Capitolo 1° - La porta

 

Non l'avevo notata prima, ma, sul muro, nella stanza da letto, si era formata una piccola crepa, sottile e continua, proprio vicino alla testata del letto, e mentre mi vestivo continuavo a fissarla nella penombra.
Il mio sguardo non riusciva a distogliersi da quel segno; lo seguiva.
Anche quando passai dinanzi allo specchio, lo continuai a guardare, riflesso in esso, attratto senza alcun motivo, piccolo segno sul muro.
C'era sempre stato ?
Non l'avevo mai notato ?
Spesso nella vita capita di vedere cose che non esistono, e di non vedere cose che esistono.
Mi avvicinai per osservarlo meglio.
Era reale !
La piccola crepa era lì, non era il frutto di un'illusione; sottile, come un capello nero, si stagliava sul muro bianco.
Il mio viso riflesso nello specchio, per un attimo, mi apparve diverso, quasi irriconoscibile; mi vidi bambino con sullo sfondo, al posto della parete, un giardino fiorito e assolato, strizzai gli occhi e il mio volto tornò quello di sempre, la parete era sempre lì.
Un volto che non riconoscevo come mio, ma che mi accompagnava ormai da sempre, era riflesso.
Mi guardai e riguardai, gli anni passavano, ma quel viso continuava a fissarmi beffardo, quasi a sfidare ciò che io pensavo di lui.
La crepa era sempre lì.
Non mi ero mai abituato alla mia faccia, per quanto mi fossi sforzato, non l'avevo mai riconosciuta come mia, sarebbe potuta essere di chiunque e in qualsiasi posto.
La mia faccia doveva essere diversa, questo avevo sempre pensato.
Non era un problema di bellezza, soltanto non la sentivo mia.
La mia anima aveva sempre aspirato ad un'altra immagine, qualcosa di più affine; in quegli occhi non ero mai riuscito a ritrovarmi, per quanto in passato avessi cercato.
Alla fine mi scrollai di dosso quei pensieri ed uscii ad affrontare la realtà.
Durante quella giornata mi ritrovai spesso a pensare a quella crepa, così insignificante ma, così presente nella mia mente.
Ossessione ?
Quella notte mi addormentai con uno strano presentimento.
Uno strano senso d'angoscia mi aveva accompagnato tutto il giorno, un senso di solitudine e d'attese non coronate.
Avevo incontrato gente inutile e insignificante e la giornata era trascorsa monotona e pigra.
Avevo desiderato essere, solo, nella mia barca !
Ogni volta mi ripromettevo di fuggire ed ogni volta mi ritrovavo invischiato nella routine di sempre.
L'atlantico. Un sogno !
Non era la paura che mi fermava, era la mancanza di uno scopo, di un ideale di qualcosa per cui valesse la pena rischiare.
Forse per questo desideravo tanto la mia barca, sensazioni forti, il rischio di perderla in un mare in burrasca, la lotta contro gli elementi, l'imprevisto dietro ogni angolo, sentirsi vivi, e vivere.
Fioche luci, dalla realtà, filtravano all'interno della stanza disegnando figure, irreali e mostruose, sui muri; cercai disperatamente qualcosa dentro di me, non trovai niente, per quanto scrutassi nei miei più reconditi anfratti non La trovavo.
Forse non sapevo neanche cosa o chi cercare, ma ricordavo che un tempo, qualcosa, qualcuno …….
Eppure c'era stata, n'ero sicuro.
La crepa era sempre lì.
Gli occhi, alla fine, mi sembrò si chiudessero, le palpebre si fecero sempre più pesanti. Un'altra notte vuota, senza sogni, mi aspettava.
Scricchiolii filtrarono da dietro la mia testa; non capivo.
Poi lentamente sul muro, dietro la testata del letto, cominciò a filtrare una tenue luce.
Ricordi del passato mi assalirono, paure di bambino, "pecore dai denti aguzzi", felicità dimenticate o perdute.
La fessura lentamente cominciò ad allargarsi, ….. ed una porta comparve, disegnandosi lentamente, sul bianco muro, e si materializzò dal nulla.
Era una grossa porta, in legno scuro ed antico, con una grande maniglia arrugginita dal tempo.
Della polvere, lentamente, coprì il pavimento.
Poggiai la mano sull'uscio, incuriosito, e cercai di spingere.
I cardini, bloccati, facevano fatica a scorrere, la luce aumentava. Un profumo di gelsomino cominciò ad uscire.
Paura, tanta paura mi attanagliava la gola, quel sogno lo cominciavo a ricordare ! Mi riportava ad un passato, lontano, molto lontano.
Lentamente la porta si cominciò ad aprire, una luce diffusa, decisa ma non accecante illuminava quel mondo nascosto, varcai la soglia, e cercai di scrutarne l'interno; anche se dentro di me, ormai, avevo capito dove mi trovavo.
Ricordi passati.
Paure passate.
Adesso la porta cedeva sempre più rapidamente, poi si schiuse del tutto, senza più fare rumore.
Appena entrato, sulla sinistra e sulla destra di una lunga scalinata che portava verso il basso, schierati, c'erano tante figure di soldati, dritti come fusi, in una posizione quasi irreale; percepivo i loro sguardi, i loro sorrisi. Sembrava mi aspettassero.
Erano impalati come tanti soldatini di piombo, a grandezza naturale, nelle loro divise sfavillanti e lucide da corazzieri; visi tutti uguali che mi guardavano, increduli, come se un vecchio amico, ormai quasi dimenticato, fosse improvvisamente ed inaspettatamente ricomparso dal nulla.
Qualcuno seduto lentamente si rialzò, si impettì e accennò un saluto militare.
Avevo tanto giocato e fantasticato con loro.
Con passo indeciso, tra quelle figure che mi guardavano, cominciai a scendere quelle interminabili scale; le gambe tremavano, sapevo ormai cosa mi aspettava, i ricordi erano ricomparsi lentamente nella mia mente, e spingevano … e si accavallavano.
Ricordi di bambino.
I soldati, intanto, si erano tutti rizzati al mio passaggio.
Scesi lentamente quelle scale, bianche e lucide, marmoree.
Mi guardai intorno.
Alla fine della scalinata, in quel mondo irreale ed inesistente, che si formava e distruggeva secondo dove il mio sguardo si posava, una figura, esile ma fiera, si ergeva.
Com'era cresciuta !
L'ultima volta che l'avevo vista era poco più che una bambina.
Il viso circondato da lunghi capelli neri con due profondi occhi azzurri.
Adesso la ritrovavo donna, ma il suo sguardo in tutto quel tempo non era cambiato. Nei suoi occhi si leggeva ancora una profonda tenerezza e la sofferenza di una lunga attesa segnava il suo volto; ancora più bello e luminoso di prima.
I passi si fecero più incerti, quasi barcollai.
Voglia di fuggire, voglia di correrle incontro.
Alla fine me la trovai di fronte.
Restammo impietriti, l'uno di fronte all'altro, il sangue si era fermato nelle mie vene e le mani fredde s'inumidirono.
Due lacrime cominciarono a scendere sul mio viso percorrendo alcune pieghe, la sua mano si mosse, teneramente, sfiorandomi, per asciugarmele; con l'altra mi prese per mano.
Era lei, la bambina dei miei sogni, ormai cresciuta, ormai donna. La presi e la tirai a me, la strinsi forte, sentii i sui seni contro il mio petto, la baciai.
Era la prima volta che la baciavo.
Quanto lo avevo desiderato.
Le sue labbra erano morbide e tiepide, sentii l'amore fluire in me.
Mi sentii pervadere dal suo essere e sentimenti ormai dimenticati fluirono e mi riscaldarono.
Poi, improvvisamente, tutto svanì.
Il cuore batteva forte, palpitava come dopo una lunga corsa.
Mi ritrovai seduto in mezzo al letto, coperto di sudore, attonito e confuso, ancora in bocca sentivo il suo sapore.
Sogno ?
Realtà ?
Mi guardai intorno…… nulla.
Le lenzuola erano bagnate e disfatte.
La fessura era lì, inalterata, ma presente.
Cercai di ricordare ciò che avevo sognato, ma il sogno, per quanto io mi sforzassi, fuggiva via, lasciandomi senza ricordi.
Sulle pareti della stanza, in penombra, giochi di luci ed ombre si rincorrevano sui muri.
L'acqua fredda sulla faccia mi fece svegliare, il mio viso riflesso nello specchio mi fissava attonito e m'interrogava, ma non ebbe da me alcuna risposta.
Riebbi la sensazione che quel viso specchiato mi spiasse, da un altro mondo, cercando di entrare nella mia vita.
La giornata passò veloce, un senso di pienezza mi pervadeva, mi sentivo diverso, il mondo era irreale, si creava e si distruggeva secondo dove i miei occhi si posavano.
Mi ritrovai più volte a cercare di ricordare quel sogno, ma solo un senso di felicità affiorava sulle mie labbra.
Non riuscivo a ricordare.
Solo lampi affioravano dalla mia mente.
La sensazione che avevo era molto simile all'innamoramento, ma innamorato di chi ? Di che cosa ?
Non riuscivo a capire.
La cena con gli amici fu molto noiosa, in realtà non volevo essere lì, le parole scorrevano su di me senza fermarsi, le banalità non riuscivano a farmi partecipe, il mio silenzio era sospetto.
Voglia di fuggire !
Più volte mi chiesero se stavo male, il mio silenzio era incompreso, inusuale.
La mia mente insistentemente ritornava a quel sogno.
Cercava di ricordare, ma del sogno non rimaneva niente.
Solo impalpabili sensazioni.
La notte calò più rapidamente del previsto, seduto sulla mia poltrona ripensavo ancora a quello che mi era successo la sera prima.
Il fumo di una sigaretta saliva lento dal portacenere.
La luce della lampada illuminava le pagine del libro che avevo in mano, avevo sentito il bisogno di rileggere alcuni passi di "Uno, nessuno e centomila" di Pirandello, la mia immagine allo specchio mi tornava continuamente alla mente.
Intanto la mia figura, seduta, riflessa sui vetri della finestra, guardava me intento a leggere.
Chi c'era dall'altra parte dei vetri ?
Chi scrutava in silenzio le nostre vite ?
Mi ero ormai quasi convinto che forse non avevo neanche sognato, ma il timore…… della notte da trascorrere, restava.
Paura di rincontrarla ?
Paura di riperderla ?
Ogni tanto alzavo lo sguardo dal libro, fissando i vetri ove ero riflesso, cercando di cogliere la mia immagine che mi fissava.
Nulla.
Chiusi il libro.
La mia immagine si alzò e scomparve.
Alla fine mi convinsi che non era successo niente e andai lentamente a coricarmi, ormai stanco e frastornato.
Mi distesi sul letto ancora disfatto dal giorno precedente.
Uno strano e vago odore si poteva percepire nell'aria.
Fissai il soffitto.
Avevo paura di chiudere gli occhi, avevo paura di addormentarmi. Tutti i miei sensi erano in allarme, quando …… Sentii nuovamente degli scricchioli ….. dietro la mia testa.
Il sangue si fermò e si gelò nelle mie vene. I polmoni smisero di pompare aria. Lo sguardo fisso, avanti…, nel buio, cercava lo specchio.
I muscoli erano tesi.
Gli scricchiolii seguitavano a chiamarmi, una leggera luce cominciò a rischiarare la stanza. La mia ombra si stagliò gigantesca sul muro.
Mi voltai, lentamente….. la porta era lì, come l'avevo sognata il giorno prima, si apriva lentamente lungo la parete, e lungo le scale che scendevano, cominciavo ad intravedere le sagome dritte e sfavillanti dei soldati ….. i miei soldati !
Un profumo di gelsomino mi fece tornare alla mente i miei nonni paterni, la loro villa, portacenere pieni di fiori ancora non schiusi, giorni spensierati, il mio cane, sapore di cocacola, tempi passati.
Mi rividi bambino su una macchina a pedali di latta rossa, la mia nonna era intenta, vicino ad un'aiuola, a piantare dei fiori grandi e colorati.
Un'antica fontana di pietra zampillava monotona scandendo il passare del tempo, attorniata da alte palme antiche.
Sapore di fichi d'india.
Mia nonna si voltò a guardarmi.
Mi fissava con i suoi occhi chiari continuando a smuovere la terra grassa con vicino uno dei cani, scodinzolante.
Mi voleva bene.
Poi tutto svanì com'era venuto.
Sogno nel sogno ?
Continuai a scendere le scale.
Lei era lì sorridente, mi aspettava.
Non c'era più tristezza sul suo viso candido, ma vi si leggeva tanta attesa.
Lentamente spalancò le braccia per accogliermi, un velo le cingeva i fianchi, e di nuovo mi trovai con le sue morbide labbra sulle mie.
L'amore comincio a defluire nel mio cuore, sentivo il suo corpo premere contro mio.
Eccitazione ?
Tutti i sensi cominciarono a risvegliarsi.
Percepii la sua voce dentro di me, capii da quanto tempo mi aspettava, mi domandava come mai, un giorno, tanti anni prima, l'avevo abbandonata; capii il tormento della sua lunga attesa, capì la mia solitudine. Capii che lei aveva perso ogni speranza di rincontrarmi, in quel mondo ormai vuoto, senza la mia presenza, senza la mia fantasia.
Non capiva perché, una notte, all'improvviso, non ero più andato da lei.
La sua attesa fu vana quella notte, e così tutte quelle che vennero dopo, e da quel momento quel suo mondo si cominciò lentamente a spopolare, cominciò lentamente a dissolversi, a svanire nel nulla.
A morire.
A far da guardia a quel posto, alla fine, erano rimasti soltanto i miei soldati, il mio ricordo ed il suo amore.
Capii la sua solitudine trascorsa in un luogo sempre più buio che sempre più velocemente si cancellava, perdeva contorni e colori.
Lei sapeva di stare morendo, nella mia mente, e per quanti sforzi facesse, per quanto si sforzasse a chiamarmi, non riusciva a superare le mie barriere, non riusciva a ritrovarmi e a farsi sentire.
Non aveva risposte.
La carezzavo e la guardavo negli occhi, non desideravo che il suo mondo finisse e lei lo capì.
Lei capì le mie sofferenze, capì dove mi ero rintanato, capì perché avevo cancellato lentamente il suo mondo, capì le mie paure, capì che in fondo in fondo non l'avevo mai dimenticata.
Mentre mi stringeva e mi amava vidi in lontananza la porta che si richiudeva, inesorabilmente.
Lei mi guardava dentro e m'implorava di non andare, di non lasciarla anche questa volta, la porta continuava a chiudersi, gli attimi non passavano.
Sentii la sua paura.
Sentii stringermi sempre più forte.
Sentii che mi tratteneva con tutte le sue forze, atterrita per quello che poteva accadere.
Capiva che se fossi andato, via anche questa volta, non sarei mai più potuto tornare da lei, e tutto sarebbe finito, tutto sarebbe svanito per sempre.
Le sue labbra premevano ancora sulle mie.
Indecisione.
Odore di gelsomino.
Occhi di donna.
Poi finalmente mi lasciai andare.
La sua stretta cominciò ad allentarsi per diventare un abbraccio.
Aveva capito che non l'avrei mai più lasciata.
La porta si chiuse per sempre.