Lettere a Lucilio

 

LIVELLO SUPERIORE

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LIBRO PRIMO

 

 

1

1 Comportati così, Lucilio mio, rivendica il tuo diritto su te stesso e il tempo che fino ad oggi ti veniva portato via o carpito o andava perduto raccoglilo e fanne tesoro. Convinciti che è proprio così, come ti scrivo: certi momenti ci vengono portati via, altri sottratti e altri ancora si perdono nel vento. Ma la cosa più vergognosa è perder tempo per negligenza. Pensaci bene: della nostra esistenza buona parte si dilegua nel fare il male, la maggior parte nel non far niente e tutta quanta nell'agire diversamente dal dovuto. 2 Puoi indicarmi qualcuno che dia un giusto valore al suo tempo, e alla sua giornata, che capisca di morire ogni giorno? Ecco il nostro errore: vediamo la morte davanti a noi e invece gran parte di essa è già alle nostre spalle: appartiene alla morte la vita passata. Dunque, Lucilio caro, fai quel che mi scrivi: metti a frutto ogni minuto; sarai meno schiavo del futuro, se ti impadronirai del presente. Tra un rinvio e l'altro la vita se ne va. 3 Niente ci appartiene, Lucilio, solo il tempo è nostro. La natura ci ha reso padroni di questo solo bene, fuggevole e labile: chiunque voglia può privarcene. Gli uomini sono tanto sciocchi che se ottengono beni insignificanti, di nessun valore e in ogni caso compensabili, accettano che vengano loro messi in conto e, invece, nessuno pensa di dover niente per il tempo che ha ricevuto, quando è proprio l'unica cosa che neppure una persona riconoscente può restituire.

4 Ti chiederai forse come mi comporti io che ti do questi consigli. Te lo dirò francamente: tengo il conto delle mie spese da persona prodiga, ma attenta. Non posso dire che non perdo niente, ma posso dire che cosa perdo e perché e come. Sono in grado di riferirti le ragioni della mia povertà. Purtroppo mi accade come alla maggior parte di quegli uomini caduti in miseria non per colpa loro: tutti sono pronti a scusarli, nessuno a dar loro una mano. 5 E allora? Una persona alla quale basta quel poco che le rimane, non la stimo povera; ma è meglio che tu conservi tutti i tuoi averi e comincerai a tempo utile. Perché, come dice un vecchio adagio: "È troppo tardi essere sobri quando ormai si è al fondo." Al fondo non resta solo il meno, ma il peggio. Stammi bene.

 

2

1 Da quanto mi scrivi e da quanto sento, nutro per te buone speranze: non corri qua e là e non ti agiti in continui spostamenti. Questa agitazione indica un'infermità interiore: per me, invece, primo segno di un animo equilibrato è la capacità di starsene tranquilli in un posto e in compagnia di se stessi. 2 Bada poi che il fatto di leggere una massa di autori e libri di ogni genere non sia un po' segno di incostanza e di volubilità. Devi insistere su certi scrittori e nutrirti di loro, se vuoi ricavarne un profitto spirituale duraturo. Chi è dappertutto, non è da nessuna parte. Quando uno passa la vita a vagabondare, avrà molte relazioni ospitali, ma nessun amico. Lo stesso capita inevitabilmente a chi non si dedica a fondo a nessun autore, ma sfoglia tutto in fretta e alla svelta. 3 Non giova né si assimila il cibo vomitato subito dopo il pasto. Niente ostacola tanto la guarigione quanto il frequente cambiare medicina; non si cicatrizza una ferita curata in modo sempre diverso. Una pianta, se viene spostata spesso, non si irrobustisce; niente è così efficace da poter giovare in poco tempo. Troppi libri sono dispersivi: dal momento che non puoi leggere tutti i volumi che potresti avere, basta possederne quanti puoi leggerne. 4 "Ma," ribatti, "a me piace sfogliare un po' questo libro, un po' quest'altro." È proprio di uno stomaco viziato assaggiare molte cose: la varietà di cibi non nutre, intossica. Leggi sempre, perciò autori di valore riconosciuto e se di tanto in tanto ti viene in mente di passare ad altri, ritorna poi ai primi. Procurati ogni giorno un aiuto contro la povertà, contro la morte e, anche, contro le altre calamità; e quando avrai fatto passare tante cose, estrai un concetto da assimilare in quel giorno. 5 Anch'io mi regolo così; dal molto che leggo ricavo qualche cosa. Il frutto di oggi l'ho tratto da Epicuro (è mia abitudine penetrare nell'accampamento nemico, ma non da disertore, se mai da esploratore); dichiara Epicuro: "È nobile cosa la povertà accettata con gioia." 6 Ma se è accettata con gioia, non è povertà. Povero non è chi ha poco, ma chi vuole di più. Cosa importa quanto c'è nel forziere o nei granaî, quanti sono i capi di bestiame o i redditi da usura, se ha gli occhi sulla roba altrui e fa il conto non di quanto ha, ma di quanto vorrebbe procurarsi? Mi domandi quale sia la giusta misura della ricchezza? Primo avere il necessario, secondo quanto basta. Stammi bene.

 

3

1 Mi scrivi che hai dato a un tuo amico delle lettere da consegnarmi; mi inviti poi a non discutere con lui di tutto quello che ti riguarda, poiché tu stesso non ne hai l'abitudine. Così nella stessa lettera affermi e poi neghi che quello è tuo amico. Se usi una parola specifica in senso generico e lo chiami amico come noi chiamiamo "onorevoli" tutti quelli che aspirano a una carica pubblica, oppure salutiamo con un "caro" chi incontriamo, se il nome non ci viene in mente, lasciamo perdere. 2 Ma se consideri amico uno e non ti fidi di lui come di te stesso, sbagli di grosso e non conosci abbastanza il valore della vera amicizia. Con un amico decidi tranquillamente di tutto, ma prima decidi se è un amico: una volta che hai fatto amicizia, ti devi fidare; prima, però, devi decidere se è vera amicizia. Confondono i doveri dell'amicizia sovvertendone l'ordine le persone che, contrariamente agli insegnamenti di Teofrasto, dopo aver concesso il loro affetto, cominciano a giudicare e, avendo giudicato, non mantengono l'affetto. Rifletti a lungo se è il caso di accogliere qualcuno come amico, ma, una volta deciso, accoglilo con tutto il cuore e parla con lui apertamente come con te stesso. 3 Vivi in modo da non aver segreti nemmeno per i tuoi nemici. Poiché, però ci sono cose che è abitudine tener nascoste, dividi con l'amico ogni tua preoccupazione, ogni tuo pensiero. Se lo giudichi fidato, lo renderai anche tale. Chi ha paura di essere ingannato insegna a ingannare e i suoi sospetti autorizzano ad agire disonestamente. Perché di fronte a un amico dovrei pesare le parole? Perché davanti a lui non dovrei sentirmi come se fossi solo? 4 C'è gente che racconta al primo venuto fatti che si dovrebbero confidare solo agli amici e scarica nelle orecchie di uno qualunque i propri tormenti. Altri, invece, temono persino che le persone più care vengano a sapere le cose e nascondono sempre più dentro ogni segreto, per non confidarlo, se potessero, neppure a se stessi. Sono due comportamenti da evitare perché è un errore sia credere a tutti, sia non credere a nessuno, ma direi che il primo è un difetto più onesto, il secondo più sicuro. 5 Allo stesso modo meritano di essere biasimati sia gli eterni irrequieti, sia gli eterni flemmatici. Non è operosità godere dello scompiglio, ma lo smaniare di una mente esagitata, come non è quiete giudicare fastidiosa ogni attività, bensì fiacchezza e indolenza. 6 Ricordala bene, perciò questa frase che ho letto in Pomponio: "C'è chi si tiene così ben nascosto che gli sembra tempesta tutto ciò che succede sotto il sole." Bisogna saper conciliare queste due opposte tendenze: chi è flemmatico deve agire e deve calmarsi chi è sempre in attività. Consigliati con la natura: ti dirà che ha creato il giorno e la notte. Stammi bene.

 

4

1 Persevera come hai cominciato e affrettati quanto sei in grado: potrai così godere più a lungo di un animo puro e sereno. Anzi ne godi già mentre lo correggi, mentre lo acquieti: ma ben altro piacere è quello che si riceve dalla contemplazione di un'anima immacolata e limpida. 2 Certo ricordi la gioia provata quando sostituisti la veste da fanciullo con la toga virile e fosti condotto nel foro: ebbene, aspettane una maggiore quando avrai deposto l'animo infantile e la filosofia ti avrà registrato fra gli uomini. Poiché la tua non è puerizia, bensì, cosa più grave, puerilità, e, quel che è peggio, noi abbiamo l'autorità degli anziani e i difetti dei bambini, anzi non dei bambini, ma dei neonati; i bambini hanno paura di sciocchezze, i neonati di false immagini, noi di tutte e due.

3 Cerca di progredire: capirai che certe cose proprio per questo sono meno da temere, perché fanno molta paura. Nessun male è grande se è l'ultimo. La morte ti viene incontro: la dovresti temere se potesse rimanere con te: ma necessariamente o non è ancora arrivata o passa oltre. 4 "È difficile", ribatti, "indurre lo spirito a disprezzare la vita." Ma non ti accorgi per quali insulsi motivi essa viene disprezzata? Uno si impicca davanti alla porta dell'amica, un altro si butta giù dal tetto per non sentire più le sfuriate del padrone, l'evaso si ficca un pugnale in corpo per sfuggire alla cattura: non pensi che si possa compiere per coraggio un'azione che si compie per eccessiva paura? Non può vivere una vita serena chi si preoccupa troppo di prolungarla e annovera fra i grandi beni i molti anni vissuti. 5 Tu, invece, preparati ogni giorno a lasciare serenamente questa vita a cui tanti si avvinghiano e si aggrappano, come chi è trascinato via dalla corrente si aggrappa ai rovi e alle rocce. I più ondeggiano infelici tra il timore della morte e le angosce della vita: non vogliono vivere, né sanno morire. 6 Abbandona ogni preoccupazione per la tua esistenza e te la renderai piacevole. Possedere un bene non serve a niente se non si è pronti a perderlo. E i beni la cui perdita è più facilmente tollerabile sono quelli che, perduti, non possono essere oggetto di rimpianto. Fatti, dunque, animo e coràzzati contro i casi che possono capitare anche ai più potenti. 7 Della vita di Pompeo decisero un ragazzino e un eunuco, di quella di Crasso un Parto crudele e barbaro. Gaio Cesare impose a Lepido di porgere il collo al tribuno Destro, ma poi lui stesso porse il suo a Cherea. La sorte non ha innalzato nessuno tanto da non ritorcere contro di lui quanto gli aveva concesso di fare. Non fidarti della momentanea bonaccia: fa presto il mare ad agitarsi; nello stesso giorno le barche affondano là dove si erano spinte per diporto. 8 Pensa che tanto un bandito che un nemico possono puntarti un pugnale alla gola; in assenza di un'autorità più grande ogni servo ha potere di vita o di morte su di te. Voglio dire: chiunque disprezzi la propria vita, è padrone della tua. Ricorda gli esempi di uomini uccisi dai propri schiavi, o con aperta violenza o con l'inganno: ti renderai conto che il furore dei servi non ha causato meno stragi dell'ira dei re. Che ti importa, dunque, quanto sia potente l'uomo che temi, quando il male che temi te lo può fare chiunque? 9 Metti il caso che tu cada in mano ai nemici, il vincitore comanderà di condurti proprio là dove stai andando. Perché inganni te stesso e ti rendi conto solo in quel momento di una cosa che subivi da tempo? Ascoltami: verso la morte sei spinto dal momento della nascita. Su questo e su pensieri del genere dobbiamo meditare, se vogliamo attendere serenamente quell'ultima ora che ci spaventa e ci rende inquiete tutte le altre.

10 Ma, per mettere fine alla mia lettera, senti il pensiero che ho scelto oggi - anche questo l'ho preso dal giardino di un altro. "È una grande ricchezza la povertà regolata dalla legge di natura." Li conosci i confini che ci ha fissato la legge di natura? Non patire la fame, né la sete, né il freddo. Per scacciare la fame e la sete non occorre sedere presso la soglia di superbi padroni, né sopportare una fastidiosa arroganza e una cortesia affettata e perciò offensiva, non è necessario affrontare i pericoli della navigazione o partire per la guerra. Quanto esige la natura è facile a procurarsi e a portata di mano. 11 E, invece, ci affanniamo per il superfluo; ecco che cosa logora la toga, cosa ci costringe a invecchiare sotto una tenda e cosa ci spinge in terre straniere, mentre quel che ci basta è a portata di mano. Chi si adatta bene alla povertà è ricco. Stammi bene.

 

5

1 Tu ti applichi con costanza e hai lasciato da parte tutto il resto per renderti ogni giorno migliore: approvo e ne sono contento; quindi non solo ti esorto, ma anche ti prego di perseverare. Un unico consiglio: non abbigliarti e non vivere in maniera stravagante, come le persone che non vogliono progredire, ma mettersi in mostra. 2 Evita gli abiti trasandati, i capelli lunghi e la barba incolta, il disprezzo manifesto per i preziosi, il letto sistemato a terra e in generale tutto ciò che per vie traverse corre dietro al desiderio di distinguersi. Il nome stesso di filosofia, pur se la si pratica con discrezione, è già abbastanza odiato. Figurati poi se cominceremo a sottrarci alle abituali regole di comportamento. Bisogna essere nell'intimo completamente diversi dagli altri, ma simili al resto della gente nell'aspetto esteriore. 3 La toga non deve essere sfarzosa, ma nemmeno sordida. Cerchiamo di non avere argento cesellato d'oro massiccio, ma neanche consideriamo segno di frugalità far completamente a meno sia di oro che di argento. Sforziamoci di vivere meglio della massa, non in maniera contraria: altrimenti mettiamo in fuga e allontaniamo da noi quelli che vorremmo correggere, e per giunta facciamo sì che non ci vogliano imitare in niente, per timore di doverci imitare in tutto. 4 Ecco le promesse prime della filosofia: senso comune, umanità e socievolezza: l'essere troppo diversi ci impedirà di attuarle. Badiamo che non sia ridicolo e fastidioso quel comportamento con cui vogliamo suscitare ammirazione. Certo il nostro proposito è vivere secondo natura: ma è contro natura tormentare il proprio corpo, trascurare una normale igiene, ricercare il sudiciume e nutrirsi di cibi non solo poveri, ma addirittura disgustosi e sgradevoli. 5 Come è segno di mollezza cercare alimenti raffinati, così è segno di pazzia evitare quelli comuni che si possono avere a poco prezzo. La filosofia richiede frugalità, non sofferenza, e la frugalità può essere decorosa. Mi sembra buona questa via di mezzo: l'esistenza sia una giusta combinazione tra moralità e morale predominante. Che tutta la gente guardi con ammirazione la nostra vita, ma sia anche in grado di capirla. 6 "E allora, dovremo comportarci come gli altri? Non ci sarà nessuna differenza tra noi e loro?" Sì, e grandissima: chi ci guarda più da vicino, sappia che siamo diversi dalla massa; chi entra in casa nostra ammiri noi, non il nostro mobilio. È grande chi usa vasellami di argilla come se fossero di argento, ma non lo è meno chi usa l'argento come se fosse argilla; solo i deboli non sono in grado di reggere la ricchezza.

7 Ma voglio dividere con te anche il piccolo guadagno di oggi: ho letto nel nostro Ecatone che non avere più accesi desideri serve anche come rimedio alla paura. "Non avrai più paura se smetterai di sperare." "Ma," potresti obiettare, "come fanno a stare insieme sentimenti tanto diversi?" Eppure è così, Lucilio mio: sembrano in contraddizione e invece sono collegati. Come le stesse manette legano il detenuto e la guardia, così elementi tanto differenti procedono di pari passo: la paura segue la speranza. 8 E non mi meraviglio che le cose vadano così: speranza e timore sono contrassegni di un animo inquieto e preoccupato del futuro. La loro causa prima è che noi non ci adattiamo al presente, ma ci spingiamo lontano con il pensiero; per questo la capacità di fare previsioni, che pure è una delle qualità migliori dell'uomo, si risolve in un male. 9 Le belve evitano i pericoli che vedono e, una volta schivatili, si sentono al sicuro: noi ci tormentiamo e per il futuro e per il passato. Molte nostre prerogative ci nuocciono; la memoria rinnova l'angoscia della paura, il prevedere il futuro ce l'anticipa; nessuno è infelice solo per il presente. Stammi bene.

 

6

1 Lucilio caro, mi rendo conto che non solo mi sto correggendo, ma addirittura mi trasformo; certo non garantisco, e nemmeno spero, che non ci sia in me più nulla da cambiare. E perché non dovrei avere ancora molti sentimenti da frenare, da attenuare, da elevare? Vedere difetti che fino ad allora ignorava, proprio questa è la prova di un animo che ha fatto progressi; con certi malati ci si rallegra quando prendono coscienza del loro male. 2 Ci terrei, dunque, a farti conoscere questo mio improvviso cambiamento; allora comincerei ad avere una più salda fiducia nella nostra amicizia, quella vera che non la speranza, non il timore, né la ricerca del proprio interesse può spezzare, quell'amicizia che dura fino alla morte, e per la quale si è pronti a morire. 3 Potrei menzionarti molti cui non è mancato l'amico, ma la vera amicizia: questo non può verificarsi quando un'identica volontà di desiderare il bene induce gli uomini a unirsi. Perché no? Perché essi sanno di avere ogni cosa in comune e soprattutto le avversità.

Non puoi immaginare quali progressi io mi accorga di compiere giorno per giorno. 4 Tu mi dici: "Riferisci anche a me questo metodo che hai trovato così efficace." Certo desidero travasare in te tutto il mio sapere e sono lieto di imparare qualcosa appunto per insegnarla. Di nessuna nozione potrei compiacermi, per quanto straordinaria e vantaggiosa, se ne avessi conoscenza per me solo. Se mi fosse concessa la sapienza a condizione di tenerla chiusa in me senza trasmetterla ad altri, rifiuterei: non dà gioia il possesso di nessun bene, se non puoi dividerlo con altri. 5 Ti manderò perciò i miei libri e perché tu non perda tempo a rintracciare qua e là i passi utili, li sottolineerò: così troverai subito quello che condivido e apprezzo. Più che un discorso scritto, però ti sarà utile il poter vivere e conversare insieme; al momento è necessario che tu venga, primo perché gli uomini credono di più ai loro occhi che alle loro orecchie, poi perché attraverso i precetti il cammino è lungo, mentre è breve ed efficace attraverso gli esempi. 6 Cleante non avrebbe potuto esprimere compiutamente la dottrina di Zenone se avesse soltanto ascoltato le sue lezioni: fu partecipe della sua vita, ne penetrò i segreti, osservò se viveva secondo i suoi insegnamenti. Platone, Aristotele e tutta la massa dei filosofi, che poi presero strade diverse, impararono più dalla vita che dalle parole di Socrate. Non la scuola di Epicuro, ma il vivere con lui rese grandi Metrodoro, Ermarco e Polieno. E non ti faccio venire solo perché tu ne tragga giovamento, ma anche perché tu mi sia utile; ci aiuteremo moltissimo a vicenda.

7 Frattanto, poiché ti devo il mio piccolo contributo quotidiano, ti dirò il pensiero che oggi mi è piaciuto in Ecatone. "Tu chiedi quali progressi abbia fatto?" egli scrive, "Ho cominciato ad essere amico di me stesso." Ha fatto un grande progresso: non sarà mai solo. Sappi che tutti possono avere questo amico. Stammi bene.

 

7

1 Mi chiedi che cosa secondo me dovresti soprattutto evitare? La folla. Non puoi ancora affidarti a essa tranquillamente. Quanto a me, ti confesserò la mia debolezza: quando rientro non sono mai lo stesso di prima; l'ordine interiore che mi ero dato, in parte si scompone. Qualche difetto che avevo eliminato, ritorna. Capita agli ammalati che una prolungata infermità li indebolisca al punto di non poter uscire senza danno: così è per me, reduce da una lunga malattia spirituale. 2 I rapporti con una grande quantità di persone sono deleterî: c'è sempre qualcuno che ci suggerisce un vizio o ce lo trasmette o ce lo attacca a nostra insaputa. Più è la gente con cui ci mescoliamo, tanto maggiore è il rischio. Ma non c'è niente di più dannoso alla morale che l'assistere oziosi a qualche spettacolo: i vizi si insinuano più facilmente attraverso i piaceri. 3 Capisci che cosa intendo dire? Ritorno più avaro, più ambizioso, più dissoluto, anzi addirittura più crudele e disumano, poiché sono stato in mezzo agli uomini. Verso mezzogiorno sono capitato per caso a uno spettacolo; mi attendevo qualche scenetta comica, qualche battuta spiritosa, un momento di distensione che desse pace agli occhi dopo tanto sangue. Tutto al contrario: di fronte a questi i combattimenti precedenti erano atti di pietà; ora niente più scherzi, ma veri e propri omicidi. I gladiatori non hanno nulla con cui proteggersi; tutto il corpo è esposto ai colpi e questi non vanno mai a vuoto. 4 La gente per lo più preferisce tali spettacoli alle coppie normali di gladiatori o a quelle su richiesta del popolo. E perché no? Non hanno elmo né scudo contro la lama. Perché schermi protettivi? Perché virtuosismi? Tutto ciò ritarda la morte. Al mattino gli uomini sono gettati in pasto ai leoni e agli orsi, al pomeriggio ai loro spettatori. Chiedono che gli assassini siano gettati in pasto ad altri assassini e tengono in serbo il vincitore per un'altra strage; il risultato ultimo per chi combatte è la morte; i mezzi con cui si procede sono il ferro e il fuoco. 5 E questo avviene mentre l'arena è vuota. "Ma costui ha rubato, ha ammazzato". E allora? Ha ucciso e perciò merita di subire questa punizione: ma tu, povero diavolo, di che cosa sei colpevole per meritare di assistere a questo spettacolo? "Uccidi, frusta, brucia! Perché ha tanta paura a slanciarsi contro la spada? Perché colpisce con poca audacia? Perché va incontro alla morte poco volentieri? Lo si faccia combattere a sferzate, che si feriscano a vicenda affrontandosi a petto nudo." C'è l'intervallo: "Si scanni qualcuno, intanto, per far passare il tempo." Non capite nemmeno questo, che i cattivi esempi si ritorcono su chi li dà? Ringraziate gli dei perché insegnate a essere crudele a uno che non può imparare.

6 Bisogna sottrarre alla folla gli animi deboli e poco saldi nel bene: è molto facile subire l'influsso della maggioranza. Frequentare una massa di gente diversa da loro avrebbe potuto cambiare i costumi persino di Socrate, Catone, Lelio; nessuno di noi, soprattutto quando il nostro carattere è in formazione, può resistere alla pressione di tanti vizi tutti insieme. 7 Un solo esempio di mollezza o di avarizia produce gravi danni: un commensale raffinato a poco a poco ti guasta, ti infiacchisce, un vicino ricco scatena la tua avidità, un compagno malvagio contamina anche un uomo semplice e puro: che cosa pensi che succeda alle nostre convinzioni morali quando vengono attaccate in massa dai vizi? 8 Due sono i casi: o li imiti o li odi. Ma sono da evitare l'uno e l'altro estremo: non devi assimilarti ai malvagi, perché sono molti, né essere nemico di molti, perché sono dissimili. Ritirati in te stesso per quanto puoi; frequenta le persone che possono renderti migliore e accogli quelli che puoi rendere migliori. Il vantaggio è reciproco perché mentre s'insegna si impara. 9 Non c'è ragione per cui il desiderio di gloria debba spingerti a esibire a tutti il tuo ingegno con declamazioni o discussioni pubbliche; ti consiglierei di agire così, se tu avessi merce adatta alla massa, ma non c'è nessuno in grado di capirti. Capiterà forse qualcuno, uno o due al massimo, e tu dovrai formarlo ed educarlo perché ti possa capire. "Ma allora, per chi ho imparato tutto questo?" Non temere di aver perso il tuo tempo, se hai imparato per te.

10 Ma per evitare di aver imparato solo per me oggi, ti scriverò tre belle massime che mi è capitato di leggere all'incirca sullo stesso argomento: di queste una salda il mio debito per questa lettera, le altre due prendile come anticipo. Scrive Democrito: "Secondo me, una sola persona vale quanto tutto il popolo e il popolo quanto una sola persona." 11 Dice bene anche quell'altro, chiunque sia stato (è incerto, infatti, di chi si tratti); gli chiedevano perché si applicasse con tanto impegno a una materia che pochissimi avrebbero compreso, rispose: "A me bastano poche persone, anzi anche una sola o addirittura nessuna." Eccellente anche questa terza affermazione, di Epicuro; in una sua lettera a un compagno di studi: "Io parlo non per molti, ma per te;" scrive, "noi siamo l'uno per l'altro un teatro sufficientemente grande." 12 Devi, caro Lucilio, serbare in te queste massime, per disprezzare il piacere che deriva dal consenso generale. Molti ti lodano; ma perché dovresti rallegrarti se sono in tanti a capirti? I tuoi meriti ricerchino l'approvazione della tua coscienza. Stammi bene.

 

8

1 "Mi esorti a evitare la folla," scrivi, "e a starmene per conto mio, pago della mia coscienza? Che fine hanno fatto dunque i precetti della vostra filosofia che impongono di essere attivi fino alla morte?" Ma come? Credi che io ti inviti all'inerzia? Io mi sono appartato e ho sbarrato le porte per essere utile a molta gente. Non trascorro mai la giornata in ozio: parte della notte la dedico allo studio; non mi abbandono al sonno, vi soccombo e costringo al lavoro gli occhi che si chiudono stanchi per la veglia. 2 Mi sono allontanato non tanto dagli uomini quanto dagli impegni e prima di tutto dai miei impegni personali: sono al servizio dei posteri. Scrivo cose che possano servire loro; affido alle mie pagine consigli salutari, come se fossero ricette di medicamenti utili; ne ho sperimentata l'efficacia sulle mie ferite che non sono guarite completamente, ma almeno non si sono diffuse. 3 Mostro agli altri la via giusta: io l'ho conosciuta tardi e stanco del lungo errare. Grido: "Evitate tutto ciò che piace al volgo e che viene dal caso; fermatevi sospettosi e pavidi di fronte ad ogni bene fortuito: l'esca alletta fiere e pesci e li inganna. Li credete doni della fortuna? Sono trappole. Chi di voi vuole vivere una vita sicura, eviti il più possibile questi beni vischiosi, che tradiscono, noi, poveri infelici, anche in questo: pensiamo di tenerli in pugno e, invece, ci siamo attaccati. 4 Questa strada ci porta alla rovina; il destino di una persona salita tanto in alto è precipitare. E dopo non si può resistere, quando la prosperità comincia a farci deviare: o si prosegue diritti o si precipita una volta per tutte; la sorte non solo ci travolge, ma ci abbatte e ci cola a picco. 5 Seguite questa sana e salutare regola di vita: concedete al corpo solo quanto basta a mantenerlo in salute. Bisogna trattarlo con una certa durezza perché non disobbedisca alla mente: il cibo deve estinguere la fame, il bere la sete, i vesti devono proteggere dal freddo, la casa difendere dalle intemperie. Non importa se è stata costruita con zolle o con marmo variegato di importazione: sappiate che un tetto di foglie copre bene quanto uno d'oro. Ornamenti e fregi ottenuti grazie a inutili fatiche, disprezzateli tutti; pensate che nulla è straordinario tranne l'anima e per un'anima grande nulla è grande." 6 Dico queste cose a me stesso, le dico ai posteri; e non mi rendo più utile secondo te che se mi presentassi come difensore in giudizio o imprimessi il sigillo ai testamenti o mettessi gesto e voce a servizio di un candidato senatoriale? Credimi, fa di più chi sembra che non faccia niente: si cura nello stesso tempo delle faccende divine e di quelle umane.

7 Ma ormai è tempo di concludere e, come stabilito, devo pagare il mio tributo per questa lettera. Non è farina del mio sacco: ancora una volta saccheggio Epicuro; oggi ho letto queste sue parole: "Consacrati alla filosofia, se vuoi essere veramente libero." Chi si sottomette e si affida a essa, non deve attendere: è libero subito; infatti questo stesso servire la filosofia è libertà. 8 Probabilmente mi chiederai perché io riporti tante belle frasi di Epicuro, invece che quelle degli Stoici: ma perché ritieni di Epicuro queste massime e non patrimonio comune? Quanti poeti esprimono concetti già formulati o che dovrebbero essere formulati dai filosofi! Non menzionerò i tragici e nemmeno le nostre commedie togate, che per la loro gravità sono una via di mezzo fra tragedia e commedia: quanti versi eloquentissimi ci sono nei mimi! Quante frasi di Publilio dovrebbero essere recitate in una tragedia, non in un mimo. 9 Ti citerò un unico suo verso che riguarda la filosofia e l'argomento or ora discusso. Egli sostiene che non dobbiamo considerare nostri i beni fortuiti:

Non ci appartiene quanto accade secondo i nostri desideri.

 

10 Ricordo che anche tu hai espresso lo stesso concetto assai meglio e con maggiore concisione:

Non è tuo ciò che la fortuna ha fatto tuo.

Ma voglio citare quest'altra tua massima ancora migliore:

Un bene che può essere dato, può anche essere tolto.

Questo non lo calcolo come pagamento: ti restituisco un bene già tuo. Stammi bene.

 

9

1 Tu vuoi sapere se Epicuro ha ragione a criticare in una sua lettera quanti dicono che il saggio basta a se stesso e che perciò non ha bisogno di amici. È un rimprovero che Epicuro rivolge a Stilbone e a chi è convinto che il sommo bene sia un animo che non patisce. 2 È inevitabile cadere nell'equivoco se si vuole sbrigativamente tradurre $PðÜèåéá$ con una sola parola e precisamente: impatientia. Può infatti, intendersi il contrario di quello che vogliamo sottolineare. Per noi si tratta dell'uomo che rifiuta la sensazione di qualsiasi male: c'è il rischio di interpretarlo, invece, come uno che non può sopportare nessun male. Vedi, dunque, se non è preferibile parlare o di un animo invulnerabile o di un animo al di là di ogni sofferenza. 3 Questa è la differenza tra noi e loro: il nostro saggio vince ogni avversità, ma l'avverte; il loro neppure l'avverte. In comune abbiamo l'opinione che il saggio è autosufficiente; e tuttavia, egli vuole avere un amico, un vicino di casa, un compagno di vita. 4 E guarda quanto è autosufficiente: certe volte di sé gli basta una sola parte. Se una malattia o un nemico lo hanno privato di una mano, se per sventura ha perso uno o tutt'e due gli occhi, anche così ridotto, sarà soddisfatto, e il corpo sconciato e mutilato gli andrà bene non meno di quando era integro. Ma se non rimpiange ciò che gli è venuto a mancare, questo non significa che preferisce la menomazione. 5 Il saggio è autosufficiente non nel senso che vuole essere senza amici, ma che può stare senza amici; e questo "può" significa che, se perde un amico, sopporta con animo sereno. Ma non sarà mai senza amici: può crearsene altri in breve tempo. Come Fidia, persa una statua, ne avrebbe fatta subito un'altra, così questo artefice di amicizie, perduto un amico, lo sostituirà con un altro. 6 Mi chiedi come si possa stringere presto un'amicizia? Te lo dirò se stabiliamo che io ti paghi subito il mio debito e per questa lettera facciamo pari. Dice Ecatone: "Ti indicherò un filtro amoroso, senza pozioni, senza erbe, senza formule magiche: se vuoi essere amato, ama." Non solo dalle amicizie sicure e di vecchia data si ricava grande piacere, ma anche dal cominciarne e dal procurarsene di nuove. 7 Tra chi ha un amico e chi lo cerca c'è differenza, come tra il contadino che miete e quello che semina. Il filosofo Attalo era solito dire che farsi un amico dà più gioia che averlo, "come al pittore procura più gioia l'atto di dipingere che l'opera finita." L'attendere con zelo a un lavoro dà di per sé un grande piacere: non ne prova, invece, uno uguale chi, finita un'opera, toglie mano. Gode ormai del frutto della sua arte: dipingendo, invece, godeva dell'arte stessa. I figli adolescenti dànno più frutti, ma da piccoli ci dànno una felicità più dolce.

8 Ritorniamo ora al nostro tema. Il saggio, anche se è autosufficiente, vuole, però avere un amico, se non altro per esercitare l'amicizia, e perché una virtù così nobile non languisca; non lo fa per il motivo dichiarato da Epicuro nella medesima lettera, e cioè "per avere chi lo assista se ammalato, chi lo soccorra in carcere o in miseria", ma per avere qualcuno da assistere lui stesso, nelle malattie, o da liberare se prigioniero dei nemici. Se uno si preoccupa solo di sé e perciò fa amicizia, sbaglia. L'amicizia finirà, come è cominciata: si è procurato un amico perché lo aiutasse nella prigionia: non appena ci sarà rumore di catene, costui sparirà. 9 Sono le amicizie cosiddette opportunistiche: un'amicizia fatta per interesse sarà gradita finché sarà utile. Così se uno ha successo, lo circonda una folla di amici, mentre rimane solo se cade in disgrazia: gli amici fuggono al momento della prova; per questo ci sono tanti esempi infami di persone che abbandonano l'amico per paura, e di altre che per paura lo tradiscono. L'inizio e la fine fatalmente concordano. Chi è diventato amico per convenienza, per convenienza finirà di esserlo. Se nell'amicizia si ricerca un utile, per ottenerlo si andrà contro l'amicizia stessa. 10 "Perché, dunque, ti fai un amico?" Per avere qualcuno per cui morire, qualcuno da seguire in esilio, da strappare alla morte anche a prezzo della mia vita: quella che tu descrivi non è amicizia, ma traffico, che mira a un profitto e guarda ai possibili vantaggi. 11 L'amore senza dubbio somiglia un po' all'amicizia; lo si potrebbe definire un'amicizia dissennata. Si ama forse per denaro? Per ambizione o per desiderio di gloria? L'amore di per sé trascura tutto il resto e accende negli animi un desiderio di bellezza e la speranza di un mutuo affetto. Ma come? Da una più onesta causa può nascere un sentimento ignobile? 12 "Ma ora non stiamo discutendo," potresti ribattere, "se l'amicizia si debba ricercare per se stessa." E, invece, è questa la prima cosa da dimostrare, poiché, in tal caso, vi si può accostare chi è autosufficiente. "E come, dunque, ci si accosta ad essa?" Come a un sentimento bellissimo, non per lucro, né per timore dell'instabilità della sorte; se uno stringe amicizia per opportunismo le toglie la sua grandezza.

13 "Il saggio è autosufficiente". I più, caro Lucilio, interpretano male questa espressione: allontanano il saggio da tutto e lo costringono dentro il suo guscio. Bisogna allora chiarire il significato e i limiti di questa frase: il saggio è autosufficiente per vivere felice, non per vivere; a questo scopo gli occorrono, infatti, molti elementi, per vivere felice solo un animo onesto, fiero e noncurante della sorte. 14 Voglio ora indicarti anche la distinzione fatta da Crisippo. Egli dice che il saggio non sente la mancanza di niente e, tuttavia, ha bisogno di molte cose: "Lo sciocco, invece, non ha bisogno di niente, perché non sa servirsi di niente, ma sente la mancanza di tutto." Il saggio ha bisogno delle mani, degli occhi e di molte altre cose indispensabili alle attività di ogni giorno, ma di nessuna sente la mancanza; sentire la mancanza di qualcosa deriva dalla necessità, mentre al saggio niente è necessario. 15 Quindi, per quanto sia autosufficiente, ha bisogno di amici e desidera averne il più possibile, ma non per vivere felice: è felice anche senza amici. Il sommo bene, cioè la felicità, non cerca al di fuori mezzi per realizzarsi; è un bene interiore e nasce tutto da se stesso; diventa schiavo della sorte se ricerca una parte di sé all'esterno. 16 "Quale sarà la vita del saggio se, gettato in carcere o relegato in terra straniera o costretto a una lunga navigazione o sbattuto su una spiaggia deserta, rimane senza amici?" Sarà simile a quella di Giove, quando alla fine del mondo, scomparsi gli dèi in un tutt'uno e cessando per qualche tempo l'ordine naturale delle cose, si riposerà chiuso in sé abbandonandosi ai suoi pensieri. Il saggio fa qualcosa di simile: si ritira in sé, sta solo con se stesso. 17 Finché gli è possibile ordinare le sue faccende a suo piacere, è autosufficiente e prende moglie; è autosufficiente e genera figli; è autosufficiente e tuttavia non potrebbe vivere se dovesse vivere senza nessuno. All'amicizia non lo porta nessun interesse personale, ma una naturale inclinazione; come in altri sentimenti, anche nell'amicizia c'è un'innata attrattiva. Come esiste l'odio per la solitudine e la ricerca di associazione, come la natura lega uomo a uomo, così anche in questo sentimento c'è uno stimolo che ci spinge a ricercare le amicizie. 18 E tuttavia, pur amando molto gli amici, che mette sul suo stesso piano, o che spesso addirittura antepone, il saggio delimiterà in sé ogni bene e ripeterà le parole di quel famoso Stilbone, lo stesso che Epicuro critica nella sua lettera. Costui, dopo la caduta della sua città, in cui aveva perso moglie e figli, uscì da solo, e tuttavia sereno, dall'incendio generale; gli fu chiesto da Demetrio, che ebbe poi il soprannome di Poliorcete per le città da lui distrutte, se avesse perso qualcosa. "Tutti i miei beni," rispose, "li ho con me." Ecco un uomo forte e valoroso! Egli vinse il nemico vincitore. 19 "Non ho perso nulla," disse: e costrinse il nemico a dubitare della propria vittoria. "Tutti i miei beni li ho con me": senso di giustizia, virtù, saggezza e soprattutto l'intelligenza di non ritenere un bene ciò che può essere tolto. Ci meravigliamo vedendo certi animali che attraversano indenni il fuoco; quanto è più ammirevole quest'uomo che uscì illeso e indenne dalle armi, le rovine, le fiamme! Vedi quanto è più facile vincere tutto un popolo che un solo uomo? Sono parole uguali a quelle del filosofo stoico: anch'egli porta i suoi beni intatti attraverso la città in fiamme: è autosufficiente e in questi confini delimita la sua felicità. 20 Non pensare che solo noi pronunciamo nobili parole; lo stesso Epicuro, censore di Stilbone, proferì una frase simile, e tu prendila per buona, anche se per oggi ho già pagato il mio debito: "Se pure è padrone del mondo intero, è un infelice l'uomo che non giudica ingentissimi i propri beni." Oppure, se in questo modo ti sembra espresso meglio (bisogna badare più al significato che alle parole): "Chi non si ritiene molto felice, anche se è padrone del mondo, è un poveretto." 21 Perché tu sappia poi che questo è un concetto comune, appunto perché dettato dalla natura, leggerai nei versi di un poeta comico:

Non è felice chi non pensa di esserlo.

Che importa qual è il tuo stato, se a te non sembra buono? 22 "E come?" ribatti "se si definirà felice uno vergognosamente ricco e quell'altro, padrone di molti schiavi, ma schiavo di più persone ancora, diventeranno felici per la loro frase?" Non importa quello che dicono, ma quel che pensano, e non quello che pensano un giorno solo, ma quello che pensano sempre. Non temere, poi, che un bene tanto grande tocchi ad un uomo indegno: solo il saggio è contento delle cose sue; gli sciocchi, invece, sono tormentati dal disgusto di se stessi. Stammi bene.

 

10

1 È così, non cambio parere: evita la massa, evita i pochi, evita anche il singolo. Non conosco nessuno con cui vorrei che tu avessi rapporti. Vedi come ti stimo: oso affidarti a te stesso. Cratete, raccontano, discepolo proprio di quello Stilbone che ho nominato nella lettera precedente, vedendo un ragazzo che passeggiava in disparte, gli chiese che cosa facesse lì da solo. "Parlo con me stesso," fu la risposta. E Cratete replicò: "Mi raccomando, fa' molta attenzione, stai parlando con un cattivo individuo." 2 Solitamente teniamo d'occhio chi è in preda al dolore e alla paura perché non faccia cattivo uso della solitudine. Se uno è dissennato non deve essere lasciato a se stesso; ora rimugina cattivi propositi, prepara pericoli a sé o agli altri, seconda turpi passioni; ora manifesta tutti quei sentimenti che nascondeva per timore o per vergogna, acuisce la sua audacia, eccita la libidine, fomenta l'ira. Infine, l'unico vantaggio della solitudine, cioè non confidare niente a nessuno, non temere spie, manca agli sciocchi: si tradiscono da soli.

Vedi, dunque, quali speranze nutro su di te; anzi, poiché la speranza indica un bene incerto, vedi che cosa mi riprometto: non c'è nessuno con cui vorrei che tu avessi rapporti piuttosto che con te stesso. 3 Ripenso alle parole magnanime e vigorose da te pronunciate: mi sono subito rallegrato con me stesso e ho detto: "Queste frasi nascono dal cuore, non dalle labbra; costui non è uno dei tanti, mira al bene." 4 Parla così, vivi così: bada che niente possa abbatterti. Sii pure grato agli dèi per avere esaudito i tuoi voti di un tempo, formulane altri nuovi: chiedi l'integrità della mente, la salute dell'anima e poi del corpo. Perché non dovresti formulare spesso questi voti? Prega dio con coraggio: non è tua intenzione chiedergli nulla che appartenga ad altri.

5 Ma per mandarti come al solito la lettera con un piccolo dono, ecco quello che ho trovato in Atenodoro e che secondo me corrisponde a verità: "Sappi che sarai libero da ogni passione, quando arriverai al punto di chiedere a dio solo ciò che puoi chiedere davanti a tutti." E invece come sono privi di senno gli uomini! Rivolgono sottovoce a dio le preghiere più turpi; se qualcuno li ascolta, tacciono, e quello che non vogliono che gli uomini sappiano lo raccontano a dio. Vedi, dunque, se non è utile questo insegnamento: vivi in mezzo agli uomini come se dio ti vedesse e parla con lui come se gli uomini ti udissero. Stammi bene.

 

11

1 Ho avuto un colloquio con il tuo amico, un ragazzo di buona indole e già le sue prime parole mi hanno mostrato la sua grandezza d'animo, la sua intelligenza e i progressi morali compiuti. Mi ha fornito un saggio delle qualità cui terrà fede. Non era preparato a parlare: è stato colto di sorpresa. Mentre si concentrava, solo in parte riuscì a superare quella timidezza che è un buon segno in un giovane e arrossì come dal profondo dell'anima. Questo rossore, immagino, lo seguirà sempre anche quando, confermati i suoi sani principî e spogliatosi di tutti i vizi, sarà ormai diventato un saggio. Nemmeno la saggezza può cancellare i difetti naturali del corpo o dello spirito: la scienza può attenuare, non vincere completamente le tendenze radicate e congenite. 2 Anche certi uomini di carattere fermo sudano copiosamente davanti alla folla, come se fossero stanchi e accaldati; ad alcuni, quando devono parlare, tremano le ginocchia; altri battono i denti, tartagliano e hanno le labbra incollate; né l'esercizio, né l'esperienza possono mai cancellare questi difetti: la natura esercita la sua forza e persino agli uomini più vigorosi ricorda la propria presenza valendosi delle loro debolezze. 3 Tra queste c'è pure il rossore che sale d'improvviso anche al volto degli uomini più importanti. Ma più spesso compare nei giovani che sono più ardenti e hanno il viso delicato; non risparmia, però nemmeno gli anziani e i vecchi. Certuni vanno temuti soprattutto quando arrossiscono, come se avessero perduto ogni pudore, 4 Silla diventava violentissimo quando il sangue gli saliva al viso. Niente era più dolce del volto di Pompeo; arrossiva sempre davanti alla folla, soprattutto se doveva tenere un discorso. Ricordo che Fabiano, chiamato in senato come testimone, arrossì e quel pudore gli si confaceva mirabilmente. 5 Questo non accade per debolezza d'animo, ma per la singolarità di un avvenimento che, se anche non sgomenta chi non è abituato, lo altera se è incline per natura a questo difetto; infatti, mentre alcuni sono di sangue calmo, altri lo hanno irruente, eccitabile e che affluisce rapidamente al volto. 6 Come ho già detto, nemmeno la saggezza può eliminare questi difetti: del resto, se potesse cancellarli tutti, avrebbe il dominio della natura. Tutte le caratteristiche legate alla nascita o alla costituzione fisica, persisteranno in noi, anche se cercheremo a lungo e con tenacia di correggerci; non possiamo sradicarle, come non possiamo procurarcele. 7 Gli attori che rappresentano i sentimenti, che esprimono la paura, la trepidazione, la tristezza, riescono a rendere anche la timidezza: chinano il volto, parlano con voce sommessa, abbassano gli occhi e li tengono fissi a terra. Non possono, però fingere il rossore: è una reazione che non si può frenare, né provocare. Nemmeno la saggezza può in questo caso, garantire un rimedio o giovare in alcun modo: sono fenomeni incontrollabili, vanno e vengono spontaneamente.

8 Ma è ormai tempo di concludere. Eccoti una massima utile e salutare che voglio tu ti imprima bene nell'animo: "Dobbiamo indirizzare la nostra stima verso un uomo onesto e averlo sempre davanti agli occhi per vivere come se lui ci guardasse, e agire sempre come se ci vedesse." 9 Questo Lucilio mio, è un insegnamento di Epicuro; egli ci ha dato, e a ragione, un custode e un maestro: si evitano molti errori, se è presente un testimone quando si sta per commetterli. È bene provare rispetto e riverenza per una persona che possa rendere più puro ogni nostro segreto sentimento con la sua autorevolezza. Beato chi con la sua presenza fisica, o anche solo spirituale, ci aiuta a emendarci! Beato chi rispetta un uomo al punto di correggersi e migliorarsi anche solo ricordandolo! Se uno può rispettare tanto una persona, presto sarà anch'egli oggetto di rispetto. 10 Scegli, dunque, Catone; e se ti sembra troppo intransigente, scegli Lelio più mite di carattere. Scegli un uomo di cui approvi la vita, le parole e il volto stesso, specchio dell'anima. Tienilo sempre davanti agli occhi come guida e come esempio. È necessario, ti dico, regolare su qualcuno la nostra condotta: non si possono correggere i difetti senza una norma cui fare riferimento. Stammi bene.

 

12

1 Dovunque mi volti, vedo i segni della mia vecchiaia. Ero andato nella mia villa fuori città e mi lamentavo per le spese necessarie alla casa ormai in rovina. Il fattore mi risponde che non è colpa della sua negligenza; lui fa il possibile, ma l'edificio è vecchio. Questa villa l'ho tirata su io: che sarà di me, se i massi che hanno la mia età sono in un tale disfacimento? 2 Adirato con lui, colgo al volo il primo pretesto per sfogare la mia stizza: "È evidente," dico, "che questi platani sono trascurati: non hanno foglie; i rami sono secchi e nodosi, i tronchi spogli e aridi. Questo non succederebbe se qualcuno ci zappasse intorno, se li innaffiasse." Egli giura sul mio genio protettore che fa tutto il necessario, che non manca di curarli, ma sono alberi ormai piuttosto vecchi. Rimanga fra noi: sono stato io a piantarli, io a vederne le prime foglie. 3 Mi giro verso la porta. "Chi è costui?" esclamo, "questo vecchio decrepito che giustamente sta davanti alla porta e guarda all'esterno? Dove l'hai trovato? Perché mai hai portato qui la salma di uno sconosciuto?" E quello: "Ma come, non mi riconosci? Sono Felicione: mi regalavi sempre le statuette di argilla; sono figlio del fattore Filosito, ti ero tanto caro." "Costui è proprio pazzo," dico, "ora è diventato un ragazzetto, la mia gioia? Certo, può essere: proprio adesso gli cadono i denti."

4 Devo una cosa alla mia villa: dovunque mi sono girato, mi è apparsa evidente la mia vecchiaia. Accogliamola e amiamola: può procurare grandi piaceri, se sappiamo farne buon uso. I frutti di fine stagione sono i più graditi; la fanciullezza è bellissima quando sta per finire; chi è dedito al bere gusta soprattutto l'ultimo bicchiere, quello che stordisce, che dà all'ebbrezza il tocco finale. 5 Di ogni piacere, il meglio è alla fine. È dolcissima l'età avanzata, ma non ancora sull'orlo della tomba, e anche il periodo agli sgoccioli della vita ha, secondo me, i suoi piaceri; o, almeno, a essi subentra il non sentirne più il bisogno. Come è dolce aver estenuato e abbandonato le passioni! 6 "È penoso, però avere la morte davanti agli occhi," ribatti. Innanzi tutto davanti agli occhi devono averla vecchi e giovani: non siamo chiamati in base all'età; inoltre, nessuno è tanto vecchio da non poter sperare in un altro giorno di vita. E un solo giorno è un momento della vita. L'intera esistenza è composta di tante parti e ha dei cerchi più grandi che ne comprendono altri più piccoli; ce n'è uno che li abbraccia e li cinge tutti e va dal giorno della nascita a quello della morte; ce n'è un secondo che isola gli anni dell'adolescenza; c'è quello che comprende nel suo giro tutta la fanciullezza; c'è poi l'anno che racchiude in sé tutti gli attimi la cui somma forma la vita; il mese è compreso in un cerchio più stretto; il giorno ha un corso molto breve, ma anch'esso va da un inizio a una fine, dall'alba al tramonto. 7 Perciò Eraclito, che dal suo linguaggio ebbe il soprannome di "oscuro" dice: "un giorno è uguale ad ogni altro." Questa frase viene interpretata in modi diversi. Secondo ‹alcuni› è uguale per numero di ore, e non sbagliano: se il giorno è di ventiquattro ore, tutti i giorni devono essere uguali tra loro perché le ore perse dal giorno le acquista la notte. Secondo altri un giorno è uguale a tutti, perché tutti si somigliano; anche in un solo giorno si può trovare, infatti, tutto quanto c'è in uno spazio di tempo lunghissimo, luce e notte, e nelle alterne vicende dell'universo ‹la notte›, ora più breve, ora più lunga, questi fenomeni li genera in gran numero, ‹sempre della stessa natura›. 8 Perciò ogni giorno deve essere organizzato come se fosse l'ultimo e concludesse la nostra vita. Pacuvio, che fu governatore della Siria per un lungo periodo e quasi la fece sua, celebrava le proprie esequie con vino e banchetti funebri; finita la cena si faceva portare in camera da letto mentre i suoi amasî lo applaudivano e cantavano accompagnati dalla musica: "$âåâßùôáé, âåâßùôáé$". E ogni giorno celebrava questi funerali. 9 Quello che Pacuvio faceva per cattiva coscienza, noi facciamolo spinti dalla buona coscienza, e andando a dormire lieti e allegri diciamo:

Ho vissuto e ho percorso il cammino che il destino mi ha assegnato.

Se dio vorrà concederci ancora un giorno accettiamolo con gioia. È veramente felice e padrone di sé chi aspetta il domani senza preoccupazione; se uno dice: "Ho vissuto," ogni giorno alzarsi al mattino gli appare come un guadagno.

10 Devo ormai concludere la lettera. "Così", dici, "mi arriverà senza nessun regalo." Non temere: porta qualcosa con sé. Che dico? Qualcosa? Dovevo dire: molto. Che c'è di più nobile della massima che le affido da riferirti? "Vivere nel bisogno è un male, ma non c'è nessuna necessità di vivere nel bisogno." E perché non c'è? Da ogni parte ci sono molte strade aperte, brevi e facili, verso la libertà. Ringraziamo dio perché nessuno è costretto a rimanere in vita: possiamo calpestare anche le necessità. 11 "Questo lo ha detto Epicuro," ribatti, "che hai a che fare con un estraneo?" Ciò che è vero è anche mio. Continuerò a citarti Epicuro, perché coloro che giurano sulle parole e non tengono conto del loro significato, ma della provenienza, sappiano che le cose migliori sono patrimonio comune. Stammi bene.

 

LIBRO SECONDO

 

 

13

1 So che hai molto coraggio; anche prima che temprassi il tuo spirito con insegnamenti salutari e utili per superare le avversità della vita, eri già piuttosto soddisfatto del tuo atteggiamento di fronte alla sorte e ancor più lo sei ora dopo averla affrontata con decisione e aver provato le tue forze; in queste non si può mai confidare con sicurezza finché non si presentino numerose, e talvolta incalzanti, difficoltà da ogni parte. Così si sperimenta il coraggio vero, che non è sottoposto all'arbitrio altrui: è la prova del fuoco. 2 Un atleta non può combattere con accanimento se non è già livido per le percosse: chi ha visto il proprio sangue e ha sentito i denti scricchiolare sotto i pugni, chi è stato messo a terra e schiacciato dall'avversario e, umiliato, non si è perso d'animo, chi si è rialzato più fiero, dopo ogni caduta, va a combattere con buone speranze di vittoria. 3 Quindi, per continuare con questo paragone, molte volte ormai hai subito l'assalto del destino; tu, però non ti sei arreso, ma sei balzato in piedi e hai resistito con maggior fermezza: il valore, quando è sfidato, si moltiplica.

Tuttavia, se credi, accetta le armi di difesa che ti offro. 4 Sono più le cose che ci spaventano di quelle che ci minacciano effettivamente, Lucilio mio, e spesso soffriamo più per le nostre paure che per la realtà. Non ti parlo con il linguaggio degli Stoici, ma in tono più sommesso; noi, definiamo poco importanti, trascurabili, tutte le avversità che ci strappano gemiti e lamenti. Tralasciamo queste parole magnanime, ma, buon dio, vere; ti raccomando solo di non essere infelice anzitempo: le disgrazie che hai temuto imminenti, forse non arriveranno mai, o almeno non sono ancora arrivate. 5 Certe cose ci tormentano più del dovuto, certe prima del dovuto, certe assolutamente senza motivo; quindi, o accresciamo la nostra pena o la anticipiamo o addirittura ce la creiamo.

Il primo punto per il momento rimandiamolo: il problema è controverso e c'è una discussione in corso. Quei mali che io avrò definito trascurabili, tu li giudicherai gravissimi; certi ridono sotto i colpi di frusta, altri, invece, gemono per un pugno. Vedremo in seguito se quei mali hanno forza per loro stessi o per la nostra debolezza. 6 Se chi ti sta intorno vorrà persuaderti della tua infelicità, promettimi di badare non a quello che ascolti, ma a quello che provi e di decidere in base alla tua fermezza; chiedi a te stesso, che ti conosci meglio di tutti: "Perché costoro mi compiangono? Perché stanno in allarme, perché hanno paura anche di toccarmi, quasi che le disgrazie fossero contagiose? È veramente un male o, più che di un male, si tratta di una valutazione errata?" Chiediti: "Forse mi cruccio e mi affliggo senza motivo e mi creo un male che non esiste?" 7 "In che modo," domandi, "posso capire se mi angustio a torto o a ragione?" Eccoti una norma per stabilirlo: o ci tormentiamo per il presente o per il futuro o per entrambi. Del presente è facile giudicare: se sei libero, sano e non subisci dolorose violenze, guarderemo al futuro: oggi non c'è motivo di crucciarsi. 8 "Ma ci sarà". Innanzi tutto considera se ci sono sicuri indizi di un male prossimo: il più delle volte, infatti, stiamo in ansia solo per sospetti e ci facciamo gabbare da quelle dicerie che riescono a determinare la sorte di una guerra e che a maggior ragione determinano la sorte dei singoli. È così, mio caro: crediamo facilmente alle supposizioni; non mettiamo a fuoco le cause delle nostre paure e non ce le scuotiamo di dosso; ci agitiamo e voltiamo le spalle come soldati che abbandonano l'accampamento per il polverone sollevato da un branco di pecore in fuga o come quelle persone che si lasciano spaventare da racconti di cose prive di fondamento e di cui non è noto nemmeno l'autore. 9 Non so perché le paure infondate turbino di più; quelle fondate hanno un loro limite: tutto ciò che è incerto è in balia delle congetture e dell'arbitrio di un animo terrorizzato. Perciò niente è così dannoso, così irrefrenabile come il panico; le altre forme di timore sono irrazionali, questa è dissennata. 10 Esaminiamo, perciò attentamente, la questione. È verosimile che in futuro accada qualche male: ma non è proprio sicuro. Quanti eventi inaspettati sono accaduti! E quanti, attesi, non si sono mai verificati. E se anche capiterà, a che giova andare incontro al dolore? Ti dorrai a sufficienza quando il male arriverà: frattanto augurati il meglio. 11 Che ci guadagnerai? Tempo. Possono intervenire molti fattori per cui un pericolo vicino oppure ormai prossimo si ferma o cessa o piomba addosso a un altro; spesso in un incendio si è offerta una possibilità di fuga; qualcuno è uscito illeso da un crollo; a volte la spada è stata ritirata proprio al momento dell'esecuzione; altri è sopravvissuto al suo carnefice. Anche la sfortuna è mutevole. Forse sarà, forse non sarà, nel frattempo non è; tu spera nel meglio. 12 Talora, benché non ci siano segni manifesti che preannuncino qualche disgrazia, l'animo si crea mali immaginari: o travisa in peggio una parola ambigua o ingigantisce un'offesa ricevuta e pensa non a quanto l'altro è in collera, ma a quanto è lecito a chi è in collera. Ma non c'è nessun motivo di vivere, nessun limite alle sventure, se si teme tutto quello che può accadere. Qui giova essere savi: respingi con forza d'animo la paura anche se motivata; se no, scaccia una debolezza con un'altra: modera il timore con la speranza. Gli eventi temuti non si verificano e quelli sperati deludono: è una verità più certa di tutte le nostre paure. 13 Considera, quindi, speranza e timore e quando tutto sarà incerto, favorisci te stesso: credi ciò che preferisci. Anche se il timore avrà più argomenti, scegli la speranza e metti fine alla tua angoscia; rifletti che la maggior parte degli uomini si arrovella e si agita, benché non ci siano mali presenti né certezza di mali futuri. Nessuno resiste a se stesso quando ha cominciato ad essere inquieto e non riconduce i suoi timori alla verità; nessuno dice: "Mente chi sostiene questo, mente: o se l'è inventato o crede a dicerie." Ci lasciamo trascinare dal vento; temiamo l'incerto come se fosse certo; non abbiamo il senso della misura, subito un dubbio si trasforma in timore.

14 Mi vergogno [...] di parlarti così e di rincuorarti con rimedi tanto deboli. Un altro dica pure: "Forse non accadrà," tu di': "E se accadrà? Vediamo chi dei due avrà la meglio; forse si risolverà a mio favore e una morte come questa darà decoro alla mia vita." La cicuta rese grande Socrate. Togli a Catone l'arma con cui rivendicò la sua libertà: gli toglierai una gran parte di gloria. 15 Ora ti sto facendo troppe esortazioni, mentre tu hai bisogno più di essere ammonito che esortato. Non ti spingo a un comportamento diverso dalla tua indole: sei disposto per natura a quello di cui parliamo; tanto più, dunque, accresci ed esalta il bene che c'è in te.

16 Posso ormai concludere la lettera, se le imprimo il suo sigillo, se le affido, cioè, una bella massima da riferirti. "Lo stolto, tra gli altri mali, ha anche questo: incomincia sempre a vivere." Considera il significato di questa frase, mio ottimo Lucilio, e comprenderai quanto sia vergognosa la leggerezza di quegli uomini che ogni giorno pongono nuove fondamenta alla loro vita, che nutrono speranze anche in punto di morte.

17 Guardali uno per uno: vedrai persone anziane che hanno mire ambiziose e si danno ai viaggi, agli affari. Niente è più sconcio di un vecchio che voglia ricominciare a vivere. Non aggiungerei il nome dell'autore di questa frase, se non fosse troppo poco conosciuta: non fa parte di quelle più note di Epicuro che io mi sono permesso di apprezzare e di fare mie. Stammi bene.

 

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1 Riconosco che è innato in noi l'amore del nostro corpo e riconosco che ne abbiamo la tutela. Non dico che non bisogna averne riguardo, dico che non bisogna esserne schiavi: se uno è schiavo del proprio corpo e teme troppo per esso e fa tutto in sua funzione, sarà schiavo di molti. 2 Comportiamoci non come se dovessimo vivere per il corpo, ma consci che non possiamo vivere senza. Se lo amiamo più del necessario, siamo tormentati dai timori, oppressi dalle preoccupazioni, esposti agli oltraggi. Colui al quale è troppo caro il proprio corpo, tiene in poco conto la virtù. Abbiamone, dunque, la massima cura, tanto, però da essere pronti a gettarlo nel fuoco quando lo richiedano la ragione, la dignità, la lealtà. 3 Nondimeno, per quanto possibile, evitiamo anche i disagi, non solo i pericoli, e mettiamoci al sicuro, pensando di volta in volta come si possano allontanare i casi più temibili. 4 Questi, se non sbaglio, sono di tre tipi: si teme la povertà, le malattie, la violenza dei più forti. Tra tutte queste ad atterrirci maggiormente è la minaccia del potere altrui, poiché si presenta con grande strepito e fragore. I mali naturali cui ho accennato, la povertà e le malattie, si insinuano silenziosamente e non spaventano: non li vediamo, né li sentiamo giungere: il male che ci viene dagli altri, invece, arriva con un grande apparato: ferro, fuoco, catene, branchi di fiere per fare scempio delle vittime. 5 Pensa ora al carcere, alla croce, al cavalletto, all'uncino, al palo ficcato nel corpo fino a uscire dalla bocca, alle membra lacerate dai carri lanciati in direzioni opposte, alla tunica intrisa e intessuta di materiale infiammabile e a tutte le torture che la ferocia umana ha escogitato. 6 Non c'è, perciò, da stupirsi se un male che ha forme diverse e un apparato raccapricciante spaventa tanto. Infatti, come il carnefice ottiene di più se mette in mostra più strumenti di tortura (spesso, è cosa nota, soccombe alla vista uno che al dolore avrebbe resistito), così, tra le sciagure che fiaccano e domano il nostro animo, hanno maggior forza quelle che si presentano con grande esteriorità. Ci sono disgrazie altrettanto gravi, la fame, intendo, la sete, le ulcere interne e la febbre che brucia le viscere, ma sono occulte e prive di minacce evidenti: le altre, invece, sono come le grandi guerre: si vincono con un vistoso spiegamento di forze.

7 Cerchiamo, dunque, di tenerci lontani dai mali. A volte è il popolo che dobbiamo temere; a volte, se in una città vige la norma di prendere in senato la maggior parte delle decisioni, dobbiamo temere i senatori influenti; a volte singoli individui, cui è concesso dal popolo il potere sul popolo. Avere amici tutti costoro sarebbe faticoso: è sufficiente non averli nemici. Perciò il saggio non provocherà mai l'ira dei potenti, anzi la eviterà, come in navigazione si evitano le tempeste. 8 Diretto in Sicilia, hai attraversato lo stretto. Il pilota temerario sfida l'austro minaccioso che sconvolge il mare siciliano e crea pericolosi vortici; non tiene la rotta a sinistra, ma si dirige là dove Cariddi agita il mare. Il pilota più prudente, invece, chiede a chi conosce il posto la direzione delle correnti e quali indicazioni diano le nubi; tiene la rotta lontana da quella zona tristemente famosa per i suoi vortici. Così fa il saggio: evita i potenti che possono nuocergli, badando soprattutto a non darlo a vedere; parte della sicurezza risiede, infatti, nel non aspirarvi apertamente: se uno fugge una cosa, la condanna. 9 Dobbiamo, dunque, vedere in che modo possiamo metterci al sicuro dalla massa. Per prima cosa cerchiamo di non avere i suoi stessi desideri: tra rivali c'è sempre lotta. Inoltre non dobbiamo possedere nulla che procuri un grande guadagno a chi voglia sottrarcelo: porta indosso il minimo indispensabile di beni soggetti a furto. Nessuno versa il sangue di un altro per il gusto di uccidere, o almeno pochi; la maggior parte agisce più percalcolo che per odio. I banditi non assalgono uno che non ha niente con sé: anche in una strada insidiata da malviventi, chi è povero può camminare tranquillo. 10 Inoltre, secondo un vecchio precetto, ci sono tre cose da evitare con cura: l'odio, l'invidia, il disprezzo. Solo la saggezza può mostrarci come realizzare questo intento; è difficile tenere una giusta via di mezzo ed evitare che la nostra paura dell'invidia ci porti a essere disprezzati, e mentre non vogliamo calpestare nessuno, gli altri abbiano l'impressione che possiamo essere calpestati. Per molti fu causa di timore l'essere temuti. Abbandoniamo tutte queste posizioni: il disprezzo altrui nuoce quanto la deferenza. 11 Dobbiamo rifugiarci nella filosofia; questa disciplina ispira un sacro rispetto non solo alle persone oneste, ma anche agli uomini non del tutto malvagi. L'eloquenza forense e qualunque altra cosa possa avere influenza sul popolo, crea avversari: la filosofia, invece, pacifica e presa dalle sue occupazioni, non può essere oggetto di disprezzo, viene anzi tenuta in considerazione in tutte le professioni anche dagli uomini peggiori. Mai la perversità sarà tanto potente, mai si congiurerà a tal punto contro le virtù che il nome della filosofia non rimanga sacro e venerabile; bisogna però occuparsene con serietà e moderazione.

12 "E allora?" ribatti. "Ti sembra che Catone abbia esercitato la filosofia con misura, quando respinse la guerra civile con la forza dei suoi discorsi? Quando intervenne nella lotta dei capi furenti? Quando, mentre alcuni si scagliavano contro Pompeo, altri contro Cesare, egli li attaccò entrambi?" 13 Qualcuno può mettere in discussione se a quel tempo il saggio avrebbe dovuto occuparsi di politica. Che vuoi, Marco Catone? Oramai non è più in gioco la libertà: già da tempo è andata in malora. Il problema è se avrà il potere Cesare o Pompeo: che hai a che fare con questa disputa? Niente. Si sceglie un padrone: che ti importa chi vince? Può anche vincere il migliore, ma chi vincerà non può non essere il peggiore. Ho accennato all'ultimo periodo dell'attività di Catone; ma neppure negli anni precedenti il saggio poteva intervenire in quello scempio dello stato. Che altro poteva fare Catone se non gridare e parlare invano, quando, sollevato di peso dal popolo e coperto di sputi, ora veniva trascinato via dal foro, ora veniva condotto dal senato al carcere?

14 Vedremo in seguito se il saggio debba partecipare alla vita politica: richiamo intanto la tua attenzione su quegli Stoici che, esclusi dagli affari pubblici, si ritirarono a vivere in disparte e a dare agli uomini leggi al riparo dalla violenza dei potenti. Il saggio non porterà scompiglio nella moralità pubblica, e non attirerà il popolo a sé vivendo in maniera singolare. 15 "E allora? Sarà completamente al sicuro chi seguirà questo modello di vita?" Non posso garantirtelo, come a un uomo temperante non posso garantire la salute, pur essendo la temperanza una valida premessa al benessere fisico. Qualche nave naufraga addirittura in porto: pensa a che cosa può accadere in mezzo al mare! Quanto maggiore sarebbe il pericolo per chi ha molte attività e si dà da fare, se neppure vivendo appartati si è al sicuro? Talora vanno a morte gli innocenti (chi lo nega?), ma più spesso i colpevoli. Se un soldato è stato colpito attraverso l'armatura non è detto che non sappia combattere. 16 Il saggio, infine, in ogni cosa guarda al proposito, non all'esito; cominciare dipende da noi, del risultato, invece, decide la sorte e io non le riconosco il diritto di giudicarmi. "Ma farà nascere contrattempi, avversità." Chi è colpevole non condanna.

17 E ora tendi la mano per il dono giornaliero. Te la riempirò d'oro, e poiché si è fatto cenno all'oro, senti in che modo puoi usarlo e goderne con maggiore soddisfazione. "Della ricchezza gode soprattutto l'uomo che non ne sente affatto il bisogno." "Dimmene l'autore" dici. Perché tu sappia quanto sono generoso, mi sono proposto di lodare le sentenze altrui: si tratta di Epicuro o di Metrodoro o di qualche altro filosofo di quella scuola. 18 E che importa chi l'ha detto? L'ha detto per tutti. Se uno sente il bisogno della ricchezza, teme di perderla; ma nessuno può godere di un bene che gli dà preoccupazione. Cerca il modo di accrescerla; e mentre pensa a incrementarla, dimentica di farne uso. Fa i conti, passa tutto il suo tempo nel foro, consulta il libro dei crediti: da padrone diventa amministratore. Stammi bene.

 

15

1 Era abitudine degli antichi, in uso fino ai miei tempi, scrivere all'inizio delle lettere "Se tu stai bene, ne sono contento, io sto bene". Giustamente noi diciamo: "Se ti dedichi alla filosofia, ne sono contento", poiché alla fin fine questo significa stare bene. Senza la filosofia l'anima è malata; e anche il corpo, se pure è in forze, è sano come può esserlo quello di un pazzo o di un forsennato. 2 Se vuoi star bene, dunque, cura soprattutto la salute dello spirito, e poi quella del corpo, che non ti costerà molto. È sciocco, mio caro Lucilio, e sconveniente per uno studioso esercitare i muscoli, sviluppare il collo e irrobustire i fianchi; quand'anche ti sarai ingrossato e avrai rinforzato i muscoli, non uguaglierai né il vigore, né il peso di un bue ben nutrito. Inoltre, se il peso del corpo è eccessivo, lo spirito ne è schiacciato ed è meno agile. Perciò riduci quanto più puoi la cura del corpo e lascia spazio allo spirito. 3 Se uno si occupa troppo del fisico, ha molti fastidi: per prima cosa la fatica degli esercizi ginnici estenua lo spirito e lo rende incapace di concentrarsi e di dedicarsi agli studi più impegnativi; poi l'abbondanza di cibo ottunde l'acume. A questo aggiungi che come allenatori si prendono schiavi della peggior specie, uomini occupati a ungersi d'olio e a bere, che giudicano soddisfacente una giornata se hanno sudato abbondantemente e se al posto del sudore versato hanno ingerito molto vino che a digiuno fa più effetto. Bere e sudare è la vita dell'ammalato di stomaco. 4 Ci sono, invece, esercizi facili e brevi che spossano sùbito il corpo e fanno risparmiare quel tempo che va tenuto in gran conto: la corsa, il sollevamento pesi, il salto in alto, in lungo e quello, per così dire, tipico dei Salii o, per usare una definizione più volgare, del "lavandaio": scegli uno qualsiasi di questi semplici e facili esercizi. 5 Ma qualunque cosa tu faccia, ritorna sùbito dal corpo allo spirito ed esercitalo notte e giorno. L'animo si rafforza con poca fatica; né il freddo, né il caldo e neppure la vecchiaia ne impediscono l'allenamento. Cura quel bene che migliora col tempo. 6 Non ti dico di stare sempre sui libri o sulle carte: bisogna concedere un po' di riposo allo spirito, quanto basta per distenderlo senza svigorirlo. Una passeggiata in vettura, ad esempio, stimola il corpo e non impedisce lo studio: puoi leggere, dettare, parlare, ascoltare, tutte attività che nemmeno il camminare preclude. 7 Non trascurare poi il timbro di voce: io ti consiglio di non alzarla per gradi e a intervalli regolari e quindi abbassarla. E se poi volessi imparare come si deve passeggiare? Chiama uno di quelli cui la fame ha insegnato nuovi mestieri: ci sarà chi regolerà i tuoi passi e sorveglierà la bocca mentre mangi: si spingerà tanto avanti quanto tu concederai alla sua audacia con la tua tolleranza e credulità. E allora? Comincerai a parlare gridando e alzando al massimo il tono della voce? È naturale, invece, farla crescere a poco a poco: tanto è vero che anche le parti in causa in tribunale cominciano con calma e finiscono col gridare; nessuno implora subito la protezione dei Quiriti. 8 Quindi, seguendo il tuo impulso, scagliati contro i vizi, ora con più veemenza, ora con più calma, regolandoti come ti suggerisce la voce. E quando la fai ridiscendere e la abbassi, deve calare, non precipitare; deve fuoriuscire in tono misurato, e non violento alla maniera degli zotici ignoranti. Noi non vogliamo che la voce venga educata, ma che educhi.

9 Ti ho evitato un grosso fastidio: a questo favore aggiungerò un solo piccolo compenso, anch'esso di provenienza greca. Ecco un precetto straordinario: "La vita degli sciocchi è spiacevole, inquieta, tutta proiettata al futuro." "Chi lo dice?" mi chiedi. Quello stesso di prima. Che vita - a tuo parere - si può definire da sciocchi? Quella di Baba o di Issione? No, è la nostra: una cieca avidità ci spinge a ricercare beni che nuoceranno e che certo non ci sazieranno mai; proprio noi che, se qualcosa potesse bastarci, l'avremmo già ottenuta; noi che non pensiamo quale gioia possa dare non chiedere nulla, come sia meraviglioso essere soddisfatti e non dipendere dalla sorte. 10 Perciò caro Lucilio, ricorda sempre quanti vantaggi hai conseguito; e quando guarderai quante persone ti stanno davanti, pensa a quante ti sono dietro. Se vuoi essere grato agli dèi e alla tua vita, pensa al numero degli uomini che hai superato. Ma che hai a che fare tu con gli altri? Hai superato te stesso. 11 Proponiti una meta da non oltrepassare neppure volendo; allontana finalmente questi beni pieni di insidie; sembrano migliori quando si spera di ottenerli che una volta ottenuti. Se in essi vi fosse sostanza, finirebbero per soddisfare: invece eccitano la sete di chi beve. Lascia da parte le belle apparenze; e il futuro, dominio dell'incerto destino, perché implorarlo dalla fortuna? Meglio convincersi a non chiederlo. Perché, poi, chiedere? Perché ammucchiare, dimenticando la fragilità umana? Perché affannarsi? Ecco, questo giorno è l'ultimo; se non lo è, è vicino all'ultimo. Stammi bene.

 

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1 Caro Lucilio, ti è chiaro - ne sono certo - che nessuno può vivere felicemente e neppure in maniera tollerabile senza l'amore della saggezza: una perfetta saggezza rende felice la vita, ma tollerabile la rende anche una saggezza imperfetta. Questo concetto, anche se è evidente, deve tuttavia essere rafforzato e scolpito nel profondo con una riflessione quotidiana: mantenere i propositi fatti richiede più impegno che concepire onesti propositi. Bisogna perseverare e rinvigorire il nostro spirito con una assidua applicazione, finché la tendenza al bene diventi saggezza.

2 Perciò con me non hai bisogno di molti discorsi o di lunghe assicurazioni formali: so che hai fatto notevoli progressi. Conosco la provenienza di ciò che scrivi; non fingi, né ingigantisci le cose. Ti dirò tuttavia il mio pensiero: nutro in te grandi speranze, ma non ho ancora completa fiducia. Voglio che anche tu faccia lo stesso: non confidare in te sùbito e con facilità. Scruta, fruga ed esamina a fondo te stesso; considera innanzi tutto se hai fatto progressi nella filosofia oppure nella tua stessa vita. 3 La filosofia non è un'arte che cerca il favore popolare e non è fatta per essere ostentata; non consiste nelle parole, ma nei fatti. Di essa non ci si vale per far trascorrere piacevolmente le giornate, per eliminare il disgusto che viene dall'ozio: educa e forma l'animo, regola la vita, governa le azioni, mostra ciò che si deve o non si deve fare, siede al timone e dirige la rotta attraverso i pericoli di un mare agitato. Senza di lei nessuno può vivere tranquillo e sicuro; in ogni momento si presentano innumerevoli circostanze che esigono una direttiva, e questa bisogna cercarla nella filosofia. 4 Qualcuno dirà: "A che mi giova la filosofia, se esiste il fato? A che, se c'è un dio che ci governa? A che, se il caso detta legge? Non si possono mutare gli eventi prestabiliti, né difendersi contro quelli incerti, ma o un dio è padrone delle mie decisioni e ha stabilito che cosa devo fare, o la sorte non mi concede nessuna decisione." 5 Qualunque di queste forze esista, anche se esistono tutte, caro Lucilio, bisogna dedicarsi alla filosofia; sia che il destino ci vincoli con la sua legge inesorabile, sia che un dio, arbitro dell'universo, abbia disposto ogni cosa, sia che il caso sospinga e muova disordinatamente le vicende umane, deve proteggerci la filosofia. Ci esorterà a obbedire di buon grado a dio, e con fierezza alla sorte; ci insegnerà a seguire la volontà di dio, a sopportare il caso. 6 Ma non è questo il momento di discutere, quale sia il potere umano, se regna la provvidenza, o se ci vincola e ci trascina l'alternarsi delle vicende volute dal destino, o se dominano eventi impensati e improvvisi: io torno a raccomandarti e ti esorto a non lasciare che lo slancio del tuo spirito cali e perda vigore. Disciplinalo e rafforzalo, così che il tuo impulso al bene diventi un modo di essere.

7 Subito, appena avrai in mano la lettera, se ben ti conosco, andrai a vedere quale piccolo dono ti porta: scorrila con attenzione e lo troverai. Non stupirti della mia generosità: ancòra una volta ti faccio dono di un pensiero altrui. Ma perché ho detto altrui? Ogni concetto buono espresso da qualcuno, è mio. Anche questa è una massima di Epicuro: "Se vivrai secondo natura, non sarai mai povero; se vivrai secondo le opinioni non sarai mai ricco". 8 La natura ha poche esigenze, le opinioni moltissime. Si concentrino pure nelle tue mani le ricchezze di molti; la sorte ti dia più denaro di quanto ne possiede normalmente un privato, ti ricopra d'oro, ti vesta di porpora, ti conceda tanto lusso e magnificenza da poter ricoprire di marmo la terra e ti sia possibile non solo avere ricchezze, ma calpestarle; si aggiungano statue, dipinti e tutto ciò che le varie arti hanno creato per la soddisfazione della lussuria; da questi beni imparerai solo a desiderare sempre di più. 9 I desideri naturali hanno limiti ben definiti, quelli nati da una falsa opinione non ne hanno: il falso non ha confini. Chi percorre una strada ha una mèta: l'andare errando, invece, non ha mai fine. Allontanati, dunque, dalle vanità e quando vuoi sapere se ciò cui aspiri corrisponde a un desiderio cieco o naturale, considera se ha un termine; se dopo un lungo cammino rimane sempre una mèta più avanzata, sappi che non è un desiderio naturale. Stammi bene.

 

17

1 Se sei saggio, anzi, per essere saggio, abbandona tutte queste faccende e sùbito con tutte le tue forze tendi alla saggezza; se c'è qualcosa che ti trattiene, cerca di liberartene oppure tronca di netto. "Mi trattiene," dici, "la cura del patrimonio; vorrei disporlo in modo da poter vivere di rendita, per non essere gravato dalla povertà o gravare io stesso su qualcuno." 2 Quando parli così, sembra che tu non conosca la forza e la potenza di quel bene che vai ricercando; hai una visione complessiva di quanto giovi la filosofia, ma non distingui ancòra con sufficiente sottigliezza i particolari, non sai ancòra quanto e in quali situazioni ci sia di aiuto, come ci "soccorra", per dirla con Cicerone nelle circostanze più gravi e arrivi sino alle più piccole. Dammi retta, chiedile consiglio: ti persuaderà a non startene lì a far conti. 3 Questo cerchi e con codesti rinvii a questo vuoi arrivare, a non temere più la povertà: ma se bisogna ricercarla? Per molti la ricchezza è stata un ostacolo alla filosofia; il povero non ha ostacoli, non ha preoccupazioni. Quando risuona la tromba di guerra, sa di non essere in pericolo; quando viene dato l'allarme per un'alluvione, cerca come mettersi in salvo, non che cosa mettere in salvo; se deve fare un viaggio per mare, non c'è clamore in porto e sulla spiaggia fermento di gente al seguito di uno solo; non lo circonda una turba di servi il cui mantenimento richiede la fecondità delle terre d'oltremare. 4 È facile nutrire il ventre di poche persone temperanti, che non chiede altro se non di essere riempito: sfamare costa poco, saziare molto. La povertà si contenta di soddisfare solo le necessità impellenti: perché rifiuti una compagna di cui anche i ricchi, se hanno senno, seguono le abitudini? 5 Se vuoi dedicarti allo spirito, devi essere povero o vivere come un povero. Lo studio non può essere salutare se non si ricerca la frugalità e la frugalità è una povertà volontaria. Lascia, perciò da parte queste scuse: "Non possiedo ancora quanto basta; se riuscirò a metterlo insieme, allora mi dedicherò anima e corpo alla filosofia." Ma non ci si deve procurare niente prima di quella filosofia che invece tu rimandi e hai intenzione di procurarti dopo tutto il resto. Proprio dalla filosofia bisogna cominciare. "Voglio conquistarmi il necessario per vivere", sostieni. Ma contemporaneamente impara anche a preparare te stesso: se qualcosa ti impedisce di vivere bene, non ti impedisce di morire bene. 6 Non c'è motivo che la povertà o l'indigenza ci allontanino dalla filosofia. Chi vi aspira deve saper sopportare anche la fame; certuni la sopportarono durante gli assedi: eppure l'unico premio delle loro sofferenze era non cadere in balia dei vincitori! Quanto maggiore è il bene che ti viene promesso: una libertà perpetua, senza più timore né degli uomini, né della divinità. Anche chi ha fame deve arrivare a possedere questi beni? 7 Ci sono eserciti che hanno sofferto la mancanza di tutto, si sono nutriti di radici e sfamati con cose ripugnanti solo a nominarle; tutto questo l'hanno sopportato per un regno e - cosa più straordinaria - apparteneva ad altri: esiterà qualcuno a sopportare la povertà per liberarsi dalla furia delle passioni? Non c'è necessità di acquisire beni prima: si può arrivare alla filosofia anche senza provviste per il viaggio. 8 E così? Vuoi possedere tutto e poi avere anche la saggezza? Sarà il corredo di vita meno importante, e, come dire, un di più? Tu, se già possiedi qualcosa, dedicati alla filosofia (solo così puoi sapere se possiedi ormai abbastanza); se non possiedi niente, ricercala prima di qualsiasi altra cosa. 9 "Ma mi mancherà il necessario." Anzitutto non potrà mancarti, perché la natura ha esigenze modestissime e il saggio si adegua alla natura. Ma se gli capiterà di trovarsi in condizioni decisamente critiche, sùbito abbandonerà la vita e cesserà di essere gravoso a se stesso. Se poi i suoi mezzi per tirare avanti saranno scarsi e limitati, si contenterà senza preoccuparsi o angustiarsi più del necessario e darà al suo stomaco e al suo corpo quanto occorre; sereno e felice se la riderà delle occupazioni dei ricchi e dell'affannarsi di quegli uomini che corrono dietro alla ricchezza, e dirà a se stesso: 10 "Perché vai tanto per le lunghe? Vuoi aspettare i profitti dell'usura o gli utili del commercio o il testamento di un vecchio ricco, quando puoi diventare ricco sùbito? La saggezza procura sùbito la ricchezza: la dà rendendola superflua." Ma questo non ti riguarda: tu sei più vicino ai ricchi. Cambia epoca, avrai sempre troppo; quanto basta è uguale in ogni tempo.

11 Potrei chiudere qui la mia lettera, se non ti avessi abituato male. Nessuno può accomiatarsi dai re Parti senza donare niente, così io non posso salutarti senza pagare. Che posso fare? Chiederò un prestito a Epicuro: "Per molti la ricchezza non ha segnato la fine delle loro miserie, ma solo un cambiamento." 12 E non me ne stupisco: il male non sta nelle cose, ma nell'anima. Quello che ci aveva reso intollerabile la povertà, ci rende tale anche la ricchezza. Non ha importanza se fai coricare un ammalato su un letto di legno o d'oro: dovunque tu lo trasporti, porterà con sé la sua malattia; così non fa differenza se un animo infermo si trova nella ricchezza o nella povertà: il suo male lo segue. Stammi bene.

 

18

1 È dicembre: ora più che mai c'è fervore in città. Si è data ufficialmente via libera alla sfrenatezza; tutto risuona di grandiosi preparativi, come se ci fosse differenza tra i Saturnali e i giorni di lavoro; invece non ce n'è proprio nessuna, tanto che secondo me ha ragione chi ha detto che una volta dicembre durava un mese e ora invece è dicembre tutto l'anno. 2 Se ti avessi qui, discuterei volentieri con te sulla condotta da seguire: vanno mantenute le nostre abitudini quotidiane oppure, per non sembrare in contrasto con gli altri, dobbiamo pranzare più allegramente e toglierci la toga? Mentre una volta questo accadeva solo nei momenti difficili e quando la città era in pericolo, ora cambiamo veste per festeggiare e darci ai piaceri. 3 Se ben ti conosco, tu, assumendo il compito di giudice conciliatore, non vorresti che noi fossimo in tutto simili alla folla imberrettata, e neppure completamente diversi; salvo che proprio in questi giorni in cui la massa si abbandona ai piaceri, dobbiamo costringere il nostro animo ad astenersene, anche se è il solo; una prova certissima della propria fermezza può averla se non si accosta agli allettamenti che portano alla dissolutezza né vi si lascia trascinare. 4 Essere perfettamente sobri e temperanti mentre tutti gli altri si ubriacano e vomitano, è indice di una maggiore forza morale, ma è segno di una maggiore moderazione non allontanarsi da tutti, non cercare di distinguersi dagli altri, e nemmeno mescolarsi alla massa; fare le stesse cose, ma in modo diverso: è possibile festeggiare senza sfrenarsi.

5 Voglio, d'altra parte, mettere alla prova la tua fermezza d'animo; ti invito a comportarti come insegnano i grandi uomini: per qualche giorno nutriti di cibi pessimi e scarsi, vesti abiti ruvidi e rozzi e poi chiediti. "È questo ciò che temo?" 6 Anche nei momenti di tranquillità l'animo si prepari ai tempi difficili e quando va tutto bene si rafforzi contro i colpi della sorte. Il soldato fa le esercitazioni in tempo di pace, costruisce trincee quando non ci sono nemici e si sottopone a fatiche inutili per essere in grado di sostenere quelle necessarie; se non vuoi che uno sia in preda al terrore al momento della prova, fallo esercitare prima. Hanno seguito questo metodo quegli uomini che, per un po' ogni mese, vissero da poveri, quasi fino all'indigenza, così da non temere mai quello stato che avevano conosciuto frequentemente. 7 Non devi ora pensare che io parli delle cene di Timone o delle camerette da povero e di tutto quello che i ricchi annoiati dal lusso fanno per passatempo: devi avere veramente un pagliericcio, un saio e pane nero e secco. Vivi in questo stato per tre o quattro giorni, talvolta anche di più, perché non sia un gioco, ma una prova: allora, credimi, Lucilio mio, sarai contento di esserti saziato con poca spesa e capirai che per la serenità non serve che la fortuna sia propizia. Anche se è contraria, ti darà quanto basta alle necessità della vita. 8 Non c'è motivo, però che ti sembri di fare grandi cose: farai lo stesso che migliaia di schiavi e migliaia di poveri; puoi compiacerti solo perché lo farai senza esservi costretto, perché sopportare la povertà per sempre sarà per te facile quanto sperimentarla di tanto in tanto. Esercitiamoci al palo e perché la sorte non ci sorprenda impreparati, familiarizziamo con la povertà; vivremo più tranquilli nella ricchezza se sapremo che non è gravoso essere poveri. 9 Epicuro, famoso maestro di piaceri, aveva stabilito dei giorni in cui si cibava frugalmente per vedere se veniva a mancare qualcosa al pieno e perfetto piacere, quanto grande era il senso della mancanza e se il divario meritava di essere colmato a prezzo di grande fatica. Nelle lettere che egli scrisse a Polieno, sotto l'arcontato di Carino, dice proprio questo e si vanta di spendere meno di un asse per sfamarsi, mentre Metrodoro, che non aveva fatto gli stessi progressi, ne spendeva uno intero. 10 Pensi che ci si possa saziare con questo tipo di vitto? Sì, certamente, e si può anche provare piacere; non quel piacere superficiale e fuggevole che deve essere ripetutamente stimolato, ma un piacere costante e sicuro. L'acqua, la polenta o un pezzo di pane d'orzo non sono saporiti; dà, però un grandissimo godimento poter trarre piacere anche da questi cibi ed essere arrivati a tal punto che nessuna avversità della sorte non può toglierci più nulla. 11 In carcere il vitto è più abbondante; il carnefice non dà così poco cibo ai condannati alla pena capitale: sottoporsi volontariamente a disagi che neppure chi è condannato a morte deve temere è segno di una straordinaria grandezza d'animo! Questo significa prevenire i colpi della sorte. 12 Comincia dunque, mio caro, a seguire le abitudini di costoro e stabilisci dei giorni in cui abbandonare le tue cose e prendere familiarità col poco; comincia ad avere rapporti con la povertà:

abbi la forza di disprezzare le ricchezze, ospite, e renditi anche tu degno di dio.

 

13 Nessun altro è degno di dio quanto colui che disprezza le ricchezze; non ti proibisco di possederle, ma voglio che tu le possieda senza timori; e questo risultato lo conseguirai in un solo modo: se sarai convinto di poter vivere felice anche senza, se le guarderai sempre come se dovessi perderle.

14 Ma è tempo ormai di chiudere la lettera. "Prima," mi dici, "paga il tuo debito." Ti farò pagare da Epicuro: "L'ira sfrenata genera pazzia." Quanto ciò sia vero lo sai necessariamente perché hai avuto servi e nemici. 15 Questo sentimento può divampare contro qualsiasi persona; nasce tanto dall'amore, quanto dall'odio, sia nei momenti critici che tra giochi e scherzi e non importa la gravità delle cause, ma l'animo in cui si manifesta. Allo stesso modo del fuoco non importa la sua violenza, ma il materiale su cui si sviluppa: i corpi più compatti non lo alimentano anche se è violentissimo, mentre quelli aridi e facilmente infiammabili mantengono viva anche una scintilla fino a trasformarla in incendio. È così, Lucilio mio: dall'ira violenta nasce la follia, perciò l'ira va evitata non solo in nome della moderazione, ma anche per mantenersi sani. Stammi bene.

 

19

1 Sono felice ogni volta che ricevo le tue lettere: mi colmano di buone speranze e non mi portano più solo promesse, ma precise garanzie su di te. Continua così, ti supplico; che posso chiedere di meglio a un amico, se non ciò che chiedo per il suo stesso bene? Se puoi, sottraiti a codeste occupazioni; se no, staccatene a viva forza. Abbiamo già sprecato troppo tempo: ora che siamo vecchi cominciamo a preparare i bagagli. 2 È disonorevole? Abbiamo vissuto in mezzo ai marosi, almeno moriamo in porto. Non ti consiglio di ricercare la fama con una vita ritirata: non devi sbandierarla e nemmeno nasconderla; pur condannando la follia umana non arriverei mai al punto da volere che tu vivessi nell'oscurità dimenticato da tutti: comportati in modo che il tuo ritiro non spicchi troppo; sia, però evidente. 3 Quelle persone che sono agli inizi e devono ancora prendere le loro decisioni vedranno se scegliere una vita oscura: tu non sei libero. Sei al centro dell'attenzione per il vigore del tuo ingegno, l'eleganza degli scritti, l'amicizia con uomini nobili e illustri; ormai sei famoso; anche se ti apparti e cerchi di nasconderti completamente, le tue azioni passate ti metteranno in mostra. 4 Non puoi rimanere nell'ombra: dovunque tu fugga, ti seguirà gran parte della vecchia luce: puoi, però, rivendicare la tua tranquillità senza attirarti l'astio di nessuno, senza rimpianti o rimorsi. Che cosa dovresti lasciare a malincuore? I clienti? Nessuno di loro vuole te, ma qualcosa da te; un tempo si cercava l'amicizia, oggi il profitto; i vecchi cambieranno testamento, vedendosi abbandonati, il cliente busserà ad altre porte. Una cosa di gran valore non può costare poco: valuta se preferisci rinunciare a te stesso o a qualcuno dei tuoi privilegi. 5 Ti fosse toccato di invecchiare nello stesso stato in cui nascesti e la fortuna non ti avesse innalzato tanto! La tua rapida carriera, il governo della provincia, l'ufficio di procuratore e tutti i vantaggi connessi ti hanno allontanato dalla visione di una vita sana; poi si succederanno cariche sempre più importanti: quale sarà il risultato? 6 Che cosa aspetti? Di aver esaurito tutti i tuoi desideri? Non arriverà mai quel momento. Noi diciamo che c'è una successione di cause cui il fato è concatenato: tale è ‹la successione› dei desideri: nascono l'uno dall'altro. Ti sei cacciato in un sistema di vita che mai porrà fine da sé alle tue miserie e alla tua schiavitù: sottrai al giogo il collo ormai consunto; meglio un taglio netto che una continua oppressione. 7 Se ti ritirerai a vita privata, avrai di meno, ma sarai soddisfatto; ora invece la gran quantità di beni raccolti da ogni parte non ti sazia. Ma allora preferisci la sazietà nell'indigenza o la fame nell'abbondanza? Il ricco è avido ed è soggetto all'avidità altrui; fino a quando non ti basterà niente, tu stesso non basterai agli altri. 8 "E come ne uscirò?" domandi. In qualunque modo. Pensa a quanto hai temuto per il denaro, quanto ti sei affaticato per la carriera: bisogna osare qualcosa anche per conseguire il riposo, oppure invecchiare nelle preoccupazioni delle procurature e poi delle cariche cittadine, in continua agitazione e fra sempre nuove inquietudini: non vi si può sfuggire né con la moderazione, né con una vita calma. Che importa se tu vuoi vivere tranquillo? Il tuo destino non vuole. E che accadrà se anche ora gli permetterai di crescere? Le paure aumenteranno proporzionalmente ai successi. 9 Voglio a questo punto riferirti una frase di Mecenate. Ha detto molte verità anche in mezzo ai tormenti della sua posizione: "L'altezza di per sé espone le cime ai fulmini". Vuoi sapere in che libro lo ha scritto? In quello intitolato Prometeo. Mecenate voleva dire che chi sta in alto è esposto ai colpi della sorte. E tu valuti tanto il potere da giudicare queste parole un discorso da ubriaco? Quell'uomo ebbe un grande ingegno e avrebbe dato un insigne esempio di eloquenza romana, se non lo avesse snervato, anzi castrato, la prosperità. Ti attende questa fine se non ammaini le vele, se non ti dirigi verso la terraferma, cosa che egli decise di fare troppo tardi.

10 Con questa massima di Mecenate avrei potuto saldare il mio debito con te, ma, se ben ti conosco, ne farai una questione e vorrai ricevere quanto ti devo in valuta nuova e pregiata. Stando così le cose, devo chiedere un prestito a Epicuro. Scrive: "Bisogna prima guardare con chi si beve e si mangia e poi che cosa si beve e si mangia; mangiare senza un amico è vivere come i leoni o i lupi." 11 E questo non ti succederà, se non farai vita ritirata: altrimenti avrai come commensali quelli scelti tra la massa dei clienti dallo schiavo addetto ai nomi; chi cerca gli amici nell'atrio o li prova a tavola sbaglia. Il male peggiore per l'uomo indaffarato e occupato ad amministrare i suoi beni è ritenere amici persone cui egli non è amico, e pensare che i suoi favori servano ad accattivargli gli animi, mentre certuni più sono debitori, più odiano: una piccola somma data in prestito crea un debitore, una grossa crea un nemico. 12 "E allora? I favori non procurano amici?" Certo li procurano, se è possibile scegliere chi li riceve, se sono fatti a ragion veduta, non distribuiti a caso. Perciò ora che cominci a ragionare con la tua testa, segui questo consiglio dei saggi: giudica più importante il beneficato del beneficio. Stammi bene.

 

20

1 Se hai la forza e ti ritieni degno di avere un giorno pieno dominio su di te, ne sono contento; sarà per me motivo di gloria se riuscirò a tirarti fuori da questa situazione in cui ondeggi senza speranza di uscirne. Ti prego caldamente, Lucilio mio, scolpisci nel profondo del tuo animo i principî filosofici e constata i tuoi progressi non in base ai discorsi o agli scritti, ma alla fermezza d'animo e al controllo delle passioni: dimostra con i fatti la verità delle parole. 2 Diverso proposito hanno gli oratori che cercano di ottenere il consenso del pubblico, oppure coloro che attirano l'attenzione dei giovani e degli oziosi dissertando con scioltezza su svariati argomenti: la filosofia insegna ad agire, non a parlare, ed esige che si viva secondo le sue leggi, perché la vita non sia in contrasto con le parole, né con se stessa, e tutte le nostre azioni si uniformino a un unico principio. Questo è il compito principale della saggezza, e anche l'indizio più certo: che le azioni concordino con i discorsi, così che l'uomo sia sempre uguale e identico a se stesso. "Chi si comporta così?" Pochi, ma qualcuno c'è. Certo non è facile; io non sostengo che il saggio avanzerà sempre con lo stesso passo, ma per una stessa via. 3 Perciò esaminati a fondo: se i tuoi abiti sono in contrasto con la tua casa, se sei generoso con te e avaro con i tuoi, se ceni frugalmente, ma hai dimore lussuose. Scegli un'unica regola di vita e conforma ad essa tutta la tua esistenza. Alcuni in casa si moderano, fuori, invece, conducono una vita sfarzosa e senza freni; questa disuguaglianza è un difetto ed è indizio di un animo volubile che non ha trovato ancòra la sua strada. 4 Ti spiegherò anche da dove nascano quest'incostanza e questa incoerenza di azione e di pensiero: nessuno ha chiari propositi e, se li ha, non persevera, ma li lascia da parte; e non si limita a cambiare idea: torna indietro e si volge nuovamente a quelli che aveva abbandonato e rinnegato. 5 Perciò per lasciare da parte le vecchie definizioni di saggezza e abbracciare ogni espressione della vita umana, mi contento di questa: che cos'è la saggezza? Volere o non volere sempre la stessa cosa. Non occorre aggiungere la condizione che bisogna volere il bene: nessuno può volere sempre la stessa cosa, se non è giusta. 6 Gli uomini non sanno che cosa vogliono, se non nel momento in cui lo vogliono; nessuno ha deciso una volta per tutte ciò che vuole o non vuole; ogni giorno cambiano opinione e se ne formano una opposta, e i più prendono la vita come un gioco. Persegui, dunque, i tuoi propositi e forse arriverai alla vetta o a un punto dove tu solo puoi capire di non essere ancòra in cima.

7 "Che cosa accadrà," chiedi, "a tutti i miei servi quando non avrò più il mio patrimonio?" Quando cesserai di mantenerli, si manterranno da soli, oppure, quello che tu non puoi sapere dai tuoi favori, lo saprai dalla povertà: resteranno gli amici veri e sicuri, e se ne andrà chi non cercava te, ma altro. Non si deve, allora, amare la povertà anche solo perché ti mostra chi ti ama veramente? Quando verrà quel giorno in cui nessuno mentirà più per rispetto a te! 8 I tuoi pensieri tendano a questo: ricerca e desidera solo, rimettendo a dio ogni altro desiderio, di essere pago di te stesso e dei beni che nascono da te. Quale felicità può essere più vicina? Riduciti a un modesto livello di vita, da cui non puoi precipitare; e perché tu lo faccia più volentieri, il tributo che ora ti darò in questa lettera verterà sull'argomento.

9 Se pure non sei d'accordo, anche questa volta Epicuro pagherà volentieri al mio posto. "Se dormirai in un misero letto e vestirai umili panni, le tue parole, credimi, sembreranno ancòra più nobili: non le pronuncerai soltanto, ma le proverai coi fatti." Io, certo, ascolto con spirito diverso gli insegnamenti del nostro Demetrio, da quando l'ho visto con la sola tunica, disteso su meno che un pagliericcio: non è maestro, ma testimone della verità. 10 "E allora? Non si può disprezzare la ricchezza, pur possedendola?" Perché no? E dimostra una straordinaria grandezza morale chi se la ride delle ricchezze che lo circondano, molto stupito di possederle, e sente dire che sono sue, ma dentro di sé non le sente tali. È già molto non essere corrotti dal contatto con la ricchezza; è grande chi ci vive in mezzo da povero. 11 "Io non so," dici, "come costui sopporterà la povertà, se dovesse incapparvi." E io, da parte mia, o Epicuro, non potrei dire se [...] questo povero disprezzerà la ricchezza nel caso dovesse capitargli; bisogna, perciò esaminare in entrambi i casi la disposizione di spirito e considerare se il ricco si adatterebbe alla povertà, e se il povero non si compiacerebbe della ricchezza. Il lettuccio o i vestiti miseri non bastano a provare la buona disposizione di spirito, a meno che non sia evidente che si sopportano non per necessità, ma per libera scelta. 12 E d'altra parte è segno di un animo grande non correre verso la povertà come se fosse la condizione migliore, ma esservi preparati come se fosse facile. E, in realtà, è facile, Lucilio; e anche piacevole, se ci accostiamo a essa dopo aver meditato a lungo; vi troveremo la serenità senza la quale non c'è nessuna gioia. 13 Ritengo, dunque, necessario quello che, come ti ho scritto, hanno fatto spesso i grandi uomini: inframmezzare alcuni giorni in cui, vivendo una povertà immaginaria, ci prepariamo a quella vera; e tanto più dobbiamo farlo, in quanto viviamo immersi nei piaceri e giudichiamo tutto duro e difficile. Bisogna, invece, scuotere l'animo nostro dal sonno, stimolarlo e ricordargli che la natura ci ha dato esigenze minime. Nessuno nasce ricco; a tutti i neonati deve bastare del latte e un panno: ma, dopo questi inizi, non ci bastano i regni. Stammi bene.

 

21

1 Credi di avere dei problemi con le persone di cui mi hai scritto? I problemi maggiori li hai invece con te stesso, sei tu gravoso a te stesso. Non sai che cosa vuoi, apprezzi la virtù, più che seguirla, vedi dove sta la felicità, ma non osi raggiungerla. Visto che tu non riesci a capirlo, ti dirò io che cosa ti ostacola: tieni in gran conto ciò che hai intenzione di lasciare, e quando ti poni davanti agli occhi quella serenità che vuoi conseguire, sei trattenuto dallo splendore di questa vita da cui stai per allontanarti, come se poi dovessi precipitare in una esistenza sordida e oscura. 2 Sbagli, mio caro: da questa vita a quella si sale. E tra questa vita e quella c'è la stessa differenza che intercorre tra lo splendore e la luce, perché la luce ha una propria sicura origine, mentre lo splendore brilla di luce riflessa: questa vita è illuminata da una luce che viene dall'esterno, e chiunque si interponga vi proietta subito una densa ombra; quella, invece, splende di luce propria. Gli studi cui ti dedicherai ti renderanno illustre e celebre. 3 Ti farò l'esempio di Epicuro. Scrivendo a Idomeneo, allora funzionario di un potente re e ministro di affari importanti, per richiamarlo da una vita bella solo esteriormente a una gloria sicura e stabile, diceva: "Se ti interessa la gloria, ti renderanno più famoso le mie lettere che tutte le faccende di cui ti occupi e per cui sei onorato." 4 E non ha forse detto la verità? Chi conoscerebbe Idomeneo se Epicuro non ne avesse scolpito il nome con le sue lettere? Tutti quei magnati e satrapi e lo stesso re da cui derivava a Idomeneo ogni onore, sono sepolti nell'oblio. Le lettere di Cicerone fanno vivere il nome di Attico. A nulla gli sarebbe servito il genero Agrippa e Tiberio, marito della nipote, e il pronipote Druso Cesare; tra nomi tanto illustri non si parlerebbe di lui, se Cicerone non lo avesse legato a sé. 5 Piomberà su noi la sconfinata profondità del tempo, pochi ingegni riusciranno a emergere e, anche se sono egualmente destinati a scomparire prima o poi nel silenzio, resisteranno all'oblio e rivendicheranno la loro parte di gloria per lungo tempo. La promessa che Epicuro poté fare al suo amico te la faccio anch'io, caro Lucilio: godrò del favore dei posteri e posso condurre con me fuori dalle tenebre uomini destinati a una lunga fama. Il nostro Virgilio promise a due giovani memoria eterna e ha mantenuto la promessa:

Fortunati entrambi! Se i miei versi hanno qualche valore, nessun giorno mai vi sottrarrà al ricordo delle generazioni future finché la stirpe di Enea abiterà l'immota rupe del Campidoglio e il padre Romano avrà l'impero.

 

6 Tutti quegli uomini che si sono messi in luce col favore della sorte e sono stati strumento e parte della potenza altrui, hanno goduto in vita di grande favore e la loro casa era frequentata: dopo la morte però ne è scomparso sùbito anche il ricordo. Il rispetto tributato agli uomini di ingegno cresce, invece, col tempo e non sono onorati solo loro, ma si conserva tutto ciò che è unito alla loro memoria.

7 E perché Idomeneo non sia nominato gratuitamente nella mia lettera, pagherà lui di tasca sua il mio debito. Epicuro gli scrisse quella famosa frase con cui lo esorta a rendere ricco Pitocle non con i mezzi comuni e incerti. "Se vuoi," dice, "rendere ricco Pitocle, non devi aumentargli i beni, ma diminuirne i desideri." 8 È una frase troppo chiara ed eloquente per necessitare di una spiegazione o di un sostegno. Ti raccomando unicamente di non pensare che valga solo per la ricchezza: a qualunque argomento la applichi, avrà la stessa validità. Se vuoi che Pitocle abbia credito, non devi aumentargli le cariche, ma diminuirne i desideri; se vuoi che Pitocle viva nella gioia, non devi aumentargli i piaceri, ma ridurne i desideri; se vuoi che Pitocle diventi vecchio e viva pienamente la sua vita, non devi aggiungergli anni, ma ridurne i desideri. 9 Non credere che questi insegnamenti appartengano a Epicuro; sono di tutti. Quello che di solito si fa in senato, penso si debba farlo anche in filosofia: quando qualcuno esprime un'opinione che io non condivido pienamente, gli chiedo di suddividere il suo pensiero e seguo solo le parti che approvo.

Queste belle massime di Epicuro le cito tanto più volentieri perché dimostrino a chi ricorre a lui, sperando a torto di trovare una copertura ai propri vizi, che dovunque si volgano, devono vivere in maniera onesta. 10 Quando andrai nei suoi giardini dove c'è questa scritta: "OSPITE, QUI STARAI BENE, QUI IL PIACERE È IL SOMMO BENE", ti si farà incontro il custode della casa, uomo ospitale e affabile; ti accoglierà con della polenta e ti offrirà anche acqua in abbondanza; poi chiederà: "E allora, sei stato accolto bene? Questi giardini non stimolano la fame, ma la saziano, e le bevande non aumentano la sete, ma la estinguono con un rimedio naturale e gratuito; io sono diventato vecchio tra questi piaceri." 11 Ti parlo di quei desideri che non vengono appagati a parole, ma devono ricevere qualcosa per estinguersi. Per i desideri particolari che è possibile rinviare, reprimere e frenare, ti raccomando, invece, una sola cosa: sono piaceri naturali, non necessari. Ad essi non sei debitore di nulla: se paghi qualcosa, è un tributo volontario. Lo stomaco non ascolta insegnamenti: chiede, reclama. Non è, però un creditore molesto: si soddisfa con poco, se soltanto gli dai ciò che devi, non ciò che puoi. Stammi bene.

 

LIBRO TERZO

 

 

22

1 Tu ormai capisci che devi tirarti fuori da queste occupazioni belle e nocive; ma chiedi come puoi farlo. Certi suggerimenti li si può dare solo di persona; il medico non può scegliere per lettera l'ora del pranzo o del bagno: deve tastare il polso. Dice un vecchio proverbio che il gladiatore decide le sue mosse nell'arena: gliele suggeriscono il volto dell'avversario, i movimenti delle mani, l'inclinazione stessa del corpo, che egli studia attentamente. 2 Sulle consuetudini e le regole di condotta si possono rivolgere raccomandazioni sul piano generale per mezzo di qualcuno o per iscritto; consigli simili non si dànno solo agli assenti, ma addirittura ai posteri; ma sul tempo o sulle modalità delle azioni nessuno può consigliare da lontano: bisogna decidere sul posto. 3 Non basta essere presenti, bisogna avere gli occhi aperti per scorgere l'occasione propizia e fugace; devi cercare di scovarla, e se la vedi, devi coglierla al volo e mettere ogni slancio, ogni tua forza per liberarti di questi tuoi impegni. E ora ascolta bene il mio giudizio: io penso che da una vita come questa devi uscire, oppure uscire addirittura dalla vita. Ma penso anche che non devi farlo in maniera brusca: sciogli più che spezzare quei nodi in cui ti sei malamente impigliato, e tuttavia, se non ci sarà altro modo di scioglierli, spezzali. Nessuno è tanto pavido da preferire di stare sempre in bilico, piuttosto che di cadere una volta per tutte. 4 Frattanto, per prima cosa, non crearti altri impedimenti: bastano questi affari in cui ti sei cacciato o, come vorresti far credere, sei finito. Non devi cercartene altri o non avrai più scusanti: sarà chiaro che te li sei voluti. Le scuse che in genere si accampano sono pretestuose: "Non ho potuto fare diversamente. Che sarebbe accaduto se mi fossi rifiutato? Era necessario." Inseguire il successo non è indispensabile per nessuno: ma, se anche non vogliamo opporci, possiamo esercitare una resistenza passiva senza incalzare la fortuna che ci porta avanti.

5 Non avertela a male se i consigli non te li do io solo, ma ricorro anche ad altri, certo più saggi di me, ai quali di solito mi rivolgo, quando devo prendere una decisione. Leggi a questo proposito la lettera che Epicuro scrisse a Idomeneo: lo prega di fuggire il più in fretta possibile, prima che intervenga una forza maggiore e gli tolga la libertà di ritirarsi. 6 Occorre, però agire solo quando si potrà farlo in maniera adeguata, aggiunge, e al momento opportuno; ma quando si presenta l'occasione a lungo attesa, bisogna balzare su prontamente. Egli non ammette che sonnecchi chi pensa alla fuga, e pronostica un esito positivo anche nelle situazioni più difficili: basta non affrettarsi prima del tempo, e non ritirarsi al momento dell'azione. 7 A questo punto, credo, vorrai sentire anche l'opinione degli Stoici. Nessuno può accusarli di temerità: sono più cauti che coraggiosi. Ti aspetti forse che ti dicano: "È vergognoso cedere al peso; lotta con l'impegno che hai assunto. L'uomo che fugge la fatica e non dimostra un coraggio crescente di fronte alle difficoltà non è forte e valoroso." 8 Ti diranno così, se vale la pena di perseverare, se non si devono compiere o sopportare azioni indegne di un uomo onesto; altrimenti egli non si logorerà in fatiche spregevoli e infamanti, né vorrà mantenere delle occupazioni solo per essere occupato. L'uomo onesto non agirà neppure come pensi tu, disposto a sopportare, impelagato nelle ambizioni, gli affanni che ne derivano. Quando vedrà che la situazione in cui si dibatte è grave, incerta e ambigua, si ritirerà senza volgere le spalle, retrocedendo a poco a poco fino a mettersi al sicuro. 9 È facile, caro Lucilio, sbarazzarsi degli impegni, se ne disprezzi gli utili: sono proprio questi che ci fanno indugiare e ci trattengono. "E allora? Devo abbandonare tante grandi speranze? Rinunciare proprio al momento di raccogliere i frutti? Nessuno più al mio fianco, la mia lettiga senza accompagnatori, l'atrio della mia casa deserto?" A queste miserie gli uomini rinunciano malvolentieri e mentre le disprezzano si compiacciono delle gratificazioni che danno. 10 Si lamentano dell'ambizione come dell'amante: se guardi ai loro veri sentimenti, capisci che non lo fanno per odio, ma solo per attaccare briga. Esamina a fondo queste persone che deplorano quanto hanno desiderato e parlano di fuggire da quei beni per loro indispensabili; vedrai: indugiano volontariamente in quella situazione che dicono di sopportare a stento e con dolore. 11 È proprio così, Lucilio: pochi sono costretti alla schiavitù, la maggior parte si vincola da sé. Ma se hai intenzione di uscirne e cerchi davvero la libertà e chiedi un rinvio solo per mettere in atto le tue decisioni serenamente, perché non dovrebbe approvarti tutta la schiera degli Stoici? Tutti, da Zenone a Crisippo, ti esorteranno alla moderazione e all'onestà. 12 Ma se tergiversi per vedere quanto puoi portare con te e con quanto denaro puoi disporre convenientemente il tuo ritiro, non troverai mai una via d'uscita: nessuno può nuotare carico di bagagli. Elevati a una vita migliore col favore di dio, ma non quel favore che egli dimostra dispensando benignamente splendidi mali con una sola scusante: quei doni che bruciano, che tormentano, sono stati concessi su richiesta.

13 Già mettevo il sigillo alla lettera: ma devo riaprirla, perché ti arrivi col consueto piccolo dono e porti con sé una bella massima; me ne viene in mente una, non so se più vera o più eloquente. "Di chi è?" chiedi. Di Epicuro; ancora una volta faccio miei bagagli di altri: 14 "Tutti escono dalla vita come se vi fossero entrati da poco." Pensa a chi vuoi, giovani, vecchi, uomini maturi; li troverai ugualmente timorosi della morte, ugualmente ignari della vita. Nessuno ha concluso niente; rimandiamo sempre tutto al futuro. Quello che più mi piace di questa frase è che rimprovera ai vecchi di essere infantili. 15 "Nessuno," dice, "muore diverso da come è nato." È falso: moriamo peggiori di quando siamo nati. E la colpa è nostra, non della natura. Essa ha il diritto di lamentarsi con noi: "E allora?" dice, "vi ho generato senza desiderî, senza paure, senza superstizioni, senza perfidie, senza altri mali: uscite dalla vita quali siete entrati." 16 Chi muore sereno come è nato ha conquistato la saggezza; e invece, quando il pericolo ci è vicino, abbiamo paura, il coraggio se ne va, scoloriamo in volto, versiamo lacrime inutili. Che c'è di più vergognoso dell'essere turbati proprio alle soglie della serenità? 17 Il motivo è che siamo privi di ogni bene e soffriamo di aver sprecato la vita. Non ce n'è rimasto niente: è passata, scivolata via. Nessuno si preoccupa di vivere bene, ma di vivere a lungo; eppure tutti possono fare in modo di vivere bene, nessuno di vivere a lungo. Stammi bene.

 

23

1 Pensi che ti scriva quanto è stato benevolo con noi l'inverno, così mite e breve, quanto sia maligna la primavera, quanto fuori stagione il freddo e altre sciocchezze tipiche di chi non ha argomenti? Ti scriverò invece, qualcosa che possa essere utile a entrambi. E che altro se non esortarti alla saggezza? Chiedi quale ne sia il fondamento? Non compiacersi delle vanità. 2 Ho detto il fondamento: dovevo dire il culmine. E lo raggiunge chi sa di che cosa gioire, chi non mette la sua felicità nelle mani d'altri; è preoccupato e insicuro l'uomo che si lascia sedurre da una qualche speranza, anche se l'ha a portata di mano, anche se non è difficile a realizzarsi, anche se non è mai stato deluso nelle sue attese. 3 Impara innanzi tutto a gioire, Lucilio mio. Pensi davvero che ti voglia privare di molti piaceri perché allontano i beni fortuiti e ritengo che si debba evitare il dolce conforto della speranza? Anzi, al contrario, non voglio che ti manchi mai la gioia. Voglio, però che ti nasca in casa: e nasce, purché scaturisca dall'intimo. Le altre forme di contentezza non riempiono il cuore; rasserenano il volto, ma sono fugaci, a meno che tu non giudichi felice uno che ride: l'animo deve essere allegro e fiducioso ed ergersi al di sopra di tutto. 4 Credimi, la vera gioia è austera. Oppure ritieni che l'uomo sereno e, come dicono questi sdolcinati, gaio in volto, disprezzi la morte, apra la sua casa alla povertà, tenga a freno i piaceri, si prepari a sopportare i dolori? Chi medita su questi pensieri prova una grande gioia, anche se poco seducente. Questa gioia voglio che tu la possieda: non verrà mai meno, una volta che tu sappia da dove derivi. 5 I metalli vili si trovano in superficie: i più preziosi sono nascosti, invece, nelle viscere della terra, e procurano un compenso maggiore a chi ha la costanza di scavare. Quei beni di cui si compiace la massa dànno un piacere inconsistente e superficiale: ogni gioia che viene dall'esterno manca di fondamenta: questa, di cui ti parlo e alla quale cerco di condurti, è reale e si spiega più intensamente nell'intimo. 6 Ti prego, carissimo, fa' la sola cosa che può renderti felice: distruggi e calpesta questi beni splendidi solo esteriormente, che uno ti promette o che speri da un altro; aspira al vero bene e godi del tuo. Ma che cosa è "il tuo"? Te stesso e la parte migliore di te. Anche il corpo, povera cosa, benché non se ne possa fare a meno, stimalo necessario più che importante; ci procura piaceri vani, di breve durata, di cui necessariamente ci pentiamo e che, se non li frena una grande moderazione, hanno un esito opposto. Questo dico: il piacere sta sul filo, e si muta in dolore se non ha misura; ma è difficile tenere una giusta misura in quello che si crede un bene: solo il desiderio, anche intenso, del vero bene è senza pericoli. 7 Vuoi sapere che cosa sia il vero bene o da dove venga? Te lo dirò: dalla buona coscienza, dagli onesti propositi, dalle rette azioni, dal disprezzo del caso, dal tranquillo e costante tenore di vita di chi segue sempre lo stesso cammino. Quegli uomini che passano da un proposito all'altro o neppure passano, ma si lasciano portare dal caso, come possono avere sicurezza e stabilità se sono incerti e instabili? 8 Sono pochi quelli che decidono di sé e delle proprie cose a ragion veduta: gli altri, come gli oggetti che galleggiano nei fiumi, non avanzano: vengono trasportati: alcuni sono trattenuti e spostati più lentamente da una corrente più debole, altri trascinati con maggiore violenza, altri deposti vicino alla riva da una corrente meno forte, altri gettati in mare dall'impeto delle acque. Dobbiamo, perciò stabilire che cosa vogliamo e perseverare nei nostri propositi.

9 È arrivato il momento di pagare il mio debito. Posso riferirti una frase del tuo Epicuro e adempiere al vincolo di questa lettera: "È penoso cominciare sempre la vita", oppure, se così il senso è più chiaro: "Vivono male quelle persone che cominciano sempre a vivere." 10 "Perché?" chiedi; difatti questa frase necessita di una spiegazione. Perché la loro vita è sempre incompleta; non può essere pronto alla morte chi proprio allora comincia a vivere. Dobbiamo fare in modo di aver vissuto abbastanza. Ma questo non lo fa chi è intento proprio allora a tessere la trama della sua esistenza. 11 Non pensare che uomini del genere siano pochi: sono quasi tutti così. Certi, poi, cominciano quando è tempo di smettere. Se ti pare strano, aggiungerò una cosa che ti sembrerà ancora più strana: certi uomini finiscono di vivere ancora prima di cominciare. Stammi bene.

 

24

1 Mi scrivi di essere preoccupato per l'esito della causa che ti è stata intentata dal furore di un tuo nemico; e pensi che io ti esorti ad augurarti il meglio e a trovare conforto in speranze lusinghiere. Che necessità c'è, infatti, di chiamare i guai, di anticiparseli se, quando arriveranno, dovrai sopportarli già abbastanza presto; perché rovinarsi il presente per timore del futuro? Senza dubbio è da pazzi essere infelice oggi, perché un giorno o l'altro potresti essere infelice. 2 Ma io voglio condurti alla serenità per un'altra strada: se vuoi liberarti da ogni preoccupazione, pensa che avverrà senz'altro quello che temi e, qualunque sia quel male, misuralo con te stesso e poi valuta attentamente la tua paura: sicuramente ti renderai conto che il male temuto o non è grave o non durerà a lungo. 3 Non è difficile trovare esempi confortanti: ogni epoca ne ha. Richiama alla memoria un periodo qualsiasi della storia nazionale ed estera: ti si presenteranno uomini insigni o per i loro grandi progressi spirituali o per i nobili slanci. Se subirai una condanna, ti può capitare qualcosa di più penoso che l'esilio o il carcere? O qualcosa di più temibile che la tortura o la morte? Esamina questi mali uno per uno e rievoca gli uomini che li hanno disprezzati: non dovrai cercarli, ma solo operare una scelta. 4 Rutilio sopportò la sua condanna come se per lui la cosa più gravosa fosse una cattiva reputazione. Metello sostenne con coraggio l'esilio, Rutilio addirittura volentieri. L'uno assicurò allo stato il suo ritorno, l'altro rifiutò il ritorno concessogli da Silla: un uomo cui allora non si rifiutava niente. In carcere Socrate continuò a discutere di filosofia e non volle fuggire, pur essendoci chi gli assicurava la fuga; rimase per liberare gli uomini dalla paura delle due disgrazie ritenute più dure: la morte e il carcere. 5 Mucio mise la mano sul fuoco. È doloroso essere bruciati: quanto più doloroso è infliggersi volontariamente questa pena! Hai di fronte un uomo incolto, che non ha ricevuto nessun insegnamento contro la morte o la sofferenza, forte solo del suo valore militare e che esige da sé una pena per un tentativo andato a vuoto. Stette immobile a guardare la sua mano consumarsi sul braciere dei nemici e non la tolse, la lasciò bruciare fino all'osso: fu il nemico a portargli via il fuoco. Avrebbe potuto compiere in quell'accampamento un'impresa più fortunata, ma non più coraggiosa. Vedi, quanto più pronto sia il valore ad affrontare i pericoli che la crudeltà ad imporli. Porsenna perdonò più facilmente a Mucio di averlo voluto uccidere di quanto Mucio perdonò a se stesso di non averlo ucciso.

6 "Queste sono leggende," ribatti, "dette e ripetute in tutte le scuole; e ora quando si arriverà a parlare del disprezzo della morte, mi racconterai di Catone." E perché non dovrei raccontarti che in quella famosa ultima notte leggeva un libro di Platone con la spada posata vicino alla testa? Si era procurato in quel momento supremo questi due strumenti: uno che rafforzasse la sua decisione di morire, l'altro che la rendesse possibile. Disposte le sue cose come meglio poteva in quelle circostanze terribili ed estreme, decise di agire in modo che nessuno potesse uccidere Catone, o gli toccasse di salvarlo; 7 e afferrata la spada che fino a quel giorno non aveva mai macchiato di sangue, disse: "Fortuna, non hai ottenuto nulla contrastando i miei tentativi. Fino ad oggi non ho lottato per la mia libertà, ma per quella della patria e non agivo con tanta determinazione per vivere libero, ma per vivere tra uomini liberi: ora, poiché la condizione del genere umano è disperata, possa Catone mettersi al sicuro." 8 Poi si inferse la ferita mortale; quando i medici gliela suturarono, benché avesse perso sangue e forza, ma non coraggio, irato non tanto con Cesare quanto con se stesso, cacciò le mani nude nella ferita e non spirò ma scagliò via la sua anima generosa e sprezzante di ogni potenza.

9 Non è mia intenzione raccogliere questi esempi per esercitare la mente, ma per farti coraggio contro il male ritenuto il peggiore; e riuscirò più facilmente nel mio proposito mostrandoti che non solo uomini coraggiosi hanno affrontato con sprezzo il momento della morte, ma che alcuni, vili in altre circostanze, in questa occasione hanno emulato il coraggio dei più forti; per esempio il famoso Scipione, suocero di G. Pompeo; egli, spinto sulle coste africane da venti contrari, vedendo che la sua nave era caduta in mano nemica, si trafisse con la spada, e a chi chiedeva dove fosse il generale: "Il generale sta bene", rispose. 10 Questa frase lo ha reso degno dei suoi antenati e ha perpetuato la fatale gloria degli Scipioni in Africa. Fu una grande impresa vincere Cartagine, ma ancora più grande fu vincere la morte. "Il generale sta bene"' doveva forse morire diversamente un generale e per di più il generale di Catone? 11 Non ti richiamo alle vicende storiche, e nemmeno voglio raccogliere da tutte le epoche quegli uomini, e sono numerosissimi, che hanno disprezzato la morte. Guarda a questi nostri tempi, di cui lamentiamo la rilassatezza e l'amore dei piaceri: vedrai persone di ogni ceto sociale, di ogni condizione, di ogni età, i quali hanno troncato i loro mali con la morte. Credimi, Lucilio, la morte è così poco temibile che proprio per merito suo non dobbiamo temere nulla. 12 Ascolta, perciò tranquillo le minacce del tuo nemico; la tua coscienza ti dà fiducia, ma, poiché hanno il loro peso anche fattori estranei al processo, spera, sì, in una sentenza veramente giusta, ma preparati anche a una totalmente ingiusta. E innanzi tutto ricordati di spogliare gli avvenimenti dal tumulto che li accompagna e di considerarli nella loro essenza: capirai che in essi non c'è niente di terribile se non la nostra paura. 13 Ciò che vedi succedere ai fanciulli, succede anche a noi che siamo solo dei fanciulli un po' più grandi: quando vedono mascherate le persone che amano e con le quali hanno una consuetudine di giochi e di vita, si spaventano: anche alle cose, come agli uomini, bisogna togliere la maschera e restituire loro il vero aspetto. 14 Perché mi mostri spade, fuoco e una turba di carnefici fremente intorno a te? Togli di mezzo questo apparato sotto il quale ti nascondi e atterrisci gli sciocchi: tu sei la morte, per te or ora un mio servo, una mia ancella, hanno mostrato disprezzo. Perché tu di nuovo mi spieghi davanti con grande messa in scena flagelli e strumenti di tortura? Perché mi mostri arnesi diversi per tormentare le varie articolazioni e mille altri macchinari per straziare un uomo brano a brano? Lascia da parte questi strumenti di terrore; fa' cessare i gemiti, le grida e gli urli lancinanti strappati con la tortura: tu sei il dolore che il podagroso disprezza, che l'ammalato di stomaco sopporta in mezzo ai piaceri del pranzo, che la giovane donna soffre con coraggio durante il parto. Se ti posso sopportare, sei leggero; se non posso, durerai poco.

15 Rifletti su queste parole che hai spesso udito e spesso pronunciato; prova ora coi fatti che hai ascoltato, che hai parlato con sincerità; sovente ci rinfacciano un comportamento davvero vergognoso: discutiamo di filosofia, ma non la mettiamo in pratica. Come? Che ti minaccia la morte, l'esilio, il dolore l'hai capito ora per la prima volta? Sei nato con questo destino; qualunque cosa possa accadere pensiamola come se fosse certa. 16 Hai sicuramente agito come ti suggerisco, lo so: ora, però ti esorto a non sommergere il tuo spirito in queste preoccupazioni; si indebolirà e avrà meno vigore al momento in cui dovrà levarsi a combattere. Volgilo dai tuoi problemi personali a quelli generali; ripetigli che hai un corpo mortale e fragile; sofferenze possono infliggergliene non solo la violenza o la forza dei più potenti; i piaceri stessi si volgono in tormenti: i pranzi provocano indigestioni, l'ubriachezza torpore e tremiti nervosi, la lussuria può deformare piedi, mani e tutte le articolazioni. 17 Diventerò povero: sarò tra i più. Andrò in esilio: penserò di esser nato là dove mi manderanno. Sarò incatenato: e allora? Sono forse libero adesso? La natura mi ha vincolato a questo grave peso: il corpo. Morirò: è come se tu dicessi: non correrò più il rischio di ammalarmi, di essere messo in catene, di morire.

18 Non sono tanto ottuso da recitare a questo punto la litania epicurea e ripetere che sono falsi gli spauracchi dell'oltretomba; Issione non gira legato a una ruota, Sisifo non spinge con le spalle un masso su per una salita, a nessuno possono ogni giorno ricrescere ed essere divorate le viscere: non c'è uomo così infantile da temere Cerbero, le tenebre e gli spettri sotto forma di nudi scheletri. La morte o ci consuma o ci spoglia; se ci libera dal peso del corpo, rimane la parte migliore di noi; se ci consuma, di noi non resta niente; beni e mali scompaiono allo stesso modo. 19 Permettimi a questo punto di citare un tuo verso; bada, però: non lo hai scritto solo per gli altri, ma anche per te. È vergognoso dire una cosa e pensarne un'altra: ma scrivere una cosa e pensarne un'altra lo è ancòra di più. Ricordo che una volta hai trattato questo argomento: noi non precipitiamo all'improvviso nella morte, ma ci avviciniamo a poco a poco. 20 Moriamo ogni giorno: ogni giorno ci viene tolta una parte della vita e anche quando ancora cresciamo, la vita decresce. Abbiamo perduto l'infanzia, poi la fanciullezza, poi la giovinezza. Tutto il tempo trascorso fino a ieri è ormai perduto; anche questo giorno che stiamo vivendo lo dividiamo con la morte. Come la clessidra non la vuota l'ultima goccia d'acqua, ma tutta quella defluita prima, così l'ora estrema, che mette fine alla nostra vita, non provoca da sola la morte, ma da sola la compie; noi vi giungiamo in quel momento, da tempo, però, vi siamo diretti. 21 Dopo aver delineato questi concetti con il tuo solito linguaggio, sempre sostenuto e tuttavia mai più penetrante di quando metti le parole al servizio della verità, scrivi:

La morte non viene una volta sola: quella che ci porta via è l'ultima morte.

È meglio che tu legga te stesso invece della mia lettera; capirai che questa da noi temuta, è la morte estrema, non la sola.

22 So dove guardi: cerchi che cosa ho inserito in questa lettera, che massima coraggiosa, che insegnamento utile di un qualche autore. Ti manderò dei pensieri sull'argomento in questione. Epicuro biasima chi brama la morte non meno di chi la teme e afferma: "È ridicolo correre verso la morte per stanchezza della vita, quando è il tuo sistema di vita che ti fa correre incontro alla morte." 23 E ancòra in un altro passo: "Che c'è di tanto ridicolo quanto cercare la morte, se proprio per paura della morte ti sei reso la vita impossibile?" Aggiungi anche un'altra considerazione simile: è tanta la stupidità, anzi la follia degli uomini, che alcuni sono spinti alla morte dal timore della morte. 24 Medita su uno qualsiasi di questi pensieri, rafforzerai il tuo animo a sopportare o la morte o la vita; dobbiamo essere consigliati e incoraggiati sia a non amare troppo la vita, sia a non odiarla troppo. Anche quando la ragione ci spinge a farla finita, non prendiamo risoluzioni sconsiderate e avventate. 25 L'uomo forte e saggio non deve fuggire dalla vita, ma uscirne: e soprattutto eviti uno stato d'animo comune a molti: la smania di morire. Lucilio mio, come per altre cose, anche per la morte c'è una propensione inconsulta: spesso assale gli uomini generosi e impavidi, spesso gli ignavi e i deboli: gli uni sprezzano la vita, gli altri ne sono gravati. 26 In certi si insinua la sazietà di fare e di vedere sempre le stesse cose, e non l'odio, ma il disgusto della vita; vi scivoliamo spinti dalla filosofia stessa e ci chiediamo: "Fino a quando le medesime cose? Mi sveglierò dormirò mangerò avrò fame, avrò freddo, avrò caldo. Niente finisce, ogni cosa è concatenata in un circolo chiuso; fugge e insegue; la notte incalza il giorno, il giorno la notte, l'estate finisce nell'autunno, l'autunno è inseguito dall'inverno, che è chiuso dalla primavera; tutto passa per ritornare. Non faccio niente di nuovo, non vedo niente di nuovo e un bel giorno tutto questo viene a nausea." Ci sono molti che la vita non la giudicano penosa, ma superflua. Stammi bene.

 

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1 Riguardo ai nostri due amici, bisogna seguire una strada diversa: correggere i vizi dell'uno, stroncare quelli dell'altro. Sarò molto franco: non gli vorrei bene, se non lo trattassi con asprezza. "Come?" dici. "Pensi di tenere sotto la tua tutela un pupillo di quarant'anni? Considera la sua età: è ormai incallito e indocile: non lo puoi cambiare; solo i materiali duttili si modellano." 2 Non so se ci riuscirò: certo preferisco l'insuccesso al disimpegno. Non bisogna disperare: anche gli ammalati cronici possono guarire, se ti opponi alle loro intemperanze e li costringi a fare e a sopportare molte cose contro la loro volontà. Neppure nell'altro avrei molta fiducia, se non arrossisse ancòra dei suoi peccati; bisogna alimentare questo pudore: fino a quando durerà nel suo animo, ci sarà posto per la speranza. Con questo peccatore di vecchia data, secondo me, occorre agire con più tatto, perché non arrivi a disperare di se stesso; 3 e per tentare, nessun momento era migliore di questo, mentre ha un periodo di quiete, mentre sembra che si sia corretto. Questa interruzione può ingannare altri, non me: mi aspetto che i vizi ritornino e con gli interessi. Ora non compaiono, lo so, ma non sono stati eliminati del tutto. Dedicherò qualche giorno a questo problema e vedrò se si può fare o no qualcosa.

4 Tu dimostrati forte, come fai, e diminuisci i tuoi bagagli; di ciò che possediamo niente è necessario. Ritorniamo alla legge di natura; la ricchezza è a portata di mano. Ciò di cui abbiamo necessità o è gratuito o costa poco: la natura ha bisogno solo di pane e acqua. Nessuno è troppo povero per procurarseli e se uno limita qui le sue esigenze, può competere in felicità con Giove stesso, come dice Epicuro di cui voglio inserire una frase in questa lettera. 5 "Agisci sempre," dice, "come se Epicuro ti vedesse." Senza dubbio serve imporsi un custode, avere un uomo cui guardare, saperlo partecipe dei tuoi pensieri. È molto meglio vivere come se si fosse sempre sotto gli occhi di un uomo virtuoso; ma se tu agisci come se ti osservasse uno qualsiasi, mi basta. La solitudine ci spinge ad ogni genere di mali. 6 Quando avrai fatto progressi tali da avere soggezione anche di te stesso, potrai congedare il tuo pedagogo: intanto fatti controllare da un uomo autorevole - sia pure il famoso Catone o Scipione o Lelio o un altro alla cui presenza anche uomini corrotti cercherebbero di soffocare i loro vizi - finché ti renderai tale che non oserai peccare di fronte a te stesso. Quando avrai realizzato questo e comincerai ad avere rispetto di te, ti permetterò quanto consiglia lo stesso Epicuro: "Ritirati in te soprattutto quando sei costretto a stare tra la folla." 7 Bisogna che tu diventi diverso dalla massa, per poterti ritirare in te senza pericolo. Guarda uno per uno quelli che ti circondano: non c'è nessuno per cui non sarebbe preferibile stare col primo venuto piuttosto che con se stesso. "Ritirati in te soprattutto quando sei costretto a stare tra la folla", se sei un uomo onesto, tranquillo, temperante. Altrimenti devi sfuggire da te e andare tra la gente: nello stato in cui versi sei più vicino a un uomo disonesto. Stammi bene.

 

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1 Poco fa ti dicevo di essere in cospetto della vecchiaia: ora temo di essermela già lasciata alle spalle. Ai miei anni e a questo mio fisico conviene ormai un altro termine; vecchiaia indica un'età stanca, ma non priva di forze; mettimi, invece, nel numero degli uomini decrepiti, vicini alla fine. 2 Posso, tuttavia, dirti che sono grato a me stesso: i danni dell'età, benché li avverta nel corpo, non li sento nello spirito. Solo i vizi e gli strumenti dei vizi sono invecchiati: lo spirito è forte e gioisce di non aver molto in comune con il corpo: ha ormai deposto gran parte del suo peso. Esulta e discute con me sulla vecchiaia: dice che questo è il suo fiore. Crediamogli: si goda il suo bene. 3 Mi esorta a pensare e a individuare quanto di questa tranquillità e moderazione di costumi io debba alla saggezza, quanto all'età, e ad esaminare con attenzione quello che non posso e quello che non voglio fare, e io mi compiaccio di considerare quello che non posso fare, come se non lo volessi: quale motivo di lagnarsi, quale danno c'è, se sono venute a mancare cose destinate a finire? 4 "Ma è un danno gravissimo," dici, "consumarsi, deperire o, meglio, sfarsi. Non siamo colpiti e abbattuti all'improvviso: ci logoriamo a poco a poco e ogni giorno ci toglie un po' delle nostre forze." C'è una conclusione migliore che scivolare verso la propria fine perché il fisico si dissolve naturalmente? Non che un attacco e un decesso improvviso siano un male, ma è dolce questo modo di essere portati via a poco a poco. Come se si avvicinasse la prova e giungesse il giorno fatale che dovrà giudicare di tutti i miei anni, mi osservo e dico a me stesso: 5 "Fino a oggi non è niente quello che ho dimostrato a fatti o a parole; l'animo ha dato pegni fallaci e di poco conto, avviluppati in mille ornamenti esteriori: alla morte mi affiderò per giudicare i miei progressi. Con coraggio mi preparo a quel giorno in cui, deposto ogni artificio e ogni inganno, giudicherò di me stesso: se sono forte a parole o nell'intimo; se furono simulazione e farsa le parole sprezzanti scagliate contro la sorte. 6 Lascia da parte i giudizi degli uomini: sono sempre incerti e ambigui. Lascia da parte gli studi fatti durante tutta la vita: ti giudicherà la morte. La vera forza d'animo non la mettono in luce le dispute filosofiche e le conversazioni letterarie, le parole raccolte dall'insegnamento dei saggi e i discorsi eruditi: anche gli uomini più vili sono capaci di parole coraggiose. Quanto hai fatto sarà evidente solo in punto di morte. Accetto questa condizione, non temo il giudizio." 7 Così dico a me stesso, ma è come se parlassi anche con te. Tu sei più giovane: che importa? Gli anni non contano. Non puoi sapere dove ti attenda la morte; perciò aspettala dovunque.

8 Volevo ormai finire e già mi accingevo a concludere, ma devo preparare il denaro e darlo come viatico a questa lettera. Non ti dico da chi prenderò il prestito: tu sai a quale forziere ricorro. Aspetta ancòra un poco ed effettuerò il pagamento con i miei averi; intanto mi farà un prestito Epicuro; scrive: "Pensa alla morte." Oppure, se così il senso è più chiaro: "È cosa egregia imparare a morire." 9 Forse ritieni superfluo imparare una cosa di cui dobbiamo servirci una volta sola. Proprio per questo motivo si deve pensare alla morte: bisogna sempre imparare ciò che non possiamo esser certi di conoscere bene. 10 "Pensa alla morte": chi dice queste parole ci esorta a riflettere sulla libertà. Chi ha imparato a morire, ha disimparato a essere schiavo: è superiore a ogni umana potenza o, almeno, ne è al di fuori. Che gli importa del carcere, delle guardie, delle catene? Ha sempre la porta aperta. Una sola è la catena che ci vincola, l'amore per la vita: non dobbiamo soffocarlo, ma ridurlo, così che, se le circostanze lo richiedono, niente ci trattenga, né ci impedisca di essere pronti a compiere subito un passo che presto o tardi bisogna compiere. Stammi bene.

 

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1 "Tu mi dai consigli?" potresti dire. "Li hai già dati a te stesso, ti sei corretto? Perciò ti dedichi a correggere gli altri?" Non sono così impudente da volere assumermi, io malato, la cura del prossimo; ma come se mi trovassi nel medesimo ospedale, ti parlo della comune malattia e divido con te le medicine. Perciò ascoltami come se parlassi con me stesso. Ti faccio entrare nel segreto della mia anima e davanti a te mi giudico. 2 Grido a me stesso: "Conta i tuoi anni e ti vergognerai di avere i medesimi desideri di quando eri fanciullo, di cercare le medesime cose. Si avvicina il giorno della morte, garantisciti che i tuoi vizi muoiano prima di te. Allontana questi torbidi piaceri, che devi scontare a caro prezzo: non nuocciono solo quelli futuri, ma anche quelli passati. Anche se i delitti non sono scoperti, rimane sempre il rimorso, così il pentimento che nasce dai piaceri disonesti non finisce con loro. Non sono reali, né costanti; se pure non danneggiano, svaniscono. 3 Cerca piuttosto un bene duraturo; ma è duraturo solo quel bene che l'animo trova in sé. Soltanto la virtù procura una gioia stabile e sicura; anche se c'è un ostacolo, fa' come le nubi, che si frappongono, ma non vincono mai la luce del giorno." 4 Quando si potrà raggiungere questa gioia? Finora non siamo rimasti inoperosi, dobbiamo, però affrettarci. Resta ancora molto lavoro ed è necessario che vigili, che fatichi proprio tu, se vuoi portarlo a termine; in altri tipi di studio si può ricevere un aiuto, qui non sono ammesse deleghe. 5 Ai miei tempi viveva Calvisio Sabino, un riccone, che aveva patrimonio e indole da liberto; non ho mai visto un uomo agiato in modo più indecente. Costui aveva una memoria così debole che dimenticava il nome di Ulisse, di Achille, o di Priamo: eppure li conosceva bene quanto noi conosciamo i nostri maestri. Nessun vecchio schiavo nomenclatore, il quale anziché riferire i nomi esatti, li inventi di sana pianta, ha mai salutato i cittadini confondendoli tanto quanto lui confondeva i Troiani e gli Achei. 6 E tuttavia voleva apparire erudito. Escogitò perciò questo espediente: spese una grande somma per comprare dei servi: uno che ricordasse a memoria Omero, un altro Esiodo; assegnò inoltre uno schiavo a ciascuno dei nove lirici. Non c'è da stupirsi che avesse speso tanto: non avendone trovati già istruiti, pagò per farli preparare. Dopo essersi procurato questa servitù, cominciò a molestare i suoi ospiti. Teneva ai suoi piedi questi schiavi e a essi di volta in volta chiedeva i versi da recitare, e tuttavia spesso si interrompeva a metà di una parola. 7 Satellio Quadrato, uno sfruttatore di ricchi insensati, e di conseguenza adulatore e, caratteristica legata a queste due, schernitore, gli consigliò di assumere dei letterati per raccattare gli avanzi della mensa. Quando Sabino disse che ogni servo gli costava centomila sesterzi, ribatté: "A minor prezzo avresti comprato altrettante casse di libri." Egli, tuttavia, riteneva di saperne più di qualunque altro in casa sua. 8 Questo stesso Satellio cominciò a incitarlo a praticare la lotta, benché fosse malato, pallido e gracile. E quando Sabino gli rispose: "E in che modo potrei farlo? A stento mi reggo in piedi." "Non dire così, ti prego," gli disse, "non vedi quanti servi forti hai?" La saggezza non si prende in prestito, e nemmeno si compra; e ritengo che se anche fosse in vendita, non si troverebbero compratori: la stupidità, invece, si compra quotidianamente.

9 Ma prendi ormai quanto ti devo e arrivederci. "La povertà regolata secondo le leggi della natura è ricchezza." Lo dice spesso Epicuro ora in un modo, ora nell'altro, ma non si ripete mai troppo quello che non si impara mai abbastanza; a qualcuno bisogna indicare i rimedi, ad altri bisogna inculcarli. Stammi bene.

 

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1 Pensi che sia capitato solo a te e ti stupisci come di un fatto inaudito, perché, pur avendo viaggiato a lungo e in tanti posti diversi, non ti sei scrollato di dosso la tua tristezza e il tuo malessere spirituale? Devi cambiare animo, non cielo. Attraversa pure il mare, lascia, come dice il nostro Virgilio, che

Scompaiano terre e città, all'orizzonte,

i tuoi vizi ti seguiranno dovunque andrai. 2 Socrate, a un tale che si lagnava per la stessa ragione, disse: "Perché ti stupisci se viaggiare non ti serve? Porti in giro te stesso. Ti perseguitano i medesimi motivi che ti hanno fatto fuggire". A che possono giovare nuove terre? A che la conoscenza di città e posti diversi? Tutto questo agitarsi è vano. Chiedi perché questa fuga non ti sia di aiuto? Tu fuggi con te stesso. Deponi il peso dell'anima: prima di allora non ti andrà a genio nessun luogo. 3 Pensa che la tua condizione è simile a quella che il nostro Virgilio rappresenta nella profetessa esaltata, spronata e invasata da uno spirito non suo:

La profetessa si dimena tentando di scacciare il dio dalla sua anima.

Vai di qua e di là per scuoterti di dosso il peso che ti opprime e che diventa più gravoso proprio per questa tua agitazione; così in una nave il carico stabile grava di meno, mentre, se è sballottato qua e là in maniera diseguale, fa affondare il fianco su cui pesa. Qualunque cosa fai, si risolve in un danno per te e gli stessi continui spostamenti ti nuocciono: tu muovi un ammalato. 4 Ma quando avrai rimosso questo male, ogni cambiamento di sede diventerà piacevole. Anche se verrai esiliato in terre lontanissime o sarai trasferito in un qualsiasi paese barbaro, quel posto, comunque sia, ti sembrerà ospitale. Conta più lo stato d'animo che il luogo dove arrivi, perciò l'animo non va reso schiavo di nessun posto. Bisogna vivere con questa convinzione: non sono nato per un solo cantuccio, la mia patria è il mondo intero. 5 Se ti fosse chiaro questo concetto, non ti stupiresti che non ti serva a niente cambiare continuamente regione, perché sei stanco delle precedenti; ti sarebbe piaciuta già la prima, se le considerassi tutte come tue. Ora non viaggi, vai errando e ti lasci condurre e ti sposti da un luogo a un altro, mentre quello che cerchi, vivere serenamente, si trova dovunque. 6 C'è forse un posto più turbolento del foro? Anche qui, se è necessario, si può vivere tranquilli. Ma se potessimo decidere di noi stessi, fuggirei lontano anche dalla vista e dalla vicinanza del foro; come i luoghi insalubri minano anche una salute di ferro, così per uno spirito sano, ma non ancora perfetto e vigoroso, ci sono posti malsani. 7 Non sono d'accordo con quelli che si spingono in mezzo alle onde e prediligono una vita agitata e lottano ogni giorno animosamente con mille difficoltà. Il saggio dovrà sopportarle, non andarsele a cercare, e preferire la tranquillità alla lotta; non giova a molto essersi liberati dai propri vizi per poi combattere con quelli degli altri. 8 "Trenta tiranni," ribatti, "fecero pressione su Socrate, ma non poterono fiaccarne lo spirito." Che importa quanti siano i padroni? La schiavitù è una sola; se uno la disprezza, per quanti padroni abbia, è libero.

9 È tempo di finire, purché prima io paghi il pedaggio. "Aver coscienza delle proprie colpe è il primo passo verso la salvezza." A me pare che Epicuro abbia espresso un concetto molto giusto: se uno non sa di sbagliare, non vuole correggersi; devi coglierti in fallo, prima di correggerti. 10 Certi si gloriano dei propri vizi: e tu pensi che cerchi un rimedio chi considera virtù i suoi vizi? Perciò per quanto puoi, accùsati, fa' un esame di coscienza; assumi prima il ruolo di accusatore, poi di giudice, da ultimo quello di intercessore; e talvolta punisciti. Stammi bene.

 

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1 Mi chiedi notizie del nostro Marcellino e vuoi sapere che fa. Viene di rado a trovarmi, unicamente perché teme di sentirsi dire la verità; ma non corre questo pericolo; la verità bisogna dirla solo a chi è disposto ad ascoltarla. Perciò in genere ci si chiede se fosse giusto il comportamento di Diogene e degli altri Cinici che usavano una libertà indiscriminata e ammonivano chiunque capitasse a tiro. Che giova rimproverare le persone sorde o mute per natura o per malattia? 2 "Ma perché", ribatti, "dovrei risparmiare le parole? Non costano niente. Non posso sapere se gioverò all'individuo che ammonisco: so, però che se ammonisco molti potrò essere utile a qualcuno. Bisogna sempre tendere la mano: chi fa molti tentativi, prima o poi riesce a qualcosa." 3 Non credo, Lucilio mio, che un grande uomo debba agire così: la sua autorità diminuisce e non ha sufficiente peso su coloro che potrebbe correggere se fosse meno svilita. L'arciere non deve colpire il bersaglio di quando in quando, ma deve sbagliare solo di quando in quando; non è un'arte quella che arriva allo scopo per caso. La saggezza è un'arte: miri al sicuro, scelga chi può fare progressi, si allontani da quelli su cui non ha speranze, e tuttavia non rinunci sùbito e, anche in casi disperati, tenti rimedi estremi.

4 Ancora non dispero del nostro Marcellino; ancora si può salvare, purché gli si tenda sùbito la mano. C'è, però il pericolo che trascini con sé chi gliela porge; ha una grande forza d'ingegno, ma già rivolta al male. Correrò tuttavia, questo pericolo e mi arrischierò a mostrargli i suoi vizi. 5 Farà come al solito: ricorrerà a quelle facezie che riescono a far ridere anche chi sta piangendo e scherzerà dapprima su di sé, poi su di noi; anticiperà tutto quello che intendo dirgli. Frugherà nelle nostre scuole e rinfaccerà ai filosofi le elargizioni ricevute, le amanti, la ghiottoneria. 6 Mi mostrerà che uno ha commesso adulterio, un altro si è dato al bere, un terzo è a corte; mi segnalerà l'arguto filosofo Aristone, che dissertava di filosofia in lettiga - aveva scelto questo momento per svolgere il suo lavoro. Scauro, interrogato sulla sua setta di appartenenza, rispose: "Certo non è un peripatetico"; e Giulio Grecino, uomo insigne, cui fu chiesto cosa ne pensasse, disse: "Non posso risponderti perché non so come se la cavi a piedi", quasi gli avessero domandato un parere su un gladiatore che combatte dal carro. 7 Marcellino mi getterà in faccia questi ciarlatani che sarebbero stati più onesti se quella filosofia di cui fanno mercato l'avessero tralasciata. Ho, però deciso di sopportare le sue ingiurie: mi faccia pure ridere, io forse lo farò piangere, oppure, se continuerà a ridere, ne sarò contento, come si può esserlo di un male: almeno gli è capitato un genere di pazzia ilare. Ma questa ilarità non può durare a lungo: facci caso, vedrai le medesime persone ridere sfrenatamente e sfrenatamente andare in collera in breve tempo. 8 È mia intenzione avvicinarlo e mostrargli quanto varrebbe di più se valesse meno agli occhi della massa. Anche se non riuscirò a estirpare i suoi vizi, vi metterò un freno; non scompariranno del tutto, ma almeno cesseranno a intervalli; e forse potranno addirittura scomparire, se gli intervalli diventeranno un'abitudine. Non è un risultato da disdegnare: per gli ammalati gravi una pausa della malattia è quasi una guarigione.

9 Mentre io mi preparo a curarmi di lui, frattanto, tu che puoi, che sai da che cosa ti sei tirato fuori e quindi sei in grado di capire dove potrai arrivare, regola le tue abitudini, innalza lo spirito, stai saldo contro ciò che temi; non metterti a considerare quanti ti fanno paura. Se uno temesse la folla in un punto dove può passare solo una persona per volta non sembrerebbe stupido? Ugualmente non sono molti a poterti dare la morte, anche se molti te la minacciano. È una legge di natura: una sola persona ti ha dato la vita, una sola te la toglierà.

10 Se avessi un po' di rispetto, mi avresti condonato l'ultima rata; ma neppure io, arrivato alla fine dei miei debiti, voglio comportarmi da avaro e ti darò per forza quanto ti devo. "Non ho mai voluto piacere al popolo: il popolo non apprezza le cose che io so, e io non so le cose che apprezza il popolo." 11 "Chi ha scritto questa frase?" chiedi, come se non sapessi a chi do l'ordine di pagare. Epicuro; ma questo stesso concetto te lo esprimeranno a gran voce tutti insieme i filosofi di ogni scuola, peripatetici, accademici, stoici, cinici: se uno ama la virtù, come può piacere al popolo? Il favore popolare si ottiene con mezzi loschi. Devi renderti simile a loro: non ti apprezzeranno, se non ti riconosceranno uguale. Ma l'opinione che hai di te stesso è molto più importante dell'opinione altrui; solo con sistemi disonesti ci si può accattivare il favore dei disonesti. 12 Che cosa, dunque, ti potrà insegnare quella filosofia tanto lodata e preferibile a tutte le arti e a tutti i beni? Naturalmente a voler piacere a te stesso più che al popolo, a valutare i giudizi, ma non in base al numero, a vivere senza paura degli dèi e degli uomini, a vincere i mali o a mettervi un limite. Ma se vedrò che sei famoso per i giudizi favorevoli del popolo, se al tuo ingresso risuoneranno grida e applausi, onori da pantomimi, se in tutta la città faranno le tue lodi donne e ragazzi, perché non dovrei avere compassione di te? So qual è la strada che porta a questo genere di favore. Stammi bene.

 

LIBRO QUARTO

 

 

30

1 Ho visto Aufidio Basso, gran brava persona, mal ridotto e in lotta con l'età. Ma questa ormai pesa a tal punto su di lui da non permettergli più di riaversi; la vecchiaia gli sta addosso con tutto il suo tremendo peso. Sai che ha sempre avuto un fisico debole e smunto; a lungo l'ha sostenuto, anzi, per meglio dire, rabberciato: improvvisamente ha ceduto. 2 Quando una nave imbarca acqua, si tamponano ora l'una ora l'altra falla, ma se incomincia a cedere e ad aprirsi in più punti, non c'è rimedio per l'imbarcazione che si sfascia; allo stesso modo un fisico vecchio e debole si può tenere in piedi e puntellare fino a un certo punto. Quando tutte le commessure si aprono, come in un edificio marcio, e mentre ne ripari una, se ne spacca un'altra, bisogna cercare il modo di venirne fuori. 3 Tuttavia il nostro Basso ha uno spirito vivace: questo ti dà la filosofia: essere sereno di fronte alla morte, forte e addirittura lieto indipendentemente dalle condizioni fisiche, e non cedere anche se le forze non reggono più. Un pilota abile naviga pure se la velatura è a brandelli e, se ha perso le sartie, segue ugualmente la rotta con quel che resta della nave. Così fa il nostro Basso e guarda alla sua fine con quello spirito e quel volto che apparirebbero eccessivamente tranquilli persino per uno che guardasse la morte di un altro. 4 È questa, Lucilio mio, una lezione importante, che va imparata e meditata a lungo: andarsene con animo sereno, quando si avvicina l'ora fatale. Altri generi di morte non escludono una speranza di salvezza: una malattia può finire, un incendio si può spegnere, a volte un crollo ha lasciato incolumi persone che pareva dovesse schiacciare; il mare ha gettato sulla riva sani e salvi i naufraghi con la stessa violenza con cui li aveva inghiottiti; il soldato ha ritirato la spada proprio dal collo della vittima; ma se uno lo trascina a morte la vecchiaia, non ha nessuna speranza: solo a essa non ci si può opporre. Nessun tipo di morte è più dolce, ma neppure più lunga. 5 Mi sembrava quasi che il nostro Basso assistesse ai suoi funerali e alla sua sepoltura, e continuasse poi a vivere come fosse superstite a se stesso, sopportando con saggezza la propria perdita. Parla molto della morte e si dà da fare per persuaderci che, se questa faccenda è spiacevole e terribile, la colpa è di chi muore, non della morte; in essa non c'è dolore, come non ce n'è dopo. 6 Se uno teme disgrazie che poi non subirà, è pazzo quanto chi teme una cosa che non potrà avvertire. Oppure qualcuno crede che sentirà la morte, quando, invece, per merito suo non sentiremo più niente? "Quindi," egli conclude, "la morte è così al di fuori da ogni male da essere al di fuori anche da ogni paura di mali." 7 Questi concetti li hanno ripetuti spesso e spesso devono essere ripetuti, lo so bene; ma io non ne ho tratto mai tanto giovamento a leggerli o ad ascoltarli da persone che sostenevano che non si deve temere la morte, e ne erano lontane: Basso, invece, parla della fine ormai vicina e le sue parole sono per me autorevolissime. 8 Ti dirò come la penso: se uno si trova in punto di morte ha, secondo me, più coraggio di chi è prossimo alla morte. La morte imminente, infatti, ha dato anche a uomini ignoranti la forza di affrontare l'inevitabile; così il gladiatore, pieno di paura per tutto il combattimento, offre la gola all'avversario e dirige contro di sé la spada esitante. Ma quando la morte è vicina e destinata ad arrivare in ogni caso, richiede una fermezza d'animo tenace che è piuttosto rara e la può dimostrare solo il saggio. 9 Perciò ascoltavo molto volentieri Basso, come se egli esprimesse un giudizio sulla morte e ne indicasse la vera natura, quasi l'avesse osservata più da vicino. Tu crederesti di più, io penso, e attribuiresti maggior peso a uno che resuscitasse e ti dicesse per sua esperienza che nella morte non c'è nessun male: il turbamento che porta l'avvicinarsi della morte, potrebbero spiegartelo benissimo quelli che le sono stati vicini, l'hanno vista arrivare e l'hanno accolta. 10 Tra costoro metti Basso che ci ha voluto liberare dall'errore. Temere la morte, dice, è da stupidi come temere la vecchiaia; la vecchiaia segue l'adolescenza, e la morte la vecchiaia. Se uno non vuole morire, non vuole vivere: la vita ci è stata data con la condizione della morte; noi avanziamo verso di essa. Perciò è da pazzi temerla: solo gli eventi dubbi si temono, quelli certi si aspettano. 11 La morte è una necessità uguale per tutti e invincibile: e nessuno può lamentarsi di essere in una situazione comune a tutti. Condizione prima della giustizia è l'uguaglianza. Ma ora è superfluo difendere la natura che ha voluto per noi una legge analoga alla sua: essa distrugge tutto ciò che ha formato e riforma quanto ha distrutto. 12 Se a uno è capitato che la vecchiaia lo allontani lentamente dalla vita, senza strapparlo all'improvviso, ma sottraendovelo a poco a poco, non deve ringraziare tutti gli dèi? Ormai sazio viene condotto a quel riposo necessario all'uomo e gradito a chi è stanco. Tu lo vedi: certi desiderano la morte e con più intensità di quanto solitamente si chiede la vita. Non so se ci infonde più coraggio chi implora la morte o chi l'aspetta lieto e sereno: quel desiderio nasce talvolta da furore o da sdegno improvviso, mentre questa tranquillità deriva da una valutazione ponderata. Qualcuno va incontro alla morte pieno d'ira: solo chi vi si è preparato a lungo, ne accoglie lieto l'arrivo.

13 Confesso di essere andato piuttosto di frequente da quest'uomo, a me caro per moltissimi motivi, per vedere se lo avrei trovato ogni volta nella stessa disposizione di spirito, o se insieme alla forza fisica diminuisse il suo vigore spirituale; ma questo cresceva in lui come l'esultanza degli aurighi diventa più evidente quando, al settimo giro, si avvicinano alla vittoria. 14 Egli, seguendo gli insegnamenti di Epicuro, diceva di sperare prima di tutto che non ci fosse nessuna sofferenza in quell'anelito supremo; e se poi c'era, il fatto stesso che fosse di breve durata rappresentava già un grande sollievo: nessun dolore intenso dura a lungo. Ma anche al momento del distacco dell'anima dal corpo, nel caso fosse doloroso, lo avrebbe aiutato il pensiero che dopo quella sofferenza non avrebbe più potuto soffrire. Non dubitava, poi, che la sua anima senile fosse a fior di labbra e che si sarebbe staccata dal corpo senza grande violenza. "Il fuoco, quando si propaga a materiali infiammabili, bisogna spegnerlo con l'acqua, e a volte demolendo tutto; se gli manca alimento si estingue da solo." 15 Mio caro, queste parole le ascolto volentieri, non perché mi siano nuove, ma perché mi mettono di fronte alla realtà. E dunque? Non ho visto molti togliersi la vita? Sì, li ho visti, ma per me ha più valore chi arriva alla morte senza odiare la vita, e la accoglie, senza tirarsela addosso. 16 Basso sosteneva poi che quel tormento noi lo sentiamo per colpa nostra, perché ci lasciamo prendere dal panico quando crediamo che la morte ci sia vicina: ma la morte è vicina a ognuno, pronta a ghermirci in ogni luogo e in ogni momento. "Quando ci sembra che si avvicini un pericolo di morte," diceva, "consideriamo quanto ci sono più vicini altri pericoli di cui non abbiamo paura." 17 Un tale era minacciato di morte da un suo nemico e invece è morto prima di indigestione. Se vorremo analizzare le cause dei nostri timori, ne troveremo alcune reali, altre apparenti. Noi non temiamo la morte, temiamo il pensiero della morte; dalla morte siamo sempre ugualmente lontani. Così se va temuta, va temuta sempre: non c'è momento della vita che ne sia privo.

18 Ma temo che lettere tanto lunghe tu finisca per odiarle più della morte. Perciò concludo: tu, però alla morte pensaci sempre per non temerla mai. Stammi bene.

 

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1 Riconosco il mio Lucilio: comincia a mostrarsi quale aveva promesso: tu hai calpestato i beni cari alla massa e ti sei diretto alle più alte forme di bene: persevera in quel tuo slancio. Non desidero che tu divenga più grande o migliore di quanto hai cercato di essere. Hai fondamenta solide e ampie: realizza quanto hai tentato e metti in atto i tuoi propositi. 2 In breve, raggiungerai la saggezza, se ti tapperai le orecchie; ma chiuderle con la cera è poco: Ulisse, raccontano, l'adoperò per i suoi compagni: per te occorre un tappo più efficace. Le voci che egli temeva erano lusingatrici, ma isolate: queste che dobbiamo temere noi, invece, non risuonano da un solo scoglio, ma da ogni angolo della terra. Non devi oltrepassare un unico luogo sospetto per i suoi insidiosi piaceri, ma tutte le città. Fa' il sordo anche con le persone che ti amano di più: ti augurano il male nonostante le loro buone intenzioni. E se vuoi essere felice, prega gli dèi che non ti capiti niente di quanto esse desiderano. 3 Non sono veri beni quelli che costoro vogliono si accumulino in te: uno solo è il bene, causa e fondamento della felicità: la fiducia in se stessi. Ma non la si può ottenere se non si è indifferenti all'attività e la si annovera fra le cose che non sono né buone, né cattive: non è possibile che una stessa cosa un po' sia un male, un po' sia un bene, un po' leggera e tollerabile, un po' terrificante. 4 L'attività non è un bene: ma allora che cos'è il bene? L'indifferenza all'attività. Disapproverei, perciò quelli che si danno da fare inutilmente. Se uno, invece, indirizza i suoi sforzi a obiettivi onesti, quanto più si applica senza lasciarsi vincere o concedersi riposo, lo ammirerò e gli griderò: "Fatti animo, alzati, tira un bel respiro e supera questo pendio, se puoi, tutto d'un fiato." 5 L'attività nutre gli animi generosi. Non è, dunque, il caso che tu decida le tue aspirazioni, i tuoi desideri in base a quel vecchio voto dei tuoi genitori; è vergognoso per un uomo che è passato ormai attraverso tutti i più alti incarichi importunare ancora gli dèi. Che bisogno c'è di preghiere? Renditi felice da solo; e ci riuscirai, se avrai capito che i beni sono quelli cui si unisce la virtù, i mali quelli cui si unisce il vizio. Niente risplende se non è impregnato di luce, niente è oscuro se non ciò che sta nelle tenebre o riceve su di sé un'ombra; niente è caldo senza l'intervento del fuoco e niente è freddo senza l'aria; così l'associazione con la virtù o con il vizio rende le azioni oneste o disoneste. 6 Cos'è, dunque, il bene? La conoscenza della realtà. Che cos'è il male? L'ignoranza. Il saggio, artefice della sua vita, respinge o sceglie ogni cosa secondo le circostanze; ma se ha un animo grande e indomito, non teme quello che respinge, e non guarda con ammirazione ciò che sceglie. Non voglio che tu ti arrenda o ceda. Non rifiutare l'attività è poco: devi cercarla. 7 "Come?" ribatti. "Non è un male l'attività vana e superflua, motivata da cause meschine?" Non più di quella che impieghiamo in belle azioni, poiché è la stessa tenacia dello spirito che si incita a imprese ardue e difficili e dice: "Perché desisti? Non è virile temere il sudore." 8 E perché la virtù sia perfetta, bisogna che a tutto questo si aggiunga uniformità di pensiero e un tenore di vita sempre coerente a se stesso, e ciò è impossibile se manca la conoscenza della realtà e la scienza dei problemi umani e divini. Questo è il sommo bene; e se lo raggiungi, cominci a essere compagno degli dèi, non loro supplice. 9 "Come vi si arriva?" domandi. Non attraversando le Alpi Pennine o Graie, o i deserti della Candavia; non devi affrontare le Sirti, Scilla o Cariddi, che hai, però dovuto passare per guadagnarti la tua piccola carica: la strada è sicura, piacevole e la natura ti ha preparato ad essa. Ti ha dato qualità che, sfruttate, ti innalzeranno alla pari di un dio. 10 Il denaro, invece, non potrà fare altrettanto: dio non possiede niente. E non lo potrà la toga pretesta: dio non ha veste. Neppure la fama o il metterti in mostra o la notorietà del tuo nome fra le genti: nessuno conosce dio; molti lo giudicano male e impunemente. E nemmeno una turba di servi che porti la tua lettiga per le strade urbane ed extraurbane: dio, che è l'essere più grande e più potente, porta lui l'universo. Neppure la bellezza e la forza possono renderti felice: non resistono alla vecchiaia. 11 Bisogna cercare un bene che non si guasti giorno per giorno, che non conosca ostacoli. Qual è? Lo spirito, ma deve essere retto, onesto, grande. E come altro puoi chiamarlo, se non un dio che dimora nel corpo umano? Uno spirito simile può trovarsi sia in un cavaliere romano, che in un liberto o in uno schiavo. Cosa sono, infatti, un cavaliere romano, un liberto, uno schiavo? Nomi nati dall'ambizione o dall'ingiustizia. È possibile arrivare al cielo anche da un cantuccio: innalzati

e rendi anche te degno di un dio.

Ma non potrai farlo con l'oro o con l'argento; non si può da questi metalli tirar fuori un'immagine simile alla divinità; pensa che gli dèi, quando ci erano propizî, erano fatti di creta. Stammi bene.

 

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1 Indago su di te e da tutti quelli che vengono da codesta regione cerco di sapere che cosa fai, dove e con chi passi il tuo tempo. Non puoi ingannarmi: ti sono vicino. Comportati come se io potessi sentire, anzi, vedere quello che fai. Vuoi sapere che cosa mi è più gradito di quello che sento su di te? Il fatto che non sento niente, che la maggior parte di quanti interrogo non sanno che cosa fai. 2 La cosa migliore è non avere rapporti con chi non è simile a noi e ha aspirazioni diverse. Sono, però convinto che non sia possibile fuorviarti e che rimarrai saldo nei tuoi propositi, anche se ti circonda una massa di gente che cerca di corromperti. E allora? Non temo che ti cambino, temo solo che ti siano di ostacolo. Anche chi provoca ritardi danneggia molto, soprattutto perché la vita è tanto breve, e noi la rendiamo ancòra più breve con la nostra incostanza, ricominciandola di continuo ora in un modo, ora in un altro: la riduciamo in pezzi e la laceriamo. 3 Affrettati, dunque, Lucilio carissimo, e pensa quanto andresti più veloce, se il nemico ti incalzasse alle spalle, se temessi l'arrivo della cavalleria sulle tracce dei fuggiaschi. Succede proprio questo: ti inseguono; affretta il passo e fuggi, mettiti al sicuro e considera come è bello portare a compimento la vita prima che sopraggiunga la morte e poi aspettare serenamente il tempo che rimane, non chiedendo niente per sé, nel possesso di un'esistenza felice, che più felice non diventa, se dura più a lungo. 4 Quando arriverà quel giorno in cui ti renderai conto che del tempo non ti importa, in cui sarai tranquillo e sereno, incurante del domani e ormai completamente pago di te stesso! Vuoi sapere che cosa rende gli uomini avidi del futuro? Nessuno appartiene a se stesso. I tuoi genitori hanno desiderato ben altro per te; io, invece, desidero che tu disprezzi tutti quei beni che loro ti augurano in abbondanza. I loro voti spogliano molti altri per arricchire te; tutto ciò che vogliono darti, bisogna toglierlo a qualcuno. 5 Io ti auguro, invece, di avere il possesso di te stesso in modo che la tua mente, travagliata da pensieri volubili, trovi riposo e certezze, che sia soddisfatta di sé e, riconosciuti i beni veri, che si possiedono non appena si riconoscono, non desideri una vita più lunga. Se uno vive dopo aver portato a compimento la propria vita, ha ormai superato tutte le necessità ed è completamente libero da ogni vincolo. Stammi bene.

 

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1 Tu vuoi che anche in queste lettere, come nelle precedenti, io aggiunga qualche massima dei nostri maestri. Essi non si sono occupati di sentenze: l'intero ordito delle loro opere è pieno di vigore. Sappi che c'è disuguaglianza dove si notano concetti che spiccano sugli altri. Non può essere oggetto di ammirazione un solo albero, quando tutto il bosco è cresciuto alla stessa altezza. 2 Di frasi simili sono pieni anche i poemi e le storie. Pertanto non voglio che tu ascriva ad Epicuro quelle massime: appartengono a tutti e soprattutto a noi Stoici, ma in lui si notano di più perché compaiono raramente, inaspettate, e poi perché queste espressioni virili sorprendono pronunciate da un uomo che professa la mollezza. Così crede la maggior parte della gente: secondo me Epicuro è virile anche se indossa una veste da donna; la fortezza, l'operosità e uno spirito battagliero si possono trovare tanto nei Persiani, quanto negli uomini che vestono abiti succinti. 3 Non c'è, quindi, motivo che tu chieda massime scelte e ripetute: nella nostra scuola è continuo quel pensiero che negli altri filosofi è espresso qua e là. Non abbiamo pertanto merce che dà nell'occhio, e non inganniamo il compratore: chi entra troverà solo gli articoli in mostra all'esterno: gli lasciamo scegliere un campione dove vuole. 4 Immagina che noi vogliamo selezionare da tutto l'insieme singole massime: a chi le attribuiremo? A Zenone, a Cleante, a Crisippo, a Panezio, a Posidonio? Non siamo sotto un monarca: ciascuno rivendica i propri diritti. Presso gli Epicurei, invece, ciò che ha detto Ermarco o Metrodoro, è riportato a uno solo; e il pensiero che qualcuno ha espresso in quella scuola, è stato espresso sotto la guida e gli auspici di uno solo. Noi non possiamo, sostengo, anche se lo tentassimo, da una così grande quantità di concetti dello stesso valore, enuclearne qualcuno:

È il povero che conta le sue pecore.

Dovunque volgerai lo sguardo, ti capiteranno sotto gli occhi pensieri che potrebbero spiccare se non fossero letti in mezzo ad altri di uguale importanza. 5 Abbandona, perciò la tua speranza di poter gustare per sommi capi l'ingegno degli uomini più grandi: devi esaminarlo e considerarlo nella sua totalità. Il pensiero si svolge con continuità e l'opera dell'ingegno è concatenata nelle sue linee fondamentali: niente può essere tolto senza che l'insieme crolli. Non dico che non si debbano prendere in considerazione le membra una per una, purché non si perda di vista l'individuo: non è bella la donna di cui si lodano le gambe o le braccia, ma quella la cui bellezza nel suo insieme distoglie dall'ammirare le singole parti. 6 Tuttavia, se lo chiederai, non mi comporterò con te meschinamente, ma darò a piene mani; da ogni parte c'è grande abbondanza di massime: basta prenderle, non occorre raccoglierle. Non compaiono di tanto in tanto, ma fluiscono a profusione; sono continue e concatenate. Servono molto, non ne dubito, alle persone ancòra incolte la cui attenzione è solo esteriore: singoli concetti circoscritti e racchiusi nella misura di un verso rimangono impressi più facilmente. 7 Perciò ai fanciulli facciamo imparare a memoria le massime e quelle che i greci chiamano chreiai perché l'intelligenza infantile arriva a comprenderle, mentre non è ancòra in grado di recepire concetti più complessi. Per un uomo maturo è una vergogna cercare di cogliere fiorellini e puntellarsi con pochissime massime, le più famose, basandosi sulla memoria: deve ormai appoggiarsi su se stesso. Concetti del genere li esprima con parole sue e non stia a impararli a memoria. È riprovevole per un vecchio o per uno ormai prossimo alla vecchiaia avere una cultura antologica: "Questo l'ha detto Zenone"; e tu, cosa dici? "Questo Cleante"; e tu? Fino a quando ti muoverai sotto la guida di un altro? Prendi il comando e pronuncia frasi che meritino di essere imparate a memoria, tira fuori anche qualcosa di tuo. 8 Tutti costoro, mai autori, sempre interpreti, nascosti all'ombra degli altri, non nutrono, secondo me, sentimenti magnanimi e non hanno mai osato fare una buona volta quello che per tanto tempo hanno imparato. Hanno esercitato la memoria su concetti di altri; ma una cosa è ricordare, un'altra sapere. Ricordare è conservare i concetti affidati alla memoria; sapere, invece, è far propri i concetti senza dipendere dai modelli e senza guardare sempre al maestro. 9 "Questo l'ha detto Zenone, questo Cleante." Deve esserci una differenza fra te e il libro. Fino a quando imparerai? Ormai è tempo anche di insegnare. Perché dovrei stare a sentire una cosa che posso leggere? "A viva voce le idee risultano molto più efficaci", ribatti. Non se si prendono a prestito da altri le parole e si funge da segretari. 10 Inoltre costoro, che non si rendono mai autonomi, seguono le teorie dei filosofi precedenti anche per questioni sulle quali tutti gli altri si sono dissociati e poi per quelle su cui ancòra si discute. Non scopriremo mai niente, se ci accontentiamo delle scoperte già fatte. Inoltre, se uno segue le orme di un altro, non trova niente, anzi neppure cerca. 11 E allora? Non dovrò seguire le orme di chi mi ha preceduto? Certo posso percorrere la vecchia strada, ma se ne troverò una più corta e più piana, cercherò di aprirla. Quegli uomini che hanno suscitato questi problemi prima di noi non sono i nostri padroni, ma le nostre guide. La verità è aperta a tutti; nessuno se n'è ancòra impossessato; gran parte di essa è stata lasciata anche ai posteri. Stammi bene.

 

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1 Mi sento fiero ed esulto; mi scuoto di dosso la vecchiaia e riprendo l'antico ardore tutte le volte che da quello che fai e scrivi capisco quanto hai superato te stesso - la massa l'hai lasciata indietro già da tempo. Se l'agricoltore è contento quando un albero produce i suoi frutti, se il pastore gioisce per i piccoli nati nel gregge, se ognuno guardando il figlio considera la sua giovinezza come propria, cosa pensi che senta chi ha educato un carattere, l'ha plasmato ancòra tenero, e all'improvviso lo vede maturo? 2 Ti dichiaro mio; sei opera mia. Quando ho capito la tua indole, ti ho preso sotto la mia tutela, ti ho esortato, spronato, non ho lasciato che tu avanzassi lentamente, ma ti ho incitato in continuazione; ed ora faccio lo stesso, ma ti sprono quando tu già stai correndo e mi esorti a tua volta. 3 "Che dici?" obietti. "Finora ho solo dato prova di buona volontà." Questo è già moltissimo e non nel senso banale di "chi ben comincia è alla metà dell'opera." È una questione morale; pertanto gran parte della bontà consiste nel volere diventar buoni. Sai chi definisco buono? L'individuo perfetto, completo, che nessuna forza, nessuna necessità può rendere malvagio. 4 Prevedo che diventerai così, se sarai perseverante e tenace e farai in modo che tutti i tuoi atti e le tue parole siano coerenti, consonanti e abbiano un'unica impronta. Non è onesto l'animo dell'uomo, le cui azioni non concordino. Stammi bene.

 

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1 Quando ti chiedo con tanta insistenza di dedicarti allo studio, lo faccio nel mio interesse. Voglio avere un amico, ma questa fortuna non mi può toccare, se tu non continui, come hai cominciato, a perfezionare te stesso. Ora mi ami, ma non sei un amico. "Come? Sono due cose diverse?" Certamente, anzi dissimili. Chi è amico ama, ma chi ama non sempre è un amico; e pertanto l'amicizia giova sempre, l'amore, invece, può a volte anche nuocere. Cerca di fare progressi se non altro almeno per imparare ad amare veramente. 2 Sbrigati, dunque, in modo che i tuoi progressi giovino a me e tu non debba imparare per un altro. Io ne raccolgo già i frutti, quando mi immagino che noi saremo un'anima sola e il vigore che se n'è andato con l'età mi verrà dai tuoi anni, sebbene non ci sia tra noi molta differenza; ma voglio essere soddisfatto anche di come stanno le cose ora. 3 Dalle persone che amiamo, se pure sono lontane, ci viene una gioia, lieve però e caduca: la vista, la presenza, i rapporti diretti danno un vivo piacere, soprattutto se abbiamo davanti, non solo la persona che vogliamo, ma come la vogliamo. Vieni, dunque, da me, mi farai un grande regalo e, per essere più pronto, pensa che tu sei mortale e io vecchio. 4 Affréttati verso di me, ma prima ancora verso di te. Cerca di migliorare e innanzi tutto preoccupati di essere coerente con te stesso. Ogni volta che vuoi constatare se hai fatto qualche progresso, considera se oggi vuoi le stesse cose di ieri: un cambiamento di volontà indica che l'animo ondeggia e compare ora da una parte ora dall'altra, come lo porta il vento. Se una cosa è salda e ha buone fondamenta, non va qua e là, e questa è una caratteristica del perfetto saggio e, in certa misura, anche di chi avanza e fa progressi. Dunque, che differenza c'è fra i due? Quest'ultimo, è scosso, tuttavia non si muove, ma vacilla sulla sua posizione. Il saggio non è neppure scosso. Stammi bene.

 

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1 Esorta il tuo amico a disprezzare orgogliosamente quelli che lo criticano perché ha scelto una vita umbratile e ritirata, perché ha lasciato la sua brillante posizione e, pur potendo arrivare più in alto, ha anteposto a tutto la tranquillità; mostri loro ogni giorno come abbia fatto utilmente il proprio interesse. Gli uomini oggetto di invidia sono destinati a scomparire: alcuni verranno eliminati, altri cadranno. La prosperità è inquieta; si tormenta da sé. Essa sconvolge la mente in svariati modi: eccita gli uomini a passioni diverse: gli uni alla sete di potere, gli altri alla lussuria; rende tronfi i primi, snerva e svigorisce completamente i secondi. 2 "Ma qualcuno la regge bene." Sì, come il vino. Perciò non farti convincere da costoro che è felice chi è assediato da molte persone: corrono da lui come a una sorgente d'acqua che esauriscono e intorbidano. "Lo chiamano buono a nulla e inetto." Sai che certe persone parlano a rovescio e dànno alle parole il significato opposto. Lo definivano felice: e allora? Lo era veramente? 3 E non mi preoccupo neppure del fatto che secondo alcuni è troppo duro e severo. Aristone diceva di preferire un giovane austero a uno allegro e gradito alla folla; diventa un buon vino quello che, nuovo, sembrava acerbo e aspro; mentre il vino gradevole già nella botte non regge all'invecchiamento. Lascia che lo definiscano triste e nemico dei propri successi: quando sarà vecchio la sua stessa tristezza si rivelerà positiva, purché perseveri nel coltivare la virtù e si imbeva di studi liberali, non quelli con cui è sufficiente bagnarsi, ma questi in cui bisogna immergere lo spirito. 4 Il tempo di imparare è questo. "Come? C'è un tempo in cui non bisogna imparare?" No; ma, mentre è giusto studiare a qualsiasi età, non lo è andare sempre a scuola. È vergognoso e ridicolo che un vecchio sia ancòra alle nozioni elementari: il giovane deve prepararsi, il vecchio deve mettere a profitto. Farai, quindi, una cosa a te molto utile se renderai il tuo amico il migliore possibile; i benefici che si devono chiedere ed elargire, dicono, appartenenti senza dubbio alla categoria più alta, sono quelli che è utile sia fare che ricevere. 5 Infine, costui non è più libero: ha dato la sua parola; ed è meno disonesto fallire ai danni di un creditore, che deludere una buona speranza. Il commerciante ha bisogno di una navigazione propizia per saldare i suoi debiti, l'agricoltore della fertilità del terreno che coltiva e di un clima favorevole: il tuo amico, invece, può pagare con la sola volontà il suo debito: la fortuna non vanta nessun diritto nella sfera morale. 6 Regoli la sua condotta in modo che il suo spirito giunga alla perfezione in tutta tranquillità, senza fare caso a ciò che gli viene tolto o aggiunto, mantenendo, però sempre lo stesso atteggiamento comunque vadano le cose: se gli aumenteranno i beni graditi alla massa, se ne sentirà al di sopra; se la sorte gliene toglierà una parte o tutti, non si sentirà sminuito.

7 Se fosse nato tra i Parti, già da fanciullo imparerebbe a tendere l'arco; se fosse nato in Germania, fin da piccolo scaglierebbe l'asta flessibile; se fosse vissuto ai tempi dei nostri avi, avrebbe imparato a cavalcare e a colpire il nemico combattendo corpo a corpo. È il modo di vivere della propria gente a consigliare e a imporre ai singoli queste attività. 8 Su che cosa, dunque, deve riflettere il tuo amico? Su quello che serve contro ogni arma, contro ogni genere di nemici: il disprezzo della morte; essa ha in sé qualcosa di terribile, che affligge il nostro spirito per natura amante di se stesso: nessuno lo mette in dubbio; non sarebbe necessario prepararsi ed esercitarsi a un evento verso il quale andassimo per impulso volontario, così come tutti sono portati alla propria conservazione. 9 Nessuno impara a starsene tranquillamente, se necessario, sopra un letto di rose, ma cerca di abituarsi a non cedere ai tormenti, a vegliare a difesa delle fortificazioni, in caso di bisogno, stando in piedi, talvolta anche ferito, e a non appoggiarsi al giavellotto, perché spesso il sonno sorprende chi si appoggia a un sostegno. La morte non provoca nessun danno; altrimenti dovrebbe esserci qualcosa che subisce questo danno. 10 Se desideri tanto una vita più lunga, pensa che nessuno degli esseri che spariscono al nostro sguardo e si nascondono in seno alla natura, da dove sono usciti e presto usciranno di nuovo, si consuma: ogni cosa finisce, ma non si annienta; la morte che tanto temiamo e rifiutiamo, interrompe la vita, non la elimina; verrà di nuovo il giorno che ci riporterà alla luce, ma molti lo rifiuterebbero se non tornassero ormai dimentichi del passato. 11 In seguito ti spiegherò più scrupolosamente come tutto ciò che sembra finire, in realtà muta. Siamo destinati a tornare, e dobbiamo, perciò uscire serenamente dalla vita. Osserva il corso delle cose che ritornano in se stesse: vedrai che nulla a questo mondo si estingue, ma alternativamente declina e risorge. L'estate se n'è andata, ma l'anno venturo la ricondurrà con sé; l'inverno è finito, lo riporteranno i mesi che gli sono propri; la notte ha oscurato il sole, ma sùbito il giorno la scaccerà a sua volta. Gli astri ripercorrono nella loro corsa gli spazi già attraversati; di continuo una parte del cielo si solleva, una parte sprofonda.

12 Concludo, ma voglio aggiungere ancora una cosa: gli infanti, i fanciulli, i pazzi non temono la morte; e allora è proprio vergognoso che la ragione non sia in grado di darci quella serenità interiore a cui porta l'assenza di raziocinio. Stammi bene.

 

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1 Hai promesso di essere un uomo virtuoso, ti sei impegnato con un giuramento: e questo è il vincolo più grande per arrivare alla saggezza. Se uno ti dicesse che è un'impresa facile e agevole, ti schernirebbe. Non voglio che tu sia ingannato. Le parole di questo giuramento, che è il più onorevole, e di quello dei gladiatori, che è il più disonorevole, sono identiche: "Sopportare il fuoco, le catene e la morte di spada." 2 Dai gladiatori che prestano le loro mani all'arena e mangiano e bevono quanto dovranno restituire col sangue, si esige che sopportino questi tormenti anche controvoglia: da te, che tu lo faccia volontariamente e di buon grado. A loro è concesso abbassare le armi e invocare la pietà del popolo: tu non potrai arrenderti, e neppure chiedere grazia della vita; devi morire in piedi e invitto. A che serve, poi, guadagnare pochi giorni o pochi anni? Siamo nati per combattere a oltranza. 3 "E come me la caverò?" chiedi. Non puoi sfuggire al destino, puoi solo vincerlo.

Ci si apre la strada con la forza,

e questa strada te la indicherà la filosofia. Volgiti a essa, se vuoi essere salvo, sereno, felice, e infine, se vuoi essere, e questo è il massimo, libero; non si può diventarlo in altro modo. 4 La stoltezza è cosa meschina, ignobile, sordida, da schiavi, soggetta a molte, violentissime passioni. La saggezza, l'unica vera libertà, allontana da te dei padroni tanto gravosi, che comandano un po' alternativamente, un po' tutti insieme. E alla saggezza porta un'unica via e diritta; non puoi sbagliare; avanza con passo sicuro. Se vuoi sottomettere a te ogni cosa, sottomettiti alla ragione; farai da guida a molti se la ragione farà da guida a te. Da essa imparerai che cosa devi intraprendere e in che modo; non ti imbatterai inaspettatamente negli eventi. 5 Tu non puoi citarmi nessuno che sappia come ha cominciato a volere le cose che vuole: non vi è giunto di proposito, vi è capitato seguendo un impulso. La fortuna ci viene incontro tanto spesso quanto noi andiamo incontro a lei. È vergognoso non avanzare, ma essere trascinati e, trovandosi improvvisamente in mezzo alla tempesta degli eventi, chiedersi stupiti: "Come sono arrivato a questo punto?" Stammi bene.

 

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1 È giusta la tua richiesta di intensificare questo nostro carteggio. Una conversazione alla buona giova moltissimo, poiché si insinua nell'anima a poco a poco: le dissertazioni preparate ed esposte alla presenza del pubblico hanno più risonanza, ma sono meno familiari. La filosofia è un buon consiglio: e nessuno dà consigli ad alta voce. A volte bisogna ricorrere anche a quelle così dette "concioni", quando bisogna stimolare una persona incerta; quando, però lo scopo non è di ottenere che voglia imparare, ma che impari, bisogna ricorrere a queste parole più sommesse. Penetrano e rimangono impresse con maggiore facilità; e non ne occorrono molte, purché siano efficaci. 2 Bisogna spargerle come un seme, che, per quanto minuscolo, se cade nel terreno adatto, sprigiona le sue forze e da piccolissimo si dilata fino a raggiungere il massimo sviluppo. Lo stesso fa la ragione: se osservi, non appare grande: cresce nell'agire. Sono poche le cose che si dicono, ma se l'animo le accoglie bene, acquistano vigore e si sviluppano. I precetti, a mio parere, sono come i semi: danno grossi risultati, eppure sono piccola cosa. Come ho detto, però occorre che li afferri e li assorba una mente adatta; essa a sua volta produrrà molti frutti e darà più di quanto ha ricevuto. Stammi bene.

 

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1 Ti preparerò senz'altro gli appunti che mi chiedi, ordinati con cura e brevi; bada, però, che il sistema abituale non sia più utile di questo che ora comunemente si chiama breviarium e che un tempo, quando parlavamo un buon latino, si chiamava summarium. Il primo metodo serve di più a chi impara, il secondo a chi già sa; l'uno insegna, l'altro richiama alla memoria. Ma di entrambi te ne farò avere in abbondanza. Tu non devi chiedermi questo o quell'autore: solo chi è sconosciuto presenta un garante. 2 Ti scriverò ciò che vuoi, ma a modo mio; intanto hai a disposizione molti scrittori; non so, però se le loro opere sono abbastanza ordinate. Prendi in mano l'elenco dei filosofi: già questo ti costringerà a scuoterti, vedendo quanti hanno faticato per te. Desidererai essere anche tu uno di loro; la qualità migliore di un animo generoso è l'istinto al bene. Nessun uomo di spirito elevato si compiace di cose abiette e sordide: lo attira e lo esalta la bellezza delle cose grandi. 3 La fiamma si leva diritta, non può stare distesa o abbassarsi, come non può rimanere ferma; così il nostro spirito è sempre in movimento, ed è più mobile e attivo quanto maggiore sarà il suo impeto. Ma beato l'uomo che ha rivolto questo slancio al meglio: si sottrarrà al dominio e al potere della sorte; sarà moderato nella prosperità, attenuerà le sventure e disdegnerà quanto gli altri ammirano. 4 Un animo grande disprezza la grandezza e preferisce la moderazione agli eccessi; quella è utile e vitale, questi, invece, nuocciono, proprio perché sono superflui. Un'eccessiva fertilità danneggia le messi; i rami si spezzano per il peso; una soverchia fecondità non arriva alla maturazione. Così capita anche allo spirito: una prosperità smodata lo fiacca e diventa dannosa non soltanto per gli altri, ma anche per lui stesso. 5 Nessuno è stato oltraggiato tanto da un nemico quanto certi uomini dai propri piaceri. La loro sfrenatezza e la loro insana libidine può essere perdonabile solo perché quello che hanno fatto ricade su di loro. E questa follia li tortura a ragione; i desideri che superano i confini naturali sfociano inevitabilmente nella dismisura: la natura ha un suo limite, mentre i desideri vani e scaturiti dalla libidine non ne hanno. 6 L'utilità dà la misura del necessario: ma il superfluo in che modo si può misurarlo? Alcuni, perciò si immergono nei piaceri e, abituatisi, non ne possono più fare a meno e sono davvero infelici perché arrivano al punto che per loro il superfluo diventa necessario. Non godono dei piaceri, ne sono schiavi e per giunta, e questo è il male estremo, i propri mali li amano; si arriva al culmine dell'infelicità, quando le azioni abiette non solo allettano, ma piacciono, e non c'è più modo di rimediare se quelli che erano vizi, diventano abitudini. Stammi bene.

 

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1 Tu mi scrivi spesso e io ti ringrazio: ti mostri a me nell'unico modo possibile. Ogni volta che ricevo una tua lettera, siamo subito insieme. Se i ritratti dei nostri amici assenti ci sono graditi, perché rinnovano il ricordo e alleviano la nostalgia con un falso ed effimero conforto, tanto più ci è gradita una lettera, che porta le vere tracce, i veri segni dell'amico assente. La sensazione più dolce che si prova alla presenza di un amico, il riconoscerlo, ce la dà l'impronta della sua mano nella lettera.

2 Scrivi di aver ascoltato il filosofo Serapione, quando è approdato lì, in Sicilia: "Parla molto velocemente e perciò storpia sempre le parole e non lascia che si diffondano [...], ma le constringe tutte insieme accavallandole: gli arrivano alle labbra più numerose di quanto si possano pronunciare con un'unica emissione di voce." Questo non lo approvo in un filosofo: il suo modo di parlare deve essere composto, come la sua vita; non può esserci ordine, se c'è precipitazione e foga. Perciò l'eloquenza concitata, che fluisce senza interruzione come la neve, Omero l'attribuisce all'oratore giovane; ma nel vecchio le parole scorrono lievi e più dolci del miele. 3 Credimi, la forza di questo eloquio rapido e straripante è più adatta a un ciarlatano, non a un filosofo che tratta e insegna una materia seria e importante. Secondo me, non deve stillare le parole, e nemmeno correre; non deve costringere il pubblico a tendere le orecchie, né frastornarlo. Anche l'eloquenza povera e scarna rende gli ascoltatori meno attenti: la lentezza e le frequenti interruzioni annoiano; tuttavia, un discorso che si fa attendere rimane più facilmente impresso di uno che scorre via veloce. Si dice, infine, che i filosofi trasmettono ai discepoli i loro insegnamenti: ma non si può trasmettere una cosa che fugge via. 4 L'eloquenza al servizio della verità, inoltre, deve essere ordinata e semplice: quella demagogica non rispecchia il vero. Vuole far presa sulla folla e trascinare col suo slancio le orecchie delle persone sconsiderate; non si presta a un attento esame, anzi se ne sottrae: e come può governare se non può essere governata? Questo tipo di oratoria, volta a sanare gli animi, deve scendere in noi: i rimedi non giovano se non svolgono un'azione lenta e costante. 5 Un'eloquenza simile, inoltre, è vana e inutile: ha più risonanza che vigore. Bisogna mitigare le paure, reprimere gli impulsi, dissipare gli inganni, frenare la lussuria, sradicare l'avidità: niente di tutto questo può realizzarsi al volo. Quale medico cura di corsa gli ammalati? E per giunta un tale strepito di parole, che scorrono ammassate alla rinfusa, non provoca nessun piacere. 6 Come la maggior parte dei fatti che credevamo impossibili basta averli osservati una sola volta, così è più che sufficiente aver sentito una sola volta questi oratori da strapazzo. Uno che cosa ha da imparare o da imitare? Come giudicare l'animo di persone che parlano in maniera confusa, sciatta e senza freni? 7 Se uno corre giù per un pendio non riesce a fermarsi nel punto stabilito, ma viene trascinato dal peso del corpo in movimento e va più lontano del voluto; allo stesso modo questa velocità di eloquio non ha dominio su di sé e non è sufficientemente adatta alla filosofia, che le parole deve disporle, non pronunciarle di getto, e deve procedere passo passo. 8 "Ma come? Certe volte l'eloquenza non dovrà anche innalzarsi di tono?" E perché no? Ma salvando la dignità di comportamento che, invece, questa forza eccessiva e violenta le toglie. Sia vigorosa, e tuttavia moderata; simile a una corrente perenne, ma non torrenziale. Una tale velocità di parola irrefrenabile e senza regole potrei ammetterla appena in un oratore: difatti, come potrebbe seguirlo un giudice che a volte è rozzo e inesperto? Ma anche quando lo trascina il desiderio di ostentazione o una passione irrefrenabile, l'oratore deve affrettarsi e ammassare parole solo nei limiti di un ascolto agevole.

9 Farai bene a non dare retta a questi conferenzieri che si preoccupano di quanto e non di come parlano; tu stesso, se è necessario, è meglio che parli come P. Vinicio. "Come, dunque?" Una volta che si discuteva su come costui parlasse, Asellio disse: "Lentamente", e Gemino Vario replicò: "Non so come possiate definirlo eloquente: non è capace a mettere insieme tre parole." E perché non dovresti preferire di parlare come lui? 10 Certo, potrebbe intervenire uno tanto sciocco come quel tizio che, mentre Vinicio spiccava le parole a una a una, quasi dettasse più che fare un discorso, gli gridò: "Parla, parli dunque?" A mio parere un uomo assennato deve tenersi lontano dalla celerità di Q. Aterio, oratore famosissimo ai suoi tempi: non aveva mai un'esitazione, non faceva mai una pausa; quando cominciava, arrivava fino in fondo.

11 Tuttavia, penso, che certe caratteristiche si adattino più o meno alle singole popolazioni. Tra i greci questa libertà è tollerabile: noi, invece, siamo abituati a fare delle pause anche quando scriviamo. Pure il nostro Cicerone, da cui scaturì l'eloquenza romana, aveva un'andatura posata. Da noi l'oratoria procede guardandosi più attorno, fa delle valutazioni e si presta ad essere valutata. 12 Fabiano, uomo straordinario sia per la sua vita, che per la sua cultura e, qualità a queste secondaria, anche per la sua eloquenza, si esprimeva speditamente, ma non in maniera concitata; la sua poteva essere definita facilità di parola, non rapidità. Nel saggio la ammetto, ma non la giudico fondamentale; purché le sue frasi vengano fuori senza impedimenti, è meglio tuttavia che siano emesse, piuttosto che sgorghino con profusione. 13 Da questo difetto cerco di tenerti lontano tanto più perché può sopravvenire solo se perderai il tuo pudore: devi deporre ogni vergogna e non ascoltare più te stesso; quella rapidità incontrollata, infatti, porta con sé molti difetti da censurare. 14 Non può ripeto, sopravvenire, se il tuo pudore lo mantieni intatto. È necessario, inoltre, un esercizio giornaliero e bisogna trasferire l'attenzione dai fatti alle parole. Ma anche se queste si presenteranno da sé e potranno fluire senza nessuna fatica da parte tua, bisogna, tuttavia, moderarle; come al saggio si addice un incedere contegnoso, così gli si addice un eloquio cauto, non avventato. In conclusione: parla lentamente. Stammi bene.

 

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1 Fai proprio una cosa buona e a te salutare se, come scrivi, continui ad avanzare verso la saggezza: è insensato chiederla a dio, visto che puoi ottenerla da te. Non occorre alzare le mani al cielo o scongiurare il sacrestano che ci lasci avvicinare alle orecchie della statua, quasi potessimo trovare più ascolto: dio è vicino a te, è con te, è dentro di te. 2 Secondo me, Lucilio, c'è in noi uno spirito sacro, che osserva e sorveglia le nostre azioni, buone e cattive; a seconda di come noi lo trattiamo, lui stesso ci tratta. Nessun uomo è virtuoso senza dio: oppure qualcuno può ergersi al di sopra della sorte senza il suo aiuto? Egli ci ispira principi nobili ed elevati. In ogni uomo virtuoso

abita un dio (quale non si sa).

 

3 Se ti troverai davanti a un bosco folto di alberi secolari, di altezza insolita, dove la densità dei rami, che si coprono l'un l'altro, impedisce la vista del cielo, l'altezza di quella selva, la solitudine del luogo e lo stupore che desta un'ombra tanto densa e ininterrotta in uno spazio aperto, ti persuaderà che lì c'è un dio. Se una grotta, creata non dalla mano dell'uomo, ma scavata in tanta ampiezza da fenomeni naturali, sostiene su rocce profondamente corrose un monte, un sentimento di religioso timore colpirà il tuo animo. Noi veneriamo le sorgenti dei grandi fiumi; vengono innalzati altari là dove d'improvviso scaturisce dal sottosuolo una copiosa corrente; onoriamo le fonti di acque termali, e il colore opaco o la smisurata profondità hanno reso sacri certi laghi. 4 Se vedrai un uomo impavido di fronte ai pericoli, libero da passioni, felice nelle avversità, tranquillo in mezzo alle tempeste, che guarda gli altri uomini dall'alto e gli dèi alla pari, non ti pervaderà un senso di rispetto per lui? Non dirai: "C'è un qualcosa di troppo grande ed eccelso perché possa ritenersi simile al povero corpo in cui si trova"? 5 Una forza divina è discesa in lui; una potenza celeste stimola questo spirito straordinario, moderato, che passa oltre ogni cosa considerandola di poco conto, che se la ride dei nostri timori e desideri. Non può un essere così grande restare saldo senza l'aiuto divino; perciò la parte maggiore di lui è là da dove è disceso. Come i raggi del sole raggiungono la terra, ma non si staccano dal loro punto di partenza, così l'anima grande e santa, mandata quaggiù per farci conoscere meglio il divino, sta insieme a noi, ma rimane unita alla sua origine; dipende da essa, a essa guarda e aspira e sta in mezzo a noi come un essere superiore. 6 Qual è, dunque, quest'anima? È l'anima che brilla solo del suo bene. Cosa c'è, infatti, di più insensato che lodare in un uomo beni che non gli appartengono? Chi è più pazzo di uno che apprezza beni che possono sempre passare a un altro? Le briglie d'oro non rendono migliore un cavallo. Un leone dalla criniera dorata, ammansito e costretto, ormai stanco, a sopportare le bardature, si slancia in maniera diversa dal leone selvaggio, nel suo pieno vigore: naturalmente quest'ultimo, violento nella sua furia, quale lo volle la natura, splendido per l'aspetto feroce, la cui bellezza consiste nell'essere guardato con terrore, è preferito a quello fiacco e coperto d'oro. 7 Ognuno si deve gloriare solo di quello che gli appartiene. Lodiamo una vite se i tralci sono carichi di frutti, se la pianta sotto il loro peso abbatte i sostegni: forse qualcuno potrebbe preferire una vite cui fossero appesi grappoli e foglie d'oro? La virtù propria della vite è la fertilità; anche nell'uomo bisogna lodare quello che gli è proprio. Ha begli schiavi, una magnifica casa, vasti terreni seminati, cospicui redditi da usura; nessuno di questi beni è in lui, ma intorno a lui. 8 Nell'uomo devi lodare quello che non può essergli tolto o essergli dato, quello che gli è proprio. Chiedi cos'è? L'anima e nell'anima una ragione perfetta. L'uomo è un animale dotato di ragione: il suo bene lo attua appieno, se adempie al fine per cui è nato. Che cosa esige da lui questa ragione? Una cosa facilissima: che viva secondo la natura che gli è propria. Ma la follia comune la rende una cosa difficile: ci trasciniamo l'un l'altro nei vizi. E come si può ricondurre alla salvezza gente che nessuno trattiene e che è spinta dalla massa? Stammi bene.

 

LIBRO QUINTO

 

 

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1 Costui è già riuscito a convincerti di essere un uomo virtuoso? Ma non si può diventare, e nemmeno si può riconoscere tanto presto un uomo virtuoso. E sai che uomo virtuoso intendo ora? Quello di seconda qualità; l'altro perfetto, infatti, nasce forse, come la Fenice, una volta ogni cinquecento anni. E non c'è da stupirsi che le grandi cose siano generate a distanza di anni: la sorte produce spesso mediocrità destinate alla massa, ma alle cose straordinarie dà pregio il fatto stesso di essere rare. 2 Costui è ancora molto lontano dal punto in cui si dichiara di essere arrivato; e se sapesse veramente che cosa è un uomo virtuoso, non si riterrebbe ancora tale, e forse dispererebbe anche di poterlo diventare. "Ma egli giudica male i malvagi." Questo lo fanno i malvagi stessi: la punizione più grande per l'uomo perverso consiste nel dispiacere a sé e ai suoi. 3 "Ma detesta le persone che abusano di un'improvvisa e grande potenza." Quando avrà lo stesso potere, agirà nello stesso modo. I vizi di molta gente rimangono nascosti perché sono deboli; quando avranno forze sufficienti, la loro audacia sarà pari a quella dei vizi che la prosperità ha reso già manifesti. A gente del genere mancano i mezzi per mettere in pratica la loro perversità. 4 Così un serpente, anche se è velenoso, lo si può toccare senza rischi, mentre è insensibile per il freddo: non gli manca il veleno, ma è intorpidito. A molti uomini crudeli, ambiziosi, sfrenati, manca il favore della sorte perché osino comportarsi come gli individui più infami. Hanno i medesimi intenti: da' loro la possibilità di fare quanto vogliono e te ne renderai conto. 5 Ricordi? Quando affermavi che quel tale era in tuo potere, io ti dissi che era volubile, incostante e che tu non lo tenevi per un piede, ma per un'ala. Mi sono sbagliato: lo tenevi per una piuma, te l'ha lasciata in mano ed è fuggito. Sai che brutti scherzi ti ha giocato dopo e quante cattiverie ha tentato, che dovevano poi ricadere su di lui. Non si accorgeva che, danneggiando gli altri, correva verso la propria rovina; non pensava quanto fosse gravoso quello cui aspirava, anche se avesse dato dei frutti.

6 Perciò nelle mete che ci prefiggiamo e a cui tendiamo con grande sforzo, dobbiamo osservare che non c'è nessun vantaggio o che gli svantaggi sono superiori; alcune sono superflue, altre non meritano tanto impegno. Ma di questo non ci accorgiamo e ci sembrano gratuite cose che, invece, paghiamo a carissimo prezzo. 7 La nostra insensatezza è evidente: secondo noi compriamo unicamente ciò per cui sborsiamo del denaro, e definiamo gratuito quello per cui paghiamo di persona. Cose che non vorremmo acquistare se per averle dovessimo dar in cambio la nostra casa o un podere ridente e fertile, siamo prontissimi a procurarcele a prezzo di preoccupazioni, di rischi, di disonore, perdendo libertà e tempo: a tal punto ciascuno di noi non tiene niente in minor conto di se stesso. 8 Perciò al momento di decidere in ogni circostanza dobbiamo comportarci come quando andiamo da un mercante: chiediamo il prezzo della merce che ci interessa. Spesso una cosa per la quale non si sborsa niente ha un prezzo altissimo. Te ne potrei indicare molte che, una volta acquisite e accettate, ci hanno tolto la libertà; saremmo ancora padroni di noi stessi, se non fossero diventate nostre. 9 Fa', dunque, queste considerazioni, non solo quando è in ballo un guadagno, ma anche una perdita. "Questo andrà perduto." In realtà è un bene venuto dall'esterno, senza di esso vivrai bene come hai vissuto fin'ora. Se ne hai goduto a lungo, lo perdi dopo essertene saziato; se no, lo perdi prima di averci fatto l'abitudine. "Avrai meno denaro", e senz'altro anche meno fastidi. "Meno prestigio", e anche minore invidia. 10 Guarda quei beni che ci portano alla pazzia e sulla cui perdita versiamo un mare di lacrime: ti renderai conto che non è gravosa la loro perdita, ma il ritenerla tale. Per la loro mancanza non si soffre, si crede di soffrire. Chi è padrone di sé non perde niente: ma a quanti capita di essere padroni di sé? Stammi bene.

 

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1 Chiedi come mi sia arrivata questa notizia, chi mi abbia raccontato i tuoi pensieri, che tu non avevi confidato a nessuno? Lo ha fatto chi sa tutto, la voce pubblica. "Come? sono così importante da suscitare le chiacchiere della gente?" Non devi misurarti in base a Roma, ma al luogo in cui risiedi. 2 Tutto quello che si distingue da quanto lo circonda, è grande in quell'ambito; la grandezza non ha una misura determinata: il confronto la innalza o la diminuisce. Un'imbarcazione che sul fiume sembra grande, diventa piccola in mare; un timone, grande per una nave, è piccolo per un'altra. 3 Ora tu in provincia, anche se ti sminuisci, sei grande. La gente vuol sapere, e sa, che cosa fai, come pranzi, come dormi: devi perciò vivere con più cautela. Ritieniti felice solo quando potrai vivere in pubblico, quando le pareti serviranno a ripararti, non a nasconderti; di solito, invece, pensiamo di averle intorno non per una nostra maggiore sicurezza, ma per nascondere meglio i nostri peccati. 4 Ti dirò una cosa dalla quale potrai giudicare la nostra moralità: non ti sarà facile trovare uno in grado di vivere con la porta aperta. I guardiani di fronte alle porte di casa non ce li ha fatti mettere la superbia, ma la nostra cattiva coscienza: viviamo in modo tale che essere visti all'improvviso significa essere colti in fallo. Ma a che serve nascondersi ed evitare gli occhi e le orecchie del prossimo? 5 La buona coscienza chiama a sé la gente, quella cattiva è ansiosa e preoccupata anche in solitudine. Se le tue azioni sono oneste, le sappiano tutti; se vergognose, che importa che nessuno le conosca, se tu le conosci? Povero te, se non tieni conto di questo testimone! Stammi bene.

 

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1 Di nuovo ti fai piccolo ai miei occhi e dici che la natura prima e la sorte poi si sono comportate piuttosto male con te, e invece, potresti tirarti fuori dalla massa e innalzarti alla più grande felicità umana. La filosofia ha, tra l'altro, questo di buono: non guarda all'albero genealogico: tutti, se si rifanno alla loro prima origine, discendono dagli dèi. 2 Tu sei un cavaliere romano e a questo ceto ti ha condotto la tua laboriosità; sono molti a non avere diritto alle prime quattordici file e il senato non accoglie tutti; anche nell'àmbito militare gli uomini destinati a imprese faticose e piene di pericoli si scelgono dopo un severo esame: la saggezza, invece, è accessibile a tutti, tutti siamo sufficientemente nobili per raggiungerla. La filosofia non respinge, non sceglie nessuno: splende per tutti. 3 Socrate non era patrizio; Cleante attingeva l'acqua e irrigava lui stesso il giardino; la filosofia non ha accolto Platone già nobile, ma lo ha reso tale: perché disperi di poter diventare pari a loro? Sono tutti tuoi antenati, se ne sarai degno; e lo sarai, se ti convincerai sùbito che nessuno è più nobile di te. 4 Tutti noi abbiamo un ugual numero di avi; la nostra origine va oltre la memoria umana. Platone sostiene che non c'è re che non discenda da schiavi e schiavo che non discenda da re. Vicende alterne nel corso dei secoli hanno sconvolto tutte queste categorie e la fortuna le ha sovvertite. 5 Chi è nobile? Chi dalla natura è stato ben disposto alla virtù. Bisogna guardare solo a questo: altrimenti, se ci rifacciamo ai tempi antichi, tutti provengono da un punto prima del quale non c'è niente. Una serie alterna di splendori e miserie ci ha condotto dalla prima origine del mondo fino ai nostri tempi. Non ci rende nobili un ingresso pieno di ritratti anneriti dal tempo; nessuno è vissuto per nostra gloria e non ci appartiene quello che è stato prima di noi: ci rende nobili l'anima, che da qualunque condizione può ergersi al di sopra della fortuna. 6 Immagina, dunque, di essere non un cavaliere romano, ma un liberto: puoi ottenere di essere il solo uomo libero tra uomini nati liberi. "Come?" mi chiedi. Se distinguerai il male e il bene senza seguire il parere della massa. Bisogna considerare non l'origine, ma il fine delle cose. Se ce n'è qualcuna che può rendere felice la vita, è un bene di per sé; non può infatti, degenerare in un male. 7 Qual è, allora, lo sbaglio che si fa, visto che tutti desiderano la felicità? Gli uomini la confondono con i mezzi per raggiungerla e mentre la ricercano, ne fuggono lontano. Il culmine di una vita felice è una sicura tranquillità e una inalterata fiducia in essa, e invece tutti raccolgono motivi di inquietudine e portano, anzi trascinano, il loro carico attraverso l'insidioso cammino della vita; così si allontanano sempre di più dallo scopo al quale tendono e, più si danno da fare, più si creano impedimenti e retrocedono. Lo stesso accade a chi cerca di avanzare in fretta in un labirinto: la velocità stessa lo ostacola. Stammi bene.

 

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1 Ti lamenti che lì a Siracusa ci siano pochi libri. Non importa il loro numero, ma il loro valore: una lettura ben determinata è utile, quella condotta su svariate opere può solo divertire. Se uno vuole arrivare a destinazione, deve seguire una sola strada, non vagare qua e là: questo non è avanzare, ma andare errando. 2 "Vorrei,", dici, "che tu mi dessi più libri che consigli." Io sono pronto a mandarti tutti i volumi che ho e a vuotare la biblioteca; anzi, se potessi, mi trasferirei anch'io lì da te e, se non sperassi che otterrai presto di lasciare il tuo incarico, avrei già organizzato questa spedizione senile, e non mi avrebbero potuto spaventare Scilla e Cariddi e codesto mitico mare. Lo avrei attraversato addirittura a nuoto, pur di poterti abbracciare e constatare di persona i tuoi progressi spirituali.

3 Certo non mi giudico più facondo, perché mi chiedi di mandarti i miei libri, di quanto non mi considererei bello se tu mi chiedessi il mio ritratto. So che questa richiesta è dettata da benevolenza, non da un giudizio ponderato; e se pure nasce da un giudizio, te lo ha imposto la tua indulgenza. 4 Ma quali che siano, tu leggili tenendo presente che ancòra cerco la verità: non la posseggo e la cerco ostinatamente. Non mi sono fatto servo di nessuno, non porto il nome di nessuno; ho stima dell'opinione di molti grandi uomini, ma rivendico qualche diritto anche al mio pensiero. Loro stessi ci hanno lasciato verità non ancora scoperte, da ricercare, e avrebbero trovato forse le spiegazioni necessarie, se non avessero ricercato anche quelle superflue. 5 Hanno sottratto loro molto tempo le conversazioni cavillose e le dispute capziose, vano esercizio di acutezza. Intrecciamo nodi e leghiamo alle parole significati ambigui e poi li sciogliamo: abbiamo proprio tanto tempo? Sappiamo ormai vivere, sappiamo morire? Dobbiamo cercare con tutta la nostra intelligenza di non farci ingannare non tanto dalle parole, quanto dalle cose. 6 Perché fare distinzione tra parole simili, da cui nessuno è tratto in inganno, se non in una disputa? È la realtà che ci inganna; qui servono le distinzioni. Noi abbracciamo il male credendolo il bene; formuliamo desideri contrari a quelli precedenti; le nostre preghiere, le nostre decisioni sono in contrasto tra loro. 7 Quanto è simile l'adulazione all'amicizia! Non solo la imita, ma la vince e la supera; trova orecchie ben disposte e pronte a recepirla, e scende nel più profondo dell'anima, resa gradita proprio da ciò che reca danno: insegnami come posso distinguerle nonostante la loro somiglianza. Mi si presenta un nemico pieno di lusinghe spacciandosi per amico; si insinuano in noi i vizi sotto l'apparenza di virtù: la temerità si nasconde sotto le spoglie del valore, l'ignavia si chiama moderazione, il vile viene considerato prudente. Questi errori di giudizio rappresentano per noi un grave pericolo: su queste false apparenze imprimi un marchio sicuro. 8 D'altra parte, se uno si sente chiedere se ha le corna, non è tanto sciocco da toccarsi la fronte, e nemmeno è tanto stupido o ottuso da non saperlo, a meno che tu non lo abbia convinto con qualche sottile argomentazione. Così questi giochetti non sono dannosi, come i bussolotti e le pietruzze dei prestigiatori che divertono proprio per i loro trucchi. Svelami il meccanismo e il divertimento è finito. Lo stesso dico di questi cavilli (e come potrei chiamarli invece che sofismi?): non nuoce ignorarli, non serve conoscerli.

9 Se vuoi sciogliere del tutto l'ambiguità delle parole, insegnaci che non è felice l'uomo definito tale dalla massa, e che dispone di molto denaro, ma quello che possiede ogni suo bene nell'intimo e si erge fiero e nobile calpestando ciò che desta l'ammirazione degli altri; che non trova nessuno con cui vorrebbe cambiarsi; che stima un uomo per quella sola parte per cui è uomo; che si avvale del magistero della natura, si uniforma alle sue leggi e vive secondo le sue regole; l'uomo al quale nessuna forza può strappare i propri beni, che volge il male in bene, sicuro nei giudizi, costante, intrepido; che una qualche forza può scuotere, nessuna può turbare; che la sorte, quando gli scaglia contro la sua arma più micidiale con la massima violenza, riesce a pungere, e raramente, ma non a ferire; le altre armi, con cui la fortuna prostra il genere umano, rimbalzano come la grandine, che battendo sui tetti senza causare danni agli inquilini, crepita e si scioglie. 10 Ma perché mi trattieni su un tema che tu stesso definisci capzioso, e che è argomento di tanti libri? Ecco, per me tutta la vita è un inganno: mostrane le menzogne, riconducila alla verità, se hai acume. Essa giudica necessari beni per la maggior parte superflui; ma anche quelli che non sono superflui non hanno il potere di renderci fortunati e felici. Ciò che è necessario non per questo è senz'altro un bene: oppure sviliamo il concetto di bene se diamo questo nome al pane, alla polenta e alle altre cose senza le quali non si tira avanti. 11 Ciò che è un bene è senz'altro necessario: ciò che è necessario non è senz'altro un bene, perché sono necessarie anche cose di scarsissimo valore. Nessuno ignora a tal punto la dignità del bene da abbassarlo al livello di queste cose utili all'uso quotidiano. 12 E allora? rivolgi piuttosto le tue cure a mostrare a tutti che si ricercano con grande dispendio di tempo beni superflui e che molti hanno trascorso la vita cercando i mezzi per viverla. Esamina gli uomini singolarmente, considerali tutti insieme: ognuno vive guardando al domani. 13 Chiedi che male c'è in questo atteggiamento? Un male grandissimo. Non vivono, ma sono in attesa di vivere: rimandano ogni cosa. Anche se badassimo a tutto, la vita ci precederebbe sempre; mentre noi indugiamo, passa oltre come se appartenesse ad altri e benché finisca con l'ultimo giorno, va scomparendo giorno per giorno.

Ma per non superare la giusta misura di una lettera, che non deve riempire la mano sinistra di chi la legge, rimanderò a un altro momento questa disputa con i dialettici troppo sottili che badano solo alle minuzie e a niente altro. Stammi bene.

 

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1 Ho ricevuto quel tuo libro che mi avevi promesso; l'ho aperto deciso a leggerlo con comodo e con l'intenzione di prenderne solo un assaggio; ma poi mi ha invitato ad andare avanti. È scritto bene e puoi capirlo da questo: mi è parso gradevole, pur non essendo della mia o della tua statura, ma tale da sembrare a una prima occhiata o di Tito Livio o di Epicuro. Mi ha attratto e mi ha assorbito tanto che l'ho letto tutto d'un fiato fino alla fine. Il sole mi invitava, la fame si faceva sentire, le nuvole comparivano minacciose; ma io l'ho divorato tutto. 2 E non ho provato solo diletto, ma addirittura godimento. Ne ha avuto ingegno l'autore, e anche spirito! Direi, "che impeto!" , se avesse fatto qualche pausa, se si fosse innalzato a intervalli; ma non ha proceduto per slanci, bensì con andatura costante: un disegno virile e venerando; nondimeno compariva a tratti un tono dolce e pacato. Sei grande e fiero: voglio che tu continui ad avanzare per questa strada. Anche l'argomento ha avuto il suo peso; perciò bisogna sceglierlo fertile, che occupi la mente, che la sproni.

3 Scriverò ancora sul libro quando lo riprenderò in mano; ora mi sono formato un giudizio incompleto, come se avessi ascoltato e non letto quei concetti. Lascia che lo esamini più a fondo. Non temere, udrai la verità. Beato te: non dài motivo perché qualcuno ti menta da una tale distanza! Per quanto, ormai, si menta per abitudine anche senza ragione. Stammi bene.

 

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1 Ho sentito con piacere da persone provenienti da Siracusa che tratti familiarmente i tuoi servi: questo comportamento si confà alla tua saggezza e alla tua istruzione. "Sono schiavi." No, sono uomini. "Sono schiavi". No, vivono nella tua stessa casa. "Sono schiavi". No, umili amici. "Sono schiavi." No, compagni di schiavitù, se pensi che la sorte ha uguale potere su noi e su loro. 2 Perciò rido di chi giudica disonorevole cenare in compagnia del proprio schiavo; e per quale motivo, poi, se non perché è una consuetudine dettata dalla piú grande superbia che intorno al padrone, mentre mangia, ci sia una turba di servi in piedi? Egli mangia oltre la capacità del suo stomaco e con grande avidità riempie il ventre rigonfio ormai disavvezzo alle sue funzioni: è più affaticato a vomitare il cibo che a ingerirlo. 3 Ma a quegli schiavi infelici non è permesso neppure muovere le labbra per parlare: ogni bisbiglio è represso col bastone e non sfuggono alle percosse neppure i rumori casuali, la tosse, gli starnuti, il singhiozzo: interrompere il silenzio con una parola si sconta a caro prezzo; devono stare tutta la notte in piedi digiuni e zitti. 4 Così accade che costoro, che non possono parlare in presenza del padrone, ne parlino male. Invece quei servi che potevano parlare non solo in presenza del padrone, ma anche col padrone stesso, quelli che non avevano la bocca cucita, erano pronti a offrire la testa per lui e a stornare su di sé un pericolo che lo minacciasse; parlavano durante i banchetti, ma tacevano sotto tortura. 5 Inoltre, viene spesso ripetuto quel proverbio frutto della medesima arroganza: "Tanti nemici, quanti schiavi": loro non ci sono nemici, ce li rendiamo tali noi. Tralascio per ora maltrattamenti crudeli e disumani: abusiamo di loro quasi non fossero uomini, ma bestie. Quando ci mettiamo a tavola, uno deterge gli sputi, un altro, stando sotto il divano, raccoglie gli avanzi dei convitati ubriachi. 6 Uno scalca volatili costosi; muovendo la mano esperta con tratti sicuri attraverso il petto e le cosce, ne stacca piccoli pezzi; poveraccio: vive solo per trinciare il pollame come si conviene; ma è più sventurato chi insegna tutto questo per suo piacere di chi impara per necessità. 7 Un altro, addetto al vino, vestito da donna, lotta con l'età: non può uscire dalla fanciullezza, vi è trattenuto e, pur essendo ormai abile al servizio militare, glabro, con i peli rasati o estirpati alla radice, veglia tutta la notte, dividendola tra l'ubriachezza e la libidine del padrone, e fa da uomo in camera da letto e da servo durante il pranzo. 8 Un altro che ha il còmpito di giudicare i convitati, se ne sta in piedi, sventurato, e guarda quali persone dovranno essere chiamate il giorno dopo perché hanno saputo adulare e sono stati intemperanti nel mangiare o nei discorsi. Ci sono poi quelli che si occupano delle provviste: conoscono esattamente i gusti del padrone e sanno di quale vivanda lo stuzzichi il sapore, di quale gli piaccia l'aspetto, quale piatto insolito possa sollevarlo dalla nausea, quale gli ripugni quando è sazio, cosa desideri mangiare quel giorno. Il padrone, però non sopporta di mangiare con costoro e ritiene una diminuzione della sua dignità sedersi alla stessa tavola con un suo servo. Ma buon dio! quanti padroni ha tra costoro. 9 Ho visto stare davanti alla porta di Callisto il suo ex padrone e mentre gli altri entravano, veniva lasciato fuori proprio lui che gli aveva messo addosso un cartello di vendita e lo aveva presentato tra gli schiavi di scarto. Così quel servo che era stato messo tra i primi dieci in cui il banditore prova la voce, gli rese la pariglia: lo respinse a sua volta e non lo giudicò degno della sua casa. Il padrone vendette Callisto: ma Callisto come ha ripagato il suo padrone!

10 Considera che costui, che tu chiami tuo schiavo, è nato dallo stesso seme, gode dello stesso cielo, respira, vive, muore come te! Tu puoi vederlo libero, come lui può vederti schiavo. Con la sconfitta di Varo la sorte degradò socialmente molti uomini di nobilissima origine, che attraverso il servizio militare aspiravano al grado di senatori: qualcuno lo fece diventare pastore, qualche altro guardiano di una casa. E ora disprezza pure l'uomo che si trova in uno stato in cui, proprio mentre lo disprezzi, puoi capitare anche tu.

11 Non voglio cacciarmi in un argomento tanto impegnativo e discutere sul trattamento degli schiavi: verso di loro siamo eccessivamente superbi, crudeli e insolenti. Questo è il succo dei miei insegnamenti: comportati con il tuo inferiore come vorresti che il tuo superiore agisse con te. Tutte le volte che ti verrà in mente quanto potere hai sul tuo schiavo, pensa che il tuo padrone ha su di te altrettanto potere. 12 "Ma io", ribatti, "non ho padrone." Per adesso ti va bene; forse, però lo avrai. Non sai a che età Ecuba divenne schiava, e Creso, e la madre di Dario, e Platone, e Diogene? 13 Sii clemente con il tuo servo e anche affabile; parla con lui, chiedigli consiglio, mangia insieme a lui.

A questo punto tutta la schiera dei raffinati mi griderà: "Non c'è niente di più umiliante, niente di più vergognoso." Io, però potrei sorprendere proprio loro a baciare la mano di servi altrui. 14 E neppure vi rendete conto di come i nostri antenati abbiano voluto eliminare ogni motivo di astio verso i padroni e di oltraggio verso gli schiavi? Chiamarono padre di famiglia il padrone e domestici gli schiavi, appellativo che è rimasto nei mimi; stabilirono un giorno festivo, non perché i padroni mangiassero con i servi solo in quello, ma almeno in quello; concessero loro di occupare posti di responsabilità nell'ambito familiare, di amministrare la giustizia, e considerarono la casa un piccolo stato. 15 "E dunque? Inviterò alla mia tavola tutti gli schiavi?" Non più che tutti gli uomini liberi. Sbagli se pensi che respingerò qualcuno perché esercita un lavoro troppo umile, per esempio quel mulattiere o quel bifolco. Non li giudicherò in base al loro mestiere, ma in base alla loro condotta; della propria condotta ciascuno è responsabile, il mestiere, invece, lo assegna il caso. Alcuni siedano a mensa con te, perché ne sono degni, altri perché lo diventino; se c'è in loro qualche tratto servile derivante dal rapporto con gente umile, la dimestichezza con uomini più nobili lo eliminerà. 16 Non devi, caro Lucilio, cercare gli amici solo nel foro o nel senato: se farai attenzione, li troverai anche in casa. Spesso un buon materiale rimane inservibile senza un abile artefice: prova a farne esperienza. Se uno al momento di comprare un cavallo non lo esamina, ma guarda la sella e le briglie, è stupido; così è ancora più stupido chi giudica un uomo dall'abbigliamento e dalla condizione sociale, che ci sta addosso come un vestito. 17 "È uno schiavo." Ma forse è libero nell'animo. "È uno schiavo." E questo lo danneggerà? Mostrami chi non lo è: c'è chi è schiavo della lussuria, chi dell'avidità, chi dell'ambizione, tutti sono schiavi della speranza, tutti della paura. Ti mostrerò un ex console servo di una vecchietta, un ricco signore servo di un'ancella, giovani nobilissimi schiavi di pantomimi: nessuna schiavitù è più vergognosa di quella volontaria. Perciò codesti schizzinosi non ti devono distogliere dall'essere cordiale con i tuoi servi senza sentirti superbamente superiore: più che temerti, ti rispettino.

18 Qualcuno ora dirà che io incito gli schiavi alla rivolta e che voglio abbattere l'autorità dei padroni, perché ho detto "il padrone lo rispettino più che temerlo". "Proprio così?" chiederanno. "Lo rispettino come i clienti, come le persone che fanno la visita di omaggio?" Chi dice questo, dimentica che non è poco per i padroni quella reverenza che basta a un dio. Se uno è rispettato, è anche amato: l'amore non può mescolarsi al timore. 19 Secondo me, perciò tu fai benissimo a non volere che i tuoi servi ti temano e a correggerli solo con le parole: con la frusta si puniscono le bestie. Non tutto ciò che ci colpisce, ci danneggia; ma l'abitudine al piacere induce all'ira: tutto quello che non è come desideriamo, provoca la nostra collera. 20 Ci comportiamo come i sovrani: anche loro, dimentichi delle proprie forze e della debolezza altrui, danno in escandescenze e infieriscono, come se fossero stati offesi, mentre l'eccezionalità della loro sorte li mette completamente al sicuro dal pericolo di una simile evenienza. Lo sanno bene, ma, lamentandosi, cercano l'occasione per fare del male; dicono di essere stati oltraggiati per poter oltraggiare.

21 Non voglio trattenerti più a lungo; non hai bisogno di esortazioni. La rettitudine ha, tra gli altri, questo vantaggio: piace a se stessa ed è salda. La malvagità è incostante e cambia spesso, e non in meglio, ma in direzione diversa. Stammi bene.

 

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1 Durante il tuo viaggio mi hai mandato una lettera lunga quanto il viaggio stesso: a questa risponderò in seguito; debbo starmene in disparte e meditare sui consigli da darti. Tu stesso che chiedi il mio parere, hai pensato a lungo se farlo: tanto più devo riflettere io: per risolvere i problemi è necessario un tempo maggiore che per proporli, specialmente se a te preme una cosa e a me un'altra. 2 Parlo di nuovo come un epicureo? In realtà a me preme la stessa cosa che a te: oppure non sarei un amico se tutto ciò che riguarda te non riguardasse pure me. L'amicizia mette tutto in comune tra noi; non c'è circostanza propizia o avversa che tocchi uno solo di noi; viviamo dividendo ogni cosa. Nessuno può vivere felice se bada solo a se stesso, se volge tutto al proprio utile: devi vivere per il prossimo, se vuoi vivere per te. 3 Questo vincolo, scrupolosamente e coscienziosamente rispettato, che unisce gli uomini tra loro e dimostra che esiste una legge comune per il genere umano, serve moltissimo anche per coltivare quella società interiore di cui parlavo: l'amicizia; se uno ha molto in comune con il prossimo, avrà tutto in comune con l'amico.

4 Preferirei, mio ottimo Lucilio, che questi sottili argomentatori mi insegnassero che doveri ho verso un amico e verso gli uomini, piuttosto che in quanti modi si possa dire "amico" e quanti significati abbia la parola "uomo". Ecco, la saggezza e la stoltezza vanno in direzioni opposte! A quale devo accostarmi? Da quale parte mi consigli di andare? Per il saggio, uomo significa amico, per lo stolto, amico non significa neppure uomo; l'uno si procura un amico, l'altro si offre all'amico: loro mi storpiano le parole e le dividono in sillabe. 5 Naturalmente se non avrò preparato argomentazioni sottilissime e non avrò fatto nascere, con una falsa conclusione, una menzogna dalla verità, non potrò distinguere le cose da ricercare da quelle da fuggire! Mi vergogno: siamo vecchi e scherziamo su una questione tanto seria.

6 "Mus è una sillaba; mus rode il formaggio, dunque una sillaba rode il formaggio." Mettiamo che io non sia in grado di sciogliere questo nodo: quale pericolo incombe su di me per questa ignoranza? Quale danno? Senza dubbio c'è da temere che io un giorno o l'altro prenda in trappola le sillabe, oppure che, se sarò troppo distratto, un libro mangi il formaggio. Ma c'è un sillogismo ancora più sottile: "Mus è una sillaba; la sillaba non mangia il formaggio; mus, dunque, non mangia il formaggio." 7 Che sciocchezze puerili! Per questo abbiamo corrugato le sopracciglia? Per questo abbiamo fatto crescere la barba? È questo che insegniamo tutti seri e pallidi? Vuoi sapere che cosa promette la filosofia al genere umano? Avvedutezza. Uno lo chiama la morte, un altro lo angustia la povertà, un terzo lo tormenta la ricchezza sua o di altri; quello ha orrore della mala sorte, questo desidera sottrarsi alla sua prosperità; a Tizio fanno del male gli uomini, a Caio gli dèi. 8 Perché architetti questi giochi? Non è il momento di scherzare: tu sei chiamato ad aiutare degli infelici. Hai promesso di soccorrere naufraghi, prigionieri, malati, bisognosi, gente che deve sottoporre il capo alla scure del carnefice. Dove ti volgi? Che fai? Quest'uomo, con cui scherzi, ha paura: aiutalo, [...]. Tutti da ogni parte ti tendono le mani, implorano un aiuto per la loro vita fallita o destinata al fallimento, ripongono in te ogni speranza di soccorso; chiedono che tu li liberi da una tale inquietudine, che mostri loro, reietti e smarriti, il fulgido lume della verità. 9 Insegna loro che cosa la natura ha generato di necessario, che cosa di superfluo, che norme semplici ha dato, quanto è bella la vita e quanto è facile per chi vi obbedisce, quanto è dura e complicata per quegli uomini che hanno creduto più ai pregiudizi che alla natura ***; ma prima dovrai insegnare quale parte dei loro mali potrà essere alleviata. Quale di questi cavilli può estinguere le passioni? Quale moderarle? Magari si limitassero a non giovare! Nuocciono addirittura. Quando vorrai, ti dimostrerò molto chiaramente che anche uno spirito magnanimo diventa debole e fiacco se si perde in codeste sottigliezze. 10 Mi vergogno di dire che armi costoro porgano a chi si prepara a combattere contro la sorte e come lo preparino. È questa la via che porta al sommo bene? Attraverso questi "sia che, sia che non" della filosofia e attraverso obiezioni vergognose e infamanti anche per dei legulei? Che altro fate, quando di proposito traete in inganno l'interrogato, se non fargli credere che ha perso la causa per una formula? Ma come il pretore reintegra nel proprio diritto la parte lesa, così fa la filosofia. 11 Perché non mantenete le vostre straordinarie promesse? Avete fatto solenni affermazioni, che per merito vostro lo splendore dell'oro non mi avrebbe abbagliato gli occhi più di quello della spada, che avrei calpestato con grande fermezza tutto quello che gli uomini desiderano o temono; e ora vi abbassate ai princìpî elementari dei grammatici? Che dite?

così si sale alle stelle?

La filosofia promette di rendermi simile alla divinità; sono stato chiamato per questo, per questo sono venuto: mantieni le tue promesse.

12 Stai lontano, Lucilio mio, più che puoi, da queste obiezioni e sottigliezze dei filosofi: all'onestà si addice un linguaggio chiaro e semplice. Anche se avessimo ancòra molto tempo da vivere, bisognerebbe amministrarlo con parsimonia, perché basti per ciò che è necessario: e allora, non è da pazzi imparare nozioni superflue quando abbiamo così poco tempo? Stammi bene.

 

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1 Mio caro, è davvero una persona apatica e trascurata chi si ricorda di un amico quando glielo richiama alla mente la vista di un qualche luogo; certe volte, però posti familiari evocano in noi una nostalgia che era latente dentro di noi; non è che riaccendano un ricordo ormai spento, ma lo scuotono dal torpore; allo stesso modo che uno schiavo caro alla persona scomparsa, o un suo vestito, o la casa, riacutizzano il dolore di chi piange, anche se ormai è stato mitigato dal tempo. Ecco, è incredibile come la Campania, e soprattutto Napoli, e la vista della tua Pompei abbiano reso cocente la nostalgia di te: ti ho tutto davanti agli occhi. È il momento del distacco: ti vedo mentre inghiotti le lacrime e non riesci a resistere al dirompere dell'affetto nonostante cerchi di frenarti.

2 Mi sembra di averti lasciato poco fa; che cosa non è accaduto "poco fa" se lo si rivive nella memoria? Poco fa sedevo fanciullo alla scuola del filosofo Sozione, poco fa cominciavo a discutere le cause, poco fa decidevo di non discuterle più, poco fa cominciavo a non poterlo più fare. Il tempo scorre velocissimo e ce ne accorgiamo soprattutto quando guardiamo indietro: mentre siamo intenti al presente, passa inosservato, tanto vola via leggero nella sua fuga precipitosa. 3 Ne chiedi il motivo? Tutto il tempo trascorso si trova in uno stesso luogo; lo vediamo simultaneamente, sta tutto insieme; ogni cosa precipita nello stesso baratro. E, del resto, non possono esserci lunghi intervalli in una cosa che nel complesso è breve. La nostra vita è un attimo, anzi, meno di un attimo; ma la natura ci ha schernito dando un'apparenza di durata a questo spazio di tempo minimo: di una parte ne ha fatto l'infanzia, di un'altra la fanciullezza, poi l'adolescenza, il declino dall'adolescenza alla vecchiaia e la vecchiaia stessa. Quanti gradini ha collocato in una scala così corta! 4 Poco fa ti ho salutato; e tuttavia questo "poco fa" è una buona parte della nostra esistenza, e la sua breve durata, pensiamoci, un giorno finirà. Non mi sembrava in passato che il tempo scorresse tanto veloce; ora la sua celerità mi appare incredibile, sia perché sento che si avvicina la meta, sia perché ho cominciato a osservare e a fare il conto delle mie perdite.

5 Perciò mi sdegno tanto più con coloro che spendono in occupazioni inutili la maggior parte di questo tempo insufficiente già per le attività necessarie, anche se vi si bada con la massima cura. Cicerone afferma che se pure gli venisse raddoppiata la vita, non avrebbe il tempo di leggere i lirici; nello stesso conto tengo i dialettici: ma essi sono più tristemente inutili. Quelli vaneggiano e lo riconoscono, questi ritengono di fare qualcosa di buono. 6 Non dico che non si debba dare un'occhiata a queste futilità, ma solo un'occhiata e un saluto dalla soglia, badando che non ci raggirino e ci facciano credere che in esse ci sia un grande bene nascosto. Perché ti tormenti e ti maceri su un problema che è cosa più intelligente disprezzare che risolvere? Se uno si sposta tranquillo e con tutta calma, può anche raccogliere le cose di poco conto: ma quando il nemico incalza alle spalle e il soldato ha ricevuto l'ordine di muoversi, bisogna gettar via quanto si è accumulato nella quiete della pace. 7 Non ho tempo di seguire le loro frasi ambigue e di mettervi alla prova il mio acume.

Guarda quali popoli si radunano, quali città, chiuse le porte, affilano le armi.

Devo ascoltare con grande coraggio questo strepito di guerra che risuona intorno a me. 8 Giustamente sembrerei a tutti un pazzo se, mentre le donne e i vecchi ammassano pietre per fortificare le mura, mentre i giovani in armi aspettano o chiedono vicino alle porte il segnale della sortita, mentre i giavellotti nemici vibrano conficcandosi nelle porte e il suolo stesso trema per le trincee e le gallerie, sedessi in ozio ponendomi sciocche questioni di questo tipo: "Hai quello che non hai perduto; non hai perduto le corna, quindi hai le corna" e altre, formate sull'esempio di questo acuto delirio. 9 Ebbene, ugualmente potrei sembrarti un pazzo se adesso impiegassi le mie energie in codeste questioni: anche ora sono assediato. Tuttavia nell'assedio di una città mi sovrasterebbe un pericolo esterno, un muro mi separerebbe dal nemico: ora, invece, i pericoli mortali sono dentro di me. Non ho tempo per queste sciocchezze; ho tra le mani una faccenda importante. Che devo fare? La morte mi incalza, la vita fugge. 10 Insegnami come affrontare questa situazione; fa' che io non fugga la morte, che la vita non fugga me. Incoraggiami contro le difficoltà, contro i mali inevitabili; prolunga il poco tempo che ho. Insegnami che il valore della vita non consiste nella sua durata, ma nell'uso che se ne fa; che può accadere, anzi accade spessissimo, che chi è vissuto a lungo è vissuto poco. Dimmi, quando sto per addormentarmi: "Potresti non svegliarti più"; e quando mi sono svegliato: "Potresti non addormentarti più". Dimmi quando esco: "Può accadere che tu non torni"; e quando ritorno: "Può accadere che tu non esca più." 11 Sbagli a ritenere che soltanto in mare è minima la distanza che separa la vita dalla morte: è ugualmente breve in ogni posto. La morte non si mostra dovunque tanto vicina: ma dovunque è tanto vicina. Dissipa queste tenebre e più facilmente mi darai quegli insegnamenti cui sono preparato. La natura ci ha creato duttili e ci ha dato una ragione imperfetta, ma suscettibile di perfezionamento. 12 Discuti con me della giustizia, della pietà, della sobrietà, delle due forme di pudore, sia di quello che non viola il corpo altrui, sia di quello che ha riguardo del proprio corpo. Se non mi condurrai fuori strada arriverò più facilmente alla meta cui tendo; come dice quel famoso tragediografo: "La verità si esprime con parole semplici"; perciò non bisogna ingarbugliarla; a un animo che abbia grandi aspirazioni niente si addice meno di questa subdola acutezza di ingegno. Stammi bene.

 

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1 Ho ricevuto la tua lettera molti mesi dopo che l'avevi spedita; ho, perciò creduto superfluo chiedere che cosa facessi a chi la portava. Certo, se lo ricorda, ha una buona memoria; spero, tuttavia, che tu viva ormai in modo che io sappia quello che fai, dovunque ti trovi. E, infatti, che altro fai se non renderti ogni giorno migliore, eliminare qualcuno dei tuoi errori, capire che i vizi che ritieni siano nelle cose, sono in realtà in te? Alcuni li imputiamo ai luoghi e alle circostanze; ma essi ci seguiranno dovunque andremo. 2 Arpaste, quella povera matta, trastullo di mia moglie, sai che mi è rimasta in casa come fastidiosa eredità. Io sono contrarissimo a queste anormalità; se qualche volta voglio divertirmi con un pagliaccio, non devo cercare lontano: rido di me. Questa matta di colpo ha perso la vista. Ti racconto un fatto incredibile, ma vero: non sa di essere cieca; chiede continuamente al suo accompagnatore di condurla via, dice che la casa è buia. 3 Ti sia chiaro che accade a tutti noi quello che in lei ci fa ridere: nessuno si rende conto di essere avaro, nessuno di essere avido. I ciechi, però chiedono una guida, noi andiamo errando senza guida e diciamo: "Io non sono ambizioso, ma nessuno può vivere diversamente a Roma; non sono uno spendaccione, ma è proprio la città a richiedere grandi spese; non è colpa mia se sono collerico, se non ho ancòra stabilito una precisa condotta di vita: è colpa della giovane età".

4 Perché vogliamo ingannarci? Non viene dall'esterno il nostro male: è dentro di noi, sta nelle nostre stesse viscere e, perciò difficilmente possiamo guarire: ignoriamo di essere malati. Se pure cominciassimo a curarci, quando potremo disperdere le enormi forze di tante malattie? Ma per ora non cerchiamo neppure un medico: avrebbe meno da fare se fosse chiamato per un vizio recente; animi malleabili e semplici seguirebbero chi indica la retta via. 5 Non è difficile ricondurre alla natura nessuno, se non chi alla natura si è ribellato: ci vergogniamo di apprendere la saggezza. Ma, perbacco, se per noi è vergognoso cercare un maestro che ce la insegni, non possiamo sperare che un bene così grande possa penetrare per caso in noi: dobbiamo faticare e, a dire il vero, non è neppure una grande fatica, purché, come ho detto, cominciamo a plasmare il nostro spirito e a correggerlo prima che il male si incallisca. 6 Tuttavia, non dispero di correggere nemmeno i vizi incalliti: non c'è niente che resista a un'azione costante e a una cura intensa e attenta. È possibile raddrizzare i tronchi d'albero per quanto piegati; il calore rimette in sesto travi ricurve e, sebbene siano diverse originariamente, vengono disposte come richiede l'uso che ne vogliamo fare. Quanto più facilmente può essere plasmato l'animo che è flessibile e più docile di qualsiasi liquido! Che altro è l'anima se non un soffio che ha un suo modo di essere? E vedi che il soffio è tanto più duttile di ogni altra materia quanto più è tenue. 7 Mio caro Lucilio, il fatto che la malvagità ci domini e ci tenga in suo potere da tempo, non deve impedirti di nutrire per noi buone speranze: in nessuno la saggezza precede la malvagità. Questa è la prima a impadronirsi di noi tutti: imparare la virtù significa disimparare i vizi. 8 Ma dobbiamo apprestarci a correggere noi stessi con tanto più slancio perché, una volta ottenuto il bene, lo possiederemo per sempre; la virtù non si disimpara. Il male non attecchisce in un terreno che non sia il suo e, proprio per questo, lo si può estirpare e distruggere; ma ciò che capita sul terreno adatto mette salde radici. La virtù è secondo natura, i vizi, invece, sono ostili e avversi. 9 Ma come le virtù, una volta conquistate, non possono scomparire ed è facile custodirle, così all'inizio è difficile accostarvisi, poiché è una caratteristica di uno spirito debole e malato temere ciò che non conosce; bisogna, perciò costringerlo a cominciare. In un secondo momento la medicina non sembra amara: riesce gradita man mano che risana. Gli altri rimedi danno piacere dopo la guarigione; la filosofia, invece, è al tempo stesso salutare e piacevole. Stammi bene.

 

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1 Ciascuno come può caro Lucilio: tu lì hai l'Etna, [...] il famosissimo monte della Sicilia (ma non capisco per quale motivo sia Messalla, sia Valgio - l'ho letto in entrambi - lo definiscano unico: moltissimi luoghi vomitano fuoco, e non solo quelli elevati, cosa abbastanza frequente, evidentemente perché il fuoco è spinto in alto, ma anche quelli bassi); io, per quanto posso, mi accontento di Baia; me ne sono andato, però il giorno dopo il mio arrivo: è un posto da evitare, nonostante certe bellezze naturali, poiché ha scelto di essere famoso per la sua dissolutezza.

2 "E allora, bisogna dichiarare guerra a certi luoghi?" No; ma come un certo abbigliamento si confà più di un altro all'uomo saggio e onesto ed egli, senza detestare nessun colore, ne ritiene qualcuno poco adatto a chi si professa sobrio, lo stesso vale per un luogo che un uomo saggio, o che aspira alla saggezza, evita, perché contrario alla moralità. 3 Perciò se uno vuole vivere in ritiro, non sceglierà mai Canopo, sebbene Canopo non impedisca a nessuno di essere onesto, e neppure Baia: stanno diventando un ricettacolo di vizi. Là si concede moltissimo alla dissolutezza, là, come se si dovesse al posto una certa licenza, si abbandona ancor più ogni ritegno. 4 Dobbiamo scegliere una località salutare non solo per il corpo, ma anche per la nostra condotta di vita; non vorrei certo abitare tra i carnefici e neppure nelle bettole. Che necessità c'è di vedere gente ubriaca che girovaga sulla spiaggia, che fa baldoria sulle navi; specchi d'acqua dove risuonano concerti e altre brutture che la dissolutezza, quasi sciolta da ogni legge, commette, e per giunta sotto gli occhi di tutti? 5 Dobbiamo cercare di fuggire il più lontano possibile dalle sollecitazioni dei vizi; l'anima va fortificata e sottratta alle lusinghe dei piaceri. Bastò l'ozio di un solo inverno a fiaccare Annibale: le mollezze della Campania snervarono quell'uomo che le nevi alpine non avevano domato: vinse con le armi, ma fu vinto dai vizi. 6 Anche noi siamo chiamati alle armi ed è una milizia che non concede mai tregua, né riposo: dobbiamo sconfiggere innanzitutto i piaceri che, come vedi, hanno travolto anche i caratteri più fieri. Se uno considera l'impegno dell'opera intrapresa, si renderà conto di non poter vivere in maniera molle e dissoluta. A che mi servono questi bagni caldi? A che le saune dove c'è racchiuso un vapore asciutto che indebolisce il corpo? È la fatica che deve spremere il sudore. 7 Se facessimo come Annibale e tralasciassimo la guerra, interrompendo il corso delle imprese e ci dedicassimo alla cura del corpo, tutti giustamente ci rimprovererebbero questa inerzia intempestiva, pericolosa sia per il vincitore, sia, e tanto più, per chi è vicino alla vittoria. Noi ci troviamo in una situazione più critica di quella delle truppe cartaginesi: corriamo un pericolo più grave ritirandoci e, se continuiamo nella lotta, dobbiamo sostenere uno sforzo maggiore. 8 La sorte combatte contro di me: non obbedirò agli ordini; non mi sottometto al suo giogo, anzi, e questo richiede maggiore coraggio, me lo scuoto di dosso. Non dobbiamo indebolire lo spirito: se cederò ai piaceri, devo cedere al dolore, alla fatica, alla povertà; l'ambizione e l'ira vorranno avere gli stessi diritti su di me; sono diviso, anzi lacerato, tra tante passioni. 9 La posta in gioco è la libertà; a questo premio sono rivolte le mie fatiche. Chiedi che cosa sia la libertà? Non essere schiavi di niente, di nessuna necessità, di nessun caso, affrontare la fortuna alla pari. Quando comprenderò di essere più potente di lei, non potrà più farmi niente: dovrei esserle sottomesso, se ho il dominio sulla morte?

10 Se uno si dedica a queste meditazioni, deve scegliere posti austeri e puri; la bellezza eccessiva snerva lo spirito e senza dubbio un luogo può in qualche misura indebolirne il vigore. I cavalli da tiro che si sono induriti le unghie su terreni impervi, possono sopportare qualunque percorso: gli zoccoli di quelli allevati in pascoli molli e paludosi, invece, si logorano subito. Il soldato che proviene da località aspre è più forte: mentre è fiacco quello nato e vissuto in una casa di città. Chi passa dall'aratro alle armi non rifiuta nessuna fatica: ma se uno è ben curato ed elegante, cade al primo cimento. 11 Un luogo più austero fortifica lo spirito e lo rende adatto alle grandi imprese. Scipione ritenne più dignitoso andare in esilio a Literno che a Baia: una simile disgrazia non può trovare posto fra tanta mollezza. Anche C. Mario, Gn. Pompeo e Cesare, cui la sorte diede per primi pubblici poteri sul popolo romano, costruirono le loro ville a Baia, ma le ubicarono sulle cime dei monti: sembrava loro più militare dominare dall'alto in lungo e in largo la zona sottostante. Guarda che posizione hanno scelto, in quali luoghi e come hanno innalzato le loro case: ti renderai conto che non sono ville, ma accampamenti. 12 Pensi che Catone avrebbe mai abitato laggiù per contare le donne adultere che passano in barca là davanti e i tanti tipi di imbarcazioni variamente dipinte e le rose galleggianti sull'intero lago, o per sentire di notte schiamazzi e canti? Non avrebbe preferito stare in una trincea da lui stesso scavata per una notte? Un vero uomo non preferirebbe essere svegliato da una tromba di guerra, piuttosto che da una musica?

13 Ma abbiamo processato abbastanza Baia; i vizi, invece, non li processeremo mai abbastanza: ti scongiuro, Lucilio, combattili a oltranza senza mezze misure, poiché non hanno né misura, né fine. Scaccia tutte le passioni che dilaniano il tuo cuore e se non possono essere sradicate in modo diverso, stràppati con esse anche il cuore. Elimina soprattutto i piaceri e odiali profondamente; come i banditi, che gli Egiziani chiamano "fileti", ci abbracciano per strangolarci. Stammi bene.

 

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1 Cos'è, Lucilio mio, questa forza che ci trascina in una direzione opposta a quella cui tendiamo e ci spinge là da dove vogliamo allontanarci? Che cosa è in lotta con la nostra anima e non ci permette di essere risoluti nelle nostre decisioni? Ondeggiamo tra propositi differenti; le nostre scelte non sono mai libere, assolute, immutabili. 2 "È la stoltezza," dici, "che è incostante e mutevole." Ma in che modo o quando ce ne distaccheremo? Nessuno può uscirne con le sue sole forze; occorre che qualcuno gli porga la mano, che lo tiri fuori. 3 Dice Epicuro che certi uomini sono arrivati alla verità senza l'aiuto di nessuno, che si sono aperti da soli la strada; e li loda soprattutto perché hanno trovato in sé lo slancio e si sono fatti avanti con le loro forze; certi, invece, hanno bisogno dell'intervento altrui: non avanzeranno se nessuno li precederà, ma ne seguiranno bene le orme. Secondo lui tra questi c'è Metrodoro; una mente insigne, ma del secondo tipo. Neppure noi apparteniamo al primo gruppo e ci andrà bene se saremo accolti nel secondo. Ma non bisogna disprezzare neppure l'uomo che può salvarsi con l'aiuto di altri; anche la volontà di salvarsi è già molto. 4 Oltre a queste due troverai ancòra un'altra categoria di uomini - neppure loro vanno disprezzati: quelli che possono essere costretti e spinti sulla retta via e che hanno bisogno non solo di una guida, ma di uno che li assista e, per così dire, li forzi; questo è il terzo gruppo. Ne vuoi un esempio? Epicuro indica Ermarco. Egli, perciò si congratula di più con l'uno, ma ammira maggiormente l'altro; difatti, benché siano arrivati entrambi allo stesso fine, merita più lodi chi ha ottenuto lo stesso risultato in una condizione più difficile. 5 Supponi che siano stati fabbricati due edifici, simili, ugualmente alti e splendidi. L'uno, in un'area sgombra da difficoltà, è venuto su alla svelta; le fondamenta dell'altro, gettate in un terreno mobile e instabile, hanno ceduto e c'è voluta molta fatica per arrivare a uno strato compatto: tutto il lavoro richiesto dal primo lo vedrai; del secondo rimane nascosta una gran parte e la più difficile. 6 Certe menti sono vivaci e pronte, altre, invece, devono, come si dice, essere plasmate a mano e le loro fondamenta richiedono un grande lavoro. Definirei, perciò più fortunato chi non ha incontrato difficoltà in se stesso, ma più meritevole chi ha superato le sue limitazioni naturali e alla saggezza non è giunto, ma vi si è innalzato a forza.

7 Sappi che a noi è stata data questa natura ostica e poco malleabile: procediamo in mezzo a ostacoli. Dobbiamo, perciò combattere, invocare l'aiuto di qualcuno. "Chi invocherò", chiedi, "Tizio o Caio?" Ricorri agli uomini che ci hanno preceduti: sono disponibili; non solo i vivi, ma anche i morti possono aiutarci. 8 Tra i vivi, però scegliamo non quelli che parlano a rotta di collo ripetendo luoghi comuni e anche in privato discorrono come ciarlatani, ma quelli che insegnano con la loro stessa vita, che ci dicono che cosa dobbiamo fare e lo dimostrano con i fatti, che ci indicano cosa bisogna evitare e non vengono mai sorpresi a compiere le azioni che ci avevano esortato a fuggire; scegli come guida un uomo di cui ammiri più gli atti che le parole. 9 Non ti proibirei nemmeno di ascoltare chi ha l'abitudine di raccogliere la folla intorno a sé e di dissertare, purché si mostri in pubblico col proposito di migliorare se stesso e gli altri e non agisca per ambizione. Non c'è niente di più vergognoso della filosofia che va in cerca di applausi. L'ammalato può forse lodare il medico che lo opera? 10 Tacete e sottoponetevi di buon grado alla cura; anche se griderete la vostra approvazione, vi ascolterò come se gemeste perché tasto le vostre magagne. Volete dimostrare che prestate attenzione e siete toccati dall'importanza degli argomenti discussi? Sia pure: ma perché dovrei permettere che esprimiate il vostro giudizio e approviate quello che vi sembra migliore? Nella scuola di Pitagora i discepoli dovevano tacere per cinque anni: pensi che subito dopo fosse loro lecito parlare ed esprimere lodi?

11 Quanto è insensato l'oratore che si allontana felice per gli applausi di un pubblico ignorante! Perché ti rallegri di essere lodato da persone che non puoi a tua volta lodare? Fabiano parlava al popolo e lo ascoltavano composti; scoppiava talvolta un forte applauso di approvazione, ma lo provocava la grandezza degli argomenti, non il suono di un'eloquenza facile e gradevole. 12 Deve esserci una differenza tra l'applauso del teatro e quello della scuola: esiste una certa eleganza anche nel modo di lodare. Ogni cosa, a ben guardare, è rivelatrice e anche da particolari minimi si può dedurre l'indole di una persona: l'incedere, un movimento della mano e a volte una sola risposta o il portare un dito alla testa o il movimento degli occhi denunciano un uomo impudico; il modo di ridere rivela il malvagio; il viso e l'atteggiamento il pazzo. Questi elementi vengono alla luce attraverso segni evidenti: puoi sapere come è ciascuno, badando a come loda e a come riceve le lodi. 13 Da ogni parte il pubblico tende le mani al filosofo e la folla degli ammiratori lo assedia: in realtà costui non viene lodato, ma acclamato. Lasciamo questi strepiti a quelle arti che vogliono riuscire gradite alla massa: la filosofia deve essere venerata. 14 Bisognerà a volte concedere ai giovani di seguire il loro impulso, ma solo quando lo faranno di slancio, quando non potranno imporsi il silenzio; simili elogi in qualche misura spronano anche il pubblico e stimolano l'animo dei giovani. Li tocchi, però la sostanza, non le belle parole; altrimenti l'eloquenza sarà loro nociva, se non provocherà desiderio di contenuti, ma compiacimento di se stessa.

15 Rimandiamo per ora questo tema, poiché richiede una lunga e appropriata trattazione: come si debba dissertare in pubblico, che cosa ci si possa permettere di fronte al pubblico, che cosa si possa permettere al pubblico di fronte a noi. La filosofia ha senza dubbio sofferto un danno da quando si è prostituita; ma può ricomparire nei suoi santuari, purché non trovi mercanti, ma sacerdoti. Stammi bene.

 

LIBRO SESTO

 

 

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1 Sono pronto a tutto, ora che mi sono lasciato convincere a mettermi in mare. Salpai col mare calmo; veramente il cielo era carico di quei nuvoloni neri che, di solito, portano acqua o vento, ma pensai di farcela a percorrere le poche miglia tra la tua Napoli e Pozzuoli, anche se il tempo era incerto e minacciava tempesta. Perciò per uscirne prima, mi diressi subito al largo verso Nisida tagliando via tutte le insenature. 2 Quando già mi trovavo a mezza strada, quella calma che mi aveva lusingato, finì; ancora non era scoppiata la burrasca, ma il mare era mosso e andava agitandosi sempre più. Cominciai a chiedere al timoniere di sbarcarmi in qualche punto della costa: mi disse che il litorale era dovunque a picco e privo di approdi e che in mezzo alla tempesta la cosa che temeva di più era la terra. 3 Io intanto stavo così male da non curarmi più del pericolo; mi tormentava una nausea spossante, ma senza vomito; quella che smuove la bile e non la caccia fuori. Insistetti, perciò con il timoniere e lo costrinsi, volente o nolente, a dirigersi verso terra. Quando ne siamo in prossimità, non aspetto che venga eseguita nessuna delle manovre descritte da Virgilio,

Volgono le prore al mare

o

Si getta l'ancora dalla prora:

memore della mia maestria di vecchio amante dell'acqua gelida, mi getto in mare vestito di panno come è bene per chi fa bagni freddi. 4 Sapessi che cosa ho passato arrampicandomi su per gli scogli, cercando una via, anzi creandomela! Ho capito che i marinai non hanno torto a temere la terra. Sono incredibili le sofferenze che ho sostenuto, mentre quasi non potevo sostenere me stesso: Ulisse, sappilo, non era destinato dalla nascita a trovar mari così agitati da fare sempre naufragio: soffriva di mal di mare. Anch'io, dovunque dovrò recarmi per mare, ci arriverò dopo vent'anni.

5 Non appena rimisi in sesto lo stomaco - il senso di nausea, lo sai, non finisce venendo via dal mare - non appena rinfrancai il corpo ungendolo, cominciai a riflettere tra me e me, come ci dimentichiamo dei nostri difetti anche fisici, che pure si fanno sentire spesso, nonché di quelli spirituali, che più sono grandi più restano nascosti. 6 Una leggera febbriciattola può sfuggire; ma quando aumenta e divampa una vera febbre, anche un uomo forte e abituato a soffrire deve confessare la sua malattia. I piedi ci dolgono, avvertiamo leggere fitte alle articolazioni: ma noi ancora dissimuliamo e diciamo o che ci siamo slogati una caviglia o che ci siamo stancati facendo ginnastica. All'inizio si cerca di dare un nome alla malattia ancora incerta; ma quando comincia a interessare le caviglie e a deformare i piedi, bisogna ammettere che si tratta di podagra.

7 Il contrario accade nelle malattie dello spirito: più uno sta male, meno se ne rende conto. Non c'è da stupirsene, carissimo; chi dorme un sonno leggero, durante il sonno percepisce delle immagini e dormendo a volte si accorge di dormire: un sonno profondo, invece, cancella anche i sogni e fa sprofondare la mente tanto che perdiamo coscienza di noi stessi. 8 Perché nessuno ammette i propri difetti? Perché vi è ancora immerso: i sogni li racconta chi è sveglio e così i propri vizi li ammette solo chi è guarito. Destiamoci, dunque, e rendiamoci conto dei nostri errori. Ma solo la filosofia può destarci, può scuoterci dal nostro sonno profondo: dedicati a lei completamente, tu ne sei degno ed essa è degna di te: stringetevi l'uno all'altra. Respingi tutto il resto con forza, apertamente; non ci si può dedicare alla filosofia di tanto in tanto. 9 Se tu fossi malato, avresti tralasciato la cura del patrimonio e dimenticato le attività forensi e non stimeresti nessuno tanto da acconsentire ad assumerti la sua difesa durante gli intervalli della malattia; cercheresti in ogni modo di liberarti quanto prima del tuo male. E allora? Non farai lo stesso anche adesso? Metti da parte ogni impedimento e dedicati alla saggezza: nessuno può arrivarvi se ha mille impegni. La filosofia esercita il suo potere; il tempo lo accorda lei, non lo riceve da noi; non è un'attività accessoria, ma fondamentale; è padrona, ci sta dappresso e ci comanda. 10 Alessandro, a una città che gli prometteva una parte delle terre e metà di tutti i beni, rispose: "Non sono venuto in Asia per accettare quello che mi avreste dato, ma perché voi aveste quello che io vi avrei lasciato." Lo stesso dice la filosofia per ogni cosa: "Non ho intenzione di accettare il tempo che vi avanza: voi avrete quello che io stessa rifiuterò." 11 Rivolgile tutta la tua attenzione, stalle vicino, venerala: ci sarà un grande divario tra te e gli altri; sarai superiore di molto a tutti gli uomini e gli dèi non saranno di molto superiori a te. Chiedi quale differenza ci sarà tra te e loro? Vivranno più a lungo. Ma, perbacco, ci vuole una grande abilità a racchiudere tutto in poco spazio; per il saggio la propria vita si estende quanto per dio l'eternità. Ma c'è qualcosa in cui il saggio può essere superiore a dio: quegli non teme nulla per merito della sua natura, il saggio per merito suo. 12 Ecco una gran cosa, avere la debolezza di un uomo e la tranquillità di un dio. È incredibile la forza della filosofia nel respingere ogni attacco della sorte. Nessun'arma si conficca nel suo corpo; è ben difesa e salda; certi dardi li neutralizza e, come se fossero colpi leggeri, li para con le pieghe dell'ampia veste, altri li rende vani e li respinge contro chi li aveva scagliati. Stammi bene.

 

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1 La malattia mi aveva accordato una lunga tregua; all'improvviso mi ha assalito ancora. "Di che malattia parli?" chiederai. Domanda giusta: nessun male mi è sconosciuto. Ma a uno in particolare sono come destinato: non so perché dovrei usare un termine greco: "difficoltà di respiro" è una definizione abbastanza adatta. L'attacco è brevissimo e simile a una tempesta; finisce per lo più nel giro di un'ora: e chi mai potrebbe agonizzare a lungo? 2 Su di me sono passati tutti i malanni e i pericoli cui è soggetto il nostro corpo, ma nessuno mi sembra più penoso. E perché no? Qualunque altra infermità significa essere malati, questa è esalare l'anima. Perciò i medici la chiamano "preparazione alla morte": un giorno il respiro riesce a fare quello che ha spesso tentato. 3 Se mi compiacessi di questa stasi come di una guarigione sarei ridicolo, quanto un individuo che pensasse di aver vinto solamente perché è riuscito a rimandare il processo.

Ma io, anche quando ero sul punto di soffocare, ho sempre trovato conforto in pensieri lieti e forti. 4 "Che c'è?" mi dico, "La morte mi mette alla prova tanto spesso? Faccia pure: l'ho sperimentata a lungo." "Quando?" mi chiedi. Prima di nascere. La morte è non esistere. E ormai so com'è: dopo di me sarà ciò che fu prima di me. Se nella morte c'è tormento, ci fu necessariamente anche prima che venissimo alla luce; ma allora non sentimmo nessuna sofferenza. 5 Ti chiedo: se uno pensasse che per una lucerna è peggio quando è spenta che prima di essere accesa, non lo giudicheresti veramente stupido? Anche noi ci accendiamo e ci spegniamo: in quell'intervallo proviamo qualche sofferenza; prima e dopo, invece, c'è una profonda serenità. Questo, se non m'inganno, è il nostro errore, Lucilio mio: crediamo che la morte ci segua e, invece, ci ha preceduto e ci seguirà. Tutto quello che è stato prima di noi è morte; che importa se non cominci oppure finisci, quando il risultato in entrambi i casi è questo: non esistere.

6 Ho continuato a rivolgere a me stesso queste e altre esortazioni dello stesso tipo (in silenzio, s'intende: non potevo parlare); poi a poco a poco quella difficoltà di respiro, che ormai cominciava a essere affanno, venne a intervalli maggiori e si arrestò. Ma ha lasciato uno strascico e pur essendo finito l'attacco, la respirazione non è ancora tornata alla normalità; sento che è come impacciata e impedita. Sia come sia, purché l'affanno non provenga dall'anima. 7 Tieni questo per certo: non trepiderò nel momento supremo, sono ormai preparato, non faccio programmi per l'intera giornata. Tu apprezza e imita l'uomo a cui non rincresce morire, quando vivere gli è gradito: che coraggio ci sarebbe a morire, se si è banditi dalla vita? Tuttavia, anche in questo caso ci può essere coraggio: sì, sono scacciato, ma me ne vado come se lo facessi di mia volontà. Perciò il saggio non sarà mai scacciato: essere scacciato significa essere allontanato da un luogo contro la propria volontà; ma il saggio non fa niente contro la sua volontà; sfugge alla necessità perché vuole ciò che essa gli imporrà di fare. Stammi bene.

 

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1 Ritorno proprio ora dalla passeggiata in lettiga stanco come se avessi camminato tanto tempo quanto sono stato seduto: è una fatica anche l'essere trasportati a lungo e non so se è maggiore perché contro natura: la natura ci ha dato i piedi per camminare da soli, gli occhi per vedere da soli. Le mollezze ci hanno indebolito e non possiamo più fare ciò che per lungo tempo non abbiamo voluto fare. 2 Tuttavia era per me indispensabile scuotere il corpo, sia perché si dissipasse la bile che avevo in gola, sia perché lo sballottamento normalizzasse il respiro che per qualche motivo era troppo frequente; insomma, mi è parso che mi giovasse. Ho, perciò continuato a farmi trasportare, invitato anche dalla costa, che forma una curva tra Cuma e la villa di Servilio Vazia: da una parte il mare, dall'altra il lago la chiudono a formare uno stretto passaggio. Una recente burrasca lo aveva reso compatto; come sai, le onde ripetute e violente spianano il litorale; un periodo piuttosto lungo di bel tempo, invece, lo sfalda, perché la sabbia, che viene tenuta insieme dall'acqua, perde l'umidità.

3 Come mia abitudine, ho cominciato a guardarmi intorno per trovare qualcosa che potesse essermi utile e ho rivolto lo sguardo alla villa che un tempo era di Vazia. Là era diventato vecchio quel ricco ex pretore, noto solo per la sua vita ritirata e solo per questo motivo ritenuto fortunato. Tutte le volte che l'amicizia per Asinio Gallo, oppure l'odio o l'amore per Seiano (era ugualmente pericoloso sia averlo offeso, sia averlo amato) faceva cadere qualcuno in disgrazia, la gente esclamava: "Vazia, tu solo sai vivere." 4 Ma lui sapeva stare nascosto, non vivere; c'è una grande differenza tra una vita ritirata e una vita oziosa. Non passavo mai davanti a questa villa, quando era vivo, senza dire: "Qui è sepolto Vazia." Ma, mio caro Lucilio, la filosofia è talmente sacra e veneranda che se qualcosa le somiglia, la apprezziamo nonostante sia una contraffazione. Per la massa chi conduce una vita appartata è un uomo libero da impegni, sereno, soddisfatto di sé, che vive per se stesso; e, invece, tutto ciò può toccare solo al saggio. Lui solo sa vivere per se stesso, perché egli, e questa è la cosa più importante, sa vivere. 5 Chi fugge uomini e cose, chi si isola perché deluso nelle proprie aspettative, chi non può sopportare la vista di altri più fortunati, chi si nasconde per paura, come un animale pavido e incapace di reagire, quell'uomo non vive per se stesso, ma, ed è veramente una vergogna, per mangiare, dormire e soddisfare tutti i propri piaceri. Non vive per sé chi non vive per nessuno. Tuttavia l'essere costanti e il perseverare nei propri propositi ha una forza tale che anche l'inerzia ostinata incute un certo rispetto.

6 Sulla villa non ti posso scrivere niente di preciso; ne conosco solo la facciata e l'esterno visibile a chiunque passi. Ci sono due grotte artificiali, opera grandiosa, ampie come un vasto atrio: sull'una non batte mai il sole, l'altra lo riceve fino al tramonto. Un ruscello, formato dall'acqua del mare e del lago Acherusio, simile a un canale, attraversa un boschetto di platani ed è sufficiente a nutrire dei pesci, anche se vi si attinge incessantemente. Quando si può andare per mare, lo si risparmia; ma se il brutto tempo costringe i pescatori a un riposo forzato, si mette mano a quella comoda riserva. 7 La maggiore prerogativa della villa è, però l'avere Baia vicina: si godono i piaceri che essa offre, senza subirne gli svantaggi. E so che ha anche questo vantaggio: penso sia abitabile tutto l'anno; vi soffia, infatti, lo zefiro, che essa riceve togliendolo a Baia. Non fu sciocco Vazia a scegliere questa località per trascorrervi da vecchio una vita appartata e inoperosa.

8 Ma il luogo di residenza influisce poco sulla serenità: è l'animo che dà valore alle cose. Ho visto con i miei occhi uomini tristi in ville ridenti e amene, ho visto uomini che parevano indaffarati in piena solitudine. Perciò non devi pensare di non star bene perché non sei in Campania. E perché, poi, non ci sei? Indirizza qui i tuoi pensieri. 9 Puoi intrattenerti con gli amici assenti ogni volta e per tutto il tempo che vuoi. Quando siamo lontani godiamo maggiormente di questo grandissimo piacere; il frequentarsi ci rende esigenti e poiché talvolta parliamo, passeggiamo, sediamo insieme, quando ci separiamo non pensiamo alle persone che abbiamo visto da poco. 10 Dobbiamo sopportare serenamente la lontananza perché spesso si è molto distanti anche da chi ci sta vicino. Tieni conto innanzi tutto della separazione notturna, poi delle occupazioni diverse, degli studi fatti in solitudine, degli spostamenti fuori città: vedrai che i viaggi non ci tolgono molto. 11 L'amico bisogna averlo nel cuore; il cuore non è mai lontano e ogni giorno vede chi vuole. Perciò studia con me, pranza con me, con me passeggia: vivremmo davvero un'esistenza ristretta, se i nostri pensieri avessero un limite. Ti vedo, mio caro, proprio ora ti sento; ti sono così vicino che non so se devo cominciare a scriverti una lettera o un biglietto. Stammi bene.

 

56

1 Che io possa morire se, quando uno se ne sta appartato a studiare, il silenzio è necessario come si pensa. Ecco, intorno a me risuonano da ogni parte schiamazzi di tutti i tipi: abito proprio sopra uno stabilimento balneare. Immagina ora ogni genere di baccano odioso agli orecchi: quando i più forti si allenano e fanno sollevamento pesi, quando faticano o fingono di faticare, odo gemiti, e, tutte le volte che trattengono il fiato ed espirano, sibili e ansiti; quando càpita qualcuno pigro che si contenta di un normale massaggio, sento lo scroscio delle mani che percuotono le spalle e che dànno un suono diverso se battono piatte o ricurve. Se poi arrivano quelli che giocano a palla e cominciano a contare i colpi, è fatta. 2 Mettici ancora l'attaccabrighe, il ladro colto in flagrante, quello cui piace sentire la propria voce mentre fa il bagno, e poi le persone che si tuffano in piscina e smuovendo l'acqua fanno un fracasso indiavolato. Oltre a tutti questi che, se non altro, hanno voci normali, pensa al depilatore che spesso sfodera una vocetta sottile e stridula per farsi notare e tace solo quando depila le ascelle e costringe un altro a gridare al suo posto. Poi ci sono i vari richiami del venditore di bibite, il salsicciaio, il pasticcere e tutti gli esercenti delle taverne che vendono la loro merce con una particolare modulazione della voce.

3 "Sei di ferro", dici, "oppure sordo, se rimani presente a te stesso fra tanti rumori diversi e discordi, mentre al nostro Crisippo sembra di morire per il continuo salutare." Ma, perbacco, io di questo frastuono non mi curo più che dello scorrere o del cadere dell'acqua, sebbene senta che un popolo si è trasferito altrove per questo solo motivo: non poteva sopportare il fragore delle cascate del Nilo. 4 Secondo me la voce distrae più del frastuono: quella attira l'attenzione, quest'ultimo riempie e colpisce solo le orecchie. Tra i rumori che mi risuonano intorno senza distrarmi metto le vetture che passano in corsa, l'artigiano, mio coinquilino, e il vicino fabbro, oppure quel tale che, presso la Meta Sudante, prova trombette e flauti, e non suona, ma strepita: 5 un suono intermittente mi dà, però più fastidio di uno continuo. Ma ormai mi sono così corazzato contro tutti questi rumori, che potrei udire persino il comito dare il tempo ai rematori con voce stridula. Costringo la mente a rimanere assorta in se stessa senza farsi distrarre da fattori esterni; risuoni pure fuori di me ogni genere di fracasso, purché interiormente non ci sia scompiglio, purché non combattano tra loro cupidigia e paura, purché l'avarizia e l'intemperanza non siano in lotta e l'una non tormenti l'altra. A che serve il silenzio dell'intero quartiere, se le passioni si agitano in noi?

6 Tutto era tranquillo nella placida quiete della notte.

È falso: non esiste nessuna placida quiete se non quella regolata dalla ragione; la notte rivela l'inquietudine, non la elimina, cambia semplicemente gli affanni. Quando dormiamo, i nostri sogni sono tormentati come le nostre giornate: la vera tranquillità è quella in cui si dispiega la saggezza. 7 Guarda quell'uomo cui si cerca di conciliare il sonno facendo silenzio nell'ampia dimora: tutta la schiera dei servi tace e quelli che si avvicinano alla sua stanza camminano in punta di piedi, perché nessun rumore disturbi le sue orecchie: ma lui si gira di qua e di là e cerca di prendere un po' di sonno tra le sue preoccupazioni; si lamenta di aver udito qualcosa, in realtà non ha sentito niente. 8 Secondo te qual è il motivo? È l'anima che strepita dentro di lui. Questa bisogna placare, è la sua rivolta che deve essere sedata; non devi pensare che l'anima è tranquilla, se il corpo riposa: talvolta la quiete stessa è carica di inquietudine; perciò dobbiamo essere spronati ad agire e impegnarci a svolgere qualche nobile attività tutte le volte che l'inerzia, insofferente di se stessa, ci fa star male. 9 I grandi generali, quando vedono che un soldato obbedisce controvoglia, lo tengono a freno con qualche occupazione e lo impiegano in spedizioni militari. Chi ha molto da fare non ha tempo di abbandonarsi alla dissolutezza. Senza dubbio il lavoro cancella i vizi generati dall'ozio. Spesso ci si ritira a vita privata apparentemente per disgusto dell'attività politica e malcontenti di una posizione sterile e sgradita; tuttavia in quel nascondiglio dove ci hanno gettato la paura e la stanchezza a volte si risveglia l'ambizione: non era stata estirpata; era come spossata o anche sdegnata per il fallimento delle proprie aspettative. 10 Lo stesso vale per la dissolutezza: a volte sembra essere definitivamente scomparsa, ma poi tormenta coloro che hanno fatto professione di moderazione e nella parsimonia ricerca i piaceri: erano stati abbandonati, ma non condannati e li ricerca con più impeto quanto più è nascosta. Tutti i vizi, se manifesti, sono meno gravi; anche le malattie si avviano alla guarigione quando esplodono e mostrano la loro virulenza. Sappi che l'avarizia, l'ambizione e le altre infermità spirituali dell'uomo sono pericolosissime se si nascondono sotto un'apparente salute. 11 Sembriamo quieti, ma in realtà non è così. Se siamo in buona fede, se abbiamo chiamato a raccolta le nostre forze, se, come dicevo poco prima, abbiamo disprezzato le belle apparenze, niente ci distoglierà: nessuna voce di uomini o canto di uccelli interromperà i nostri buoni propositi, ormai saldi e fermi. 12 Chi presta attenzione alle voci e agli eventi fortuiti, ha un'indole incostante e incapace di raccoglimento interiore; ha in sé preoccupazioni e timori che lo rendono ansioso, come scrive il nostro Virgilio:

e io, che poco tempo fa non temevo i dardi scagliati, né i Greci raccolti in schiere contro di noi, ora sono spaventato da ogni soffio di vento, ogni suono mi scuote e mi tiene in sospeso e temo in egual misura sia per il compagno che per il peso che porto.

13 Il primo è il saggio che non teme i dardi scagliatigli contro, né l'urto degli eserciti in fila serrata, né il fragore di una città attaccata dai nemici: quest'altro non conosce la filosofia, teme per i suoi beni e trasale a ogni più piccolo rumore, si abbatte per una qualsiasi voce scambiandola per una minaccia, resta senza fiato al più lieve movimento ed è timoroso per i suoi bagagli. 14 Scegli una qualunque tra queste persone fortunate che si tirano dietro o che portano su di sé molti beni, la vedrai "temere per il compagno e per il peso". Sappi che sarai veramente tranquillo solo quando non ti toccherà nessun clamore, quando nessuna voce ti scuoterà, né blanda, né minacciosa, né vana e menzognera. 15 "E allora? Non è preferibile fare a meno una volta buona di questo schiamazzo?" Certo; perciò me ne andrò da questa casa. Ho voluto mettermi alla prova ed esercitarmi: che necessità c'è di farsi tormentare più a lungo, quando Ulisse trovò per i suoi compagni un rimedio tanto semplice anche contro le Sirene? Stammi bene.

 

57

1 Dovevo tornare da Baia a Napoli e mi sono subito lasciato convincere che minacciasse un temporale, per non sperimentare di nuovo la nave; ma la strada era tanto fangosa che mi sembra quasi di essere stato ancòra per mare. Quel giorno ho dovuto subire fino in fondo il destino degli atleti: dopo l'unguento, nella galleria di Posillipo, ci ha assalito la polvere. 2 Niente è più lungo di quello stretto passaggio, niente più oscuro di quelle torce che ci servono non a vedere in mezzo alle tenebre, ma a vedere le tenebre. Del resto anche se ci fosse luce, la ingoierebbe la polvere che è fastidiosa e seccante anche all'aperto; immagina là dentro: turbina su se stessa e così rinchiusa, non avendo via d'uscita, ricade su quelli che l'hanno sollevata! Abbiamo perciò sopportato due inconvenienti opposti nel medesimo tempo: per la stessa strada, nello stesso giorno ci hanno tormentato polvere e fango.

3 Tuttavia quell'oscurità mi ha dato l'occasione di riflettere: ho sentito un colpo al cuore e un'alterazione, ma senza paura, causati dalla stranezza di quella situazione insolita e orribile. Non ti parlo ora di me che sono un uomo molto lontano da un livello accettabile, né, tanto meno, sono perfetto, ma di chi si è sottratto al dominio della sorte: anche costui si turberà e sbiancherà in volto. 4 Ci sono reazioni, mio caro, alle quali nemmeno un uomo virtuoso può sottrarsi: la natura gli ricorda che è mortale. Contrae, perciò il volto di fronte al dolore, rabbrividisce davanti agli imprevisti, gli si annebbia la vista, se dall'orlo di una voragine guarda in basso: questa non è paura, ma un impulso istintivo e irrazionale. 5 Per ciò uomini coraggiosi e prontissimi a versare il loro sangue non sopportano la vista del sangue altrui; certi si sentono venir meno e svengono se vedono medicare o esaminare una ferita recente, altri una ferita vecchia e purulenta. C'è chi preferisce ricevere un colpo di spada che vederlo dare. 6 Sentii, come dicevo, non un turbamento, ma un'alterazione: poi, appena vidi riapparire la luce, ritornai allegro senza pensarci e impormelo. Cominciai allora a dirmi quanto siamo sciocchi a temere certe cose di più, certe altre di meno, quando poi l'esito è identico. Che differenza c'è se ci cade addosso il casotto delle sentinelle o un monte? Nessuna. Eppure c'è chi teme di più quest'ultima evenienza, sebbene entrambe siano ugualmente mortali: abbiamo più paura delle cause che degli effetti.

7 Pensi ora che io segua la dottrina degli Stoici, ossia che l'anima di un uomo schiacciato da un enorme peso, non avendo via d'uscita, non può perdurare e subito si dissolve? No, non lo faccio: la ritengo una teoria sbagliata. 8 Come la fiamma non la si può schiacciare (infatti si propaga intorno all'oggetto che la comprime), come l'aria non viene ferita da colpi o sferzate e nemmeno si scinde, ma si riversa intorno al corpo che ne ha preso il posto; così l'anima, formata di particelle sottilissime, non può essere presa o uccisa dentro il corpo, ma, grazie alla sua sottigliezza, erompe attraverso ciò che la comprime. Come il fulmine, anche se ha colpito e illuminato un ampio spazio, si ritira attraverso una piccola apertura, così l'anima, più sottile ancòra del fuoco, può fuggire attraverso ogni corpo. 9 Sorge, perciò il problema della sua immortalità. Tieni questo per certo: se sopravvive al corpo, non può essere annientata in nessun modo: l'immortalità non ammette eccezioni e, d'altra parte, nulla può nuocere a ciò che è eterno. Stammi bene.

 

58

1 Mai come oggi mi sono reso conto della nostra povertà, anzi penuria di vocaboli. Per caso si parlava di Platone e sono capitati mille concetti che richiedevano un termine appropriato e non lo avevano, e altri che, pur avendolo avuto in passato, lo avevano perso per la nostra sofisticheria. Ma è tollerabile essere schizzinosi nella miseria? 2 Quello che i Greci chiamano oistros (e cioè l'insetto che perseguita il bestiame e lo disperde per i pascoli) i nostri avi lo chiamavano asilus. Puoi credere a Virgilio:

Vicino al sacro bosco del Silaro e all'Alburno verdeggiante di lecci vola in fitti sciami un insetto il cui nome romano è asilus e che i Greci chiamano oistros, molesto, dal verso penetrante, che spaventa gli armenti e li fa fuggire per i boschi.

3 Penso sia chiaro che il termine è caduto in disuso. Per non tirarla alle lunghe, si usavano certe forme semplici come cernere ferro inter se. Lo stesso Virgilio lo testimonia:

ingentis, genitos diversis partibus orbis, / inter se coiisse viros et cernere ferro.

Ora diciamo decernere, si è perso l'uso della parola semplice. 4 Gli antichi dicevano si iusso, ora si dice iussero. Non devi credere a me, ma sempre a Virgilio:

cetera, qua iusso, mecum manus inferat arma.

5 Tanto zelo non è per dimostrarti quanto tempo ho perduto a studiare la grammatica, ma per farti capire quanti termini usati da Ennio e da Accio siano ammuffiti, se addirittura ci sono state sottratte parole di Virgilio che pure scorriamo ogni giorno. 6 "Che significa questo preambolo? Dove va a parare?" Non è un segreto: voglio, se è possibile, usare la parola essentia con la tua approvazione; ma, in caso contrario, la userò lo stesso anche se non ti piace. Garante, penso autorevole, di questo vocabolo è Cicerone; se ne vuoi uno più vicino a noi, Fabiano, facondo e raffinato, di eloquenza brillante anche per i nostri gusti difficili. Se no, che accadrà, Lucilio mio? In che modo diremo $ïšóßá$, realtà necessaria, sostanza che ha in sé il fondamento di tutto? Permettimi allora, ti prego, di usare questo termine. Cercherò peraltro, di esercitare con molta parsimonia il diritto che mi concedi; anzi, forse mi accontenterò solo di questo diritto. 7 A che servirà la tua condiscendenza se, ecco, non posso esprimere in nessun modo in latino il concetto per cui ho criticato la nostra lingua? Tanto più condannerai la limitatezza del latino, sapendo che è una sola la sillaba intraducibile. Qual è? $ô' -í$. Certo ti sembro ottuso: è chiaro che si può tradurre "ciò che è". Vedo, però che c'è molta differenza: sono costretto a usare un verbo al posto di un sostantivo; ma, se è necessario, dirò "ciò che è".

8 Mi diceva oggi il nostro amico, uomo molto erudito, che Platone usa questo termine in sei significati diversi. Te li riferirò tutti; prima, però devo spiegarti che esiste un "genere" e anche una "specie". Ora cerchiamo quel genere primo da cui dipendono le altre specie, da cui nasce ogni divisione e che comprende ogni cosa. Lo troveremo passando in rassegna a ritroso i singoli esseri e arriveremo così al primo genere. 9 L'uomo è una specie, come dice Aristotele; il cavallo è una specie; il cane è una specie. Bisogna, perciò ricercare un legame comune a tutti questi esseri, che li abbracci e li comprenda sotto di sé. Qual è? Il genere animale. Quindi comincia a esserci un genere di tutti gli esseri che ho or ora elencato - uomo, cavallo, cane - cioè animale. 10 Ci sono, però esseri che hanno uno spirito, ma non sono animali; alle piante e agli alberi si attribuisce, infatti, uno spirito vitale; diciamo, perciò che vivono e muoiono. Gli esseri animati, quindi, occuperanno il primo posto, poiché in questa categoria ci sono gli animali e le piante. Ma esistono cose prive di spirito vitale, come i sassi; ci sarà, dunque, qualcosa che viene prima degli esseri animati: il corpo naturalmente. Dividerò ora, tutti i corpi in due categorie: animati o inanimati. 11 Ma c'è ancora qualcosa al di sopra del corpo, poiché parliamo di cose corporee o incorporee. E dunque cosa sarà ciò da cui derivano? Quello che prima abbiamo impropriamente definito "ciò che è". Lo divideremo ora in specie e diremo: "ciò che è" o è corporeo o è incorporeo. 12 Questo è il genere primo, il più antico e, per così dire, generale; anche gli altri sono generi, ma particolari. L'uomo è un genere; ha in sé come specie le nazionalità: Greci, Romani, Parti; i colori: bianchi, neri, biondi; ha i singoli individui: Catone, Cicerone, Lucrezio. E così, poiché racchiude molti esseri, è un genere; ed è una specie, poiché è subordinato a un altro genere. Il genere generale "ciò che è" non ha niente al di sopra di sé; è il principio delle cose, tutto gli è subordinato. 13 Gli Stoici vogliono porre al di sopra di questo un altro genere che viene ancora prima. Te ne parlerò subito dopo aver dimostrato che quel genere, di cui si è detto, occupa a ragione il primo posto, perché contiene in sé ogni cosa. 14 "Ciò che è" lo divido in due specie, corporea e incorporea; non ce n'è una terza. E il corpo come lo divido? Così: esseri animati o inanimati. A loro volta come divido gli esseri animati? Certi hanno l'anima, certi hanno solo lo spirito vitale; oppure così: certi si muovono, avanzano, passano da un posto all'altro, certi, fissi al suolo, si nutrono attraverso le radici e crescono. E gli esseri animati in quali specie li divido? Esseri mortali o immortali. 15 Alcuni Stoici ritengono che il genere primo sia un "qualcosa"' eccone il motivo. "In natura," dicono, "certe cose esistono, altre non esistono, ma la natura comprende anche quelle che non esistono e che sono frutto dell'immaginazione, come i Centauri, i Giganti e tutto ciò che, nato da una falsa credenza, ha assunto un'immagine, sebbene priva di sostanza."

16 Ritorno ora a quello che ti ho promesso, ossia come Platone divida in sei gruppi tutti gli esseri. Quel primo elemento definito "ciò che è" non si percepisce né con la vista, né col tatto, né con gli altri sensi: è solo pensabile. Ciò che è in forma generale, come il genere uomo, non è visibile; ma è visibile l'individuo particolare, come Cicerone e Catone. Noi non vediamo il genere animale; lo pensiamo. Ne vediamo, invece, la specie, cavallo, cane. 17 Al secondo posto tra tutti gli esseri Platone colloca quello che sovrasta ed è superiore a tutti; lo definisce l'essere per eccellenza. Poeta è una parola di uso comune (tutti coloro che compongono versi hanno questo nome), ma presso i Greci sta a designare uno solo: quando si sente dire poeta, si intende Omero. Chi è, allora, questo essere? Naturalmente dio, il più grande e il più potente di tutti gli esseri. 18 Il terzo gruppo comprende quegli esseri che hanno un'esistenza propria; sono innumerevoli, ma non sono visibili ai nostri occhi. Quali sono? È una concezione particolare di Platone: le chiama "idee": tutto ciò che vediamo deriva da esse e su di esse si modella. Sono immortali, immutabili, inviolabili. 19 Senti ora che cos'è un'idea, o meglio, che cos'è per Platone: "L'idea è il modello immortale degli esseri che la natura genera." Ti spiegherò ora questa definizione perché ti sia più chiaro il concetto. Voglio fare il tuo ritratto. Ho te come modello del dipinto e la mia mente ne trae un aspetto da fissare nella sua opera; così quell'immagine che mi ammaestra e mi indirizza e da cui deriva l'imitazione, è l'idea. La natura possiede in numero infinito tali modelli di uomini, di pesci, di alberi e a questi si conforma tutto ciò che da essa nasce. 20 Il quarto posto l'occupa l'idos. Devi fare ben attenzione per capire cosa sia questo idos e imputare a Platone, non a me, la difficoltà del concetto; ma non c'è sottigliezza priva di difficoltà. Poco fa mi sono servito dell'esempio del pittore. Quello, per fare il ritratto di Virgilio, doveva guardarlo. L'immagine di Virgilio era l'idea, il modello della futura opera; ciò che l'artista ne trae e ha impresso nella sua opera è l'idos. 21 Che differenza c'è, chiedi? L'idea è il modello, l'idos la forma desunta dal modello e impressa nell'opera; l'artista imita l'una, crea l'altro. La statua ha un'immagine: questa è l'idos. Il modello stesso ha un'immagine cui ha guardato l'artista dando forma alla statua: questa è l'idea. Ancora, se vuoi un'altra distinzione: l'idos è nell'opera, l'idea è fuori dell'opera, e non solo fuori, ma precedente a essa. 22 Al quinto gruppo appartengono gli esseri che esistono comunemente: questi cominciano a riguardarci; qui c'è tutto: uomini, bestie, cose. Il sesto gruppo comprende le cose che quasi esistono, come lo spazio, il tempo.

Tutto ciò che vediamo o tocchiamo Platone non lo annovera tra gli esseri che ritiene abbiano un'esistenza propria; poiché essi scorrono e di continuo diminuiscono o crescono. Nessuno di noi è in vecchiaia lo stesso che in gioventù; nessuno di noi è al mattino lo stesso della sera prima. I nostri corpi sono trascinati via come l'acqua dei fiumi. Tutto ciò che vedi vola al ritmo del tempo: niente di quello che abbiamo sotto gli occhi rimane tale e quale; io stesso mentre dico che queste cose cambiano, sono cambiato. 23 Dice Eraclito: "Non ci si può immergere due volte nello stesso fiume." Il nome del fiume rimane lo stesso, ma l'acqua è passata oltre. È un fenomeno più evidente in un corso d'acqua che nell'uomo; ma il flusso che trascina via anche noi è altrettanto veloce; perciò mi stupisco della nostra insensatezza: amiamo tanto una cosa fugacissima, il nostro corpo, e temiamo il momento della morte, mentre ogni momento è la morte dello stato precedente: non devi temere che avvenga una volta ciò che avviene ogni giorno! 24 Ho parlato dell'uomo, materia fragile e caduca, esposta a ogni influenza: anche l'universo, eterno e indistruttibile, muta e non rimane uguale a se stesso. Sebbene abbia in sé tutti i fattori originari, li ha diversi dallo stadio primitivo: cambia l'ordine.

25 "A che mi servono," dirai, "queste sottigliezze?" Vuoi il mio parere? A niente. Ma come l'incisore distoglie e volge altrove gli occhi stanchi per la lunga concentrazione e, come si suol dire, li ristora, così anche noi dobbiamo ogni tanto concedere riposo alla nostra anima e ricrearla con qualche svago. Ma anche le distrazioni devono essere attività; se farai attenzione, potrai ricavarne salutari insegnamenti. 26 Io di solito mi comporto così, caro Lucilio: da qualsiasi nozione, anche se non ha niente a che fare con la filosofia, cerco di enucleare e di procurarmi qualche concetto utile. Gli argomenti or ora trattati non hanno il minimo rapporto con la questione morale. Come possono migliorarmi le idee platoniche? Che insegnamento posso trarne per dominare le mie passioni? Questo, per esempio: Platone nega un'esistenza vera e propria a tutte le cose soggette ai sensi, che ci infiammano e ci stimolano. 27 Sono quindi, immaginarie, hanno una forma esteriore, limitata nel tempo, ma non sono né stabili, né concrete; eppure noi le desideriamo come se fossero eterne o potessimo possederle per sempre. Deboli e fragili ci soffermiamo tra cose prive di sostanza: rivolgiamo, invece, l'anima a ciò che è eterno. Contempliamo stupiti le forme di tutte le cose volare altissime e dio che sta in mezzo a esse: egli provvede a difendere dalla morte quegli esseri che non ha potuto creare immortali per l'ostacolo della materia, e a vincere con la ragione la limitatezza del corpo. 28 L'universo permane in vita non perché sia eterno, ma perché è difeso da chi lo governa: se fosse immortale, non avrebbe bisogno di un tutore. Il sommo artefice lo mantiene in vita, vincendo con la sua potenza la caducità della materia. Disprezziamo, dunque, tutte le cose che sono prive di valore al punto da essere in dubbio perfino la loro stessa esistenza. 29 Nel medesimo tempo pensiamo che se la provvidenza sottrae ai pericoli l'universo, mortale quanto noi, in certa misura anche noi, con la nostra previdenza, possiamo protrarre la vita di questo misero corpo, se saremo in grado di governare e frenare i piaceri, causa di morte per la maggior parte degli uomini. 30 Platone stesso arrivò alla vecchiaia per la sua cautela. Certo aveva un fisico forte e robusto e dall'ampiezza del torace gli era derivato il soprannome, ma i viaggi per mare e i pericoli lo avevano prostrato molto; tuttavia la frugalità, la misura in quei piaceri che suscitano la bramosia degli uomini e un'attenta cura di se stesso lo fecero arrivare alla vecchiaia nonostante i numerosi ostacoli. 31 Tu sai, penso, che grazie alla sua prudenza Platone morì esattamente il giorno del suo ottantunesimo compleanno. Perciò dei magi, che per caso si trovavano ad Atene, celebrarono un sacrificio in onore del defunto: secondo loro gli era toccato un destino superiore a quello umano, perché i suoi anni assommavano a un numero perfettissimo: il risultato di nove per nove. Sono certo che saresti pronto a rinunciare sia a pochi giorni di questa somma, sia al sacrificio. 32 La sobrietà può prolungare la vecchiaia: io non ritengo che la si debba desiderare intensamente, ma neppure rifiutare; è piacevole stare con se stessi il più a lungo possibile, quando ci si è resi degni di goderne.

È bene, allora, disdegnare la vecchiaia avanzata e non aspettare la morte, ma darsela con le proprie mani? Ecco il mio parere. Se uno attende inerte il proprio destino, non è dissimile da chi lo teme, come è un ubriacone chi vuota la bottiglia e beve anche la feccia. 33 Dovremo, però chiederci se l'ultima parte della vita è feccia o piuttosto bevanda limpidissima e purissima, sempre che la mente sia sana e i sensi integri aiutino l'anima, e il corpo non sia in declino e morto prima del tempo; importa molto, se prolunghiamo la vita o la morte. 34 Ma se il corpo non assolve più le sue funzioni, non è meglio liberare l'anima dalle sue sofferenze? E forse bisogna agire un po' prima del dovuto perché, arrivato il momento, non ci si trovi nell'impossibilità di farlo; il pericolo di vivere male è maggiore del pericolo di morire presto; quindi, se uno non scongiura il rischio di una grande disgrazia per guadagnare un po' di tempo, è pazzo. Pochi uomini sono morti vecchissimi senza subire danno; molti hanno condotto un'esistenza passiva e inutile: aver perduto una parte della vita ti sembra tanto più crudele che perdere il diritto di mettervi fine? 35 Non ascoltarmi contro voglia, come se il mio parere ormai ti riguardasse direttamente e pondera bene quello che ti dico: non abbandonerò la vecchiaia, se mi conserverà integro, ma integro nella parte migliore di me; se, però comincerà a turbare e a sconvolgermi la mente, se non mi lascerà la vita, ma solo il soffio vitale, mi precipiterò fuori dall'edificio marcio e in rovina. 36 Non fuggirò la malattia con la morte, purché non sia una malattia inguaribile e non danneggi l'anima. Non mi darò la morte per paura del dolore: morire così significa darsi per vinto. Tuttavia, se saprò di dover soffrire per tutta la vita, me ne andrò non per il dolore in se stesso, ma perché mi sarebbe di ostacolo a tutte quelle attività che sono lo scopo dell'esistenza; è debole e vile chi si dà la morte per paura del dolore, è insensato chi vive per soffrire.

37 Ma la sto tirando troppo alla lunga; ho ancora argomenti che potrebbero occupare un giorno intero: e come potrà mettere fine alla sua vita un uomo incapace di finire una lettera? Perciò addio: leggerai più volentieri questo commiato, che tutti i miei ragionamenti sulla morte. Stammi bene.

 

59

1 La tua lettera mi ha fatto molto piacere; permettimi di usare le parole nel significato comune e non rifarti a quello degli Stoici. Per noi il piacere è un vizio. Sia pure; tuttavia di solito usiamo questo termine per indicare uno stato d'animo gioioso. 2 Sì, lo so che il piacere, se ci rifacciamo al vocabolario stoico, è una cosa infame e che la gioia può toccare solo al saggio; infatti è l'elevazione dell'anima fiduciosa in quello che ha in sé di buono e di vero. Abitualmente, tuttavia, diciamo di aver provato una grande gioia per l'elezione a console di un amico, o per le sue nozze, o perché la moglie ha partorito, tutti avvenimenti che non sono gioia, ma spesso inizio di sofferenze future; e, invece, è una caratteristica della gioia non finire e non mutarsi in dolore. 3 Perciò quando il nostro Virgilio scrive

le malvagie gioie dello spirito,

si esprime con eleganza, ma con poca proprietà: non esiste gioia malvagia. Egli ha dato questo nome ai piaceri e ha espresso con chiarezza il suo pensiero; indica gli uomini contenti del proprio male. 4 Tuttavia non ho sbagliato a dire che la tua lettera mi ha fatto molto piacere; infatti, anche se è onesto il motivo per cui un uomo ignorante gioisce, quel sentimento che egli non sa dominare e che inclina sùbito al suo opposto, lo chiamo piacere: nasce dall'opinione di un falso bene e non ha moderazione, né misura.

Ma per tornare al tema del discorso, senti che cosa mi ha fatto piacere nella tua lettera: domini le parole, e non ti lasci trasportare dalla foga del discorso oltre i termini stabiliti. 5 Il fascino di qualche bel vocabolo induce molti autori a scrivere anche cose che non si erano proposti; questo a te non succede: tutto è stringato e attinente all'argomento; esponi le tue idee e lasci intendere più di quanto dici. Questo è indice di un fatto più importante: è chiaro che anche nel tuo animo non c'è niente di superfluo, di eccessivo. 6 Trovo, però metafore ardite, anche se non al punto di essere pericolose; trovo immagini che, secondo alcuni, non dovremmo usare perché lecite solo ai poeti. Costoro, credo, non hanno letto nessuno degli antichi scrittori, che non ricercavano ancora gli applausi coi loro discorsi; essi parlavano con semplicità per dimostrare un concetto e facevano largo uso di similitudini; io le ritengo necessarie non per lo stesso motivo per cui sono necessarie ai poeti, ma come sostegno alla nostra debolezza per favorire la concentrazione di chi parla e di chi ascolta sull'argomento trattato.

7 Ecco, ora sto leggendo Sestio, uomo acuto che scrive di filosofia in greco, basandosi sulla morale romana. Mi ha colpito questa sua immagine: un esercito avanza a colonne affiancate, pronto al combattimento, quando si teme da ogni parte un attacco nemico. "Lo stesso," dice, "deve fare il saggio: spieghi in ogni direzione tutte le sue virtù e dovunque si manifesti un pericolo, là siano pronte le difese e rispondano al cenno del comandante senza creare scompiglio." Negli eserciti guidati da grandi condottieri, noi vediamo che tutte le truppe sentono nello stesso momento l'ordine del comandante e sono disposte in modo che il segnale dato da un solo uomo arrivi simultaneamente alla fanteria e alla cavalleria; Sestio afferma che questa tattica è ancora più necessaria per noi. 8 I soldati spesso temono il nemico senza motivo, ma poi la marcia che li spaventava tanto non presenta nessun pericolo: l'uomo insensato non è mai tranquillo; i motivi di paura gli vengono dall'alto e dal basso, da destra e da sinistra; i pericoli gli si parano davanti e lo seguono. Trepida di fronte a tutto, è colto sempre di sorpresa e l'atterriscono i suoi stessi soccorritori. Il saggio, invece, è premunito e pronto a ogni attacco; non indietreggerà se la povertà, i lutti, il disonore, il dolore lo assalgono: avanzerà imperterrito contro di essi e in mezzo ad essi. 9 Sono molte le cose che ci vincolano e ci indeboliscono. A lungo ci siamo crogiolati nei vizi ed è difficile far piazza pulita: non ci siamo solo insozzati, ma addirittura infettati.

Per non passare da una similitudine all'altra, ti chiederò una cosa su cui spesso rifletto: perché la stupidità ci domina con tanta ostinazione? Punto primo: non la respingiamo con forza e non tendiamo con slancio alla salvezza; punto secondo: non abbiamo sufficiente fiducia nelle verità scoperte dai saggi, non le accogliamo nel profondo del cuore e ci dedichiamo con scarso impegno a una questione tanto importante. 10 Come può imparare quanto serve per combattere i vizi chi si applica nei ritagli di tempo che i vizi gli lasciano? Nessuno di noi va a fondo; cogliamo solo quanto è in superficie e i pochi minuti spesi per la filosofia bastano e avanzano per gente tanto affaccendata. 11 L'ostacolo maggiore è che siamo subito soddisfatti di noi stessi; se c'è qualcuno che ci definisce valenti, saggi, virtuosi, gli diamo immediatamente credito. Non ci accontentiamo di lodi misurate: accogliamo come dovuto il cumulo di spudorate adulazioni che ci vengono rivolte. Concordiamo con chi afferma che siamo gli uomini più virtuosi e saggi, pur sapendo che quelle persone mentono spesso e volentieri; siamo così indulgenti con noi stessi perché vogliamo essere lodati per virtù esattamente opposte al nostro modo di agire. Il carnefice (proprio mentre tortura) si sente definire l'uomo più mite, chi vive di ruberie l'uomo più generoso, il libertino ubriacone l'uomo più temperante; di conseguenza non vogliamo correggerci perché ci crediamo perfetti. 12 Alessandro attraversava ormai l'India e combatteva devastando i territori di genti poco note anche agli stessi popoli confinanti. Durante l'assedio di una città, mentre faceva il giro delle mura per individuarne i punti più deboli, fu colpito da una freccia; tuttavia rimase a lungo a cavallo e continuò la sua ricognizione. Ma poi il sangue, coagulatosi nella ferita, rese più acuto il dolore, e la gamba, che penzolava dal cavallo, si era a poco a poco intorpidita. Costretto a desistere, disse: "Tutti giurano che sono figlio di Giove, ma questa ferita grida che sono un uomo." 13 Seguiamo anche noi il suo esempio. Ciascuno, in misura diversa, si lascia infatuare dall'adulazione; diciamo: "Voi sostenete che sono saggio, ma io mi rendo conto di avere molti desideri inutili e dannosi. Non capisco nemmeno quello che la sazietà mostra agli animali: quale misura ci debba essere nel mangiare e nel bere; non conosco ancora la capacità del mio stomaco."

14 Ti insegnerò come tu possa renderti conto di non essere saggio. Il saggio è pieno di gioia, allegro e sereno, imperturbabile; la sua vita è pari a quella degli dèi. E ora esamina te stesso: se non sei mai triste, se nessuna speranza ti fa trepidare in attesa del futuro, se notte e giorno il tuo spirito fiero e soddisfatto di sé mantiene un atteggiamento stabile e sempre uguale, hai toccato il culmine dell'umano bene; ma se cerchi dovunque ogni genere di piaceri, sappi che ti mancano ugualmente saggezza e gioia. Vuoi raggiungerla, ma sbagli se speri di arrivarci tra le ricchezze e gli onori: cerchi cioè la gioia tra gli affanni: i falsi beni, cui aspiri convinto che ti daranno contentezza e piacere, sono causa di dolori. 15 Tutti, lo ribadisco, tendono alla gioia, ma ignorano dove sia possibile trovarne una duratura e intensa: c'è chi la cerca nei banchetti e nell'intemperanza, chi nell'ambizione e nella folla dei clienti che gli si accalcano intorno, chi nell'amante, chi poi nella vana ostentazione delle scienze liberali e negli studi letterari che non giovano a niente; tutti costoro si lasciano ingannare da piaceri fallaci e di breve durata, come l'ubriachezza che fa scontare l'allegra pazzia di un'ora con un lungo malessere, come gli applausi e il favore della folla acclamante che si ottiene e si paga a prezzo di gravi preoccupazioni. 16 Riflettici; questo è il risultato della saggezza: una gioia stabile. L'animo del saggio è come il mondo sulla luna: là c'è sempre il sereno. Hai, dunque, un valido motivo per desiderare la saggezza: una gioia perpetua. Questa gioia nasce unicamente dalla coscienza delle proprie virtù: può gioire solo l'uomo forte, giusto, temperante. 17 "E allora?" chiedi. "Gli stolti e i malvagi non provano gioia?" Non più dei leoni che conquistano la preda. Quando sono stanchi di vino e di orge, quando hanno passato la notte negli stravizi, quando i piaceri accumulati smisuratamente nel corpo cominciano a farlo marcire, allora, infelici, gridano quel famoso verso virgiliano:

Tu sai come abbiamo trascorso l'ultima notte tra false gioie.

 

18 I lussuriosi passano ogni notte tra false gioie e come se fosse l'ultima: ma quella gioia che tocca agli dèi e a chi li emula è continua, senza fine; finirebbe, se derivasse da altri. Ma poiché non è un dono di altri, non è soggetta all'arbitrio altrui: la sorte non può strappare ciò che non ci ha dato. Stammi bene.

 

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1 Mi rammarico, litigo, mi arrabbio. Desideri ancora quello che desideravano per te la tua nutrice, il precettore, tua madre? Non hai ancora capìto quanto male desideravano? Come ci sono funesti i voti dei nostri cari! Tanto più funesti quanto più felice è il loro esito. Ormai non mi stupisco che fin dalla prima fanciullezza ci accompagnino tutti i mali: siamo cresciuti tra le imprecazioni dei congiunti. Esaudiscano un giorno o l'altro gli dèi una preghiera disinteressata che rivolgiamo loro per il nostro bene. 2 Fino a quando chiederemo un aiuto agli dèi? Non siamo ancòra capaci di provvedere da soli a noi stessi? Fino a quando continueremo a riempire di piantagioni le campagne destinate a grandi città? Fino a quando un intero popolo mieterà per noi? Fino a quando centinaia di navi provenienti da più mari trasporteranno rifornimenti per una sola mensa? Il toro si sazia pascolando su un terreno di pochi metri quadri; un solo bosco basta a numerosi elefanti: per nutrire l'uomo occorrono la terra e il mare. 3 Ma come? La natura ci ha dato un corpo tanto piccolo e un ventre così insaziabile da superare l'ingordigia degli animali più grossi e voraci? Niente affatto; come sono minime le esigenze della natura! Si sazia con poco: non è la fame del ventre che ci costa molto, ma l'ostentazione. 4 Pertanto quelle persone "soggette al ventre", come scrive Sallustio, consideriamole animali, non uomini; anzi, certuni neppure animali, ma morti. È vivo chi è utile a molti, è vivo chi fa buon uso di se stesso; quelli che si nascondono, immobili nel loro torpore, stanno in casa loro come in una tomba. Ne puoi incidere il nome sul marmo della soglia: hanno anticipato la morte. Stammi bene.

 

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1 Finiamola di volere le stesse cose che in passato! Per quel che mi riguarda, ora che sono vecchio, cerco di non avere gli stessi desideri che avevo da fanciullo. Questo solo è lo scopo dei miei giorni e delle mie notti, la mia occupazione, il mio pensiero fisso: porre fine ai mali di un tempo. Faccio in modo che un giorno corrisponda a tutta una vita; e perbacco, non lo afferro come se fosse l'ultimo, ma lo considero come se potesse anche essere l'ultimo. 2 Ti scrivo questa lettera e il mio stato d'animo è tale come se la morte dovesse chiamarmi proprio ora mentre sto scrivendo; sono pronto ad andarmene e continuerò a godere della vita perché non mi preoccupo troppo di quanto durerà ancora. Prima di diventare vecchio ho cercato di vivere bene, ora che sono vecchio cerco di morire bene; ma morire bene significa morire volentieri. 3 Vedi di non fare mai nulla contro la tua volontà: tutto quello che è una costrizione se uno fa resistenza, non lo è per chi lo accetta. Ascolta: chi obbedisce volentieri agli ordini evita la parte più dura della schiavitù: fare quello che non vuole. Infelice non è chi esegue un ordine, ma chi lo esegue contro la propria volontà. Disponiamoci, perciò a volere quello che le circostanze esigono e prima di tutto a pensare senza tristezza alla nostra fine. 4 Prepariamoci a morire prima che a vivere. Per vivere abbiamo abbastanza, ma noi siamo sempre avidi; ci sembra, e ci sembrerà sempre, che ci manchi qualcosa: non gli anni e nemmeno i giorni, ma lo spirito ci dice se abbiamo vissuto abbastanza. Ho vissuto abbastanza, carissimo Lucilio; ora, sazio, aspetto la morte. Stammi bene.

 

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1 Mente chi sostiene che la mole dei suoi affari gli impedisce di dedicarsi agli studi: finge impegni, li aumenta e si tormenta da sé. Io sono libero, Lucilio, sono libero e dovunque mi trovi sono padrone di me stesso. Non mi abbandono alle cose, mi presto ad esse e non cerco scuse per perdere tempo; dovunque mi fermi, mi immergo nei miei pensieri e medito su qualcosa di utile. 2 Quando mi dedico agli amici, non mi distolgo da me stesso; e non mi intrattengo con quelli ai quali mi hanno legato le circostanze o gli obblighi derivanti da pubblici uffici, ma sto con i migliori; rivolgo a loro il mio pensiero dovunque e in qualunque periodo siano vissuti. 3 Porto sempre con me Demetrio, uomo stimabilissimo e, lasciati da parte i porporati, parlo con lui benché vestito poveramente e lo ammiro. Perché non dovrei? Mi sono accorto che non gli manca nulla. C'è qualcuno capace di disprezzare tutto, ma nessuno può avere tutto: la via più breve per arrivare alla ricchezza è una: il disprezzo. Il nostro Demetrio vive così: non disprezza tutto, ma ne ha lasciato il possesso agli altri. Stammi bene.

 

LIBRO SETTIMO

 

 

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1 Mi dispiace molto per la morte del tuo amico Flacco, ma non vorrei che tu ne soffrissi più del giusto. Non oso pretendere che tu non ti addolori, anche se so che sarebbe meglio. Ma una fermezza del genere può averla solo chi è ormai molto al di sopra della fortuna. La morte pungerà la sua anima, ma la pungerà solamente. Se scoppiamo in lacrime, è perdonabile, purché le lacrime non scorrano a fiotti, e siamo noi stessi a reprimerle. Morto un amico, gli occhi non devono gonfiarsi di pianto, ma neanche esserne privi; bisogna versare qualche lacrima, non singhiozzare disperatamente. 2 Credi che ti imponga una dura legge? Eppure il più grande poeta greco concede il diritto di piangere, ma per un solo giorno, e racconta che anche Niobe si preoccupò del cibo. Domandi da dove nascano i lamenti e i pianti sfrenati? Attraverso le lacrime vogliamo dimostrare il nostro rimpianto e non ci conformiamo al dolore, lo ostentiamo; nessuno è triste per se stesso; che misera stupidità! c'è un'ostentazione anche del dolore. 3 "Come?" chiedi. "Dovrò dimenticarmi di un amico?" È breve il ricordo che gli prometti se dura in te quanto il dolore; alla prima occasione ti si spianerà la fronte al riso. E non rimando a un tempo più lontano, quando si mitiga ogni pena e si attenuano anche i lutti più lancinanti. Appena avrai smesso di spiarti, quest'ombra di tristezza svanirà. Ora sei proprio tu a custodire il tuo dolore; ma esso sfugge anche a chi lo custodisce: più è forte, più rapidamente finisce. 4 Rendiamoci gradevole il ricordo dei nostri morti. Nessuno ripensa volentieri a una cosa che gli procura sofferenza ed è inevitabile che il nome delle persone amate e perdute ci provochi una fitta di angoscia: ma questa fitta comporta un suo piacere. 5 Diceva spesso il nostro Attalo: "Il ricordo degli amici defunti ci è gradito come certi frutti sono gradevolmente acerbi, come nel vino troppo invecchiato non disdegnamo proprio quel suo sapore amarognolo; quando è passato un po' di tempo si spegne ogni sofferenza e subentra un piacere puro." 6 Se vogliamo credergli: "Pensare agli amici che sono in vita è come gustare focaccia e miele: il ricordo di quelli scomparsi, invece, è dolce e amaro al tempo stesso. Chi può negare che anche i cibi acri al palato e asprigni stuzzicano l'appetito?" 7 Non sono d'accordo: per me il pensiero degli amici morti è dolce e gradevole; li avevo e pensavo che li avrei perduti, li ho perduti e penso di averli ancòra.

Comportati, dunque, mio caro, in modo adatto al tuo equilibrio, non interpretare in maniera distorta un beneficio della fortuna: ti ha tolto, ma ti ha dato. 8 Godiamo, perciò avidamente della presenza degli amici, perché non sappiamo per quanto tempo ci possa toccare. Basta riflettere a quante volte li abbiamo lasciati per qualche lungo viaggio o come siamo stati tanto senza vederli pur abitando nello stesso luogo; è facile rendersi conto che abbiamo perduto più tempo quando erano vivi. 9 Come si fa a tollerare che uomini tanto trascurati con gli amici piangano poi disperatamente e non amino nessuno, se non dopo averlo perduto? Temono che si dubiti del loro amore e allora si abbandonano alla disperazione, cercano tardive testimonianze del loro affetto. 10 Se abbiamo altri amici e non possono esserci di conforto per la perdita di uno solo, ci comportiamo male con loro e li stimiamo poco; se non ne abbiamo altri, il male che ci siamo inflitti da noi stessi è superiore a quello che ci viene dalla sorte: essa ci ha tolto un solo amico, noi tutti quelli che non ci siamo fatti. 11 E poi chi non sa amare più di uno, non ama eccessivamente neppure quel solo. Se un tale, rimasto a sèguito di un furto sprovvisto dell'unica veste che possedeva, preferisce piangere nudo invece che cercare un modo per scampare al freddo e trovare qualcosa con cui coprirsi le spalle, non ti sembrerebbe completamente pazzo? Hai seppellito una persona che amavi? Cercane un'altra da amare. Invece di piangere, è meglio farsi un nuovo amico.

12 Quello che sto per aggiungere è trito e ritrito, lo so; ma non voglio tralasciarlo solo perché lo hanno già detto tutti: "Col passare del tempo sente esaurirsi il proprio dolore anche chi non vi ha posto fine volontariamente." Ma è proprio una vergogna per un individuo assennato che il rimedio al dolore sia la stanchezza di soffrire: è meglio che sia tu a lasciare il dolore, non il dolore te; rinuncia subito a un atteggiamento che, anche volendo, non sarai in grado di sostenere a lungo. 13 I nostri padri stabilirono un anno di lutto per le donne, ma come limite massimo, non minimo, al pianto; per gli uomini, invece, la legge non fissa nessun periodo, perché non sarebbe dignitoso. Puoi menzionarmi una sola di quelle donnette che, tirate via a forza dal rogo, allontanate a stento dal cadavere del marito, abbia pianto per tutto un mese? Niente viene più rapidamente a noia del dolore e, se è recente, trova un consolatore e attira qualcuno a sé, ma se è di vecchia data, è deriso, e a ragione: o è simulato o è stupido.

14 A scriverti queste cose sono proprio io che ho pianto il mio carissimo amico Anneo Sereno senza nessun ritegno e così, mio malgrado, sono da mettere tra gli esempi di uomini sopraffatti dal dolore. Oggi, però condanno il mio comportamento e capisco: non aver mai considerato la possibilità che lui morisse prima di me è stato il motivo fondamentale di quel mio pianto eccessivo. Avevo davanti agli occhi solo questo, che lui era più giovane, molto più giovane di me; come se il destino rispettasse l'ordine di anzianità! 15 Riflettiamo, perciò sempre che tanto noi, quanto tutti i nostri cari, siamo mortali. Allora avrei dovuto dire: "Il mio Sereno è più giovane di me: che importa? Dovrebbe morire dopo di me, ma può anche morire prima." Non l'ho fatto e la sventura si è abbattuta all'improvviso su di me senza che me lo aspettassi. Ora penso che tutto è mortale e che, come tale, non obbedisce a una legge precisa: potrebbe accadere oggi quello che può capitare un giorno qualsiasi. 16 Riflettiamo su questo, carissimo Lucilio: toccherà presto a noi di arrivare là dove lui è già arrivato e noi ce ne affliggiamo; e forse, se i sapienti dicono la verità e c'è un luogo che ci accoglie tutti, l'amico, per noi scomparso, ci ha solo preceduti. Stammi bene.

 

64

1 Ieri sei stato insieme a noi. Potresti lamentarti, se si fosse trattato solo di ieri; perciò ho aggiunto "con noi": con me ci sei sempre. Sono venuti certi amici e per loro il fumo è aumentato; non quel fumo che erompe dalle cucine dei ricchi e mette in allarme i vigili, ma quello moderato che indica l'arrivo di ospiti. 2 Abbiamo parlato di tanti argomenti, come si fa durante un banchetto, senza esaurirne nessuno, ma saltando dall'uno all'altro. Poi abbiamo letto il libro di Quinto Sestio padre, un grande uomo, parola mia, e uno stoico, anche se lui non si riconosce tale. 3 Che vigore, buon dio, che temperamento! Non in tutti i filosofi lo troverai: certi, che pure sono famosi, hanno scritto pagine senza nerbo. Ammaestrano, discutono, cavillano, non infondono energia: non ne hanno; se leggi Sestio, dirai: "È vivo, è vigoroso, è libero, è superiore agli altri, mi lascia una notevole carica di fiducia." 4 Ti confesserò qual è il mio stato d'animo quando lo leggo: ho voglia di sfidare tutti gli eventi, ho voglia di gridare: "Perché questo indugio, o sorte? Attacca, sono pronto." Mi rivesto dello spirito di uno che, cercando di dar prova del proprio valore e di sperimentare se stesso,

desidera ardentemente di imbattersi tra imbelli armenti in un cinghiale con la bava alla bocca, o che scenda dai monti un fulvo leone.

5 Avere qualche ostacolo da vincere ed esercitarvi la mia fermezza: ecco quello che mi piace. Sestio ha quest'altra straordinaria dote: ti mostra la grandezza della felicità, ma non ti fa disperare di ottenerla: comprenderai che la felicità si trova molto in alto, ma è accessibile, se uno vuole. 6 Ed è proprio quello che la virtù ti darà: un senso di ammirazione nei suoi confronti e la speranza di raggiungerla. A me la semplice contemplazione della saggezza porta via molto tempo; la guardo stupefatto, come guardo talvolta l'universo che spesso vedo con occhi nuovi. 7 Nutro, perciò venerazione per le scoperte della saggezza e per chi le opera. Mi piace venirne in possesso come se fossero eredità di molti. Queste conquiste, questi sforzi sono stati fatti per me. Ma comportiamoci come un buon padre di famiglia, ampliamo il patrimonio ricevuto; quest'eredità passi accresciuta da me ai posteri. Da fare resta ancora molto e molto ne resterà, e a nessuno, sia pure fra mille secoli, sarà negata la possibilità di aggiungere qualche cosa ancora. 8 Ma anche se gli antichi hanno scoperto tutto, l'applicazione, la conoscenza e l'organizzazione delle scoperte altrui sarà sempre nuova. Supponi che ci siano stati lasciati dei farmaci per sanare gli occhi: non ho bisogno di cercarne altri; ma quelli che ho devo adattarli alle malattie e alle circostanze. Uno allevia il bruciore agli occhi; un altro attenua il gonfiore delle palpebre; con questo si può stroncare uno spasmo improvviso e l'eccessiva lacrimazione, quest'altro acuisce la vista; bisogna poi triturare le erbe mediche, scegliere il momento giusto per la cura e dosarle secondo le necessità del paziente. Gli antichi hanno trovato farmaci per i mali dell'anima; come o quando vanno adoperati spetta a noi ricercarlo. 9 I nostri predecessori hanno fatto molto, ma non hanno fatto tutto. Pure vanno rispettati e venerati come dèi. Perché non dovrei tenere i ritratti dei grandi uomini come sprone morale e non dovrei celebrarne l'anniversario della nascita? Perché non dovrei menzionarli sempre a titolo di onore? Devo un'identica venerazione ai miei maestri e a loro, maestri dell'umanità: sono stati loro la fonte di un bene così prezioso. 10 Se incontro un console o un pretore, gli tributo l'onore dovuto alla sua carica: balzo giù da cavallo, mi scopro il capo, cedo il passo. Ma come? I due Catoni, Lelio il saggio, Socrate e Platone, Zenone e Cleante li accoglierò nel mio animo senza il massimo rispetto? Anzi, li venero e mi alzo sempre in piedi di fronte a nomi tanto importanti. Stammi bene.

 

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1 Ieri la giornata l'ho divisa con la malattia: il mattino se l'è preso lei, nel pomeriggio ho avuto la meglio io. E così, dapprima ho messo alla prova il mio spirito con la lettura, poi, visto che l'aveva accolta bene, ho osato imporgli, anzi, permettergli di più: ho scritto qualcosa e con più zelo del solito, alle prese con un argomento difficile senza volermi arrendere; ma poi sono arrivati degli amici e con la forza mi hanno costretto a smettere come se fossi un malato recalcitrante. 2 Allo scrivere è subentrata la conversazione: te ne riferirò la parte controversa. Come arbitro abbiamo designato te. Hai più daffare di quanto immagini: la controversia è triplice.

I nostri Stoici, ti è ben noto, sostengono che in natura ci sono due elementi da cui deriva tutto, la causa e la materia. La materia giace inerte, una cosa pronta a ogni trasformazione, ma destinata alla stasi se nessuno la muove; la causa, invece, cioè la ragione, plasma la materia, la modifica come vuole e ne ricava opere diverse. Deve esserci quindi un elemento di cui una cosa è fatta e uno da cui è fatta: materia e causa. 3 Ogni arte è imitazione della natura; perciò quello che dicevo dell'universo trasferiscilo al campo operativo umano. Una statua ha avuto e la materia a disposizione dell'artista e l'artista che ha dato una forma alla materia; dunque nella statua la materia è stata il bronzo, la causa lo scultore. Identico è il modo di essere di tutte le cose: risultano dalla somma di ciò che subisce l'azione e di ciò che agisce.

4 Per gli Stoici la causa è una sola, precisamente ciò che agisce. Aristotele ritiene che la causa si articoli in tre modi: "La prima causa," dice, "è proprio la materia, senza la quale non può essere creato nulla; la seconda l'artefice; la terza è la forma, che viene imposta alle singole opere come alla statua." Aristotele la chiama idos. "A queste se ne aggiunge una quarta, il fine dell'intera opera." 5 Mi spiego meglio. La prima causa della statua è il bronzo; poiché la statua non avrebbe mai potuto venire alla luce se non fosse esistita la materia da cui essere fusa o ricavata. La seconda causa è l'artefice: il bronzo non avrebbe potuto configurarsi in una statua, se non fossero intervenute mani esperte. La terza causa è la forma: la statua non si chiamerebbe "Doriforo" o "Diadumeno" se non le fosse stato conferito quell'aspetto. La quarta causa è il fine, senza il quale la statua non sarebbe stata plasmata. 6 Cos'è il fine? La spinta che ha sollecitato l'artefice e a cui egli ha obbedito per creare la sua opera: può essere il denaro, se ha lavorato per vendere; o la gloria, se ha faticato per farsi un nome; o la devozione religiosa, se ha preparato un dono per un tempio. Quindi c'è anche questa tra le cause motivanti: o ti rifiuti di includere tra le cause di una opera anche quell'elemento senza il quale non sarebbe stata fatta?

7 A queste Platone ne aggiunge una quinta, il modello, che egli chiama idea; guardando a esso l'artista ha realizzato quanto si proponeva. È assolutamente secondario se tale modello sia esterno, visivo, o se sia interno, concettuale e precostituito. Dio ha dentro di sé i modelli di tutti gli esseri e ha abbracciato con la mente le misure e i modi di tutto il creabile; egli è pieno di questi modelli che Platone chiama idee immortali, immutabili, instancabili. Gli uomini muoiono, ma l'umanità su cui l'uomo è modellato, continua a esistere; e mentre gli uomini si affannano e scompaiono, essa non subisce nessuna perdita. 8 Cinque sono, dunque, le cause, come dice Platone: ciò da cui (materia), ciò dal quale (agente), ciò in cui (forma), ciò a cui (idea), ciò per cui (fine). In ultimo c'è il risultato che ne scaturisce. Nella statua (visto che siamo partiti da questo esempio) la materia è il bronzo, l'agente è lo scultore, la forma è la figura che le viene data, l'idea è il modello imitato dallo scultore, il fine è la ragione di chi agisce, il risultato è la statua stessa. 9 Anche l'universo, secondo Platone, presenta tutte queste componenti: l'artefice, cioè dio; il sostrato, cioè la materia; la forma, cioè l'aspetto e l'ordine del mondo che abbiamo sotto gli occhi; il modello, su cui dio ha creato un'opera tanto bella e grandiosa; il fine per cui l'ha creata. 10 Mi chiedi che cosa ha mosso dio? La bontà. Dice Platone: "Per quale motivo dio ha creato il mondo? Egli è buono e se uno è buono non è geloso di nessun bene; di conseguenza l'ha creato nel miglior modo possibile."

Pronuncia nella tua veste di giudice la sentenza e dichiara chi secondo te sostiene la tesi più verisimile, non quella vera in assoluto; ciò è al di sopra di noi quanto la verità stessa.

11 Questa massa di cause enunciate da Platone e Aristotele pecca per eccesso o per difetto. Per difetto, se essi ritengono causa efficiente qualunque elemento senza il quale non può farsi niente. Tra le cause devono mettere il tempo: niente può farsi senza il tempo. Lo spazio: se manca il luogo dove una cosa può avvenire, non avverrà neppure. Il moto: senza di esso niente nasce o muore; senza il moto non c'è nessuna attività, nessun mutamento. 12 Ma noi ora cerchiamo la causa prima e universale. Deve essere semplice, poiché anche la materia è semplice. La domanda è: qual è la causa? Ovviamente la ragione creatrice, cioè dio; tutte quelle che hai riferito non sono molteplici e singole cause, ma dipendono tutte da una sola, da quella efficiente. 13 Dici che la forma è una causa? È l'artista che la imprime all'opera: dunque, è una parte della causa, non la causa. Anche il modello non è una causa, ma un mezzo indispensabile alla causa. Il modello è indispensabile all'artista come lo scalpello, come la lima: senza di essi l'arte non può procedere e tuttavia non sono parti o cause dell'arte. 14 "Il fine," si dice, "per cui l'artista si accinge a fare qualcosa è una causa." Sarà una causa, ma accessoria, non efficiente. Le cause accessorie sono innumerevoli: noi cerchiamo la causa universale. Platone e Aristotele venendo meno al loro consueto acume hanno affermato che l'intero universo, in quanto opera perfetta, è una causa; ma c'è una grande differenza fra l'opera e la causa dell'opera.

15 A questo punto pronunciati, oppure - in casi simili è più facile - di' che la faccenda non è chiara e aggiorna la discussione. "Che gusto ci provi," potresti dire, "a passare il tempo in codeste dispute che non ti liberano di nessuna passione, non allontanano nessun desiderio?" Generalmente mi occupo di quegli argomenti più degni che acquietano l'anima, e prima studio me stesso, poi questo mondo. 16 Ma nemmeno ora perdo tempo, come pensi tu; tutte queste discussioni, se non si spezzettano e non si disperdono in inutili sottigliezze, sollevano e alleviano l'anima che, oppressa da un grave fardello, desidera liberarsene e ritornare alle sue origini. Il corpo è il fardello e la pena dell'anima: sotto il suo peso l'anima è oppressa, in catene, se non interviene la filosofia e non la induce a riprendere fiato di fronte allo spettacolo della natura e la allontana dalle cose terrene verso quelle divine. Questa è la sua libertà, questa la sua evasione; si sottrae al carcere in cui è prigioniera e si rigenera nel cielo. 17 Come gli artigiani, quando fanno un lavoro di precisione e di attenzione che stanca la vista, se hanno un lume debole e incerto, escono tra la gente e ristorano gli occhi in piena luce in qualche luogo destinato al pubblico svago; così l'anima chiusa in questa triste e buia dimora, tutte le volte che può esce all'aperto e si riposa nella contemplazione della natura. 18 Il saggio e chi coltiva la saggezza sono vincolati strettamente al proprio corpo, ma la parte migliore di se stessi è lontana e rivolge i propri pensieri a cose elevate. Come un soldato che ha prestato giuramento, egli considera la vita un servizio militare; e la sua formazione è tale che non ama la vita e non la odia, e si adatta al suo destino mortale pur sapendo che lo aspetta un destino migliore. 19 Mi proibisci l'osservazione della natura e mi allontani dal tutto, limitandomi alla parte? Non cercherò quali siano i principî dell'universo? Chi ha dato forma alle cose? Chi ha separato l'insieme degli elementi immersi in un tutt'uno e avviluppati in una materia inerte? Non cercherò chi è l'artefice di questo mondo? Per quale disegno tanta grandezza è arrivata a una legge e a un ordine? Chi ha raccolto gli elementi sparsi, ha distinto quelli confusi, ha dato un'identità a ciò che giaceva in un'unica massa informe? Da dove si diffonde tanto fulgore di luce? Se è fuoco o qualcosa più splendente del fuoco? 20 Non ricercherò tutto questo? Non conoscerò la mia origine? Se è destino che io veda una sola volta questo mondo o che rinasca più volte? Dove andrò allontanandomi da qui? Quale sede attende l'anima libera dalle leggi dell'umana schiavitù? Mi proibisci di essere partecipe del cielo, ossia mi imponi di vivere a testa bassa? 21 Sono troppo grande e nato per un destino troppo alto per essere schiavo del mio corpo: lo vedo unicamente come una catena che limita la mia libertà; lo oppongo alla sorte, perché vi si arresti contro e non permetto che nessun colpo, trapassandolo, arrivi a me. Il corpo è la sola parte di me che può subire danno: in questa fragile dimora risiede un'anima libera. 22 Mai questa carne mi indurrà alla paura, mai alla simulazione, indegna di un uomo onesto; non mentirò mai per riguardo a questo corpiciattolo. Quando mi sembrerà opportuno, romperò ogni rapporto con esso; ma anche ora, finché siamo uniti, non saremo soci alla pari: l'anima reclamerà per sé ogni diritto. Il disprezzo del proprio corpo è garanzia di libertà.

23 Per ritornare al nostro tema, a questa libertà servirà molto anche quella osservazione della natura di cui parlavamo or ora; tutto è formato appunto di materia e di dio. Dio regola gli esseri che, sparsi tutt'intorno, seguono colui che li governa e li guida. Chi agisce, cioè dio, è più potente e prezioso della materia, la quale subisce l'azione di dio. 24 La posizione che dio occupa nell'universo, l'anima la occupa nell'uomo; in noi il corpo rappresenta quello che là rappresenta la materia. Le cose inferiori siano sottomesse a quelle superiori; siamo forti contro la sorte; non temiamo le offese, le ferite, il carcere, la povertà. Cos'è la morte? O la fine o un passaggio. E io non temo di finire (è lo stesso che non aver cominciato) e nemmeno di passare; in nessun luogo avrò confini tanto ristretti. Stammi bene.

 

66

1 Ho rivisto dopo molti anni un mio compagno di scuola, Clarano: vecchio, è superfluo aggiungerlo, ma energico e vigoroso di spirito e in perpetua lotta col suo fragile corpo. La natura è stata ingiusta e ha alloggiato male un'anima come la sua; o forse ci ha voluto dimostrare proprio questo: che sotto qualsiasi spoglia può nascondersi un ingegno straordinariamente forte e fecondo. Lui comunque ha superato ogni ostacolo e dal disprezzo di sé è arrivato a disprezzare tutto il resto. 2 Secondo me Virgilio sbaglia quando scrive:

La virtù è più gradita se proviene da un bel corpo.

Alla virtù non servono ornamenti: è bella di per sé e rende sacro il corpo in cui risiede. Il nostro Clarano ho cominciato a guardarlo con occhi diversi: mi sembra bello e perfetto di corpo come lo è di anima. 3 Un grand'uomo può sbucare da una capanna e un'anima bella e generosa da un corpiciattolo deforme e debole. La natura, ritengo, vuol dimostrare che la virtù nasce dovunque e perciò genera degli individui come questi. Potendolo, avrebbe creato anime senza corpo; ma fa di più: crea uomini menomati nel fisico, eppure capaci di abbattere ogni ostacolo. 4 Per me Clarano è stato generato come esempio: possiamo così capire che non è la deformità del corpo a rendere brutta l'anima, ma la bellezza dell'anima a far bello il corpo.

Siamo stati insieme solo pochissimi giorni, e tuttavia abbiamo parlato di molti argomenti: a mano a mano li trascriverò per mandarteli. 5 Ecco la discussione del primo giorno: come possono i beni essere sullo stesso piano se si distinguono in tre categorie. Alcuni, secondo gli Stoici, appartengono alla prima categoria, come la gioia, la pace, la salvezza della patria; altri alla seconda e si manifestano in situazioni difficili, come la capacità di sopportare i supplizi e un sereno equilibrio nelle malattie gravi. Ai primi aspireremo senz'altro, ai secondi solo in caso di necessità. Vi è poi la terza categoria: come la compostezza del portamento, una faccia serena e onesta, un modo di muoversi adatto al saggio. 6 Se alcuni di questi beni si devono desiderare e altri respingere, come possono essere sullo stesso piano?

Se vogliamo distinguerli, ritorniamo al bene primo ed esaminiamo quale sia. Un'anima rivolta alla verità, consapevole di ciò che va fuggito e di ciò che va cercato, capace di valutare le cose non in base a pregiudizi, ma in base alla natura, un'anima che s'inserisce nella totalità dell'universo, che ne scruta ogni manifestazione, ugualmente attenta ai pensieri e alle opere, grande e impetuosa, non domata né da minacce, né da lusinghe e neanche schiava della buona o della cattiva sorte, al di sopra del contingente e dell'accidentale, un'anima di straordinaria bellezza, con un perfetto equilibrio di dignità e di forza, sana e vigorosa, imperturbabile e intrepida, che nessuna forza riesce a spezzare, che non si lascia esaltare né deprimere dagli imprevisti: un'anima così, ecco la virtù. 7 Questo sarebbe il suo aspetto, se mai potesse assumere un'unica figura e mostrarsi una volta in tutto il suo insieme. E invece molte sono le sembianze della virtù, determinate dalle azioni e dai molteplici casi della vita: di per sé non diventa più grande o più piccola. Il sommo bene non può decrescere e la virtù non può retrocedere; le sue caratteristiche le muta di volta in volta, adeguandosi al tipo di azioni che deve compiere. 8 Trasforma a propria somiglianza e colora di sé tutto ciò che tocca; adorna azioni, amicizie, talvolta le case in cui è penetrata e nelle quali ha riportato l'armonia; tutto ciò che tocca lo rende piacevole, stupendo, straordinario. Perciò la sua forza e la sua grandezza non possono aumentare: il massimo non comporta crescita; non puoi trovare nulla di più giusto della giustizia, di più vero della verità, di più moderato della moderazione. 9 Ogni virtù consiste nella misura; e la misura ha una sua grandezza ben definita; la costanza non può andare oltre se stessa, come la fiducia o la verità o la fede. Che cosa può aggiungersi a ciò che è perfetto? Niente. O non sarebbe perfetto se comportasse una qualche aggiunta; lo stesso è per la virtù: se le si può aggiungere qualcosa, vuol dire che le mancava. Anche l'onestà non comporta aggiunte; è onestà per i motivi che ho detto. E allora? Non pensi che dignità, giustizia, legittimità, abbiano la stessa caratteristica, siano, cioè, comprese entro precisi limiti? Essere suscettibile di crescita è indizio di una cosa imperfetta. 10 Ogni bene obbedisce alle stesse leggi: utile pubblico e utile privato sono uniti, per dio, come è inseparabile ciò che è lodevole da ciò cui bisogna aspirare. Quindi le virtù sono tutte sullo stesso piano, come le azioni dettate dalla virtù e tutti gli uomini che esercitano la virtù. 11 Le virtù delle piante e degli animali sono mortali e perciò sono fragili, caduche e incerte, conoscono impennate e flessioni, perciò ne oscilla il valore. Una sola è la regola che si applica alle virtù umane: una sola, difatti, è la ragione retta e semplice. Niente è più divino del divino, più celeste del celeste. 12 Le cose mortali decadono e si estinguono, si logorano, si sviluppano, si esauriscono, si colmano; sono diseguali perché hanno una sorte tanto incerta: la natura delle cose divine, invece, è una sola. La ragione non è che una scintilla dello spirito divino che si trova nel corpo umano; se la ragione è divina, e non esiste bene senza ragione, ogni bene è divino. Tra le cose divine, inoltre, non c'è nessuna differenza, quindi, non c'è neppure tra i beni. Perciò la gioia e la sopportazione coraggiosa e ferma dei supplizi sono sullo stesso piano; in entrambe è insita la stessa grandezza d'animo, nell'una mite e pacata, nell'altra pugnace e veemente. 13 E allora? Secondo te il soldato che espugna coraggiosamente le mura nemiche non è valoroso come il soldato che sostiene un assedio con incrollabile fermezza? È grande Scipione che stringe d'assedio Numanzia e ne obbliga i cittadini invitti a darsi la morte, ma è grande anche il coraggio degli assediati: sanno che se uno può darsi la morte ha una via d'uscita e spirano abbracciando la libertà. Ugualmente anche le altre virtù sono sullo stesso piano, serenità, lealtà, liberalità, costanza, moderazione, tolleranza; hanno tutte come base la virtù, garanzia di un'anima onesta e incrollabile.

14 "Ma come? Non c'è nessuna differenza tra la gioia e la capacità di sopportare con fermezza il dolore?" Nessuna, quanto a virtù: moltissima nelle manifestazioni dei due tipi di virtù; in un caso c'è un naturale rilassamento e distensione dello spirito, nell'altro un dolore innaturale. Perciò queste cose che sono agli antipodi risultano indifferenti: la virtù è uguale in entrambi i casi. 15 Non la cambiano le situazioni; quelle spiacevoli e difficili non la rendono peggiore, come non la rendono migliore quelle gioiose e liete; la virtù è, dunque, necessariamente uguale. In entrambi i tipi di virtù le azioni che si compiono sono giuste, sagge, oneste allo stesso modo; i beni sono, quindi, uguali e al di là di essi non può comportarsi meglio né chi è nel pieno della gioia, né chi si trova nella sofferenza; e quando di due cose non c'è niente di meglio, queste sono sullo stesso piano. 16 Se c'è qualcosa al di fuori della virtù che può sminuirla o accrescerla, l'onestà cessa di essere l'unico bene. Ammettendo questo, scomparirebbe la categoria di onesto. Perché? Te lo dico subito: perché non sono oneste le azioni compiute contro voglia o per costrizione; tutto ciò che è onesto parte dalla volontà. Mischiaci pigrizia, querimonie, esitazioni, paura: perde la sua qualità migliore: l'essere contento di sé. Non c'è onestà, se non c'è libertà; il timore genera la schiavitù. 17 L'uomo onesto è sempre tranquillo, sereno: se rifiuta qualcosa, se la deplora, se la giudica un male, si turba e si dibatte in profondi contrasti; da una parte lo attira la bellezza del bene, dall'altra lo respinge il sospetto del male. Perciò chi vuole agire onestamente, giudichi pure contrarietà, ma non mali, tutti gli impedimenti che si frappongono: abbia una volontà costante, agisca volentieri. Ogni azione onesta non obbedisce a comandi o a costrizioni: è schietta e non è unita a nessun male.

18 So che cosa mi si può rispondere a questo punto: "Tenti di persuaderci che non c'è nessuna differenza se uno è immerso nella gioia, oppure se giace sul cavalletto di tortura e stanca il suo carnefice?" Potrei risponderti: anche secondo Epicuro il saggio, messo a bruciare nel toro di Falaride, griderebbe: "È piacevole, non mi tocca." Di che cosa ti stupisci, se sostengo che sono sullo stesso piano i beni di chi se ne sta sdraiato a mensa e di chi resiste con grande fermezza tra i supplizi, quando Epicuro fa un'affermazione ancora più incredibile, che è piacevole essere bruciati? 19 Ti rispondo, invece, che c'è una grandissima differenza tra la gioia e il dolore; messo di fronte a una scelta, ricercherei l'una ed eviterei l'altro: la prima è secondo natura, il secondo contro natura. Finché li consideriamo sotto questo aspetto, c'è tra loro una profonda differenza; ma quando si arriva alla virtù, essa è uguale in entrambi i casi: si riveli in circostanze liete o dolorose. 20 La sofferenza, il dolore e qualunque altro disagio non hanno nessun peso: sono annientati dalla virtù. Lo splendore del sole oscura le luci più fioche, così la virtù nella sua grandezza elimina e annulla i dolori, le pene, le offese; dovunque risplenda, tutto quello che in sua assenza aveva un rilievo, scompare e le contrarietà, quando si imbattono nella virtù, non hanno più importanza di un acquazzone sul mare. 21 Vuoi convincerti che le cose stanno così? L'uomo virtuoso si slancerà senza esitare verso ogni azione nobile: anche se gli sta di fronte il carnefice o l'aguzzino col fuoco, rimarrà saldo e non prenderà in considerazione quello che deve subire, ma quello che deve fare, e si affiderà a un'azione onorevole, come a un uomo onesto; la giudicherà utile, sicura e prospera. Avrà per un'azione onorevole, ma dolorosa e difficile, la stessa stima che ha per un uomo virtuoso, anche se povero oppure esule o gracile e smorto. 22 Metti da una parte un uomo onesto e ricco, dall'altra uno nullatenente ma che possieda tutto dentro di sé: entrambi saranno ugualmente uomini onesti, anche se godono di una diversa fortuna. Lo stesso metro di giudizio vale, come ho già detto, per le cose e per gli uomini: la virtù posta in un corpo robusto e libero è lodevole quanto in un corpo malato e in catene. 23 Quindi, se la fortuna ti ha concesso un corpo sano, non devi stimare la tua virtù maggiormente che se fossi mutilato in qualche parte: altrimenti sarà come giudicare il padrone dall'aspetto degli schiavi. Tutti questi beni soggetti al caso, denaro, corpo, onori, sono come schiavi, deboli, precari, mortali, di incerto possesso: le opere della virtù sono, invece, libere e invincibili e non bisogna ricercarle di più se la sorte le tratta benevolmente, oppure meno se sono oppresse da circostanze avverse. 24 Il desiderio per le cose è come l'amicizia per gli uomini. Non ameresti, credo, un uomo onesto se fosse ricco più che se fosse povero, o se fosse robusto e muscoloso più che se fosse gracile e debole; quindi, non ricercherai o amerai di più una condizione lieta e tranquilla di una straziante e gravosa. 25 Oppure, in questo caso, tra due uomini ugualmente onesti avrai più caro quello pulito e curato di quello impolverato e trasandato; poi arriverai al punto di apprezzare più un uomo integro in tutte le membra e sano di uno storpio o guercio; a poco a poco diventerai schifiltoso al punto da preferire, tra due uomini ugualmente giusti e saggi, quello con i capelli lunghi e ricci. Quando la virtù è uguale in entrambi, non ci sarà nessun'altra disuguaglianza; tutte le altre caratteristiche non sono elementi integranti, ma accessori. 26 C'è forse qualcuno che giudica in maniera tanto ingiusta i propri figli, da amare quello sano più di quello malato, quello alto e slanciato più di quello basso e tozzo? Le fiere non fanno distinzioni fra i loro piccoli e si stendono per nutrirli tutti allo stesso modo; gli uccelli distribuiscono il cibo in parti uguali. Ulisse brama tornare alla sua sassosa Itaca come Agamennone alle celebri mura di Micene; nessuno ama la patria perché è grande, ma perché è sua. 27 A che cosa mira questo mio discorso? A farti capire che la virtù guarda con gli stessi occhi, come se fossero figli suoi, tutte le sue opere e di tutte si compiace nella stessa maniera, anzi particolarmente di quelle che richiedono più fatica, poiché anche l'amore dei genitori indulge maggiormente verso i figli che più suscitano la loro compassione. Pure la virtù, come i buoni genitori, non ama di più le sue opere che vede in preda alle difficoltà e ai disagi, ma le segue con particolare interesse e le cura maggiormente.

28 Perché non esiste bene superiore all'altro? Perché non esiste nulla di più adatto dell'adatto, di più evidente dell'evidenza. Se due cose sono uguali a un'altra, non puoi dire che la prima è più uguale della seconda; quindi, non esiste niente di più onesto dell'onesto. 29 E se uguale è la natura di tutte le virtù, i tre generi di bene sono sullo stesso piano. Intendo dire: la moderazione nella gioia e la moderazione nel dolore sono sullo stesso piano. La gioia non è un bene superiore alla fermezza d'animo di chi reprime i gemiti sotto la tortura: quelli sono beni desiderabili, questi degni di ammirazione; e nondimeno sono entrambi sullo stesso piano, poiché quanto c'è di negativo scompare sotto il peso di un bene tanto più grande. 30 Se uno li ritiene diseguali, distoglie gli occhi dalla virtù in se stessa e ne guarda gli aspetti esteriori. I veri beni hanno medesimo peso, medesima grandezza: quelli falsi sono inconsistenti; splendidi e imponenti a guardarli, pesati rivelano le loro carenze. 31 È così, caro Lucilio: tutto quello che la vera ragione approva è solido ed eterno, rende forte l'anima e la innalza per sempre a una sfera superiore: quei beni che vengono apprezzati sconsideratamente e sono ritenuti tali dalla massa, inorgogliscono gli uomini che si compiacciono di vanità; viceversa i fatti temuti come mali incutono terrore negli animi e li sconvolgono come un apparente pericolo sconvolge gli animali. 32 Beni e mali, dunque, rallegrano e affliggono l'animo senza motivo: e invece gli uni non meritano gioia come gli altri non meritano timore. Solo la ragione è immutabile e ferma nel giudicare, poiché non è schiava, ma padrona dei sensi. La ragione è uguale alla ragione, come la rettitudine alla rettitudine; quindi, anche la virtù alla virtù; la virtù, difatti, non è altro che la retta ragione. Tutte le virtù sono ragione e sono ragione se sono rette; ma se sono rette sono anche uguali. 33 Le azioni sono tali e quali alla ragione; quindi sono tutte uguali, poiché se sono simili alla ragione, sono anche simili tra loro. Le azioni, dico, sono uguali tra loro in quanto sono oneste e rette; ma si differenzieranno molto col variare della materia: ora è più ampia, ora più ristretta, ora illustre, ora umile, ora riguardante molti, ora pochi. Tuttavia in tutti questi casi l'elemento migliore è uguale: sono azioni oneste. 34 Così come gli uomini virtuosi sono tutti uguali poiché sono virtuosi, ma hanno differenze di età: uno è più vecchio, un altro più giovane; di costituzione fisica: uno è bello, un altro brutto; di sorte: quello è ricco, questo povero; quello influente, potente, noto a città e nazioni, questo ignoto e sconosciuto ai più. E tuttavia sono uguali in quanto sono virtuosi.

35 I sensi non possono giudicare sul bene e il male; non sanno che cosa sia utile e che cosa sia inutile. Non possono esprimere un giudizio se non sono messi di fronte alla realtà del momento; non prevedono il futuro, non ricordano il passato; ignorano il principio di concatenazione. Ma è in base a esso che si compone la serie e la successione degli eventi e l'unità di una vita istradata sulla retta via. Dunque è compito della ragione fare da arbitro tra il bene e il male; essa tiene in poco conto i fattori estranei ed esteriori, e quelli che non sono né beni né mali li giudica accessori e di nessuna importanza; per essa ogni bene è interiore. 36 Ma alcuni li considera beni primarî da ricercarsi di proposito, come la vittoria, i figli onesti, la salvezza della patria; altri secondari, che non si manifestano se non nelle avversità, come sopportare serenamente le malattie, il fuoco della tortura, l'esilio; altri indifferenti: non sono secondo natura più che contro natura, come camminare con contegno o sedere compostamente. Difatti, sedere è secondo natura quanto star fermi o camminare. 37 Le prime due categorie di beni sono, invece, diverse: gli uni sono secondo natura, gioire dell'amore dei figli, della salvezza della patria; gli altri contro natura, affrontare con coraggio la tortura e sopportare la sete quando la febbre brucia dentro. 38 "Ma come? È un bene una cosa contro natura?" No; ma a volte è contro natura la situazione in cui si manifesta quel bene. Essere feriti, bruciati dal fuoco, afflitti da una malattia, è contro natura, ma conservare un animo imperturbabile in queste circostanze è secondo natura. 39 E, per dirla in breve, la materia del bene è talvolta contro natura, il bene mai, poiché non esiste nessun bene senza ragione e la ragione segue la natura. "Che cos'è, dunque, la ragione?" È l'imitazione della natura. "Qual è il sommo bene dell'uomo?" Comportarsi secondo natura.

40 "Senza dubbio," si afferma, "una pace stabile è più prospera di una riconquistata a prezzo di molto sangue. Senza dubbio una salute di ferro è più prospera di una riacquistata a forza e con tenacia, scampando a malattie gravi e al pericolo di morte. Analogamente la gioia è senza dubbio un bene maggiore che un animo saldo nel sopportare i tormenti delle ferite o del fuoco." 41 Niente affatto: i beni fortuiti sono molto differenti tra loro poiché vengono valutati in base all'utilità che ne ricava chi se ne serve. I veri beni, invece, hanno un unico scopo: essere in sintonia con la natura; e questo è uguale in tutti. Quando in senato aderiamo alla proposta di qualcuno, non possiamo dire Tizio è più d'accordo di Caio. L'assenso è unanime. Per le virtù è lo stesso: tutte concordano con la natura. 42 Uno è morto giovane, un altro vecchio, un altro ancora bambino e ha potuto solo affacciarsi alla vita: tutti costoro erano ugualmente mortali, anche se la morte ha concesso che la vita di alcuni fosse più lunga, mentre ha reciso nel suo fiorire o addirittura all'inizio quella d'altri. 43 C'è chi è morto mentre cenava; chi è passato dal sonno alla morte; chi è morto facendo l'amore. A questi aggiungi le persone trafitte da una spada o uccise dal morso di serpenti o maciullate dal crollo di una casa o paralizzate a poco a poco da una lunga contrazione dei nervi. La fine di alcuni possiamo definirla migliore, peggiore quella di altri: ma la morte è uguale per tutti. Le vie sono diverse, la fine unica. Non c'è morte maggiore o minore; si comporta sempre nello stesso modo con tutti: mette fine alla vita. 44 Lo stesso è per i beni: un bene si manifesta nei puri piaceri, un altro in circostanze tristi e difficili; l'uno ha governato la benevolenza della sorte, l'altro ne ha domato la violenza: entrambi sono ugualmente beni, benché il primo abbia percorso una via piana e agevole, il secondo una via irta di difficoltà. Il fine di tutti i beni è unico: sono beni, sono lodevoli, si accompagnano alla virtù e alla ragione; la virtù uguaglia tutto ciò che riconosce.

45 Non devi ammirare questo concetto come se appartenesse alla scuola stoica: secondo Epicuro i beni che formano la felicità suprema sono due: un corpo senza dolore e un'anima serena. Questi beni, se sono completi, non si accrescono: come potrebbe accrescersi una cosa completa? Il corpo non soffre: che cosa si può aggiungere a questa assenza di dolore? L'anima è imperturbabile e serena: che cosa si può aggiungere a questa serenità? 46 Il cielo quando è sereno e chiaro di un purissimo splendore non può diventare ancora più limpido; allo stesso modo la condizione dell'uomo che cura corpo e anima e costruisce su entrambi il suo bene è perfetta ed egli vede esaudito il più grande dei suoi desideri se l'anima è serena e il corpo non soffre. Gli allettamenti che arrivano dall'esterno non accrescono il sommo bene, ma lo rendono, per così dire, più gustoso e gradevole: il bene assoluto dell'uomo consiste nella pace dell'anima e del corpo.

47 Ti esporrò ora una divisione che Epicuro fa dei beni: è molto simile alla nostra. Secondo lui ci sono beni che vorrebbe gli toccassero, come un corpo tranquillo, libero da ogni fastidio e un'anima serena che goda di contemplare i suoi beni; ce ne sono altri che non vorrebbe gli capitassero, nondimeno li loda e li apprezza, come quello di cui parlavo prima: la sopportazione di malattie e di dolori atroci, ed Epicuro la dimostrò nel giorno estremo della sua vita, il più felice. Alla vescica e al ventre ulcerato lo tormentavano dolori che non avrebbero potuto essere più forti e tuttavia sosteneva che quello era per lui un giorno felice. Ma solo chi possiede il sommo bene può vivere un giorno felice. 48 Quindi, anche secondo Epicuro, ci sono beni che sarebbe preferibile non sperimentare, ma che, se si presenta la necessità, si devono abbracciare, apprezzare e giudicare uguali a quelli maggiori. Questo bene che pose fine a una vita felice è senza dubbio uguale ai beni maggiori ed Epicuro lo ringraziò con le sue ultime parole.

49 Lascia, mio ottimo Lucilio, che io esprima un concetto un po' azzardato: se certi beni potessero essere maggiori di altri, a quelli piacevoli e dolci io preferirei quelli che appaiono dolorosi, li definirei migliori. Ha più valore superare le difficoltà che moderare le gioie. 50 Per la stessa ragione accade, lo so bene, che alcuni accolgano con moderazione la prosperità e con fermezza le disgrazie. Può essere ugualmente prode il soldato che tranquillo ha fatto la guardia all'accampamento senza che ci fosse nessun attacco da parte dei nemici e quello che, colpito alle gambe, si è retto sulle ginocchia e non ha abbandonato le armi; ma: "Gloria a voi!" si grida ai soldati che tornano insanguinati dalle battaglie. Perciò oserei apprezzare maggiormente quei beni sottoposti a dure prove e che esigono coraggio, in lotta con la fortuna. 51 Dovrei esitare a lodare la mano mutilata, bruciata dal fuoco di Muzio Scevola più di quella intatta di un uomo valorosissimo? Stette immobile disprezzando i nemici e il fuoco, e guardò la propria mano consumarsi sul braciere del nemico, finché Porsenna, che pure ne voleva il supplizio, fu geloso della sua gloria e comandò che gli togliessero il braciere contro la sua volontà. 52 Questo bene perché non dovrei annoverarlo tra i primi e ritenerlo tanto più grande di quelli che non creano affanni e non sono in contrasto con la fortuna, quanto è più raro vincere il nemico senza una mano che impugnando le armi? "Ma allora," mi chiedi, "ti augurerai questo bene?" Perché no? Può ottenerlo solo l'uomo che può anche desiderarlo. 53 O dovrei piuttosto desiderare di sottoporre il mio corpo al massaggio dei miei amasi? O che una donnetta o un eunuco mi stirasse le dita? Perché non dovrei considerare più fortunato Muzio? Col fuoco si è comportato come se avesse porto la mano al massaggiatore. Rimediò così all'errore commesso: senza armi e monco mise fine alla guerra e con quella mano mutilata vinse due re. Stammi bene.

 

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1 Apro la lettera con un argomento banale: è arrivata la primavera; andiamo incontro all'estate e dovrebbe far caldo; la temperatura, invece, è scesa e non c'è ancora da fidarsi; spesso sembra si ripiombi nell'inverno. Vuoi avere una prova dell'attuale incertezza del tempo? Non mi arrischio ancora a fare il bagno nell'acqua completamente fredda: ne tempero il rigore. "Questo significa," tu dici, "non sopportare né il caldo, né il freddo." È vero, Lucilio mio: ormai agli anni miei basta il loro freddo; e a stento si sciolgono dal gelo in piena estate. Perciò la maggior parte del tempo la passo sotto le coperte. 2 Ringrazio la vecchiaia che mi costringe a letto: e perché non dovrei ringraziarla per questo? Prima mi costringevo a non fare determinate cose, ora non posso farle. Mi intrattengo soprattutto con i miei libri. Se a volte arrivano lettere tue, mi sembra di stare con te e ho la sensazione di risponderti a voce, non per iscritto. Sonderemo, perciò insieme, quasi parlassi con te, l'argomento su cui mi interroghi.

3 Chiedi se ogni bene è desiderabile. "Se è un bene," dici, "sopportare con fermezza la tortura, sottoporsi ai tormenti del fuoco con coraggio, tollerare con pazienza le malattie, ne consegue che questi beni siano desiderabili; ma io non ne vedo alcuno desiderabile. E certamente fino a oggi non ho conosciuto nessuno che abbia sciolto un voto per essere stato frustato o storpiato dalla podagra o tirato sul cavalletto." 4 Fa' una precisa distinzione, caro Lucilio, e comprenderai che in essi c'è qualcosa di desiderabile. Io vorrei evitare la tortura, ma se dovrò subirla, desidero comportarmi da forte, con dignità e coraggio. Certo, preferisco che non scoppi la guerra; ma se scoppia, desidero sopportare da valoroso le ferite, la fame e tutti quei disagi inevitabili in guerra. Non sono tanto pazzo da desiderare di ammalarmi, ma se mi ammalo, desidero essere misurato e virile. Così, desiderabili non sono le sofferenze, ma la virtù con cui si sopportano le sofferenze.

5 Certi Stoici ritengono che sopportare da forti tutte queste avversità non è desiderabile, anche se non è neppure da respingere, perché bisogna aspirare al bene puro, sereno e al di fuori di ogni turbamento. Non sono d'accordo. Perché? Primo: non è possibile che una cosa sia buona, ma non sia desiderabile; secondo: se la virtù è desiderabile, e non esiste bene senza virtù, ne consegue che ogni bene è desiderabile. Inoltre, anche se ‹i tormenti non sono desiderabili›, desiderabile è la sopportazione coraggiosa dei tormenti. 6 Ora chiedo: non è desiderabile il coraggio? Ebbene esso disprezza, sfida i pericoli; e la sua caratteristica più bella e più straordinaria è non arrendersi al fuoco, andare incontro alle ferite, certe volte non evitare neppure i colpi, ma offrire il petto. Se il coraggio è desiderabile, è desiderabile anche la sopportazione ferma dei tormenti: anch'essa fa parte del coraggio. Ma fai una distinzione, come ho già detto: non puoi sbagliare. Desiderabile non è subire i tormenti, bensì subirli da forte; desidero proprio quel "da forte": in esso consiste la virtù. 7 "Tuttavia chi mai si è augurato tutto questo?" Certi desideri sono palesi e manifesti, quando vengono formulati singolarmente; altri rimangono nascosti, se un unico voto ne comprende molti. Per esempio, quando mi auguro una vita onesta; ma una vita onesta è formata da azioni diverse: c'è la botte di Attilio Regolo, la ferita che Catone si aprì con le sue mani, l'esilio di Rutilio, la coppa avvelenata che portò Socrate dal carcere al cielo. Quindi, quando mi auguro una vita onesta, mi auguro anche queste azioni, senza le quali la vita non può essere onesta.

 

8 Tre e quattro volte beati coloro ai quali toccò in sorte morire davanti agli occhi dei loro padri, sotto le alte mura di Troia.

C'è differenza tra augurare a qualcuno questa sorte o affermare che era desiderabile? 9 Decio si sacrificò per la salvezza della patria: spronò il cavallo e irruppe tra i nemici cercando la morte. Dopo di lui il figlio, emulo del valore paterno, pronunziata la sacra formula a lui familiare, piombò nel folto dei nemici, preoccupato solo di offrirsi in sacrificio: giudicava desiderabile una morte da prode. E tu dubiti che morire gloriosamente e compiendo un atto di valore sia bellissimo? 10 Quando uno sopporta con fermezza i tormenti, mette in pratica tutte le virtù. Forse una sola virtù è evidente e manifesta più delle altre, la sopportazione; ma c'è anche il coraggio: sopportazione, resistenza, tolleranza ne sono le ramificazioni; c'è il senno, senza il quale non si possono prendere decisioni e che ci induce a sopportare con la maggiore forza possibile quello cui non ci si può sottrarre; c'è la costanza, incrollabile e ferma nei suoi propositi a dispetto di qualsiasi violenza; c'è tutto il corteggio inseparabile delle virtù. Ogni azione virtuosa è opera di una sola virtù, ma per decisione unanime di tutte le altre; quindi, ciò che è approvato da tutte le virtù, anche se è opera di una sola, è desiderabile.

11 Come? Secondo te è desiderabile solo quello che ci viene attraverso il piacere e la vita tranquilla, e quello che è accolto con grande festa? Ci sono beni dolorosi all'apparenza; ci sono voti la cui realizzazione non viene esaltata da una schiera di gente che si congratula, ma sono fatti oggetto di venerazione e rispetto. 12 Così tu non credi che Regolo desiderasse raggiungere i Cartaginesi? Mettiti nello stato d'animo di quel grande uomo e lascia un po' da parte i pregiudizi del volgo; cerca di comprendere, come devi, la bellezza e la magnificenza della virtù: non dobbiamo renderle omaggio con incenso e corone, ma con sudore e sangue. 13 Guarda Catone che porta al suo sacro petto le mani purissime e allarga le ferite troppo superficiali. Gli dirai: "Mi auguro che sia come vuoi tu" e "Mi dispiace"' oppure: "Che tutto ti vada bene"? 14 Mi viene in mente a questo punto il nostro Demetrio; definisce "mare morto" una vita tranquilla e senza attacchi da parte della fortuna. Non avere niente che ci infiammi e ci sproni, niente che metta alla prova la nostra fermezza d'animo con le sue minacce e i suoi assalti, ma giacere in una tranquillità imperturbata non è quiete: è apatia. 15 Diceva lo stoico Attalo: "Preferisco che la sorte mi costringa a combattere e non che mi faccia vivere tra i piaceri. Sono torturato, ma da forte: questo è bene. Sono colpito a morte, ma da forte: questo è bene." Ascolta Epicuro, egli dirà anche: "È piacevole." Io non potrei mai definire un atteggiamento così virtuoso e austero con un aggettivo tanto delicato. 16 Le fiamme mi consumano, ma non mi do per vinto: e perché non dovrebbe essere desiderabile? - non il fatto che il fuoco mi brucia, ma che io non mi piego. Non c'è niente di più nobile, niente di più bello della virtù; e tutto ciò che si fa per suo comando è buono e desiderabile. Stammi bene.

 

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1 Condivido la tua risoluzione: vivi una vita ritirata, ma nascondila agli altri. Sappi che così agirai se non secondo gli insegnamenti, certo secondo l'esempio degli Stoici; e, tuttavia, anche secondo gli insegnamenti: e potrai provarlo a te stesso e a chi vorrai. 2 Noi non lasciamo che il saggio partecipi sempre e senza limiti di tempo a ogni forma di governo; inoltre, quando gli diamo uno stato degno di lui, cioè l'universo, egli non vive al di fuori della politica, anche se si è isolato; anzi forse, lasciato da parte un unico cantuccio, si dedica a questioni più importanti e vaste; collocato in cielo comprende come era sceso in basso quando saliva alla sedia curule o sulla tribuna. Racchiudi in te queste parole: mai il saggio è più operoso di quando si trova al cospetto delle cose divine e umane.

3 Torno ora al mio consiglio iniziale: tieni nascosto il tuo ritiro. Non dire che vuoi vivere una vita serena, dedita alla filosofia: definisci altrimenti la tua decisione; chiamala malattia, debolezza, chiamala anche peggio, pigrizia. È sciocca ambizione vantarsi di una vita ritirata. 4 Certi animali, per non essere scovati, confondono le loro orme intorno alla tana: devi fare lo stesso, altrimenti non mancheranno i seccatori. Molti oltrepassano i luoghi facilmente accessibili ed esplorano quelli nascosti e occulti; gli oggetti chiusi in cassaforte stimolano il ladro. Se una cosa è sotto gli occhi di tutti, sembra di poco valore; lo scassinatore tralascia quello che è a portata di mano. La massa e tutte le persone ignoranti hanno queste abitudini: vogliono violare i segreti. 5 La miglior cosa, perciò è non divulgare il proprio isolamento, anche se il nascondersi troppo e l'allontanarsi dalla vista degli altri è già un modo di divulgarlo. Uno si è ritirato a Taranto, un altro vive confinato a Napoli, un terzo da anni non varca la soglia di casa; chi circonda il suo ritiro di un alone di leggenda, richiama l'attenzione della massa.

6 Se ti isoli, devi fare in modo non che gli uomini parlino di te, ma che tu parli con te stesso. E di che cosa? Fai quello che gli uomini fanno molto volentieri nei confronti degli altri: critica te stesso; ti abituerai a dire e ad ascoltare la verità. Considera soprattutto i lati più deboli del tuo carattere. 7 Ciascuno conosce bene i difetti del proprio corpo. Perciò c'è chi alleggerisce lo stomaco col vomito, chi lo sostiene con pasti frequenti, chi libera il corpo e lo purifica col digiuno; le persone che soffrono di podagra evitano di bere vino o di bagnarsi: trascurano tutto il resto e si premuniscono contro la malattia che spesso li fa tribolare. Allo stesso modo nella nostra anima ci sono delle parti - come dire? - inferme, e vanno curate. Che cosa faccio nel mio ritiro? Curo la mia piaga. 8 Se ti mostrassi un piede gonfio, una mano livida, i muscoli scarni di una gamba contratta, mi consentiresti di stare inoperoso in un angolo e di curare la mia malattia; più grave è il male che non posso mostrarti: la piaga ulcerata ce l'ho nell'anima. Non voglio, non voglio che tu mi lodi, non voglio che tu dica: "Che grand'uomo! Ha disprezzato ogni cosa ed è fuggito; ha ripudiato le follie della vita umana." Io non ripudio niente, solo me stesso. 9 Non c'è motivo che tu venga da me per trarne profitto. Sbagli, se speri di trovare in me un aiuto: qui non abita un medico, ma un ammalato. Preferisco che quando te ne andrai, tu dica: "Lo credevo un uomo felice e colto, avevo drizzato le orecchie. Sono deluso, non ho visto nulla, non ho udito nulla di quello che desideravo e che mi spinga a ritornare." Se pensi, se parli così, c'è stato un progresso: è meglio che tu abbia compassione, non invidia del mio ritiro.

10 "E proprio tu, Seneca," potresti obiettare, "mi raccomandi una vita ritirata? Stai forse scivolando verso la dottrina epicurea?" Ti raccomando una vita ritirata in cui svolgere attività più importanti e più belle di quelle che hai lasciato: bussare alle superbe porte degli uomini potenti, tenere un elenco dei vecchi privi di eredi, esercitare un grande potere nel foro, è indice di un'autorità che suscita invidia, di breve durata e, a ben guardare, spregevole. 11 Ci sarà qualcuno di molto superiore a me per il prestigio di cui gode nel foro, qualche altro per le imprese militari e per l'autorità così conquistata, un altro ancora per la folla dei clienti. Non posso essere uguale a loro, godono di più favore: vale la pena che tutti mi vincano, purché io vinca la fortuna. 12 Magari tu avessi deciso già da tempo di attuare questo proposito! Magari non discutessimo della felicità ora, al cospetto della morte! Ma non indugiamo anche adesso; avremmo potuto ricavare dalla ragione ciò che ora sappiamo per esperienza: che molte cose sono superflue e dannose. 13 Acceleriamo il passo come fanno le persone che si sono messe in cammino in ritardo e vogliono recuperare il tempo perduto andando veloci. La nostra età è la più adatta a questi studi: gli ardori si sono ormai spenti, i vizi, indomabili nel primo fervore della giovinezza, sono sopiti; e tra poco scompariranno del tutto. 14 "E quando," ribatti, "o a che fine ti gioverà quello che impari alle soglie della morte?" A questo: a uscire meglio dalla vita. Credimi, non c'è età più adatta alla saggezza di quella che è arrivata al dominio di sé attraverso svariate esperienze, dopo lunghi e frequenti pentimenti, di quella che, sedate le passioni, ha raggiunto ciò che dà la salvezza. È questa l'età che ci porta un simile bene: chiunque raggiunga la saggezza da vecchio, vi è arrivato attraverso gli anni. Stammi bene.

 

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1 Non voglio che tu sia sempre in movimento e salti da un posto all'altro, innanzi tutto perché gli spostamenti frequenti sono indizio di un animo instabile: l'animo non può fortificarsi nel ritiro, se non smette di guardarsi intorno e di andare errando. Ferma per prima cosa la fuga del corpo per tenere a freno lo spirito. 2 E poi, i rimedi giovano veramente se sono continui: non bisogna interrompere la tranquillità e l'oblio della vita condotta in precedenza; lascia che i tuoi occhi dimentichino, che le tue orecchie si abituino a parole più sane. Tutte le volte che uscirai in pubblico, perfino di passaggio, ti si presenterà qualcosa che riacutizzerà i tuoi desideri. 3 Se uno tenta di liberarsi di un amore, deve evitare ogni ricordo del corpo amato (l'amore è la passione che riarde con più facilità); allo stesso modo chi vuole eliminare il rimpianto di tutto quello per cui bruciava di desiderio, deve distogliere occhi e orecchie da ciò che ha abbandonato. 4 Le passioni ritornano prontamente all'attacco. Dovunque si volgano, scorgeranno una ricompensa immediata al loro affaccendarsi. Non c'è male che non prometta un compenso. L'avidità promette denaro, la lussuria numerosi e svariati piaceri, l'ambizione cariche e favore e, quindi, potenza e quanto essa implica. 5 I vizi ti allettano con una ricompensa: al servizio della virtù devi vivere gratuitamente. Non basta la vita intera a domare e a soggiogare i vizi imbaldanziti da una sfrenatezza durata così a lungo, tanto più se un tempo così breve lo frantumiamo con continui intervalli; una qualsiasi impresa può a stento essere portata a termine con una cura e un'applicazione continue. 6 Dammi ascolto, medita e preparati sia ad accogliere la morte, sia a cercarla, se sarà necessario: non fa differenza se è lei a venire da noi o noi da lei. Convincitene: è falsa quella frase che dicono tutti gli uomini più ignoranti: "È bello morire di morte naturale". Tutti muoiono di morte naturale. Medita poi su questo: tutti muoiono nel giorno stabilito dal destino. Non perdi nulla del tempo che ti è stato assegnato; quello che lasci non ti appartiene. Stammi bene.

 

LIBRO OTTAVO

 

 

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1 Ho rivisto la tua Pompei dopo molto tempo. Mi ha riportato indietro alla mia giovinezza; mi sembrava di poter ripetere tutte le mie giovanili imprese compiute là, e che fossero recenti. 2 Navigando, Lucilio, ci siamo lasciati alle spalle la vita e come in mare

si allontanano paesi e città,

scrive il nostro Virgilio, così in questa corsa rapidissima del tempo ci siamo lasciati dietro prima la fanciullezza, poi l'adolescenza, poi tra giovinezza e vecchiaia quell'età che confina con entrambe, poi gli anni migliori della vecchiaia; ora in ultimo comincia a mostrarsi quella che è la fine comune di tutti gli uomini. 3 A noi, nella nostra immensa stupidità, appare come uno scoglio: e invece, è un porto: non lo si deve mai evitare, anzi talvolta bisogna cercarlo, e se uno ci arriva nei primi anni della vita, non se ne lamenti, come non si lamenta chi ha portato a termine con rapidità la sua traversata per mare. Uno, lo sai, è trattenuto da venti deboli che si prendono gioco di lui e lo stancano con una bonaccia tenace ed esasperante; un altro, invece, un soffio costante lo trasporta a gran velocità. 4 Pensa che per noi è lo stesso: alcuni la vita li porta molto rapidamente a quella meta, che, anche temporeggiando, dovevano raggiungere, altri li snerva e li fiacca. Non sempre, lo sai, la vita va conservata: il bene non consiste nel vivere, ma nel vivere bene.

Perciò il saggio vivrà non quanto può ma quanto deve. 5 E considererà dove vivere, con chi, in che modo, e quale attività svolgere. Egli bada sempre alla qualità, non alla lunghezza della vita. Se le avversità che gli si presentano sono tante e turbano la sua serenità, si libera e non aspetta di trovarsi alle strette: non appena comincia a sospettare della sorte, considera seriamente se non sia il momento di farla finita. Non ritiene importante cercare la morte o accoglierla, morire prima o poi: non teme la morte come un grave danno: uno stillicidio non causa a nessuno grandi perdite. 6 Non importa morire presto o tardi, ma morire bene o male; morire bene significa sfuggire al pericolo di vivere male. Giudico, perciò vilissime le parole di quel famoso rodiese, che, gettato dal re in una gabbia e nutrito come una fiera, rispose a uno che gli consigliava di non toccare cibo: "Finché c'è vita, c'è speranza". 7 Se anche fosse vero, non ci si deve comprare la vita a qualunque prezzo. Ammettiamo pure che si offrano beni cospicui e sicuri, io non vorrei ottenerli con una vergognosa professione di viltà: dovrei pensare che la fortuna ha pieni poteri su chi è in vita e non che è impotente contro chi sa morire?

8 A volte, tuttavia, il saggio, anche se lo minaccia una morte sicura e sa di essere destinato alla pena capitale, non presterà la mano al suo supplizio: farebbe un piacere a se stesso. Morire per paura della morte è da insensati: il boia viene, aspettalo. Perché vuoi precederlo? Perché ti fai carico della crudeltà altrui? Invidi il tuo carnefice, oppure ne hai compassione? 9 Socrate avrebbe potuto mettere fine alla sua vita col digiuno e morire di fame invece che di veleno; eppure stette in carcere trenta giorni aspettando la morte: non pensava che ogni esito era possibile e che un periodo di tempo tanto lungo consentiva molte speranze; voleva mostrarsi obbediente alle leggi e offrire agli amici la possibilità di trarre profitto dai suoi ultimi giorni. Disprezzare la morte, ma temere il veleno non sarebbe stato l'atteggiamento più insensato? 10 Scribonia, donna austera, era zia materna di Druso Libone, un giovane nobile, ma scriteriato, che nutriva speranze irrealizzabili per chiunque in quell'epoca o per lui stesso in ogni altra. Egli, malato, venne ricondotto dal senato in lettiga; non lo accompagnavano in molti: tutti i congiunti lo avevano piantato in asso senza nessuna compassione: ormai era più un cadavere che un imputato. Cominciò a riflettere se dovesse darsi la morte o aspettarla. Gli disse Scribonia: "Che gioia ti dà sbrigare una faccenda che tocca ad altri?" Non lo persuase: egli si suicidò e a ragione. Se uno è destinato a morire entro tre o quattro giorni ad arbitrio del suo nemico, se vive, sbriga proprio una faccenda d'altri.

11 Quando una forza esterna minaccia la morte, si deve aspettare o prevenirla? Non si può stabilire una regola generale; molte sono le circostanze che possono fare propendere per l'una o per l'altra decisione. Se l'alternativa è una morte fra atroci sofferenze oppure una morte naturale e facile, perché non approfittare di quest'ultima? Come scelgo la nave, se devo andare per mare, e la casa in cui vivere, così sceglierò la morte quando dovrò lasciare questa vita. 12 E poi, una vita più lunga non è necessariamente migliore, ma una morte attesa più a lungo è senz'altro peggiore. In nessuna cosa più che nella morte siamo tenuti ad obbedire alla volontà dell'anima. Esca per quella strada che ha preso di slancio: sia che cerchi una spada o un cappio o un veleno che scorre nelle vene, avanzi decisa e spezzi le catene della sua schiavitù. La vita ognuno di noi deve renderla accettabile anche agli altri, la morte solo a se stesso: quella che riesce gradita è la migliore. 13 È insensato pensare: "Qualcuno dirà che ho agito da vigliacco, qualcuno con troppa sconsideratezza, qualcun altro che c'era un genere di morte più eroico." Vuoi convincerti che si tratta di una decisione in cui non bisogna tenere conto dell'opinione altrui! Bada a una sola cosa: a sottrarti nel modo più rapido al capriccio della sorte; del resto ci sarà sempre qualcuno pronto a criticare il tuo gesto.

14 Troverai anche uomini che hanno fatto professione di saggezza e sostengono che non si debba fare violenza a se stessi; per loro il suicidio è un delitto: bisogna aspettare il termine fissato dalla natura. Non si accorgono che in questo modo si precludono la via della libertà? Averci dato un solo ingresso alla vita, ma diverse vie di uscita è quanto di meglio abbia stabilito la legge divina. 15 Dovrei aspettare la crudeltà di una malattia o di un uomo, quando posso invece sottrarmi ai tormenti e stroncare le avversità? Ecco l'unico motivo per cui non possiamo lamentarci della vita: non trattiene nessuno. La condizione dell'uomo poggia su buone basi: nessuno è infelice se non per sua colpa. Ti piace vivere? Vivi; se no, puoi tornare da dove sei venuto. 16 Contro il mal di testa sei spesso ricorso a un salasso; si apre una vena per diminuire la pressione del sangue. Non è necessario squarciarsi il petto con una vasta ferita: è sufficiente un bisturi ad aprire la via a quella famosa grande libertà: la serenità dipende da un forellino. Cos'è, allora, che ci rende indolenti e inetti? Prima o poi dovremo lasciare questa dimora, ma nessuno di noi lo pensa. Ci comportiamo come inquilini di vecchia data che l'abitudine e l'attaccamento al posto trattiene anche in mezzo ai disagi. 17 Vuoi essere indipendente dal corpo? Abitalo come se stessi per trasferirti. Tienilo presente: questa convivenza verrà a mancare, prima o poi: sarai più forte di fronte alla necessità di andartene. Ma se uno non ha limiti in tutti i suoi desideri come potrà venirgli in mente il pensiero della propria fine? 18 Non c'è cosa su cui si debba meditare come sulla morte; per altre evenienze ci si esercita forse inutilmente. Lo spirito si è preparato alla povertà: e invece, siamo rimasti ricchi. Ci siamo armati per disprezzare il dolore: e invece, il nostro corpo si è mantenuto fortunatamente integro e sano e non ha mai richiesto che mettessimo alla prova questa virtù. Ci siamo preparati a sopportare da forti il rimpianto di cari perduti; e invece, il destino ha tenuto in vita tutti quelli che amavamo. 19 La meditazione della morte è l'unica che un giorno dovrà essere messa in pratica. Non pensare che solo i grandi uomini abbiano avuto la forza di spezzare le catene della schiavitù umana; Catone strappò con le sue mani l'anima che non era riuscito a gittar fuori con la spada; non credere che possa farlo lui solo: uomini di infima condizione sociale si sono messi in salvo con straordinario impeto e, non potendo morire a loro agio e nemmeno scegliere il mezzo che volevano per darsi la morte, hanno afferrato quello che capitava sotto mano e con la loro violenza hanno tramutato in armi oggetti di per sé innocui. 20 Non molto tempo fa, durante i combattimenti tra gladiatori e bestie feroci, uno dei Germani, mentre si preparava per gli spettacoli del mattino, si appartò per evacuare gli intestini. Era l'unico momento in cui gli fosse concesso stare solo senza essere sorvegliato: lì c'era un bastone con attaccata una spugna per pulire gli escrementi: se lo cacciò in gola e morì soffocato. Uno sfregio alla morte. Proprio così, in maniera immonda e indecente: fare gli schizzinosi davanti alla morte è la cosa più stupida. 21 Che uomo forte, degno di poter scegliere il proprio destino! Con quanta fermezza avrebbe usato la spada, con quanto coraggio si sarebbe gettato negli abissi del mare o in un burrone. Era privo di ogni mezzo, eppure trovò il modo e l'arma per uccidersi; la mancanza di volontà è il solo ostacolo alla morte: egli ce lo dimostra. Ognuno giudichi come crede l'azione di quest'uomo indomito, ma sia chiaro: alla schiavitù più pulita è preferibile la morte più sozza.

22 Visto che ho cominciato con esempi sordidi, continuerò così: esigeremo di più da noi stessi, vedendo che la morte può essere disprezzata anche dagli uomini più disprezzati. Catone, Scipione e altri, i cui nomi sono abitualmente oggetto di ammirazione, li giudichiamo inimitabili: ma io ti dimostrerò che esempi di questa virtù tra i gladiatori ce ne sono quanti tra i capi della guerra civile. 23 Una mattina, poco tempo fa, un gladiatore mentre veniva trasportato sotto scorta allo spettacolo, come se gli ciondolasse la testa per il sonno, la piegò fino a infilarla tra i raggi di una ruota e rimase fermo al suo posto finché questa girando non gli spezzò l'osso del collo; con lo stesso mezzo che lo portava al supplizio vi si sottrasse. 24 Se uno vuole spezzare le catene e fuggire, non ci sono ostacoli: la natura ci custodisce in un carcere aperto. Quando le circostanze lo permettono, si cerchi una via di uscita agevole; se poi uno ha a portata di mano più possibilità di affrancarsi, faccia la sua scelta e consideri il modo migliore di liberarsi. Mancano le occasioni? Allora afferri la prima che gli capita come se fosse la migliore, anche se è strana e insolita. A chi non manca il coraggio non mancherà una strada ingegnosa verso la morte. 25 Non vedi che anche gli schiavi più umili, quando li pungola la sofferenza, prendono coraggio ed eludono anche la più stretta sorveglianza? L'uomo che non solo decide di morire, ma trova anche il modo di farlo, è grande. Ti ho promesso più esempi dello stesso genere. 26 Durante il secondo spettacolo di naumachia un barbaro si cacciò in gola tutta quanta la lancia che impugnava per combattere gli avversari. "Ma perché, perché?" disse, "non sfuggo subito a ogni tormento, a ogni umiliazione? Ho in mano un'arma, perché aspetto la morte?" Questo spettacolo fu tanto più bello quanto è più onorevole che gli uomini imparino a morire e non a uccidere. 27 E allora? Persino degli sciagurati, dei delinquenti hanno questo coraggio: e non lo avrà chi a questa evenienza è preparato da una lunga meditazione e dalla ragione, maestra di vita? Essa ci insegna che gli accessi alla morte sono numerosi, ma il punto di arrivo è lo stesso; non importa da dove cominci una cosa che arriva senz'altro. 28 La ragione stessa invita a morire, se è consentito, come ci piace, altrimenti come possiamo, e ad afferrare qualunque cosa càpiti per darci la morte. È vergognoso vivere di rapina, morire di rapina, invece, è bellissimo. Stammi bene.

 

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1 Sovente mi chiedi consiglio su singoli problemi, dimenticando che ci divide un largo tratto di mare. Ma l'efficacia di un consiglio, in gran parte, consiste nell'essere tempestivo e così, inevitabilmente, il mio parere su certi argomenti ti arriva quando ormai sarebbe preferibile la decisione opposta. I consigli devono aderire alla realtà e la nostra si evolve, anzi precipita: un consiglio, quindi, deve maturare nell'arco di un giorno; anzi, anche così è troppo tardi: deve nascere, come si dice, su due piedi. Ti preciso come ci si arriva. 2 Se vuoi sapere volta per volta che cosa evitare o che cosa ricercare, guarda al sommo bene, il fine supremo di tutta la tua vita. Ogni nostra azione vi si deve accordare: se uno non ha già disposto la propria vita nel suo complesso, non potrà deciderne i particolari. Nessuno, per quanto abbia pronti i colori, può fare un quadro somigliante, se non sa già che cosa vuol dipingere. Noi tutti decidiamo su singoli episodi della nostra vita, non sulla sua totalità e questo è il nostro errore. 3 L'arciere, quando scaglia una freccia, deve sapere qual è il bersaglio e allora soltanto dirigere e regolare il colpo con la mano: i nostri consigli non fanno centro perché non hanno un bersaglio preciso; se uno non sa a quale porto dirigersi, non gli va bene nessun vento. Viviamo a caso e, perciò il caso gioca un ruolo determinante nella nostra esistenza. 4 A certi càpita addirittura di ignorare che posseggono certe nozioni; come spesso andiamo in cerca delle persone che ci sono a fianco, allo stesso modo per lo più ignoriamo che il traguardo del sommo bene è lì davanti a noi. Non occorrono molte parole o lunghe perifrasi per circoscrivere il concetto di sommo bene: si può per così dire, indicarlo con un dito senza spezzettarlo in tanti frammenti. A che serve frazionarlo in particelle, quando puoi dire: "Il sommo bene è l'onestà" e, cosa ancor più straordinaria: "L'unico bene è l'onestà, gli altri sono beni falsi e fittizi." 5 Convincitene e ama appassionatamente la virtù (amarla sarebbe troppo poco): comunque la pensino gli altri, tutto ciò che la virtù toccherà, sarà per te prospero e felice. E la tortura, se sei più tranquillo del tuo carnefice, e l'infermità, se non maledirai la sorte, se non cederai alla malattia, insomma tutto quello che per gli altri rappresenta un male, si mitigherà e si muterà in bene, se ti porrai al di sopra di esso. Ti sia chiaro: l'unico bene è l'onestà e tutte le disgrazie, se la virtù in qualche modo le abbellisce, saranno giustamente chiamate beni. 6 Molti ritengono che promettiamo più di quanto consente la condizione umana, e non a torto; difatti guardano al corpo. Si volgano all'anima: misureranno l'uomo in base al divino.

Mira a cose più alte, mio ottimo Lucilio, e abbandona questi giochetti infantili dei filosofi che riducono a sillabe una disciplina stupenda e, insegnando minuzie, scoraggiano e deprimono lo spirito: diventerai simile a chi queste cose le ha scoperte e non a chi le insegna in modo che la filosofia risulti non grande, ma difficile. 7 Socrate, che riconduce tutta la filosofia alla morale e sostiene che la massima saggezza consiste nel distinguere il bene dal male, dice: "Se godo di un po' di credito presso di te, segui le orme di quei grandi uomini e sarai felice; lascia pure che qualcuno ti giudichi uno sciocco. Ti insulti e ti offenda chi vuole: non soffrirai se ti sarà compagna la virtù. Se vuoi essere felice," sostiene, "se vuoi veramente essere uomo di solida moralità, lascia che qualcuno provi disprezzo per te." Nessuno arriverà a questi risultati senza aver prima lui stesso disprezzato ogni cosa, senza aver posto tutti i beni sullo stesso piano. Non esiste bene senza rettitudine e la rettitudine è identica in tutti i beni.

8 "Davvero? Non c'è differenza se Catone diventa pretore o no? Se perde o vince a Farsalo? Non poter essere sconfitto nonostante la sconfitta del suo partito era per lui un bene pari a tornarsene da trionfatore in patria e ristabilire la pace?" Direi di sì. La virtù che vince la cattiva sorte e quella che regola la buona è la stessa; e la virtù non può essere più grande o più piccola. Ha sempre la stessa statura. 9 "Ma Gneo Pompeo perderà l'esercito; ma il più bell'ornamento dello stato, il patriziato, e la prima linea del partito pompeiano, il senato in armi, saranno sconfitti in una sola battaglia e le rovine di un così vasto impero si disperderanno per tutto il mondo: una parte cadrà in Egitto, una in Africa, una in Spagna. A quell'infelice repubblica non toccherà neanche questo: di crollare tutta in una volta." 10 Càpiti pure di tutto: non riesca utile a Giuba nel suo regno la conoscenza del territorio, e nemmeno il valore fermo di un popolo in difesa del suo re; venga a mancare anche la fedeltà degli Uticensi stroncata dalle avversità, e la fortuna, che ha sempre accompagnato il nome di Scipione, lo abbandoni in Africa. Già da un pezzo era stato provveduto che Catone non subisse nessun danno. 11 "Ma tuttavia è stato battuto." Metti in conto anche questo tra gli insuccessi di Catone: sopporterà con la stessa forza d'animo l'aver perso oggi la vittoria, ieri la pretura. Il giorno della sua sconfitta elettorale lo passò giocando a palla; e leggendo la notte in cui doveva morire. Non fece differenza tra perdere la pretura e perdere la vita; era persuaso di dover sopportare con coraggio tutte le avversità.

12 E perché non avrebbe dovuto sopportare serenamente, da forte, il rivolgimento dello stato? Che cosa si sottrae al pericolo di cambiamenti? Non la terra, non il cielo, non l'intero contesto dell'universo, benché sia regolato da dio; non manterrà sempre lo stesso ordine: ma verrà un giorno che ne trasformerà il corso presente. 13 Tutti gli esseri procedono secondo tempi precisi: devono nascere, crescere, morire. I corpi celesti che vedi correre sopra di noi e la terra su cui siamo stati messi e poggiamo come se fosse solidissima, si consumeranno e finiranno; ogni cosa ha la sua vecchiaia. A intervalli che non si corrispondono la natura conduce tutti gli esseri allo stesso punto: ciò che esiste non esisterà più; ma non è destinato a finire: semplicemente si disgregherà. 14 Disgregarsi per noi significa morire; consideriamo solo le cose che abbiamo davanti agli occhi, la nostra mente ottusa e soggetta al corpo non guarda più in là. Ma sopporteremmo con maggior fermezza la morte nostra e dei nostri cari, se sperassimo che, come tutto il resto, la vita e la morte si avvicendano e la materia composta si dissolve e dissolta si ricompone: in quest'opera si svolge l'eterna attività di dio che tutto ordina. 15 E dunque, come M. Catone, riandando al passato, diremo: "È condannato a morte tutto il genere umano, sia presente che futuro; tutte le città che detengono il potere in qualche parte del mondo e quelle che sono lo splendido ornamento di imperi altrui, ci si chiederà un giorno dove si trovavano, e spariranno ciascuna con diversa fine: alcune le distruggeranno le guerre, altre le consumerà l'inerzia e una pace mutatasi in ozio, e la dissolutezza, fatale alle grandi potenze. Un'improvvisa inondazione sommergerà tutte queste fertili pianure o il suolo, sprofondando, le inghiottirà di colpo in una voragine. Perché allora dovrei sdegnarmi o dolermi se precedo di poco il destino comune? 16 Un'anima grande obbedisca a dio e si sottometta senza esitare alle norme della legge universale: o sarà avviata a un'esistenza migliore per vivere una vita più splendida e serena nel mondo divino o almeno sarà immune da ogni molestia, se si riunirà alla natura e ritornerà al tutto. La nobile vita di M. Catone non è un bene più grande della sua nobile morte: la virtù è sempre uguale a se stessa. Socrate diceva che virtù e verità coincidono. La verità non cresce, e nemmeno la virtù: ha tutte le sue parti, è completa.

17 Non c'è, dunque, da stupirsi che i beni siano uguali, sia quelli che bisogna cercare di proposito, sia quelli che ci portano le circostanze. Se ammetterai una disparità tra i beni, e subire da forti la tortura lo giudicherai un bene minore, finirai anche per calcolarlo tra i mali e definirai infelice Socrate in carcere e infelice Catone che riaprì le sue ferite con più coraggio di quello con cui se le era inferte, e più sventurato di tutti Regolo, che pagò il prezzo di un giuramento rispettato anche nei confronti dei nemici. Ma nessuno, neppure l'individuo meno virile, ha osato affermare questo; non dicono che lui sia stato felice, ma neppure che sia stato infelice. 18 I filosofi della antica Accademia ammettono che uno può essere felice anche tra i supplizi, ma non in maniera completa, totale; una tesi assolutamente inaccettabile: se uno non è felice, non possiede il sommo bene. Il sommo bene è al culmine della scala dei valori, purché in esso sia insita la virtù, e non la indeboliscano le avversità e rimanga intatta anche quando il corpo è fatto a pezzi: e tale rimane. Mi riferisco a quella virtù coraggiosa ed eccelsa, che è spronata da qualunque avversità. 19 È la virtù a trasmetterci e a infonderci questo coraggio: spesso lo hanno i giovani di temperamento generoso, colpiti dalla bellezza di una nobile azione al punto da disprezzare tutto ciò che è dovuto al caso; la saggezza è in grado di convincerci che esiste un solo bene e cioè la virtù e che non si può né tenderla, né allentarla, come non si può piegare la riga con cui si controlla se una linea è retta. Qualunque modifica apporti deformi la linea retta. 20 Della virtù possiamo dire lo stesso: anch'essa è retta e non ammette storture: può certo, diventare più rigida, ma ‹non› tendersi maggiormente. È giudice di tutto, ma non ha giudici. E se non può diventare più diritta di quanto è, neppure le azioni che ne derivano conoscono gradi differenziati di dirittura; devono necessariamente corrisponderle e, dunque, sono uguali.

21 "E allora?" ribatti, "starsene a banchetto ed essere torturati è lo stesso?" Ti stupisci? Di questo dovresti stupirti di più: stare a banchetto è un male, essere sottoposti a tortura è un bene, se lì prevale un atteggiamento vergognoso e qui uno nobile. Non sono le occasioni, ma la virtù a rendere le azioni buone o malvagie; dovunque si mostri, tutto diventa della stessa misura e valore. 22 A questo punto, uno che giudica l'anima di tutti gli altri in base alla sua vorrebbe cavarmi gli occhi perché sostengo che, per chi giudica con onestà, sono pari i beni di chi celebra il trionfo e di chi precede il carro trionfale come prigioniero, ma con animo invitto. Gente come quell'individuo non ritiene possibili azioni che non è in grado di compiere: esprime un giudizio sulla virtù in base alla propria debolezza. 23 Perché ti stupisci se venir bruciati, feriti, uccisi, gettati in catene può essere gradito, anzi addirittura può piacere? Per chi ama il lusso, la frugalità è una pena, per il pigro la fatica è un supplizio, chi è abituato alle mollezze compatisce l'uomo attivo, per l'indolente applicarsi è un tormento. Allo stesso modo ci sembrano gravose e intollerabili quelle azioni che nessuno di noi è in grado di compiere e dimentichiamo per quanta gente è un tormento non avere vino o alzarsi all'alba. Non sono azioni in sé gravose, siamo noi fragili e senza nerbo. 24 Bisogna giudicare le grandi cose con animo grande; altrimenti attribuiremo ad esse il difetto che invece è in noi. Così se guardiamo un pezzo di legno perfettamente diritto, immerso nell'acqua, ci sembra curvo e spezzato. Non ha importanza che cosa guardi, ma come guardi: la nostra mente si ottenebra nello scrutare la verità. 25 Prendi un giovane incorrotto e di intelligenza vivace: dirà che giudica più felice chi sostiene a testa alta tutto il peso delle avversità, chi si erge al di sopra della fortuna. Non c'è niente di strano a non essere scossi quando tutto è tranquillo: ma ti deve meravigliare se uno si solleva quando tutti sono proni, se sta saldo in piedi quando tutti giacciono a terra. 26 Qual è il male nei tormenti e in quelle che definiamo avversità? Questo, a mio parere: lo spirito si lascia abbattere, si piega e soccombe. A un saggio, però questo non potrà mai capitare: rimane diritto sotto qualsiasi peso. Niente lo può diminuire; nessuno dei patimenti che deve subire gli riesce sgradito. Non si lamenta se gli piomba addosso tutto quello che può piombare addosso a un uomo. È consapevole delle sue forze; sa di essere nato per portare un peso. 27 Non faccio del saggio un'eccezione rispetto agli altri uomini, non gli nego il dolore, come se fosse una roccia priva di sensibilità. So bene che egli è formato di due parti; una è irrazionale: sente i tormenti, il fuoco, soffre; l'altra razionale: è salda nelle sue convinzioni, intrepida e indomabile. In questa sta il sommo bene dell'uomo. Finché non raggiunge la sua pienezza, la mente oscilla incerta, ma quando il sommo bene è perfetto, per essa c'è una stabilità incrollabile. 28 Perciò quando uno comincia ad avanzare verso la vetta e pratica la virtù, anche se si avvicina al sommo bene, finché non ne entra in possesso, farà talvolta qualche passo indietro e la sua volontà di arrivare potrà in parte allentarsi: non ha ancòra superato i tratti difficili e si trova su un terreno scivoloso. Ma l'uomo felice che ha raggiunto la piena virtù è tanto più soddisfatto di sé quanto più duramente è stato messo alla prova; quello che gli altri temono, se è il prezzo dovuto per un'azione onorevole, non solo lo sopporta, ma lo abbraccia e preferisce di gran lunga sentirsi dire: "Sei grande", invece che: "Sei fortunato".

29 Vengo ora alla questione su cui aspetti il mio parere. Perché la nostra virtù non sembri una dote soprannaturale, aggiungo che anche il saggio è soggetto ad aver paura, a soffrire, a impallidire; sono tutte sensazioni fisiche. Quando, allora, sono reali disgrazie, veri mali? Evidentemente quando mortificano l'anima e la portano a dichiararsi schiava e le fanno sentire disgusto di sé. 30 Il saggio vince la fortuna con la virtù, ma molti che si professano saggi sono spesso atterriti da minacce del tutto trascurabili. In questo consiste il nostro errore: nell'esigere lo stesso comportamento dal saggio e dal neofita. La condotta che lodo, vorrei tenerla, ma non ne sono ancòra persuaso e, se anche ne fossi persuaso, non sarei ancòra pronto ed esercitato al punto da affrontare ogni evenienza. 31 Certi colori la lana li assume con un solo bagno, altri, invece, li assorbe solo dopo essere stata a mollo e fatta bollire più volte; così ci sono insegnamenti che il cervello incamera sùbito, appena li riceve. La saggezza, invece, se non penetra in profondità e non sedimenta a lungo, e colora, ma non impregna, l'anima, non mantiene nessuna delle sue promesse. 32 Questo concetto si può anche esprimere in breve con pochissime parole: la virtù è l'unico bene, non esiste nessun bene senza la virtù e la virtù risiede nella parte migliore di noi, quella razionale. Che cos'è, dunque, questa virtù? Una vera e salda capacità di giudizio; ne provengono gli impulsi della mente ed essa darà chiarezza ad ogni immagine che suscita un impulso. 33 Giudicare come beni e uguali tra loro tutti quelli che sono in rapporto con la virtù sarà conseguente a questa capacità di giudizio. I beni fisici sono beni per il corpo, ma non sono tali in senso lato; avranno in sé un valore materiale, ma non spirituale. Ci sarà tra loro una grande differenza: alcuni saranno più piccoli, altri più grandi. 34 Dobbiamo ammettere che anche fra i seguaci della saggezza ci sono grandi differenze: uno ha fatto progressi tali da levare gli occhi contro la sorte; ma non resiste e abbassa lo sguardo accecato dall'eccessivo splendore; un altro è avanzato tanto che può fronteggiarla, se non è già arrivato alla vetta ed è pieno di fiducia in se stesso. 35 È inevitabile che gli esseri imperfetti cadano, avanzino, scivolino indietro, soccombano. Ma scivoleranno, se non persevereranno nello sforzo di andare avanti; se allenteranno l'impegno e la tenacia dei loro propositi, dovranno arretrare. Chi demorde, rinuncia ai progressi fatti.

36 Insistiamo e perseveriamo, dunque; non siamo nemmeno a mezza strada, ma i progressi in gran parte consistono nella volontà di progredire. Di questo sono conscio: voglio e voglio con tutto me stesso. Anche tu, lo vedo, provi questi impulsi, uno straordinario slancio verso le mete più belle. Affrettiamoci: solo a questa condizione la vita sarà un beneficio; altrimenti è solo una perdita di tempo e per giunta spregevole, per chi vive in mezzo alle miserie. Comportiamoci in modo che il tempo sia tutto nostro; ma perché lo sia, dobbiamo prima cominciare a essere padroni di noi stessi. 37 Quando ci avverrà di disprezzare la buona e la cattiva sorte, di sedare tutte le passioni riducendole in nostro dominio, di esclamare: "Ho vinto"? Chi? Mi chiederai. Non certo i Persiani, e nemmeno i lontanissimi Medi o le genti bellicose che abitano oltre i Dai, ma l'avarizia, l'ambizione, il timore della morte: anche i grandi conquistatori ne sono stati vinti. Stammi bene.

 

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1 Mi interroghi su un problema che mi era di per sé chiaro, perché lo conoscevo a fondo; ma è tanto che non ci ritorno sopra, perciò non mi è facile ricordarlo. Capita che le pagine dei libri si attacchino tra loro per un prolungato disuso: mi accorgo che a me è capitata la stessa cosa: la mente va messa a punto e tutte le cognizioni che vi si sono depositate vanno ripetutamente passate in rassegna per essere pronte ogni volta che occorre usarle. Dunque, tralasciamo per ora l'argomento: richiede molto lavoro e molta attenzione. Lo riprenderò in mano non appena potrò fermarmi per un certo tempo nello stesso posto. 2 Di talune questioni si può scrivere anche in carrozza, altre richiedono un divano, tranquillità e solitudine. E tuttavia, anche in queste giornate in cui sono totalmente assorbito da mille impegni, devo fare qualcosa. Si susseguono sempre nuove occupazioni: noi le seminiamo e perciò da una ne nascono molte. Poi ci concediamo una proroga: "Quando avrò concluso questa faccenda, mi applicherò con tutto me stesso", oppure: "Se avrò sistemato questa faccenda fastidiosa, mi dedicherò allo studio". 3 Alla filosofia non devi dedicarti quando hai tempo libero, ma aver tempo libero per dedicarti alla filosofia; dobbiamo tralasciare tutto il resto e applicarci ad essa: anche se la vita va dalla fanciullezza alla vecchiaia più avanzata, il tempo che le dedichiamo non è mai abbastanza. Non cambia molto se la filosofia la trascuri del tutto o ne interrompi lo studio; non rimane al punto in cui hai interrotto, ma, come una corda che tesa si rompe, ritorna al punto di partenza poiché è venuta a mancare la continuità. Non bisogna cedere agli impegni; non sbrigarli, liberatene. Non c'è un periodo poco adatto a uno studio proficuo; eppure c'è gente che non vi si applica, mentre lo richiederebbero proprio le cose in cui è immersa. 4 "Ma qualche ostacolo salta sempre fuori." Certamente non per un individuo costantemente contento e pronto in ogni sua attività: la contentezza viene meno se uno non ha raggiunto la perfezione, ma la gioia del saggio è costante, non c'è causa, non c'è rovescio di fortuna che la interrompa; egli è sereno sempre e dovunque. Non dipende da altri, non aspetta il favore della sorte o degli uomini. La sua felicità è interiore; potrebbe venir meno se provenisse dal di fuori: e invece gli nasce dentro. 5 A volte interviene qualche fattore esterno che gli ricorda la sua mortalità, ma ha scarso peso e lo tocca solo superficialmente; è sfiorato, insomma, da qualche fastidio, ma il sommo bene è radicato in lui. Allo stesso modo certe malattie sono superficiali, come un'eruzione cutanea o una piccola ulcera su un fisico sano e robusto: il male non ha radici profonde. 6 Tra il saggio e il neofita c'è la stessa differenza che tra un uomo sano e uno che esca da una lunga e grave malattia: a costui un attacco più leggero sembra già salute. Ma quest'ultimo, se non fa attenzione, subito si aggrava e ha una ricaduta, il saggio, invece, non può avere ricadute e neppure ammalarsi ancora. La salute del corpo è momentanea: il medico, anche se la restituisce, non può garantirla e spesso viene chiamato al capezzale di quella stessa persona che lo aveva fatto venire in precedenza: lo spirito, invece, guarisce una volta per tutte. 7 Ecco come puoi capire se è sano: se basta a se stesso, se confida in se stesso, se si rende conto che tutti i desideri degli uomini, tutti i benefici concessi e richiesti non contano per avere la felicità. Quello a cui può aggiungersi qualcosa è imperfetto; quello a cui può venire a mancare qualcosa non è eterno: chi vuole godere di una gioia perpetua gioisca del suo. Tutti i beni su cui la gente getta avidamente l'occhio vanno e vengono: la fortuna non concede il diritto di proprietà su niente. Ma quando li regola e li contempera la ragione, anche questi beni fortuiti possono dare gioia; è la ragione a conferire valore anche ai beni che provengono dall'esterno: un uso smodato finisce per essere spiacevole. 8 Attalo usava di solito questo paragone: "Hai mai visto un cane azzannare con le fauci spalancate i pezzi di pane o di carne gettati dal padrone? Divora sùbito tutto intero quello che riesce ad afferrare e se ne sta sempre a bocca aperta sperando in un successivo boccone. A noi capita lo stesso: stiamo lì in attesa, e ogni bene che ci getta la fortuna lo buttiamo giù subito senza gustarlo, attenti e ansiosi di afferrarne un altro." Al saggio questo non capita: è sazio; anche se dalla fortuna gli viene qualche dono, lo prende e lo mette da parte con calma; gode di una gioia grandissima, continua, tutta sua. 9 C'è qualcuno che ha buona volontà, fa progressi, ma è ancòra molto lontano dalla cima: costui attraversa alternativamente momenti di depressione e di esaltazione, e ora si innalza fino al cielo, ora precipita a terra. Per gli uomini ignoranti e rozzi non c'è fine alla loro caduta: precipitano nel famoso caos epicureo, un vuoto senza confini. 10 C'è poi una terza categoria: quelli che si accostano alla saggezza; non l'hanno ancora raggiunta, ci sono però davanti e la tengono, per così dire, sotto tiro: costoro non si turbano, e neppure si lasciano andare; non sono ancora approdati, ma sono ormai in porto. 11 C'è, dunque, una grande differenza tra gli uomini che sono arrivati alla vetta della saggezza e quelli che stanno in basso; anche chi è a mezza strada è trascinato dalla corrente e corre un serio pericolo di ritornare a una situazione peggiore; è per questo che non dobbiamo dar spazio alle nostre occupazioni. Chiudiamole fuori: una volta dentro, altre ne verranno al loro posto. Stronchiamole sul nascere: meglio non farle cominciare, che doverle eliminare. Stammi bene.

 

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1 Per me sbaglia chi pensa che i veri filosofi siano arroganti e indocili e disprezzino i magistrati o i sovrani o chi amministra lo stato. Al contrario non c'è nessuno più riconoscente di loro verso gli uomini politici, e giustamente: questi dànno di più proprio ai filosofi, ai quali permettono di vivere una vita tranquilla e ritirata. 2 Per i filosofi la pace pubblica è determinante al loro proposito di vivere virtuosamente, di conseguenza venerano come un padre chi assicura questo bene, certo molto più di quanto facciano quegli uomini turbolenti e sempre a mezzo, che devono molto ai sovrani, ma attribuiscono loro anche molte colpe: nemmeno la liberalità più generosa può saziare le loro voglie che crescono a mano a mano che vengono soddisfatte. Se uno pensa ai benefici che deve ricevere, ha già dimenticato quelli ricevuti: il male peggiore dell'avidità è l'ingratitudine. 3 Inoltre, non il numero delle persone che supera, ma gli individui da cui è superato interessano al politico, e per lui vedere molti dietro di sé è piacevole, ma non quanto è penoso vedere qualcuno davanti a sé. Ogni tipo di ambizione ha questo grave difetto: non guarda indietro. Instabile non è soltanto l'ambizione, ma anche ogni forma di avidità, perché ricomincia dove dovrebbe finire. 4 Ma l'uomo sincero e onesto che ha lasciato il senato, il foro e ogni carica pubblica per dedicarsi in solitudine a questioni più importanti, ama quelli che gli permettono di farlo tranquillamente, è il solo a rendere una testimonianza spontanea e si considera debitore di chi nemmeno lo sa. Egli venera e rispetta costoro sotto la cui tutela può dedicarsi alla filosofia, come venera e rispetta i suoi maestri, grazie ai quali è uscito dall'intrico in cui era.

5 "Ma il re protegge anche gli altri con le sue forze". Nessuno lo nega. E tuttavia come tra le persone che hanno navigato con mare calmo, si considera più obbligato a Nettuno chi ha trasportato per mare prodotti più preziosi e in maggiore quantità, e ai voti fatti adempie con più slancio il mercante che il passeggero, e tra gli stessi mercanti si mostra grato con più larghezza chi trasportava profumi, porpora e altri oggetti di valore, di quello che aveva riempito la nave di merce di scarsissimo pregio per fare zavorra; così il beneficio di questa pace, che pure riguarda tutti, tocca maggiormente coloro che ne fanno buon uso. 6 Ci sono molti cittadini i quali hanno più da fare in pace che in guerra: o pensi forse che abbiano un identico obbligo di riconoscenza per la pace gli individui che la spendono nell'ubriachezza o nel sesso o in altri vizi che dovrebbero essere stroncati persino con la guerra? A meno che tu non giudichi il saggio tanto ingiusto da ritenere di non essere personalmente debitore per beni che divide con altri. Io devo moltissimo al sole e alla luna, eppure non sorgono per me solo; sono personalmente obbligato al succedersi delle stagioni e a dio che le regola, sebbene non siano stati fissati affatto *** in mio onore. 7 Gli uomini, nella loro stupida avarizia, distinguono il possesso e la proprietà e non giudicano propri i beni pubblici; ma il saggio invece giudica suo soprattutto quello che possiede in comune con l'umanità intera. Questi beni non sarebbero di tutti, se ai singoli individui non ne spettasse una parte: una cosa che è in comune anche in minima parte rende soci.

8 Per di più, i veri grandi beni non sono divisi in maniera che al singolo tocchi una piccola quantità: pervengono a ciascuno globalmente. Di una elargizione ognuno prende quanto è stato stabilito a testa; un banchetto e una distribuzione pubblica di carne e qualsiasi altro bene tangibile vengono divisi in parti: ma i beni indivisibili, la pace e la libertà, appartengono a tutti e ai singoli nella loro interezza. 9 Il saggio pensa pertanto per opera di chi gli è possibile usufruire con vantaggio di questi beni, per opera di chi la situazione dello Stato è tale da non chiamarlo alle armi, o a fare i turni di guardia, o a difendere le mura e a pagare i molteplici tributi di guerra ed è grato nei confronti di chi lo governa. La filosofia insegna soprattutto a sentirsi debitori per i benefici ricevuti e a ripagarli; a volte l'ammettere il proprio debito è già un pagamento. 10 Ammetterà, dunque, di dovere molto all'uomo che con il suo saggio governo gli permetta di godere di un ritiro fecondo, di disporre del suo tempo e di vivere un'esistenza tranquilla, non turbata da occupazioni pubbliche.

O Melibeo, un dio mi ha concesso questo ozio; certo, per me egli sarà sempre un dio.

 

11 Se si deve molto a chi rende possibili quegli ozi che portano questo come massimo dono:

egli, come vedi, ha permesso che i miei buoi pascolassero liberi e che io suonassi sull'agreste zampogna le mie melodie preferite,

quanto dobbiamo apprezzare questa vita ritirata che si conduce tra gli dèi, che ci rende dèi?

12 Certo, Lucilio, ti chiamo in cielo per la via più rapida. Sestio diceva spesso che Giove non è più potente di un uomo virtuoso. Giove può fare agli uomini più doni, ma tra due individui onesti non è migliore il più ricco, come tra due timonieri ugualmente esperti non puoi definire migliore chi ha l'imbarcazione più bella e più grande. 13 In che cosa Giove è superiore a un uomo buono? È buono più a lungo, ma il saggio non si ritiene menomato perché la sua virtù è circoscritta in un arco di tempo più breve. Tra due saggi chi muore più vecchio non è più felice dell'altro la cui vita virtuosa si è conclusa in un numero inferiore di anni, così dio non supera in felicità il saggio, anche se lo supera nella durata del tempo; la virtù non si misura in base alla sua durata. 14 Giove è signore dell'universo, ma ne ha dato ad altri il possesso: l'uso che egli può farne è solo questo: concederne l'uso a tutti; il saggio guarda con serenità e con disprezzo, come Giove, i beni posseduti dagli altri, ma è più degno di ammirazione, perché Giove non può farne uso, mentre il saggio non vuole. 15 Crediamo, perciò a Sestio: ci indica una strada bellissima e grida: "Di qua

si sale alle stelle,

di qua seguendo la frugalità, la temperanza, il coraggio." Gli dèi non sono altezzosi, né invidiosi: accolgono tutti e tendono la mano a chi sale. 16 Ti stupisci che l'uomo salga fino agli dèi? Dio scende in mezzo agli uomini, anzi, più esattamente, scende dentro gli uomini: non esiste saggezza senza dio. Semi divini sono stati sparsi nel corpo dell'uomo e, se a riceverli è un buon coltivatore, si sviluppano simili alla loro origine e crescono uguali all'essere da cui sono derivati. Ma se è un buono a nulla, li fa morire, come fa la terra sterile e paludosa, e poi produce erbacce invece di grano. Stammi bene.

 

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1 La tua lettera mi ha fatto piacere, mi ha scosso dal torpore e mi ha anche risvegliato la memoria, ormai pigra e tarda. Perché, Lucilio mio, non dovresti pensare che il mezzo migliore per raggiungere la felicità sia la convinzione che l'unico bene è la virtù? Se uno ritiene che altri siano i beni, cade in balìa della sorte e si sottomette all'arbitrio altrui: solo chi racchiude ogni bene nella virtù prova una felicità tutta interiore. 2 Uno è addolorato per la perdita dei figli, un altro si preoccupa perché sono malati, un terzo si affligge perché sono disonesti e si sono coperti di vergogna; Tizio lo vedrai soffrire per amore della donna di un altro, Caio per amore della sua; non mancherà chi si tormenta per un insuccesso elettorale; o chi, invece, è angustiato da una carica pubblica. 3 Ma la massa più numerosa di infelici è quella tormentata dall'attesa della morte che incombe da ogni lato: non c'è parte da cui non possa arrivare. Perciò come soldati che attraversano un territorio nemico, devono guardarsi intorno qua e là e voltare la testa a ogni rumore; se uno non scaccia questa intima paura, vive col batticuore. 4 Troverai uomini cacciati in esilio e spogliati di ogni bene; troverai, ed è il genere di povertà più terribile, individui poveri nella loro ricchezza; incontrerai naufraghi o gente che è passata per un'esperienza analoga: il furore o l'invidia popolare, arma funesta contro i migliori, li ha inaspettatamente travolti, come tempesta che si scatena quando il cielo è sereno e rassicurante, o come fulmine improvviso che, là dove colpisce, fa tremare anche i dintorni. Se uno si trova troppo vicino al fulmine rimane attonito come chi è stato colpito, così nelle disgrazie provocate da un atto di violenza uno solo subisce il danno, gli altri sono preda della paura, e si angustiano al pari della vittima per la possibilità di subire la stessa sorte. 5 I mali improvvisi che toccano agli altri preoccupano tutti. Gli uccelli sono spaventati anche dal sibilo di una fionda vuota: nello stesso modo ci agitiamo noi, non soltanto per il colpo, ma per il rumore. Uno non può essere felice se si abbandona a questi timori infondati. È felice solo chi non ha paura; si vive male tra i sospetti. 6 Se uno si attacca troppo ai beni fortuiti, si crea smisurati e insormontabili motivi di turbamento: una sola è la strada per chi vuole mettersi al sicuro: disprezzare i beni esteriori e appagarsi della virtù. Se pensiamo che ci sia qualcosa di meglio della virtù o un bene al di là di essa, finiremo per aprire l'animo ai beni che la sorte distribuisce e aspetteremo ansiosi i suoi doni. 7 Immagina ora che la fortuna organizzi dei giochi e sulla gente ad essi convenuta riversi onori, ricchezze, favori; una parte di questi donativi si riduce in pezzi tra le mani di quanti se li disputano, un'altra viene spartita con soci malfidati, un'altra si risolve in un gran danno per chi se l'era vista piombare addosso e l'aveva afferrata. Ci sono dei beni che cadono su chi si cura d'altro, dei beni afferrati con troppa foga vanno perduti e sfuggono di mano proprio nel momento in cui si tenta di afferrarli: nessuno, però anche se è riuscito a impadronirsene, gioisce a lungo del suo bottino. Per questo gli uomini più assennati, appena vedono comparire dei piccoli doni, fuggono dal teatro sapendo che quei beni di poco valore costano molto. Nessuno viene alle mani con chi si allontana, nessuno colpisce chi va via: la lotta si ingaggia intorno al bottino. 8 Lo stesso accade per i beni che la fortuna ci getta dall'alto: noi miseri ci agitiamo, ci affanniamo, desidereremmo avere molte mani, guardiamo ora da una parte, ora dall'altra; quei doni che accendono i nostri desideri ci sembra che la sorte tardi troppo a mandarli: tutti li aspettano, ma arriveranno a pochi. 9 Vorremmo afferrarli già mentre cadono; siamo contenti se ne agguantiamo qualcuno e se altri rimangono delusi nella vana speranza di catturarli; un magro bottino lo paghiamo con gravi fastidi, oppure rimaniamo [...] delusi. Allontaniamoci da questi giochi e facciamo largo ai predatori; guardino questi beni sospesi su di loro e loro stessi stiano ancora più in sospeso.

10 Se uno vuole essere felice, si convinca che l'unico bene è la virtù; se pensa che ce ne sia qualche altro, prima di tutto giudica male la provvidenza, perché agli uomini onesti capitano molte disgrazie e perché tutti i beni che essa ci ha concesso sono insignificanti e di breve durata, se paragonati all'età dell'universo. 11 Conseguenza di questi lamenti è che non manifestiamo gratitudine per i benefici divini: deploriamo che non ci capitino sempre, che siano scarsi, incerti e caduchi. Ne deriva che non vogliamo vivere, né morire: odiamo la vita, temiamo la morte. Ogni nostro disegno è incerto e non siamo mai pienamente felici. Il motivo? Non siamo arrivati a quel bene immenso e insuperabile dove la nostra volontà necessariamente si arresta: oltre la vetta non c'è niente. 12 Chiedi perché la virtù non provi nessun bisogno? Gode di quello che ha, non desidera quello che le manca; per essa è grande quanto le basta. Abbandona questo criterio e verranno a cadere il sentimento religioso, la lealtà: chi vuole mantenere l'uno e l'altra deve sopportare molti dei cosiddetti mali, rinunciare a molte cose di cui si compiace come se fossero beni. 13 Scompare la forza d'animo, che deve mettere se stessa alla prova; scompare la magnanimità, che non può emergere se non disprezza come cose di poco conto tutti quei beni che la massa desidera e tiene nella massima considerazione; scompaiono la gratitudine e i rapporti di gratitudine, se temiamo la fatica, se pensiamo che ci sia qualcosa di più prezioso della lealtà, se non miriamo al meglio.

14 Ma lasciamo perdere; o questi cosiddetti beni non sono tali, o l'uomo è più fortunato di dio, poiché dio non può usufruire di quei piaceri a noi cari; non la lussuria, né i lauti pranzi, né le ricchezze, niente di quello che alletta gli uomini e li trascina con promesse di vili piaceri lo riguarda. Quindi, o è verosimile che a dio manchino dei beni, o il fatto stesso che manchino a dio è la prova che non sono beni. 15 E poi, molti beni presunti toccano più numerosi agli animali che all'uomo. Le bestie si nutrono con più avidità, si stancano meno nell'accoppiamento; hanno forze maggiori e più uniformi: ne consegue che sono molto più felici dell'uomo. Vivono senza malvagità, senza inganni; godono di più dei piaceri e con più facilità, senza alcun pudore o timore di pentimento. 16 Considera, perciò se si può definire un bene una cosa in cui dio è superato dall'uomo e l'uomo dagli animali. Il sommo bene è racchiuso nella nostra anima: perde il suo valore se passa dalla parte migliore alla parte peggiore di noi e si trasferisce ai sensi, che sono più pronti negli animali. Non dobbiamo riporre nella carne la nostra massima felicità: i veri beni li dà la ragione, e sono solidi ed eterni, non possono venir meno e neppure diminuire e decrescere. 17 Gli altri sono falsi beni e con quelli veri hanno in comune solo il nome, ma non hanno le caratteristiche del bene: chiamiamoli, dunque, comodità, e, per usare il nostro linguaggio, "cose preferibili". Ma rendiamoci conto che sono nostri schiavi e non una parte di noi: teniamoceli pure, ma ricordiamo che sono degli elementi esterni; anche se ce li teniamo, dobbiamo considerarli tra le cose inferiori e senza valore di cui nessuno deve inorgoglirsi. L'uomo più sciocco è quello che si compiace di ciò che non è opera sua. 18 Ci tocchino pure in sorte tutti questi beni, ma non ci stiano attaccati, sicché, se ce li strappano, si distacchino senza alcuno strazio per noi. Serviamocene senza vantarci e usiamoli con moderazione, come se li avessimo provvisoriamente in prestito. Se uno li possiede senza raziocinio, non riesce a conservarli a lungo; la buona fortuna, se non ha una regola, opprime se stessa. Se confida in beni troppo fugaci, presto ne è abbandonata e ammesso che non ne sia abbandonata, ne riceve danno. Pochi hanno potuto perdere senza traumi la loro prosperità: gli altri cadono insieme a quei beni che li avevano fatti emergere e proprio ciò che li aveva innalzati, li schiaccia. 19 Comportiamoci, perciò con saggezza per imporre ad essi misura e moderazione: se uno è sfrenato, in poco tempo manda in rovina le sue ricchezze: gli eccessi non hanno mai vita lunga, se la ragione moderatrice non fa da freno. La fine di molte città ti mostrerà proprio questo: i loro fastosi imperi sono caduti all'apice dello splendore e l'intemperanza ha mandato in rovina tutte le conquiste del valore. Dobbiamo premunirci contro queste evenienze. Nessun muro è inespugnabile per la fortuna: corazziamoci interiormente; se l'anima è al sicuro, possiamo essere colpiti, non catturati. 20 Qual è il sistema? Non sdegnarsi qualunque cosa accada e sapere che quegli stessi eventi che apparentemente ci danneggiano, servono alla conservazione del tutto e fanno parte di quelle cause che conducono a compimento il cammino e la funzione del cosmo; l'uomo deve accettare i voleri di dio; guardare con ammirazione se stesso e le proprie imprese: è invincibile, domina il male con la ragione, la forza più grande, vince il caso, il dolore, l'ingiustizia. 21 Ama la ragione! L'amore per essa ti fortificherà contro le più gravi disgrazie. L'amore per i proprî cuccioli spinge le fiere contro le armi dei cacciatori, la loro ferocia e la furia istintiva le rende indomabili; spesso il desiderio di gloria porta l'animo dei giovani a disprezzare ferro e fuoco; l'apparenza o l'ombra della virtù trascina alcuni a una morte volontaria: quanto la ragione è più forte e salda di tutti questi istinti, tanto maggiore è l'impeto con cui sfiderà paure e pericoli.

22 "Non concludete niente," ribattono, "sostenendo che l'unico bene è la virtù: questo baluardo non può mettervi al sicuro e sottrarvi alla sorte. Considerate beni i figli devoti, la patria governata con giustizia, i genitori virtuosi. Se li minaccia un pericolo, non potete starvene tranquilli a guardare: l'assedio della patria, la morte dei figli, la schiavitù dei genitori vi sconvolgerà."

23 Ecco che cosa si è soliti rispondere in nostra difesa contro queste obiezioni; ti dirò poi quello che, secondo me, si può aggiungere. Diversa è la posizione di quei beni che, quando sono strappati, vengono sostituiti da una disgrazia: per esempio una buona salute si altera e ci si ammala; la vista si spegne e diventiamo ciechi; se ci spezziamo le gambe non solo non possiamo più correre, ma non possiamo addirittura più muoverci. I beni elencati prima non sono soggetti a questo rischio. Perché? Se perdo un amico sicuro, non devo sopportarne al suo posto uno in malafede, se ho sepolto dei figli virtuosi non è detto che debba sostituirli con figli empî. 24 In questo caso, poi, non sono morti gli amici o i figli, ma i loro corpi. Il bene muore solo quando si trasforma in male: e questo la natura non può permetterlo perché ogni virtù e l'operato tutto della virtù non sono soggetti a corruzione. E anche se sono morti amici o figli buoni quali il padre se li augurava, c'è una cosa che ne riempirà il vuoto. "Che cosa?" mi chiedi. La virtù che li aveva resi buoni. 25 Essa copre tutto lo spazio, occupa l'anima intera, elimina ogni desiderio, basta da sola; costituisce la forza e l'origine di tutti i beni. Che importanza possono avere la deviazione e la dispersione di un corso di acqua, se la fonte da cui defluiva è intatta? Quando i figli sono vivi, non dirai che la vita è più giusta che se li hai perduti, o che è più regolata o più saggia o più onesta; quindi, nemmeno che è migliore. Farsi un amico non rende più saggi, né più stolti perderlo; quindi, nemmeno più felici o più infelici. Finché la virtù è salva, qualunque cosa ti sia stata sottratta, non ne risentirai.

26 "Ma come? Se uno è circondato da una folla di amici e di figli non è più felice?" Perché dovrebbe esserlo? Il sommo bene non si riduce, non si accresce; rimane tale e quale, qualunque corso segua la fortuna. Può toccargli in sorte una lunga vecchiaia, può perire prima di invecchiare, il sommo bene ha sempre un'identica dimensione, la differenza di età non conta. 27 Traccia un cerchio più grande e uno più piccolo, cambia lo spazio, non la forma. Anche se uno rimane disegnato per tanto tempo e l'altro lo cancelli subito e sparpagli la polvere su cui era tracciato, entrambi hanno avuto la stessa forma. La rettitudine non si valuta a grandezza, a quantità, a tempo; non si può né allungare, né accorciare. Abbrevia una vita onesta da cento anni a quanto vuoi, riducila a un solo giorno: continua a essere onesta. 28 La virtù si diffonde su ampi spazi, governa regni, città, province, detta leggi, favorisce amicizie, ripartisce doveri tra genitori e figli; ma è anche racchiusa negli stretti confini della povertà, dell'esilio, dei lutti; e tuttavia non è minore se viene spostata da un rango più elevato a uno più basso, dalla condizione regale a quella di privato cittadino, da un ampio ambito pubblico all'angustia di una casa o di un cantuccio. 29 È ugualmente grande, anche se si ritira in se stessa isolata da ogni parte: possiede sempre un animo forte e fiero, una saggezza perfetta, un incrollabile senso della giustizia. E dunque, è ugualmente felice; la felicità ha un'unica sede: lo spirito, stabile, grande, sereno, ma non può realizzarsi senza la conoscenza delle questioni umane e divine.

30 Ed ecco ora la mia risposta, come ti avevo preannunciato. Il saggio non si addolora per la perdita dei figli o degli amici; sopporta la loro morte con lo stesso spirito con cui aspetta la sua; non teme questa, di quella non si duole. La virtù è fatta di armonia: tutte le opere del saggio sono a essa conformi e consone. Questa, però viene a mancare se lo spirito, che deve mantenersi al di sopra di tutto, si lascia sopraffare dai lutti o dal rimpianto. Tutte le ansie, le preoccupazioni, l'inerzia operativa sono contrarie alla virtù; la virtù è serena, libera, imperturbabile, pronta al combattimento. 31 "E come? Il saggio non si turberà mai? Non sbiancherà in viso, non avrà l'espressione sconvolta, non rabbrividirà? Non avrà nessun'altra di quelle manifestazioni originate da un inconsulto impulso naturale e non dai comandi della ragione?" Certo; ma sarà sempre convinto che non si tratti di un male e che di fronte a esso una mente sana non debba soccombere. 32 Farà quanto deve con coraggio e prontezza. Uno potrebbe dire che è tipico dello sciocco agire senza energia e contro voglia, spingere il corpo in una direzione, l'animo in un'altra ed essere lacerato tra impulsi completamente opposti. Infatti lo sciocco è disprezzato per quegli stessi motivi per cui si esalta e si pavoneggia e non compie volentieri neppure quelle azioni di cui si gloria. Se poi teme un male, si tormenta nell'attesa, come se fosse già arrivato, e tutto quello che teme di soffrire, lo soffre già per paura. 33 Quando uno si ammala ci sono sintomi che precedono la malattia - indolenza e mancanza di forza, sfinimento non motivato da fatica, sbadigli, tremito per tutto il corpo - allo stesso modo un animo debole è sconvolto dai mali molto prima di esserne assalito, se li immagina e si abbatte anzitempo. Ma non è da pazzi angustiarsi per il futuro e non risparmiarsi i tormenti, anzi chiamare e tirarsi addosso le disgrazie? Se non si possono evitare, la cosa migliore è rinviarle. 34 Vuoi essere certo che nessuno deve tormentarsi per il futuro? Se uno sa che passerà dei guai tra cinquant'anni, non si preoccupa, a meno che non salti il tempo intermedio e non si immedesimi in quelle preoccupazioni che verranno dopo tanti anni: così capita che disgrazie vecchie e dimenticate rattristino gli spiriti proclivi alla malinconia e che cercano motivi di afflizione. Sia quanto è successo in passato, sia quanto dovrà succedere in futuro è lontano da noi: non sentiamo né l'uno né l'altro. Il dolore può venirci solo da quello che sentiamo. Stammi bene.

 

LIBRO NONO

 

 

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1 Ti lamenti perché ti invio lettere scritte con minore ricercatezza. Ma con ricercatezza si esprime solo chi vuole essere manierato. Io voglio, invece, che le mie lettere siano quali sarebbero le mie parole se sedessimo o passeggiassimo insieme: semplici e chiare; non voglio che abbiano niente di artificioso o di falso. 2 Se fosse possibile, preferirei mostrarti più che esprimerti i miei sentimenti. Anche se discutessi, non batterei i piedi e nemmeno agiterei le mani o alzerei la voce, ma lascerei tutti questi artifici agli oratori, accontentandomi di esternarti i miei sentimenti senza fronzoli o sciatterie. 3 Un'unica cosa vorrei mostrarti chiaramente: che sento in me tutto quello che dico e non solo lo sento, ma lo amo. Gli uomini baciano l'amante in modo diverso che i figli, ma anche in questo abbraccio così puro e misurato l'affetto è abbastanza evidente. Non voglio, perbacco, che si usi un linguaggio arido e scarno per argomenti tanto importanti: la filosofia non rinunzia all'elaborazione formale; non conviene, però sprecare fatica per le parole. 4 Il nostro principale proposito deve essere di dire quello che sentiamo e di sentire quello che diciamo; vita e parole devono essere coerenti. Mantiene il suo impegno chi è sempre lo stesso a parole e a fatti. Vedremo le sue qualità e la sua grandezza: è il medesimo. 5 Le nostre parole non devono essere piacevoli, ma utili. E tuttavia, se l'eloquenza scaturisce senza sforzo, facile o spontanea, ben venga e tratti argomenti di grande rilievo: ma evidenzi la sostanza, non se stessa. Le altre arti riguardano interamente la mente, qui è in gioco la salvezza dell'anima. 6 L'ammalato non cerca un medico eloquente, ma se gli capita un uomo che possa guarirlo e che nello stesso tempo parli forbitamente delle cure necessarie, ne sarà contento. Non c'è, tuttavia, motivo di rallegrarsi per aver incontrato un medico tanto eloquente; è come se un esperto pilota fosse anche bello. 7 Perché solletichi le mie orecchie? Perché le blandisci? Ben altro è in gioco: devo essere cauterizzato, operato, messo a dieta. Questo è il tuo compito: devi curare una malattia di vecchia data, grave, diffusa; hai da fare quanto un medico in una epidemia. Ti preoccupi delle parole? Rallegrati se riesci a fare quello che devi. Quando imparerai tante cose? Quando fisserai le nozioni che hai appreso in modo da non dimenticarle più? Quando le metterai in pratica? Non basta, come le altre, ricordarle a memoria: bisogna sperimentarle in concreto; non è felice chi le conosce, ma chi le applica.

8 "Ma come? Al di sotto del saggio non ci sono altri stadi? Subito dopo la saggezza c'è l'abisso?" Credo di no; chi sta progredendo è ancora nel numero degli stolti, ma c'è già un notevole distacco. E anche tra quegli stessi che stanno progredendo ci sono grandi differenze: certi li dividono in tre gruppi.

9 Primo: quelli che non possiedono ancora la saggezza, ma le sono ormai arrivati vicino; nondimeno anche ciò che è vicino è fuori. Chi sono? Quegli uomini che si sono liberati da tutte le passioni e i vizi e hanno imparato i concetti necessari, ma non hanno messo alla prova il loro impegno. Non hanno ancora dimestichezza col bene che hanno raggiunto e tuttavia non possono più cadere negli errori da cui sono fuggiti; sono ormai arrivati a un punto da dove non possono cadere all'indietro, ma questo non lo hanno ancora chiaro: ricordo di averlo scritto in una lettera: "Non sanno di sapere." Usufruiscono del loro bene, ma non ne sono ancora sicuri. 10 Alcuni comprendono in questa classe di neofiti, di cui si è detto, quegli uomini che sono ormai sfuggiti alle malattie dell'anima, ma non alle passioni, e stanno ancora su un terreno malcerto, perché solo chi si è scrollato di dosso la malvagità non corre più nessun pericolo; ma se l'è scrollata di dosso solo chi in cambio ha conquistato la saggezza. 11 Ho già parlato spesso della differenza tra passioni e malattie dello spirito. Ma voglio ricordartela anche adesso: malattie sono i vizi radicati e tenaci come l'avarizia o l'ambizione; hanno avviluppato strettamente l'anima e sono diventati mali permanenti. Per farla breve: malattia è il pervicace proposito al male, come ricercare con accanimento beni trascurabili; o, se preferisci, concludiamo così: aspirare troppo a beni che vanno ricercati con moderazione o tralasciati del tutto, oppure apprezzare molto beni di scarso o di nessun valore. 12 Le passioni, invece, sono i moti dell'anima riprovevoli, improvvisi e violenti, che, ripetuti e trascurati, provocano la malattia; facciamo un esempio: il catarro, quando è un'affezione momentanea ed episodica, porta la tosse, ma se è cronico e di vecchia data fa venire la tisi. Perciò chi ha fatto molti progressi è ormai fuori dal pericolo di malattie, ma nonostante sia vicino alla perfezione avverte ancora le passioni.

13 Al secondo gruppo appartengono quegli uomini che si sono liberati dai mali peggiori dell'anima e dalle passioni, ma non al punto da essere sicuri della conquistata serenità: possono, difatti, ripiombare nei medesimi vizi.

14 Il terzo gruppo si è liberato di molti gravi vizi, ma non di tutti. È sfuggito all'avarizia, ma è ancora soggetto all'ira; non è più preda della lussuria, ma lo è ancora dell'ambizione; non ha desideri sfrenati, ma ha ancora molte paure, e nella paura di fronte a certe evenienze è abbastanza fermo, di fronte ad altre cede: disprezza la morte, teme il dolore.

15 Facciamo qualche riflessione su questo punto: ci va già bene se apparteniamo all'ultimo gruppo. Il secondo possiamo raggiungerlo, se abbiamo una buona predisposizione naturale e attraverso un'assidua e grande applicazione allo studio; ma non dobbiamo disprezzare nemmeno il terzo gruppo. Pensa a quanti mali vedi intorno a te; guarda quanti esempi di ogni delitto, quanto si diffonda giorno dopo giorno la malvagità, quali colpe si commettano nella sfera pubblica e privata: capirai che è già un buon risultato se non siamo tra i peggiori. 16 "Ma io spero," mi dici, "di poter far parte anche del gruppo superiore." Più che prometterlo, io lo desidererei: siamo assaliti da ogni parte, aspiriamo alla virtù assediati dai vizi. Mi vergogno a dirlo: curiamo la virtù nei ritagli di tempo. Ma che grande premio ci aspetta se riusciamo a farla finita con le nostre occupazioni e con i mali più incalliti. 17 Non ci colpiranno cupidigia e terrore; senza i turbamenti della paura e la corruzione dei piaceri non avremo più timore della morte e neppure degli dèi; ci renderemo conto che la morte non è un male e che gli dèi non ci fanno del male. Quello che nuoce è debole quanto colui a cui nuoce: gli esseri migliori non hanno forza nociva. 18 Se un giorno riusciremo ad arrivare da questa feccia in quel mondo sublime ed eccelso, ci aspettano la serenità e, dissipati tutti gli inganni, una libertà incondizionata. Cos'è questa libertà? Non temere gli uomini e nemmeno gli dèi: non concepire desideri turpi o sfrenati, avere un grandissimo dominio di se stessi; appartenersi è un bene inestimabile. Stammi bene.

 

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1 Minacci di non essermi più amico, se non ti informerò di tutto quello che faccio giornalmente. Guarda come sono schietto con te: ti confiderò anche questo. Vado a sentire un filosofo; già da cinque giorni frequento la sua scuola e lo ascolto parlare alle due del pomeriggio. "È proprio l'età giusta!" osservi. E perché non dovrebbe essere quella giusta? È da stupidi non voler imparare solo perché per tanto tempo non lo si è fatto. 2 "E allora? Dovrei fare come i bellimbusti e i giovanotti?" Mi va bene se è l'unica cosa sconveniente alla mia vecchiaia: questo tipo di scuola ammette uomini di ogni età. "E noi invecchiamo per seguire i giovani?" Sono vecchio, eppure andrò a teatro, al circo, assisterò a tutti gli spettacoli di gladiatori e dovrei arrossire perché vado a scuola da un filosofo? 3 Devi imparare finché non sai; anzi, a credere al proverbio, finché vivi. Il che torna perfettamente con quanto segue: finché hai vita devi imparare a vivere. Tuttavia anch'io insegno qualcosa lì. Che cosa? Che anche un vecchio deve imparare. 4 Ogni volta che entro a scuola mi vergogno del genere umano. Per andare a casa di Metronatte si deve, come sai, oltrepassare il teatro dei Napoletani. È strapieno e vi si giudica con grande attenzione chi sia un buon flautista; anche il trombettiere greco e l'araldo richiamano molta gente: ma in quella scuola dove si ricerca l'uomo virtuoso e si impara a diventare virtuosi, ci sono pochissime persone, e i più ritengono che costoro non hanno niente di buono da fare; li definiscono inetti e fannulloni. Tocchi anche a me questo scherno: gli insulti degli ignoranti bisogna ascoltarli senza scomporsi e se uno aspira alla virtù deve disprezzare il disprezzo stesso.

5 Vai avanti, Lucilio, e affrettati, perché non ti accada come a me, di imparare da vecchio; anzi affrettati ancora di più perché hai intrapreso studi che potresti a stento concludere da vecchio. "Quanti progressi farò?" mi chiedi. Proporzionati ai tuoi sforzi. 6 Che aspetti? A nessuno capita di diventare saggio per caso. Il denaro arriverà spontaneamente; una carica sarà offerta, favori e crediti ti verranno forse messi davanti: ma la virtù non può capitarti per caso. E neppure la si può apprendere con poca fatica o scarso impegno; ma vale la pena darsi da fare per conquistare tutti i beni in una sola volta. L'unico bene è l'onestà: negli altri apprezzati dalla massa non troverai niente di vero, niente di sicuro. 7 Secondo te, nella mia lettera precedente non ho trattato il problema esaurientemente e ho dedicato più spazio alle lodi che alla dimostrazione; ti ripeterò allora in breve perché sostengo che la virtù sia l'unico bene.

8 Ogni cosa vale per il bene che ha in sé: la fertilità e il sapore del vino dà pregio alla vite, la velocità al cervo; dei cavalli da tiro, che sono utilizzati solo per il trasporto di carichi, si chiede se hanno la schiena forte; la principale qualità di un cane è il fiuto, se deve scovare le fiere, la velocità se deve inseguirle, il coraggio, se deve assalirle e azzannarle; ognuno deve raggiungere la perfezione in quello per cui nasce, per cui viene valutato. 9 E nell'uomo qual è la caratteristica migliore? La ragione: grazie a essa è superiore agli animali e di poco inferiore agli dèi. Quindi la ragione perfetta è un suo bene peculiare; le altre qualità le ha in comune con gli animali e le piante. È forte: lo è anche il leone. È bello: anche il pavone. È veloce: anche il cavallo. Senza dire che in tutte queste qualità è superato; io non cerco la sua qualità migliore, ma quella sua propria. Ha un corpo: anche gli alberi. Ha slanci e movimenti volontari: li hanno anche le bestie, anche i vermi. Ha la voce: ma i cani ce l'hanno tanto più forte, le aquile più acuta, i tori più profonda, gli usignoli più dolce e agile. 10 Qual è la qualità peculiare dell'uomo? La ragione: se questa è onesta e perfetta, dà all'uomo una felicità completa. Quindi se ogni cosa, quando ha portato a perfezione il suo bene, è lodevole e raggiunge il suo fine naturale, e il bene proprio dell'uomo è la ragione, se egli lo ha portato a perfezione, è lodevole e ha toccato il suo fine naturale. La ragione perfetta si chiama virtù e coincide con l'onestà. 11 Pertanto è l'unico bene nell'uomo, poiché è l'unico bene proprio dell'uomo: noi non stiamo cercando che cosa sia il bene, ma quale sia il bene proprio dell'uomo. Se esso consiste solo nella ragione, questa sarà l'unico suo bene, ma va confrontato con tutti gli altri. Se uno è malvagio, verrà, a mio parere, giudicato negativamente; se è buono, positivamente. Quindi, nell'uomo, primo e solo bene è quello per cui egli riceve approvazione e disapprovazione.

12 Tu non dubiti che questo sia un bene, dubiti che sia il solo bene. Se uno ha tutti gli altri beni, salute, ricchezza, antenati famosi, una massa di clienti, ma è chiaramente un malvagio, lo disprezzerai; così se uno non ha alcuno dei beni suddetti, è privo di denaro, di clienti, di nobiltà e di una sfilza di avi e bisavoli, ma è palesemente virtuoso, lo apprezzerai. Quindi è questo l'unico bene dell'uomo: chi lo possiede, anche se gli mancano gli altri beni, merita apprezzamento; chi non lo possiede, è disapprovato e disprezzato, benché di tutti gli altri beni ne abbia in abbondanza. 13 Identica la condizione dell'uomo e quella delle cose: non si definisce buona la nave dipinta con colori preziosi o quella col rostro d'oro o d'argento o che ha il dio protettore scolpito in avorio o che è carica di tesori o ricchezze degne di un re, ma quella stabile e sicura, compatta in modo che non entri acqua, solida e resistente alla furia del mare, docile al timone, veloce e non soggetta alla violenza del vento; 14 non definirai buona una spada se ha il cinturino d'oro o il fodero tempestato di gemme, ma se ha la lama dal taglio affilato e una punta in grado di trapassare ogni difesa; non si richiede che una riga sia bella, ma che sia perfettamente diritta: ogni oggetto è apprezzato in virtù dell'uso per cui è fatto e che gli è proprio. 15 Dunque, anche in un uomo non importa quanta terra abbia, quanto frutto ricavi dai suoi capitali, quanta gente gli renda omaggio, se dorme in un letto prezioso, se beve in una coppa scintillante, ma la sua onestà. Ed è onesto se la sua ragione è libera, giusta e realizzata in armonia con l'inclinazione della sua natura. 16 Questa si chiama virtù, questa è l'onestà ed è l'unico bene dell'uomo. Solo la ragione può rendere perfetto l'uomo, solo la ragione, quindi, può renderlo perfettamente felice e questo è l'unico bene che da solo rende felici. Noi definiamo beni anche quelli che scaturiscono e nascono dalla virtù, cioè tutte le sue opere; perciò la virtù è l'unico bene, poiché non esiste bene senza di lei. 17 Se ogni bene risiede nell'anima, tutto ciò che la rafforza, la innalza, l'accresce, è un bene; ma è la virtù a rendere più forte, più eccelsa, più grande l'anima. Gli altri beni che accendono i nostri desideri, avviliscono l'anima, la abbattono e apparentemente la elevano, in realtà la gonfiano e la ingannano con false apparenze. Quindi l'unico bene è quello che rende migliore l'anima. 18 Ogni azione dell'intera nostra esistenza è regolata dalla considerazione del bene e del male; su di essi si basa la norma dell'agire e del non agire. Ecco qual è: l'uomo virtuoso farà quello che ritiene onesto anche se gli costerà fatica, anche se lo danneggerà o sarà rischioso; non compirà, invece, un'azione indegna, anche se gli procurerà denaro o piacere o potenza: niente lo distoglierà dal bene, niente lo indurrà al male. 19 Quindi, se perseguirà sempre l'onestà, eviterà sempre la disonestà e in ogni azione della sua vita terrà presente questi due principî, non c'è altro bene che l'onestà, non c'è altro male che la disonestà; se solo la virtù è incorrotta e sola rimane sempre uguale a se stessa, la virtù è l'unico bene e non può succedere che non sia un bene. Non corre il pericolo di cambiare: lo stolto può salire con fatica alla saggezza, il saggio non può ripiombare nella stoltezza.

20 Ho già detto, se te ne ricordi, che molti obbedendo a uno slancio inconsulto si sono messi sotto i piedi tutto quello che la massa desidera o teme: abbiamo trovato uomini che hanno rinunciato alla ricchezza, che hanno messo la mano nel fuoco, che hanno continuato a sorridere anche sotto tortura, che non hanno versato una sola lacrima al funerale dei figli, che hanno affrontato coraggiosamente la morte; amore, ira, ambizione li hanno portati a sfidare i pericoli. Se arriva a tanto una momentanea risolutezza, prodotta da un qualche stimolo, quanto più potrà compiere la virtù: la sua forza non dipende da un impulso improvviso, ma è sempre uguale a se stessa e duratura. 21 Ne consegue che quanto viene disprezzato spesso da gente temeraria e sempre dai saggi, non è né bene, né male. La virtù è, quindi, l'unico bene e avanza superba tra la buona e la cattiva sorte, disprezzandole entrambe.

22 Se, invece, ti convincerai che c'è qualche altro bene oltre l'onestà, vacilleranno tutte le virtù; non potrà mantenersene nessuna, se prenderà in considerazione altro fuori di sé. Se è così, questa affermazione contrasta con la ragione da cui scaturiscono le virtù, e con la verità, che non esiste senza la ragione; ma qualunque opinione sia in contrasto con la verità, è falsa. 23 Devi ammettere che un uomo virtuoso ha una grandissima venerazione per gli dèi. Sopporterà perciò con animo sereno tutto quello che gli accade; sa che è accaduto per la legge divina che muove l'universo. Se è così, per lui l'unico bene sarà l'onestà; essa comprende l'obbedienza agli dèi, non adirarsi per gli imprevisti, non deplorare la propria sorte, ma accogliere con rassegnazione il destino e fare quello che comanda. 24 Se c'è qualche altro bene oltre all'onestà, ci perseguiterà la bramosia di vivere, la bramosia dei beni che corredano la vita, tutti desideri insopportabili, senza limiti e incerti. Il solo bene è dunque l'onestà che ha una misura.

25 Come ho già detto, la vita degli uomini sarebbe più felice di quella degli dèi, se fossero veri beni quelli di cui gli dèi non godono, come il denaro, gli onori. Aggiungi ora che, se pure le anime sopravvivono alla morte del corpo, le aspetta una condizione più felice di quando si trovano nel corpo. Se, però, sono beni veri quelli di cui godiamo per mezzo del corpo, una volta persi, la condizione dell'anima sarebbe peggiore; ma è impossibile credere che le anime chiuse e oppresse nei corpi siano più felici che libere e proiettate nell'universo. 26 Avevo anche detto che se sono veri beni quelli che toccano tanto agli uomini quanto agli animali, anche gli animali vivrebbero una vita felice; e questo non è assolutamente possibile. Per la virtù bisogna sopportare tutto, ma ciò non sarebbe necessario se ci fosse qualche altro bene oltre la virtù.

Ho riassunto ed esposto in breve questi concetti sebbene li abbia trattati più ampiamente in precedenza. 27 Ma tu non potrai mai condividere un'opinione come questa, se non elevi il tuo spirito e non ti domandi se saresti pronto a offrire non solo con rassegnazione, ma anche volentieri, la testa, nel caso che le circostanze richiedano di morire per la patria e di pagare con la vita la salvezza di tutti i cittadini. Se la risposta è sì, non esiste nessun altro bene, perché tu rinunci a tutto per ottenerlo. Guarda quanta forza ha la virtù: morirai per la patria, anche se dovrai farlo subito, non appena ti renderai conto che è tuo dovere. 28 A volte da una nobilissima azione deriva una gioia grande anche se breve; per quanto il frutto dell'impresa non tocchi a chi muore e sia strappato alla vita, tuttavia, fa piacere pensare all'azione che si compirà, e l'uomo forte e giusto, se considera il prezzo del suo sacrificio, cioè la libertà della patria e la salvezza di tutti quegli uomini per i quali si immola, prova una straordinaria gioia e gode del pericolo che affronta. 29 Ma anche l'uomo che è privato della gioia data da quel supremo nobilissimo gesto, correrà senza esitare verso la morte, contento di agire secondo giustizia e dovere. Opponigli ancora altri argomenti per dissuaderlo; digli: "Al tuo gesto seguirà un immediato oblio e l'ingratitudine dei cittadini". Ti risponderà: "Tutto questo non riguarda la mia impresa, la considero per se stessa; sono convinto che sia onesta e perciò vado dovunque mi conduca e mi chiami".

30 Questo, dunque, è l'unico bene e lo avverte non soltanto l'animo perfetto, ma anche l'animo generoso e di indole buona: gli altri beni sono futili e instabili. Perciò il loro possesso non dà serenità; anche se la fortuna propizia li ha concentrati in un solo individuo, pesano su chi li possiede, lo opprimono sempre, a volte lo ingannano. 31 Nessuno di questi dignitari che vedi è felice, non più di quanto lo siano gli attori ai quali il copione assegna lo scettro e il manto sulla scena: in presenza del pubblico avanzano fieri e alti sui coturni, ma appena escono, se li tolgono e ritornano alla loro statura. Non è grande nessuno di quegli uomini che le ricchezze e gli onori mettono in una condizione privilegiata. E perché, allora, sembra grande? Perché lo misuri insieme al piedistallo. Un nano, anche se sta su un monte, non è alto; un gigante mantiene la sua altezza anche in un fosso. 32 Fatalmente commettiamo questo errore: non stimiamo nessuno per quello che è: gli aggiungiamo anche tutti gli orpelli. Ma se vuoi fare una valutazione esatta di un uomo e sapere com'è veramente, esaminalo spoglio di tutto; deponga il patrimonio, deponga le cariche e gli altri inganni della fortuna, si spogli anche del corpo: guarda alla qualità e alla grandezza della sua anima, se è grande per beni propri o estranei. 33 Stimalo felice, se vede balenare lame davanti ai suoi occhi e non li abbassa né gli importa di rendere l'anima dalla bocca o dalla gola; se minacce di tortura gli vengono dalla sventura o dalla violenza di un potente, se è condannato al carcere o all'esilio o è messo di fronte a circostanze che riempiono di vano terrore l'animo degli uomini e non trema, ma esclama:

o vergine, nessuna pena mi giunge nuova o inaspettata; tutto ho previsto, tutto ho considerato nell'animo mio.

"Tu oggi mi annunci queste disgrazie: io le ho sempre annunciate a me stesso e come uomo mi sono preparato al destino umano." 34 Non è duro il colpo inferto da una disgrazia prevista. Ma se uno è sciocco e si affida alla sorte, ogni avvenimento gli sembra nuovo e inaspettato; per gli ignoranti gran parte del male è rappresentato dalla novità. Sappi questo: le disgrazie che sembravano loro intollerabili, le sopportano con più coraggio quando ci hanno fatto l'abitudine. 35 Perciò il saggio si abitua ai mali futuri e, mentre per gli altri diventano sopportabili dopo una lunga sofferenza, egli li rende tali con una lunga meditazione. Certe volte sentiamo dire da un ignorante: "Questo me lo aspettavo"; il saggio si aspetta tutto; qualunque cosa gli capiti, dice: "Me l'aspettavo." Stammi bene.

 

77

1 Oggi sono comparse improvvisamente le navi alessandrine, che di solito precedono la flotta e ne preannunciano l'arrivo: si chiamano "navi staffetta". In Campania le vedono arrivare volentieri: tutta la popolazione di Pozzuoli si accalca sul molo e anche in mezzo a tante navi riconosce quelle alessandrine dal tipo di vele: solo a esse è consentito spiegare la vela di gabbia che tutte le navi alzano in alto mare. 2 Non c'è niente che favorisca la velocità della nave quanto la parte alta della velatura; è da qui che la nave riceve la spinta maggiore. Perciò quando il vento cresce ed è più forte del dovuto, l'antenna viene abbassata: in basso il soffio ha meno forza. Quando arrivano in prossimità di Capri e del promontorio da cui

Pallade su una cima tempestosa guarda dall'alto,

le altre navi devono ridurre la velatura: la vela di gabbia è il segno distintivo delle navi alessandrine.

3 Mentre tutti si precipitavano alla spiaggia, ho tratto un enorme piacere dalla mia pigrizia: dovevo ricevere lettere dai miei amministratori e non mi affrettavo per conoscere la situazione dei miei affari laggiù e che notizie mi portassero: già da tempo per me non ci sono né perdite né guadagni. Avrei dovuto pensarla così anche se non fossi vecchio e quindi ancor più adesso: per quanto poco io abbia, sono provviste superiori al cammino che mi rimane, soprattutto perché ho imboccato una via che non è necessario percorrere fino in fondo. 4 Un viaggio è incompiuto se ci si ferma a mezza strada o prima del punto stabilito; la vita non è incompiuta, se è virtuosa. Dovunque la concludi, se la concludi bene, è completa. Spesso poi bisogna farla finita con coraggio per cause che non sono tra le più importanti: del resto non sono importantissimi neppure i motivi che ci tengono in vita.

5 Tullio Marcellino, che tu conoscevi molto bene, un ragazzo tranquillo e invecchiato di colpo, colpito da una malattia non inguaribile, ma lunga e fastidiosa e che esigeva molte cure, cominciò a pensare al suicidio. Riunì intorno a sé numerosi amici. Ognuno, o perché era vile, gli consigliava quello che avrebbe fatto egli stesso, o perché era compiacente e adulatore, gli dava il consiglio che supponeva a lui più gradito. 6 Uno stoico mio amico, una personalità fuori dal comune e, per lodarlo con parole degne di lui, un individuo forte e coraggioso, gli rivolse, a mio parere, le parole più opportune: "Mio caro Marcellino, non tormentarti," gli disse, "come se dovessi prendere una decisione fondamentale; vivere non è poi una gran cosa: tutti i tuoi schiavi, tutte le bestie vivono: l'importante è morire con dignità, saggezza e coraggio. Pensa da quanto tempo fai sempre le stesse cose: mangi, dormi, fai l'amore. È un circolo vizioso. Desiderare la morte non è solo un segno di saggezza o di coraggio o di infelicità, ma anche di nausea." 7 Marcellino non aveva bisogno di uno che lo convincesse, ma di uno che lo aiutasse. I servi si rifiutavano di obbedire. Lo stoico intanto li tranquillizzò e mostrò che la servitù si sarebbe trovata in pericolo se fossero nati dubbi sul suicidio del padrone; del resto non era un atto esemplare tanto uccidere il padrone, quanto impedirgli di uccidersi. 8 Allo stesso Marcellino ricordò poi, che sarebbe stato un bel gesto offrire alla fine della vita qualcosa alle persone che per tutta la vita lo avevano servito, come, finita la cena, si dividono gli avanzi tra gli schiavi presenti. Marcellino era generoso e liberale, disposto a dare anche del suo; distribuì così piccole somme tra i servi che piangevano e per giunta cercò di consolarli. 9 Non ebbe bisogno di un'arma o di una morte cruenta: non mangiò per tre giorni e comandò che nella stanza da letto mettessero una tenda. Poi fu portata una tinozza: vi giacque a lungo e a poco a poco mentre versavano l'acqua calda, gli vennero meno le forze, come diceva, non senza un suo piacere, il piacere tipico di quel lieve dissolversi ben noto a me che certe volte perdo i sensi.

10 Mi sono dilungato in una narrazione che certo non ti è sgradita; ti renderai ora conto che la morte del tuo amico è stata facile e priva di sofferenza. È vero che si è dato volontariamente la morte, ma se ne è andato dolcemente, quasi scivolando dalla vita. Non ti avrò certo raccontato questo inutilmente; è spesso la necessità a esigere modelli del genere. Molte volte dovremmo morire e non vogliamo, oppure moriamo e non vogliamo. 11 Nessuno è tanto ignorante da non sapere che un giorno o l'altro dovrà morire; eppure, quando si avvicina l'ora, tergiversa, trema, supplica. Secondo te non sarebbe completamente stupido uno che piangesse per non essere vissuto mille anni prima? Altrettanto stupido è uno che piange perché non sarà vivo fra mille anni. È proprio la stessa cosa: in passato non c'eri, non ci sarai in futuro; futuro e passato non ci appartengono. 12 Sei stato scaraventato in questo punto del tempo: allungalo pure; fin dove ti riuscirà di allungarlo? Cosa piangi a fare? Cos'è che vuoi? Fatica sprecata.

Non sperare che per le tue preghiere mutino i disegni divini.

Sono stati sanciti, sono immutabili, li governa una potente ed eterna necessità: andrai là dove vanno tutti gli esseri. Cos'è che ti sembra nuovo? Tu sei nato sotto questa legge; così è stato per tuo padre, tua madre, i tuoi avi, per tutte le generazioni passate e sarà così per quelle future. Una successione ineluttabile, che nessuna forza può infrangere, vincola e trascina ogni cosa. 13 Che folla di uomini destinati a morire verrà dopo di te, che folla si accompagna a te! Saresti più forte, penso, se insieme a te morissero molte migliaia di individui: eppure, nel preciso momento in cui tu esiti a morire, molte migliaia di uomini e di animali in maniere diverse esalano l'ultimo respiro. Ma non pensavi che prima o poi saresti arrivato alla meta del tuo cammino? Ogni viaggio ha una sua fine.

14 Tu credi che ora mi rifarò a esempi di grandi uomini? No, parlerò di ragazzi. È famoso quel ragazzo spartano ancora imberbe che, fatto prigioniero, gridava nel suo dialetto dorico: "Non sarò schiavo mai"; e mantenne fede alle sue parole: quando gli ordinarono il primo lavoro umiliante e servile, (portare un vaso da notte), si fracassò la testa sbattendola contro la parete. 15 La libertà è così vicina: e c'è chi vive schiavo? Preferiresti che tuo figlio morisse così, o che diventasse vecchio nell'inerzia? Perché dunque turbarti, se anche un fanciullo può morire con coraggio? Metti caso che tu non voglia seguire il destino comune: sarai costretto. Riduci in tuo dominio ciò che dipende da altri. Non imiterai il coraggio di un fanciullo per affermare: "No, non sarò un servo"? Infelice, sei schiavo degli uomini, delle cose, della vita; anche la vita, se manca il coraggio di morire, è una schiavitù. 16 Hai davvero buoni motivi per aspettare? Anche i piaceri, che ti bloccano e ti trattengono, li hai esauriti: non ce n'è nessuno nuovo per te; nessuno che non ti disgusti ormai per la troppa sazietà. Conosci il sapore del vino puro, del vino col miele, non c'è differenza se per la tua vescica ne passano cento o mille anfore: sei solo un filtro. Conosci benissimo il gusto delle ostriche e delle triglie: la tua mollezza non ti ha lasciato nulla di ignoto da godere per gli anni a venire. Eppure sono queste le cose da cui ti stacchi a malincuore. 17 C'è dell'altro che ti dispiace se ti viene strappato? Gli amici? Ma sai essere un vero amico? La patria? Ne fai conto tanto da ritardare la cena? Il sole? Ma se potessi, lo spegneresti! C'è qualche tua azione degna della luce? Confessalo: dalla morte non ti trattengono la politica o gli affari o l'amore per la natura: tu lasci malvolentieri un mercato di viveri, in cui non hai lasciato nessun prodotto. 18 Hai paura della morte: eppure come la disprezzi per una mangiata di funghi! Vuoi vivere: ma ne sei capace? Hai paura della morte: perché? Questa esistenza non è morte? Mentre Gaio Cesare passava per la via Latina, uno dei prigionieri, un vecchio con la barba lunga fino al petto, lo supplicò: "Fammi uccidere!" Gli rispose: "Perché, adesso tu vivi?" Ecco la risposta da dare a quegli individui per i quali la morte sarebbe un rimedio: "Hai paura di morire, perché adesso vivi?" 19 "Ma," può rispondere, "io voglio vivere, compio tante nobili azioni; non ho intenzione di venir meno ai doveri dell'esistenza, doveri che adempio con probità e zelo." Perché? Ignori che uno dei doveri della vita è anche morire? Tu non trascuri nessun obbligo; non hai un numero definito di doveri da compiere. 20 Ogni vita è breve; se guardi alla natura delle cose, è breve anche l'esistenza di Nestore e di Sattia, che ha voluto scritto sulla sua tomba di essere vissuta novantanove anni. Vedi: c'è chi si vanta di una lunga vecchiaia; chi l'avrebbe potuta sopportare se fosse arrivata a cent'anni? La vita è come un dramma; non conta quanto è lunga, ma se viene rappresentata bene. Non importa dove finisci. Finisci dove vuoi, basta che tu chiuda bene. Stammi bene.

 

78

1 Ti tormentano continuamente catarro e febbriciattole, inevitabile conseguenza di un catarro cronico e di vecchia data; mi dispiace tanto più perché ci sono passato anch'io per questo genere di malattia: all'inizio non ci feci caso, ero giovane e potevo ancòra sopportare i danni di un male e comportarmi con una certa arroganza nei suoi confronti; poi, dovetti soccombere, e mi ridussi a essere tutto catarro e diventai uno scheletro. 2 Tante volte mi prese la voglia di farla finita: ma mi trattenne la vecchiaia del mio amorevolissimo padre. Pensai non come potevo morire da forte, ma come mio padre non avesse la forza di sopportare la mia scomparsa. Perciò mi imposi di vivere; talvolta anche vivere è un atto di coraggio.

3 Ti dirò che cosa mi diede sollievo; ma prima voglio dirti che quanto mi confortava ebbe per me l'efficacia di una medicina; un conforto onesto diventa una medicina e, se una cosa solleva l'anima, giova anche al corpo. Gli studi furono la mia salvezza. È grazie alla filosofia se mi sono risollevato, se sono guarito; alla filosofia sono debitore della vita, ma questo è il debito più piccolo che ho con lei. 4 Anche gli amici contribuirono molto alla mia guarigione; i loro consigli, le veglie, le conversazioni mi erano di sollievo. Niente, mio ottimo Lucilio, rianima un ammalato e lo sostiene quanto l'affetto degli amici, niente serve tanto a ingannare l'attesa e il timore della morte: non ritenevo di morire, se rimanevano in vita loro. Pensavo, voglio dire, che sarei vissuto non con loro, ma attraverso loro; non mi sembrava di esalare l'anima, ma di trasmetterla. Tutto questo mi diede la volontà di farmi forza e di sopportare ogni tormento; altrimenti è ben triste cosa non avere il coraggio di vivere e aver buttato via il coraggio di morire.

5 Questi sono i farmaci da prendere: il medico ti prescriverà quante passeggiate o quanto moto devi fare; ti raccomanderà di non abbandonarti all'ozio cui si tende quando una malattia costringe all'inattività; di leggere ad alta voce e di esercitare il fiato perché vie respiratorie e polmoni lavorano male; di andare in barca per smuovere le viscere con quel dolce ondeggiare; ti dirà che cosa devi mangiare, quando devi bere vino per darti forza, quando devi astenertene per non provocare e inasprire la tosse. Io ti prescrivo un rimedio adatto non solo a questa malattia, ma a tutta l'esistenza: il disprezzo della morte. Non c'è più nulla di triste, se ci sottraiamo alla paura della morte.

6 In ogni malattia ci sono tre cose gravi: il timore della morte, il dolore fisico, l'interruzione dei piaceri. Della morte si è detto abbastanza, aggiungerò solo questo: è un timore legato non alla malattia, ma alla nostra natura. È successo a tanta gente che una malattia ne allontanasse la morte, e la sensazione di morire fu per loro salutare. Morirai non perché sei ammalato, ma perché vivi. La morte ti attende anche dopo la guarigione; se guarirai, non sarai sfuggito alla morte, ma alla malattia.

7 Torniamo ora ai disagi veri e propri: una malattia provoca forti sofferenze, ma a intervalli che le rendono tollerabili. Un dolore quando è al massimo dell'intensità non dura; nessuno può soffrire intensamente e a lungo: la natura, che ci ama molto, ci ha regolato in modo che il dolore fosse o sopportabile o di breve durata. 8 I dolori più acuti si localizzano nei punti più magri del corpo; i nervi, le giunture e le altre parti più scarne ci fanno soffrire terribilmente quando il male si annida nella loro superficie limitata. Queste parti, però si intorpidiscono presto e l'intensità stessa del dolore le rende insensibili, primo perché lo spirito vitale è impedito nelle sue attività naturali e si deteriora: perde la forza da cui trae vigore e con cui ci stimola; secondo perché gli umori corrotti, quando non hanno più uno sbocco, si neutralizzano da sé e privano di sensibilità quelle parti che hanno riempito in maniera eccessiva. 9 Così la gotta che colpisce mani e piedi e tutti i dolori delle vertebre e dei nervi si calmano quando ottundono le parti che tormentavano; le prime fitte di tutte queste malattie sono lancinanti, poi, se durano, finisce la fase acuta e al dolore subentra l'intorpidimento. Il mal di denti, di occhi, di orecchie è più acuto perché si sviluppa in organi molto piccoli, e lo stesso è, perbacco, per il mal di testa; se, però è troppo violento, provoca delirio e torpore. 10 Perciò un dolore intenso porta questo sollievo: se lo si sente troppo, si finisce necessariamente per non sentirlo più. Ma c'è una cosa che tormenta gli ignoranti nelle sofferenze fisiche: non sono abituati a essere paghi dello spirito; attribuiscono molta importanza al corpo. Perciò l'uomo magnanimo e saggio separa l'anima dal corpo e con la parte migliore di sé, di origine divina, si intrattiene a lungo, con quella corporea lamentosa e fragile, invece, solo lo stretto necessario. 11 "Ma," si obietta, "è fastidioso non godere dei consueti piaceri, astenersi dal cibo, soffrire la sete, la fame." In un primo momento queste privazioni sono gravose, poi il desiderio comincia ad attenuarsi proprio per la spossatezza e l'indebolimento degli organi del desiderio; lo stomaco diventa schifiltoso e all'avidità di cibo subentra la nausea. Anche le voglie si spengono e allora non è duro rinunciare a ciò che non si desidera. 12 Aggiungi che ogni dolore a tratti si placa o, almeno, diminuisce. Inoltre, è possibile prevenirlo e contrastarlo con le medicine; ogni tipo di sofferenza presenta chiari sintomi, specie se ritorna spesso. È, dunque, possibile sopportare la malattia se ne disprezzi le estreme conseguenze.

13 Non renderti più gravosi i tuoi mali, non opprimerti con i lamenti: il dolore è leggero se non lo accresci con la tua suggestione. Se comincerai invece a farti coraggio e a dirti: "Non è niente o almeno è cosa da poco; resistiamo, sta per finire", con questi pensieri lo renderai leggero. Tutto dipende dalla suggestione; e non ne sono soggette soltanto l'ambizione, la lussuria, l'avidità: soffriamo per suggestione. 14 Ognuno è infelice quanto ritiene di esserlo. Ma evitiamo, io la penso co