5.
CULTURA E MEMORIA STORICA
1. Una "traccia di rottura"
Alla cultura si allineano esigenze primarie, in testa alle quali c'è, sicuramente, quella della memoria. Una cultura che non produce memoria di sé è morta ancor prima di nascere; una cultura che non trasmette e comunica la propria memoria è destinata alla cancellazione storica.
A dire il vero, tutte le culture sono sempre "strumenti di produzione" e "strumenti di comunicazione" di memoria storica. Non sempre, però, questi processi produttivi e comunicativi sono ben strutturati e intelligibili, per il fatto che i "codici culturali" non coincidono con i "flussi di memoria". Al contrario, sovente la cultura sovrascrive sulla memoria, nel senso che vi deposita sopra sedimentazioni e costruzioni simboliche che hanno un effetto di straneamento e sradicamento sui processi di memorizzazione, sui luoghi e tempi della memoria.
Quest'ultimo è il caso particolare del Sud: delle sue culture e, ancora di più, della sua memoria storica. Se le culture e le tradizioni locali hanno difficoltà a strutturarsi e riconoscersi, ancora di più la memoria storica langue in un cono inespresso, sottoposta ad una inarrestabile erosione da parte dei processi di costruzione e memorizzazione del presente. La memoria storica del passato risulta essere progressivamente messa in uno stato di soggezione e, insieme, obliterazione. Con ciò la memoria storica del presente perde la sua presa spaziale nel tempo e la sua presa temporale nello spazio storico, affondando in uno spazio/tempo sovraimposto che diventa suo non come scelta e come libertà, ma come obbligo e assimilazione coercitiva.
Il lavoro sulla "memoria storica", dunque, non è mera opera di riarchiviazione e ricatalogazione del rimosso, del perduto e del distrutto. Anzi, deve avere la "suprema ambizione" di sfuggire alle tentazioni del puro e semplice "recupero restaurativo" (con successiva "mostra") dei documenti/monumenti rimossi, perduti e distrutti.
Occorre ridare voce, immagine e identità al passato. Restituirgli memoria viva. Rimetterlo in circuito conflittuale col presente. Ricordarlo per trasformarlo e per trasformare. Demummificarlo e liberarlo dalle ibernazioni celebrative. Rimetterlo in gioco, ri-scoprendolo criticamente e criticamente agendolo.
Ciò esige una concezione attiva e viva del tempo storico, dei tempi sociali e dei tempi individuali. I "tempi morti" non cessano di comunicare vita. I "tempi della vita" sono scansione articolata e sempre in movimento di presente, passato e futuro.
2. Un "esempio ufficiale"
Forniamo qui un esempio di approccio alla "memoria storica" che si muove all'interno di un "orizzonte classico", secondo un'impostazione che non appare sufficientemente idonea a dare spazio vitale al tempo e tempi vitali allo spazio storico. Ciò per meglio rimarcare le linee di differenza alluse nella nostra "traccia di lavoro" sulla "memoria storica".
Si tratta del modello di un "Corso di aggiornamento" per "operatori culturali" addetti al "lavoro archivistico"(1) , proposto dal "Gruppo di lavoro archivi" costituito presso il Formez con l'intento di contribuire al "lavoro di recupero" dei beni archivistici e documentali andati danneggiati per opera del sima del novembre 1980 in Basilicata e Campania.
I Parte
1. dal Regno di Napoli
1.1. dal '700 al 1814
1.2. Restaurazione e Risorgimento
1. L'Archivio di Stato di Napoli
2. Un archivio-campione del Mezzogiorno: l'Archivio di Foggia
3. Gli archivi comunali del Mezzogiorno
4. Gli archivi notarili del Mezzogiorno
5. Gli archivi privati del Mezzogiorno
6. Gli archivi ecclesiastici del Mezzogiorno: archivi diocesani, parrocchiali, delle confraternite
II Parte
La Parte I del corso, come "parte propedeutica e collaterale", prevede alcune lezioni, così strutturate: a) aggiornamenti della storiografia meridionale; b) storia delle istituzioni religiose; c) approccio metodologico alla descrizione degli archivi: la Guida generale degli Archivi di Stato.
Infine, il "Corso" prevede un'attività seminariale durante la Parte II, articolata in "lezioni-incontri" sui seguenti temi: d) microstoria; e) antropologia; f) diritto pubblico e amministrativo; g) storia del territorio; h) arte e cultura materiale; i) informatica e nuove tecniche di restauro; i) didattica negli archivi.
3. Il museo: cenni storici (2)
Lessicalmente, come è noto, "museo" indica un luogo sacro alle Muse: dal latino museum che risale al greco musêion. Come luogo di conservazione, raccolta ed esposizione pubblica di oggetti d'arte, con la finalità di diffondere la "cultura figurativa", nasce, si sa, con l'Illuminismo nell'alveo delle nuove "teorie libertarie" sull'educazione. Tipico dell'ideale illuministico, difatti, è ritenere l'educazione e la cultura in generale strumenti precipui dell'innalzamento e della liberazione degli essere umani. L'idea illuministica di museo, quindi, si contrappone ad concetto antico e aristocratico della cultura: la cd. "cultura d'élite".
La semantica illuministica di "museo" si oppone, del pari, al significato di "collezione", quale raccolta privata di "oggetti d'arte", preclusa in quanto tale alla fruizione pubblica e/o di massa. Va osservato, però, che originariamente il "collezionismo" si sviluppa in epoca ellenistica e, quindi, romana, allorché prende piede la cd. "arte profana", staccata da intenzioni estetiche e permeata, invece, da finalità di carattere religioso e/o decorativo.
Con l'affermarsi del cristianesimo e la sua critica dell'estetico quale momento di distorsione del religioso, il concetto di "bello estetico" viene sostituito dal "bello religioso". Svincolatosi il senso dell'opera d'arte da ogni "senso di piacere", diventa chiaro come nel medioevo (con l'eccezione di Teodorico, Carlo Magno e Federico II) il fenomeno del "collezionismo privato" di oggetti d'arte conosca una crisi rilevante, a cui porranno riparo successivamente l'Umanesimo e il Rinascimento.
Nel XVIII secolo la "nozione" di museo acquisisce anche la dimensione semantica di "luogo dove ordinare le testimonianze concrete, materiali di modelli culturali del passato"(3). La scienza stessa della "museografia" si costituisce, in Italia, intorno alla nozione di museo quale "anello di congiunzione fra la storia ... e lo spazio in cui si era inverata". Sicché: "fin dalle sue origini il museo in Italia si qualificava per la sua funzione sperimentale, scientifica di autentico "laboratorio della storia", secondo la felice definizione di Andrea Emiliani"(4).
Sempre nel XVIII secolo, In Italia prende luogo un processo di "sradicamento" del museo dall'habitat locale in cui si trovava insediato: "Da luoghi di conservazione di reperti, di opera d'arte e di testimonianze varie non altrimenti tutelabili, i musei, dopo il 1776, divennero luoghi di concentrazione di opere sradicate anche da luoghi culturalmente lontani e scelte con criteri selettivi, volti alla promozione di una cultura nazionale uniforme"(5). Le leggi eversive del 1866-67, con la creazione dei musei civici, approfondiranno questa tendenza che può dirsi compiuta nel 1875: "Il processo di estraneazione dell'istituzione museale dal contesto storico-ambientale in cui era nato si compiva nel 1875, allorquando il Ministero della P.I. svincolava dalle accademie, che versavano in grave crisi economica e istituzionale, le gallerie statali rendendole autonome amministrativamente ed economicamente (istituzione dei biglietti di ingresso)"(6). Ancora: "Inoltre, la politica accentratrice dello Stato unitario assumeva nell'ordinamento museografico delle gallerie statali criteri selettivi volti a privilegiare le opere di maggior prestigio e troncava con provvedimenti legislativi ogni collegamento fra i musei civici e i territori amministrati dagli enti locali"(7).
La rescissione dei legami con il territorio, l'ambiente e la scuola modifica in senso peggiorativo la funzione del museo che si "riduceva a quella di un contenitore di opere d'arte indifferente alla concretezza storica delle loro origini, delle materie di cui sono fatte, delle tecniche che le avevano prodotte, della loro potenzialità - socialmente propulsiva - documentaria, didattica, scolastica ed educativa. Un contenitore d'opere d'arte destinate alla contemplazione e alle emozioni estetiche private comunicabili in circuiti culturali ristretti, meta obbligata ed elitaria dei ceti colti"(8).
Solo a partire dagli anni Cinquanta del XX secolo si registra una rinascita di interesse per la "problematica museale": "Risalgono a quel decennio le circolari del Ministero della P.I. volte e a promuovere il turismo scolastico e le visite ai musei. Ma la piena riappropriazione della funzione didattica(9) ed educativa da parte dell'istituzione museale si compiva nel 1970 (circolare n° 128 del 7 marzo) quando il Ministero della P.I. istituiva le sezioni didattiche delle soprintendenze"(10).
In questo clima culturale; "A partire dal 1970 la Sezione didattica degli Uffizi organizzava, di concerto col Provveditorato agli studi di Firenze, le visite guidate per le scuole d'obbligo fiorentine; via via estese dopo due anni alle altre scuole di ogni ordine e grado della provincia di Firenze. Da allora la rete dei servizi didattici delle soprintendenze dello Stato e dei musei degli enti locali si è estesa, sia pure non uniformemente, a tutta l'Italia"(11).
Si afferma un nuovo ruolo e una nuova funzione del museo, proprio intorno al rinnovato e rielaborato rapporto fra museo e scuola: "Il rinnovato rapporto fra museo e scuola non si configura più come un legame di dipendenza del primo dalla seconda (il museo come archivio di opera d'arte delle accademie settecentesche). Il museo s'è fatto centro propulsore di nuova cultura, promotore di nuovi contenuti disciplinari (conservazione, restauro, applicazione tecnico-artistiche, metodi di rilevamento e censimento dei beni culturali, fotografia, audiovisivi, cartografia ecc.), supporto di ricerche scolastiche nell'ambiente (città e territorio), animatore e punto di riferimento di ogni tipo di attività interdisciplinare"(12).
Con ciò, la didattica diviene un referente essenziale per il museo; allo stesso modo con cui il museo diviene un referente ineludibile per la didattica(13). Il tutto in un movimento dialettico di questo tipo: "educare e insegnare a conservare; conservare per poter conoscere le concrete realtà del passato"(14).
Note
(1) Il documento è datato giugno 1982 ed è reperibile in Formez (antologia a cura di Silvia Pertempi), Intervento culturale e Mezzogiorno, I - L'azione del Formez per il sostegno e la valorizzazione delle risorse culturali, cit., pp. 187-200. La proposta del "Corso di aggiornamento", qui riprodotta nella sua "struttura portante", si trova articolata alle pp. 196-199.(2) Sul punto, più organicamente, si rimanda a Luisa Bocciero, Per un progetto di ridefinizione di un Museo Irpino, Università degli Studi di Napoli, Tesi di Specializzazione, Anno Accademico 1995-1996.
(3) F. Papppafava, Documento di base per un'attività di ricerca/organizzazione sul tema "Museo e scuola", in Formez (antologia a cura di Silvia Pertempi), Intervento culturale e Mezzogiorno, I - L'azione del Formez per il sostegno e la valorizzazione delle risorse culturali, cit., p. 201.
(4) Ibidem. Di A. Emiliani cfr., in particolare, Musei e museologia, in AA.VV., Storia d'Italia Einaudi, vol. II, Torino, 1973.
(5) F. Papppafava, op. cit., p. 202.
(6) Ibidem, p. 203.
(7) Ibidem.
(8) Ibidem.
(9) Sulla funzione didattica dei musei, cfr. Paola Della Pergola (direttrice della "Galleria Borghese"), La scuola e il museo, Centenari, Roma, 1967.
(10) F. Papppafava, op. cit., p. 204.
(11) Ibidem, p. 205.
(12) Ibidem.
(13) Per il rapporto didattica/musei, cfr. Clara Gelao (responsabile sezione didattica della Pinacoteca Provinciale di Bari), Didattica dei musei italiani, "I Quaderni dell'Amministrazione Provinciale di Bari", n. 10, Mezzina, Molfetta, 1983.
(14) F. Papppafava, op. cit., p. 206.
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