de Franciscu Sedda

La 'nazionalizzazione' dei partiti in Sardegna parte prima
fra "convergenze sarde" e modelli europei.


"Convergenza Sarda" nasce i primi di Marzo di quest'anno dall'unione di U.D.R. (Unione Democratici per la Repubblica, italiana ovviamente), Sardistas (uno dei due tronconi del Partito Sardo d'Azione, a volte detto "Partidu Sardu"), del Nuovo Movimento (Niki Grauso) e dei Democratici Cristiani Sardi (di Bruno Randazzo).
Sebbene nasca in vista delle elezioni provinciali i suoi propositi di "lunga vita" non sono celati: a garanzia di ciò dovrebbe porsi anche la presenza al suo interno delle due massime cariche istituzionali della Sardegna: Mario Floris, capo del Consiglio e Efisio Serrenti, presidente dell'Assemblea Sarda.
I progetti che la guidano sono diversi:  se da un lato si vogliono aggregare "i partiti di centro, cattolici, sardisti, autonomisti, liberaldemocratici e socialisti" [U.S. 05-03-00], dall'altro vi è un "obbiettivo strategico […] più ambizioso: la costituzione della «Casa comune dei sardi» con le altre formazioni che puntano a costituire il Grande Centro per superare la logica del bipolarismo" [N. S. 05-03-00].
Le cose a dire il vero sarebbero ancor più complesse e non solo perché ciascun componente della coalizione tende ad enfatizzare gli obbiettivi più sentiti dalla sua parte. E' evidente però che vi sia la volontà di prendere il "centro": sia inteso come elettorato cattolico-moderato, sia come luogo mediano e di mediazione rispetto ai due poli "estremi", luogo di direzione, soprattutto in una situazione come quella odierna in cui nessuno dei restanti schieramenti basta a se stesso. I due sensi che questo "centro" viene ad assumere tendono ovviamente a sovrapporsi e a creare effetti particolari: se si considera che a questa unione se ne affianca un'altra ancor più dichiaratamente di marca cattolico-moderata - ovvero quella fra il Partito del Popolo Sardo (fuoriusciti dal PPI), CCD e CDU - e che già si guarda con interesse ad un avvicinamento dei due gruppi [U.S. 04-03-00], sembrerebbe profilarsi un'unione talmente basata su dei principi e dei valori rappresentativi di una sola parte tale che è difficile immaginarne la funzione di "casa comune dei sardi". Del resto anche l'idea di tenere il centro - inteso come luogo di governo - viene a scontrarsi con l'esigenza di rendere la "casa comune" sempre più affollata - al limite di ospitare tutti. Ma questi probabilmente sono problemi da poco.
Un problema già più interessante è capire come si svilupperà il rapporto fra Convergenza Sarda e Sardigna Natzione. Efisio Serrenti ha detto con sicurezza che "dopo le elezioni «Convergenza Sarda si allargherà ad altri partiti, dal PPS a Sardigna Natzione»" [N.S. 26-02-00]: eppure l'esperienza della Casa Comune all'indomani delle elezioni regionali ha evidenziato una serie di problemi. Non si tratta solo di differente forza politica, di rappresentanza: il fatto è che Convergenza Sarda si pone come gruppo "autonomista-federalista" mentre dovrebbe essere ben chiara l'opzione indipendentista di Sardigna Natzione.
Nel concitato periodo post-elettorale, quando sembrava che ognuno potesse parlare a nome della "Casa Comune", Mario Floris - trascinato dalla sua "via sarda allo sviluppo" - si era anche spinto a parlare di "quasi-indipendenza": ma il rifiuto del "separatismo", individuato dal luogo comune ormai trito della chiusura/autarchia, era arrivato puntuale. Siamo al dunque: se Sardigna Natzione non vuole auto-negarsi deve chiedere di essere accettata per quello che è, se la Convergenza vuole farsi Casa Comune dei Sardi - e non semplice partito di centro - deve accettare l'Indipendenza della Sardegna quantomeno come possibilità legittima del Popolo Sardo, della Nazione Sarda.
Siamo così più vicini ad uno dei problemi di fondo di questa nascitura coalizione politica e più in generale della forma che sta assumendo il processo di "sardizzazione" dei partiti in Sardegna.
Quale valore dobbiamo dare alle parole di  Mario Floris allorquando ribadisce che Convergenza Sarda è «un'aggregazione tutta sarda fatta da partiti nazionalitari»? [N.S. 26-03-00]. Che cosa è, e cosa sta divenendo, questo nazionalitarismo "centrista"?
Se salutare con gioia sporadiche uscite "nazionalitarie" può essere altrettanto illusorio che sperare di arrivare all'indipendenza facendo tabula rasa di tutto ciò che ci ha preceduto - saltando così la fase di sardizzazione dei partiti italiani in Sardegna - non ci resta allora che constatare preliminarmente due cose: 1) parlare della "nazione sarda" non può che far bene, quantomeno ci abitua a ciò che un giorno sarà quotidianità,  (dopo esserci abituati ad essere spagnoli e italiani è la volta buona che ci si abitui ad essere sardi); 2) detto ciò si tratta di vedere quali forme e quali contenuti si accompagnano alla dicitura "nazionalitario" e al parlare di "nazione sarda", in modo da capire se vi è un processo di reale elaborazione e differenziazione culturale o se invece il loro uso è strumentale e porta con sé vecchie forme di "conciliazione" con "il proprio Stato-Nazione".

Tale discorso vale a maggior ragione quando si consideri che tale apertura nazionalitaria si accompagna al tentativo di accostarsi a ciò che avviene in altre realtà europee: sembra che, presupponendo un'affinità, un legame,  si cerchi di evocare fatti, parole, azioni, eventi accaduti altrove come se fossero rappresentativi di ciò che sta succedendo in Sardegna. Si noti che ciò potrebbe tranquillamente essere un modo per non agire e cercare di "cavalcare l'onda" di un qualche risveglio identitario; si noti che è una strategia che comunque può diventare un boomerang per i suoi fautori, più che illuderci potremmo iniziare ad accorgerci che se altrove le cose "si fanno" -accadono - allora le si può "far accadere" anche qui e ora.
Un primo punto che può essere preso come indicatore è la puntigliosità, la "scientificità" si direbbe, con cui le altre nazionalità europee che lottano per il loro riconoscimento utilizzano termini quali "nazione", Stato", "nazionalità", "cittadinanza" ecc. Che siano autonomisti o indipendentisti, generalmente sono consci del fatto che una soggettività/identificazione collettiva stabilisce un legame di fedeltà che affonda in profondità, va a ad ancorarsi a "ciò che si crede di essere", che proprio in quanto creduto tende a farsi "naturale" e dunque primario rispetto ad altri che gli vengono posti come alternativi. Da tale punto di vista è ben chiaro che vi è un' «ambito nazionale» a cui si appartiene ed uno «statale» a cui si deve/si è costretti (contingentemente) ad appartenere. I "nazionalitari" della Convergenza tendono invece a convergere indistintamente verso un uso diametralmente diverso dei due termini.
Bruno Randazzo, su l'Unione Sarda del 26 Febbraio, fa notare ad esempio che "la convergenza [è] fondata sulla condivisione degli stessi valori, della medesima visione politica complessiva, oltre che su una comune ispirazione solidaristica e autenticamente autonomista e svincolata dalle centrali partitiche nazionali": è evidente che si può trattare al massimo di ingegneria politica o partitica, non certo di un diverso senso di appartenenza. Il fulcro di quest'ultima rimane ad un livello "nazionale" (quello che altri chiamerebbero "statale") che non è "sardo", bensì "italiano". Questo genere di impostazione in cui la Sardegna ed i Sardi ritornano molto velocemente a livello di "regione", termine in cui tende sempre a risuonare un'eco burocratico-amministrativa, non è del solo Randazzo: più volte Mario Floris si è esibito in accostamenti azzardati in cui si proponeva, cito a braccio, il "rilancio del nazionalitarismo per poter contare di più a livello nazionale". Come si vede non solo si sancisce una fedeltà verso altri, ma si pone un traguardo, una meta che è sempre esterna: il luogo che sancisce il valore e la bontà del proprio agire, verrebbe da dire "della propria vita", è sottomesso ad una "soggettività" collettiva che non è sarda.
Questo meccanismo si evidenzia ancor più palese in uno scritto di Efisio Serrenti, pubblicato da Sa Republica Sarda nel numero di Febbraio/Marzo 2000.
Si prenda questa parte come indicativa fra le tante di cui il testo è costellato: "Si pensi all'esigenza di riconoscere tutela e dignità alle lingue e alle culture minoritarie. Non si tratta di creare ghetti o riserve indiane, ma di prendere atto che viviamo di fatto in Stati
plurinazionali [in cor. nel testo] […] Solo il loro definitivo riconoscimento potrà paradossalmente salvaguardare quell'unità politica nazionale [cor. nostro] che appare invece minacciata proprio da  una cultura statualistica e centralistica che nega disperatamente le ragioni delle nuove spinte centrifughe."
In definitiva se ci si sforza di chiedere uno Stato "plurinazionale" lo si fa per il mantenimento dell' «unità nazionale»: anche la più moderata delle richieste viene "giustificata" (bisogna sempre scusarsi di essere diversi…) e trasformata in un gesto di fedeltà alla "propria nazione" italiana.
L'analisi va ora però spinta oltre. Proviamo ad aggiungere alle parole quelle che sono le azioni, le condotte, dei partiti "nazionalitari"; proviamo dunque a metterli a confronto con ciò che fanno gli "altri", ovvero con i modelli europei che loro stessi si sono scelti.   <<< TORNA A CHISTIONES