CAP. VI

MERIDIONALISMO IN BILICO

 

1.

Tra modernizzazione e tradizione

Raggiunto questo stadio di ricognizione critica, resta un'area di questioni cruciali da sottoporre a scandaglio. Ci riferiamo alla messa in chiaro, perlomeno parziale, della serie vasta e intricato dei nodi (di carattere storico-concettuale e storico-metodologico) che si addensano nei campi relazionali in cui insistono sviluppo, modernizzazione, urbanizzazione e marginalità.

Teorie dello sviluppo e teorie della modernizzazione si sono incrociate con teorie del sottosviluppo, della dipendenza e della marginalità urbana della più varia natura e valenza politica, con effetti di ricaduta indiretti, se non "occulti", sulla riflessione di questi ultimi anni intorno ai reticoli urbani meridionali.

Dagli esiti di questo dibattito non è possibile prescindere, se si vuole, laddove è necessario, rifondare gli strumenti cognitivi, i metodi di indagine e di intervento delle teoriche e delle politiche meridionaliste.

La carica di suggestione collegata alla verifica in campo locale delle strutture teoretiche portanti del dibattito sullo sviluppo, sul sottosviluppo, sulla dipendenza, sulla modernizzazione, sulla marginalità e sull'urbanizzazione è indubbiamente grande. Anche perché non sempre il meridionalismo, soprattutto quello di impostazione classica, ha saputo connettere le sue analisi entro un quadro storico, teorico e sociale più largo, comprensivo dei fenomeni di rilevanza progredienti sulla scala internazionale e nazionale.

Deve, proprio per questo, esser chiaro che una conferma o una disconferma in campo locale delle teorie generali è quanto di meno scientifico sia dato immaginare. Le strutture concettuali elaborate per dare ragione del livello macro solo entro una certa misura trovano rispondenza al livello micro. All'opposto, le categorie imperniate sulle "scienze del locale" non possono rivendicare lo statuto di strumenti cognitivi ricostruttivi dello "scenario globale", at-traverso l'interazione dialettica o la causazione cumulativa degli "universi locali". Il passaggio da un campo all'altro richiede l'elaborazione, la sperimentazione e la verifica di strutture concettuali e interpretative ad hoc. Si reclamano mediazioni cognitive che, a loro volta, abbisognano di una scienza degli stadi di passaggio; vale a dire, una scienza delle intersezioni, delle biforcazioni e delle transizioni. Cercheremo, in questa sede, di approssimare primi rudimenti in tale direzione, con particolare riguardo alla situazione del Mezzogiorno d'Italia e alle "tradizioni teoriche" meridionaliste.

Il problema dello sviluppo, come è ampiamente noto, è stato da sempre un tema cruciale, se non assiale, dell'economia politica classica, da Smith e Ricardo fino a Mill. La stessa monumentale opera di Marx di confutazione dell'economia politica classica finisce col ruotare, in gran parte, intorno alla problematica dello sviluppo e dell'accumulazione di cui, at-traverso la sua teoria del plusvalore, fornisce una teoria critica storico-sistematica. L'economia politica post-classica (in particolare, il marginalismo), tra fine Ottocento e inizio Novecento, nonostante la forte carica critica, aggiunge sostanzialmente poche varianti all'edificio dei classici. Per registrare le prime novità, occorre aspettare il contributo teorico sullo "sviluppo economico" di Schumpeter del 1912. Ma il grosso delle novità interviene con gli economisti keynesiani e post-keynesiani e l'opera di W. W. Rostow del 1960; filoni entrambi nati, particolarmente quello inaugurato da Rostow, con lo specifico intendimento di costruire un'alternativa teorico-pratica alla posizione elaborata da Marx.

Sul troncone dell'economia politica classica è germogliata l'economia neoclassica, keynesiana e post-keynesiana etc. Sul ceppo della posizione marxiana in tema di sviluppo e accumulazione hanno, invece, preso vigore i marxismi nei primi decenni del Novecento e il neomarxismo intorno agli anni '50 e '60. La competizione e il conflitto tra i vari indirizzi si sono enucleati non soltanto tra le due posizioni fondamentali (l'economia politica classica e il marxismo), ma anche all'interno di ognuna di esse, tra i vari sottoinsiemi teorici partoriti nel corso del tempo.

Non è, evidentemente, questa l'occasione per sviscerare i termini del dibattito teorico tra le varie scuole in materia di sviluppo economico. Ci interessa qui richiamare tale dibattito, solo per meglio chiarire il campo delle problematiche che dobbiamo sottoporre a investigazione.

Per i temi che concernono più da vicino il nostro oggetto di indagine, particolare significato hanno le analisi di W. Sombart e M. Weber, per il ruolo da essi assegnato ai processi di riassetto del territorio e alla costituzione delle città nella formazione del capitalismo. In stretta interazione con lo sviluppo economico è stato letto il processo di modernizzazione, i cui tratti salienti sono stati, così, sintetizzati da Gallino:

a) "l'inserimento della massa della popolazione nel sistema economico e politico nazionale";

b) "l'urbanizzazione";

c) "lo sviluppo di un potente apparato giuridico-amministrativo centrale";

d) "la diffusione del principio di razionalità in tutte le sfere della vita sociale";

e) "il forte incremento della differenziazione sociale e della divisione del lavoro";

f) "la moltiplicazione di associazioni, organizzazioni e istituzioni specializzate nello svolgere funzioni un tempo inesistenti o fuse in ruoli generici entro la sfera familiare, come gran parte delle funzioni produttive ed educative";

g) "l'eliminazione dei privilegi ereditari e l'incremento generale della scolarità".

Va tenuto presente che, per tutta una lunga fase iniziale, gli studi sulla modernizzazione hanno interamente definito le fenomenologie che, nel ciclo storico 1945-1975, hanno accompagnato l'affrancamento di molti paesi del Terzo mondo dalle condizioni di colonia. È con particolare riferimento ai temi intrecciati dello sviluppo economico e della modernizzazione che, a partire dagli anni '50, è nata la "sociologia dello sviluppo" che prevede come sua sottobranca specifica la "sociologia del sottosviluppo". Meglio: facendo convergere gli strumenti di indagine dello sviluppo con quelli dell'esplorazione delle aree arretrate, si è definito un nuovo punto di osservazione teorica, secondo cui "sviluppo" e "sottosviluppo" costituiscono due facce della stessa medaglia.

Ma la presa in carico del campo tematico sviluppo/ sottosviluppo è stata messa in difficoltà dalle tendenze alla specializzazione da parte delle scienze sociali, le quali hanno disgiunto l'analisi dei meccanismi economici da quella dei fattori socio-culturali. I contraccolpi sono stati consistenti per le indagini dei processi di modernizzazione che sono in maniera rilevante connotati da fattori di natura socio-culturale. La transizione dall'antico al moderno è pure transizione di modelli culturali. In questa transizione, i modelli della tradizione non si dissolvono, ma persistono e si riconfigurano. Il fenomeno, come abbiamo avuto modo di segnalare a più riprese, è stato particolarmente e acutamente indagato da G. Germani, per il quale nel "processo di modernizzazione" persiste il "ruolo funzionale" dei modelli tradizionali; di più: modelli tradizionali e processo di modernizzazione possono essere "compatibili" all'interno di "istituzioni moderne". Quanto questo approccio abbia conseguenze importanti per la lettura dei fenomeni del sottosviluppo e della marginalità del Mezzogiorno è immediatamente visualizzabile solo che si corra con la mente alla pionieristica opera di E. De Martino; e più avanti emergerà con maggiore evidenza.

L'impasto di modelli tradizionali e modelli moderni, dal livello politico-economico a quello simbolico-culturale, ha sedimentato nel Mezzogiorno specifiche fenomelogie sociali: l'industrializzazione dipendente, l'emigrazione, la terziarizzazione in chiave di sussidio, la concentrazione urbana povera, la desertificazione rurale, la marginalità sociale e culturale etc.. Fenomeni che sono stati assunti dalla ricerca sociologica come fattori ed elementi disvelatori della "degradazione sociale".

I processi della modernizzazione del Mezzogiorno hanno preso principio col secondo dopoguerra e possono ritenersi conclusi con la seconda metà degli anni '70; epoca a partire dalla quale il Mezzogiorno d'Italia non è più definibile come "unità di sottosviluppo", ma si mostra con una molteplicità di "modelli di sviluppo" e di "persistenze di sottosviluppo".

La modernizzazione del Mezzogiorno è stata pilotata dalle strutture politico-istituzionali dello Stato repubblicano. La diffusione dall'alto del principio di razionalità, la sottrazione di intere sfere di influenza ai reticoli parentali-familisti arcaici, il predominio delle strutture politiche su quelle educative ed amministrative, l'organizzazione periferica dello Stato e la nuova divisione internazionale del lavoro, in particolare, hanno eroso le tradizioni, le culture, i comportamenti e gli stili di vita delle popolazioni meridionali.

V'è una regolarità nella storia antica e moderna del Mezzogiorno: il rapporto contraddittorio tra strutture del potere e classi popolari. Nel senso che l'un termine del rapporto è fortemente attratto e, allo stesso tempo, respinto dall'altro. Le strutture del potere si sono sempre sovraimposte ai vincoli parentali-familistici delle classi sociali popolari. Ne è conseguito che le seconde, da un lato, si sono rivolte alle prime per esigenze di protezione e di sussidiazione; dall'altro, si sono immunizzate da esse, organizzando la "famiglia" e la "parentela" come "gruppo sociale di difesa e di vita alternativa". Il ciclo storico repubblicano ha confermato e rafforzato, a suo modo, tali tendenze. Tra "l'alto" e il "basso" della politica e della società si sono sempre insinuate delle linee di cesura non facilmente ricomponibili e, in ogni caso, mediate e recuperate da complesse procedure di rappresentazione e comunicazione simbolica. Importante è, in proposito, il ruolo di "collante" giocato dagli usi e costumi delle tradizioni locali che hanno garantito il mantenimento di un "ponte" tra la "classe superiore" e la "classe subordinata", onde "impedire fratture e risentimenti che potrebbero diventare pericolosi"; paradigmatici, in proposito, i "vincoli di comparatico". Sul punto, reperiamo in azione sia le "capacità di risposta" e di "rielaborazione culturale" delle classi subalterne che le capacità di coagulazione e socializzazione indotta tipiche delle culture alte.

2.

Tra "società del benessere" e marginalità

L'applicazione del modello industrial-urbano delle "società del benessere", incardinate sulla crescita di scala dei beni strumentali, non è valsa a trar d'impaccio dalla marginalità e dall'arretratezza le aree depresse, sia al livello nazionale che a quello internazionale. Anzi, proprio l'applicazione di tale modello, con i corollari del "mito dello sviluppo", del "mito dell' industrializzazione" e del "mito dell'urbanizzazione", ha aggravato le cause di depressione e di stagnazione delle aree e delle economie povere. Non che sviluppo, industrializzazione e urbanizzazione siano un "male in sé"; nemmeno sono, però, un "bene in sé". Ciò che importa sono i processi materiali e i modelli differenziali attraverso i quali sviluppo, industrializzazione e urbanizzazione aderiscono alla particolarità delle situazioni in cui intervengono, rispettandone l'humus culturale e fertilizzandone l'habitat circostante. Allora, ciò che rileva non è l'approccio econometrico che risolve lo sviluppo, l'industrializzazione e l'urbanizzazione nella quantizzazione delle "risorse materiali".

L'ipotesi quantitativa è stata prevalente nelle politiche economiche occidentali contemporanee, perlomeno a partire dal "Punto quarto" del programma di Truman e dal "Piano Marshall", secondo cui il difetto di risorse è, in primo luogo, se non esclusivamente, deficit di capitali. Pertanto, l'aumento del volume dei capitali si risolverebbe automaticamente nell'aumento corrispettivo del volume delle risorse materiali. Così non è stato: l'impiego di masse di capitali costantemente crescenti non ha attenuato il ritardo delle aree sottosviluppate a confronto di quelle sviluppate; anzi. Il fatto è che, in questo modello, si sono ignorate le specificità storico-culturali e socio-economiche delle aree a sviluppo ritardato. "Dimenticanza" che ha dato luogo a un effetto perverso di portata esiziale: il volume delle risorse monetarie impiegato ha finito col contrapporsi alle capacità e alle trame relazionali dei sistemi locali, pietrificandone i ritardi a tutti i livelli. La tendenza si è dispiegata secondo una legge di proporzionalità diretta: quanto maggiore è stato ed è il volume delle risorse monetarie, tanto maggiore è risultato e risulta essere l'effetto di shock prodotto nei sistemi locali caratterizzati da "sviluppo ritardato".

Soltanto negli anni '70 si afferma un approccio di confutazione conseguente dell'ipotesi quantitativa dello sviluppo. Siffatto approccio è definibile ecologico-sistemico ed è opera di W. Wiesskopf. Esso verte sulla concezione dell'essere umano quale ecosistema, le cui pluridimensioni e i cui plurilivelli debbono ricevere pari attenzione e alimentazione; garantendo, ovviamente, la comunicazione e la interazione tra le dimensioni e i livelli differenti. Le variabili dell'ecosistema di Wiesskopf, oltre a quella dello sviluppo economico, possono così riassumersi:

a) la dimensione del significato: lo sviluppo spirituale;

b) la dimensione dei valori: lo sviluppo normativo;

c) la dimensione dell'ignoto: lo sviluppo trascendentale;

d) la dimensione del sentimento: lo sviluppo affettivo;

e) la dimensione dell'amore: lo sviluppo della vita in comune.

L'approccio ecosistemico torna particolarmente calzante al livello degli attuali processi di mondializzazione dell'economia, degli scambi e delle comunicazioni, entro i quali si afferma il "paradosso" della crescita dei fenomeni della marginalità e del degrado urbano, sia nei sistemi centrali che in quelli periferici. La redistribuzione delle risorse tra le varie dimensioni dell'ecosistema umano e delle relazioni economiche internazionali risulta bloccata in punti chiave. Ancora di più: la produzione stessa delle risorse incontra punti limite non facilmente superabili, conservando i paradigmi e i moduli di intervento prevalenti. Il costante crescere del divario tra Mezzogiorno e Centro-nord del paese, il rapido e inarrestabile decadimento del patrimonio infrastrutturale e del potenziale urbano del Mezzogiorno traducono a scala locale questi fenomeni esogeni; alimentati, del pari, dalle carenze tipiche della base endogena. Una lettura dello specifico meridionale deve, pertanto, darsi in chiave esogena/ endogena. Il meridionalismo, fino a tutti gli anni '80, è venuto meno proprio di fronte a questa esigenza di lettura integrata, nella dimensione in cui ha apprestato modelli dualistici interamente fondati sulla base endogena o sulla base esogena.

3

Tra "limiti sociali" e "rendite posizionali" dello sviluppo

Per quanto concerne la base esogena, torna particolarmente stimolante il discorso che, nel 1976, propone F. Hirsch a proposito dei "limiti sociali" dello sviluppo. Uno dei dilemmi della presente fase dello sviluppo capitalistico, per Hirsch, riposa nella circostanza che aliquote consistenti del "prodotto reale" delle economie delle società avanzate sono sottratte alla produzione di beni e servizi materiali, per essere dirottate verso i "beni posizionali". Per beni posizionali sono, secondo Hirsch, da intendersi le qualità e le funzioni proprie delle "aree residenziali", le quali quanto più sono soggette ad impiego, tanto più deperiscono ed entrano in congestione. Ora, mentre la dinamica dei beni e dei servizi materiali è soggetta ad espansioni di scala, la dinamica dei beni posizionali è caratterizzata da una relazione domanda/offerta assai rigida, per il semplice motivo che l'offerta di beni posizionali non può essere illimitatamente aumentata. Le aree residenziali e le relative funzioni urbane si contraggono: a misura della loro contrazione, lievitano i prezzi e i flussi monetari che vi sono collegati. È, questo, un fenomeno capillarmente indagato dai sociologi urbani; e investigato per la prima volta da Marx, con le sue analisi sulla "rendita differenziale". Hirsch, a dire il vero, è ancora più preciso e identifica, in proposito, una divaricazione perversa tra:

a) sviluppo dell'economia dei beni strumentali;

b) sviluppo dell'economia dei beni posizionali.

Il primo è funzione del "reddito reale assoluto"; il secondo, del "reddito individuale relativo". Cosicché, mentre la crescita dei beni strumentali importa l'incremento dello sviluppo economico, l'espansione dei beni posizionali si traduce in un detrimento dello sviluppo economico: nella proporzione in cui aumenta il ruolo e si accrescono le funzioni dei beni posizionali, si indeboliscono i fattori causali dell'espansione economica. Lo stadio dello sviluppo, a questo snodo, si imbottiglia in un circolo chiuso: "Oggi tutte le cose più appetibili nella nostra società sono posizionali. Il risultato è una frustrazione dello sviluppo reale, dovuta all'impossibilità di espandere l'offerta dei beni più richiesti".

4.

Tra "individuo marginale" e "marginalità meridionale"

Lo spazio urbano tende a divenire lo spazio dei beni posizionali, in cui gli scambi, le interazioni e le relazioni comunicative sono afferrati dalla logica egotico-gruppuscolare della lievitazione del differenziale di ricchezza immanente alle posizioni individuali, in un gioco sequenziale di corrosione delle quote della ricchezza altrui. Più che alla produzione di qualità sociali nuove, si assiste alla lotta senza quartiere per la spartizione e la redistribuzione funzionali delle qualità sociali preesistenti, in una sorta di crudo "corpo a corpo" tra individui e gruppi sociali contrapposti. Le città e i luoghi dell'abitare e del vivere, nel centro come nelle periferie del mondo, sono letteralmente divorati da questi limiti etico-sociali connaturati ai loro processi di formazione. Lo spazio urbano di rango superiore, laddove effettivamente si giocano i ruoli e le qualità urbane avanzate, è interessato da una compressione geometrica costante, ai confini di cui si dilatano e proliferano i territori marginali. Si riproducono, così, le spirali divise eppur comunicanti dello spazio compresso e dello spazio marginale, in cui:

a) il bene casa diviene un bene sempre più raro, in una sorta di imbuto le cui qualità sociali scadono in una progressione inarrestabile;

b) gli ecosistemi urbani vengono interessati da crescenti processi di inquinamento e degrado ecologico-etico;

c) si dilatano a macchia d'olio i fenomeni di implosione/esplosione del legame sociale e di caduta dei vincoli di solidarietà;

d) la devianza giovanile e la solitudine degli anziani, da dato patologico, tendono ad assumere il ruolo di elemento fisiologico-strutturale nella mappa del degrado urbano.

Prendono luogo da qui processi di marginalità urbana strettamente collegati a processi di marginalità posizionale. Particolarmente nelle periferie urbane e nelle zone periferiche dello sviluppo, come nel caso del Mezzogiorno, l'intreccio di marginalità urbana e marginalità posizionale costituisce una miscela altamente esplosiva. La dinamica di accesso allo spazio urbano e ai beni posizionali, oltre a produrre fasce e aree sociali di marginalità, promuove la costituzione dell'individuo marginale, i cui diritti civico-politici ed etico-materiali sono formalmente garantiti, ma nella sostanza elusi.

La sociologia americana, intorno agli anni '30, ha argomentato di "uomo marginale" con esclusivo riferimento agli immigrati (ebrei), ai mulatti e altre minoranze che, nel corso delle generazioni, conservano legami forti con le loro tradizioni originarie, ritrovandosi, così, in una posizione di marginalità da non-appartenenza. Di contro si ergeva ed erge la nozione della marginalità (di derivazione marxista) concepita quale esclusione dalle strutture di comando economiche, sociali, politiche e culturali, particolarmente elaborata dalla sociologia latino-americana. In un universo teorico assai prossimo all'impostazione marxista e neomarxista è stata definita la categoria di "marginalità meridionale".

Il concetto di marginalità che stiamo progressivamente approssimando si discosta da tutti questi indirizzi, pur non prescindendo dalle loro risultanze analitiche. Innanzitutto, a monte dei processi della marginalità identifichiamo e situiamo fenomeni multifunzionali e polivalenti, non riconducibili univocamente o alla causale economica o alla causale sociale o alla causale politica o alla causale culturale.

Inoltre, la scala della marginalità non è di tipo evoluzionista: la prospettiva marginale non contrassegna in esclusiva lo stadio inferiore del sottosviluppo o della dipendenza, ma anche quello superiore dello sviluppo e della crescita economica.

Infine, il margine è indissociabile dal centro: i processi urbano-sociali, economico-politici e simbolico-culturali che sono alla base della produzione del centro sono invariabilmente a monte della produzione del margine; e viceversa. Esistono un centro nel margine e un margine nel centro; un centro marginale e un margine centrale. Tra margine e centro, dunque, non si dà quella dialettica degli stadi di passaggio lineari che, in questi ultimi quaranta anni, è stata variamente concettualizzata. La razionalità degli stadi di passaggio, al contrario, è di tipo non-lineare, poiché entro le medesime scale nazionali e internazionali, fino a quelle locali, margine e centro sono in un'inscindibile relazione di intercomunicazione funzionale. La marginalità attiene sia a situazioni di non-sviluppo che a situazioni di sviluppo.

A questo punto dell'analisi, si rende necessaria la ricognizione su alcuni topoi delle teorie della "marginalità meridionale". Agli inizi degli anni '70, va prendendo forma un nuovo meridionalismo che pone come principale fuoco delle proprie analisi il meccanismo dello "sviluppo ineguale", letto in termini di polarizzazione centro/periferia. Il centro è assunto come "polo di sviluppo" industriale-urbano che, nella sua evoluzione socio-economica, produce aree di marginalità al suo interno e al suo esterno. L'industrializzazione per poli e l'urbanizzazione non controllata del Mezzogiorno riproducono, secondo questo approccio, nel medesimo tessuto meridionale la dialettica centro/periferia, modificando radicalmente i termini storici e politici della "questione meridionale". La caratteristica precipua del Mezzogiorno starebbe nella convivenza dei fenomeni della marginalità esterna (con riferimento alle scale extrasistemiche internazionali e nazionali) con i fenomeni della marginalità interna (con riferimento alle scale infrasistemiche locali). La marginalità interna al polo di sviluppo viene qui vista funzionare come "momento cruciale nella struttura sociale", fino ad assumere il ruolo e le funzioni di "portatore della contraddizione principale prodotta dal meccanismo di sviluppo".

Allora, sia il non-sviluppo che lo sviluppo sono processi generatori di marginalità. Lo sviluppo genera fenomeni di marginalità centrale e periferica nelle aree territoriali in cui insiste; il non-sviluppo funge quale dislocatore e accentratore di marginalità diffusa. Su queste basi, si è costruita una morfologia generale della marginalità meridionale:

a) marginalità sistemica;

b) marginalità empirica;

c) relazioni di marginalità.

Sul piano più strettamente storico, invece, il passaggio identificato è quello che conduce dalla marginalità storica alla emarginazione nello sviluppo e alla deprivazione relativa . Nelle condizioni di emarginazione nello sviluppo e di deprivazione relativa, la marginalità si sostanzia in maniera deleteria in un dirottamento dei "trasferimenti alle famiglie" e dei "contributi alla produzione" verso "attività di intermediazione, di creazione di rendite e verso attività produttive non in grado di promuovere sviluppo". In questa ottica, la marginalità è il prodotto dello "sviluppo dipendente e la sua crescita si esprime nella crescente distanza tra centro e periferia con la separazione e ghettizzazione della sua formazione. Essa diviene il "milieu" dove si formano i poveri, gli analfabeti, le vittime e non solo i soggetti della violenza". I processi della dipendenza, secondo la dialettica centro/periferia, sono qui alla base della marginalità che, a sua volta, diviene il terreno di coltura di comportamenti illegali e di fenomeni di caduta dei vincoli etico-solidaristici. Quanto più si accentuano le fenomenologie della dipendenza, tanto più si consolidano modelli di organizzazione sociale che sfuggono alle mediazioni e al controllo delle strutture istituzionali, dando luogo a processi di gerarchizzazione sociale e territoriale, sempre più eccentrici rispetto al patronage statuale e sempre più attratti nelle cerchie della razionalità del dispositivo criminale. Mafia e camorra costituiscono, da questo lato, "modelli riusciti di organizzazione sociale là dove lo stato e le strutture pubbliche o aziendali falliscono nel generare attività autopropulsive e perpetuano la dipendenza dal welfare state".

5.

Tra crescita lineare dello sviluppo e crescita omogenea della marginalità

Al di là delle importanti acquisizioni positive dovute alla ricategorizzazione e rimessa a fuoco della "marginalità meridionale" che abbiamo appena schematizzato, vanno rilevati alcuni limiti di fondo. Limitandoci all'insieme delle implicazioni che più direttamente ineriscono i temi e i problemi interrni al nostro campo di ricerca, dobbiamo reperire l'involontario e contraddittorio ancoraggio a un teorema forte dell'economia politica classica e neoclassica. Quello secondo cui alla crescita lineare dello sviluppo corrisponderebbe la crescita lineare della modernità; dal quale viene, di fatto, dedotto un corollario che collega alla crescita lineare di sviluppo e modernità la lineare dilatazione dell'economia e della fenomenologia marginali. Al "modello endogeno omogeneo" dello sviluppo proprio del teorema finisce col corrispondere un modello omogeneo della marginalità che è tipico del corollario; pur permanendo tra teorema e corollario una spiccata relazione di alterità, soprattutto in termini di predisposizioni e collocazioni politiche. Il che conduce a situazionare quei nessi opposizionali marginalità/ modernità e sviluppo autosostenuto/sviluppo eterosostenuto, mediante cui ritornano sulla scena le dicotomie del meridionalismo classico.

Nella catena delle relazioni binarie qui in competizione valgono vincoli euristici aventi carattere strategico. Per il teorema del modello endogeno omogeneo, il principio strategico positivo è dato dalla valenza di universalità dello sviluppo; per il corollario del modello omogeneo della marginalità, il principio strategico positivo risiede nel differenziale locale dello sviluppo. Per il primo, lo sviluppo economico omologherebbe a livello planetario società originariamente di-verse; per il secondo, solo i differenziali dello sviluppo autosostenuto sarebbero in grado di rompere il cerchio della dipendenza e tutte le implicazioni connesse. Per il primo, le società arretrate altro non possono essere che la fotocopia di quelle più avanzate; per il secondo, le società arretrate debbono assomigliare il meno possibile, se non per niente, alle società avanzate. In tutti e due i casi, si rompono, su fronti speculari, anelli decisivi della catena complessa dei processi di sviluppo, modernizzazione e marginalità.

Le teorie della "marginalità meridionale", nonostante l'innegabile progresso a confronto del meridionalismo storico e la messa a punto di una mole di analisi capillari e stimolanti, finiscono preda del circolo vizioso della falsa alternativa universalismo/particolarismo. Rovesciando gli assiomi dei modelli universalistici, esse imputano un massimo di staticità alle società sviluppate e un massimo di dinamicità alle società arretrate, in ragione direttamente proporzionale alla messa in opera dei moduli dello sviluppo autopropulsivo. Ora, pare largamente accertato che il tipo di sviluppo concretatosi nelle società occidentali avanzate non sia applicabile su scala planetaria e che, altresì, rechi al suo interno strutturali limiti di carattere etico-sociale. Nondimeno, questa tipologia dello sviluppo non può essere superata, muovendo unicamente dalla dimensione locale/periferica; ma agendo dall'interno della sua struttura complessa (locale/globale), attraverso processi di trasformazione costruttivi di ordini caratterizzati da un più elevato grado di civiltà ed emancipazione, da un sistema diffuso di equità sociale e da efficaci princípi di giustizia distributiva, da culture e relazioni di comunicazione, cooperazione e solidarietà più avanzate ed evolute. Si tratta di avviare e mandare a segno un concreto e indifferibile programma per un corretto e produttivo rapporto fra tradizione, modernità e mutamento; programma particolarmente urgente per i sistemi locali del Mezzogiorno italiano.

Secondo l'importante lezione di Barrington Moore jr., in questione è un mutamento di Weltanschauung: dalla visione olistica e consensuale della società è necessario trascorrere alla visione pluralistica e conflittuale della società. Soprattutto il Mezzogiorno d'Italia reclama l'elaborazione e la messa in pratica di una più avanzata e flessibile nozione di democrazia: la democrazia delle differenze.

6.

Tra "riformabilità" e "irriformabilità" del meccanismo di sviluppo capitalistico

Ma esiste un ulteriore e non meno interessante profilo definitorio della "marginalità meridionale": quello secondo cui essa sarebbe l'idealtipo di un ambito spazio-temporale e storico-culturale che genera se stesso all'infinito.

Il circolo chiuso della marginalità che riproduce marginalità è collegato alle "grandi narrazioni" partorite da due letture diametralmente opposte:

a) quella che posiziona la possibilità del mutamento come risultante dell'intervento correttivo della mano pubblica;

b) quella che sostiene l'impossibilità di un intervento correttivo-riformatore del meccanismo di sviluppo capitalistico.

A seconda dell'applicazione della prima o della seconda chiave interpretativa, l'analisi dei risultati e i relativi giudizi storico-politici delle politiche pubbliche meridionaliste si capovolgono di significato e di contenuto; soprattutto a fronte della circostanza che ambedue le chiavi di lettura hanno agganci con la struttura sociale dei processi e dei cambiamenti avvenuti nel Mezzogiorno d'Italia.

Da questo dato obiettivo partono Bonazzi, Bagnasco e Casillo, per approssimare un "modello interpretativo nuovo", idoneo a cogliere "la realtà nella complessità dei suoi aspetti multiformi e contraddittori", più adeguato "alla comprensione dei variegati aspetti del social change in Italia". Si può senz'altro dire:

È vero che gli interventi correttivi hanno provocato risultati positivi, ma è anche vero che questi si sono verificati nelle situazioni di relativamente minore marginalità; è vero che le situazioni di marginalità estrema si sono ridotte, ma è anche vero che nel loro interno la logica della marginalità si è ulteriormente rafforzata... dall'osservazione di quanto è avvenuto in Italia, ci sembra che la tesi di Myrdal possa essere integrata dall'ipotesi che, coeteris paribus, l'efficacia degli interventi vari grandemente a seconda del grado di marginalità in cui essi sono attuati.

La delimitazione di quest'angolo di osservazione pare certamente più equilibrata, convincente e fondata. V'è, però, da osservare che in questo profilo definitorio resta da precisare meglio proprio l'oggetto specifico dell'analisi: la marginalità. Il campo della "marginalità che produce se stessa" è, sì, operante con relativa autonomia, ma solo se non si astrae dalla problematica relazionale centro/margine che abbiamo identificato nelle pagine che precedono. Fuori dal campo di influenza del centro non si dà margine; bensì miseria e povertà. Per converso, fuori dal campo di vigenza e comunicazione della marginalità non si dà "produzione del centro da parte del centro". In questo senso, pare corretta quell'avvertenza di Bonazzi, Bagnasco e Casillo, secondo cui esiste una "logica più generale", coinvolgente "centralità e marginalità in un unico e continuo processo dialettico, di portata nazionale".

7.

Tra Nord e Sud del mondo

La particolare complessità e importanza del rapporto centro/margine attiene non soltanto al livello nazionale, ma anche ai patterns dello sviluppo economico a livello mondiale, in quest'ultimo cinquantennio. Sul finire degli anni '80, G. Arrighi ha proposto una lettura del quadro sistemico di tali processi. Sul lungo periodo (in questo caso: l'ordine temporale di mezzo secolo) e sulla scala planetaria, Arrighi non rileva sostanziali balzi in avanti nello sviluppo economico e nella crescita del benessere. Definiti tre livelli di reddito/benessere procapite (alto, intermedio e basso), egli rileva, nel raggruppamento degli Stati e della popolazione mondiale, fenomeni di mobilità stagnante dall'alto in basso e dal basso in alto, con una situazione stazionaria intorno al livello intermedio; in ulteriore determinazione, gli sbalzi dall'alto in basso e dal basso in alto, sul lungo termine, tendono ad essere compensati da movimenti simmetrici. I fenomeni della mobilità si dispiegano tutti sul breve termine; essi, pertanto, definiscono una situazione di developmentalist illusion . La situazione di "illusione dello sviluppo" fa sì che i differenziali di livello siano in aumento sul lungo periodo e in diminuzione sul breve-medio. Nell'analisi di Arrighi, solo due sono i casi di mobilità verso l'alto:

a) dal livello basso al livello intermedio: Corea del Sud, Taiwan;

b) dal livello intermedio al livello alto: Giappone, Italia.

Uno soltanto, invece, il caso di mobilità verso il basso:

c) dal livello intermedio a quello basso: Ghana.

Ecco come Arrighi descrive la dinamica Nord/Sud sul lungo periodo:

Al riavvicinamento è seguito un drammatico ampliamento di entrambi i divari, per cui oggi essi sono tanto ampi quanto cinquant'anni fa in termini relativi e molto più in termini assoluti. Particolarmente drammatica è stata la perdita di ricchezza in termini assoluti e relativi del gruppo intermedio di Paesi che negli anni Ottanta ha perso tutto quello che aveva guadagnato nei trent'anni precedenti.

La curva della stabilità della distribuzione della ricchezza su scala mondiale, nel lungo periodo, è contestuale a quella delle immani trasformazioni sociali avvenute in tutti i paesi, soprattutto nel livello intermedio, nel corso del ciclo storico 1950-1975. Come avverte E. Hobsbawm, in un testo del 1986:

il periodo dal 1950 al 1975... ha vissuto il cambiamento sociale più spettacolare, rapido, profondo, di grande portata e diffuso della storia... è stato il primo periodo in cui la classe contadina è diventata una minoranza, non soltanto nei paesi industrialmente sviluppati, in molti dei quali ha conservato una certa forza, ma anche nei paesi del Terzo mondo.

Se questo è il quadro sistemico, Arrighi ne deduce la crisi:

a) delle teorie della modernizzazione: le quali "incontrano difficoltà insormontabili nello spiegare come e perché mezzo secolo di sforzi generalizzati per lo sviluppo abbiano prodotto così poco in termini di cambiamenti nella distribuzione della ricchezza";

b) delle teorie della dipendenza: le quali "incontrano difficoltà altrettanto insormontabili nello spiegare come e perché un processo così diffuso di industrializzazione abbia preso piede e, soprattutto, come e perché un così vasto gruppo di paesi intermedi sia sfuggito alle tendenze polarizzanti dell'economia mondiale".

Vediamo di isolare lo schema tripolare strutturale centro/semiperiferia/periferia di Arrighi:

1) Le innovazioni politiche, economiche e sociali costituiscono il "momento centrale" dell'accumulazione e dell'espansione della ricchezza nazionale. Il centro viene, con ciò, a trovarsi in una situazione di vantaggio decisivo, in quanto inizializzatore dei processi di innovazione; inoltre, esso protegge/nasconde tali processi dall'interferenza degli altri due livelli, delle cui innovazioni, comunque, si appropria. La posizione di centro cumula, dunque, una mole considerevole di "vantaggi comparati"; i quali "vantaggi comparati" spiegano la "stabilità della distribuzione globale della ricchezza nel lungo periodo.

2) I paesi del livello intermedio (la semiperiferia) sono quelli dotati delle più elevate capacità di imitazione. In virtù di siffatta abilità di mimesi, da un canto, mantengono a debita distanza i paesi del livello basso (la periferia) e, dall'altro, stimolano i paesi centrali a introdurre ulteriori innovazioni che "riproducono ed approfondiscono il gap di ricchezza" che si trovano a subire.

3) La concentrazione dell'accumulazione del capitale nelle aree centrali si è espressa in sovraffollamenti periodici che hanno fatto lievitare la rendita e i salari a scapito dei profitti. Da qui la saturazione geografica dell'accumulazione, nel senso della spinta alla sua globalizzazione a scala planetaria in difesa del profitto. Tale stadio è raggiunto a cavallo del XIX e XX secolo.

4) Nel primo decennio del secondo dopoguerra, sotto l'egemonia degli Usa, avviene la ristrutturazione delle relazioni tra le imprese dell'economia mondiale e tra i paesi capitalistici, con l'obiettivo di favorire una nuova fase di espansione capitalistica sulla scorta del modello keynesiano-fordiano.

5) Nel ciclo che va dagli anni Cinquanta ai Sessanta, l'economia mondiale capitalistica ha conosciuto un periodo di espansione, senza alcun precedente storico. Si è trattato di una fase di sviluppo economico generalizzato, con trasmissione alla periferia e alla semiperiferia di parziali benefici, "sotto forma di una domanda costantemente in espansione dei loro prodotti e delle loro risorse".

6) Intorno agli anni Settanta, si delinea un sistema di parità a tre fra Usa, Giappone e Germania, con la conseguente creazione di un serio sovraffollamento al centro dell'economia mondiale: l'accumulazione del capitale "fu caratterizzata da una serie di tendenze completamente nuove".

7) Si incuba qui un fenomeno di selettività del processo economico assai più rilevante che non in passato. La "espansione totale" subisce un rallentamento; la crescita "continuò nella semiperiferia per un altro decennio", con una novità sostanziale. Si deve rilevare che:

La forza motrice della crescita semiperiferica negli anni Settanta fu diversa rispetto a quella del periodo di espansione generalizzata. La crescita semiperiferica cessò di essere un complemento della crescita del centro e ne divenne un sostituto. Il sovraffollamento rese un numero crescente di attività manifatturiere nel centro non profittevoli. Ne conseguì una corsa al taglio dei costi tra le imprese e i paesi del centro che, tra l'altro, favorì il decentramento delle attività manifatturiere più standardizzate verso la periferia.

8) Una delle conseguenze più eclatanti dell'aumento di selettività economica, in questa fase, sta nella riduzione del gap di ricchezza e nella scomparsa del gap di industrializzazione tra i paesi del centro e quelli della periferia. Al livello intermedio si introvertono, da qui, effetti negativi:

Ma più la periferia si industrializza e la sua forza lavoro dipende dal salario per la sua riproduzione, tanto più diminuisce la competitività della semiperiferia come ubicazione delle attività manifatturiere, non soltanto rispetto al centro, che recupera parte della sua precedente competitività, ma anche rispetto a determinati paesi periferici caratterizzati da un costo di manodopera sostanzialmente inferiore.

9) Con gli anni Ottanta (Carter-Reagan) si apre una nuova fase dell'accumulazione di capitale su scala mondiale, contrassegnata da tre processi generali tra loro correlati: (i) la "rinascita finanziaria"; (ii) la "ricentralizzazione del capitale"; (iii) la dislocazione dell'Asia orientale quale "luogo privilegiato delle attività manifatturiere". Accanto a questi tre processi centrali si enucleano altri fenomeni di rilievo: (i) il "fallimento economico" dei sistemi politici a "pianificazione centralizzata" (l'area del "socialismo reale"); (ii) il fallimento di molte "economie di mercato" nei paesi semiperiferici; (iii) il collasso economico-finanziario della maggioranza dei paesi latino-americani.

10) La congiuntura specificamente reaganiana presenta questi tratti distintivi: (i) pressione finanziaria generalizzata; (ii) concorrenza crescente di alcune economie semiperiferiche (Corea del Sud, Taiwan, Cina); (iii) riallocazione al centro delle risorse globali locali; (iv) riallocazione in periferia (Asia dell'Est) delle attività manifatturiere standardizzate; (v) collasso della semiperiferia sotto forma di incapacità/impossibilità di gestione dei nuovi livelli della competizione economica internazionale, con contestuale perdita degli standards faticosamente guadagnati nei precedenti trent'anni.

8.

Tra Nord e Sud d'Italia

È interessante seguire l'applicazione al Mezzogiorno che Arrighi fa del suo schema tripolare.

Innanzitutto, Arrighi individua due fasi dello sviluppo dell'economia sociale italiana contemporanea e, conseguenzialmente, del Mezzogiorno.

La prima fase ricopre il periodo che va dallo Stato post-unitario agli anni '60 del Novecento. Questa fase è eminentemente caratterizzata dalla "posizione anomala" che l'Italia occupa nello scacchiere internazionale, al livello delle relative gerarchie della ricchezza mondiale. L'Italia, difatti, si trova a metà strada tra il livello dei paesi centrali e il livello intermedio dei paesi della semiperiferia, andando a configurare una sorta di "perimetro del centro".

La seconda fase si enuclea negli anni '70, in cui l'Italia tenta di sorpassare la "terra di nessuno" propria della posizione di "perimetro del centro". La riuscita del tentativo dipende da due fattori:

1) la cooptazione politico-economica da parte degli Usa, nel clima delle politiche dei blocchi e della "guerra fredda";

2) la peculiarità della polarizzazione Nord/Sud del nostro paese che ha "protetto" dalla concorrenza internazionale le imprese nazionali.

Entro questo quadro il Mezzogiorno d'Italia gioca un ruolo secondo queste direttrici fondamentali:

1) Dà risposta positiva alla crescente domanda di forza-lavoro "elastica e poco costosa", in assonanza con quanto richiesto dai moduli della ristrutturazione keynesiana-fordista delle economie regionali più ricche dell'Europa, incluse quelle dell'Italia settentrionale. Nel ciclo 1955-fine anni '60, il Mezzogiorno funziona come serbatoio della forza-lavoro più congeniale a questa tipologia di ristrutturazione, contribuendo in maniera rilevante allo sviluppo dell'econo-mia italiana, sotto un duplice ordine di conseguenze: (i) l'allentamento dei vincoli della bilancia dei pagamenti, i quali avrebbero potuto, altrimenti, funzionare quali fattori di blocco dell'espansione economica del paese; (ii) la fornitura illimitata di forza-lavoro "se-mispecializzata" alle industrie dell'Italia settentrionale, che ha consentito di adottare i nuovi standards di produzione attivati ai livelli alti dello sviluppo;

2) Questo ciclo si avvia ad un veloce esaurimento. L'emigrazione di massa degli anni '60 ha, sì, deperito le capacità di autoproduzione e vulnerato la competitività della forza-lavoro meridionale, ma anche segnato l'apertura di nuovi processi di mobilitazione sociale. Con la partecipazione degli operai meridionali immigrati alle lotte sindacali degli anni '60 e inizio '70 e con le coeve lotte nelle aree urbane meridionali per la casa, per il lavoro e per il reddito si estingue quel ciclo storico che ha visto funzionare il Mezzogiorno quale serbatoio di forza-lavoro ad alti contenuti di elasticità e a bassi tassi di remunerazione;

3) La mobilitazione della forza-lavoro meridionale coincide con le nuove tendenze al "taglio dei costi nell'economia mondiale". Non essendo più serbatoio di forza-lavoro a basso costo, il Mezzogiorno è stato tagliato fuori dalle nuove ristrutturazioni dell'economia internazionale. Così, alla fase dello sfruttamento fa seguito quella dell'esclusione.

 

9.

Tra "economia-mondo" e "sviluppo autopropulsivo"

Nel modello di Arrighi i flussi centro/margine sono intermediati dalla semiperiferia, concettualizzata a livello dei quadri sistemici dell'economia mondiale. L'impostazione ha il pregio di far meglio cogliere la dinamica e la statica dei processi economico-sociali a scala internazionale e nazionale. Ciò che non appare soddisfacente è la trasposizione lineare del modello sulla scala locale. O meglio: ciò che risalta è la mancata articolazione del modello sulla scala locale. I quadri analitici dello sviluppo autopropulsivo, al contrario, presentavano - come si è visto - il vantaggio di una migliore articolazione sul livello locale e una carenza fondamentale sul piano dell'indagine dei livelli globali. Si tratta, come già argomentato, di ricondurre ad una chiave di lettura complessa e articolata tanto la base endogena che quella esogena, tanto i processi centrali che quelli marginali, se si vuole (come si deve) correttamente identificare il "margine del centro" e il "centro del margine". Impostazione che sola può:

a) dar ragione della proliferazione dei modelli centrali in uno con la proliferazione dei modelli marginali;

b) individuare la pluricausalità dei fattori complessi sottostanti alle fenomenologie "centrali" e "marginali".

Con questo, intendiamo significare che: (i) al "centro" medesimo si segmenta una pluralità di centri ; (ii) nel margine si stratifica una pluralità di margini. Il tutto (iii) non tanto sul piano quantitativo quanto su quello qualitativo. La discussione sui divari interni al Mezzogiorno può, in tal modo, essere fecondamente messa in comunicazione con quella sui divari esterni, per una più perspicua indagine e una migliore presa di consapevolezza delle identità e delle differenze dei sistemi centrali e dei sistemi locali.

Un secondo limite è presente nell'ipotesi di Arrighi e, più in generale, riguarda sia l'approccio caratteristico dell'"economia-mondo" (a cui egli si richiama esplicitamente) che la stessa posizione marxista. Intendiamo riferirci al deficit teorico che risolve la problematica dello sviluppo nella problematica dell'accumulazione del capitale. La dialettica tripolare centro/ semiperiferia/periferia non è qui che il risvolto della tripartizione sul territorio delle risorse e degli uomini operata dall'accumulazione capitalistica. Sviluppo del territorio e sviluppo industriale-accumulativo finiscono inesorabilmente col coincidere. Interamente inesplorati rimangono i flussi di relazioni che costruiscono e ricostruiscono materialmente il territorio e lo differenziano, nel corso del tempo e negli ambiti spaziali, al di là degli insediamenti produttivi, delle attività economiche e delle corrispettive reti di interazione e comunicazione. Il problema del territorio, con i suoi insiemi e sottoinsiemi spazio-temporali, è un problema cruciale nella formazione e nella elaborazione delle mappe delle identità di un popolo e di una nazione; di un gruppo etnico e di una formazione sociale; di una città metropolitana come di un piccolo e sperduto villaggio; di classi e ceti sociali come di singole individualità. L'esperienza e la percezione del territorio sono alcune delle esperienze e delle percezioni fondanti della condizione umana. L'analisi e le proposte debbono, pertanto, prestare massima attenzione ai sistemi di organizzazione, scomposizione e governo del territorio, in tutte le loro articolazioni. Tra gli "ordini" dello svi-luppo economico e gli "ordini" dello sviluppo del territorio non si istituiscono rapporti lineari o di mera corrispondenza logico-formale; bensì catene relazionali discontinue e differenziali. I processi attraverso cui un modello di sviluppo e una formazione sociale si fanno territorio, spazio delle relazioni umane e delle città, ambito degli scambi, dei traffici e delle comunicazioni disegnano un ordito specifico che resta tutto da decifrare. Vi sono soggetti, strategie, piani, progetti, istituzioni specificamente imputati alla configurazione e al "taglio" del territorio, non coincidenti affatto con quelli attinenti alla sfera economica. "Ritagliare" il territorio non risponde a mere esigenze eco-nomiche, ma anche a bisogni di natura sociale e politico-istituzionale. La trama del disegno e del governo del territorio si compone di strategie di valorizzazione di alcune aree e di alcuni segni-messaggio e di devalorizzazione di altre aree e di altri segni-messaggio. La valorizzazione delle aree e dei segni-messaggio del centro e la devalorizzazione delle aree e dei segni-messaggio del margine non possono essere portate a compimento da strategie di pura connotazione economica. Esse rientrano in complessi processi di governo e riallocazione del territorio. Niente di più fuorviante che immaginare il territorio come l'inerte teatro dell'azione delle relazioni e delle decisioni economiche.

Certo, nella pura logica delle relazioni economiche, esistono orientamenti prevalenti che concepiscono e usano il territorio in base alle considerazioni della maggiore utilità, a partire dalla partizione primaria tra spazio utile e spazio disutile. Partizione secondo cui lo spazio utile è sinonimo di spazio urbano centrale e lo spazio disutile è sinonimo di spazio marginale. Una razionalità di tipo accumulativo si impossessa dei sistemi e delle procedure di governo del territorio; ma giammai consente loro di domare sistematicamente e ultimativamente i fenomeni urbani e i potenziali territoriali. Ciò che deriva da questa sorta di "demone dell'accumulazione" è un meccanismo seriale di guasti e dissesti operati sul patrimonio urbano e ambientale, a cui è sempre più urgente porre rimedio. Solo da politiche del territorio emendate dal "demone dell' accumulazione" è lecito sperare l'attivazione di controtendenze alla riproduzione dello spazio marginale.

Ora, se il processo di sviluppo coincidesse in toto con il processo di accumulazione, siffatta controtendenza sarebbe di impossibile attivazione e non si uscirebbe dal lacerante dilemma: marginalità o rivoluzione. Non è un caso - come si è visto - che imbottigliati in un dilemma di questo tipo siano finiti i modelli dell'insostenibilità dell'intervento correttivo dei cicli accumulativi, a cui le "teorie della semiperiferia" e dell'"economia-mondo" debbono più di uno spunto di rilievo.