2.
CARATTERISTICHE CULTURALI
1. Dall'antico declinante (che non passa) al presente promesso (che non viene): i limiti culturali dello "sguardo conoscitivo" sul Sud
Gli anni '80 sono, per una parte, il collettore della crisi progressiva dell'identità del Sud; per l'altra, il punto di passaggio di una transizione difficile, per lo più inindagata nelle sue strutture di senso portanti e interpretata, per intero, in termini negativi.
Viene fatto osservare: "Nel Sud si assiste oggi, per un verso, ad una progressiva perdita di identità del Mezzogiorno tradizionale, per un altro, ad un'insufficiente o quanto meno parziale affermazione di un Mezzogiorno contemporaneo. Questo è il senso della transizione in corso, ed è probabilmente in questa prospettiva che occorre leggere il disagio di civiltà che solca una parte non piccola della compagnie meridionale".
Questa chiave di lettura, per quanto interessante e aperta alla comprensione di alcune delle rilevanti novità caratterizzanti lo scenario meridionale, appare insufficiente, perché, ancora una volta, pone la questione in termini di dislivello di civiltà: da un lato, la civiltà "senza disagi" delle società avanzate; dall'altro, il Sud: ovvero: il "disagio della civiltà", L'assunzione tutta positiva dei processi di civilizzazione che caratterizzano le società avanzate si rovescia specularmente in un giudizio di valore negativo sulla "società civile" delle aree arretrate. Il che impedisce una lettura critica appropriata sia dei processi di civilizzazione che dei processi di emarginazione, interdicendo, ancora di più, la comprensione della fitta trama di interconnessioni che legano "civilizzazione" ad "emarginazione" e viceversa. La chiave di lettura qui tipicizzata, infine, si preclude costitutivamente la comprensione della specificità assoluta, in positivo e in negativo, del Sud, dall'antico al contemporaneo.
2. La ricerca Censis del 1976-1978: lo "sguardo nuovo" offuscato dallo specchio del passato
Obiettivi della ricerca:
Fasi e tempi:
Studi settoriali:
Oggetto dei contributi degli esperti:
Politiche regionali e degli enti locali
a) predisposizione di incontri ripetuti con:
- amministratori regionali, assessorati alla cultura e/o istruzione e al bilancio enti locali;
- amministratori provinciali: assessorato cultura e/o istruzione;
- amministratori dei comuni capoluogo e di altri comuni rappresentativi per dimensione, collocazione e valore delle esperienze in at-to in materia culturale: assessorato alla cultura.
- dimensioni di spesa e di iniziativa politica in campo culturale dell'intervento pubblico;
- stato delle strutture e dei servizi culturali e valutazione di prospettiva;
- proposte per lo sviluppo dell'iniziativa delle AA.LL. in campo culturale.
Articolazioni della ricerca
Schema generale dei rapporti sulla politica culturale generale
Fabbisogno occupazionale e formativo
I suggerimenti
Il recupero urbanistico-architettonico:
Qualificazione e andamento della spesa:
- coinvolgimento delle realtà e dinamiche socio-culturali di base;
- attivazione di sedi idonee di iniziative associative e animazione culturale;
- attenzione all'evoluzione delle culture giovanili e dei comportamenti collegati;
- innestare nella domanda di socializzazione logiche di produttività sociale e culturale;
- attenzione ai "bisogni di espressività" delle classi emergenti;
- liberare i bisogni di espressività emergenti dalle pastoie di subculture ghettizzanti;
- promuovere momenti di integrazione tra tutte le istanze culturali della società;
- attenzione alle nuove tecniche di produzione culturale e di comunicazione;
- garantire una "reale diffusività" delle nuove esperienze;
- estendere il grado di leggibilità e decodificazione delle nuove esperienze.
3. Il Seminario Censis del 14 febbraio 1979 ("proposta De Rita")
3.1. Dal verticismo alla promozione dal basso
Analizziamo qui il documento assunto quale "base di discussione" del Seminario. Non ne seguiremo l'iter; bensì ne isoleremo i punti che, a nostro avviso, sembrano più interessanti.
Tre sono le linee di "indirizzo politico" che, sulla base della ricerca, il documento individua, inserendole nelle sfera delle responsabilità delle regioni, quale soggetto attivo delle politiche culturali:
Ma, al di là di questo, il documento individua, per così dire, un "valore culturale" primario, il cui perseguimento è ritenuto centrale: la valorizzazione: (i) della "cultura quotidiana" e (ii) delle "singole aree meridionali"; il tutto mantenendo una linea di "contrapposizione" o, almeno, di "parallelismo" con lo sviluppo della "cultura di massa" e della "cultura scolastica".
Secondo il documento, la "tradizione culturale" meridionale si è sempre sdoppiata tra: a) una "cultura di élite", al livello di eccellenza; b) una "cultura di massa" dai caratteri spiccatamente popolari. La cultura di massa-popolare, continua il documento, è caratterizzata da un legame con la "vita quotidiana" e da una "trasmissione sapienzale", ma "rasoterra" di "conoscenze", "atteggiamenti" e "valori". Lo sdoppiamento avrebbe fatto sì che la cultura meridionale assumesse una "configurazione schizoide".
Tale "profilo schizoide" sarebbe entrato in crisi nel periodo che va dalla fine degli anni '50 alla fine dei '70, in virtù dell'"effetto combinato" (i) dell'espansione della scolarità ("che ha trasmesso o almeno sovrapposto alle culture individuali di tipo popolare gli elementi tipici della cultura illuministica e borghese di cui è fatta la formazione scolastica) e (ii) dell'espansione dei mezzi della "comunicazione di massa" ("che ha sovrapposto alla tradizionale cultura meridionale quei modelli di vita e comportamento urbani e borghesi che le sono propri").
Ora, la fruizione della cultura di massa e della cultura scolastica sono caratterizzate da un "forte dose di passività". Dall'altro lato, si deve registrare la scarsa "domanda endogena" di "nuova cultura". Questi due elementi, fusi insieme, avrebbero dovuto favorire il distacco delle trazioni culturali meridionali dai "tipi" tradizionali (popolari, contadini, paesani). Al contrario, informa il documento, la ricerca Censis dimostra come le tradizioni culturali, con le loro tipologie e codificazioni simboliche, permangono come referente privilegiato; soprattutto, nelle "zone interne". La "domanda culturale" del Mezzogiorno, osserva il documento, è, dunque, una domanda richiedente la valorizzazione delle "situazioni locali" e delle "potenzialità" ivi presenti.
Sul piano politico, ciò ha una conseguenza immediata: si afferma la doppia esigenza di:
Fa osservare, in proposito, il documento: "Operare in questi termini promozionali è certo più difficile che gestire sovrintendenze e biblioteche o creare centri di servizio culturale; ma è forse la sola strada che oggi può avere successo nel Mezzogiorno".
3.2. Fine del rapporto tra "sviluppo culturale" e "alleanze sociali"? Al centro il territorio?
Per il documento, il tema dello "sviluppo culturale" è sempre stato strettamente connesso all'emergere di classi e strati sociali nuovi o all'aumento del peso specifico di classi, strati e ceti già operanti nella scena sociale. Per il Mezzogiorno, il documento delinea una sequenza di questo tipo: alla borghesia colta dei secoli precedenti è subentrata la piccola borghesia (a "vocazione impiegatizia") degli ultimi decenni o i braccianti agricoli e la classe operaia dell'immediato dopoguerra. Ora, c'è da chiedersi, osserva il documento, se i "convulsi e contraddittori" fenomeni verificatisi nel Mezzogiorno nell'ultimo trentennio abbiano prodotto "una crisi, se non addirittura la fine del rapporto tra sviluppo culturale ed emergenze o alleanze di classe e di gruppo sociale".
Il documento avanza l'ipotesi che molti dei "convulsi e contraddittori" processi elencati siano andati nella direzione di un "appiattimento piccolo borghese della popolazione meridionale, quasi un grande processo di imborghesimento di massa, con la conseguente "potatura" delle punte più significative di cultura professionale e sociale del passato, dalla cultura bracciantile a quella contadina e artigiana, la stessa cultura commerciale".
Uno spostamento d'asse avrebbe accompagnato, se non intenzionato, il fenomeno: più che altrove, nel Mezzogiorno il rapporto tra cultura e società si sarebbe "spostato da un asse centrato sui gruppi sociali ad un asse centrato sulle culture zonali, sulle periferie del sistema, sulla capacità di autosufficienza a livello locale". Del resto, il fenomeno sarebbe, in una qualche misura, diffuso a livello nazionale (e oltre): "le minoranze e le realtà emergenti in Italia sono sempre meno configurate come gruppi sociali e sempre più come sorgere di realtà locale, di economie locali, di culture locali tradizionali, al limite degli autonomismi politici a scala locale".
Al centro del rapporto fra sviluppo culturale e sviluppo politico si collocherebbe, dunque, il territorio: "Il rapporto fra cultura e territorio viene quindi ad essere il punto centrale di ogni sviluppo e politica nel settore culturale partendo dalle strutture e dalle potenzialità delle singole zone".
Da qui nasce un corollario di politica istituzionale che così recita: "non si può fare sviluppo e politica culturale se non incardinandosi sulle autonomie locali". L'impegno prioritario è qui quello del collegamento fra "politica culturale" e "politica delle autonomie".
3.3. Intorno al valore di scambio di "cultura", "sviluppo culturale" e "politica culturale". Dissolvenza socio-civile della cultura? Cultura come funzione di consenso?
Citiamo per esteso.
"È infatti evidente che è diverso:
- se alla cultura si dà un significato di conservazione di un patrimonio esistente di conoscenze e di strutture (il suo valore di scambio sarà quello del patrimonio da salvare;
- o se alla cultura si dà un significato di innovazione ed elaborazione di idee da parte di minoranze illuministiche (nel qual caso il valore di scambio è il valore, o il sostentamento al meglio, degli intellettuali della società)
- o se le si dà un significato di culturizzazione estensiva (nel qual caso il valore si identifica con lo sforzo anche finanziario di scolarizzazione a tutti i livelli o di diffusione dei mezzi di comunicazione di massa)".
Nella discussione sul valore di scambio della cultura si deve tener conto che è solo con la modernizzazione che essa si è "impastata" con la società civile e le realtà locali, perdendo definitivamente l'aura di aulica separatezza e comando che l'aveva avvolta per il passato. Il fatto: "La novità di questo periodo è che non ci può più essere grande distinzione fra una cultura da conservare, innovare, elaborare, estendere alle masse ed una cultura da vivere giorno per giorno in valutazioni ed opinioni correnti. La cultura è oggi intrecciata alla società civile e vale nella misura in cui è funzionale ai processi quotidiani della società civile".
In linea storico-ipotetica, la società meridionale può assegnare alla cultura tre diversi valori di scambio:
Ma, ora, afferma il documento, dei tre diversi valori di scambio indicati, "è il terzo quello che ha preso prepotentemente piede nella società nel corso degli ultimi anni, forse perché consenso, aggregazione e mobilitazione sono processi essenziali per il funzionamento, ancorché pluralistico e conflittuale, di una moderna democrazia ... cosicché il valore di scambio della cultura (quello che giustifica sviluppi, politiche, investimenti) si calibra sulla sua capacità di creare consenso e si realizza nelle contropartite più o meno brutali che da tale capacità e da tale consenso si ricavano".
3.4. La nuova soggettualità meridionale: o del venir meno delle funzioni (moderne) di consenso dello "sviluppo culturale"; o del permanere delle funzioni (antiche) del radicamento nell'ethnos
"Il futuro del Mezzogiorno si gioca sulla capacità delle singole realtà locali di esprimere una soggettualità, una capacità di cioè spinta, di iniziativa, di pressione: in campo imprenditoriale come in campo politico. E questa nuova soggettualità può a fare a meno delle accezioni più tradizionali e di massa dello sviluppo culturale, potrebbe al limite fare a meno del consenso e della mobilitazione, ma non potrebbe mai fare a meno del radicamento nell'etnos antico delle varie realtà meridionali e dell'aumento della capacità di autocoscienza".
Quindi: "Politica culturale nel Sud deve cioè poter significare valorizzazione delle radici locali della società civile meridionale; e potenziamento di tutti gli strumenti ed i processi di conoscenza della realtà attuale e delle prospettive future delle singole zone, senza svianti rituali lamenti e pessimismi e senza quasi altrettanto rituali ottimismi di sviluppo".
3.5. Le nuove politiche culturali: il superamento dei modelli settoriali e l'avvento dell'"approccio unitario". Alla ricerca dell'"ente intermedio" (subregionale) funzionale: ovvero la "territorializzazione della politica culturale".
"... è evidente che continuare a ragionare ed operare in termini settoriali è assolutamente controproducente. Occorre una innovazione radicale, occorre un rapporto costante con le realtà locali, occorre un approccio intersettoriale che copra l'insieme dei problemi culturali delle singole zone, occorre un'attenzione (ed una relativa libertà operativa) a cogliere e sfruttare potenzialità o strutture disponibili per zona".
Ciò rende necessario il riferimento a istituzioni intermedie unitarie (a livello subregionale), capaci di "ammagliare" la complessità dei "nodi territoriali" locali. Tale ente intermedio deve essere capace di "coordinare i vari interventi settoriali", con cui "stabilire un collegamento fra intervento pubblico e realtà culturale a livello locale". In altri termini: tale ente intermedio deve avere come sua vocazione la funzione di "liberare la politica culturale dalle prigionie settoriali cui fatalmente è legata la competenza regionale e dalle prigionie atomistiche e particolaristiche cui soggiacciono tutte le attività comunali".
Ne consegue che: "la prospettiva di poter operare su degli enti intermedi resta la strada principale per dare all'intervento pubblico in campo culturale coordinamento intersettoriale, aderenza ai problemi locali, collegamento con le potenzialità e le tradizioni delle singole zone".
In questo quadro, l'imperativo del "fare cultura" nelle comunità locali "non è occasione impiegatizia, è qualche cosa di più e di diverso, dove può trovare spazio anche il lavoro volontario e semivolontario sostenuto dall'azione pubblica. In campo di animazione, in campo di collegamento con la scuola, in campo di espressione artistica, in campo di rapporto fra cultura e tempo libero, è probabile che siano più utili delle organizzazioni di volontariato, delle strutture cooperative, dei singoli semivolontari che la moltiplicazione di impiegati pubblici a vari livelli".
Ciò, evidentemente, richiede "anche una costante spinta all'innovazione ed alla sperimentazione di nuovi interventi" nella logica complessiva della "territorializzazione" della politica culturale del Mezzogiorno che, "con tutti i suoi limiti e pericoli, resta l'unica scelta possibile", per il buon motivo che "un sistema culturale come quello meridionale non può essere fatto soltanto da tradizioni locali e da comparti burocratici di intervento pubblico settoriale, deve essere fatto e caratterizzato da una capacità di inputs (di informazione, di riflessione, di effetti dimostrativi, ecc.) su cui mettere alla prova e far crescere la vitalità delle culture meridionali".
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