«L'azienda  ha informato e basta.  E' questo quello che è accaduto.

Sono venuti a comunicare che volevano la  firma delle organizzazioni sindacali sugli ammortizzatori sociali e che anche se non ci sarebbe stata sarebbero andati avanti lo stesso.

La Fiat non ha nessun progetto di politiche industriali di crescita.
L'operazione che la Fiat mette in cantiere è di tentare di risanare i conti con le dismissioni e di riduzione degli organici con la mobilità.
C'è una logica di disimpegno. Non vogliono affatto uscire dalla crisi con un'idea di sviluppo.
I tremila esuberi che sono riferiti a Fiat Auto non sono definitivi,  ce ne saranno altri. Insomma, questa scelta non permetterà alla Fiat di uscire dalla crisi.
E' solo l'inizio di un percorso più pesante.
La Fiat è arrivata al dunque rispetto a scelte e a politiche che hanno messo in primo piano il taglio dei costi.
In tutti questi anni si è posizionata sulla fascia medio-bassa della competitività e oggi ripropone la stessa linea.

Ma è una linea che non avrà successo.


Il governo non sembra molto interessato alla vicenda,  sembra che nel comportamento del governo si trovi la conferma di un atteggiamento miope e incomprensibile.
Il punto su cui il governo non vuole riflettere è che questo paese non ha più una politica industriale.

Si stanno giocando le frontiere industriali del futuro.

Non a caso gli altri paesi hanno costruito o stanno costruendo una ipotesi per ripartire.
E' chiaro che questo vero e proprio deperimento del sistema industriale avrà riflessi importanti sulle condizioni di lavoro.

Le "strategie" che  sindacati e Fiat ci propinano da decenni, sposando la causa "patriottica" della competitività e della produttività, non rispondono alle necessità di difesa degli interessi vitali
dei lavoratori.
Anche la semplice difesa del "posto di lavoro", che non sia accompagnata da una chiara denuncia del "normale" funzionamento dell'economia capitalistica, non può che assecondare la disastrosa concorrenza tra gli occupati.
E' ovvio che la concorrenza capitalistica della FIAT contro la Volkswagen si traduce nei fatti, se non interviene la lotta di classe, in una concorrenza fra operai non solo di FIAT e Volkswagen, ma di Mirafiori e Melfi, Alfa e FIAT, Arese e Pomigliano, e così via, in una spirale destinata a sviluppare all'infinito regionalismi e settorialismi assolutamente mortali per la necessaria unità della classe proletaria, in cui rientrano allo stesso titolo occupati e disoccupati.
Pomigliano 20/05/2002

PARTITO DELLA RIFONDAZIONE COMUNISTA



LA CRISI DELLA FIAT E' LA CRISI GENERALE DEL MODO DI PRODUZIONE CAPITALISTICO

Migliaia di esuberi solo nella Fiat moltiplicati per quattro tenendo conto dell'indotto queste sono le conseguenze delle politiche del capitalismo e della Fiat.
In questi anni la Fiat a registrato un calo crescente delle vendite di vetture, a confronto delle altre case automobilistiche europee, nel mercato europeo ed italiano.
Questo perché la Fiat ha caratterizzato la sua politica industriale solo sull'abbattimento dei costi, (meno salario ai lavoratori e scarsa qualità),   mentre sia le case Tedesche che Francesi, hanno investito in nuove tecnologie, in qualità, e facendo crescere il mercato interno, adottando politiche sociali, come la riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario, e aumenti di salario consistenti.
Un operaio che lavora alla Russelsheim, fabbrica metalmeccanica tedesca che produce cambi, lavora 35 ore a settimana, su due turni con  6 settimane di ferie all'anno e con un salario di 35.790 Euro, poco più di 69.000.000 delle vecchie £, all'anno.
Oggi, stando a quello che viene detto, dai massimi dirigenti ai capetti, e secondo alcune interviste rilasciate negli ultimi giorni da presunti sindacalisti, la crisi non toccherebbe Pomigliano.
Niente di più falso, è pur vero che stando al piano della Fiat, la maggioranza degli esuberi toccherebbe al nord, ma non dimentichiamo che  Pomigliano, negli ultimi anni, centinaia di lavoratori precari, sono stati espulsi dal sistema produttivo ed altre centinaia sono andati via per anzianità.
Insomma il piano del capitalismo Italiano e della Fiat e quello di rendere il mezzogiorno d'Italia  un bacino dove poter attingere manodopera senza diritti e senza salario.
Infatti mentre al Nord si perdono migliaia di posti di lavoro, al sud non solo si perdono posti di lavoro, ma in cambio di quel poco che ci resta, (perché non ci dicono niente per quanto riguarda il futuro produttivo della nostra fabbrica), vogliono che lavoriamo senza diritti, (questo spiega l'attacco all'art. 18, solo al sud), e senza salario ritornando alle gabbie salariali.
Per poter affrontare questo duro colpo che ci viene dal capitalismo, occorre che il sindacato e la forza operaia faccia sentire la sua voce e la sua forza, senza innescare settarismi e divisioni.
Oggi sul piatto della bilancia c'è il nostro futuro e i nostri diritti conquistati con anni di lotte e sacrifici dal movimento operaio.
Per questo motivo Rifondazione Comunista insieme a partiti della sinistra, a movimenti ambientalisti, associazioni presenti sul territorio, al sindacalismo di base, e sostenuto dalla Fiom, hanno lanciato la proposta di un referendum sociale che vanno dall'estensione della legge 300, art.18 e art.35 a tutti i lavoratori, a quelli ambientali, fino a quello per la scuola pubblica come unica garanzia del diritto allo studio per tutte e tutti.
Nei prossimi giorni spiegheremo nei dettagli questa iniziativa e inizieremo la raccolta di firme per i referendum.

PARTITO DELLA RIFONDAZIONE COMUNISTA


Circolo 91 Fiat Auto                        Email: prcfiat@libero.it          Pomigliano d'Arco23/05/02