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«Dieci anni dopo la caduta del muro di
Berlino, sussistono altri muri. Il muro
tra chi mangia e chi ha fame, il muro che
separa chi ha un lavoro dai disoccupati,
il muro tra chi sa leggere e scrivere e
gli analfabeti. Tra quelli che vivono con
dignità e quelli che vivono nelle strade
o nelle favelas. Abbiamo bisogno di nuove
etiche». Parla di armi e parla di guerra,
Luis Ignacio da Silva. Prende la parola
davanti alla platea del Forum economico
mondiale di Davos poco dopo il segretario
di Stato americano Colin Powell, che usa
le stesse parole, ma per dire altro. Lula,
il presidente no global arrivato dritto da
Porto Alegre, ha in mente una guerra
diversa da quella all’Iraq. La guerra
alla fame, la guerra per garantire il
diritto alla dignità e alla pace.
«Dare a tutti la possibilità di fare
tre pasti al giorno. Ecco una sfida per il
Forum di Davos», dice il capo di Stato
brasiliano. E il suo intervento,
contestato al social forum da chi temeva
che Lula finisse nella bocca del lupo,
polverizzato nel meccanismo delle regole
dei grandi, diventa di colpo il discorso
più forte sentito in queste stanche
giornate di Davos. Il presidente
brasiliano propone un fondo
internazionale, costituito dai paesi del
G7, per combattere la fame nei paesi del
Terzo mondo. Chiede un «Patto mondiale
per la pace e contro la fame», una santa
alleanza di altra natura rispetto a quelle
in voga di questi tempi. Ricorda che
troppo spesso «la povertà, la fame e la
miseria sono un terreno fertile per la
crescita dell’intolleranza e il
fanatismo». Quando finisce, dopo venti
minuti in cui parla di debiti che
lievitano fino a strangolare ogni
possibilità di sviluppo, di miliardi di
esclusi, di un mondo che stritola i
diritti di troppi, sulle sue parole
piovono gli applausi di un migliaio tra
capi di Stato, politici e imprenditori del
pianeta che conta. Lacrime di coccodrillo,
forse. Ma Lula incassa con la
soddisfazione di essere riuscito a portare
nel Forum economico mondiale un
vocabolario inedito. «Ecco - dice - non
mi sono lasciato mangiare e non ho
mangiato nessuno».
Certo non saranno solo le parole a
cambiare il corso della storia, qualcuno
però doveva pur dirle, mettere in
contatto Davos e Porto Alegre, due
consessi che - dice il presidente
brasiliano - se «si riunissero intorno ad
uno stesso tavolo scoprirebbero di avere
più cose in comune di quanto non credano».
Lula parla dell’urgenza di coniugare
l’espressione «nuovo ordine economico»
con una dose maggiore di giustizia, per
non lasciare disattese le domande di
miliardi di persone che vivono ai margini.
Punta il dito sulla necessità di «un
nuovo programma di sviluppo mondiale
condiviso»: che sia sviluppo per tutti,
non solo per una parte del pianeta.
«Qui a Davos non c’è oggi che un dio,
ed è il mercato libero - dice Luis
Ignacio da Silva -. Ma il mercato libero
deve avere per corollario la libertà e la
sicurezza della popolazione. Vogliamo il
commercio libero ma nella reciprocità. La
comunità internazionale deve inoltre
porre ostacoli alla fuga dei capitali nei
paradisi fiscali». Libero scambio ad armi
pari, quindi, senza imbrogli, perché per
colmare il fossato del debito in cui
finisce ogni speranza di sviluppo bisogna
avere accesso ai mercati, poter vendere ciò
che si è prodotto senza incappare in
barriere protezionistiche o in un
meccanismo truccato in partenza dalle
sovvenzioni statali agli agricoltori dei
paesi ricchi, Stati Uniti in testa: un
sistema che, ricorda Lula, soffoca sul
nascere le speranze del suo paese di
uscire dal circolo vizioso dei debiti
contratti per pagare altri debiti. «Vogliamo
rispettare i diritti di tutti, ma vogliamo
che gli altri rispettino i diritti del
Brasile. Non vogliamo essere trattati come
cittadini di serie B».
Nuove regole e una nuova etica, per
gestire le sorti del pianeta e annientare
la fame, vero obiettivo di una guerra che
varrebbe la pena combattere, una guerra
giusta. Dell’altro conflitto, quello che
incombe da mesi e quotidianamente viene
annunciato, il presidente brasiliano
invece non parla. Dice che il suo paese
«è fermamente orientato alla pace», che
le crisi possono essere risolte negoziando
sotto l’egida dell’Onu, che la fame e
la povertà alimentano l’intolleranza e
i conflitti: combatterle, significa
lavorare per la pace.
Non parla di armi di distruzione di massa,
Lula. Parla di milioni di dollari bruciati
in armamenti, soldi spesi male, mentre
milioni di bambini muoiono di fame. Non
parla della guerra al terrorismo come ne
parla l’amministrazione Bush. La lotta
al riciclaggio, sostiene il presidente
brasiliano nel paese dell’alta finanza e
del segreto bancario, è fondamentale per
sconfiggere il terrorismo e il crimine.
«Da questa montagna magica io vi invito a
guardare il mondo con occhi diversi - dice
Lula citando Thomas Mann -. È
assolutamente necessario costruire un
ordine economico mondiale che risponda
alla domanda di miliardi di persone che
vivono ai margini». |