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Quella mattina trovarsi
a casa da sola era più difficile del solito. Le pareti della stanza
claustrofobiche e pesanti, toglievano il fiato. Una prigione ecco
cos'era la sua casa, una triste e definitiva prigione. Certo la porta
non era chiusa. Avrebbe potuto andarsene quando voleva, ma la verità,
la terribile verità era che lei non voleva non poteva uscire...perché
l'esterno, il mondo e la gente che lei vedeva come una folla informe,
le faceva più paura della solitudine.
Agorafobia l'aveva chiamata il dottore quando lei e Luca erano andati
a chiedere un consulto. Non aveva mai sentito quella parola ma di
sicuro non l'avrebbe più dimenticata, perchè in poche lettere era
stata scritta la sua condanna.
Il telefono stava suonando
chissà da quanto quando lei decise di interrompere il fluire dei suoi
pensieri per rispondere. Era sicura che non poteva essere nessun altro
che Luca.
Lui era il suo amato marito, l'unico che non l'avesse abbandonata
durante gli anni di lotta interiore , standole accanto: sempre."Ciao
Anna, questa mattina sono uscito prestissimo e non me la sono sentita
di svegliarti, ti sei preoccupata quando non mi hai visto?" . La sua
voce era dolce e rassicurante nonstante fosse velata dalla preoccupazione,
"Va tutto bene ho immaginato che avessi avuto una chiamata urgente,
spero non sia niente di grave", dall'altra parte Luca trasse un'impercettibile
sospiro di sollievo "Un bambino ha inghiottito il tappo di una biro
ma fortunatamente siamo riusciti ad estrarlo senza danni. Di sicuro
non metterà più in bocca niente che non sia commestibile!" Rideva,
aveva il dono di sdrammatizzare anche le situazini peggiori e questo
in molte occasioni gli era stato utile per salvarsi da quei traumi
che segnano la vita di ogni medico. "Quel bambino è stato fotunato
a trovare te, miraccomando però cerca di non stancarti troppo anche
oggi, ultimamente dormi solo 4 ore per notte." Anna sapeva che le
sue parole non sarebbero state ascoltate, suo marito amava il suo
lavoro e avrebbe continuato a correre ogni qual volta qualcuno si
fosse trovato in difficoltà. "Si mammina cercherò di tornare il più
presto possibile....qualsiasi cosa tu abbia bisogno chiamami ed io
sarò felice di correre da te!".
Assolutamente irresistibile.
Avrebbe voluto essere come lui.
Mentre appoggiava la cornetta sul ricevitore scorreva lo sguardo da
una parte all'altra della casa, le pareti color crema si intonavano
perfettamente con i mobili moderni ma di classe. Al centro dell'enorme
salotto troneggiava la libbreria in legno chiaro contenente i numerossimi
libri che Anna aveva letto accocolata nella poltrona bianca e soffice
che accoglieva ore e ore di intensa lettura alla luce delle candele
che lei adorava e disseminava per tutta la casa.
Osservava tutto questo e pensava a quanto la sua vita si fosse ridotta
in quegli ultimi due anni. Da tempo ormai non si metteva più un vestito
elegante per uscire a cena e l'ultimo giro in centro con un'amica
non se lo ricordava nemmeno più. Ormai non si sentiva più nemmeno
una donna... Maledizione perché Dio l'aveva condannata a una non vita,
perché proprio lei!
Agorafobia, é incredibile come una parola così piccola nasconda un
angoscia così grande.Per chi non ha mai avuto a che fare con i tormenti
della mente é difficile riuscire a capire il terrore, il panico che
ti assalgono improvvisamente lasciandoti stremata ed inerme di fronte
ad un nemico invisibile.
Il caffé che aveva preparato
era orami freddo, mentre lo beveva rabbrividiva, posò la tazza sul
piattino di porcellana bianca accanto alle riviste che Luca le comprava
per non affinché non si annoiasse durante il giorno, la donna in abito
rosso le sorrideva dalla copertina patinata. Di nuovo un brivido,
ci voleva qualcosa di caldo. Il maglione di lana rossa che le aveva
regalato sua madre la settimana prima era nell'armadio. Percorse adagio
il corridoio che la separava dalla stanza da letto: "Spero che Luca
torni presto questa sera" pensava mentre tirava fuori il maglione
dal cassetto. Una sensazione piacevole l'aveva avvolta una volta indossato
l'indumento. Si era vista riflessa nello specchio era da tanto tempo
che non si guardava più, non si ricordava e non gli interessava sapere
di essere una bella donna. I capelli le ricadevano sulle spalle lisci
e lucenti di un bel castano dorato che faceva risaltare i suoi grandi
occhi marroni , il rosso illuminava splendidamente l'incarnato pallido
del viso. Senza trucco sembrava ancora una ragazzina nonostante avesse
compiuto il mese prima 29 anni. Alla sua immagine chiese: "Sapendo
che sarebbe finita così rifaresti tutto esattamente allo stesso modo?".
Dieci anni prima, infatti aveva sfidato tutti per percorrere la strada
che avrebbe cambiato la sua vita per sempre.
Si era diplomata con il
massimo dei voti e i suoi genitori la vedevano già avviata ad una
brillante carriera universitaria. Anna si era iscritta alla facoltà
di medicina e contemporaneamente svolgeva servizio di volontariato
presso la croce rossa della sua città. Pur trovando affascinante ciò
che imparava all'Università si sentiva però sempre più portata verso
la realtà del volontariato diventando sempre più attiva e partecipe.
A vent'anni invece di uscire con i ragazzi si divideva tra lo studio
e le persone che avevano bisogno di aiuto.
Una Domenica mattina dopo
la funzione religiosa venne avvicinata dal prete che le parlò del
prossimo viaggio che stava organizzando per portare aiuti in India,
le chiese se se la sentisse di accompagnarlo perché aveva bisogno
di tutto l'aiuto possobile dal momento che la situazione era veramente
drammatica. Anna chiese del tempo per riflettere. Accettare significava
dover accantonare temporaneamente lo studio e lasciare la sua casa,
i suoi genitori e i suoi amici. Pensò a lungo esaminado tutti i pro
e i contro ma dentro di se sapeva già la risposta: voleva andare in
India più di ogni altra cosa.
La sera stessa ne parlò
con i suoi genitori, non fu facile convincerli, non volevano saperne
di vederla partire da sola per andare in un posto così pericoloso.
Sopprattutto sua madre pareva sconvolta:" Come puoi solo pensare di
lasciare la scuola per andare in quell'inferno, pieno di malati e
di accatoni dove il minimo che ti può succedere e di finire stuprata
da qualche delinquente, per non parlare poi del rischio di ammalarti
di lebbra o peggio, ti proibisco anche solo semplicemente di pensare
una cosa del genere, io e tuo padre non vogliamo, pensa piuttosto
a studiare e a farti una posizione". Anna cercava di mantenere la
calma tutta quella chiusura mentale le dava la nausea, ma non voleva
andarsene senza aver tentato di far capire le ragioni di quello che
poteva sembrare un gesto folle:"So che ci sono dei rischi ma so stare
attenta, starò in un ospedale insieme al personale medico e Don Fulvio
sarà sempre con me, qui le persone hanno bisogno di aiuto ma li non
hanno via d'uscita...." a quel punto suo padre intervenne dicendo;"Non
puoi sentiri responsabile per tutte le persone del mondo lascia che
siano gli altri a risolvere problemi troppo grandi per te!" "Se tutti
facessero il tuo ragionamento nessuno farebbe niente c'é bisogno di
fatti le parole non danno da mangiare a nessuno e comunque io non
sono qui per chiedervi il permesso di andare ma solo per informarvi
della mia partenza; mi spiace non avere il vostro appoggio ma ormai
ho preso la mia decisione". Uscì dalla stanza sbattendo la porta.
Chiusa nella sua camera seduta sul letto con la testa tra le mani,
prese il telefono che aveva sul comodino e compose il numero di Don
Fulvio. "Ciao sono Anna , ho deciso che verrò con te" "Ne hai parlato
con i tuoi genitori?" Un impercettibile tremito di incertezza nella
voce"Si e sono d'accordo con me".
Una settimana dopo era
sull'aereo diretto verso Calcutta. Oltre a lei e a Don Fulvio c'erano
altre 8 persone , due erano giovani suore missionarie e gli altri
cinque erano ragazzi volontari come Anna. Tra questi c'era Marco un
bel ragazzo di 27 anni laureatosi l'anno prima in filosofia da sempre
segretamente innamorato di lei. Non che lei non lo sapesse, ma pur
considerandolo il suo più caro amico sapeva che i sentimenti nei suoi
confronti non si sarebbero mai trasformati in amore.
Non era mai stata innamorata
di nessuno, sognava l'incontro magico con il principe azzurro che
le avrebbe fatto battere il cuore e girare la testa...
"Ragazzi miraccomando siate preparati, quello che vedrete é uno spettacolo
scioccante, non avete di sicuro mai visto niente di simile nella vostra
vita. Ma non dovete avere paura, si tratta di essere umani come voi
e sopprattutto ricordatevi che non siete qui per guadagnarvi il paradiso
o per fare dell'elemosina , ma per portare un messggio di amore e
speranza oltre all'aiuto che riuscirete a dare. Anche il più piccolo
gesto sarà un dono d'amore e la fede vi sosterrà nei momenti più difficili
e duri quando penserete di non farcela, quando vi sembrerà di aver
visto troppo." A quelle parole le due suore annuirono con il capo,
i ragazzi si guardarono con meno sicurezza nello sguardo ma con uguale
determinazione.
Ripensando a quella frase
Anna, nonstante fossero passati dieci anni si sentiva ancora colpevole
come se avesse infranto un giuramento.
Era stata a Calcutta per
quattro anni, avrebbe dovuto rimanere solo per un mese, ma si era
resa conto che il bisogno di aiuto era disperato, non poteva andarsene
e lascirsi alle spalle la miseria , la distruzione, la povertà.
L'ospedale dove lei lavorava
e dormiva era un costruzione fatiscente. Dall' esterno non era molto
diverso dalle baracche in cui viveva la maggior parte degli abitanti.
Profonde crepe scuarciavano le pareti come rughe sul viso di un vecchio,
sporcizia ovunque emanava l'odore di uomini e animali che dividevano
gli stessi spazi. In lontanaza si sentiva il pianto dei bambini e
delle loro madri, un pianto struggente che straziava il cuore di che
lo ascoltava, dove anche l'ultimo briciolo di speranza era svanito.
Li Anna aveva trovato la sua strada, era instancabile. Curava gli
ammalati, preparava da mangiare per il personale, guidava il camioncino
con i rifornimenti per l'ospedale, aiutava le madri ad accudire i
propri piccoli e a volte li faceva venire al mondo.
Fu in una di quelle occasioni
che conobbe Luca. Lui era il medico della missione. Alto, con i capelli
scuri e gli occhi verdi che risaltavano sul suo bel viso abbronzato.
Spalle larghe da nuotatore e fisico scolpito. Aveva 28 anni ma sembrava
un ragazzo. Allegro gioviale con la battuta sempre pronta ma attento
e sensibile . Tutti gli volevano bene e lo stimavano.
Si conobbero 11 mesi dall'arrivo
di Anna e lei capì subito che aveva trovato il suo principe. Certo
non aveva né mantello né il cavallo, solo un logoro camice non più
bianco e una moto vecchia e scassata, ma questo non era importante
perché le faceva battere il cuore e girare la testa. La loro unione
fu consolidata oltre che dall'amore, dalla condivisione di momenti
intensissimi. Vivevno e lavoravano insieme per lo stesso ideale e
il loro sodalizio divenne perfetto e indissolubile.
Si sposarano due anni
dopo, per l'occasione tornarono in Italia. Anna aveva appianato le
divergenze con i suoi genitori. Erano felici di vederla realizzata
e sposata ad un bravo ragazzo, anche se avrebbero preferito averla
più vicina a casa, ma quella era la sua vita e loro dovevano accettarla.
Tornati a Calcutta spesero tutte le loro energie per cercare di migliorare
le condizioni di vita degli abitanti, sopprattutto i più poveri e
malati, ma era un'impresa titanica.
Dopo il matrimonio si erano trasferiti in una casetta vicino all'ospedale,
era piccola e per niente simmetrica, sembrava una capanna dopo il
passaggio di un tornado, ma almeno potevano avere un po' di privacy.
L'ospedale assorbiva tutte le loro energie, lavoravono giorno e notte
senza sosta con la determinazione di chi ha trovato il proprio scopo
nella vita.
Esiete al mondo così come
noi lo conosciamo la perfezione? C'é un solo essere umano che possa
vantarsi di condurre un'esistenza perfetta?
La felicità di Luca e Anna svanì imrprovvisamente e inesorabilmente
una notte d'estate, una splendida notte in cui Dio aveva chiuso entrambi
gli occhi.
Anna stava tornando a
casa accompagata da Suor Angela, reggevano tra le mani un cesto pieno
di vestiti che avrebbero rammendato il giorno dopo. La conversazione
tra loro era animata e ogni tanto si fermavano e ridevano forte. Faceva
caldo; la giovane Suora si sventolava il viso con la la manica di
una maglia che fuoriusciva dal cesto, mentra Anna slacciò il primo
bottone della cammicietta bianca che portava allacciata fino al collo.
Un uomo, che nessuna della due donne aveva notato, le seguiva già
da qualche minuto. Era rimasto colpito dalla bellezza della ragazza,
la sua pelle bianca e i lunghi capelli castani avevano indotto torbidi
pensieri nella sua mente. La voleva e quando la vide slacciarsi la
camicetta decise che la voleva subito. Silenzioso come un gatto scivolò
alle loro spalle, colpì con violenza il capo della suora che cadde
a terra svenuta. Quando Anna si accorse di quello che stava accadendo
si mise a gridare in preda al terrore ma l'uomo le coprì la bocca
con la sua lurida mano e la trascinò in un vicolo e lei non poté fare
nulla per salvarsi.
Quando suor Angela si
riprese corse all'ospedale per avvertire Luca e gli altri di quello
che era successo. La cercarono tutta la notte. Luca disperato gridava
il suo nome mentre perlustravano ogni angolo, ogni strada, ogni fottuto
centimetro di terra. Quando vide il cestino dei panni che le era caduto
al momento dell'aggressione fu preso dall'angoscia.Continuava a ripetersi
che era stata tutta colpa sua, non avrebbe dovuto lasciarla sola in
un posto come quello, le aveva chiesto di aspettarlo, perché non gli
aveva dato retta perché? La trovò Marco il mattino dopo era svenuta
e ferita. Capì subito quello che era successo e pianse mentre la portava
all'ospedale. Quando la vide Luca corse incontro al ragazzo, la prese
delicatamente tra le braccia e corse più velocemente possibile. Aveva
una brutta ferita alla testa ma si poteva curare, per le ferite dell'anima
invece non poterono fare nulla. Quando riprese conoscenza il suo sguardo
era vuoto e non pronunciò alcuna parola. Qualcosa dentro di lei si
era rotto per sempre.
Luca le stava sempre vicino, se fosse servito le avrebbe dato la sua
vita,ma niente di quello che faceva riusciva ad abbattere quel vetro
che la separava dal resto del mondo.
Scrisse ai suoi genitori.
Sconvolti gli ordinarono di riportarla subito a casa e lui obbedì
consapevole che era l'unica cosa che poteva fare.
Arrivarono in Italia la mattina del 6 agosto 1993.
Anna era ancora davanti
allo specchio. Gli occhi pieni di lacrime. Odiava ricordare.
Avrebbe voluto dimenticare tutto e vivere felice ma non poteva. Il
passato non l'abbandonava mai.
Quando era tornata dall'India non riusciva a parlare, poi pian piano
con l'aiuto della sua famiglia e degli amici, era riuscita a riacquistare
una specie di equilibrio, ma non aveva più voluto sapere niente di
Calcutta che nella sua mente aveva identificato con la persona che
le aveva usato violenza.
E poi il panico, violento e incontrollabile, l'agarofobia, la recluisione.
Le avevano rubato la sua vita per sempre.
Non era più riuscita ad
uscire di casa, in tutte le persone che incontrava vedeva un nemico.
Era stata insieme a Luca dallo psicologo che l'aveva messa in contatto
con un'associazione che curava i disturbi mentali anche attraverso
la terapia di gruppo. Aveva partecipato a qualcuna delle sedute, ma
sentiva che il suo caso era differente da tutti gli altri. Sapeva
che il dottore aveva ragione quando le diceva che il problema veniva
da dentro e che doveva lavorare su se stessa per riuscire a sonfiggerlo,
ma non aveva la forza di ripercorre le tappe dolorose che l'avevano
segnata per sempre.
Così, ad un certo punto aveva semplicemente smesso, di farsi aiutare,di
vedere gente...di vivere e si era rinchiusa nel suo volontario esilio
con l'uomo che amava. I suoi genitori e i suoi amici avevano ceracato
di dissuaderla ma avevano dovuto arrendersi di fronte ad una donna
che rifiutava il mondo esterno.
Dopo anni passati come
volontaria nelle missioni, tra i poveri e gli ammalati, dopo aver
dato tutto il suo amore per gli altri, non riusciva più a trovare
la forza per salvare la sua vita. Quella sera Luca era rientrato prima
del solito, la salutò come al solito ma sul suo viso c'era un'ombra
strana. Anna lo gaurdava preoccupata "E' successo qualcosa all'ospedale?".
Lui non sapeva se raccontargli quello che sapeva, non voleva turbarla,
però era sua moglie e lui aveva il dovere di essere onesto. "Si Anna
ma non qui. Qualcuno ha apppiccatoil fuoco al nostro ospedale a Calcutta
e tutto quello per cui abbiamo lavorato sta andando in rovina e...."
"No basta non voglio sentire niente che riguardi quel posto non mi
interessa più ormai!", Luca le mise le mani sulle spalle nel tentativo
di calmarla ma anche di squoterle di dosso quel malessere che le avvelenava
l'esistenza "Anna non può essere davvero quello che pensi, non puoi
aver rinunciato ai tuoi sogni agli anni di fatica di speranze e a
tutto il lavoro che abbiamo fatto insieme. So che quello che ti é
successo ha lasciato un segno indelebile, ma non può aver spento in
te la voglia di vivere per sempre. Devi cercare di reagire di combattere.
Anna ti prego solo tu puoi salvare te stessa dipende da te". Lei era
seduta in un angolo della cucina con le braccia intorno alle ginocchia
rannicchiate e la testa abbassata "Non voglio combattere, non serve
a niente, le persone muoiono a centinaia tutti i giorni e io non posso
fare niente per loro. Aveva ragione mio padre quando diceva che non
posso prendermi tutta la responsabilità del mondo. Se quello che mi
stai chiedendo é di tornare a Calcutta la risposta é no mai." Pronunciò
queste parole quasi con rabbia e Luca ne fu scosso "Non ti riconosco
più Anna" Si allontanò da lei e per tutto il resto della serata parlarono
pochissimo Lei capiva di avergli fatto del male. Sapeva quanto tenesse
suo marito al piccolo ospedale di Calcutta era il posto in cui si
sentiva realizzato. Sapeva anche che non l'avrebbe mai lasciata sola
in Italia nelle sue condizioni, quindi quello che lei gli stavo chiedendo
era di rinunciare per sempre allo scopo della sua vita. Avrebbe dato
non so cosa per riuscire a sconfiggere quel tarlo che le roscchiava
l'anima ma non poteva anche se amava suo marito con tutto il suo cuore.
La notte dormirono l'uno
accanto all'altra ma ognuno perso nei propri pensieri.
Per la prima volta Anna smise di pensare all'uomo che l'aveva aggredita.
Davanti ai suoi occhi scorrevano le immagini di quando lei e Luca
si erano conosciuti, di come avevano cominciato a lavorare insieme,
vedeva i bambini che avevano curato che le regalavano sorrisi così
dolci da spezzarle il cuore....riusciva a distinguere il gruppo di
ragazzi con cui aveva inziato la sua avventura in una terra sconosciuta....come
aveva potuto scordare tutto questo. Era stata forte allora, aveva
sfidato i suoi genitori, il buon senso ed era stata felice. Allungo'
la mano verso quella del marito e la strinse forte.
Non era sicura di riuscire a farcela ma almeno voleva tentare.
II 21 giugno 1998 Anna
e suo marito Luca tornarono a Calcutta. L'ospedale era distrutto ma
i lavori di ricostruzione erano già iniziati. Don Fulvio spiegò loro
che una sua parrochiana morendo aveva lasciato tutto quello che possedeva
alla Chiesa e così avevano potuto finaziare l'operazione.
Avrebbero creato anche una specie di piccola casa d'accoglienza per
i bambini rimasti senza genitori. Avrebbero avuto bisogno di tutto
l'aiuto possibile.
anna come già era successo tanti anni prima capì che non avrebbe voluto
fare nient'altro al mondo. Le veniva offerta una seconda possibilità,
come poteva rifiutare?
Guardò Luca negli occhi e capirono che la loro vita sarebbe ricominciata
dalle macerie dell'ospedale e del passato ormai sepolto.
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