1.
ANALISI STORICA: EXCURSUS
Registriamo, preliminarmente, l'esigenza di una precisazione generale del concetto di cultura. Il tema, come è noto, è sin troppo spinoso ed è stato variamente tematizzato e definito dalle ricerche di antropologia culturale, a partire da quella celeberrima e pionieristica di Tylor. Qui, tuttavia, non affrontiamo nello specifico l'argomento e lo diamo, in un qualche modo, per risolto, rimandando, sul punto, ad una ricerca di qualche anno fa dell'Associazione culturale Relazioni e ad alla relativa bibliografia
(1).Ciò detto, dobbiamo perlomeno richiamarci ad un generico concetto di cultura. Tenendo ben fermi il campo e gli obiettivi del nostro piano di ricerca, ci serviamo, in proposito, del concetto fornito dall'Unesco nel 1969, secondo cui vanno considerate culturali "tutte quelle attività dirette a conservare il patrimonio storico-artistico-culturale del passato, o perlomeno lo sviluppo e la creazione di nuove opere, e diffonderne la conoscenza e l'apprezzamento sotto qualunque forma ... e con qualunque mezzo"
(2).Pur presentando evidenti limiti, la definizione può essere generalmente condivisa e assunta come provvisorio punto di partenza. Passando dai "materiali preparatori" ai "materiali propositivi", le carenze della definizione dell'Unesco appariranno in tutta la loro chiarezza e potranno essere positivamente superate.
1. Dal fattore umano alla politica dell"offerta culturale"
L'inserimento dell'azione culturale nelle politiche di sviluppo del Mezzogiorno si deve alla delibera Pastore che, nel marzo 1959, in sede di definizione della "politica del fattore umano"
(3) quale tratto specifico delle politiche pubbliche meridionaliste, stabilì che l'intervento culturale dovesse essere una componente qualificante dell'azione di sviluppo del Mezzogiorno.I primi elementi operativi dell'intervento culturale nel Mezzogiorno ruotano attorno alle attività per i giovani, all'educazione degli adulti, all'educazione igienico-sanitaria ecc. che trovano nei "centri di servizio culturale" e nelle "biblioteche" i loro punti focali. Osserva S. Zoppi; "Quella decisione si inquadrava certamente in una logica di rinnovamento e quasi di rottura della cultura meridionale e delle sue arcaiche caratteristiche; ma altrettanto significativamente essa si ricollegava ad un'antica opzione di quei grandi meridionalisti (da Zanotti Bianco a Salvemini) che avevano visto nella crescita culturale dei meridionali la strada maestra dello sviluppo"
(4).Osserva ancora Zoppi che, forse, in tale impostazione "c'era troppa illuministica fiducia nella forza innovativa della cultura"
(5). Per il motivo (principale) che "i tempi non erano maturi per fare anche nella cultura una "politica dell'offerta", senza un'adeguata valutazione delle conseguenze di una proposta definita dal centro, su scelte di valore in parte estranee alla cultura locale" (6).Cosicché, da quest'angolazione di osservazione, con la seconda metà degli anni '60, l'intervento culturale per il/e del Mezzogiorno finì con "l'impantanarsi in un'offerta culturale di stampo semideologico e contestativo, ancora più estraneo alle quotidiane vicende, anche di trasformazione economica, delle regioni meridionali"
(7).Solo dopo questa fase, osserva ancora Zoppi, si elabora una vera e propria politica culturale per il Sud; e, conclude Zoppi, "tale ripresa di interesse non poteva che incardinarsi sul FORMEZ: non solo perché il FORMEZ era fratello gemello dell'intervento culturale (nacquero infatti insieme nella stessa delibera del marzo '59), ma perché nella sua quotidiana attività formativa il FORMEZ aveva toccato con mano l'importanza per il Mezzogiorno di avere e fare nuova cultura, specialmente a medio-alto livello"
(8).Quattro gli assi su cui il FORMEZ incardinò l'intervento culturale per il Sud:
a) "rilanciare una politica dell'offerta culturale";
b) "fare offerta ai livelli più alti (per non ricadere nella frammentazione localistica e di basso profilo dell'esperienza precedente)";
c) "fare combinazione fra offerta e domanda, lavorando molto sulle università meridionali come locus privilegiato di tale combinazione";
d) "fare combinazione fra alta cultura e cultura antropologica, perché quest'ultima non rifluisse nel puro folklore e perché la prima non si imprigionasse nella pura accademia"
La filosofia dell'intervento culturale del FORMEZ era inizialmente finalizzata al perseguimento dell'obiettivo della modernizzazione della cultura meridionale; strada facendo tale filosofia si è andata trasformando in logica di promozione, nel Mezzogiorno, di culture della modernizzazione
(10). Ciò perché il FORMEZ, sulla base della sua esperienza storica, vedeva nelle "variegate offerte via via valorizzate una canalizzazione di nuove energie e di nuove risorse per lo sviluppo. Uno sviluppo che nel Sud non può essere negazione della storia e della tradizione, ma loro valorizzazione ed inserimento nei più generali circuiti dell'elaborazione culturale del mondo moderno" (11).
2. Dalla "modernizzazione culturale" alle "culture della modernizzazione"
Volendo condurre una disamina del rapporto tra cultura e Mezzogiorno, dunque, è dalla fine degli anni '70 in poi che può dirsi che l'intervento straordinario abbia assunto come sua variabile interna l'azione di sostegno e promozione culturale
(12). Difatti: "Nei decenni precedenti l'azione dello Stato nelle regioni meridionali nel campo della cultura si era concentrata sulla valorizzazione del ruolo delle attività formative, che avevano trovato una loro sistemazione fin dal 1959 in un Piano d'interventi della Cassa per il Mezzogiorno per la preparazione professionale delle forze di lavoro elaborato dal Comitato dei Ministri per il Mezzogiorno, presieduto in quel tempo da Giulio Pastore. L'elemento più innovativo del Piano era costituito dalla formazione dei quadri direttivi ed intermedi della Pubblica Amministrazione (PA) e della piccola e media impresa (pmi), soprattutto industriale" (13).Assistiamo, sul punto, ad una "logica derivazione" dalle impostazioni politiche generali con cui negli anni '50 si conferisce forma organizzata alle politiche pubbliche meridionaliste: "Se con la legge 764/1957, la cosiddetta legge del "secondo tempo", l'industrializzazione e la modernizzazione erano divenuti i referenti dell'intervento di sviluppo economico e di mutamento sociale nei decenni a venire, era logico che due anni più tardi una priorità venisse accordata al sapere tecnico-scientifico ed alla cultura dell'organizzazione propri della civiltà industriale"
(14).Ulteriore e logica conseguenza di quest'approccio è l'attivazione di una strumentazione specificamente deputata alla formazione professionale (FP) nel Mezzogiorno: la rete diffusa dei "Centri interaziendali di addestramento professionale nell'industria" (CIAPI), territorialmente allocata in corrispondenza delle aree e dei nuclei industriali
(15).Per parte sua, la componente assistenziale-rieducativa presente nell'approccio che si sta qui ricostruendo dà luogo ad una serie di risultanze non meno rilevanti. Nel 1960, la "Cassa stabilisce una convenzione con l'Amministrazione per le attività assistenziali italiane e internazionali (AAI), che prevede la realizzazione di un Programma di attività sociali ed educative per il Mezzogiorno comunemente denominato "Programma ASEM". Il Programma avrà uno dei suoi effetti più rilevanti nella costituzione di 19 Centri sociali giovanili, in altrettante città, dislocate nelle aree di particolare sviluppo economico promosso dall'intervento straordinario e dall'industrializzazione, allora in fase di avvio"
(16).Si può concludere: "Nel quadro complessivo del Piano del '59, la cultura intesa nei suoi termini tradizionali, di attività legata a determinate istituzioni o amministrata ufficialmente da istituzioni pubbliche competenti, non viene presa in considerazione, o, se viene considerata, lo è - come nel Programma ASEM - in un'accezione sociale, dove la cultura si fa educazione, istruzione, informazione sanitaria, assistenza pubblica"
(17).Questo rimane l'asse fondazionale della legge 717/1965, con cui si crea il FORMEZ (Centro di formazione e studi per il Mezzogiorno), a cui viene assegnato il ruolo di organo tecnico della funzione di intervento straordinario, "in materia di formazione dei quadri della PA e della pmi. Il FORMEZ ha alle spalle l'esperienza di un suo primo nucleo, il Centro di formazione e studi (CFS)
(18), operante con dei corsi a Napoli dal '63, e di cui è altamente significativa la forma-scuola che tradisce l'aspirazione a formare l'imprenditore industriale dentro un modello d'azienda alla cui base stiano la razionalità, la funzionalità, la partecipazione consapevole dei membri dell'organizzazione. Sia nella legge 717, che nello strumento di attuazione - il Piano di coordinamento degli interventi pubblici nel Mezzogiorno - approvato dal CIR nel 1966 ed integrato dal CIPE nel '67, trovano ancora un loro spazio le attività socio-educative, localizzate soprattutto nelle "zone di sviluppo integrale" e centrale sulla formula dei CSC - Centri servizi culturali - (eredi dei Centri sociali giovanili e di altre iniziative similari nel campo della diffusione culturale) ... La continuità d'impostazione e di intenti fra Piano del '59 e legge del '65 è ben rappresentata dall'assegnazione al FORMEZ di tutto l'arco di competenze che va dalla formazione dei quadri fino alla produzione e gestione dei servizi culturali. Del vecchio piano ciò che viene stralciato è la FP. In questo modo, le due massime centrali delle politiche formative ed educative, la scuola e la FP, restano escluse dall'intervento straordinario, ed assegnate alle cure esclusive dell'amministrazione ordinaria. Con una precisazione ulteriore: che i finanziamenti destinati dall'intervento straordinario alle attività formative e promozionali costituiranno un'entità estremamente ridotta rispetto alla somma che lo Stato investirà in attività scolastiche (comprese quelle a carattere superiore connesse all'Università o allo stesso CNR) ed in formazione professionale" (19).Secondo A. Musacchio, la l. 717/65 e il collegato Piano di coordinamento del 1966, costituiscono "il punto più alto d'una riflessione tutta interna alla teoria dello sviluppo ed al disegno d'industrializzazione del Mezzogiorno. "I destinatari dell'offerta FORMEZ corrispondono alla definizione più precisa che si possa dare dei soggetti dello sviluppo industriale: l'imprenditore, i quadri direttivi d'azienda, il personale tecnico della PA e dell'impresa sono effettivamente gli attori primi del cambiamento che deve prodursi nella società meridionale. Analogamente, il puntare sui CSC in un momento in cui la scolarizzazione va assumendo nel Sud caratteri di massa, costituisce un atto di notevole acume politico. Non a caso i Centri occuperanno un posto di rilievo nelle dinamiche che negli anni successivi interesseranno anche al Sud il mondo degli studenti, sebbene con effetti negativi non previsti né prevedibili, che tuttavia, paradossalmente, confermeranno la diagnosi del '65: il fatto, cioè, che la scuola va assumendo nel Sud un ruolo centrale nei processi di socializzazione. Con un'aggiunta, però: che l'istruzione come può essere fattore di integrazione sociale, così - ove non si connetta alle dinamiche del mercato del lavoro - può divenire tramite (talvolta esasperato) di critica sociale"
(20).Il "ribellismo sociale" tocca in particolare i centri urbani del Mezzogiorno, verso la fine degli anni '60 ed è da Musacchio messo in collegamento alla scolarizzazione di massa, all'incipiente disoccupazione intellettuale, al malessere migratorio
(21). Questi fattori non solo si combinano tra di loro, ma si riconnettono alla generale contestazione giovanile di massa che scuote l'occidente capitalistico, riproducendo "fra il 1969 ed il '70 nel Sud le rivolte studentesche che circa un anno prima hanno assalito le società urbane del Centro-Nord" (22).
3. Dall'"enfasi industrialista" all'"enfasi culturalista"
Così sintetizzati i patterns culturali dell'intervento straordinario nel Sud, tra anni '50 e '60, rimane da osservare che dall'orizzonte di riferimento "sfuggono le due grandi culture tradizionali del Mezzogiorno: la cultura storicista, sia nella sua visione idealista che in quella marxista, e la cosiddetta civiltà contadina, ossia le culture materiali elaborate dalle comunità rurali specie delle aree marginali"
(23).Per Musacchio, l'abbandono delle culture sapienziali di tipo tradizionale-contadino appare dotato di una certa logica, visto che in piano è messo l'incivilimento industrialista; "meno comprensibile è la rimozione per un lungo periodo di tempo degli istituti posti a presidio della tradizione umanistica e delle forme della ragione classica"
(24). Il fatto è, aggiunge Musacchio, che: "Probabilmente è l'enfasi proiettata sullo sviluppo economico e la volontà di rifiuto e quasi di cancellazione del passato, che tende a provocare questa separazione dell'istruzione dall'educazione, della formazione dalla cultura, della scienza dalla società che avrà ricadute non secondarie sui caratteri della cultura giovanile del Mezzogiorno e sullo stesso addensarsi di aree di profondo malessere sociale fra la seconda metà del decennio '70 e la prima parte degli anni '80" (25).Con l'istituzione delle Regioni nel 1970, l'enfasi industrialista pare trovare un punto di arresto, con la formulazione dei relativi Statuti da parte delle regioni meridionali, i quali assumono formalmente il ruolo di centralità della cultura, ai fini "dell'affermazione delle identità storico-sociali delle popolazioni del Mezzogiorno"
(26). Contrappeso dell'enfasi industrialista diviene, quindi, l'enfasi culturalista; alla retorica industrialista si sovrappone la retorica culturalista, forse ancora più velleitaria e impotente della prima.Ricorda A. Musacchio: le regioni meridionali "verranno assumendo, almeno a livello programmatico, il rapporto cultura-territorio-sistema delle autonomie locali come basilare per l'espansione di una democrazia reale nel Mezzogiorno e per la collocazione e sistemazione dentro il quadro delle culture e delle identità locali di valori fondamentali quali il territorio, i beni culturali, la partecipazione in quanto nuclei essenziali della coscienza civile e dell'espressività sociale"
(27).
4. Il nuovo contesto degli anni '70
A misura in cui si va affermando questo nuovo humus, il Formez si concentra sul tipo di valori formativi che "costituiscono il "titolo" della sua presenza sul fronte dell'intervento straordinario: la cultura industriale, la cultura dell'organizzazione, la professionalità, il sapere specialistico. Le due leggi meridionaliste degli anni Settanta, la 853/1971 e ancor più la 183/76, sollecitano il FORMEZ ad occuparsi da vicino pure dei processi di regionalizzazione. Così, nato come centro residenziale di formazione e dopo aver svolto agli esordi funzioni tipicamente scolastiche, soprattutto a partire dalla seconda metà degli anni Settanta il FORMEZ viene ad assumere la fisionomia di un organismo prevalentemente specializzato in iniziative d'aggiornamento e perfezionamento di quadri imprenditoriali o di quadri direttivi e tecnici, già inseriti nelle imprese industriali, nei servizi e nelle amministrazioni pubbliche, specie quelle regionali"
(28).L'antica duplicazione tra intervento straordinario e intervento ordinario conosce ora centri di frantumazione, direttamente implicati dall'articolazione dei nuclei di governo delle autonomie locali, lungo la raggiera Regioni/Province/Comunità Montane/ Comuni. In particolare, le regioni tendono a superare i limiti di impostazione di governo e di cultura politica dello Stato centrale.
Il modello statalista centrale si incentrava su queste funzioni cardine:
(29).Anche nel Mezzogiorno, osserva Musacchio, le Regioni tentano di "superare i limiti dell'azione statale e di anticipare nuove modalità di intervento, promuovendo quella ricomposizione delle funzioni di tutela e di valorizzazione dei patrimoni storici ed artistici che la sempre attesa legge nazionale sui beni culturali dovrebbe assegnare al sistema delle autonomie locali"
(30).Ma il contesto degli anni '70 è soprattutto determinato dalla crisi economica internazionale, dovuta ai due schok petroliferi. Crisi che, fa notare Musacchio, "in maniera purtroppo definitiva, pregiudica il disegno coltivato dalle grandi imprese a partecipazione statale di un'industrializzazione del Sud che parta dai grandi settori di base, soprattutto dalla chimica e la siderurgia"
(31).Alla metà degli anni '70, dobbiamo registrare l'esaurimento del progetto/processo di industrializzazione del Sud e con esso giunge al suo terminale la retorica e la mitologia dello sviluppo.
5. "Intervento culturale" e "mutamento sociale": la "proposta De Rita"
La crisi della prima metà degli anni '70 induce nuovi elementi di riflessione sul rapporto tra intervento culturale e Mezzogiorno. La ricerca del CENSIS, "Cultura e intervento culturale nel Mezzogiorno" segna primi importanti punti di passaggio. La ricerca è commissionata nel 1976 dal FORMEZ al CENSIS e si conclude nel 1978: i suoi primi risultati saranno discussi in un "seminario di studi Censis-Formez nei primi mesi del 1979
(32).Punto analitico portante della ricerca è l'analisi delle articolazioni della cultura amministrata nel Mezzogiorno. Però, essa suscita "immediatamente un dibattito che travalica le tematiche affrontate nel corso dell'indagine. È lo stesso relatore del seminario. G. De Rita, che solleva una problematica, che scavalcando il tema delle istituzioni culturali, investe quello del mutamento sociale in atto nel Mezzogiorno e di "quale cultura" scegliere per il sostegno di tale mutamento
(33).Rispetto a questo quadro storico-euristico, l'intervento di De Rita introduce ulteriori e rilevanti elementi di novità, con riferimento allo stesso ambito di ricerca del Censis e alle sue risultanze.
Per una parte, in linea con la ricerca Censis, De Rita mette direttamente in connessione funzionale l'intervento culturale nel Sud con alcune variabili centrali:
1) la nuova soggettualità meridionale, dal piano politico a quello imprenditoriale;
2) la dimensione imprenditoriale locale micro, quale sogetto attivo di "terziarizzazione privata", in alternativa agli avviati processi di trasformazione industriale del Sud;
3) le "aree interne" povere di iniziative e di mezzi, ma ricche di tradizioni culturali;
4) i "centri storici" tradizionali in piena "crisi di identità" che, a causa dei processi di "modernizzazione" in atto, richiedono operazioni di recupero e restauro di carattere urbanistico e culturale
Per altra parte, distaccandosi dalla trama elaborativa della ricerca Censis, De Rita ripensa il concetto stesso di cultura, attribuendogli tre significati derivanti dal "valore di scambio" ad essi assegnato in passato e recuperato nel presente. La tripartizione semantica del concetto di cultura che De Rita rivisita è la seguente;
1) cultura come conservazione di un patrimonio dato di strutture e di conoscenze; il valore di scambio è qui, chiaramente, un valore di salvezza/conservazione;
2) cultura come innovazione e (ri)elaborazione di idee di "minoranze illuministiche"; il valore di scambio è qui un valore di giustificazione/le-gittimazione/sostentamento degli intellettuali nella società;
3) cultura come culturizzazione estensiva; il valore di scambio è qui un valore diffusionale, premessa e fattore della scolarizzazione di massa e della proliferazione dei mezzi di comunicazione
Se questo è il quadro generale di riferimento - continua De Rita - per il Sud, si pone una serie di esigenze primarie: a) "recuperare alcuni dei significati, dei valori di scambio, degli indirizzi politici della cultura in senso tradizionale (conservazione del patrimonio, innovazione minoritaria, culturizzazione estensiva)"; b) curare con attenzione "l'intreccio fra cultura e società civile"; c) calare l'intreccio appena menzionato dentro un processo di organizzazione del consenso focalizzato "sulla valorizzazione delle radici tradizionali delle singole società locali e sulla riflessione di autocoscienza"
(36).Gli assi proposti dalla riflessione di De Rita, in sostanza, sono riducibili: a) alla nuova soggettualità politica e imprenditoriale meridionale; b) ai processi di costruzione e mobilitazione del consenso costruibili attorno alla nuova soggettualità e all'ethnos antico. Il progetto teleologico che ne risulta concepisce, quindi, l'intervento culturale nei seguenti termini: la politica culturale nel Sud deve "significare valorizzazione delle radici locali della società civile meridionale"
(37). Tutto ciò "abbandonava deliberatamente il terreno su cui si era esercitata la ricerca FORMEZ-CENSIS" (38). Osserva puntualmente Musacchio: "Dato lo stretto nesso stabilito, in questa concezione della cultura, col territorio, un disegno di politica culturale del genere doveva, a sua volta, essere "territorializzato" in ragione delle competenze del sistema delle autonomie locali strutturalmente più attento a cogliere, zona per zona, le realtà e le potenzialità delle comunità locali. E perché questo disegno non si frammentasse in una miriade d'interventi, occorreva - infine - che i sistemi locali venissero immessi in un circuito a livello centrale che fornisse loro input di informazione, riflessione, effetti dimostrativi ecc." (39).Quale l'"organicità" della "proposta De Rita"? Sentiamo Musacchio: "la conservazione critica dei valori sapienzali depositati nella coscienza sociale del Mezzogiorno e, nello stesso tempo, la preoccupazione di una loro possibile, imminente dispersione; il collegamento, dunque, del vecchio e del nuovo, di cultura e politica, di mercato e di amministrazione pubblica (in una prospettiva - non solo difensiva - ma di organizzazione del consenso di massa)"
(40). L'orizzonte teleologico è qui quello dello sviluppo autocentrato del Mezzogiorno: "nuova imprenditorialità e rifondazione delle culture tradizionali, quindi, come fattore di sviluppo e di mutamento ma nella continuità di valori primi" (41).L'impostazione dell'intervento culturale nel Sud, dall'elaborazione Svimez degli anni '50 al piano Pastore del '59 fino alla legge 717/1965, dalla ricerca Formez-Censis alla "proposta De Rita" della metà degli anni '70, va via via combinando una concezione della cultura di matrice funzionalista con un'altra di ispirazione cristiana, secondo cui la cultura è funzione di un progetto di liberazione globale dell'umanità
(42) che non pochi addentellati trova nella stessa impostazione culturale marxista.
6. Lo smemoramento culturale e identitario degli anni '80
La crisi irreversibile dell'intervento straordinario e del progetto/processo di industrializzazione avvia nel Mezzogiorno un'erosione dei processi costitutivi della memoria e dell'identità, per cui diviene problematico dal Sud immaginare, pensare, vedere e ascoltare il Sud. La condizione di meridionalità si fa situazione che assomma in sé carenza di memorizzazione, deficit di identità e difficoltà di immaginazione
(43).Non si tratta unicamente di una sopravvenuta incapacità, da parte del Mezzogiorno, a produrre la propria immagine
(44); quanto, piuttosto, di un'ostruzione dei processi di traslazione culturale dall'essere all'agire, dal fare al comunicare, dal pensare al rappresentare ecc.. Per essere più precisi: l'amalgama fra tradizione e modernità, da un lato, non mantiene le promesse di modernizzazione e, dall'altro, estirpa le radici delle culture locali. Al Sud, quindi, come è assente in senso stretto la modernità, così risulta dissolta la tradizione. L'amalgama conflittuale fra tradizione e modernità dà luogo ad una composizione confusa, dentro cui il Sud stenta a riconoscersi ed è, del pari, difficile attribuirgli dall'esterno una identità perspicua. Il Sud risulta tanto più orfano della modernità e della tradizione quanto più l'intervento dall'alto dello Stato ha proceduto nella direzione della surdeterminazione di assetto, habitat, equilibri sociali, forme cultuali e culturali, modalità di agire, modelli di razionalità, stili di vita ecc.Tale condizione di orfanità è la diretta risultante di una serie di traumi per effetto: a) di un surplus di intervento di modernizzazione dall'alto; b) del fallimento delle finalità a lungo termine e degli obbiettivi a breve dei processi di modernizzazione. Ora, tanto le analisi critiche sull'intervento culturale nel Mezzogiorno che le politiche culturali per il Mezzogiorno omettono di fare debitamente i conti con tale cesura. È, certamente, vero che la crisi del "meridionalismo di Stato" ha accelerato la crisi del meridionalismo e che la crisi del meridionalismo "appare come un riflesso allarmante della difficoltà esistente nel Mezzogiorno di ricomporre il rapporto fra cultura e società"
(45). Tuttavia, l'elemento più interessante è dato dalle immani modificazioni di società e di cultura indotte proprio dall'azione del "meridionalismo di Stato" (noi preferiamo usare l'espressione: "meridionalismo di governo"), con cui si determinano nel Mezzogiorno nuove strutture sociali e inedite strutturazioni simboliche. Si consolida, così, un nuovo ordito di relazioni sociali, codificazioni simboliche e configurazioni politiche che resta largamente inindagato nella sua complessa architettura.Sta qui il demerito principale del meridionalismo e delle culture meridionali. Il primo non riesce a dare conto delle modificazioni intervenute nel Mezzogiorno; le seconde finiscono irretite dall'ingranaggio stritolante dato dall'amalgama conflittuale fra tradizione e modernità. Se così stanno le cose, solo assai parzialmente la crisi della "cultura meridionale" è il riflesso della crisi del meridionalismo. Anzi, ambedue sono prodotti perspicui e differenziati di un processo socio-culturale assai articolato, diffuso e territorializzato.
La dissimetria che qui balza in evidenza è tra sapere tecnico (incorporatosi nei processi produttivi) e habitat locale; non già tra sapere tecnico e cultura umanistico-astratta (del meridionalismo). La cultura umanistica di impostazione meridionale è letteralmente spiazzata dai processi di modernizzazione: questo è vero. Ma non si può dire che i nuovi saperi tecnici siano riusciti ad interiorizzarsi nel reticolo dei sistemi locali. Al contrario, proprio qui possiamo registrare uno scarto incolmabile tra razionalità tecnica e habitat locale: la prima, con la sua pretesa di astrazione scientifica, si rivela largamente incapace di interpretare e rappresentare la complessità della seconda, la quale sfugge ai moduli dell'ermeneutica razionalistica. Da questa postazione d'analisi, con maggiore risalto, emerge un deficit strutturale: "né i politici né i nuovi soggetti dispongono di una cultura all'altezza del progetto che pure vorrebbero attuare"
(46). Il che, a fortori, impedisce di verificare la fondatezza e la congruità di quel progetto. Quello che finisce col mancare ai soggetti del "progetto culturale" e del "progetto sociale" per il Sud sono, dunque, elementi culturali adeguati di autoanalisi. Soprattutto, inibita pare essere la presa di consapevolezza della scissione, ormai irreversibile, consumatasi tra gli ambiti categoriali e valoriali della politica e della cultura, della scienza e della cultura, della politica e della scienza.Le domande che restano inesplorate paiono le seguenti:
In realtà, il campo su cui non si sviluppa l'interrogazione critica non è l'universo discorsivo, valoriale e teleologico della cultura umanistica, quanto piuttosto quelli della cultura illuministica e della razionalità scientifico-tecnologica, erroneamente e ideologicamente assunti quali referenti euristici e cognitivi indiscutibili e infallibili.
7. "General intellect", meridionalismo di stato e formazione
Che siamo pervenuti alla fase storica, prevista da Marx, in cui la scienza (teorica e applicata) è la "forza produttiva" immediata del processo di produzione/valorizzazione è un elemento, ormai, assunto in linea generalizzata; anche se le conseguenze inferite dal dato sono le più diversificate, sia dal punto di vista culturale che politico.
La domanda che dobbiamo ora porci è: quali gli effetti per il Sud dell'assunzione del "general intellect" quale grande "pilone di sostegno" della creazione di ricchezza?
Pare chiaro che se tecnica e scienza sono divenute forze produttive primarie, "allo stesso modo e per le stesse ragioni, lo è divenuta pure la formazione"
(47). Il fatto è che: "la formazione non solo concorre alla costruzione e alla gestione di sistemi sempre più complessi, ma introduce anche un cambiamento nei codici di organizzazione tecnico-professionale e, quindi, nuove forme di stratificazione sociale con un aumento della stessa "complessità sociale"" (48).Entro questo nuovo quadro, tra la fine dei '70 e l'inizio degli anni '80, la scommessa del FORMEZ è quella di lavorare ad una "strategia culturale, che costituisca pure rifondazione della cultura umanistica nel Mezzogiorno. Fino a questo punto i valori formativi - ossia i valori connessi alle culture e alle tecniche finalizzate allo sviluppo - hanno prevalso sui valori della Cultura intesa come strategia di costruzione, di arricchimento e di socializzazione dell' individuo entro lo sviluppo globale della società civile. Nella normativa per il Mezzogiorno, fra il '50 ed i giorni nostri, invano si cercherebbe un cenno, un riferimento ai grandi istituti della cultura classica"
(49).Esaminando da più vicino la problematica: "Il punto di vista del meridionalismo di Stato sembra presupporre che l'industrializzazione generi di per sé sviluppo, e che il vero punto per la società meridionale sia quello di inserirsi nella modernità. In questo senso la formazione è lo strumento necessario e sufficiente per diffondere modelli razionali che contengano regole per la possibile soluzione dei problemi che la realtà meridionale presenta. Inoltre, essa mette in moto processi di apprendimento individuali già disponibili ad essere utilizzati su scala sociale, od essere tradotti - cioè - in processi di apprendimento da parte della società"
(50).Dando continuità a questa prospettiva: "il FORMEZ ha lavorato più secondo i valori culturali della teoria dello sviluppo, che non secondo i canoni della tradizione meridionale e meridionalista. Ciò non è dipeso da una volontà negativa specifica del FORMEZ, ma piuttosto dalla filosofia generale dell'intervento straordinario a partire dagli anni '50. Quel che la seconda metà degli anni '70 ed i primi anni '80 fanno emergere è che la crescita non è necessariamente sviluppo, e che dentro i modi di formazione della società gli elementi di coscienza civile, individuali e collettivi, passano attraverso politiche educative e formative complesse, poste a monte della stessa formazione dei quadri"
(51).Nel generale processo di degrado dell'intervento straordinario e della società civile meridionale, in particolare, la "formazione professionale - dal canto suo - ha perso di continuo di qualità rimanendo (alla fine) emarginata anche dall'evoluzione dei sistemi produttivi locali. Il risultato di questi processi, dal punto di vista del mercato del lavoro, è che col tempo si è allentata la correlazione tra formazione scolastica e professionale, da una parte, ed esiti lavorativi dall'altra. Così sono aumentati gli ambiti in cui le strutture produttive ed i processi di produzione richiedono prestazioni non previste dai curricula scolastici, mentre nell'attribuzione degli status e dei ruoli professionali rivestono crescente influenza quei processi di aggiornamento e di riqualificazione che, spesso, le strutture formative non sono in grado di offrire"
(52).
8. Accelerazione del presente contro lentezza del passato: ovvero modernità come Babele
"Nel Mezzogiorno si è verificato in 35 anni uno dei processi di mutamento più celeri mai registrati nel mondo occidentale. Fra l'altro, questa accelerazione della storia si è scontrata col pianissimo del passato. Un processo del genere dovrebbe essere sempre giudicato nel tempo lungo, non nella congiuntura. Nella deriva del presente il Mezzogiorno non può presentarsi, in generale, se non come babele di tempi storici, di linguaggi, di segni antropologici e culturali"
(53).Da qui la duplice esigenza di un:
1) disegno di modernizzazione: il mutamento sociale e culturale "avviene per salti, dentro le culture più avanzate del mondo contemporaneo"; da qui monta l'imperativo di un "rovesciamento del ritardo culturale e della caducità degli assetti socio-culturali tradizionali del Mezzogiorno";
2) disegno di memorizzazione: parimenti, necessario appare un "progetto di inventariazione dell'eredità del passato", teso alla costruzione di "un archivio della memoria storica del Mezzogiorno, razionalizzando - attraverso le tecnologie elettroniche - le immense risorse museali, bibliotecarie, archivistiche, archeologiche, artistico-monumentali di cui il Sud è depositario"
Il modello di intervento culturale, così, proposto prevede un'ulteriore articolazione: la connessione ad una "rete di servizi multimediali di formazione, capace di alimentare la trasmissione a distanza di processi formativi ed educativi attraverso la diffusione nel territorio meridionale di competenze e ruoli professionali, di nuovi modelli di comportamento e di vita sociale. L'unica possibilità, nel nostro tempo, di controllare e trasferire la sterminata molteplicità dei saperi e dei valori culturali (dal momento che questa operazione è ormai tecnicamente a portata di mano) sta nell'utilizzare fino in fondo le prestazioni e le capacità comunicative dei dispositivi e delle macchine, formative e informative, fornite dalle tecnologie dell'informatica"
(55).
9. Multiversità del Sud e "società post-industriale"
Il dipanarsi del discorso tende a riaffermare, nelle nuove condizioni storiche, "l'idea del Mezzogiorno sia come luogo storico di produzione e di incontro di culture, sia come grande patrimonio di natura. È il binomio storia-natura che fa del Sud d'Italia un valore unico nel mondo occidentale, fin dai tempi della Magna Grecia. Affermare ai giorni nostri una tale formula, significa - però - ricorrere alle strumentazioni più efficienti e avanzate ai fini della riproposizione a livello internazionale dell'immagine del Mezzogiorno"
(56).In che modo tutto ciò può avvenire?
Ecco i suggerimenti di Musacchio: "a) facendo assumere una funzione fondamentale ai poteri pubblici nella gestione del trinomio "cultura-informazione-tecnologie elettroniche", come strumento essenziale per l'ulteriore avanzamento del Sud; b) proponendo l'esperienza del Mezzogiorno ai popoli mediterranei ed africani, come laboratorio di sperimentazione di nuovi circuiti culturali fra CEE e Paesi sottosviluppati; c) promuovendo, attraverso le politiche e gli interventi culturali, non solo il progetto di radicare nel Mezzogiorno forme nuove di società civile e di democrazia di base, ma anche l'idea - che oltrepassa l'ambito meridionale - di porre la cultura al centro dei tempi liberi sociali del mondo industriale e (a maggior ragione) di quello post-industriale"
(57).
Note
(1) Associazione culturale Relazioni, Cultura e istituzioni locali, Avellino, 1993. (2) La definizione si trova citata in: G. Campa-B. Bises, La spesa dello Stato per attività culturali in Italia, Milano, Giuffrè, 1980; Formez, Economia dei beni culturali. Programmazione e valutazione dell'intervento pubblico per progetti, Introduzione, Napoli, 1992, p. 15. (3) S. Zoppi, Presentazione a Formez (antologia a cura di Silvia Pertempi), Intervento culturale e Mezzogiorno, I - L'azione del Formez per il sostegno e la valorizzazione delle risorse culturali, Roma, 1988, p. 7. Sul ruolo del "fattore umano" presente nella "delibera Pastore", cfr. ancora più diffusamente A. Musacchio, Introduzione a Formez (antologia a cura di Silvia Pertempi), Intervento culturale e Mezzogiorno, I - L'azione del Formez per il sostegno e la valorizzazione delle risorse culturali, cit. pp. 12-13 (4) S. Zoppi, op. cit., p. 7. (5) Ibidem. (6) Ibidem. (7) Ibidem, pp. 7-8. (8) Ibidem, p. 8. (9) Ibidem. (10) Ibidem, pp. 9-10, (11) Ibidem, p. 10, (12) Così A. Musacchio, Introduzione a Formez (antologia a cura di Silvia Pertempi), Intervento culturale e Mezzogiorno, I - L'azione del Formez per il sostegno e la valorizzazione delle risorse culturali, cit. p. 11. (13) Ibidem. (14) Ibidem. (15) Ibidem, p. 12. (16) Ibidem. (17) Ibidem. (18) Su questo punto specifico e, più in generale, sulla "cronistoria" del Formez, cfr. Silvia Pertempi, Premessa a Formez (antologia a cura di Silvia Pertempi), Intervento culturale e Mezzogiorno, I - L'azione del Formez per il sostegno e la valorizzazione delle risorse culturali, cit., pp. 37 ss. (19) A. Musacchio, op. cit., pp. 12-13. (20) Ibidem, p. 13. (21) Ibidem, p. 15. (22) Ibidem. (23) Ibidem, p. 14. (24) Ibidem. (25) Ibidem. (26) Ibidem. (27) Ibidem. (28) Ibidem, p. 16. (29) Ibidem, p. 17. (30) Ibidem. (31) Ibidem, (32) Ibidem, p. 21. (33) Ibidem. (34) Ibidem, p. 22. (35) Ibidem. (36) De Rita citato da Musacchio, op. cit., p. 22. (37) De Rita citato da Musacchio, op. cit., pp. 22-23. (38) Così Musacchio, op. cit., p. 23. (39) Ibidem, p. 23. (40) Ibidem. (41) Ibidem. (42) Ibidem, p. 23. (43) Più organicamente, sul punto, si rinvia al capitolo finale. (44) Questa direzione di analisi, per quanto limitata, ha l'indubbio merito di spostare l'indagine sul decisivo versante dell'identità e della memoria: cfr., per tutti , Musacchio, op. cit., p. 25. (45) Musacchio, op. cit., p. 26. (46) Ibidem. (47) Ibidem, p. 30. (48) Ibidem. (49) Ibidem. (50) Ibidem. (51) Ibidem, pp. 30-31. (52) Ibidem, p. 31. (53) Ibidem. (54) Ibidem, p. 33. (55) Ibidem, pp. 33-34. (56) Ibidem, p. 34. (57) Ibidem, p. 34.
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