5.
COMUNITARISMO, ANTICOMUNITARISMO
E QUESTIONE DEMANIALE
Come è stato qualche anno fa ribadito da Renata Florimonte, in linea con la migliore letteratura sull'argomento
(1), la questione demaniale "finì per superare ampiamente i limiti della lotta antifeudale ed assumere, per estensione, peso economico e complessità giuridica, il carattere di questione fondamentale per lo sviluppo della società meridionale" (2).Quello a cui si rifà la Florimonte è lo schema meridionalistico classico che non interpretava la questione demaniale come puro e semplice "elemento accessorio" della questione feudale, mettendone bene in evidenza tutta l'autonomia e il peso specifico.
A conferma dell'assoluta rilevanza della questione demaniale, è sufficiente porre mente a due semplici circostanze :
a) la quotizzazione dei demani non si esaurì nel "decennio francese", ma si protrasse fino al 1860 e oltre;
b) nel periodo tra il 1806 e il 1860, nelle province meridionali furono divisi in massa 600 mila ettari di terra e quotizzati fra i privati 205 mila ettari, per un complessivo di 116 mila quote
(3).Un'altra acquisizione importante della letteratura meridionalista sul demanio fu la rilevazione empirica che le quote assegnate ai contadini erano troppo piccole, per poter assicurare il sostentamento della famiglia; e, quand'anche fossero state maggiormente estensive, mancava alle masse rurali il capitale minimo necessario per farle fruttare razionalmente
(4); né, sotto quest'ultimo riguardo, si rivelò efficace l'azione dei "Monti frumentari" (5).Cosicché la risultante fu quella di irrigidire il monopolio della terra, creando un clima di accesa conflittualità sociale intorno al recupero dei beni confiscati. Qualche storico, al riguardo, è arrivato a delineare uno scenario di "guerra sociale": "La quotizzazione delle terre, che non trasformò in modo profondo e non diede un vasto impulso capitalistico alle campagne del Sud, lasciò però insoluta la questione demaniale: una vera e propria guerra sociale e giudiziaria che dissipò inutilmente grandi energie nella lotta per il monopolio della terra da parte degli agrari, e per il possesso di una quota, più o meno grande, da parte dei contadini"
(6). Si può pure non essere d'accordo col Bevilacqua sul contesto di "guerra sociale e giudiziaria" evocato; tuttavia, i dati che rimangono certi sono il nodo irrisolto della questione demaniale e la dissipazione di grandi energie che altrimenti impegnate avrebbero garantito un'effettiva crescita civile e sociale del Mezzogiorno e delle campagne meridionali.Nel corso del XVIII secolo, all'interno dell'assetto delle forme della proprietà, i demani (cioè, le terre pubbliche) costituivano i quattro quinti del valore complessivo
(7). Per il restante, la proprietà era distribuita nelle seguenti forme:a) proprietà feudale: beni burgensatici
(8) e demani feudali; trasmessi attraverso l'istituto del maggiorascato (9) e del fidecommesso (10) per linea ereditaria;b) proprietà privata: beni allodiali
(11) e piccola proprietà contadina di origine enfiteutica (12).Sulle terre pubbliche venivano esercitati gli "usi civici", i quali regolamentavano la massa di diritti che i cittadini esercitavano sui demani feudali ed ecclesiastici.
Gli usi civici furono divisi in tre categorie
(13):a) usi civici essenziali: riguardanti il minimo necessario per il sostentamento della persona e della famiglia (pascolo, coltivazione, raccolta di legna secca e di frutta, cavare pietre, occupare suoli per abitazioni);
b) usi civici utili: concernenti attività da cui veniva estratto profitto (tagliare alberi, raccogliere ghiande e castagne, immettere animali al pascolo, cuocere calce per farne commercio);
c) usi civici dominicali: implicanti una qualche partecipazione al dominio e al godimento del fondo (seminare grano e piante ortalizie, beneficiare di "fida" e "diffida"
[14]).Nell'ordinamento della proprietà, dunque, accanto alle forme feudali sussistevano forme comunitarie.
Da una rilevazione unilaterale di questa realtà storica presero le mosse quella cultura e quella prassi che alla critica delle forme feudali affiancavano una non meno virulenta critica alle forme comunitarie, ritenendo le seconde elemento complementare delle prime
(15). Siffatta opzione culturale, prima ancora che politica, dai riformatori illuministi del Settecento, si estese a tutta la storiografia meridionalista dell'Ottocento e del Novecento (16) che nel conflitto tra proprietà borghese e demanio pubblico apertamente prese partito per la prima: come se le forme comunitarie fossero di per se stesse espressione di conservazione e "regresso" e quelle borghesi, invece, di "progresso" e sviluppo; come se l"individualismo agrario" (17) fosse naturalisticamente superiore ai "diritti collettivi" protetti e garantiti dal demanio (18).La sconfitta del "comunitarismo" delle rivendicazioni contadine non condusse, certo, allo sviluppo civile e sociale del Mezzogiorno e dell'agricoltura meridionale. Anzi, l'anticomunitarismo dei riformatori illuministi, dei rivoluzionari del '99, del ceto politico-amministrativo formatosi nel "decennio francese" assecondò la strategia dei ceti nobiliari e proprietari, il cui obiettivo principale risiedeva nella vanificazione di ogni processo storico formativo della piccola-media proprietàtadina che costituiva una delle precondizioni per la crescita civile e sociale del Mezzogiorno.
La quotizzazione dei terreni demaniali avvenuta nel corso dell'Ottocento si articolò secondo due linee d'azione principali: da un lato, la contrazione, fino alla sostanziale soppressione, del sistema comunitario e del demanio universale; dall'altro, la dilatazione del regime fondiario individualistico borghese. Le terre rientranti nel sistema comunitario e nel demanio universale furono liberalizzate soltanto per essere poi privatizzate a vantaggio del regime fondiario imperniato sul latifondo e sulla grande proprietà terriera.
Qualcosa del genere, in diverse circostanze storiche, era avvenuto già nel Settecento, in cui la trasformazione dell'ordinamento della proprietà fondiaria si realizzò interamente a spese del sistema comunitario e del demanio universale, a tutto beneficio dei feudatari e della nuova borghesia degli affittuari
(19).Alle spalle degli esiti anticomunitari della quotizzazione dei demani nell'Ottocento vanno reperiti, quindi, pregiudizi culturali, fenomeni sociali e opzioni politiche che, in qualche caso, erano calati in processi di lunga durata storica.
La scelta delle masse rurali meridionali della difesa conflittuale del sistema comunitario e del demanio universale non può essere liquidata superficialmente come comportamento arretrato e filoborbonico. E nemmeno va considerata come disperata strategia difensiva, inesorabilmente votata allo scacco.
Al contrario, essa va più profondamente analizzata e interpretata come una scelta di civiltà e come opzione a favore di una società in cui le libertà e i diritti collettivi potessero trovare un adeguato spazio di tutela e le necessarie garanzie. È vero che, come la ricorrente storiografia meridionalista (dal Fortunato in avanti) ha tenuto a sottolineare, le lotte dei contadini, per la difesa del demanio, furono allo stesso tempo antifeudali e antiborghesi. Ma, proprio per questo, le masse rurali meridionali erano latrici di tensioni culturali e politiche rivolte verso il futuro, al di là delle servitù feudali e dell'individualismo proprietario borghese. Certo, siffatte tensioni erano espresse allo stato embrionale, se non larvale; ma non averle comprese e adeguatamente valorizzate rappresentò, forse, il maggior demerito culturale, storico e politico tanto dei riformatori che dei rivoluzionari.
Siffatto limite fu ereditato dalla letteratura e dalla storiografia meridionaliste che ne riprodussero la sostanza politica e culturale. Ma lo schema interpretativo meridionalistico, proprio in relazione alla questione demaniale, rivela un'ulteriore serie di inadeguatezze interne, su cui verso la fine del decennio scorso ha insistito E. Cerrito
(20). Le stesse considerazioni del Cerrito, però, pur stimolanti, acute e fondate, sono parzialmente inficiate da limiti di natura economicista e scientista; inoltre, in parte rimangono ancora interne allo schema pur sottoposto a confutazione e in parte si situano su un orizzonte interpretativo ancora più arretrato (21).Non si può dimenticare che il lungo processo storico della quotizzazione dei terreni demaniali condusse, da un lato, alla concentrazione della proprietà fondiaria e, dall'altro, alla pauperizzazione delle masse rurali, spossessate, altresì, di tutti quei diritti di natura collettiva legati all'esercizio degli "usi civici"
(22).Il fenomeno acquisisce connotazioni ancora più negative, ove si consideri che la caratteristica in gran parte dominante del territorio meridionale era (ed è) di natura collinare-montana. Siffatta caratteristica costituiva un ostacolo obiettivo per lo sviluppo di un'avanzata agricoltura. Un ostacolo, però, che per quanto difficile non era insormontabile, solo che fossero state elaborate strategie più razionali di intervento e di adeguata valorizzazione del territorio e dei boschi.
Le politiche pre e postunitarie sul territorio, invece, eccezion fatta per la meritoria attività di tutela di Carlo Afan de Rivera, allorché divenne il responsabile della Direzione Generale di Ponti e Strade, sotto la cui giurisdizione cadde anche la competenza amministrativa e l'azione di tutela sui boschi
(23), rivelarono un profilo non elevato (24). Altrettanto deve dirsi per le opere di bonifica (25), a cui la tutela e la valorizzazione del territorio erano strettamente interconnesse, che, pur realizzando importantissimi risultati, non contribuirono a costituire quella piattaforma di lancio su cui innestare uno sviluppo dell'agricoltura meridionale consonante col suo ambiente.Quotizzazione dei terreni demaniali, riassetto della proprietà fondiaria, organizzazione del territorio e opere di bonifica costituivano i punti centrali del complesso mosaico storico entro cui fluì il processo di pauperizzazione e spoliazione delle masse rurali meridionali, "attaccate" anche attraverso l'erosione dei canali di formazione della loro identità storica e delle culture attraverso cui si sviluppavano i flussi relazionali dell'appartenenza. Su scala locale, il terreno delle vertenze demaniali, su queste basi, costituì un campo di conflitto specifico, all'interno del quale si materializzavano delle vere e proprie lotte di difesa e affermazione dell'identità
(26).Lo schema meridionalistico classico omise di collegare la questione demaniale ai temi dell'identità e del conflitto per l'identità; come omise di puntare l'analisi sulla trama dei comportamenti sociali che intorno alle lotte per il demanio si enucleavano, soprattutto per quanto atteneva l'uso delle risorse e dei beni pubblici. Sicuramente, da questo punto di vista, fondati e calzanti paiono i rilievi del Cerrito
(27).Il Cerrito fa giustamente osservare che il tema del demanio si intreccia indissolubilmente con quello della territorialità, da lui qualificato come uno degli elementi fondanti dell'identità della comunità
(28). Inoltre, correttamente assume la rilevanza del territorio ai fini della determinazione delle strutture economiche e sociali, incluse le proprietà private e collettive della terra (29). Su questa massa di relazioni e comportamenti, egli incardina un'analisi ravvicinata del demanio, onde titpicizzare la "fenomenologia delle lotte demaniali" (30). Infine, dagli elementi analitici così ricavati deduce chiavi di lettura tese a fornire un'"interpretazione del demanio meridionale più articolata rispetto a quella fornita dal modello tradizionale della questione demaniale" (31).E tuttavia, il discorso del Cerrito non appare pienamente convincente: i suoi limiti si addensano, in maniera particolare, attorno al nodo centrale della conflittualità sociale che diparte dalla quotizzazione delle terre demaniali. Il Cerrito ricostruisce una tipologia conflittuale suddivisa in quattro categorie:
a) le contese tra comuni;
b) il conflitto tra borghesia e resto della popolazione;
c) il conflitto tra comunità e Stato;
d) il conflitto all'interno della comunità
(32).In questa maglia complessiva, le lotte demaniali dei contadini vengono collegate alla sopravvivenza di interessi arcaici, quali la pastorizia e, ancora più profondamente, alle pure e semplici esigenze di sopravvivenza immediata
(33). Ci troviamo, insomma, di fronte allo schema interpretativo "classico" che imputa ai comportamenti popolari una concezione anacronistica del demanio, ridotto ad uno spazio economico angusto da cui era possibile ricavare il puro e semplice sostentamento immediato.In realtà, ciò che appare antiquato e rozzo è proprio lo schema interpretativo "classico". Intanto, perché abbassa il significato e il profilo storico del demanio ad una valenza meramente economica e produttivistica. E, poi, perché non si avvede che intorno al demanio si ramificano reti di diritti e sfere di libertà che caratterizzano le dimensioni politiche e civiche dell'esistenza di una comunità. Le lotte per la difesa del demanio esprimevano l'esigenza della difesa e della costituzione di un'identità culturale e di una comunità politica che sapessero dare voce e posto a soggetti vitali del processo storico: i contadini nelle campagne; i cittadini degli strati sociali deboli nei borghi e nelle città.
I meccanismi che regolarono la conduzione del conflitto da parte dei ceti nobiliari, di quelli borghesi e del ceto politico-amministrativo che sconfissero il demanio e i contadini, invece, erano plasmati, da un lato, da una specie di sindrome produttivistica, in cui il calcolo economico e l'interesse immediato facevano aggio su una concezione e una pratica più lungimiranti ed eque della dinamica storica e sociale; dall'altro, limitavano in maniera rilevante e condizionante i circuiti della rappresentanza politica. Il processo che prese luogo è, così, sintetizzabile: le masse rurali e gli strati sociali inferiori dei borghi e delle città prima furono aggrediti sul piano della cultura e dell'identità; poi furono emarginati economicamente dalla redistribuzione della ricchezza; infine furono esclusi dalla rappresentanza politica degli interessi. Chi, in tutto questo, perse non furono semplicemente i contadini e le fasce sociali deboli; bensì l'intero Mezzogiorno, le sue culture, la sua economia, la sua società e i suoi sistemi politici, i cui potenziali di risorse non furono pienamente e adeguatamente impiegati e valorizzati.
Il conflitto che si sviluppò, come si vede, fu sia di natura culturale che economica e politica. Il limite dello schema interpretativo "classico" fu quello di ridurlo, a seconda dei casi, o a mera contrapposizione di interessi economici divergenti
(34) o a esclusivo scontro politico per l'acquisizione di maggiori fette di potere. Nelle maglie di queste vistose deficienze, nonostante le premesse contrarie ed alcuni esiti pur apprezzabili, rimane impigliato lo schema interpretativo proposto dal Cerrito.Ma quello del Cerrito è anche un pregiudizio di tipo culturale. Egli, difatti, dello schema meridionalistico "classico" condivide un altro punto cardine: quello secondo cui l'egualitarismo dei contadini sarebbe caratterizzato in termini conservatori e non radicali
(35); a dire il vero, qui il limite si estende agli schemi sociologici dominanti nell'Ottocento e nel Novecento, non escluso il marxismo nelle sue varie declinazioni.Attraverso questa lente deformata, il Cerrito legge in maniera distorcente ed ideologica il comunitarismo delle lotte demaniali. Dal suo punto di vista, le identità di gruppo che si danno attorno al possesso della terra sono forme di egualitarismo escludente, per il fatto che ogni singolo contadino e ogni gruppo di contadini non è disposto a cedere ad altri (singoli o gruppi) la terra, nemmeno quando in ballo è la loro sopravvivenza
(36). Cosicché le culture e le identità di cui i contadini sono portatori non avrebbero una attribuzione solidaristica, ma egoistica; col che l'operazione di delegittimazione culturale delle lotte demaniali si chiude in perfetta coerenza.Per smentire siffatte tesi, basta richiamare le analisi sul Sud e sulle culture popolari meridionali sviluppate da E. De Martino
(37); per non parlare, poi, delle molteplici testimonianze fornite in questi ultimi decenni dalla storia locale. Esse, infine, risultano confutate dall'argomentazione e dalla ricostruzione storica intorno cui il presente lavoro è andato ruotando.
Note
() Cfr. G. Fortunato, La questione demaniale nell'Italia meridionale, in Il Mezzogiorno e lo Stato italiano, Bari, 1911, Firenze, 1973; ora in "Quaderni Irpini", n. 3, 1989; R. Trifone, Feudi e demani. Eversione della feudalità nelle province napoletane, cit.; Id. La questione demaniale nel Mezzogiorno d'Italia, Piacenza, 1924; V. Ricchioni, Problemi dell'agricoltura meridionale, Napoli, 1953; P. Villani, Mezzogiorno tra riforme e rivoluzione, Bari, Laterza. ed. 1962; A. Cestaro, Aspetti della questione demaniale nel Mezzogiorno d'Italia, cit. (2) R. Florimonte Aspetti della questione demaniale nel Mezzogiorno. Coloni e proprietari ad Altavilla Silentina (1806-1815), in "Rassegna storica salernitana", n. 14, 1990, p. 119. (3) P. Bevilacqua, Breve storia dell'Italia meridionale, cit., p. 4. La fonte per gli ettari complessivi è Fortunato, il quale indica che, nel periodo considerato, le quotizzazioni demaniali interessarono complessivamente 205.988 ettari. (4) Cfr. soprattutto G. Fortunato, op. cit. (5) I "Monti frumentari" erano un'istituzione di credito in natura, costituita nel Mezzogiorno nel corso della Controriforma per opera della Chiesa e di privati; essi anticipavano ai contadini poveri il grano per la semina, da restituirsi a raccolto avvenuto, con bassissimi tassi di interesse. Su tale istituto rimane classico il testo di G. Fortunato, I Monti frumentari nelle province napoletane, in "La rassegna settimanale di politica, scienze, lettere ed arti", n. 116, 1880; ora in "Quaderni Irpini", n. 3, 1989, pp. 323-332. (6) P. Bevilacqua, Storia della questione meridionale, Roma, ESI, 1974, p. 7. (7) A. Cestaro, op. cit., p. 18. (8) Il burgensatico costituisce una proprietà di esclusiva pertinenza del feudatario come privato cittadino; non avendo, pertanto, natura feudale non è soggetta al pagamento del "relevio", ma alla "bonatenenza". La legge eversiva del 2 agosto 1806 escluse i beni burgensatici degli ex feudatari dalla "divisione di massa". Occorre, poi, precisare che il "relevio" era un istituto feudale, in ragione del quale alla morte del feudatario, il feudo rimaneva agli eredi solo attraverso il pagamento di una quota ("relevio") che rinnovava e continuava l'investitura feudale; oggi definiremmo il "relevio" una "tassa di successione". Infine, l'istituto della "bonatenenza" costituiva l'imposta a cui erano obbligati i cittadini forestieri che non abitavano nell'università e sul cui territorio, però, possedevano beni immobiliari [cfr. F. Barra, Piccolo glossario feudale e demaniale, in A. Cogliano (a cura di) Proprietà borghese e latifondo contadino in Irpinia nel' 800, "Quaderni Irpini", n. 3, novembre 1989]. (9) È uno dei più noti istituti del diritto feudale e che, specificamente, regola lo "Jus primogeniturae", in virtù del quale nome, titoli, beni e patrimoni dei feudatari si trasmettevano da figlio primogenito maschio a figlio primogenito maschio (cfr. F. Barra, op. ult. cit.). (10) Altro noto istituto del diritto feudale, in base al quale si vincolava la trasmissione dell'eredità, attraverso l'adempimento dell'onere per gli eredi di restituirla integra, nelle fase successorie, a persone designate dal testatore: il "maggiorascato" era una delle forme più comuni di successione fedecommissaria (cfr. F. Barra, op. ult. cit.). (11) I beni allodiali erano beni fondiari patrimoniali e, perciò, liberi da tutte le servitù e i vincoli feudali (cfr. F. Barra, op. ult. cit.). (12) L'enfiteusi è un contratto giuridico secondo cui il proprietario di un fondo ("direttario") concede in perpetuo o a tempo determinato (non meno di vent'anni) ad un'altra persona ("enfiteuta") il godimento pieno del fondo, con l'obbligo di corrispondere un contributo annuo ("canone") in danaro o in derrate. (13) La classificazione fu operata dal decreto del 20 novembre 1809, ispirato dal ministro Zurlo (cfr. R. Florimonte, op. cit., pp. 126-127). (14) "Fida" era il diritto di ingresso corrisposto al feudatario da chi immetteva gregge nelle terre del feudo; "diffida" era la multa che si corrispondeva per l'immissione abusiva di gregge nelle terre del feudo (cfr. F. Barra, op. ult. cit.). (15) Per un'attenta analisi dell'atteggiamento dei riformatori illuministi napoletani in ordine alla trasformazione fondiaria delle campagne, cfr. R. Feola, Utopia e prassi. L'opera di Gaetano Filangieri ed il riformismo nelle Sicilie, Napoli, Esi, 1989. (16) Si discosta da questo schema A. Cogliano, Le operazioni demaniali dal decennio francese alla crisi del regime borbonico, in "Quaderni Irpini", n. 1, 1989. (17) L'espressione e le osservazioni storico-politiche originarie, come è noto, si debbono a P. Villani, Mezzogiorno tra riforme e rivoluzione, cit., ed. 1962; segnatamente, Cap. III: "Lotte per l'individualismo agrario in un comune del Mezzogiorno (1700-1815)", pp. 139-183. (18) La sostanza di questi paradigmi riduttivi viene riproposta da R. Florimonte, op. cit., pp. 120-122, 123-124 , 131, 146. (19) Cfr. A. Cestaro, op. cit., pp. 23-27. (20) E. Cerrito, Territorio, demani, comunità: per una interpretazione della questione demaniale. Il caso del Principato Citra nel XIX secolo, in "Rivista di storia contemporanea", n. s., n. 3, 1988. (21) A partire dalla considerazione secondo cui le quotizzazioni "sortiscono l'effetto di incrementare la piccola proprietà"; siffatto giudizio è temperato immediatamente: "ma l'effetto prevalente, da collocare sullo sfondo di un'imponente crescita demografica, è di segno contrario" (op. cit., p. 319); più avanti viene, poi, rilevato che "attraverso alienazioni di quote, usurpazioni, censuazioni, svincoli di demanialità, i contadini vengono privati dei vecchi usi civici e si ha un'affermazione borghese sulle terre demaniali" (pp. 319-320). La fonte che Cerrito assume per formulare la sua conclusione sull'incremento della piccola proprietà è R. Villari, Mezzogiorno e contadini nell'età moderna, cit.; segnatamente la Parte Seconda: "Un feudo nell'età moderna", pp. 55-155. Senonché le tesi del Villari vanno esattamente in direzione contraria; per tutte, un'unica citazione: "... il trasferimento di quei beni contribuì a rafforzare la proprietà borghese (di quella borghesia di professionisti, affittuari di rendite e negozianti che sola, dato lo scarso sviluppo del medio ceto campagnolo, era venuta in primo piano sulla scena economica) alla quale erano ormai legati i sia pur deboli avanzamenti dell'agricoltura della zona, e ad indebolire la resistenza del sistema tradizionale ..." (p. 101). (22) La migliore descrizione di questo processo di lunga durata si trova tuttora in due opere di E. Sereni: Il capitalismo nelle campagne (1860-1900), Torino, Einaudi, 1975 (prima edizione 1947); Storia del paesaggio agrario italiano, Roma-Bari, Laterza, 1982 (prima edizione 1962). Tuttavia, proprio in Sereni, è possibile reperire, per così dire, allo stato puro alcuni dei limiti più rilevanti dello schema interpretativo classista di matrice marxista che situa gli interessi di classe dei contadini al di sotto di quelli espressi dalla borghesia e dal proletariato industriale. (23) Sulla figura e l'opera del de Rivera, qualche anno fa, si è con acume soffermato G. Foscari: Il patrimonio boschivo nel Cilento borbonico, in "Annali cilentani", n. 2, 1990; Prassi amministrativa e attività pubblicistica a tutela del territorio: l'opera di Carlo Afàn de Rivera nell'Ottocento borbonico, in A. Musi (a cura di), Economia, Società e Politica del territorio nel Mezzogiorno (secc. XV-XIX), Salerno, Università degli studi, Dipartimento di teoria e storia delle istituzioni giuridiche e politiche, 1992, successivamente, in "Clio", n. 2, 1994. I lavori del Foscari hanno rilievo anche per l'analisi del territorio e lo stato di semincuria in cui versavano i boschi nel Mezzogiorno e, in particolare, nel Cilento. (24) Cfr. i testi del Foscari citati nella nota precedente e l'opera collettanea curata dal Massafra, citata in precedenza. Uno dei riferimenti fondamentali resta, comunque, B. Vecchio, Il bosco negli scrittori italiani del Settecento e dell' età napoleonica, Torino, Einaudi, 1974. (25) Sull'argomento, ineludibile il "classico" R. Ciasca, Storie delle bonifiche del Regno di Napoli, Bari, Laterza, 1928. Notevole, in argomento, anche P. Bevilacqua-M. Rossi Doria, Le bonifiche in Italia dal '700 ad oggi, Bari, Laterza, 1984. (26) Cfr. Associazione culturale Relazioni Società e potere nel Mezzogiorno. Crisi feudale, proprietà fondiaria e questione demaniale in un'area dell'Alta Valle del Sele, Mercogliano (Av), Associazione culturale Relazioni, 1999. (27) E. Cerrito, op. cit., pp. 321 ss. Il Cerrito fa ricorso a complesse e sofisticate costruzioni concettuali, i cui riferimenti principali sono le teorie di J. Tinbergen intorno all'uso dei modelli; le teorie di P. A. Sorokin sulla "dinamica sociale e culturale"; la "teoria dei giochi" applicata alle organizzazioni economiche. Per una attenta valutazione di siffatte teorie, si rimanda a R. Collins, Teorie sociologiche, Bologna, Il Mulino, 1992. (28) E. Cerrito, op. cit., pp. 325-329. (29) Ibidem, pp. 332-336. (30) Ibidem, p. 322, corsivo nostro; ma più organicamente cfr. pp. 338-351. (31) Ibidem; ma più organicamente cfr. pp. 351-354. (32) Ibidem, pp. 342-345. (33) Ibidem, p. 344-349. (34) Muovendosi all'interno di questa linea interpretativa, il Cerrito arriva a postulare l'esistenza stessa del demanio come "evento economico" e l'esistenza dello "spirito comunitario" e dell'"egualitarismo" come "epifenomeno" di fatti economici: "... il demanio sembra trovare alcune delle sue più profonde ragioni d'esistenza non solo in uno spirito comunitario o, eventualmente, egualitario - che nel XIX secolo i documenti d'archivio non sembrano far emergere con forza - quanto piuttosto in fattori di localizzazione e di produttività, dei quali egualitarismo e spirito comunitario potrebbero costituire un epifenomeno" (op. cit., p. 352) (35) Ibidem, p. 349. Cerrito si aggancia alla seguente (e famosa) tesi dello Scott: "l'egualitarismo dei contadini è conservatore, non radicale: esso afferma che deve esserci una possibilità di vita per tutti, non che tutti devono essere uguali"; tesi che integra con il seguente assunto: " nessuno è però disposto a cedere quanto acquisito, sia pure per garantire "una possibilità di vita per tutti"". Sugli schemi sociologici da cui prendono luogo siffatte tesi, cfr. R. Collins, Teorie sociologiche, cit.; soprattutto, i capp. I (pp. 25-60) e XIII (pp. 561-612). (36) E. Cerrito, op. cit., pp. 349-355. (37) Del De Martino cfr. Il mondo magico, Torino, Einaudi, 1948; La fine del mondo: contributo all'analisi delle apocalissi culturali, Torino, Einaudi, 1977; Sud e magia, Milano, Feltrinelli, 1977.
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