vinse la povertà, resa più grave dagli oneri familiari, e nemmeno i disagi, che sopportò anche in guerra. In casa, poi, fu messo a dura prova: ‹pensa› sia alla moglie, scorbutica di carattere e petulante, sia ai figli, ribelli e più simili alla madre che al padre. ‹Inoltre› visse o in guerra o sotto la tirannide o in una libertà più crudele della guerra e della tirannide. 28 La guerra durò ventisette anni; quando finì, la città si sottomise al funesto dominio dei trenta tiranni, di cui la maggior parte gli era ostile. In ultimo, fu condannato con accuse gravissime: lo incolpavano di vilipendio alla religione, di corruzione dei giovani, che, si disse, aveva istigato contro gli dèi, gli avi, la città. E poi ci furono il carcere e il veleno. Ma tutto ciò non turbava l'animo di Socrate e neppure il suo volto. Che merito straordinario e singolare! Fino al momento supremo nessuno vide Socrate più allegro o più triste; fu sempre uguale in mezzo a una fortuna tanto mutevole.

29 Vuoi un altro esempio? Prendi M. Catone, il giovane: contro di lui la sorte fu ancòra più ostile e accanita. Sebbene lo avesse sempre avversato, e da ultimo anche in punto di morte, tuttavia egli dimostrò che un uomo valoroso può vivere e morire a dispetto della fortuna. Passò tutta la vita o in mezzo alle guerre civili o in una pace che alimentava nel suo seno la guerra civile e si potrebbe dire che, come Socrate, si tirò fuori dalla schiavitù, a meno che non si pensi che Gneo Pompeo, Cesare e Crasso si allearono per la libertà. 30 Lo stato cambiò mille volte, ma nessuno vide mutamenti in Catone; si mostrò sempre lo stesso in ogni condizione, nella pretura, nella sconfitta elettorale, nei momenti dell'accusa, nel governo della provincia, nei discorsi, nell'esercito, nella morte. Infine, in quel turbamento generale dello stato, mentre da una parte Cesare era sostenuto da dieci bellicosissime legioni e da interi presidî di milizie straniere, e dall'altra c'era Gneo Pompeo, che bastava da solo contro tutti, mentre alcuni parteggiavano per Cesare, altri per Pompeo, unicamente Catone prese le parti della repubblica. 31 E a voler esaminare il quadro del tempo, si vedrà da un lato la plebe e tutto il popolino teso alle novità, dall'altro gli ottimati e i cavalieri, che rappresentavano la parte migliore e più onesta della città, e in mezzo, soli, la repubblica e Catone. Ti stupirai di sicuro vedendo:

l'Atride e Priamo e Achille a entrambi ostile;

egli disapprova entrambi e vorrebbe disarmare sia l'uno che l'altro. 32 Su loro pronuncia questo giudizio: se vincerà Cesare, morirà; se Pompeo, andrà in esilio. Che aveva da temere se egli stesso, vincitore o vinto, si era assegnato una pena quale potevano assegnargli i nemici più acerrimi? Morì, dunque, per sua decisione. 33 Vedi che gli uomini possono sopportare la fatica: egli condusse a piedi l'esercito attraverso i deserti dell'Africa. Vedi che è possibile sopportare la sete: su aride colline, senza salmerie, trascinandosi dietro i resti dell'esercito sconfitto, sopportò la mancanza d'acqua con la corazza addosso e, tutte le volte che trovavano da bere, bevve per ultimo. Vedi che si possono disprezzare onore e infamia: nel giorno stesso della sua sconfitta elettorale giocò a palla dove si tenevano i comizi. Vedi che si può non temere la potenza dei più forti: sfidò Pompeo e Cesare insieme, mentre nessuno osava offendere l'uno se non per accattivarsi la benevolenza dell'altro. Vedi che si possono disprezzare sia l'esilio che la morte: egli si impose sia l'esilio che la morte, e nel frattempo la guerra. 34 Possiamo, perciò contro queste sventure dimostrare un uguale coraggio, purché vogliamo liberare il collo dal giogo. Per prima cosa dobbiamo rifiutare i piaceri: snervano, rendono languidi, pretendono molto e questo molto va preteso dalla fortuna. Poi dobbiamo disdegnare le ricchezze: sono il compenso della schiavitù. Lasciamo da parte l'oro, l'argento e tutto ciò che riempie le case dei ricchi: la libertà non è gratuita. Se l'apprezzi molto, devi disprezzare tutto il resto. Stammi bene.

 

105

1 Ecco che regole devi osservare per vivere più tranquillo. Ritengo opportuno, però che tu ascolti questi insegnamenti come se io ti consigliassi la maniera di salvaguardare la tua salute nella zona di Ardea. Considera i motivi che spingono un uomo a fare del male a un altro uomo; troverai la speranza, l'invidia, l'antipatia, la paura, il disprezzo. 2 Di tutti questi il disprezzo è il meno grave, tanto che molti vi si rifugiano per mettersi al riparo. Se uno disprezza, calpesta, è vero, ma poi passa oltre; nessuno fa del male con tenacia, con accanimento a una persona che disprezza; anche in battaglia non si bada al caduto, si combatte contro chi sta in piedi.

3 La speranza dei malvagi potrai evitarla se non possiedi niente che susciti la maligna cupidigia degli altri, niente che si distingua; si desiderano, infatti, anche beni da poco, se sono insoliti o rari. All'invidia sfuggirai evitando di metterti in mostra, di ostentare i tuoi beni, e se saprai godere interiormente. L'odio, o nasce da un'offesa, e lo eviterai non provocando nessuno; o è gratuito, e allora te ne difenderà il buon senso. Molti, però hanno corso questo pericolo: sono stati odiati senza avere un nemico. 4 Perché la gente non debba aver paura di te, saranno sufficienti sia una modesta fortuna, sia un'indole mite: si sappia che ti si può offendere senza rischio di ritorsioni; sii pronto e risoluto nel riconciliarti. Essere temuti è dannoso sia in casa che fuori, sia dagli schiavi che dagli uomini liberi: tutti sono sufficientemente forti per fare del male. Inoltre, chi è temuto, teme: e se uno terrorizza gli altri, non può vivere tranquillo. 5 Rimane il disprezzo: se uno se lo impone da sé, se viene disprezzato per volontà sua e non perché sia giusto così, può regolarne la misura. Dal fastidio che ci provoca ci liberano e i sani princìpî e l'amicizia delle persone influenti presso un potente; con costoro sarà utile essere in relazione, ma non troppo stretta, perché il rimedio non sia peggiore del pericolo.

6 Non c'è niente, però che giovi quanto starsene tranquilli e parlare pochissimo con gli altri e il più possibile con se stessi. Le parole hanno una dolcezza che si insinua carezzevole e, come fanno l'ubriachezza o l'amore, tira fuori i segreti. Nessuno manterrà il silenzio su quello che ha udito, nessuno dirà solo quanto ha udito; chi riferisce un fatto, ne riferirà anche l'autore. Ognuno ha un amico cui confidare quanto è stato confidato a lui stesso; per quanto tenga a freno la sua loquacità e si contenti di raccontare la cosa a uno solo, a poco a poco il numero delle persone che sanno si ingigantirà; e così il segreto diventa di dominio pubblico.

7 Quanto alla sicurezza, gran parte di essa consiste nel comportarsi bene con tutti: i prepotenti vivono una vita turbata e inquieta, le loro paure sono proporzionali al male che fanno, e non stanno mai tranquilli. Le cattive azioni compiute li rendono trepidanti e incerti; la loro coscienza non li lascia occuparsi d'altro e li costringe a comparire davanti al suo tribunale. L'attesa del castigo è già una pena; e chi sa di meritarlo, lo attende. 8 Se uno ha sulla coscienza un delitto, può a volte rimanere impunito, ma non sarà mai sereno; anche se non viene scoperto, pensa di poterlo essere; fa sonni agitati e ogni volta che si parla del delitto di un altro, pensa al suo; non gli sembra sufficientemente dimenticato, sufficientemente coperto. Un malfattore può avere la fortuna di rimanere na-

scosto, ma non ne ha mai la certezza. Stammi bene.

 

106

1 Rispondo con un certo ritardo alle tue lettere, non perché sia preso dagli impegni. Guàrdati bene dal credere a una simile scusa: il tempo ce l'ho e ce l'hanno tutti, basta volerlo. Gli impegni non inseguono nessuno: sono gli uomini ad abbracciarli e a ritenerli un segno di felicità. Perché, allora, non ti ho risposto sùbito? L'argomento di cui domandavi rientrava nel piano della mia opera; 2 tu sai che voglio trattare la filosofia morale nel suo complesso ed esaminarne tutti i problemi connessi. Perciò ero in dubbio se rimandare la risposta finché non fossi arrivato al punto, oppure soddisfare la tua richiesta, senza seguire la successione degli argomenti: mi è sembrato più cortese non far aspettare chi viene da tanto lontano. 3 Estrapolerò dunque, questo tema dalla successione di quelli ad esso concatenati e se ce ne saranno altri simili, te li riferirò spontaneamente senza che tu lo chieda.

Vuoi sapere di che si tratta? Di problemi la cui conoscenza è più piacevole che utile, come l'oggetto della tua domanda: il bene ha un corpo? 4 Il bene agisce, perché è utile; e quello che agisce è un corpo. Il bene sprona l'anima e in un certo modo la forma e la disciplina, e queste sono attività di un corpo. I beni del corpo sono corpi, quindi lo sono anche i beni dell'animo, perché anche l'anima è un corpo. 5 Il bene dell'uomo è necessariamente un corpo, perché l'uomo è corporeo. Mentirei se affermassi che anche le sostanze che lo alimentano e che gli garantiscono la salute o gliela restituiscono non sono corpi, quindi, anche il suo bene è corpo. Non penso che tu dubiterai che i sentimenti, come l'ira, l'amore, la tristezza, sono corpi (e questo per aggiungere anche argomenti di cui non domandi), se non dubiti che ci fanno cambiare espressione, corrugare la fronte, distendere il volto, arrossire, impallidire. E allora? Non credi che solo un corpo possa provocare delle reazioni così chiaramente fisiche? 6 Se sono corpi i sentimenti, lo saranno anche i mali dell'anima, come l'avarizia, la crudeltà, i vizi incalliti e ormai incorreggibili; e quindi anche la malvagità e tutte le sue forme, ossia il malanimo, l'invidia, la superbia; 7 e di conseguenza, anche i beni, prima di tutto perché sono il loro contrario, poi perché si presentano con i medesimi segni. O forse non vedi che vigore dia allo sguardo la fortezza? Che intensità la prudenza? Che aria di modestia e di calma la verecondia? Che serenità la gioia? Che comportamento austero la gravità? Che senso di remissività la dolcezza? Quindi, sono corpi quei fattori che cambiano il colore e lo stato dei corpi e che esercitano su di essi il loro potere. Ora, tutte le virtù che ho elencato, e tutto quello che ne deriva, sono beni. 8 Non c'è dubbio poi che, se una cosa ha la capacità di toccare, sia corpo.

Niente può infatti, toccare o essere toccato, se non il corpo

dice Lucrezio. Ma tutte le cose sopraddette non potrebbero trasformare un corpo, se non lo toccassero; dunque, sono corpi. 9 Ora, anche quegli elementi che hanno tanta forza da spingere, costringere, trattenere, inibire sono corpi. Ebbene? Il timore non ci trattiene? L'audacia non ci spinge? La fortezza non ci incita e ci dà slancio? La moderazione non ci frena e ci richiama? La gioia non ci esalta? La tristezza non ci abbatte? 10 Infine, ogni nostra azione ce la comanda o la malvagità o la virtù: ciò che comanda il corpo, è corpo, ciò che fa violenza al corpo, è corpo. Il bene del corpo è corporeo, il bene dell'uomo è anche bene del corpo, perciò è corporeo.

11 Poiché ho obbedito al tuo desiderio, ora esprimerò io stesso quel giudizio che, penso, esprimerai tu: facciamo dei giochetti inutili e ci perdiamo in sottigliezze superflue: questi ragionamenti non ci rendono virtuosi, ma dotti. 12 Il sapere è una cosa più chiara, anzi più semplice: basta poco studio per arrivare alla saggezza; noi, invece, disperdiamo in speculazioni inutili anche la filosofia come tutto il resto. Pure negli studi soffriamo di intemperanza come in ogni altra attività: impariamo per la scuola, non per la vita. Stammi bene.

 

107

1 Dove è finita la tua prudenza? Dove il tuo acuto discernimento? E la tua grandezza d'animo? Una simile inezia ti turba? Le tue occupazioni hanno fornito ai tuoi schiavi l'opportunità di fuggire. Se ti ingannassero degli amici (designiamoli pure col nome che abbiamo dato loro a torto e chiamiamoli così per non usare termini troppo dispregiativi) * * * ma a tutto il tuo patrimonio mancano ora delle persone che disprezzavano la tua attività e ti giudicavano gravoso per il prossimo. 2 Non c'è niente di insolito, niente di inaspettato; urtarsi per fatti del genere è ridicolo come lagnarsi di essere spruzzati in un bagno pubblico o spinti in mezzo alla folla o imbrattati stando nel fango. Nella vita è lo stesso che al bagno pubblico o tra la folla o durante un viaggio: qualche torto ti viene fatto di proposito, qualche altro è fortuito. Vivere non è una delizia. Hai intrapreso un lungo cammino: scivolerai, cozzerai, cadrai, ti sentirai stanco, invocherai - mentendo - la morte. Qui lascerai un compagno, là ne seppellirai un altro, più avanti un altro ancora ti farà paura: devi affrontare simili avversità per percorrere questo aspro sentiero. 3 Vogliamo morire? Prepariamoci, invece, ad ogni evenienza, persuasi di essere arrivati dove scoppia il fulmine; dove:

hanno il loro covo il Pianto e gli Affanni vendicatori, dove abitano le pallide Malattie e la triste Vecchiaia.

Con questi compagni dobbiamo vivere. Non puoi sfuggirli, ma puoi disprezzarli; e li disprezzerai, se rifletterai spesso e saprai prevedere quelli che ti colpiranno. 4 Tutti affrontano con maggiore coraggio gli eventi cui si sono preparati a lungo, e resistono anche alle difficoltà, se le hanno previste: chi, invece, è impreparato teme anche le piccolezze. Facciamo in modo che niente ci giunga inaspettato: e poiché l'imprevisto aggrava ogni disgrazia, una riflessione continua ti porterà a non farti sorprendere da nessun male.

5 "Gli schiavi mi hanno abbandonato." Qualche altro lo hanno spogliato, accusato, ucciso, tradito, malmenato, hanno attentato alla sua vita col veleno e con false imputazioni: qualunque sventura nomini, è capitata e in sèguito ‹capiterà› a molti. Tanti e tanto vari sono i colpi diretti contro di noi. Alcuni ci hanno già feriti, altri balenano e stanno per arrivare, altri, che non erano diretti a noi, ci sfiorano. 6 Non stupiamoci di cose alle quali siamo destinati dalla nascita; nessuno se ne deve lagnare: sono uguali per tutti. Lo ripeto, uguali per tutti; anche se uno sfugge a quei colpi, avrebbe potuto subirli. Una legge è equa non perché serve a tutti, ma perché è promulgata per tutti. Imponiamoci pacatezza e paghiamo senza lamentarci il tributo della nostra mortalità. 7 L'inverno porta il freddo: avremo freddo. L'estate porta il caldo: avremo caldo. Il tempo variabile attenta alla nostra salute: rassegniamoci a star male. In qualche posto ci imbatteremo in una belva oppure in un uomo più pericoloso di tutte le belve. Qualcosa ce la toglierà l'acqua, qualcosa il fuoco. Questa situazione non la possiamo cambiare: possiamo, però formarci un animo grande e degno di un uomo virtuoso, per sopportare da forti gli imprevisti ed essere in armonia con la natura. 8 La natura governa coi cambiamenti il regno che tu vedi: alle nuvole succede il sereno; il mare è calmo e poi si agita; i venti soffiano ora in una direzione, ora nell'altra; il giorno segue la notte; una parte del cielo si leva, un'altra sprofonda: è la legge degli opposti a perpetuare l'universo. 9 A essa noi dobbiamo uniformare il nostro spirito; seguiamola, obbediamole; e ogni avvenimento stimiamolo necessario: non rimproveriamo la natura. L'atteggiamento migliore è sopportare quello che non si può correggere e seguire la volontà di dio senza lagnarsi: tutto proviene da lui; non è un buon soldato chi segue il comandante e si lamenta. 10 Accogliamo perciò gli ordini senza pigrizia, prontamente, e non abbandoniamo il corso di questa meravigliosa opera, intessuta anche di ogni nostra sofferenza; e a Giove, che governa e dirige l'universo, rivolgiamoci con quegli eloquentissimi versi con cui gli si è rivolto il nostro Cleante e che io, sull'esempio di Cicerone, uomo di grande eloquenza, mi permetto di tradurre nella nostra lingua. Se ti piacciono prendili per buoni; in caso contrario sai che ho seguìto in questo l'esempio di Cicerone.

 

11 Conducimi dove vuoi, Padre e Signore dell'alto cielo: non esiterò a ubbidirti; sono pronto. Se non volessi, dovrei seguirti piangendo e dovrei subire di malanimo ciò che potevo fare volentieri. Il fato guida chi è consenziente, trascina chi si oppone.

 

12 Sia questa la nostra vita, siano queste le nostre parole; il destino ci trovi pronti e attivi. È grande l'anima che si abbandona al destino: ma è meschina e vile se lotta contro di esso e disprezza l'ordine dell'universo e preferisce correggere gli dèi piuttosto che se stessa. Stammi bene.

 

108

1 L'argomento su cui mi interroghi è uno di quelli che importa sapere solo per il gusto di sapere. Ma poiché importa saperlo, hai fretta e non vuoi aspettare i libri che proprio ora sto preparando e che riguardano tutta quanta l'etica. Ti accontenterò sùbito; prima, però, voglio scriverti come va regolata, perché non sia di impedimento a se stessa, questa avidità di sapere, di cui, lo vedo, tu bruci. 2 Non bisogna attingere qua e là, e nemmeno gettarsi con avidità su tutto il sapere: attraverso le singole parti arriverai alla conoscenza del tutto. Bisogna adattare il peso alle forze: non dobbiamo accollarcene uno superiore alle nostre capacità. Attingi non quanto vuoi, ma quanto puoi contenere. Solo, mantieni l'animo onesto: capacità e volere si equivarranno. L'animo più riceve, più si dilata.

3 Attalo, ricordo, mi insegnava questo, quando frequentavo la sua scuola ed ero il primo a entrare e l'ultimo a uscire, e lo invitavo a qualche discussione anche mentre passeggiava; egli non era solo disponibile, ma veniva anche incontro ai suoi discepoli. "Maestro e allievo devono avere lo stesso proposito," diceva, "l'uno far progredire, l'altro voler progredire." 4 Chi frequenta un filosofo, ne tragga ogni giorno un qualche profitto: ritorni a casa o più sano o più sanabile. E ritornerà così: l'efficacia della filosofia è tale da giovare non solo a chi vi si applica con fervore, ma anche a chi si limita a un semplice contatto. Se uno sta al sole, si abbronza anche se non era questo il suo scopo; se uno si è fermato in una profumeria e vi si è trattenuto per un po', gli rimane addosso l'odore; anche chi frequenta un filosofo, sia pure distrattamente, ne trae per forza un qualche vantaggio. Attento, però alle mie parole: distrattamente, non opponendo resistenza.

5 "E come? Non conosciamo certe persone che hanno frequentato per anni un filosofo senza riportarne nemmeno un'infarinatura?" E come non conoscerli? Tenacissimi e assidui, per me sono inquilini, non allievi dei filosofi. 6 Certi vengono per ascoltare, non per imparare, come si va a teatro per il piacere di farsi accarezzare le orecchie da un bel discorso o una bella voce o un bel lavoro. Per gran parte dei frequentatori, lo vedrai, la scuola di un filosofo è un luogo dove passare il tempo libero. Non cercano di liberarsi di qualche vizio, di apprendere una legge di vita per regolare il proprio comportamento, ma di godere dei piaceri dell'udito. Certi portano anche un taccuino per segnarvi non concetti, ma parole che ripeteranno senza profitto per gli altri come le ascoltano senza profitto per sé. 7 Alcuni poi si infiammano nell'udire splendidi discorsi e con volto e animo commosso si immedesimano in chi parla e si eccitano come fanno gli eunuchi al suono del flauto frigio invasati da quel segnale. Li trascina e li stimola la bellezza dei concetti, non il vano suono delle parole. Se qualcuno parla con coraggio contro la morte, o con sprezzo contro la fortuna, vogliono sùbito mettere in pratica le parole ascoltate. Rimangono impressionati da quei discorsi e si comportano come è stato loro comandato, se rimangono nella medesima disposizione di spirito, se la folla che scoraggia sempre i sentimenti onesti, non infrange sùbito il loro nobile slancio: pochi riescono a ritornare a casa con i primitivi propositi. 8 È facile spingere chi ascolta a desiderare il bene: in ogni uomo la natura ha gettato le fondamenta e il seme delle virtù. Siamo nati tutti per compiere il bene: se c'è uno che ci stimola, quei nobili istinti come sopiti, si risvegliano. Non senti in teatro l'eco degli applausi quando risuonano quelle frasi che tutti riconosciamo, che all'unanimità proclamiamo vere?

 

9 Alla povertà manca molto, all'avarizia tutto.

L'avaro non è buono verso nessuno, pessimo con se stesso.

Anche l'avaraccio applaude questi versi e gode che i suoi vizi siano scherniti: secondo te questo non accade ancor più quando è un filosofo a parlare, quando ai precetti salutari si inframmezzano versi, che li faranno penetrare con più efficacia nell'animo degli ignoranti? 10 Diceva Cleante: "Il nostro fiato produce un suono più squillante quando passa attraverso lo stretto e lungo canale di una tromba e ne fuoriesce alla fine da un'apertura più grande, così i ristretti vincoli della poesia rendono più vivi i nostri pensieri." Gli stessi concetti si ascoltano più distrattamente e colpiscono meno se detti in prosa: quando si aggiunge il ritmo e versi ben determinati esprimono in forma concisa un pensiero significativo, quella stessa massima è come scagliata da un braccio più vigoroso. 11 Si parla molto del disprezzo del denaro e con lunghissimi discorsi si insegna agli uomini che la ricchezza sta nell'anima, non nei beni materiali, che è veramente ricco chi si adatta alla sua povertà e si fa ricco con poco; gli animi, però sono più colpiti da versi di questo tipo:

Ha pochissime necessità l'uomo che ha pochissimi desideri.

Se uno vuole quanto basta, ha ciò che vuole.

 

12 Quando ascoltiamo queste e altre massime del genere, siamo indotti a riconoscerne la veridicità; anche coloro che non sono mai sazi mostrano ammirazione, acclamano, dichiarano odio per il denaro. Quando vedrai questo loro stato d'animo, incalza, premi, coprili di esortazioni, lasciando da parte le ambiguità, i sillogismi, i cavilli e gli altri giochi di sottigliezze inutili. Parla contro l'avarizia, parla contro la dissolutezza; quando ti renderai conto di aver guadagnato terreno e di aver colpito l'animo degli ascoltatori, incalza con più energia: è straordinaria l'efficacia di questo tipo di eloquenza tesa a risanare e interamente volta al bene di chi ascolta. È facilissimo indirizzare all'amore dell'onestà e della virtù l'animo dei giovani: sono ancora plasmabili e incorrotti, e la verità, se trova un buon avvocato, se ne impadronisce facilmente. 13 Io, almeno, quando ascoltavo Attalo fustigare i vizi, le aberrazioni, i mali della vita, ho spesso provato compassione dell'umanità e l'ho giudicato un'anima nobile e superiore a ogni grandezza terrena. Diceva di essere un re, ma a me sembrava superiore, poiché i re li poteva censurare. 14 Quando poi cominciava a lodare la povertà e a dimostrare come tutto ciò che eccede il bisogno è un peso superfluo e pesante a reggersi, tante volte avrei voluto uscire povero dalla scuola. Quando cominciava a schernire i piaceri, a lodare la castità, la frugalità, la purezza di un'anima aliena non solo dai piaceri illeciti, ma anche da quelli superflui, avrei voluto limitare la mia gola e il mio ventre. 15 Di questi insegnamenti qualcosa mi è rimasto, Lucilio mio; avevo cominciato tutto con grande slancio; poi, ritornato alla vita della città, ho mantenuto pochi dei miei buoni propositi. Da allora ho rinunciato per tutta la vita alle ostriche e ai funghi: non sono cibi, ma leccornie che fanno mangiare anche quando si è sazi (cosa graditissima agli ingordi e a chi si rimpinza oltre misura), vanno giù con facilità, con facilità si vomitano. 16 Da allora per tutta la vita non ho usato profumi, perché il miglior odore sul corpo è non averne nessuno; da allora non ho più bevuto vino. Da allora ho sempre evitato i bagni caldi: ritengo inutile e insieme segno di mollezza far cuocere il corpo ed esaurirlo col sudore. Le altre abitudini che avevo eliminato sono ritornate; non ho mantenuto l'astinenza totale, ma ho conservato una misura molto vicina all'astinenza, forse più difficile, poiché certe consuetudini è più facile troncarle che moderarle.

17 Visto che ho cominciato a raccontarti come da giovane mi sono accostato alla filosofia con uno slancio maggiore di quello con cui continuo da vecchio, non mi vergognerò di confessarti il mio amore per la filosofia pitagorica. Sozione spiegava perché Pitagora si era astenuto, dal mangiar carne e perché in sèguito se ne era astenuto Sestio. Le loro motivazioni erano diverse, ma entrambe nobili. 18 Secondo Sestio l'uomo dispone di una quantità sufficiente di alimenti senza che versi sangue e inoltre, quando si straziano dei corpi per il proprio piacere, si crea un'abitudine alla crudeltà. Aggiungeva poi che dobbiamo ridurre i motivi di dissolutezza; e concludeva che la varietà di alimenti è dannosa alla salute e nociva al nostro corpo. 19 Pitagora, invece, sosteneva l'esistenza di una parentela di tutti gli esseri fra loro e la trasmigrazione delle anime da una forma di vita all'altra. Nessun'anima, secondo lui, muore o rimane inerte, se non nell'attimo in cui passa in un altro corpo. Vedremo in sèguito attraverso quali avvicendamenti e quando, dopo aver cambiato più dimore, l'anima ritorni in un uomo: diciamo intanto che egli ha fatto nascere negli uomini la paura di un delitto e di un parricidio, data la possibilità d'imbattersi, senza saperlo, nell'anima di un genitore, e di oltraggiarla scannando o mangiando un essere in cui alberga lo spirito di qualche congiunto. 20 Sozione mi espose queste teorie e vi aggiunse argomentazioni sue proprie, poi mi chiese: "Non credi che le anime siano assegnate successivamente a corpi diversi e che quella che chiamiamo morte sia solo un trapasso? Non credi che negli animali domestici o feroci o acquatici possa esserci l'anima che un tempo fu di un uomo? Non credi che nulla finisca in questo mondo, ma muti unicamente sede? Che non solo i corpi celesti percorrano un cammino prefissato, ma anche gli esseri animati abbiano i loro cicli e che le anime seguano una loro orbita? 21 Grandi uomini hanno creduto a queste teorie. Astieniti perciò da un giudizio e lascia tutto in sospeso. Se queste teorie sono vere, l'astinenza dalle carni ci rende immuni da colpe; se sono false, ci rende frugali. Che danno te ne deriva a crederci? Ti impedisco di nutrirti come i leoni e gli avvoltoi." 22 Stimolato da questi discorsi, cominciai ad astenermi dalle carni: dopo un anno era diventata per me un'abitudine non solo facile, ma anche piacevole. Avevo la sensazione che il mio spirito fosse più vivace, ma oggi non potrei dirti con sicurezza se lo fosse veramente. Vuoi sapere come ho abbandonato questa pratica? La mia giovinezza coincise con i primi anni del regno di Tiberio: i culti stranieri erano allora messi al bando e l'astinenza dalle carni di certi animali era considerata una prova di pratiche superstiziose. Per le preghiere di mio padre, che non temeva le false accuse, ma odiava la ffldsofia, ritornai alle vecchie abitudini; egli mi convinse senza difficoltà a mangiare meglio. 23 Attalo, poi, raccomandava di dormire su un materasso duro: e io anche ora, da vecchio, ne uso uno su cui non rimane il segno del corpo.

Ti ho raccontato questo per dimostrarti come siano impetuosi da principio gli slanci dei novizi verso tutte le virtù, se qualcuno li stimola e li sprona. Ma qualche errore si commette per colpa dei maestri che ci insegnano a discutere, non a vivere, qualche altro per colpa dei discepoli che frequentano le scuole non col proposito di esercitare lo spirito, ma l'ingegno. Così quella che fu filosofia è diventata filologia. 24 È molto importante, però, il proposito con cui ci si accosta a una qualunque materia. Se uno studia Virgilio come grammatico, non legge quello straordinario verso:

Fugge inesorabile il tempo

con questo spirito: "Bisogna stare all'erta; se non ci affrettiamo, rimarremo indietro; i giorni ci incalzano e si incalzano veloci; siamo trascinati via e non ce ne rendiamo conto; rimettiamo tutto al futuro e indugiamo mentre ogni cosa precipita": nota, invece, come ogni volta che parla della celerità del tempo, Virgilio usa questo verbo: "fugge".

I giorni migliori della vita sfuggono per primi ai miseri mortali; sopraggiungono le malattie la triste vecchiaia la sofferenza, e ci trascina via la morte spietata e crudele.

 

25 Chi ha di mira la filosofia, interpreta questi stessi versi nella maniera dovuta. "Virgilio," osserva, "non dice mai che i giorni passano, ma che fuggono, verbo che indica il modo più rapido di correre, e che i giorni migliori ci vengono strappati per primi: perché dunque non ci incitiamo a uguagliare la rapidità di una cosa tanto veloce? Il meglio svanisce, subentra il peggio." 26 Come da un'anfora fuoriesce prima il vino più schietto, mentre il più pesante e torbido sedimenta, così della nostra esistenza la parte migliore è la prima. E noi lasciamo che altri l'attingano e ce ne riserviamo la feccia? Imprimiamoci nell'anima questi versi e consideriamoli quasi il responso di un oracolo:

I giorni migliori della vita sfuggono per primi al miseri mortali.

 

27 Perché i migliori? Perché quanto rimane è incerto. Perché i migliori? Perché da giovani possiamo imparare, possiamo indirizzare al meglio l'anima ancora docile e duttile; perché questo periodo è adatto alle fatiche, adatto a stimolare la mente con gli studi e a esercitare il corpo con il lavoro: negli anni che ci rimangono siamo più deboli e fiacchi e più vicini alla fine. Perseguiamo perciò un unico scopo con tutta l'anima e, tralasciato ogni motivo di distrazione, diamoci da fare solo a questo fine: che non ci si debba accorgere, quando ormai siamo rimasti indietro, di questa rovinosissima e irrefrenabile velocità del tempo. Apprezziamo i nostri primi giorni come i migliori e traiamone profitto. Impadroniamoci del tempo che fugge. 28Se uno legge questi versi con gli occhi dell'erudito non pensa che i primi giorni siano i migliori perché poi subentrano le malattie, la vecchiaia incalza e sovrasta gli uomini quando ancòra pensano all'adolescenza, ma nota come Virgilio colleghi sempre malattie e vecchiaia, e a ragione: la vecchiaia è una malattia inguaribile. 29"Inoltre" egli aggiunge "Virgilio dà alla vecchiaia questo attributo, la chiama 'triste':

subentrano le malattie e la triste vecchiaia.

In un altro passo scrive:

vi abitano le pallide Malattie e la triste Vecchiaia."

Non c'è da meravigliarsi che dalla stessa materia ciascuno ricavi argomenti convenienti ai suoi studi: in uno stesso prato il bue cerca l'erba, il cane la lepre, la cicogna le lucertole.

30Quando un fdologo, un grammatico e un filosofo prendono in mano il De re publica di Cicerone, ciascuno rivolge la sua attenzione a elementi diversi. Il filosofo si meraviglia che si sia potuto parlare tanto contro la giustizia. Se alla stessa lettura si dedica invece il filologo, nota che ci sono due re di Roma di cui non si conosce dell'uno a padre, dell'altro la madre. Infatti non si sa con certezza chi fu la madre di Servio, di Anco non si menziona il padre: viene indicato come nipote di Numa. 31 Osserva inoltre che fi magistrato che noi chiamiamo dittatore e che nei libri di storia viene così nominato, gli antichi lo chiamavano "maestro del popolo". E oggi questo risulta evidente dal libro degli àuguri, e lo prova il fatto che la persona nominata dal dittatore è il "maestro della cavalleria". Analogamente osserva che Romolo morì durante un'eclissi di sole; che ci si poteva appellare al popolo anche contro le sentenze dei re; così risulterebbe dai libri dei pontefici secondo Fenestella e altri studiosi. 32 Se è il grammatico a fare l'esegesi dei medesimi libri, annota sùbito che Cicerone scrive reapse cioè re ipsa e sepse cioè se ipse. Poi passa a quelle espressioni che sono cambiate nel tempo, come in quel passo di Cicerone

poiché la sua interruzione ci ha riportati indietro dalla calce.

La meta nel circo che ora chiamiamo creta, un tempo si chiamava calx. 33 Quindi raccoglie i versi di Ennio, e soprattutto quelli sull'Africano:

cui nessun concittadino o nemico potrà reddere opis pretium per le sue imprese.

Egli ne deduce che in passato ops significava non solo 'aiuto', ma anche 'opera'. Ennio, infatti, vuol dire che nessun concittadino o nemico poté compensare l'opera di Scipione. 34 Si riterrà poi felice per aver trovato il modello di Virgilio:

e sopra di lui tuona l'immensa porta del cielo.

Dirà che Ennio l'ha preso da Omero, e Virgilio da Ennio; poiché in Cicerone, negli stessi libri del De re publica, si trova questo epigramma di Ennio:

se è lecito a un uomo salire alle regioni celesti, per me solo si apre l'immensa porta del cielo.

 

35 Ma per non finire anch'io, che ho ben altri intenti, tra i filologi e i grammatici, ti ricordo che i filosofi vanno ascoltati o letti avendo di mira la felicità e non per cogliere gli arcaismi o i neologismi, le metafore insensate e le figure retoriche, bensì i precetti utili, le massime nobili e coraggiose da mettere sùbito in pratica. Assimiliamo questi insegnamenti in modo che le parole si traducano in opere. 36 Da parte mia non giudico nessuno più dannoso all'umanità di quegli uomini che hanno imparato la filosofia come un'arte per arricchirsi e vivono in contrasto con i loro insegnamenti. Diventano loro stessi esempio di una disciplina inutile, schiavi come sono di tutti i vizi che condannano. 37 Un simile maestro mi è utile quanto un timoniere che vomita in piena tempesta. Bisogna tener saldo il timone contro la violenza delle onde, lottare col mare, sottrarre le vele alla furia del vento: come può essermi di aiuto un timoniere stordito e in preda al vomito? Non pensi che la nostra vita sia sconvolta da tempeste più violente che una nave? C'è bisogno di una guida sicura, non di parole. 38 Tutti i princìpî che espongono, che vanno ripetendo alla folla in ascolto, sono di altri: di Platone, Zenone, Crisippo, Posidonio e di un vasto gruppo di tanti insigni filosofi. Ecco come possono dimostrare che questi princìpî sono i loro: agiscano come parlano.

39 Ti ho ormai detto quanto volevo; soddisfarò ora il tuo desiderio e ti scriverò tutte le spiegazioni che hai richiesto, ma in un'altra lettera: non voglio che affronti stanco una questione spinosa che va ascoltata con molta attenzione. Stammi bene.

 

109

1 Tu vuoi sapere se un saggio può essere utile a un altro saggio. Noi diciamo che il saggio ha in sé ogni bene e ha raggiunto la perfezione: come può dunque qualcuno essere utile a chi possiede il sommo bene? Eppure i buoni si giovano vicendevolmente, poiché praticano le virtù e mantengono costante la loro saggezza; ognuno di loro sente il bisogno di un altro con cui comunicare, con cui discutere. 2 I lottatori esperti si tengono in esercizio con combattimenti continui; il musicista viene stimolato da un collega abile quanto lui. Anche il saggio deve esercitare le sue virtù; e come è di sprone a se stesso, così è spronato da un altro saggio. 3 Come potrà un saggio essere utile a un altro saggio? Gli darà slancio, gli indicherà le occasioni per agire virtuosamente. Gli manifesterà inoltre certi suoi pensieri; gli comunicherà le sue scoperte, poiché anche al saggio rimarrà sempre qualcosa da scoprire e in cui il suo spirito possa spaziare. 4 Il malvagio nuoce al malvagio, lo rende peggiore eccitandone l'ira, secondandone la durezza, approvandone i piaceri; i malvagi si trovano a mal partito soprattutto quando uniscono i loro vizi e la loro cattiveria forma un tutt'uno. Quindi all'opposto il buono sarà utile al buono. 5 "Come?" tu chiedi. Gli porterà gioia, consoliderà il suo coraggio. Alla vista della reciproca serenità, crescerà in entrambi la contentezza. Gli trasmetterà inoltre la conoscenza di certe nozioni: il saggio non conosce tutto, e quand'anche conoscesse tutto, qualcun altro potrebbe escogitare e indicargli vie più brevi per divulgare più facilmente tutta la sua opera. 6 Il saggio sarà utile al saggio, non soltanto con le proprie forze, ma anche con quelle di chi viene aiutato. Certamente anche se è lasciato a se stesso il saggio può svolgere i propri compiti: lo farà procedendo alla sua velocità; anche un corridore, però, è aiutato da uno che lo sprona.

"Il saggio non giova al saggio, ma a se stesso. Ne vuoi una prova? Sottraigli la forza e non potrà fare più nulla." 7 Con questo criterio potresti dire che il miele non è dolce; infatti, se chi deve mangiarlo non ha lingua e palato conformati in modo da apprezzare un sapore simile, ne rimarrà nauseato; ci sono certe persone che per una malattia sentono amaro il miele. I saggi devono essere entrambi in pieno vigore, cosi che l'uno sia in grado di giovare, e l'altro gli offra materia adatta.

8 "Ma," si ribatte, "come è inutile riscaldare un corpo che ha raggiunto il massimo calore, così è inutile dare aiuto a chi ha raggiunto il sommo bene. L'agricoltore fornito di tutti gli attrezzi chiede forse di riceverne da un altro? Un soldato armato sufficientemente per scendere in campo, sente forse il bisogno di altre armi? Quindi neppure il saggio: ha attrezzi e armi sufficienti per affrontare la vita." 9 Rispondo: anche un corpo che ha raggiunto il massimo calore ha bisogno di calore aggiuntivo per mantenere costante la temperatura. "Ma," si obietta, "il calore si conserva da sé." Prima di tutto c'è una grande differenza tra gli elementi del confronto: il calore è unico, l'aiuto vario. E poi, perché il calore sia tale, non serve un'aggiunta di calore: il saggio invece non può mantenere il suo stato spirituale se non si crea amici simili a lui da rendere partecipi delle proprie virtù. 10 Tutte le virtù sono, inoltre, in amicizia tra loro; perciò giova chi ama le virtù di qualcuno a lui simile e gli offre a sua volta virtù da amare. Le somiglianze sono gradite, soprattutto quando si tratta di persone oneste che sanno apprezzare e farsi apprezzare. 11 E poi nessun altro, se non il saggio, può influire con perizia sull'animo del saggio, come solo l'uomo può influire razionalmente sull'uomo. Per influire sulla ragione, occorre dunque la ragione, così per influire su una ragione perfetta occorre una ragione perfetta. 12 Generalmente si definiscono utili persone che ci elargiscono beni indifferenti: denaro, favori, incolumità e altri ancòra graditi o necessari ai bisogni della vita; in questo, si dirà, anche lo stolto può essere utile al saggio. Ma essere utili, significa indirizzare un'aníma secondo natura con la propria virtù. Ciò si tradurrà in un bene sia dell'oggetto che del soggetto di questa azione perché chi esercita la virtù altrui necessariamente esercita anche la propria. 13 Ma pur lasciando da parte i beni sommi o le loro cause, i saggi possono lo stesso giovarsi a vicenda. Per il saggio, infatti, trovare un altro saggio è di per sé desiderabde, poiché per natura ogni bene è caro a chi è buono e così ognuno va d'accordo con chi è buono come con se stesso.

14 L'argomento richiede che da questo problema io passi a un altro. Si discute se il saggio debba decidere da solo o domandare consiglio ad altri. Questo deve farlo quando si tratta di questioni civili, familiari e, per così dire, mortali; per esse ha bisogno di essere consigliato come ha bisogno del medico, del timoniere, dell'avvocato, del giudice. Talvolta il saggio sarà, dunque, utile al saggio consigliandolo. Ma anche nei problemi grandi e riguardanti il divino, come si è detto, gli potrà essere utile nel compiere insieme il bene, in comunione di anime e di pensieri. 15 Inoltre è secondo natura sia essere uniti agli amici, sia rallegrarsi dei loro progressi come dei propri; se non agiremo così, non manterremo viva in noi la virtù che trae la sua forza dall'esercizio del pensiero. La virtù ci esorta a disporre bene il presente, a provvedere per il futuro, a meditare e a elevare l'anima; questa elevazione e questo sviluppo spirituale saranno più facili per chi si sarà preso un compagno. Cercherà pertanto o un uomo perfetto o in via di progredire e vicino alla perfezione. E quest'uomo perfetto sarà utile se alle decisioni darà l'apporto della comune saggezza. 16 Si dice che gli uomini vedano più chiaro nelle faccende altrui [...]. Questo accade a chi è accecato dall'amore di sé, oppure a chi nei pericoli si lascia prendere dal panico e perde di vista ciò che è utile: incomincerà a mostrarsi assennato quando è ormai tranquillo e libero dalla paura. Ci sono, tuttavia, faccende in cui anche i saggi vedono con più chiarezza per gli altri che per se stessi. Il saggio inoltre offrirà al saggio quel "volere e non volere le stesse cose", così ricco di dolcezza e di virtù, e insieme sotto lo stesso giogo compiranno la loro nobile opera.

17 Ho pagato il mio debito come chiedevi, sebbene tutto questo si trovasse tra gli argomenti trattati nei miei libri di filosofia morale. Rifletti su quello che spesso ti ripeto: con simili questioni noi esercitiamo solo la nostra intelligenza. Tante volte torno a chiedermi: a che mi serve questo genere di speculazioni? Rendimi, invece, più forte, più giusto, più temperante. Non ho tempo per questi esercizi mentali: ho ancora bisogno del medico. 18 Perché mi è richiesta una conoscenza inutile? Mi sono state fatte grandi promesse: che vengano mantenute! Mi dicevi che sarei rimasto imperterrito anche in mezzo al balenare delle spade, anche col pugnale alla gola; che non avrei avuto paura neanche tra il divampare di un incendio, neanche se un'improvvisa tempesta avesse trascinato la mia nave per tutti i mari: aiutami a disprezzare il piacere, a disprezzare la gloria. Mi insegnerai dopo a sciogliere i nodi, a distinguere le ambiguità, a capire concetti oscuri: per ora insegnami quello che è necessario. Stammi bene.

 

LIBRO DICIANNOVESIMO

 

 

110

1 Ti mando un saluto dalla mia villa di Nomento e ti esorto a mantenere un'anima onesta, ossia ad avere propizi tutti gli dèi: essi sono benigni con chi è in pace con se stesso e lo favoriscono. Metti da parte per ora ciò che credono alcuni: che ciascuno di noi abbia un dio come guida, non uno dei maggiori; ma una divinità di grado inferiore, tra quelle che Ovidio definisce "divinità plebee". Metti da parte queste credenze, ma ricorda che i nostri antenati che le seguivano erano Stoici; essi attribuivano ad ogni uomo un Genio e una Giunone. 2 Vedremo in seguito se gli dèi hanno il tempo di occuparsi dei nostri affari privati; intanto sappi questo: sia che siamo assegnati a una divinità, sia che siamo abbandonati a noi stessi e dati in balia della sorte, non puoi mandare a nessuno una maledizione più grave che quella di non essere in pace con se stesso. Ma, se per te uno merita una punizione, non c'è motivo di desiderare che abbia nemici gli dèi: li ha nemici, io dico, anche se apparentemente è accompagnato dal loro favore. 3 Fai attenzione e guarda alla realtà delle nostre cose, non al loro nome; ti renderai conto che i mali, in gran parte, arrivano a proposito, e non ci càpitano per caso. Quante volte quella che consideravamo una disgrazia è stata causa e principio di prosperità! Quante volte un avvenimento accolto con grande gioia è stato il primo passo verso la rovina e ha innalzato ancòra di più uno che già stava in alto, quasi che la sua posizione gli consentisse ancora di salvarsi da una caduta. 4 Ma anche una caduta in se stessa non è un male se guardi al termine ultimo oltre il quale la natura non ha mai abbattuto nessuno. È vicina la fine di tutto; è vicina, ti dico, sia la fine di quella prosperità da cui viene cacciato chi è felice, sia di quelle disgrazie da cui è liberato l'infelice: noi le prolunghiamo entrambe e le protraiamo con la speranza o con il timore. Ma, se sei saggio, misura tutto in base alla condizione umana; abbrevia le tue gioie e i tuoi timori. Vale la pena non godere a lungo di niente per non temere niente a lungo.

5 Ma perché voglio ridurre questo male? Non c'è cosa che tu debba giudicare terribile: sono vane le paure che ci turbano, che ci lasciano attoniti. Nessuno di noi ha controllato che cosa ci fosse di vero, ma la paura l'uno l'ha trasmessa all'altro; nessuno ha osato accostarsi a ciò che lo turbava per conoscere la natura del suo timore e quel che c'è in esso di bene. Perciò una visione falsa e vana trova credito perché non ne è stata dimostrata l'infondatezza. 6 Val la pena aguzzare la vista: vedremo sùbito come siano brevi, incerte e senza pericolo le cose che temiamo. La confusione del nostro animo è proprio quale la giudicò Lucrezio:

Come i fanciulli trepidano e tutto temono nell'oscurità delle tenebre, così noi temiamo in piena luce.

E allora? Non siamo più insensati di un fanciullo, noi che abbiamo paura in piena luce? 7 Ma non è così, Lucrezio mio, non abbiamo paura in piena luce: ci siamo circondati di tenebre. Non vediamo niente, né utilità, né danno, per tutta la vita urtiamo contro degli ostacoli, ma non per questo ci fermiamo o avanziamo con più circospezione. Ti rendi conto che è da pazzi correre nelle tenebre! Ma, perbacco, in questo modo dobbiamo poi essere richiamati da più lontano e, pur ignorando dove siamo diretti, continuiamo a tutta velocità nella direzione intrapresa. 8 Eppure, se volessimo, potrebbe risplendere la luce. E c'è un'unica maniera: avere conoscenza delle cose umane e divine, ma deve essere una conoscenza profonda, non superficiale: per quanto si sappiano, le cose bisogna riesaminarle e riferirle a se stessi di frequente, bisogna chiedersi che cosa sia il bene, quale cosa sia il male, al di là delle false definizioni, indagare sull'onestà e l'abiezione, sulla provvidenza. 9 Ma la penetrante intelligenza umana non si ferma a questi problemi: vuole guardare anche al di là del mondo, comprendere la sua meta, la sua origine, e verso quale fine si diriga così velocemente l'universo. Abbiamo distolto l'animo dalla contemplazione del divino per trascinarlo a cose meschine e spregevoli al servizio della nostra avidità, perché, dimentico del mondo, dei suoi confini, dei signori che regolano ogni cosa, scavi la terra e cerchi di tirarne fuori altri mali, non contento di quelli che già ha davanti. 10 Tutto quanto poteva esserci utile, dio, nostro padre, ce lo ha messo vicino; non ha aspettato che noi lo cercassimo, ce lo ha dato spontaneamente: le cose nocive, invece, le ha nascoste nelle viscere della terra. Possiamo lagnarci solo di noi stessi: abbiamo portato alla luce le cause della nostra rovina, facendo violenza alla natura che ce le nascondeva. Abbiamo assoggettato l'anima al piacere, e indulgervi è l'inizio di tutti i mali; l'abbiamo consegnata all'ambizione, alla sete di gloria, e ad altre aspirazioni ugualmente vane e futili.

11 Che cosa ti consiglio allora? Niente di nuovo, non stiamo cercando rimedi per mali nuovi. Ma una cosa soprattutto ti consiglio: cerca di capire cos'è necessario e che cosa è superfluo. Il necessario ti si offrirà spontaneamente dappertutto, il superfluo dovrai cercarlo sempre con grandi sforzi. 12 Non devi compiacerti troppo per aver disprezzato letti d'oro e suppellettili ornate di pietre preziose; che virtù c'è a disprezzare il superfluo? Potrai avere ammirazione per te stesso solo quando disprezzerai il necessario. Non fai una gran cosa se puoi vivere senza una magnificenza regale, se non senti il bisogno di cinghiali enormi o di lingue di fenicottero e altre straordinarie trovate di un lusso che ha ormai a nausea gli animali interi e di ognuno sceglie determinate parti: avrai la mia ammirazione se disprezzerai anche il pane nero, se ti convincerai che l'erba, in caso di necessità, spunta non solo per le bestie, ma anche per l'uomo, se capirai che il nostro ventre possono saziarlo i germogli delle piante, e invece vi ammassiamo cibi pregiati come se potesse conservare quello che riceve. Va riempito senza fare gli schizzinosi: cosa importa che alimento riceve, se va tutto perso? 13 Ti piace vedere in tavola animali marini e terrestri: gli uni sono più graditi se arrivano freschi sulla tavola, gli altri se, nutriti a lungo e ingrassati a forza, grondano grasso e sembra quasi che scoppino; ti piace la loro squisitezza ottenuta ad arte. Ma perbacco, queste pietanze procurate con enorme fatica e preparate in tanti modi diversi, quando finiranno nello stomaco, diventeranno un unico ammasso ripugnante. Vuoi disprezzare il piacere del cibo? Guarda che fine fa.

14 Ricordo che Attalo diceva tra l'ammirazione generale: "Le ricchezze mi hanno ingannato a lungo. Rimanevo colpito quando le vedevo splendere qua e là: pensavo che la sostanza fosse simile all'apparenza. Ma in occasione di una solennità vidi tutti i tesori di Roma, oggetti cesellati in oro e argento e con pietre più preziose dell'oro e dell'argento, colori raffinati e vesti arrivate da terre al di là non solo dei nostri confini, ma anche dei confini dei nemici; da una parte uno stuolo di giovani schiavi di rara bellezza ed eleganza, dall'altra di schiave, e altri beni, che la fortuna dell'impero più potente del mondo aveva esposto passando in rassegna le sue ricchezze. 15 Cos'è questo," mi chiedo, "se non stimolare la cupidigia degli uomini già di per sé eccitata? Che fine ha questa parata di ricchezza? Siamo venuti qui per imparare l'avidità?" E invece, perbacco, me ne vado meno avido di quando sono venuto. Disprezzo la ricchezza non perché è superflua, ma perché è cosa di poco conto. 16 Hai visto? Quel corteo, sebbene procedesse lento e ordinato, è sfilato in poche ore. E allora dovrà occupare tutta la nostra vita una cosa che non ha potuto occupare un giorno intero? E per giunta queste ricchezze mi sono sembrate superflue per i possessori come lo sono state per gli spettatori. 17 Perciò ogni volta che qualcosa di simile mi abbaglia, ogni volta che mi trovo davanti a una casa sontuosa o a un elegante stuolo di schiavi o a una lettiga sostenuta da servi di bell'aspetto, dico a me stesso: "Perché guardi ammirato? Perché rimani sbalordito? È uno sfoggio. Queste ricchezze sono messe in mostra, non sono veramente possedute; piacciono e già passano." 18 Volgiti piuttosto alla vera ricchezza; impara ad essere contento di poco e grida con forza ed entusiasmo: abbiamo acqua, abbiamo polenta; gareggiamo in felicità con Giove stesso. Ma, ti prego, gareggiamo con lui anche se ci mancano entrambe; è vergognoso riporre la felicità nell'oro e nell'argento, ma è ugualmente vergognoso riporla nell'acqua e nella polenta. 19 "Che farò, dunque, se mi mancheranno anche questi cibi?" Chiedi qual è il rimedio all'indigenza? La fame mette fine alla fame: altrimenti che differenza c'è se a ridurti in schiavitù sono beni grandi o piccoli? Che importa quanto poco sia ciò che la sorte ti può negare? 20 Anche acqua e polenta dipendono dalla volontà altrui: è veramente libero non l'uomo contro cui la fortuna ha poco potere, bensì quello contro cui non può nulla. È così: non devi aver bisogno di niente se vuoi competere con Giove che non ha bisogno di niente."

Questo è quanto ci ha detto Attalo, questo quanto la natura ha detto a tutti gli uomini; e se vi rifletterai spesso, otterrai di essere felice, non di sembrarlo, e di sembrarlo a te stesso, non agli altri. Stammi bene.

 

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1 Tu vuoi sapere come si chiamino in latino i sophismata. Si è spesso tentato di trovare un sostantivo adatto, ma nessuno ha attecchito; evidentemente, poiché non era da noi recepito il concetto e non era nell'uso comune, si è respinto anche il termine.

Tuttavia il sostantivo più adatto mi sembra quello usato da Cicerone: cavillationes. 2 Chi vi si dedica, tesse questioncelle davvero acute, che non servono, però a vivere: non diventa più forte o più temperante o più nobile. Se uno, invece, esercita la filosofia per migliorarsi, diventa magnanimo, pieno di fiducia, e appare insuperabile e superiore a chi gli si accosta. 3 Capita così con le alte montagne: a guardarle da lontano sembrano più basse, ma avvicinandosi si vede quanto siano elevate le loro cime. Così è, Lucilio mio, il vero filosofo: tale a fatti, non con raggiri. Sta in alto, degno di ammirazione, fiero, veramente grande; non si alza sulla pianta dei piedi, non cammina sulle punte come le persone che cercano di aumentare con l'inganno la loro statura e vogliono sembrare più alte di quanto non siano; è contento della sua altezza. 4 E perché non dovrebbe essere contento di essere cresciuto fino al punto in cui la fortuna non può raggiungerlo? È, dunque, al di sopra delle vicende umane, uguale a se stesso in ogni situazione, sia che il corso della vita proceda favorevole, sia che ondeggi e avanzi tra avversità e ostacoli: i cavilli, di cui si parlava poco prima, non possono darci questa fermezza. Con essi l'anima gioca, non progredisce, e trascina la filosofia giù dalla sua altezza in basso. 5 Non è che ti proibisca di dedicarti talvolta a questi cavilli, ma solo quando non vorrai fare nulla. Hanno, però questo di veramente dannoso: procurano un certo diletto, trattengono e fanno indugiare l'animo con la loro apparente sottigliezza, mentre lo aspetta una massa di problemi, e la vita intera non basta a imparare una sola cosa: il disprezzo della vita. "E per governarla?" chiedi. Questo lo imparerai in un secondo momento; la vita nessuno può governarla bene, se prima non la disprezza. Stammi bene.

 

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1 Per dio, certamente vorrei che il tuo amico si potesse formare ed educare come vuoi tu, ma l'hai trovato già molto indurito, anzi, ed è più grave, proprio imbelle e infiacchito da cattive abitudini di vecchia data. 2 Voglio farti un esempio, preso dalla mia attività agricola. Non tutte le viti sopportano l'innesto: se la pianta è vecchia e corrosa, se è malata e fragile, o non riceverà la marza o non riuscirà a nutrirla, e non si verificherà l'unione e il passaggio di natura e di qualità. Perciò di solito si taglia la vite al livello del terreno, così che, se l'innesto non riesce, si possa tentare la sorte un'altra volta e ripetere l'operazione sotto terra. 3 La persona di cui scrivi e che raccomandi non ha forza: ha secondato troppo i vizi. È marcito e si è indurito nello stesso tempo; non può accogliere in sé la ragione, né può nutrirla. "Ma è lui stesso a desiderarlo." Non crederci. Non dico che voglia mentirti: è convinto di volerlo. La sua dissolutezza gli è venuta a nausea: ma presto vi si riconcilierà. 4 "Ma afferma di essere disgustato dalla sua vita." Non dico di no; e chi non ne proverebbe disgusto? Gli uomini amano e insieme odiano i loro vizi. Lo giudicheremo pertanto quando ci dimostrerà con certezza che detesta quella vita corrotta: al momento è solo in disaccordo. Stammi bene.

 

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1 Vuoi che ti scriva il mio parere sulla questione di cui abbiamo discusso: se la giustizia, la fortezza, la prudenza e le altre virtù siano animali. Con queste sottigliezze, carissimo Lucilio, diamo l'impressione di esercitare la mente in questioni vane e di perdere tempo in discussioni inutili. Farò tuttavia, come vuoi e ti esporrò il parere dei filosofi stoici; ma ti confesso di avere un'opinione diversa: secondo me ci sono problemi più convenienti a chi veste con calzari bianchi e pallio. Ti esporrò dunque, le questioni che hanno interessato gli antichi filosofi o meglio, le questioni di cui essi si sono interessati.

2 Si sa che l'anima è animale, poiché ci rende esseri animati, e gli esseri animati hanno derivato da lei questo nome; la virtù non è niente altro che un certo stato dell'anima: quindi è animale. Inoltre, la virtù agisce; ma non si può mai agire senza slancio: se ha slancio, che è una prerogativa degli animali, è animale. 3 "Se la virtù è animale," si ribatte, "ha in sé la virtù." E perché non dovrebbe possedere se stessa? Il saggio agisce sempre attraverso la virtù, allo stesso modo la virtù agisce attraverso se stessa. "Quindi," continuano, "anche tutte le arti sono animali e tutti i nostri pensieri e tutto quello che abbracciamo con la mente. Ne consegue che nello spazio ristretto del nostro petto abitano molte migliaia di animali, e ciascuno di noi è formato da molti animali oppure abbiamo in noi molti animali." Vuoi sapere che cosa si può controbattere? Ciascuna di queste cose sarà un animale, ma non ci saranno molti animali. Perché? Te lo dirò se mi dedicherai tutta la tua attenzione e l'acume della tua intelligenza. 4 I singoli animali devono avere ciascuno una propria essenza; tutte queste cose, invece, hanno una sola anima; perciò possono esistere singolarmente, ma non possono essere molte. Io sono uomo e animale, e tuttavia non potresti dire che siamo in due. Perché? Perché devono essere due elementi distinti. Per essere due, ti dico, l'uno deve essere separato dall'altro. Tutto ciò che è molteplice in un unico essere, fa parte di un'unica natura; perciò è uno. 5 La mia anima è un animale, io sono un animale e tuttavia non siamo due esseri. Perché? Perché l'anima è parte di me stesso. Una cosa conta per se stessa, quando sussiste di per sé; fino a quando sarà parte di un altro essere, non potrà esserne distinta. Perché? Te lo spiego: perché un essere distinto deve appartenere totalmente a sé, avere caratteristiche proprie ed essere completo e compiuto in se stesso.

6 Ho già detto che la penso diversamente; infatti, se si accetta questa teoria, non saranno animali solo le virtù, ma anche i vizi a esse contrari, e le passioni, come l'ira, la paura, il cordoglio, il sospetto. Ma si può andare oltre: saranno animali tutte le idee, tutti i pensieri. Ma questo è assolutamente inaccettabile: non tutto ciò che è fatto dall'uomo è uomo. 7 "La giustizia cos'è?" si chiede. Una condizione dell'anima. "Perciò se l'anima è un animale, lo è anche la giustizia." Niente affatto; è un modo di essere dell'anima e una forza. L'anima stessa assume vari aspetti, ma non diventa un animale diverso tutte le volte che agisce in modo diverso; e neppure quello che viene fatto dall'anima è animale. 8 Se la giustizia è un animale, se lo sono la fortezza e le altre virtù, esse cessano di essere animali di volta in volta e ricominciano ad esserlo, oppure lo sono sempre? Le virtù non possono finire. Quindi, nell'anima si trovano molti, anzi innumerevoli animali. 9 "Non sono molti," si ribatte, "poiché sono legati a un unico essere e ne sono parti e membra." Ci immaginiamo, dunque, l'anima simile all'Idra dalle molte teste, di cui ognuna combatte e fa del male da sola. Eppure nessuna di quelle teste è animale, ma una testa di animale: l'Idra stessa è un solo animale. Nessuno ha mai detto che nella Chimera il leone o il drago fossero animali: entrambi ne erano parte e le parti non sono animali. 10 Come arrivi dunque alla conclusione che la giustizia è un animale? "Agisce," si risponde, "ed è utile; ciò che agisce ed è utile ha uno slancio; e ciò che ha uno slancio è un animale." Questo è vero, se ha un proprio slancio; ma lo slancio non è della giustizia, bensì dell'anima. 11 Ogni animale è lo stesso dalla nascita alla morte: l'uomo è uomo fino alla morte, il cavallo cavallo, il cane cane; non può diventare un altro. La giustizia, cioè l'anima che si trova in un determinato stato, è un animale. Ammettiamolo pure: allora è un animale anche la fortezza, cioè l'anima che si trova in un determinato stato. E quale anima? Quella che prima era giustizia? Ma è prigioniera nell'animale precedente e non può passare in un altro; deve continuare in quell'animale in cui ha cominciato a esistere. 12 Inoltre, una sola anima non può essere di due animali, e tanto meno di più animali. Se la giustizia, la fortezza, la temperanza e le altre virtù sono animali, come avranno un'unica anima? Ciascuno deve avere la sua, oppure non sono animali. 13 Un solo corpo non può essere di più animali. Questo lo ammettono anche loro stessi. Qual è il corpo della giustizia? "L'anima." E il corpo del coraggio? "La medesima anima." Ma un solo corpo non può appartenere a due animali. 14 "È la stessa anima," ribattono, "che prende l'aspetto della giustizia, della fortezza, della temperanza." Questo potrebbe verificarsi se, nel momento in cui l'anima è giustizia, non fosse coraggio, e, quando è fortezza, non fosse temperanza: in realtà tutte le virtù esistono contemporaneamente. Allora come potranno essere animali le singole virtù, se l'anima è una sola e non può formare più di un solo animale? 15 Infine, nessun animale è parte di un altro animale; la giustizia è parte dell'anima, dunque non è un animale.

Mi sembra di perdere tempo per una questione così evidente; questo argomento più che discussione merita sdegno. Nessun animale è uguale a un altro. Osservane i corpi: ciascuno ha un suo colore, un suo aspetto, una sua statura. 16 Secondo me l'ingegno del divino artefice fra l'altro va ammirato anche per questo: in tanta varietà di esseri non si è mai ripetuto. Anche quelli che sembrano simili, messi a confronto, sono diversi. Ha creato tanti tipi di foglie: ciascuna con caratteristiche proprie; tanti animali: nessuno è grande quanto un altro; c'è sempre qualche differenza. Ha preteso da sé che esseri diversi fossero dissimili e disuguali. Tutte le virtù, come dite, sono uguali; quindi non sono animali. 17 Ogni animale agisce da sé; la virtù non agisce da sé, ma con l'uomo. Tutti gli animali o sono razionali, come gli uomini e gli dèi, o irrazionali, come le fiere e le bestie domestiche; le virtù sono senz'altro razionali; ma non sono né uomini, né dèi; quindi non sono animali. 18 Ogni animale razionale non agisce se non sotto lo stimolo di un'immagine, poi prende lo slancio e quindi l'assenso conferma questo slancio. Ecco cos'è l'assenso. Devo camminare: camminerò solo quando lo avrò detto a me stesso e avrò approvato questa mia idea; devo sedermi: mi siederò solo alla fine di questa trafila. Questo assenso non c'è nella virtù. 19 Supponiamo che si tratti della prudenza: come darà il proprio consenso alla necessità di camminare? La natura non lo ammette. La prudenza guarda alla persona alla quale appartiene, non a se stessa; non può passeggiare, né sedere. Quindi, non ha l'assenso e, dal momento che non ha l'assenso, non è animale razionale. La virtù, se è un animale, è razionale; ma razionale non è, quindi non è un animale. 20 Se la virtù è un animale e la virtù è ogni bene, ogni bene è un animale. Questo è il pensiero dei nostri filosofi. È un bene salvare il padre, è un bene fare in senato discorsi saggi, è un bene giudicare con giustizia; quindi, salvare il padre è un animale e fare un discorso saggio è un animale. La questione arriverà a un punto in cui non ci si potrà più trattenere dal ridere: tacere al momento opportuno è un bene, cenare ‹frugalmente› è un bene; così tacere e cenare sono animali.

21 Perbacco, non smetterò di dilettarmi e di giocare con queste sciocche sottigliezze. La giustizia e la fortezza, se sono animali, sono senz'altro terrestri; tutti gli animali terrestri sentono il freddo, la fame, la sete; quindi la giustizia sente il freddo, la fortezza la fame, la clemenza la sete. 22 E poi? Non chiederò ai filosofi che aspetto hanno questi animali? Di uomo, di cavallo o di fiera? Se attribuiranno loro una forma rotonda come a dio, chiederò se l'avarizia, la dissolutezza, la follia sono parimenti rotonde; anch'esse, infatti, sono animali. Se anche a queste attribuiscono una forma rotonda, chiederò ancora se passeggiare compostamente sia un animale. Dovranno rispondere affermativamente e di conseguenza dire che passeggiare è un animale e per di più rotondo.

23 Non pensare ora che io sia il primo degli Stoici a non seguire le vecchie teorie e a esprimere un'opinione personale; Cleante e il suo discepolo Crisippo non sono d'accordo su che cosa sia il passeggiare. Cleante dice che è lo spirito vitale che passa dall'elemento principale ai piedi, Crisippo invece che è l'elemento principale stesso. Perché, dunque, ognuno sull'esempio di Crisippo non rivendica la propria libertà e non se la ride di tutti questi animali che l'universo intero non potrebbe contenere?

24 "Le virtù," si dice, "non sono molti animali, e tuttavia sono animali. Come uno può essere poeta e oratore, e tuttavia è un unico individuo, così queste virtù sono animali, ma non molti animali. L'anima e l'anima giusta e saggia e forte, che si trova in una certa disposizione di fronte alle singole virtù, è la stessa." 25 Eliminata ‹la controversia› siamo d'accordo. Anch'io ammetto intanto che l'anima è un animale, riservandomi di esaminare in sèguito il mio parere su questo argomento: nego, però che le sue azioni siano animali. Altrimenti saranno animali anche tutte le parole e tutti i versi. Difatti se un discorso saggio è un bene, e ogni bene è un animale, un discorso sarà un animale. Un verso saggio è un bene, ogni bene è un animale; dunque, un verso è un animale. Così

canto le armi e l'uomo

è un animale, ma non possono dire che è rotondo visto che ha sei piedi. 26 "L'argomento in questione è, per dio, proprio capzioso," affermi. Scoppio dal ridere quando mi immagino come animali solecismi, barbarismi, sillogismi e attribuisco loro una figura appropriata come fossi un pittore. Discutiamo di questo argomento con i sopraccigli corrugati e la fronte aggrottata? Non posso pronunciare a questo punto quel famoso verso di Celio: "Che squallide sciocchezze!" Sono addirittura ridicole.

Perché piuttosto non trattiamo qualche argomento salutare e a noi utile e non cerchiamo come si possa arrivare alla virtù e quale strada ci conduca a essa? 27 Insegnami non se la fortezza è un animale, ma che nessun animale è felice senza la fortezza, se non si è rafforzato contro i casi fortuiti e non è in grado di dominare ogni evento con la riflessione prima di essere colto di sorpresa. Cos'è la fortezza? La difesa inespugnabile della debolezza umana, e chi se ne circonda resiste senza timore all'assedio della vita; impiega armi e forze sue. 28 A questo punto voglio riferirti una massima del nostro Posidonio: "Non pensare mai di essere al sicuro grazie alle armi della fortuna: combatti con le tue. La fortuna non fornisce armi contro se stessa; perciò anche se abbiamo il necessario per combattere i nemici, siamo inermi di fronte a lei." 29 Alessandro metteva in fuga i Persiani, gli Ircani, gli Indi e tutti i popoli orientali fino all'oceano, e ne devastava i territori, ma egli stesso, ora per l'uccisione di un amico, ora per la perdita di un altro, giaceva nelle tenebre, afflitto dai suoi delitti o dal rimpianto; egli, vincitore di tanti re e di tanti popoli, soccombeva all'ira e all'afflizione; aveva cercato di tenere tutto in suo potere, ma non le passioni. 30 Quanto si ingannano quegli uomini che bramano di spingere il loro dominio al di là del mare e pensano di essere veramente felici se occupano militarmente molte regioni e alle vecchie ne aggiungono di nuove, e sono ignari di quale sia quello straordinario potere, pari al potere degli dèi: il dominio di se stessi è il più grande dominio. 31 Insegnami quanto è sacra la giustizia che guarda al bene altrui e a sé non chiede nulla, se non di essere praticata. Non abbia niente a che spartire con la fama e l'ambizione; piaccia solo a se stessa. Ognuno di noi deve innanzitutto convincersi di una cosa: bisogna essere giusti senza sperarne una ricompensa. Ma è poco. Dobbiamo anche essere persuasi che tutto va speso volontariamente per questa bellissima virtù; i nostri pensieri devono essere totalmente alieni da interessi privati. Non bisogna guardare quale sia il premio di una azione giusta: il premio maggiore consiste nella giustizia. 32 Mettiti bene in testa quello che dicevo poco fa: non importa in quanti conoscono la tua equità. Se uno vuole esibire la sua virtù, si dà pensiero non della virtù, ma della gloria. Non vuoi essere giusto senza averne gloria? Ma, perdio, dovrai spesso essere giusto a prezzo del disonore e allora, se sei saggio, ti compiacerai di una cattiva fama ben acquistata. Stammi bene.

 

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1 Mi chiedi perché in certi periodi si sia sviluppato un genere corrotto di eloquenza e come mai uomini d'ingegno siano apparsi inclini a determinati difetti; così che talvolta è stato in auge un modo di esprimersi gonfio, talvolta spezzato e strascicato come una cantilena; perché si siano apprezzati ora concetti arditi e assurdi, ora frasi rotte ed enigmatiche, piene di sottintesi; perché in un periodo si sia fatto abuso della metafora. Il motivo è quello che senti dire da tutti e che presso i Greci è diventato un proverbio: il linguaggio degli uomini è uguale alla loro vita. 2 L'agire di ciascuno è simile ‹al suo modo› di parlare; così a volte, se un popolo manca di disciplina e si è dato ai piaceri, il modo di parlare si modella su i pubblici costumi. Un'eloquenza corrotta, se non si ritrova in uno o due individui, ma è accettata e recepita da tutti, è segno di una dissolutezza generale. 3 Non può la mente avere caratteristiche diverse dallo spirito. Se questo è sano, regolato, austero, temperante, anche la mente è sobria e assennata: se è corrotto, ne è anch'essa contagiata. Non vedi? Se lo spirito langue, si trascinano le membra e si cammina a fatica. Se è effeminato, la sua rilassatezza è evidente già nell'incedere. Se è fiero e animoso, il passo è concitato. Se è pazzo o in preda all'ira, passione simile alla pazzia, i movimenti del corpo sono alterati; non avanza, ma è come trascinato. Non pensi che questo si verifichi ancor più con la mente che è tutt'uno con lo spirito? Ne è plasmata, gli obbedisce e ne trae la sua legge.

4 Il modo di vivere di Mecenate è troppo noto perché sia ora necessario raccontare come passeggiasse, quanto fosse raffinato, come desiderasse mettersi in mostra e non volesse nascondere i suoi vizi. E allora? La sua eloquenza non fu trasandata come lo era lui? Le sue parole non sono particolari quanto la sua eleganza, il suo sèguito, la sua casa, la sua consorte? Sarebbe stato un uomo di grande ingegno, se lo avesse indirizzato su una via più retta, se non avesse ricercato l'oscurità, se non fosse stato rilassato anche nel linguaggio. Ti troverai di fronte all'eloquenza propria di un uomo ubriaco, involuta, degenerata, corrotta. 5 "Il fiume e la riva chiomata di selve." Che c'è di più brutto? Vedi come "arino con le barche il letto del fiume e, rivoltando le onde, si lascino dietro i giardini." E che dire? se uno "arriccia il viso ammiccando alla sua donna e fa il colombo con le labbra e comincia sospirando, come con la stanca cervice infuriano i tiranni del bosco." "Implacabile fazione, frugano nei banchetti, tentano le case con la bottiglia e passano la morte sperando." "Un Genio testimone a stento del suo giorno festivo." "I fili dell'esile candela e la focaccia crepitante." "La madre o la sposa adornano il focolare." 6 Appena leggerai queste parole ti verrà in mente che si tratta di quell'individuo che andava sempre girando per la città con la tunica sciolta; anche quando in assenza di Augusto ne faceva le veci, si faceva notare per la veste discinta; che in tribunale, sulle tribune, in ogni pubblica adunanza appariva col capo coperto dal mantello, da cui spuntavano solo le orecchie, come fanno nel mimo gli schiavi fuggitivi di un ricco; che mentre infuriavano con più violenza le guerre civili e nella città turbata tutti i cittadini erano in armi, si mostrava in pubblico scortato da due eunuchi, e tuttavia più virili di lui; che si sposò mille volte, pur avendo una sola moglie. 7 Queste parole disposte tanto male, gettate là con trascuratezza, collocate in maniera assolutamente inconsueta, dimostrano che anche le sue abitudini erano altrettanto insolite, corrotte e singolari. La sua qualità più lodevole è la mansuetudine: si astenne dall'usare la spada, dal versare sangue e il suo potere lo mostrò solo con la sua dissolutezza. Ma questo suo merito lo ha sciupato con le raffinatezze del suo linguaggio assolutamente fuori dall'ordinario; fu evidentemente un uomo debole, non un mite. 8 Questi componimenti contorti, queste trasposizioni di parole, questi concetti strani, spesso grandi, ma espressi senza nerbo, dimostrano chiaramente a tutti una cosa: l'eccessiva prosperità gli aveva dato alla testa. E questo difetto può caratterizzare un uomo o un intero periodo. 9 Quando la prosperità genera una diffusa dissolutezza, si manifesta dapprima una cura più ricercata del fisico; quindi ci si preoccupa per le suppellettili; poi si rivolge ogni attenzione alla casa: deve estendersi vasta come una campagna, le pareti devono risplendere di marmi importati d'oltre oceano, i soffitti essere screziati d'oro, lo splendore dei pavimenti corrispondere a quello dei soffitti; poi la sontuosità passa alla tavola e si cerca di renderla più pregevole con le stranezze e sovvertendo l'ordine abituale: si presentano come primi piatti quelli che di solito concludono il pranzo, e agli invitati che se ne vanno si servono quei cibi che si davano all'arrivo. 10 Quando l'anima arriva ad avere a nausea le consuetudini e a ritenerle spregevoli, cerca novità anche nel linguaggio; ora riprende e tira fuori parole vecchie e obsolete, ora ne conia persino di nuove e distorce i significati, ora, e questa è l'ultima moda, considera segno di eleganza audaci e frequenti metafore. 11 C'è chi tronca i concetti e spera di ottenere il favore degli ascoltatori lasciando in sospeso le frasi e suggerendone appena il senso; c'è chi si dilunga e dilata i pensieri; c'è chi non arriva fino a questi difetti - e deve fare così lo scrittore che si cimenta con grandi opere - e tuttavia li ama.

Pertanto dovunque vedrai compiacimento per un'eloquenza corrotta, ci sarà certamente anche una corruzione dei costumi. Banchetti e vestiti sfarzosi sono indice di una comunità malata, allo stesso modo la licenza del linguaggio, se è diffusa, mostra che anche gli animi da cui hanno origine le parole sono in decadenza. 12 Non stupirti che questo tipo di eloquenza corrotta sia accolta con favore non solo dalla cerchia degli spettatori più grossolani, ma anche dalla massa di quelli più colti; essi differiscono tra loro nelle vesti, non nei giudizi. Piuttosto puoi stupirti che siano lodate non solo le opere piene di difetti, ma i difetti stessi. È sempre stato così: nessun uomo d'ingegno è stato apprezzato senza che gli venisse perdonata qualche mancanza. Citami un uomo famoso, quello che vuoi: ti dirò che cosa i suoi contemporanei gli hanno perdonato, che cosa hanno consapevolmente finto di non vedere. Ti indicherò molti che non sono stati danneggiati dai loro difetti, e alcuni ai quali i difetti hanno addirittura giovato. Ti indicherò, ripeto, uomini famosissimi, fatti oggetto di ammirazione, che distruggeresti se volessi correggerli: i vizi sono così uniti alle virtù da trascinarle via con sé.

13 Il linguaggio, inoltre, non ha regole fisse: lo trasformano le consuetudini sociali in continua, rapida evoluzione. Molti prendono i termini da un altro periodo, parlano la lingua delle Dodici Tavole; per loro Gracco, Crasso, Curione sono troppo raffinati e moderni, tornano indietro fino ad Appio e Coruncanio. Altri, invece, cercano solo espressioni trite e consuete e cadono nel triviale. 14 Tutti e due gli stili sono corrotti, sia pure in modo diverso, come, perbacco, quando si vogliono usare solo vocaboli splendidi, altisonanti e poetici, ed evitare quelli indispensabili e usuali. A mio parere sbagliano sia gli uni che gli altri: i primi per troppa cura, i secondi per troppa trascuratezza, quelli si depilano anche le gambe, questi neppure le ascelle.

15 Passiamo ora alla disposizione delle parole. Quanti tipi di errori ti posso indicare? Ad alcuni piacciono le frasi spezzate e ineguali; le scompigliano di proposito se hanno un andamento troppo scorrevole; non vogliono concatenazioni senza scabrosità: per loro sono virili e forti quelle che colpiscono l'orecchio con la loro disuguaglianza. Altri più che costruire le frasi, le modulano; tanto sono carezzevoli e scorrono dolcemente. 16 Che dire poi del periodo in cui le parole sono rinviate, si fanno attendere a lungo e compaiono a stento alla fine? Che dire del periodo come quello di Cicerone che si avvia lento scorrevole e che indugia mollemente e segue l'andamento e il ritmo abituali?

Ma i difetti non si trovano solo * * * nel tipo dei concetti, se sono gretti e puerili o malvagi e spudorati, se sono fioriti e troppo sdolcinati, se cadono nel vuoto e non hanno altro effetto che il loro suono.

17 Questi difetti li introduce uno che in quel momento detta legge nel campo dell'eloquenza; gli altri li imitano e se li trasmettono l'un l'altro. Così quando era in auge Sallustio venivano considerati eleganti i pensieri tronchi, le parole che arrivano inaspettate, le locuzioni stringate e oscure. L. Arrunzio, uomo di eccezionale sobrietà, che scrisse una storia della guerra punica, fu un sallustiano e si distinse in quel genere di prosa. Si trova in Sallustio: "Fece l'esercito col denaro", cioè lo allestì col denaro. Ad Arrunzio piacque questa espressione e la inserì in ogni pagina. Dice in un passo: "Fecero la fuga ai nostri", e in un altro: "Gerone, re di Siracusa, fece la guerra", e ancora: "Questa notizia fece che i Palermitani si consegnassero ai Romani." 18 Ti ho voluto dare un assaggio: ma tutto il libro è intessuto di simili espressioni. Rare in Sallustio, in lui sono frequenti e quasi continue, e c'è un motivo: per Sallustio erano occasionali, mentre Arrunzio le ricercava di proposito. Vedi, dunque, quali sono le conseguenze quando un difetto è preso a esempio. 19 Scrive Sallustio: "acque invernali." Arrunzio, nel primo libro della guerra punica, dice: "D'improvviso il tempo divenne invernale", e in un altro punto, volendo dire che quell'anno era stato freddo, scrive: "Tutto l'anno fu invernale", e in un altro: "Di lì inviò sessanta navi da carico leggere oltre ai soldati e ai marinai necessari sotto un aquilone invernale", e questo termine lo ha ficcato continuamente dappertutto. Sallustio dice in un passo: "Mentre durante le guerre civili aspirava alle reputazioni di uomo giusto e onesto." Arrunzio non seppe trattenersi dallo scrivere sùbito nel primo libro che grandi erano "le reputazioni" di Regolo. 20 Questo e altri difetti simili, che si acquistano per imitazione, non sono segno di dissolutezza né di un animo corrotto; devono essere personali e nati da quello stesso individuo per giudicare in base a essi i sentimenti di un uomo: un linguaggio iracondo è proprio di una persona iraconda, uno troppo concitato di una persona appassionata, uno voluttuoso e fiacco di un uomo effeminato. 21 Se fai caso, questo modo di esprimersi lo seguono quelli che si tagliano la barba o se la sfoltiscono, che si radono accuratamente i baffi o li tagliano via, ma conservano e fanno crescere i peli nelle altre parti, che indossano mantelli di colori stravaganti, vesti trasparenti e non vogliono fare niente che passi inosservato agli occhi degli altri: suscitano il loro interesse e lo attirano su di sé, accettano persino il biasimo pur di farsi notare. Tale è l'eloquenza di Mecenate e di tutti gli altri che non commettono errori di stile per caso, ma consapevolmente e di proposito. 22 All'origine c'è un profondo malessere spirituale: quando uno beve, la lingua si inceppa solo se la mente soccombe al peso del vino e vacilla o si abbandona, così questa forma di ubriachezza del linguaggio non è dannosa finché l'anima rimane salda. Curiamo perciò l'anima: da essa scaturiscono i pensieri, le parole, da essa deriva il nostro comportamento, l'espressione del volto, l'incedere. Se l'anima è sana e vigorosa, anche il linguaggio è energico, forte, virile: se l'anima soccombe, anche il resto la segue nella caduta.

 

23 Finché il re è incolume tutti sono concordi: quando scompare, è violata ogni promessa.

Il nostro re è l'anima; finché è incolume, le altre parti adempiono al proprio dovere, obbediscono e sono sottomesse; quando essa vacilla un po', tutto nello stesso momento diventa incerto. Quando cede al piacere, anche le sue capacità, le sue azioni si indeboliscono e tutti gli impulsi sono fiacchi e senza nerbo.

24 Poiché ho usato questo esempio continuerò così. La nostra anima ora è un re, ora un tiranno: re quando guarda alla virtù, ha cura della salute del corpo affidatole e non gli comanda niente di abietto o di meschino; ma quando è sfrenata, avida, voluttuosa, assume un nome detestabile e funesto e si trasforma in un tiranno. Allora diventa preda e vittima di sfrenate passioni; all'inizio ne gode, come fa il popolo che quando c'è un'elargizione si riempie inutilmente a suo danno e arraffa quello che non può trangugiare; 25 quando poi il male ha consumato via via le forze e la lussuria è penetrata nelle midolla e nei nervi, l'anima si compiace alla vista di quelle dissolutezze di cui si è resa incapace per l'eccessiva avidità, e considera come suoi piaceri lo spettacolo di quelli altrui, complice e testimone di dissolutezze, del cui godimento si è privata approfittandone. E il piacere di avere in abbondanza queste delizie non è pari all'angustia di non poter far passare attraverso la gola e il ventre tutto quello che è stato imbandito, di non potersi avvoltolare con tutta quella massa di amasi e femmine, e si affligge perché gran parte della sua felicità è impedita e viene meno per le sue carenze fisiche. 26 Questa pazzia, caro Lucilio, non consiste forse nel fatto che nessuno di noi pensa di essere debole e mortale? Anzi, che nessuno di noi pensa di essere uno solo? Guarda le nostre cucine e i cuochi che corrono tra tanti fornelli: ti sembra che con un simile trambusto si prepari cibo per un ventre solo? Guarda le nostre provviste di vino vecchio e le cantine piene delle vendemmie di molte generazioni: ti sembra che vini di tanti anni e di tante regioni si conservino per un ventre solo? Guarda in quanti luoghi si vanga la terra, quante migliaia di contadini arano, zappano: ti sembra che per un solo ventre si semini in Sicilia e in Africa? 27 Saremo sani e avremo desideri moderati se ciascuno conterà se stesso, e contemporaneamente misurerà il proprio corpo e comprenderà che non può contenere molto, né per lungo tempo. Niente, però ti servirà tanto per essere temperante in tutto quanto il pensare di frequente che la vita è breve e incerta: qualunque cosa tu faccia, guarda alla morte. Stammi bene.

 

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1 Non voglio, Lucilio mio, che tu ti dia eccessivo pensiero delle parole e della loro disposizione: ho questioni più importanti di cui tu debba curarti. Preòccupati del contenuto, non della forma; e non tanto di scrivere, ma di sentire ciò che scrivi, in modo da rivolgere a te e quasi di imprimerti nell'animo ciò che senti. 2 Quando vedi uno esprimersi con un linguaggio ricercato ed elegante, sappi che anche la sua anima è ugualmente presa dalle meschinità. Una persona magnanima parla in maniera più pacata e quieta. Tutte le sue parole rivelano più sicurezza che cura formale. Conosci certi bellimbusti con la barba e i capelli tirati a lucido, tutti agghindati: non puoi aspettarti da loro niente di forte, di solido. Il linguaggio è ornamento dell'anima: se è ricercato, artificioso ed elaborato, dimostra che anche l'anima non è sana e ha delle debolezze. La ricercatezza non è ornamento virile. 3 Se noi potessimo guardare dentro l'anima di un uomo onesto, che straordinaria bellezza, che sacralità, che fulgore di magnificenza e di serenità vedremmo; vi splenderebbero la giustizia, la fortezza, la temperanza e la saggezza! E oltre a queste, la frugalità, la moderazione, la pazienza, la generosità, l'affabilità e il senso di umanità, bene raro - chi lo crederebbe? - in un uomo, diffonderebbero su di essa la loro luce. Poi la prudenza insieme alla correttezza e alla magnanimità, la più insigne tra queste virtù, quanta bellezza, buon dio, quanta gravità e peso le aggiungerebbero, quanta autorità e quanto credito! Tutti la definirebbero meritevole di amore e insieme di venerazione. 4 Se qualcuno vedesse questa bellezza più vivida e splendente di quanto si è soliti vedere tra le cose umane, non si fermerebbe attonito come se si trovasse di fronte a una divinità e pregherebbe in silenzio: "Sia lecita questa visione"; poi invitato dall'espressione benevola del volto, non la adorerebbe supplicandola e, dopo averla a lungo contemplata così eminente e alta più della statura delle cose che siamo abituati a vedere, con gli occhi pieni di dolcezza e tuttavia ardenti di un vivido fuoco, preso da sacro rispetto e sbalordito non pronuncerebbe, infine, quel verso del nostro Virgilio:

 

5 Come debbo chiamarti, o vergine? Non hai aspetto mortale e la tua voce non è umana... sii propizia, chiunque tu sia, e allevia i nostri affanni.

Ci assisterà e ci aiuterà se vorremo venerarla. Ma non la si venera sacrificando pingui tori, e nemmeno con doni votivi d'oro e d'argento o con offerte versate al tesoro del tempio, ma con pii e onesti propositi. 6 Tutti, dico, arderemmo d'amore per lei se ci toccasse di vederla; per ora molti sono gli ostacoli che accecano i nostri occhi con l'eccessivo splendore o li impediscono con le tenebre. Ma come con certi medicamenti noi rendiamo più acute e limpide le nostre capacità visive, così se vorremo liberare la vista dell'anima da ogni impedimento, potremo scorgere la virtù anche sotto il peso del corpo, anche se la povertà le fa da schermo, anche attraverso l'umile condizione e il disonore; 7 vedremo, insomma, la sua bellezza anche coperta di cenci. E d'altra parte la malvagità e il torpore di un'anima travagliata li vedremo ugualmente, anche se il vivo splendore irradiato dalla ricchezza fa da ostacolo, e la falsa luce degli onori e dei grandi poteri colpisce chi guarda. 8 Ci renderemo conto allora che ammiriamo beni spregevoli, come i bambini che tengono in gran conto ogni gioco e ai genitori e ai fratelli preferiscono monili di poco prezzo. L'unica differenza tra noi e loro, come dice Aristone, è che noi facciamo follie per quadri e statue pagando a più caro prezzo la nostra scempiaggine. Quelli si divertono con i sassolini variegati e lisci che trovano sulla spiaggia, noi con grandi colonne variopinte, importate dalle sabbie dell'Egitto e dai deserti africani, che sostengono un portico o una sala da pranzo capace di contenere una grande folla. 9 Ammiriamo le pareti ricoperte da marmi sottili, eppure sappiamo che cosa c'è sotto. Inganniamo i nostri occhi e quando ricopriamo d'oro i soffitti, ci compiaciamo di un inganno: sappiamo che quell'oro nasconde delle brutte travi. Ma ricoperti da sottile ornamento non sono solo le pareti e il soffitto: anche la felicità di tutti costoro che vedi camminare a testa alta è unicamente esteriore. Guarda bene e vedrai quanto male si annidi sotto questa sottile patina di dignità. 10 Da quando si è cominciato a onorare il denaro, che incatena tanti magistrati e tanti giudici, che crea magistrati e giudici, le cose hanno perduto il loro vero valore, e noi, diventati ora mercanti, ora merce in vendita, non consideriamo la qualità, ma il prezzo; per interesse siamo onesti, per interesse disonesti, e la virtù la pratichiamo finché c'è una speranza di guadagno, pronti a un voltafaccia se la scelleratezza promette di più. 11 È colpa dei nostri genitori se noi ammiriamo l'oro e l'argento, e la cupidigia, che ci è stata inculcata fin da piccoli, ha messo profonde radici ed è cresciuta insieme a noi. Il popolo intero, discorde su altre questioni, è concorde su questo punto: ammirano l'oro, lo desiderano per i loro cari, lo consacrano agli dèi come il più grande dei beni umani, quando vogliono dimostrare la loro gratitudine. Infine l'immoralità è tale che la povertà è maledetta ed è considerata infamante, disprezzata dai ricchi, invisa ai poveri. 12 Si aggiungono inoltre le opere dei poeti, che infiammano le nostre passioni e che lodano la ricchezza come unico lustro e ornamento della vita. Per costoro gli dèi immortali non possono concedere o possedere niente di meglio.

 

13 La reggia del sole si ergeva su alte colonne, splendida d'oro scintillante.

E guarda il carro del sole:

D'oro era l'asse, il timone d'oro, d'oro il cerchio delle ruote, d'argento la serie dei raggi.

Infine chiamano aurea l'età che vogliono indicare come la migliore. 14 Neppure nei tragici greci mancano personaggi che barattano per interesse l'onestà, la salute spirituale, la reputazione.

Mi stimino pure il peggiore degli uomini, purché mi stimino ricco.

Tutti chiediamo se uno è ricco, nessuno chiede se è onesto.

Vogliono sapere solo che cosa uno possegga, non perché e come lo possegga.

Dappertutto ogni uomo è stimato tanto quanto possiede.

Chiedi quale possesso è vergognoso per noi? Non averne.

Se ricco, voglio vivere, se povero, morire.

Muore bene chi muore mentre guadagna.

Denaro, grande bene del genere umano, cui non può essere pari l'amore della madre o dei dolci figli, non il genitore venerando per i suoi meriti; se qualcosa nel volto di Venere brilla con tanta dolcezza, a ragione la dea fa innamorare dèi e uomini."

 

15 Quando furono recitati questi ultimi versi della tragedia euripidea la folla si alzò d'impeto tutta insieme per cacciare l'autore e interrompere lo spettacolo, finché Euripide stesso si precipitò fuori chiedendo che aspettassero di vedere che fine avrebbe fatto quell'ammiratore dell'oro. In quella tragedia Bellerofonte pagava il fio che ognuno paga nella propria esistenza. 16 L'avidità si accompagna sempre alla punizione, sebbene essa sia già di per sé una pena sufficiente. Quante lacrime, quanti affanni esige! Quanto è infelice per ciò che brama, quanto è infelice per ciò che si è procurata! E poi ci sono le preoccupazioni quotidiane che affliggono ognuno in rapporto ai propri averi. Possedere denaro dà più tormento che acquistarlo. E come ci si lagna per le perdite che, se pure sono considerevoli, sembrano ancòra più grandi. Infine, anche se la sorte non sottrae niente, si considera una perdita tutto ciò che non si riesce ad avere. 17 "Ma gli uomini lo chiamano fortunato e ricco e desiderano ottenere quanto lui possiede." Sì, è vero, e allora? Pensi che ci sia una persona in condizioni peggiori di chi è povero e invidioso? Oh, se quando uno desidera la ricchezza interrogasse i ricchi; e quando uno aspira alle cariche politiche interrogasse gli ambiziosi e quelli che hanno raggiunto i più alti livelli del potere! Certo i suoi desideri cambierebbero, vedendo che costoro concepiscono nuovi desideri e rinnegano quelli precedenti. Non c'è nessuno che è soddisfatto della propria prosperità, anche se è arrivata rapidamente; ci si lamenta e delle decisioni prese e dei successi ottenuti, e si preferisce sempre quanto si è lasciato. 18 La filosofia ti garantirà questo bene, il più grande che ci sia, io ritengo: non ti pentirai mai delle tue azioni. A questa felicità così solida, che nessuna tempesta può scuotere, non ti condurranno frasi ben costruite o un linguaggio dolcemente scorrevole: le parole fluiscano pure liberamente, purché l'anima mantenga il suo ordine, purché sia grande, noncurante dei pregiudizi e approvi se stessa per quelle azioni che gli altri non approvano, e giudichi i suoi progressi in base alla sua vita, e ritenga di essere saggia solo in quanto non ha desideri né timori. Stammi bene.

 

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1 Si è spesso discusso se è meglio nutrire passioni moderate o non averne affatto. Gli Stoici le eliminano, i Peripatetici le moderano. Io non vedo come una malattia, sia pure leggera, possa essere salutare o utile. Non temere: non ti tolgo niente di quello che tu non vuoi ti sia negato. Mi mostrerò benevolo e indulgente verso le cose cui aspiri e che ritieni necessarie alla vita, oppure utili o piacevoli: ti strapperò solo il vizio. Ti proibirò infatti, di nutrire desideri sfrenati, ma non di volere: così farai le stesse cose senza timore e con maggiore risolutezza e godrai più intensamente anche dei piaceri; perché non dovresti sentirli maggiormente se sarai tu a dominarli, invece che esserne schiavo? 2 "Ma è naturale," ribatti, "che io mi tormenti per la scomparsa di un amico: considera legittime queste lacrime così giuste. È naturale tener conto del giudizio altrui e rattristarsi se è sfavorevole: perché non vuoi concedermi questo onesto timore di avere una cattiva reputazione?" Ogni vizio ha una sua giustificazione; da principio sono tutti moderati e domabili, poi però si diffondono. Se permetti che nascano, non riuscirai a stroncarli. 3 All'inizio ogni passione è debole, poi si infiamma e, strada facendo, acquista forza: tenerle lontane è più facile che estirparle. Tutte le passioni scaturiscono da un'origine, per così dire, naturale, chi lo nega? La natura ci ha affidato la cura di noi stessi, ma quando vi indulgiamo troppo, nasce il vizio. La natura ha mescolato il piacere alle necessità della vita, non perché lo ricercassimo, ma perché questo complemento ci rendesse più gradite le cose indispensabili alla nostra esistenza: se, però, il piacere detta legge, nasce la dissolutezza. Impediamo, quindi, che le passioni penetrino in noi, perché, come ho detto, non accoglierle è più facile che scacciarle. 4 "Concedimi almeno un certo grado di dolore, di paura." Ma questo "un certo grado" si dilata e non finisce dove vuoi tu. Il saggio è al sicuro senza doversi sorvegliare attentamente, e le sue lacrime, i suoi piaceri li arresta quando vuole: per noi, visto che non è facile tornare indietro, la cosa migliore è non avanzare affatto. 5 Panezio, secondo me, diede una bella risposta a quell'adolescente che gli chiedeva se il saggio possa amare. "Del saggio," disse, "parleremo in sèguito; io e te, che siamo ancora molto lontani dalla saggezza, non dobbiamo rischiare di cadere in un sentimento impetuoso e incontrollabile, che ci rende schiavi di altri e spregevoli a noi stessi. Se chi amiamo ci corrisponde, la sua dolcezza ci infiamma; se invece ci disprezza, ci eccita la sua superbia. Fortuna e sfortuna in amore sono ugualmente nocive: dell'una siamo preda, contro l'altra lottiamo. Perciò consci della nostra debolezza, stiamocene quieti; la nostra anima è debole: non affidiamola al vino o alla bellezza, all'adulazione o agli allettamenti." 6 La risposta di Panezio al ragazzo che lo interrogava sull'amore, io la estendo a tutte le passioni: allontaniamoci il più possibile dai terreni melmosi; anche su quelli asciutti stiamo in piedi a fatica.

7 A questo punto replicherai con quella obiezione che generalmente si rivolge agli Stoici: "Fate promesse troppo grandi, date precetti troppo severi. Noi siamo creature deboli; non possiamo negarci tutto. Ci dorremo, ma poco; avremo desideri, ma moderati; ci adireremo, ma poi ci calmeremo." 8 Sai perché non possiamo agire così? Perché non crediamo di farcela. Anzi, perbacco, il motivo in realtà è un altro: difendiamo i nostri vizi perché li amiamo e preferiamo scusarli piuttosto che eliminarli. La natura ha dato all'uomo forza sufficiente perché ne facciamo uso, a patto che chiamiamo a raccolta le nostre forze e le muoviamo tutte in nostro favore, non contro di noi. Il vero motivo è la mancanza di volontà, l'impossibilità è un pretesto. Stammi bene.

 

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1 Mi metti in grave imbarazzo e, senza saperlo, mi impegni in una grossa e fastidiosa disputa con le questioncelle che mi proponi: io non posso dissentire dagli Stoici conservando il loro favore, e nemmeno essere d'accordo con loro senza fare torto alla mia coscienza. Gli Stoici affermano che la saggezza è un bene, e l'essere saggi non lo è, e tu chiedi se è vero. Prima ti esporrò la teoria stoica, e solo dopo oserò dire il mio parere.

2 Per gli Stoici il bene è corpo, poiché ciò che è bene agisce e tutto ciò che agisce è corpo. Ciò che è bene giova; ma, per giovare, deve agire; e se agisce è corpo. Dicono che la saggezza è un bene; ne consegue necessariamente che anch'essa deve essere definita corporea. 3 Secondo loro, però l'essere saggi non è la stessa cosa. È una cosa incorporea e accessoria dell'altra, cioè della saggezza; pertanto non agisce e non giova. "E come?" si ribatte. "Non diciamo: essere saggi è un bene?" Lo diciamo riferendoci a quello da cui l'essere saggi dipende, cioè alla saggezza.

4 Senti ora che cosa controbattono gli altri, prima che io abbandoni questo argomento, per soffermarmi su un altro. "In questo modo," dicono, "neppure vivere felici è un bene. Volenti o nolenti bisogna rispondere che una vita felice è un bene, ma non è un bene vivere felici." 5 E ancòra si obietta: "Voi volete essere saggi; quindi l'essere saggi è cosa desiderabile; e se è desiderabile, è buona." Gli Stoici sono costretti a stravolgere i termini e a inserire in expetere una sillaba, mentre la nostra lingua non lo permetterebbe. Se permetti, io l'aggiungo. "Expetendum - dicono - è ciò che è bene, expetibile è ciò che ci tocca quando abbiamo conseguito un bene. Esso non si ricerca come un bene, ma si aggiunge al bene che si ricerca."

6 Io non la penso così e ritengo che gli Stoici arrivano a questa affermazione perché sono vincolati all'esordio e non possono cambiare formula. Noi di solito attribuiamo una grande importanza alle opinioni generali e il fatto che un'opinione sia condivisa da tutti è per noi indizio di verità; l'esistenza degli dèi, ad esempio, l'argomentiamo tra l'altro anche da questo: in tutti è insito il concetto della divinità e non c'è popolo così al di fuori delle leggi e dei costumi civili che non creda in un qualche dio. Quando discutiamo dell'immortalità dell'anima, ha per noi un peso determinante il fatto che tutti gli uomini o temono o onorano gli inferi. Mi rifaccio all'opinione generale: non troverai nessuno che non giudichi un bene sia la saggezza, sia l'essere saggi.

7 Non farò come fanno di solito i vinti: non mi appellerò al popolo; comincerò a combattere con le mie armi. Ciò che accade a una cosa è fuori o dentro alla cosa alla quale accade? Se è dentro alla cosa alla quale accade, è corpo come la cosa alla quale accade. Niente, infatti, può accadere senza contatto e quello che crea contatto è corpo: niente può accadere senza un'azione e quello che agisce è corpo. Se è al di fuori, se ne stacca, dopo essere accaduto; ciò che si stacca ha un movimento e ciò che ha movimento è corpo. 8 Tu ti aspetti che io dica che la corsa e il correre non sono cose diverse come il calore e l'essere caldo, lo splendore e il risplendere: ammetto che siano cose diverse, ma non di diversa specie. Se la salute è indifferente, anche lo star bene è indifferente; se la bellezza è indifferente, lo è anche l'essere belli. Se la giustizia è un bene, lo è anche l'essere giusti; se la bruttezza è un male, anche essere brutti è un male, come, perbacco, se la cisposità è un male, anche l'essere cisposi è un male. Sappi, dunque, che l'una cosa non può esistere senza l'altra: chi possiede la saggezza è saggio; chi è saggio possiede la saggezza. È talmente impossibile mettere in dubbio che siano cose uguali, che ad alcuni sembrano addirittura identificarsi. 9 Mi piacerebbe, però chiedere, poiché ogni cosa o è male o è bene o è indifferente, l'essere saggi in che categoria rientra? Dicono che non sia un bene; eppure non è un male; ne consegue che sia una via di mezzo. Noi definiamo via di mezzo o indifferente, ciò che può capitare sia al malvagio che al buono, come il denaro, la bellezza, la nobiltà. La saggezza, può capitare solo all'uomo buono, quindi non è indifferente. Ma non è neppure un male, perché non può capitare al malvagio, quindi è un bene. Ciò che possiede solo l'uomo buono è bene; l'essere saggi è un possesso del buono, quindi è un bene. 10 "È," dicono, "una circostanza accidentale della saggezza." Dunque, quello che chiami essere saggi, crea la saggezza o la subisce? Sia che la crei, sia che la subisca, in entrambi i casi è corpo, poiché sia ciò che è creato, sia ciò che crea è corpo. Se è corpo, è un bene; una sola cosa gli impediva, infatti, di essere un bene, l'incorporeità.

11 I Peripatetici sostengono che non c'è differenza tra la saggezza e l'essere saggi, poiché in ognuna delle due cose c'è anche l'altra. Perché, tu non pensi che sia saggio solo chi ha la saggezza? E che abbia la saggezza solo chi è saggio? 12 Gli antichi Dialettici fanno una distinzione che è arrivata fino agli Stoici. Ecco di che cosa si tratta. Altro è un campo, altro è possedere un campo, e perché no? Possedere un campo riguarda il possessore, non il campo. Così, altro è la saggezza, altro è l'essere saggi. Ammetterai, ritengo, che si tratta di due cose distinte, la cosa posseduta e il possessore; la saggezza è posseduta, chi è saggio possiede. La saggezza è lo spirito perfetto o arrivato al culmine di ogni bene; è l'arte della vita. Cos'è l'essere saggi? Non posso definirlo "spirito perfetto", ma ciò che tocca a chi ha uno spirito perfetto; così altro è uno spirito onesto, altro è avere uno spirito onesto.

13 "C'è," si dice, "diversità nella natura dei corpi, questo è uomo, quest'altro cavallo; gli impulsi dell'anima sono enunciativi dei corpi e si uniformano alla loro natura. Gli impulsi hanno qualcosa di proprio, diverso dal corpo; vedo passeggiare Catone: è ciò che mi mostrano i sensi, l'animo vi crede. È il corpo che vedo e ad esso sono rivolti occhi e spirito. Poi dico: Catone passeggia. Ora non parlo del corpo," si continua, "ma di qualcosa che è enunciativo del corpo: alcuni lo chiamano 'enunciato', altri 'proposizione', altri 'sentenza'. Così, quando diciamo 'saggezza', intendiamo qualcosa di corporeo; quando diciamo 'è saggio' parliamo del corpo. Ma c'è una grande differenza se indichi una cosa o ne parli."

14 Ammettiamo per il momento che siano due cose distinte (non esprimo ancora il mio pensiero): che cosa impedisce che siano diverse, ma entrambe beni? Dicevo poco prima che una cosa è un campo, un'altra possedere un campo. Perché no? Il possessore ha una natura, la cosa posseduta ne ha un'altra: questa è terra, quello uomo. Ma nel caso in questione entrambe hanno la stessa natura, sia la saggezza, sia chi la possiede. 15 Inoltre, nel primo esempio altro è la cosa posseduta, altro il possessore: in questo la cosa posseduta e il possessore si identificano. Il campo si possiede per legge, la saggezza per natura; quello può essere ceduto e trasmesso ad altri, questa non si distacca da chi la possiede. Non si possono dunque paragonare cose tra loro diverse.

Avevo cominciato col dire che queste possono essere due cose distinte e tuttavia essere entrambe beni, come la saggezza e l'essere saggio sono due cose distinte e tuttavia ammetti che entrambe sono beni. Nulla impedisce, dunque, che sia la saggezza sia chi la possiede siano beni; così nulla impedisce che tanto la saggezza quanto il possederla, cioè l'essere saggi, siano beni. 16 Io voglio essere saggio per avere la saggezza. E allora? Non è questo un bene senza il quale neppure l'altro è un bene? Voi sostenete che la saggezza, se non si potesse farne uso, non varrebbe la pena di conquistarla. Ma qual è l'uso della saggezza? L'essere saggi: è questa la sua caratteristica più preziosa, se la eliminiamo, la saggezza diventa superflua. Se la tortura è un male, l'essere torturati è un male, ma non sarebbero mali qualora se ne potessero eliminare le conseguenze. La saggezza è lo stato dello spirito perfetto, l'essere saggi è l'uso dello spirito perfetto: e come può non essere un bene l'uso della saggezza che, se non è usata, non è un bene? 17 Ti chiedo se bisogna aspirare alla saggezza: rispondi di sì. Ti chiedo se bisogna aspirare all'uso della saggezza: rispondi ancora di sì. E dici che non la vorresti, se non potessi usarla. Ma ciò cui bisogna aspirare è un bene. Essere saggi è l'uso della saggezza, come parlare è l'uso del linguaggio, come vedere è l'uso degli occhi. Quindi, essere saggi è l'uso della saggezza e all'uso della saggezza bisogna aspirare; bisogna, quindi aspirare ad essere saggi; e se bisogna aspirarvi, è un bene.

18 Già da un pezzo mi condanno da me: imito chi accuso e spendo parole per una questione evidente. Chi può mettere in dubbio che se il caldo è un male, anche aver caldo è un male? E se il freddo è un male, è un male anche aver freddo? E se la vita è un bene, anche vivere è un bene? Tutto ciò riguarda la saggezza, ma non la sostanza della saggezza; ed è su di essa che noi dobbiamo soffermarci. 19 Anche se vogliamo spaziare un po', la saggezza ci offre ampi e vasti orizzonti: possiamo investigare sulla natura degli dèi, su ciò che dà vita agli astri, sulle svariate orbite dei corpi celesti; indagare se l'evoluzione delle vicende umane dipende dal loro influsso, se il corpo e l'anima di tutti gli uomini ricevano impulso da qui, se anche gli eventi cosiddetti fortuiti obbediscano a leggi precise e niente in questo mondo accada inaspettatamente o senza seguire un ordine. Questi temi esulano dalla questione morale, ma sollevano lo spirito e lo innalzano al livello degli argomenti trattati; i problemi di cui parlavo poco fa, invece, lo sminuiscono e lo abbassano e non lo rendono più acuto, come dite voi, ma più debole. 20 Ma via, dobbiamo proprio dedicare a questioni, non so se false, ma certo inutili, la nostra attenzione che invece sarebbe necessario rivolgere a problemi più importanti e profondi? A che mi servirà sapere se la saggezza e l'essere saggi sono due cose diverse? A che mi servirà sapere se quella è un bene e questo non lo è? Voglio essere temerario ed espormi al rischio di questo augurio: tocchi a te la saggezza, a me l'essere saggio. Saremo pari. 21 Cerca piuttosto di indicarmi la via che mi porti a questa meta. Dimmi che cosa devo evitare, a che cosa aspirare, con quali occupazioni possa rafforzare il mio spirito vacillante, come allontanare da me i mali che all'improvviso mi colpiscono e mi incalzano, come possa fronteggiare tante sventure, come respingere queste disgrazie che mi si sono riversate addosso e quelle che mi sono procurate io stesso. Insegnami come sopportare le tribolazioni senza un lamento, e la felicità senza provocare i lamenti altrui, come non aspettare quell'ora estrema e inevitabile, ma rinunciare io stesso alla vita, quando mi sembrerà opportuno. 22 Per me la cosa più vergognosa è desiderare la morte. Se vuoi vivere, perché desideri morire? Se non vuoi, perché chiedi agli dèi una cosa che ti hanno dato al momento della nascita? È stabilito che un giorno o l'altro tu muoia, anche se non vuoi, e d'altra parte tu hai la facoltà di morire quando vuoi; la prima è una necessità, la seconda una possibilità. 23 Ho letto in questi giorni un esordio davvero vergognoso di uno scrittore che pure è eloquente: "Possa io morire al più presto." Che insensato, tu desideri una cosa tua. "Possa io morire al più presto." Forse sei diventato vecchio a furia di dire queste parole; altrimenti che cosa ti fa indugiare? Nessuno ti trattiene: fuggi per la strada che credi; scegli un qualunque elemento naturale e fatti offrire una via di uscita. Gli elementi su cui si regge il mondo sono questi: acqua, terra, aria e sono tutti sia fondamento di vita, sia mezzi di morte. 24 "Possa io morire al più presto": questo "al più presto" che cosa significa per te? Quale giorno gli destini? Può accadere più presto di quanto tu desideri. Sono le parole di uno spirito debole che con questa imprecazione vuole suscitare pietà. Chi si augura di morire, non vuole morire. Chiedi agli dèi vita e salute: se hai deciso di morire, il primo vantaggio della morte è non avere più desideri.

25 Occupiamoci di questi problemi, Lucilio mio, educhiamo con essi lo spirito. Questa è la saggezza, questo l'essere saggi, e non l'esercitare una sterilissima sottigliezza intellettuale con vane discussioncelle. La sorte ti ha messo di fronte a tanti problemi, non li hai ancora risolti: e stai lì a cavillare? È da sciocchi, ricevuto il segnale di combattimento, dare colpi a vuoto. Metti da parte queste armi-giocattolo: ci vogliono armi vere. Dimmi come posso evitare che la tristezza e la paura turbino l'anima mia, come scaricare il peso delle mie segrete passioni. Bisogna fare qualcosa! 26 "La saggezza è un bene, l'essere saggi non è un bene": si finisce così per affermare che non siamo saggi e che tutto questo impegno viene deriso poiché è dedicato ad attività inutili.

E che diresti sapendo che si pone pure la questione se è un bene la saggezza futura? Ma via, si può forse dubitare che i granai sono inconsapevoli del grano che conterranno, e che il fanciullo, indipendentemente dalle sue forze e dalla sua robustezza, non si rende conto di quale sarà la sua adolescenza? Al malato, finché è tale, non giova affatto la salute futura, come un riposo che verrà dopo molti mesi non può al momento ridare forza al corridore o al lottatore. 27 Tutti sanno che non è un bene ciò che dovrà venire, proprio perché dovrà venire. Un bene giova senz'altro; e può giovare solo ciò che è presente. Se non giova, non è un bene; se giova, lo è già. Diventerò saggio; questo sarà un bene quando lo diventerò: intanto non è un bene. Prima bisogna che una cosa esista, poi che abbia una qualità. 28 Su via, come può essere un bene una cosa ancòra inesistente? E come vuoi che ti provi che una cosa non esiste, più che dicendoti "sarà"? È chiaro che ciò che verrà non è ancòra venuto. Verrà la primavera: so che ora è inverno. Verrà l'estate: so che non è estate. La prova più evidente che una cosa non esiste ancòra è che esisterà. 29 Sarò saggio; lo spero, ma intanto non lo sono; se possedessi quel bene, sarei immune da questo male. Sarò saggio: da questo puoi arguire che ancòra non lo sono. Non posso avere al tempo stesso questo bene e questo male; il bene e il male non coesistono e non possono trovarsi insieme nella medesima persona.

30 Lasciamo da parte queste futili sofisticherie e rivolgiamoci a quegli argomenti che possono esserci di una qualche utilità. Se uno pieno d'ansia corre a chiamare l'ostetrica per la figlia che sta per partorire, non si ferma a leggere l'avviso e l'ordinanza dei giochi; chi si precipita verso la sua casa in fiamme, non studia sulla scacchiera la mossa per liberare una pedina chiusa. 31 Ma, per dio, da ogni parte ti vengono annunciate tutte queste disgrazie: la casa in fiamme, i figli in pericolo, la patria assediata, i beni saccheggiati; e poi, naufragi, terremoti e tutti gli altri possibili motivi di apprensione: turbato da tanti pensieri, hai il tempo di dedicarti a questi passatempi? Cerchi la differenza tra la saggezza e l'essere saggi? Intrecci e sciogli nodi quando ti sovrasta un simile macigno? 32 La natura non ci ha concesso con generosità un'abbondanza tale di tempo che ce ne rimanga un po' da perdere. Vedi quanto ne sciupano anche le persone più attente: un po' ce lo tolgono le malattie nostre, un po' quelle dei familiari; una parte gli affari privati, una parte quelli pubblici; il sonno poi ci sottrae metà della vita. A che serve spendere in sciocchezze la maggior parte di questo tempo così esiguo e veloce, che trascina via anche noi? 33 L'animo, inoltre, prende l'abitudine di svagarsi, invece che curarsi, e di fare della filosofia un divertimento, mentre è un rimedio. Non so che differenza ci sia tra la saggezza e l'essere saggi: so che a me non importa saperlo o non saperlo. Dimmi: quando avrò imparato che differenza c'è fra la saggezza e l'essere saggi, sarò saggio? Perché mi fai indugiare più sui termini della saggezza che sulle sue opere? Rendimi più forte, rendimi più tranquillo, rendimi pari, anzi superiore, alla sorte. E posso esserne superiore, se indirizzerò a questo scopo ogni mia conoscenza. Stammi bene.

 

LIBRO VENTESIMO

 

 

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1 Tu vuoi che ti scriva più spesso. Facciamo un po' i conti: sei tu in debito; eravamo d'accordo che scrivessi tu per primo: tu scrivevi e io rispondevo. Ma non farò il difficile: so che ti si può fare credito. Pagherò anticipatamente e non farò quello che l'eloquentissimo Cicerone invitava Attico a fare: "Scrivi quello che ti viene sulle labbra, anche se non hai niente da dire." 2 A me gli argomenti non mancano mai, anche a tralasciare tutti quelli che riempiono le lettere di Cicerone: quale candidato sia in difficoltà; chi combatta con forze altrui, chi con le proprie; chi aspiri al consolato con l'appoggio di Cesare, chi con quello di Pompeo, chi col proprio patrimonio; che usuraio spietato sia Cecilio: da lui i parenti non possono cavare un soldo a un interesse inferiore al dodici per cento. È meglio occuparsi dei propri mali invece che di quelli altrui, esaminarsi a fondo e vedere a quante cose aspiriamo senza impegno. 3 Non chiedere nulla e tralasciare tutti i bei discorsi della fortuna, questa, Lucilio mio, è la scelta migliore che ci rende sereni e liberi. Nel periodo delle elezioni, quando i candidati, tormentati dall'incertezza, se ne stanno negli spazi loro riservati e uno promette denaro, un altro si dà da fare attraverso i suoi scagnozzi, un terzo consuma di baci le mani a persone da cui, una volta eletto, non vorrà neppure essere toccato, quando tutti aspettano ansiosi la voce del banditore, non pensi che sia piacevole starsene in ozio a guardare quel mercato senza comprare o vendere niente? 4 Quanto è più felice chi guarda senza darsene pensiero non solo ai comizi per l'elezione dei pretori o dei consoli, ma anche a quei grandi comizi in cui si cercano cariche annuali o poteri perpetui, imprese vittoriose e trionfi oppure ricchezze o matrimoni e figli o salute per sé e per i propri familiari! Che grandezza d'animo dimostra chi, solo, non chiede nulla, non supplica nessuno e dice: "Non ho niente a che spartire con te, o sorte; non mi faccio tuo schiavo. So che tu respingi i Catoni e porti al successo i Vatinii. Io non chiedo niente." Questo significa mettere da parte la fortuna.

5 Noi possiamo, dunque, scriverci a vicenda su questi argomenti e trattare una materia sempre nuova, vedendo intorno a noi tante migliaia di uomini inquieti che, per conseguire una meta rovinosa, attraverso il male ricercano il male e aspirano a beni da cui devono fuggire o di cui hanno disgusto. 6 Quando la si desidera, una cosa sembra straordinaria, ma dopo averla ottenuta nessuno è soddisfatto. La prosperità non è avida, come comunemente si crede, è cosa di poco conto; perciò non sazia nessuno. Tu pensi che tali mete siano eccelse perché sono lontane; ma a chi le raggiunge sembrano poco elevate e cerca ancòra, ne sono sicuro, di salire: questa che tu ritieni la vetta è solo un gradino. 7 Ignorare la verità è un male per tutti. Gli uomini, ingannati dall'opinione generale, si fanno attirare da falsi beni, poi, quando li hanno conquistati dopo molte vicissitudini, si accorgono che sono mali oppure che sono vani o inferiori alle loro aspettative; essi, in gran parte, guardano le cose da lontano e sbagliano; tengono in gran conto quelli che sono beni per la massa.

8 Ricerchiamo, dunque, che cosa sia il bene perché non càpiti anche a noi la stessa cosa. Del bene sono state date diverse interpretazioni: c'è chi l'ha definito in un modo, chi in un altro. Per alcuni "il bene è ciò che attrae l'anima e la chiama a sé." Ma sùbito si obietta: e se la attrae verso la rovina? Sai bene quanti mali sono lusinghieri. Il vero e il verosimile sono diversi tra loro. Così il bene è strettamente congiunto al vero; non è un bene se non è vero. Ma ciò che attrae e alletta è verosimile: si insinua, stimola, trascina a sé. 9 Per altri "il bene è ciò che induce al desiderio di sé, o meglio, suscita lo slancio dell'anima, che ad esso tende." Anche in questo caso si può fare la stessa obiezione; ci sono molte cose che suscitano uno slancio dell'anima e arrecano gravi mali a chi le ricerca. Quest'altra definizione è migliore: "Il bene è ciò che suscita verso di sé uno slancio dell'anima secondo natura e che deve essere ricercato solo quando merita di essere ricercato." Si identifica così con l'onestà, poiché l'onestà va senz'altro ricercata. 10 È necessario a questo punto che io spieghi la differenza tra il bene e l'onesto. Essi hanno tra loro qualcosa di comune e di inseparabile: non c'è bene che non abbia in sé qualcosa di onesto e l'onesto coincide senz'altro col bene. Dunque, che differenza c'è tra i due? L'onesto è il bene nella sua perfezione, rende la vita compiutamente felice e al suo contatto ogni altra cosa diventa un bene. 11 Intendo dire: certe cose non sono né beni, né mali, come la carriera militare o politica o giuridica. Quando queste attività vengono svolte onestamente, cominciano ad essere beni e da una condizione indeterminata passano al bene. Il bene è tale se congiunto all'onesto; l'onesto è di per sé un bene; il bene scaturisce dall'onesto, l'onesto da se stesso. Quello che è un bene avrebbe potuto essere un male; ciò che è onesto non avrebbe potuto essere altro che bene.

12 Certi hanno dato quest'altra definizione: "Il bene è ciò che è secondo natura." Attento alle mie parole: ciò che è bene è secondo natura, ma ciò che è secondo natura non è senz'altro anche un bene. Molte cose sono conformi a natura, ma sono di così poco conto che non si può definirle beni; sono insignificanti, disprezzabili. Non c'è nessun bene disprezzabile perché di poco conto. Difatti, finché è una cosa di scarso valore, non è un bene e quando comincia ad essere un bene, non è più di scarso valore. Da che cosa si riconosce il bene? Dalla sua perfetta conformità alla natura. 13 "Sostieni," tu dici, "che il bene è secondo natura; questa è la sua caratteristica. Sostieni, inoltre, che anche altre cose sono secondo natura, ma non sono beni. Come, dunque, quello è un bene, mentre queste non lo sono? Come arriva ad avere una caratteristica distinta, quando a entrambi è comune la prerogativa di essere secondo natura?" 14 Naturalmente per la grandezza di questa prerogativa. E non è strano che certi esseri crescendo cambino. È stato un bimbo; è diventato un adulto; il suo carattere distintivo è cambiato; prima era un essere irrazionale, ora razionale. Certi esseri con la crescita non solo diventano più grandi, ma mutano condizione. 15 "Se una cosa diventa più grande," si ribatte, "non per questo cambia. Non importa se di vino riempi un fiasco o una botte: in entrambi c'è la caratteristica propria del vino. Così una piccola o una grande quantità di miele non hanno un sapore diverso." Tu porti esempi non pertinenti; in questi casi, infatti, la qualità è la stessa e rimane tale anche se la quantità aumenta. 16 Certe cose, accrescendosi, mantengono la propria specie e la propria caratteristica; altre, dopo molti incrementi, cambiano con l'ultima aggiunta che imprime loro una qualità nuova, diversa dalla precedente. È una sola la pietra che forma la vòlta: quella che s'incunea tra i due fianchi inclinati e li congiunge. Perché l'ultima aggiunta è determinante, anche se è piccola? Perché non accresce, ma porta a compimento. 17 Ci sono, poi, cose che, sviluppandosi, perdono la forma precedente e ne acquistano una nuova. Quando mentalmente ampliamo una cosa e non riusciamo più a seguirne la grandezza, essa prende il nome di infinito: è diventata molto diversa da come era quando sembrava grande, ma finita. Nello stesso modo pensiamo a una massa difficile a dividersi: in ultimo, crescendo la difficoltà, si concepisce l'indivisibile. Così da un corpo che si muove a mala pena arriviamo al concetto di immobilità. Per lo stesso motivo una cosa è secondo natura: ingrandendosi, passa ad altre caratteristiche e diventa un bene. Stammi bene.

 

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1 Ogni volta che scopro qualcosa di nuovo, non aspetto che tu mi dica: "Fammela sapere": me lo dico da me. Chiedi che cosa ho trovato? Apri la borsa: c'è solo da guadagnare. Ti insegnerò come puoi diventare ricco al più presto. Come ardi dalla voglia di saperlo! E a ragione: ti condurrò alla più grande ricchezza per una scorciatoia. Avrai, però bisogno di qualcuno che ti faccia credito: per darsi al commercio, occorre fare debiti; ma non voglio che tu li contragga attraverso un intermediario, non voglio che i mediatori mettano in giro il tuo nome. 2 Ti indicherò uno pronto a farti credito, lo suggerisce Catone: contrai un mutuo con te stesso. Per quanto piccolo sia, sarà sufficiente se quello che manca lo chiederemo solo a noi. Non fa differenza, Lucilio mio, tra non desiderare e avere. Unico è il risultato: non ti tormenti. Il mio consiglio non è di negare qualcosa alla natura - è ostinata, invincibile, chiede quello che le spetta - sappi, però che quanto va al di là della natura è effimero e non è indispensabile. 3 Ho fame: devo mangiare. Ma se il pane è comune o raffinato, questo non riguarda la natura: non vuole far godere lo stomaco, vuole riempirlo. Ho sete: se l'acqua l'ho attinta dalla vicina cisterna oppure l'ho messa sotto la neve per rinfrescarla artificialmente, non riguarda la natura: chiede solo di estinguere la sete. E non importa neppure se beviamo da una coppa d'oro o di cristallo o di murra o in un calice di Tivoli o nel cavo della mano. 4 Di ogni cosa guarda il fine e tralascerai quelle superflue. La fame si fa sentire: afferro la prima cosa che mi càpita; sarà proprio la fame a rendermi gradito qualunque cibo io prenda. Chi ha fame, non rifiuta niente.

5 Vuoi, dunque, sapere che cosa mi è piaciuto? Questa massima che mi sembra eccellente: "Il saggio è il più accanito ricercatore delle ricchezze naturali." "Tu mi regali un piatto vuoto," dici. "Ma che cos'è? Avevo già preparato le casse e cercavo in quale mare mi sarei dato al commercio, quale appalto assumere, che merci importare. Questo è un inganno: promettere la ricchezza e predicare la povertà." E così, secondo te, è povero l'uomo a cui non manca nulla? "Per merito suo," ribatti, "e della sua pazienza, non della sorte." Perciò dunque, se a uno non può venir meno la ricchezza, non lo giudichi ricco? 6 Preferisci avere molto o quanto basta? Chi possiede molto desidera di più, e questa è la prova che non possiede ancòra abbastanza; chi possiede abbastanza ha raggiunto una cosa che mai tocca a un ricco: la fine dei desideri. Oppure per te non sono ricchezze perché per esse nessuno è mai stato proscritto? Perché nessuno è mai stato avvelenato dalla moglie o dal figlio? Perché sono sicure in guerra? E tranquille in tempo di pace? Perché il loro possesso non è pericoloso e non è faticoso amministrarle?

7 "Ma non possiede molto chi semplicemente non soffre il freddo, né ha fame o sete." Giove non possiede di più. Non è mai poco quello che basta e non è mai molto ciò che non basta. Dopo aver sconfitto Dario e gli Indiani, Alessandro è sempre povero. Non è forse vero? Cerca nuove conquiste, esplora mari sconosciuti, invia nell'oceano nuove flotte e vuole quasi infrangere le barriere che cingono il mondo. 8 Ciò che basta alla natura non basta all'uomo. C'è chi desidera ancòra qualcosa dopo aver avuto tutto: tanta è la cecità mentale e a tal punto ciascuno dimentica i propri primi passi, una volta raggiunto il successo. L'uomo che poco prima dominava, non senza contrasti, un oscuro, piccolo territorio, raggiunto l'estremo limite del mondo, si rammarica di ritornare attraverso la terra ormai sua. 9 Il denaro non ha mai reso ricco nessuno, anzi ha suscitato in tutti una cupidigia maggiore. Ne chiedi il motivo? Chi più possiede è in condizione di possedere ancòra di più. Ebbene, nominami pure chi vuoi tra quanti sono considerati alla pari di Crasso e Licino; porti il registro dei suoi averi e faccia pure la somma di quanto possiede e di quanto spera di possedere: costui, per me, è povero; per te, può esserlo. 10 Chi, invece, si conforma alle esigenze della natura, la povertà non solo non la sente, ma nemmeno la teme. Sappi, tuttavia, che è molto difficile ridurre le proprie ricchezze nei limiti voluti dalla natura: proprio quella persona che abbiamo limitato, che tu chiami povera, possiede anche qualcosa di superfluo. 11 Eppure le ricchezze accecano la massa e l'attraggono, se da una casa esce molto denaro contante, se anche il tetto è ricoperto d'oro, se la servitù è prestante fisicamente ed è ben vestita. La felicità di costoro è tutta esteriore: l'uomo che abbiamo sottratto al condizionamento della gente e della fortuna, invece, è felice dentro. 12 Questi individui, chiamati a torto ricchi e in realtà poveri, pieni di cose da fare, hanno la ricchezza come noi diciamo di avere la febbre: in realtà è la febbre che ha noi. Spesso diciamo anche all'opposto: "Lo ha preso la febbre"; analogamente bisognerebbe dire: "Lo ha preso la ricchezza."

La raccomandazione principale che vorrei farti e che non si fa mai abbastanza a nessuno, è di prendere sempre come misura i desideri naturali, soddisfarli ti costerà poco o niente: bada solo a non confondere i vizi con i desideri. 13 Vuoi sapere su quale tavola, con che argenteria, da quali servitori tutti uguali e con la pelle liscia debba essere servito il cibo? La natura richiede solo il cibo.

Forse che, quando la sete ti brucia la gola, domandi coppe d'oro? E quando hai fame disdegni tutto tranne il pavone o il rombo?

 

14 La fame non chiede molto, basta saziarla; del come non si cura troppo. È la malaugurata intemperanza a dare questi tormenti: cerca come aver fame anche dopo essersi saziata, e non come riempire lo stomaco, ma come rimpinzarlo, come far ritornare la sete placata con la prima coppa. Perciò Orazio dice bene che alla sete non importa in quale tazza o con quanta eleganza venga servita l'acqua. Se pensi che sia importante che ti serva uno schiavo dai capelli lunghi e che il bicchiere sia splendente, significa che non hai sete. 15 Il vantaggio maggiore che tra gli altri ci ha dato la natura è di aver tolto al bisogno ogni schifiltosità. Solo il superfluo consente di scegliere: questo è poco conveniente, quest'altro poco sfarzoso, questo offende i miei occhi. Dio, quando ha creato l'universo e ci ha dato le norme di vita, si è preoccupato della nostra sopravvivenza, e non della nostra schifiltosità: tutto è pronto e a portata di mano per vivere; soddisfare i nostri piaceri, invece, ci costa affanni e sofferenze. 16 Usufruiamo, dunque, di questo grande beneficio della natura e pensiamo che il suo maggior merito nei nostri confronti consiste nel poter prendere senza disgusto quello di cui abbiamo necessità. Stammi bene.

 

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1 Nella tua lettera tocchi diversi piccoli problemi, ma ti soffermi su uno in particolare e vuoi che venga risolto: come, cioè, abbiamo raggiunto la cognizione del bene e dell'onesto. Per altri filosofi questi sono due concetti diversi, per noi soltanto distinti. Ecco di che si tratta. 2 Alcuni ritengono che il bene coincida con l'utile. Perciò dànno questo nome alla ricchezza, al cavallo, al vino, alle scarpe. Tanto è scarso il valore che attribuiscono al bene e tanto in basso è sceso! Per loro è onesto ciò che concorda con un giusto concetto di dovere, come prendersi amorevolmente cura del vecchio padre, aiutare l'amico povero, comportarsi con valore in una spedizione militare, parlare con saggezza e moderazione. 3 Per noi sono due cose distinte, ma con un unico fondamento. È un bene solo ciò che è onesto; e l'onesto è senz'altro un bene. Ritengo superfluo aggiungere quale differenza ci sia tra loro, dal momento che l'ho ripetuto spesso. Dirò solo questo: noi non pensiamo che sia un bene ciò di cui si può fare anche un cattivo uso; e tu vedi quanti fanno cattivo uso della ricchezza, della nobiltà, della forza.

Ritorno ora all'argomento di cui vuoi che si parli, ossia come abbiamo acquistato la prima cognizione del bene e dell'onesto. 4 Non ha potuto insegnarcela la natura: essa ci ha dato i semi della scienza, non la scienza. Certi sostengono che questa cognizione l'abbiamo acquisita per caso, ma è inverosimile che la virtù ci sia arrivata per caso. Secondo noi, l'ha originata l'osservazione e il confronto di fatti ricorrenti; gli Stoici ritengono che si sia arrivati a comprendere l'onesto e il bene per analogia. Poiché i grammatici latini hanno riconosciuto a questa parola il diritto di cittadinanza, penso che non si debba scartarla, anzi va riportata alla cittadinanza che le è propria. Me ne servirò, dunque, non solo come di un termine acquisito, ma ormai di uso comune. Ti spiegherò ora cos'è l'analogia. 5 Conoscevamo la salute del corpo: in base a essa pensammo che ve ne fosse anche una dell'anima. Conoscevamo le forze fisiche: partendo da esse abbiamo concluso che ci fosse anche una forza spirituale. Certe azioni generose o piene di umanità o di coraggio ci hanno sbalordito: abbiamo cominciato ad ammirarle come immagini di perfezione. A esse si accompagnavano molti vizi nascosti dalla bellezza e dallo splendore di un'azione insigne: questi abbiamo finto di non vederli. La natura ci porta a ingigantire le azioni degne di lode, tutti esaltano un gesto glorioso al di là della verità: da qui, dunque, abbiamo derivato l'immagine di un bene smisurato. 6 Fabrizio rifiutò l'oro di Pirro: per lui poter disprezzare le ricchezze di un re valeva più di un regno. Lui stesso, quando il medico di Pirro promise che avrebbe avvelenato il re, avvertì Pirro di guardarsi dal tradimento. Fu un segno della medesima nobiltà d'animo non farsi vincere dall'oro e non voler vincere col veleno. Abbiamo ammirato quell'uomo straordinario, che non si è lasciato piegare dalle promesse di un re, né da quelle fatte contro un re, tenace esempio di virtù, e cosa difficilissima, onesto anche in guerra; per lui certe azioni erano illecite pure contro i nemici, e nella sua estrema povertà, di cui andava orgoglioso, ricusò sia la ricchezza che il veleno. "Vivi," disse, "per merito mio, Pirro, e rallégrati per ciò di cui prima ti dolevi: Fabrizio è incorruttibile." 7 Orazio Coclite da solo sbarrò lo stretto passaggio del ponte e ordinò che gli fosse tagliata alle spalle la via del ritorno, pur di impedire l'accesso ai nemici, e resistette al lungo assalto, finché sentì crollare le travi a pezzi. Guardò indietro e quando si accorse che la patria era fuori pericolo a prezzo del suo pericolo personale, gridò: "Venga, chi vuole seguirmi, per questa via", e si gettò a capofitto nel Tevere; preoccupandosi di salvare dai gorghi del fiume tanto le armi quanto la vita, riuscì a mantenere l'onore delle armi vittoriose e ritornò sicuro come se fosse venuto dal ponte. 8 Queste e altre azioni simili ci hanno dato l'immagine della virtù.

Aggiungerò un'affermazione che può sembrare strana: a volte i mali si presentano sotto l'apparenza dell'onestà e il bene supremo emerge dal suo contrario. Ci sono, infatti, come sai, vizi che confinano con la virtù; e anche azioni disoneste e infami apparentemente somigliano al bene: così il prodigo si spaccia per liberale, pur essendoci una grande differenza tra chi sa dare e chi non sa conservare. Ci sono molte persone, caro Lucilio, che non donano, ma gettano: non posso chiamare liberale uno che ha in odio il proprio denaro. L'indifferenza somiglia alla condiscendenza, la temerità al coraggio. 9 Questa somiglianza ci ha costretto a fare attenzione e a distinguere fatti apparentemente affini, ma molto diversi tra loro nella sostanza. Osservando quegli uomini resi famosi da qualche gloriosa impresa, abbiamo cominciato a notare chi aveva agito con magnanimità e slancio, ma in una sola occasione. Si è visto che uno era coraggioso in guerra, ma vile nel foro, che sopportava con fermezza la povertà, ma era debole di fronte al disonore: abbiamo lodato l'impresa, ma disprezzato l'uomo. 10 Abbiamo notato che un altro era benevolo verso gli amici, moderato verso i nemici, irreprensibile e virtuoso sia nella vita pubblica che in quella privata; paziente nel sopportare e saggio nell'agire. Lo abbiamo visto donare a piene mani quando occorreva essere liberali; tenace, risoluto e capace di ovviare alla stanchezza fisica con le risorse dello spirito nella fatica. Inoltre era sempre uguale a se stesso in ogni sua azione, istintivamente onesto e arrivato con l'abitudine alla virtù al punto non solo di agire correttamente, ma di non poter agire se non correttamente. 11 Abbiamo compreso che in lui la virtù era perfetta. La virtù poi, l'abbiamo suddivisa in sezioni: bisognava frenare le passioni, reprimere le paure, decidere con saggezza il da farsi, dare a ciascuno il suo: abbiamo capito cos'è la temperanza, la fortezza, la saggezza, la giustizia e abbiamo attribuito a ciascuna i suoi còmpiti. Da che cosa, dunque, ci è derivato il concetto di virtù? Ce lo hanno indicato l'ordine, la bellezza, la fermezza che le sono proprie, l'armonia di tutte le sue azioni tra loro, e la sua grandezza che si solleva al di sopra di tutto. Da qui è nata l'idea della vita felice che scorre propizia, interamente padrona di sé. 12 E come siamo arrivati a questa idea? Ecco: l'uomo perfetto che ha raggiunto la virtù non si è mai scagliato contro la fortuna, non si è lasciato affliggere dalle disgrazie: le ha subite come fatiche impostegli, sentendosi cittadino dell'universo e soldato. Le avversità di ogni tipo non le ha rifiutate come un male assegnatogli dalla sorte, ma le ha accolte come un impegno: "Comunque sia la situazione, è affar mio; è dura, è difficile, devo impegnarmi a fondo." 13 Non poteva, perciò, non apparire grande l'uomo che non ha mai pianto sui suoi mali e non si è lamentato mai del suo destino; si è fatto comprendere da molti, ha brillato come una fiaccola nelle tenebre e si è attirato la benevolenza generale col suo carattere mite e moderato, ugualmente giusto con gli uomini e con gli dèi. 14 Aveva un animo perfetto e giunto al massimo livello, oltre il quale c'è solo lo spirito divino, di cui una parte è discesa anche nell'anima mortale; e proprio quando medita sulla sua mortalità e si rende conto che l'uomo è nato per morire, l'anima rivela di essere divina: questo corpo non è la sua casa, ma solo un albergo, e per un breve soggiorno, e bisogna lasciarlo quando ci si accorge di essere sgraditi all'ospite.

15 Per me, caro Lucilio, la prova più lampante della provenienza dell'anima da una sede più elevata è che ritiene di trovarsi in una condizione ignobile e misera e non teme di uscire da questa vita: chi ricorda la propria origine, sa dove andrà a finire. Non vediamo forse quanti disagi ci tormentano, come a noi mal si adatti questo corpo? 16 Ora lamentiamo mal di testa, ora di pancia, ora di petto e di gola; a volte ci fanno soffrire i nervi, a volte i piedi, ora la diarrea, ora il catarro; ci càpita di avere un flusso eccessivo, oppure insufficiente di sangue: siamo sbattuti e gettati qua e là, come succede a chi non abita in casa propria. 17 Eppure, benché ci sia toccato in sorte un corpo tanto guasto, facciamo progetti senza termine e spingiamo le nostre speranze fino all'estremo limite della vita, e non c'è denaro, né potere che ci contenti. È un atteggiamento veramente sfacciato e stupido. Non ci basta niente: eppure siamo destinati a morire, anzi stiamo morendo; ogni giorno ci avviciniamo all'ultimo giorno e ogni ora ci spinge a quell'istante da cui dovremo precipitare nella morte. 18 Vedi la nostra cecità mentale! Quello che definisco futuro accade ora, anzi, in gran parte è già accaduto: il tempo che abbiamo vissuto è là dove era prima che lo vivessimo. Sbagliamo a temere l'ultimo giorno: ogni giorno concorre in egual misura alla morte. La nostra fine non la segna quel gradino su cui cadiamo: la rende solo evidente; alla morte ci porta l'ultimo giorno, ma tutti ci avvicinano a essa; la morte ci consuma giorno per giorno, non ci trascina via all'improvviso. Perciò un'anima grande, conscia della sua natura superiore cerca di comportarsi con onestà e con impegno in questa dimora in cui è stata posta; e non ritiene suo niente di quanto la circonda, ma, simile a un viaggiatore frettoloso, ne fa uso come se lo avesse in prestito.

19 Vedendo un uomo così coerente, era inevitabile che ci colpisse la vista di un'indole fuori del comune; soprattutto se la sua coerenza mostrava, come ho detto, che questa era vera grandezza. Il vero è costante, il falso discontinuo. Certi sono a volte Vatinii, a volte Catoni; e ora giudicano poco austero Curio, poco povero Fabrizio, poco frugale e parco Tuberone, ora invece gareggiano con Licino nella ricchezza, con Apicio nei banchetti, con Mecenate nei piaceri. 20 Che un'anima è corrotta lo prova inequivocabilmente la sua instabilità, l'ondeggiare continuo tra la simulazione della virtù e l'amore dei vizi.

Aveva ora duecento, ora dieci servi, ora parlava di grandi cose, di re e di tetrarchi, ora diceva "mi basta un tavolo a tre piedi e una conchiglia di sale schietto, una toga anche rozza, che possa difendermi dal freddo", ma se tu avessi dato un milione di sesterzi a quest'uomo parco e contento di poco, entro cinque giorni non avrebbe avuto più un soldo.

 

21 Ci sono molti uomini uguali a questo descritto da Orazio Flacco, una persona mai uguale e neppur simile a se stessa, tale è la sua incoerenza. Ho detto molti? In realtà sono così quasi tutti. Ognuno cambia ogni giorno idee e desideri: ora vuole una moglie, ora un'amante, ora si atteggia a re, ora non c'è schiavo più servizievole di lui, ora è tronfio e detestabile, ora si abbassa e si riduce al di sotto degli umili, ora spreca il denaro, ora lo rapina. 22 Ecco come si rivela un animo sconsiderato: passa da un atteggiamento all'altro, e, quello che per me è più vergognoso, non è mai coerente con se stesso. Credi: è una gran cosa che un uomo sia sempre lo stesso. Ma nessuno, eccetto il saggio, è così, noi tutti siamo mutevoli. Ora ti sembreremo frugali e seri, ora prodighi e frivoli; cambiamo spesso maschera e ne indossiamo una opposta a quella che ci siamo tolti. Imponiti, dunque, di mantenerti fino alla morte quale hai deciso di essere; fa' in modo di meritare lodi, o almeno di essere riconosciuto. Di qualcuno che hai visto ieri potresti giustamente chiederti: "Chi è costui?", tanto è cambiato. Stammi bene.

 

121

1 Nascerà una discussione, lo so bene, quando ti esporrò una questioncella su cui oggi mi sono soffermato a lungo; griderai ripetutamente: "Che c'entra questo con la morale?" Grida pure: io prima ti opporrò altri avversari, Posidonio e Archidemo - non rifiuteranno di essere chiamati in causa - e poi ti dirò: non tutto ciò che è in rapporto con la morale influisce sulla moralità. 2 Ci sono questioni che riguardano l'alimentazione dell'uomo, altre il lavoro, il vestire, l'insegnamento, lo svago; toccano tutte l'uomo, anche se non tutte lo rendono migliore. Ce ne sono poi altre che riguardano la moralità, ognuna in maniera diversa: certe la correggono e la regolano, certe studiano la sua natura e la sua origine. 3 Quando ricerco perché la natura abbia generato l'uomo, perché lo abbia privilegiato rispetto agli altri animali, secondo te ho lasciato da parte il problema morale? Certamente no. Come saprai qual è la condotta da seguire, se non troverai cos'è il meglio per l'uomo, se non ne studierai la natura? Le cose da fare e quelle da evitare, le capirai quando avrai imparato quali siano i tuoi naturali doveri. 4 "Io," dici, "voglio imparare ad avere meno desideri, meno timori. Liberami dalla superstizione; insegnami che è fugace e vana la cosiddetta felicità: la si inverte molto facilmente aggiungendo una sillaba." Soddisferò il tuo desiderio: stimolerò le virtù e flagellerò i vizi. Mi giudichino pure eccessivo e smodato su questo argomento, ma io continuerò a perseguitare la depravazione, a reprimere le passioni più violente, a frenare i piaceri destinati a tramutarsi in dolore, a dichiarare la mia condanna contro i desideri dell'uomo. E perché no? Abbiamo desiderato i mali peggiori, ce ne siamo compiaciuti e ne è nato quello su cui discutiamo.

5 Intanto permettimi di prendere in considerazione dei problemi che possono sembrare un po' troppo lontani dal nostro argomento. Ci chiedevamo se tutti gli animali avessero coscienza della loro natura. Che sia così lo dimostra il fatto che i loro movimenti sono appropriati e spediti come se le membra fossero esercitate; tutti hanno una grande agilità fisica. L'artigiano maneggia con facilità i suoi attrezzi, il pilota dirige abilmente il timone della nave, il pittore distingue sùbito i numerosi e diversi colori che si è messo davanti per fare un ritratto e passa facilmente con lo sguardo e con le mani dalla cera al quadro; con la stessa rapidità gli animali fanno uso dei loro arti. 6 Ammiriamo i mimi perché sono abili a interpretare con le mani tutte le situazioni e i sentimenti, e i loro gesti uguagliano la velocità delle parole: questo in loro è frutto di arte, nell'animale di qualità naturali. Nessuno fatica a muovere le membra, nessuno è incerto nell'usare le proprie capacità. Lo fanno sùbito appena nati; vengono al mondo con queste cognizioni; nascono ammaestrati. 7 Si ribatte: "Gli animali muovono le loro membra nel modo giusto, perché se le muovessero diversamente sentirebbero dolore. Come dite voi, sono costretti, ed è la paura, non la volontà, a determinare i loro corretti movimenti." Non è vero; i movimenti fatti per necessità sono cauti, quelli spontanei sono agili. Non è la paura di soffrire che costringe gli animali: essi tendono ai movimenti naturali, anche se sono impediti dal dolore. 8 Così il bimbo che tende a star dritto e si abitua a reggersi in piedi, appena comincia a provare le sue forze, cade e ogni volta si rialza piangendo finché attraverso la sofferenza arriva a compiere i movimenti naturali. Certi animali dal dorso rigido, se si rovesciano, si contorcono a lungo, tirano fuori le zampe e si piegano su un fianco finché non si rimettono a posto. La tartaruga non soffre se è supina, tuttavia smania e vuole riprendere la sua posizione naturale, e non smette di tentare e di agitarsi finché non si rimette dritta. 9 Tutti gli animali hanno, quindi, coscienza della loro natura, perciò muovono così speditamente le membra: e la prova più evidente che nascono con questa nozione sta nel fatto che tutti gli animali conoscono l'uso delle loro capacità.

10 "La costituzione," ribattono, "come dite voi, è l'elemento fondamentale dell'anima nell'atteggiamento che assume nei confronti del corpo. Come può un neonato capire un concetto così complesso e sottile, che voi stessi riuscite a spiegare a stento? Bisognerebbe che tutti gli animali nascessero maestri di dialettica per comprendere questa definizione oscura a gran parte delle persone istruite." 11 L'obiezione sarebbe giusta se io dicessi che gli animali comprendono la definizione di costituzione, non la costituzione in se stessa. La natura è più facile capirla che spiegarla. Pertanto il neonato non conosce l'essenza della sua costituzione, ma conosce la sua costituzione; e non sa che cosa sia un animale, ma sente di essere un animale. 12 Inoltre, la sua stessa costituzione può comprenderla solo in maniera grossolana, per sommi capi e confusamente. Anche noi sappiamo di avere un'anima, ma non ne conosciamo l'essenza, la sede, la natura e l'origine. Come noi abbiamo coscienza della nostra anima, sebbene ne ignoriamo la natura e la sede, così tutti gli animali hanno coscienza della loro costituzione. Devono avere coscienza di quell'elemento attraverso il quale percepiscono anche le altre cose; devono avere coscienza di ciò a cui obbediscono e che li governa. 13 Ciascuno di noi comprende che esiste un qualcosa che determina i suoi impulsi: ma ignora che cosa sia. Sa di avere un istinto, ma non sa quale sia e da dove nasca. Così anche i neonati e gli animali non hanno una coscienza sufficientemente limpida e chiara della loro essenza.

14 "Voi sostenete," ribattono, "che ogni animale si adatta sùbito alla sua costituzione; la costituzione dell'uomo è razionale e perciò l'uomo si adatta a se stesso non come a un animale, ma come a un essere razionale: l'uomo è caro a sé per quell'elemento che lo fa uomo. Come, dunque, il neonato può adattarsi alla sua costituzione di essere razionale, se non è ancora in grado di ragionare?" 15 Ogni età ha una sua costituzione, quella del neonato, del bambino, del giovane, del vecchio sono diverse: tutti si adattano alla costituzione in cui si trovano. Il neonato è senza denti: si adatta a questa sua costituzione. Gli spuntano i denti: si adatta a questa nuova costituzione. Anche l'erba che si trasformerà in messe e grano, quando è tenera e spunta appena dal solco, ha una costituzione; ne assume, poi, un'altra quando è cresciuta e si erge sullo stelo ancòra cedevole, ma capace di sopportare il suo peso, e un'altra ancòra, quando, oramai bionda e con la spiga dura, aspetta di essere portata sull'aia: qualunque costituzione assuma, la mantiene e vi si adatta. 16 L'infanzia, la fanciullezza, la giovinezza e la vecchiaia sono età diverse; e tuttavia io sono lo stesso che fui bambino, fanciullo, adolescente. Così, benché ogni età abbia una diversa costituzione, l'adattamento alla sua costituzione è sempre lo stesso. La natura non mi affida il fanciullo o il giovane o il vecchio, ma me stesso. Il neonato, dunque, si adatta alla sua attuale costituzione di neonato, non a quella futura di giovane: anche se deve passare a uno stadio superiore, non significa che lo stadio in cui è nato non sia secondo natura. 17 L'animale per prima cosa si adatta a sé, poiché ci deve essere un punto di riferimento per tutto il resto. Aspiro al piacere; per chi? Per me; quindi mi curo di me stesso. Fuggo il dolore; per chi? Per me; quindi mi curo di me stesso. Se faccio tutto per curarmi di me stesso, antepongo a tutto la cura di me stesso. Tutti gli animali hanno questo istinto che non viene dall'esterno, ma è innato. 18 La natura genera i suoi figli e non li abbandona, e poiché la difesa più sicura viene da chi è più vicino, ciascuno è affidato a se stesso. Perciò come ho detto nelle lettere precedenti, gli animali, anche giovani, appena usciti dall'utero materno o dall'uovo, sanno sùbito che cosa li minacci ed evitano i rischi mortali; gli animali preda degli uccelli rapaci ne temono anche l'ombra quando questi passano in volo. Non c'è animale che nasca senza la paura della morte.

19 "Come può" ci si domanda, "un animale appena nato capire se una cosa è salutare o mortifera?" Prima di tutto bisogna chiedersi se capisce, e non come capisce. Che essi capiscano si evince dal fatto che si comportano come se capissero. Perché la gallina non fugge il pavone o l'oca, ma lo sparviero, che nemmeno conosce e che è tanto più piccolo? Perché i pulcini temono il gatto e non il cane? È chiaro che hanno innato il senso del pericolo: se ne guardano prima di poterlo sperimentare. 20 Inoltre, questo comportamento non è casuale; temono solo quello che devono e non dimenticano mai di difendersi con circospezione: fuggono costantemente dal pericolo. E poi non diventano più pavidi nel corso della loro esistenza; è, quindi, evidente che non è l'esperienza a renderli tali, ma un naturale istinto di conservazione. L'insegnamento dell'esperienza arriva tardi ed è diverso da essere a essere: il bagaglio di nozioni naturali è uguale per tutti e immediato. 21 Ma, se proprio vuoi, ti spiegherò come ogni animale sia portato a riconoscere il pericolo. Sente di essere fatto di carne e percepisce, perciò che cosa può tagliare o bruciare o schiacciare la carne, e quali sono gli animali in grado di nuocere: di questi si forma un'immagine nemica e ostile. Si tratta di due istinti strettamente legati tra loro; infatti, non appena l'animale si adatta alla sua conservazione, ricerca quello che può giovargli, teme ciò che può danneggiarlo. L'impulso verso l'utile è naturale, come naturale è l'avversione alle cose nocive; i comandi della natura vengono attuati, ma non è la riflessione a dettarli, non sono frutto di un calcolo. 22 Non vedi con quanta precisione le api plasmano la loro casa, con quanta generale concordia attendono alla loro parte di lavoro? Non vedi che nessun uomo può imitare la tela del ragno, quanto sia laborioso disporne i fili - alcuni diritti per creare un sostegno, altri sistemati in cerchio da più fitti a più radi - e come vi rimangano impigliati, quasi in una rete, gli animali più piccoli, contro cui sono stati tesi? 23 Quest'arte è innata, non si impara. Perciò non c'è un animale più esperto di un altro: vedrai che le tele dei ragni sono uguali, e uguali sono nei favi tutti i fori. L'insegnamento che ci viene da un'arte è incerto e disuguale: uguale è invece quello che ci dà la natura. Essa insegna solo un'abile difesa di se stessi, perciò gli animali incominciano contemporaneamente a imparare e a vivere. 24 Non è strano che nascano con quelle capacità senza le quali non potrebbero sopravvivere. E per sopravvivere il primo mezzo che la natura ha dato loro è proprio la capacità di adattamento e l'amore di sé. Non avrebbero potuto sopravvivere, se non lo volessero; e la volontà da sola non servirebbe a niente, ma senza di essa niente sarebbe servito. Non c'è essere che si disprezzi o si trascuri; anche gli animali muti e privi di ragione per quanto tardi in tutto il resto, quando è in gioco la vita, sono scaltri. Vedrai che esseri inutili agli altri non trascurano se stessi. Stammi bene.

 

122

1 Le giornate si sono ormai accorciate; sono molto più brevi, eppure c'è ancora tempo sufficiente se ci si alza, come dire, col giorno. Più zelante e lodevole è chi lo aspetta in piedi e vede l'alba: è vergognoso che uno, col sole già alto, se ne stia a letto dormicchiando e si svegli a mezzogiorno; per molte persone questa è ancòra un'ora antelucana! 2 C'è gente che scambia la notte per il giorno e non apre gli occhi appesantiti dalla baldoria della sera precedente prima che si faccia buio. Inversa alla nostra è la condizione di quegli uomini che la natura, come scrive Virgilio, ha collocato agli antipodi:

Quando Oriente coi cavalli ansanti ci alita addosso, per loro Vespero rosseggiante accende tarde luci.

Così nel caso di costoro inversa alla nostra è la loro vita, non la regione. 3 Ci sono nella medesima città degli uomini agli antipodi che, come dice Catone, non hanno mai visto il sorgere o il tramontare del sole. Secondo te sanno come vivere, se non sanno neppure quando? E costoro temono la morte, quando sono dei sepolti vivi? Portano male come gli uccelli notturni. Anche se passano le notti tra il vino e i profumi, anche se trascorrono tutto il tempo della loro veglia a rovescio in pranzi di molte portate ben cotte, non banchettano, ma celebrano il proprio funerale. Per i morti almeno i funerali si celebrano di giorno. Però per dio, se uno si dà da fare, il giorno non è mai lungo. Allunghiamo la vita: l'agire ne è il dovere e la base. Limitiamo la notte e trasferiamone una parte nel giorno. 4 I volatili destinati ai banchetti vengono tenuti chiusi al buio, perché nell'immobilità ingrassino facilmente; così, stando fermi senza muoversi mai, il loro corpo impigrito si gonfia e un grasso molliccio cresce sulle loro membra. Il fisico di questi uomini che si sono votati alle tenebre è ripugnante a vedersi: hanno un colorito più impressionante del pallore degli ammalati: sono bianchicci, deboli e fiacchi; sono vivi, ma la loro carne è morta. E tuttavia questo è il male minore: quanto più fitte sono le tenebre della loro anima! È istupidita, avvolta nell'oscurità più dei ciechi. Chi mai ha avuto gli occhi per vivere al buio?

5 Chiedi come si possa diventare così depravati da aborrire il giorno e trasferire nella notte tutta la propria vita? Tutti i vizi sono contro natura e vengono meno all'ordine prestabilito; l'uomo dissoluto vuol godere di gioie perverse e non solo devia dal retto cammino, ma se ne allontana più che può fino a trovarsi agli antipodi. 6 Secondo te non vivono contro natura quelle persone che bevono a digiuno, che ricevono il vino nelle vene vuote e siedono a tavola già ubriachi? Eppure questo è un vizio frequente nei giovani che vogliono esercitare le forze, e bevono, anzi tracannano, il vino fin sulla soglia del bagno tra i compagni nudi, e si detergono ripetutamente il sudore provocato dalle numerose bevande calde. Bere dopo il pranzo o la cena è da cafoni; lo fanno i villani che non conoscono il vero piacere: loro, invece, godono del vino puro che non galleggia sul cibo, che penetra liberamente fino ai nervi, trovano piacere nell'ubriachezza a digiuno. 7 E quelli che indossano abiti da donna secondo te non vivono contro natura? E quelli che cercano di apparire come giovinetti in fiore, quando ormai la loro stagione è passata? Che c'è di più crudele, di più miserabile? Non diventare mai un uomo per sottostare a lungo a un uomo? E mentre il sesso avrebbe dovuto sottrarli a quella violenza, non li sottrarranno nemmeno gli anni? 8 E non vivono contro natura quelli che vogliono avere le rose d'inverno e con l'impiego di acqua calda e con opportuni trapianti fanno spuntare i gigli nella stagione fredda? Non vivono contro natura quelli che piantano frutteti in cima alle torri? E quelli che sui tetti delle loro case nei punti più alti hanno boschetti ondeggianti: le radici di questi alberi nascono là dove a stento sarebbe potuta arrivare la cima. Non vive contro natura chi getta le fondamenta delle terme nel mare e il nuoto non gli dà piacere se le vasche d'acqua calda non le colpiscono le onde in tempesta? 9 Stabiliscono di voler tutto contro natura, e alla fine se ne allontanano completamente. "Si fa giorno: è ora di dormire. Tutto è tranquillo: facciamo ginnastica ora, facciamo una passeggiata, pranziamo. Oramai è l'alba: è ora di cenare. Non bisogna fare quello che fa il popolo; è squallido vivere la solita vita ordinaria. Abbandoniamo il giorno come lo vivono tutti gli altri: per noi deve esserci un mattino speciale." 10 Costoro per me sono come morti; quanto sono vicini alla fine e anche prematura, vivendo alla luce di fiaccole e ceri!

Ricordo che in uno stesso periodo furono molti a condurre questo tipo di vita; tra costoro c'era anche un ex pretore, Acilio Buta; dopo aver dilapidato un ingente patrimonio, quando confidò a Tiberio la sua povertà, questi gli rispose: "Ti sei svegliato tardi." 11 Giulio Montano, un poeta discreto, noto per l'amicizia e la successiva inimicizia con Tiberio, era solito leggere le sue poesie. Spessissimo vi cacciava in mezzo albe e tramonti; una volta un tale, seccato che costui avesse recitato i suoi versi per un giorno intero, sosteneva che non si dovesse più andare alle sue letture, e Natta Pinario disse: "Posso forse comportarmi più gentilmente? Sono pronto ad ascoltarlo dall'alba al tramonto." 12 Una volta egli aveva letto questi versi:

Febo comincia a emettere fiamme ardenti e la luce rosseggiante a diffondersi; già la mesta rondine tornando più volte ai nidi pigolanti comincia a portare il cibo e lo distribuisce delicatamente col becco.

E Varo, cavaliere romano, amico di M. Vinicio, frequentatore assiduo di cene prelibate che si guadagnava con la sua maldicenza, esclamò: "E Buta comincia a dormire." 13 Poi, sùbito dopo, quando ebbe recitato questi altri versi:

Ormai i pastori hanno rinchiuso gli armenti nelle stalle, ormai la pigra notte comincia a spargere il silenzio sulle terre addormentate.

Varo di nuovo aggiunse: "Come? È già notte? Andrò a dare il buongiorno a Buta."

Era ben nota la sua vita contraria alla normalità; e, come ho detto, in quel periodo erano in molti a vivere così. 14 Certi lo fanno non perché pensino che la notte sia più piacevole, ma perché non apprezzano ciò che è consueto; e poi, chi ha la coscienza sporca non gradisce la luce, e chi è abituato a desiderare o a disdegnare le cose a seconda che il prezzo sia alto o basso, ha ripugnanza per la luce che non costa niente. Inoltre, questi uomini dissoluti vogliono che della loro vita si parli mentre sono ancòra in vita; se passano sotto silenzio, pensano di sciupare il proprio tempo. Perciò a volte agiscono in modo da suscitare vasta eco. Molti sperperano i loro beni, molti hanno delle amanti: per farsi un nome tra costoro non basta la dissolutezza, bisogna distinguersi; in una società così affaccendata una ordinaria perversità non fa nascere chiacchiere. 15 Pedone Albinovano, elegantissimo narratore, ci raccontava una volta di aver abitato sopra l'abitazione di Sesto Papinio, uno di questa compagnia di nottambuli. "Verso le nove di sera," dice, "sento schioccare la frusta. Chiedo che stia facendo: mi rispondono che si fa fare i conti. Verso mezzanotte sento delle grida concitate. Chiedo che accada: mi dicono che esercita la voce. Verso le due chiedo che significhi quel rumore di ruote: mi riferiscono che va a passeggio. 16 All'alba sento correre, chiamare gli schiavi, agitarsi i cantinieri e i cuochi. Domando che accada: mi rispondono che ha chiesto vino mielato e orzata ed è appena uscito dal bagno. 'Il suo pranzo, allora, durava più di una giornata?' No; viveva molto frugalmente; non consumava niente altro che la notte." Perciò Pedone a chi lo definiva gretto e avaro, rispondeva: "Chiamatelo anche nottambulo."

17 Non devi stupirti di trovare tante varietà di vizi: sono diversi, hanno innumerevoli forme, non si possono classificare tutti. La ricerca del bene è semplice, quella del male complessa e assume sempre nuove deviazioni. Lo stesso accade per i modi di vivere: se conformi a natura sono semplici, liberi e presentano scarse differenze; se perversi, sono in contrasto tra loro e con se stessi. 18 Tuttavia, la causa prima di questa corruzione sta per me nel disgusto per la vita normale. Si distinguono dagli altri per l'eleganza, per la raffinatezza delle cene, per il lusso delle carrozze, e allo stesso modo vogliono differenziarsi anche per l'uso del tempo nelle sue successioni. Per loro una cattiva reputazione è il premio dei loro vizi, perciò non vogliono commettere i peccati soliti. E tutti questi che, per così dire, vivono al contrario, cercano appunto una cattiva reputazione. 19 Perciò Lucilio mio, dobbiamo seguire la vita segnata dalla natura, senza allontanarcene: se uno la percorre, tutto gli diventa facile e comodo; se va in senso contrario, vive come se remasse controcorrente. Stammi bene.

 

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1 Sfinito da un viaggio più scomodo che lungo arrivo nella mia villa di Alba a notte alta: non trovo niente di pronto tranne il mio stomaco. Perciò stanco mi getto sul divano, senza prendermela per il ritardo del cuoco e del fornaio. Se una cosa si prende alla leggera, mi dico, non è grave e niente dovrebbe mandarci in collera, purché non lo ingrandiamo noi stessi col nostro sdegno. 2 Il mio fornaio non ha pane; ne hanno, però il fattore, il custode, il colono. "Pane cattivo," dirai. Aspetta: diventerà buono; la fame renderà morbido e bianco anche questo. Perciò non bisogna mangiare finché la fame non lo comanda. Aspetterò dunque, e non mangerò prima di avere un buon pane oppure di non provare più disgusto per quello cattivo. 3 Abituarsi al poco è necessario: anche chi è ricco e ha tutto si troverà in luoghi e circostanze sfavorevoli che impediranno la soddisfazione dei suoi piaceri. Nessuno può avere tutto quello che vuole, ma può non volere quello che non ha e godere delle gioie che gli si offrono. Gran parte della libertà consiste in un ventre moderato e capace di sopportare gli stenti. 4 Non si può immaginare quanto piacere mi dia il sentire che la stanchezza se ne va da sé; non cerco né massaggiatori, né bagni, unico rimedio è il tempo: il riposo elimina le conseguenze della fatica. Una cena qualunque sarà più piacevole di un banchetto inaugurale. 5 [...] Ho messo, dunque, il mio animo alla prova all'improvviso e perciò ne ho tratto un'esperienza più schietta e vera. Se l'animo si prepara e si impone di essere paziente, la sua reale fermezza non è chiara. Le prove più sicure sono quelle improvvise: se di fronte ai dispiaceri non è solo rassegnato, ma tranquillo; se non dà in escandescenze e non attacca briga; se supplisce a ciò che avrebbe dovuto ricevere non desiderandolo, e pensa che manchi qualcosa alle sue abitudini, ma non a lui stesso.

6 Dell'inutilità di molte cose ci accorgiamo solo quando cominciano a mancare: le usiamo non per bisogno, ma perché le abbiamo. E quante cose, poi, ci procuriamo perché le hanno gli altri o perché le posseggono quasi tutti! Ecco una delle cause dei nostri mali: viviamo imitando il prossimo e non ci facciamo regolare dalla ragione, ma trascinare dall'abitudine. Una cosa che se la facessero in pochi, non vorremmo imitare, quando diventa una moda la seguiamo, quasi fosse più giusta perché è più diffusa; l'errore, quando diventa comune, occupa in noi il posto del bene. 7 Tutti ormai viaggiano come se li precedesse la cavalleria numidica e una schiera di battistrada: sarebbe una vergogna non avere nessuno che faccia scansare i passanti e mostri, alzando un polverone, che arriva un uomo importante! Tutti hanno ormai muli carichi di vasellame di cristallo, di murra, cesellato a mano da grandi artisti: sarebbe una vergogna se sembrasse che nei bagagli porti solo roba infrangibile! Tutti si trascinano dietro giovani schiavi col viso unto di crema perché il sole o il freddo non rovinino la loro pelle delicata: sarebbe una vergogna se nel tuo seguito ci fosse qualche schiavo col viso fresco senza bisogno di creme.

8 Evitiamo di parlare con tutti questi individui, sono loro a trasmettere i vizi e a diffonderli da un posto all'altro. Sembrava che i calunniatori fossero la razza peggiore: e invece ci sono quelli che diffondono i vizi. I loro discorsi sono veramente dannosi: anche se lì per lì non hanno nessun effetto, seminano nella nostra anima i germi del male e ci seguono anche quando ne siamo lontani: il male si svilupperà in seguito. 9 Quando uno ha ascoltato un concerto nelle orecchie gli risuona il ritmo e la soavità di quella musica, che gli impedisce di pensare e di occuparsi di cose serie; così i discorsi degli adulatori e di quanti lodano le cattive azioni ci rimangono impressi anche quando non li sentiamo più. E non è facile liberarsi di quella dolce musica: ci perseguita persistentemente e a intervalli ritorna. Rifiutiamoci, perciò fin dall'inizio di ascoltare quelle parole disoneste, perché la loro audacia aumenta quando prendono piede e noi le accogliamo. 10 Allora si arriva a questi discorsi: "La virtù, la filosofia, la giustizia sono parole vuote e altisonanti; l'unica felicità è vivere bene, mangiare, bere, godersi le ricchezze: questa è vita, questo è ricordarsi che dobbiamo morire. I giorni scorrono via e la vita fugge inesorabile. Abbiamo dei dubbi? A che serve la saggezza e imporsi di essere frugali alla nostra età, mentre ora possiamo godere dei piaceri (in futuro non saremo in grado di farlo), anzi ne sentiamo l'esigenza, e così precedere la morte e privarsi già adesso di tutto quello che essa ci porterà via? Non hai un'amante, non hai un ragazzo che susciti la gelosia dell'amante; ogni giorno ti mostri sobrio; e mangi come se dovessi sottoporre a tuo padre il libro dei conti: questo non è vivere, ma guardare vivere gli altri. 11 Che pazzia avere cura del patrimonio destinato all'erede e privarsi di tutto per farsi di un amico un nemico con una cospicua eredità; la sua gioia per la tua morte sarà proporzionata al lascito. Questi severi e arcigni censori della vita altrui, nemici della propria, precettori universali, non tenerli in nessun conto e non esitare a preferire una buona vita a una buona reputazione." 12 Bisogna fuggire queste voci come quelle davanti a cui Ulisse non volle passare se non legato. Il loro potere è identico: allontanano dalla patria, dai genitori, dagli amici, dalle virtù e ci spingono *** a una vita disonorevole e infelice. Quanto è meglio seguire la retta via e arrivare a gioire solo dell'onestà. 13 E questo intento lo realizzeremo rendendoci conto che sono due le categorie di cose ad attrarci o a respingerci. La ricchezza, i piaceri, la bellezza, l'ambizione e quanto altro c'è di lusinghiero e suadente ci attraggono; ci respingono la fatica, la morte, il dolore, il disonore, un tenore di vita troppo austero. Esercitiamoci, dunque, a non temere le une e a non desiderare le altre. Combattiamo in due modi diversi: ritiriamoci davanti agli allettamenti, affrontiamo le difficoltà. 14 Non vedi come è diversa la posizione di uno che scende e di uno che sale? Chi scende porta il peso del corpo indietro, chi sale si piega in avanti. Portare in avanti il peso del corpo in discesa o portarlo indietro in salita significa, caro Lucilio, tenere una posizione viziata. La strada verso i piaceri è in discesa, quella verso azioni difficili e impegnative è in salita: in questo caso dobbiamo spingere il corpo in avanti, nell'altro frenarlo.

15 Pensi che ora io dichiari pericoloso per le nostre orecchie solo chi loda il piacere e chi ci incute la paura del dolore, cose già di per sé temibili? Secondo me ci nuocciono anche quelle persone che sotto la maschera dello stoicismo ci esortano ai vizi. Vanno dicendo che solo l'uomo saggio e istruito sa amare. "È il solo adatto a quest'arte; ed è pure il più esperto nel bere e nel mangiare in compagnia. Vediamo fino a che età si debbano amare i giovani." 16 Queste abitudini lasciamole ai Greci, noi piuttosto porgiamo le orecchie a queste massime: "Nessuno è onesto per caso: la virtù va imparata. Il piacere è una cosa vile e meschina, di nessun valore, comune anche alle bestie: vi aspirano gli esseri inferiori e più spregevoli. La gloria è cosa vana ed effimera, più instabile dell'aria. La povertà è un male solo per chi non l'accetta. La morte non è un male: chiedi cos'è? La sola legge uguale per tutti gli uomini. La superstizione è pura follia: teme le divinità che dovrebbe amare e profana quelle che venera. Che differenza c'è, infatti, tra il negare gli dèi e il disonorarli?" 17 Queste massime vanno imparate, anzi imparate a memoria: la filosofia non deve fornire scuse al vizio. Non ha speranza di guarire un ammalato se il medico lo spinge all'intemperanza. Stammi bene.

 

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1 Posso riferirti molti precetti degli antichi, se non rifiuti e non ti annoia la conoscenza di cure semplici.

Ma tu non rifiuti e non respingi le minuzie: la tua finezza non si limita alla ricerca dei grandi problemi; così approvo anche la tua volontà di trarre profitto da ogni argomento e il fatto che ti urti solo quando l'eccessiva sottigliezza non porta nessun frutto. Da parte mia cercherò che questo ora non avvenga.

Si discute se il bene si abbracci coi sensi o con la mente; in quest'ultimo caso ne sarebbero esclusi gli animali e i neonati. 2 Tutti quei filosofi che mettono al primo posto il piacere ritengono che il bene sia percettibile; invece per noi, che il bene lo attribuiamo all'anima, è intellegibile. Se a giudicare il bene fossero i sensi, non respingeremmo nessun piacere perché ci allettano e ci attraggono tutti, e d'altra parte non ci sottoporremmo volontariamente a nessun dolore, perché tutti i dolori colpiscono i sensi. 3 E poi non meriterebbe biasimo chi ama troppo il piacere e chi il dolore lo teme moltissimo. Noi disapproviamo i golosi e i lussuriosi e disprezziamo i vili perché hanno paura del dolore. Ma qual è la loro colpa se obbediscono ai sensi, giudici del bene e del male? Ad essi hai affidato la valutazione di quello che va ricercato e di quello che va fuggito. 4 E, invece, naturalmente, questo è còmpito della ragione: del bene e del male come della felicità, della virtù, dell'onestà è lei a decidere. Costoro attribuiscono alla parte più vile dell'uomo la facoltà di giudicare sulla migliore: del bene deciderebbero i sensi, che sono ottusi e deboli, meno sviluppati nell'uomo che negli animali. 5 Che diresti se uno pretendesse di distinguere col tatto e non con gli occhi gli oggetti minuscoli? A questo scopo non c'è forza più acuta e intensa di quella visiva, ma potrebbe forse dare la facoltà di distinguere il bene dal male? Vedi quanto ignori la verità e come svilisca cose elevate o divine chi giudica con i sensi il sommo bene e il sommo male.

6 "Tutte le scienze," si ribatte, "e tutte le arti devono avere qualche elemento manifesto e tangibile da cui nascono e si sviluppano; così la felicità trae le sue fondamenta e il suo inizio da elementi manifesti e concreti. Siete voi stessi a dire che la felicità trae la sua origine da fattori manifesti." 7 Noi definiamo felice quello che è secondo natura; che cosa poi sia secondo natura appare sùbito evidente, come l'integrità di un oggetto. Ciò che è secondo natura e riguarda un neonato, non lo definisco un bene, ma l'inizio di un bene. Tu attribuisci all'infanzia il sommo bene, cioè il piacere; il neonato comincia, quindi, dal punto a cui arriva l'uomo perfetto: così metti la cima della pianta al posto delle radici. 8 Se uno dicesse che il feto nascosto nell'utero materno, di sesso ancora incerto, delicato, imperfetto e informe ha già un qualche bene, apparirebbe chiaro che sbaglia. Ebbene, che differenza c'è tra il bimbo appena nato e il feto che pesa dentro le viscere materne? Entrambi, per ciò che riguarda la cognizione del bene e del male, sono ugualmente immaturi e il neonato non è capace di bene più di una pianta o di un animale. Ma perché in una pianta o in un animale non c'è il bene? Perché sono privi di ragione. Per questo il bene non c'è nemmeno nel neonato, anche lui è privo di ragione. Arriverà al bene solo quando arriverà alla ragione. 9 Ci sono esseri irrazionali, altri non ancora razionali, altri razionali, ma imperfetti: in nessuno di loro c'è il bene, lo porta con sé la ragione. Che differenza c'è allora tra i gruppi suddetti? Nell'essere irrazionale non ci sarà mai il bene; nell'essere non ancòra razionale non può ancòra esserci il bene; nell'essere razionale, ma imperfetto, potrebbe esserci il bene, ma non c'è. 10 Io la penso così, Lucilio: il bene non si trova in qualunque corpo, a qualunque età, ed è tanto lontano dall'infanzia quanto dal primo l'ultimo, quanto una cosa compiuta dal suo inizio. Quindi in un piccolo corpo delicato ancòra in formazione, non c'è. Perché? È lo stesso che in un seme. 11 Diciamo così: in un albero o in una pianta riconosciamo un certo bene, ma questo non c'è in un virgulto appena spunta dalla terra. Un certo bene c'è nel grano: ma non c'è nell'erbetta ancora bianca e neppure quando la tenera spiga si libera dalla scorza, ma solo quando l'estate e il naturale sviluppo hanno maturato il frumento. La natura in ogni suo aspetto non rivela il proprio bene se non arriva a perfezione, così il bene proprio dell'uomo non è presente nell'individuo se non quando la ragione è perfetta. 12 Ma qual è questo bene? Uno spirito libero, fiero, che tutto assoggetta a sé, ma non si assoggetta a nessuno. L'infanzia non può possedere questo bene; la fanciullezza non può sperarlo; e l'adolescenza è difficile che lo realizzi; può considerarsi fortunato il vecchio che lo raggiunge dopo un lungo e intenso studio. Se questo è il bene, è pure intellegibile.

13 "Tu hai detto," qualcuno obietta, "che c'è un bene dell'albero e dell'erba; e allora può esserci anche un bene del neonato." Il vero bene non si trova negli alberi e nemmeno nelle bestie: il bene che è in loro è chiamato in maniera impropria bene. "E qual è allora?" chiedi. Ciò che è conforme alla natura di ognuno. Il bene non può in nessun modo andare a finire in una bestia; è proprio di una natura più felice e migliore. Il bene si trova solo dove c'è la ragione. 14 Ci sono questi quattro tipi di natura: vegetale, animale, umana, divina: le ultime due che sono razionali, hanno la stessa natura; sono, però diverse in quanto l'una è immortale, l'altra mortale. Il bene dell'uno, quello di dio naturalmente, è insito nella sua natura, il bene dell'altro, ossia dell'uomo, nasce dal suo impegno. Gli altri esseri sono perfetti solo nell'ambito della loro natura, ma non sono veramente perfetti, perché non possiedono la ragione. Perfetto è solo ciò che è tale secondo la natura universale, e la natura universale è razionale: gli altri esseri possono essere perfetti solo nel loro genere. 15 L'essere in cui non può esserci la felicità non può avere neppure ciò che produce la felicità; e a produrre la felicità è il bene. Nelle bestie non c'è felicità e nemmeno ciò che produce la felicità: nelle bestie, quindi, non c'è il bene. 16 L'animale percepisce coi sensi la realtà che lo circonda; e del passato si ricorda quando si imbatte in qualcosa che stimola i suoi sensi, così il cavallo ricorda la strada quando lo portano dove comincia. Nella stalla, invece, non ha nessun ricordo della strada anche se l'ha percorsa spesso. La terza dimensione temporale, cioè il futuro, non ha importanza per le bestie. 17 Come, dunque, può ritenersi perfetta la loro natura se non hanno una perfetta nozione del tempo? Il tempo consta di tre parti, passato, presente, futuro. Gli animali hanno solo la nozione della parte più breve e fugace, il presente: del passato hanno un vago ricordo e solo l'impatto col presente glielo richiama alla memoria. 18 Quindi il bene che è proprio di una natura perfetta non può sussistere in una natura imperfetta, oppure se una tale natura lo possiede, lo possiedono anche le piante. Non nego che le bestie provino forti e violenti slanci verso ciò che appare secondo natura, ma sono slanci disordinati e confusi; mentre il bene non è mai disordinato e confuso. 19 "Ma come?" chiedi, "le bestie si muovono in maniera disordinata e confusa?" Potrei dire che si muovono in maniera disordinata e confusa se la loro natura obbedisse a una regola: ma in realtà si muovono secondo la loro natura. È disordinato quello che certe volte può anche seguire un ordine; è turbato quello che può anche essere tranquillo. Vizioso è solo chi può avere la virtù: nelle bestie questi movimenti sono del tutto naturali. 20 Ma, per non tirarla alla lunga, ci sarà nelle bestie un qualche bene, ci sarà una qualche virtù, ci sarà una qualche perfezione, ma non il bene, né la virtù, né la perfezione in assoluto. Questi toccano solo agli esseri razionali, ai quali è concesso conoscere il perché, i limiti e le modalità dell'agire. Così il bene non è presente in nessun essere che non sia razionale.

21 Certo ti chiedi a che miri questa discussione e che utilità abbia per il tuo spirito. Ecco: lo esercita, lo rende più acuto e impegna la sua attività in una occupazione onesta. E poi giova perché trattiene chi tende al male. Inoltre, il modo in cui posso esserti più utile è mostrandoti il tuo bene, facendo una distinzione tra le bestie e mettendoti affianco a dio. 22 Perché, ti domando, coltivi ed eserciti le forze fisiche? La natura le ha concesse in misura maggiore agli animali domestici e feroci. Perché curi la tua bellezza? Per quanto tu faccia, gli animali ti vinceranno in bellezza. Perché ti acconci i capelli con tanta cura? Anche se li porterai sciolti come i Parti o legati come i Germani o scompigliati come gli Sciti, la criniera di un qualsiasi cavallo ondeggerà più folta, e sul collo del leone se ne drizzerà una più bella. Per quanto ti eserciterai nella corsa, non eguaglierai mai un leprotto. 23 Accantona tutto quello in cui è inevitabile che tu sia vinto, poiché tendi a mete a te estranee, e ritorna al tuo bene. Qual è? Avere un animo irreprensibile e puro, emulo di dio, e che si erga al di sopra delle vicende umane, tutto compreso in se stesso. Tu sei un animale fornito di ragione. Qual è, dunque, il bene in te? La ragione perfetta. Richiamala alla sua meta, lascia che si sviluppi il più possibile. 24 Stìmati felice solo quando ogni gioia nascerà dal tuo intimo, quando, alla vista di quei beni che gli uomini cercano di afferrare, desiderano e custodiscono gelosamente, non troverai nulla che, non dico preferisci, ma neppure desideri. Ti darò una piccola regola per valutare i tuoi progressi e per renderti conto di avere ormai raggiunto la perfezione: possiederai il tuo bene quando capirai che gli uomini considerati felici sono in realtà i più infelici. Stammi bene.