Capitolo 17° - L'entropia

Nel silenzio udii una voce, era la sua, mi parlava, ma no ne percepivo le parole, non la capivo; erano frasi dette in latino mi sembrò.
Latino ?
Un'ombra pallida coperta da un velo passo davanti agli occhi della mia mente.
Il ticchettio del respiratore artificiale permeava tutto l'ambiente, non sentivo più le mie mani, non controllavo più il mio corpo.
Ero dietro due occhi chiusi che non riuscivo ad aprire, per quanti sforzi facessi.
Da cosa fuggivo ?
Dove mi sarei trovato ?
Non avevo paura.
Sentii uno stimolo al basso ventre, l'urina defluiva lungo il catetere.
Avevo già vissuto quei momenti ne ero sicuro !
Adesso sarebbero entrati due medici, lo ricordavo !
Due medici entrarono.
Parlottavano, concitati, fra di loro; l'universo si stava spegnendo, la notizia era alla fine trapelata, disse uno all'altra.
Nelle loro voci si percepiva la paura e l'incredulità.
Non riuscivo a capire di cosa parlassero.
Non sentivo dolore, ma ero disteso su di un letto di un ospedale, di questo ne ero sicuro.
Provai a parlare.
Le parole non uscirono dalla mia bocca, ero intubato! Una mano tiepida e morbida strinse la mia, un velo sfiorò il mio viso.
Lo sentii, o lo pensai ?
Altre stelle si spensero.
Per un attimo l'universo si fermò ad ascoltare.
Io cercavo di capire dove fossi, attorno a me tutto era il buio.
Era quella la morte ?
Stavo perdendo definitivamente il controllo di ciò che mi circondava, avevo perso il controllo del tempo e dello spazio ed il tempo e lo spazio dentro di me si stavano annullando.
Materia ed antimateria così faticosamente tenute separate si stavano mescolando sempre più velocemente, il tutto stava precipitando, dissolvendosi, vorticosamente verso il centro.
Quale centro ?
Un lampo attraversò la mia mente, e illuminò per un momento un mondo mai visto, il ticchettio di una macchina lontana ricominciò il suo lamento, scivolai nuovamente all'interno di me stesso.
L'universo riprese a dissolversi.

L'allucinazione svanì, era stato un attimo, e mi ritrovai in mezzo al mare con la testa fuori dall'acqua, la maschera ancora sul viso.
Lei non si era accorta di niente e sorridente mi si avvicinava per avere la conferma di quello che aveva intuito.
Le spigai cosa avevo trovato e le chiesi di prendermi in barca il metal detector, era ora di constatare quanto valesse quello strumento.
La piccola rada dove ci trovavamo era tranquilla, nessuno era venuto a curiosare. A riva tutto sembrava procedere nella massima normalità, la gente del luogo aveva ripreso il solito ritmo quotidiano, alcune donne stavano stendendo al sole la biancheria pulita e non facevano caso alla nostra presenza, eravamo o sembravamo, in fin dei conti, i soliti turisti.
La solita capra era ancora lì, su di uno scoglio, e leccava il sale.
Mi guardai per un attimo attorno, presi lo strumento, e mi immersi nelle calde acque che si richiusero sopra di me.
Lentamente cominciai a scandagliare con regolarità il fondale dove avevo avvistato il "coccio", i pesci al mio passaggio si scansavano e un polipo infastidito si ritirò velocemente dentro un buco nella roccia, restando a curiosare.
Lo strumento cominciò a indicare la presenza di oggetti che però si rivelarono manufatti più che recenti, un pezzo di catena di un'ancora, una lattina di birra, una forchetta forse caduta da qualche barca di passaggio, un'asta di ferro.
Non sto qui ad elencare quante cose possono saltare fuori dal fondo del mare, ma niente, assolutamente niente di quello che andavo cercando.
Era passata circa un'ora da quando avevo iniziato le ricerche e cominciavo a demoralizzarmi; decisi, allora, di fermarmi un momento per cambiare il respiratore, presi quello carico che pendeva legato alla barca e mi rimisi a cercare.
Tra le alghe, gli scogli e un piccolo spiazzo di sabbia, non molto distante da dove avevo trovato il collo d'anfora, l'apparecchio ricominciò a segnalare di nuovo la presenza di qualche cosa.
Scavai, e finalmente trovai un buon indizio.
Era un anello, in lega di piombo, del tipo di quelli che venivano utilizzati insieme alle cime, sulle navi etrusche o romane, niente di importante, ma con molta probabilità lì una nave doveva essere affondata.
Ripresi le ricerche in quel tratto di mare, trovai quello che sembrava il resto di un oggetto di metallo, ormai senza più forme, tali, da poterlo identificare con esattezza e al riparo di una roccia, sotto venti centimetri di sabbia e fango scuro, trovai quelli che sembravano i resti di una piccola scatola di legno con delle finiture metalliche.

L'immagine di un uomo che annaspava tra i flutti si materializzo nella mia mente e un senso di morte pervase il mio animo.

Delicatamente cercai di disseppellire l'oggetto, ma ogni volta che tentavo, qualche sua parte andava in frantumi, l'acqua si era un poco intorbidita e i pesci, eccitati, cercavano di mangiare i sedimenti che le mie mani alzavano scavando.
Tra i detriti, allora, vidi un pacchetto di stoffa, tenuto assieme da dei lacci di cuoio.
L'avevo trovato, pensai. Era come nei miei sogni !

Una mano si protese verso di me e scomparve tra i chiaroscuri delle poseidonie.

Sembrava tutto, ancora, miracolosamente integro.
Con molta attenzione recuperai il prezioso involucro e mi avviai verso la barca.
Mi sentivo eccitato.
Attorno a noi era ancora tutto tranquillo, nessuno faceva caso alla nostra presenza e questo mi rassicurò.
Tornato sotto la barca mi feci passare un secchio che riempii di acqua di mare, vi deposi dentro, delicatamente, il reperto e lei lo isso a bordo.
"Tutto qui ?" esclamò, quando lo vide.
Non potei fare altro che sorriderle.
In realtà lei non sapeva esattamente il motivo per cui l'avevo portata fino a Fiskardo e non sapeva neanche cosa stessi cercando.
Una volta risalito in barca, mi accovacciai davanti al secchio, infilai le mani nell'acqua, e delicatamente cercai di aprire quell'involucro.
Lei, seduta accanto a me, sporgeva la testa per cercare di vedere meglio, e attentamente, in silenzio, seguiva ogni mio, seppur piccolo, movimento.
Cercavo di non rompere l'involucro, ma l'impresa era quasi impossibile, con calma giravo e rigiravo, quella specie di pacchetto, tra le mani, ogni tanto fermandomi, per poi ricominciare.

Il tempio era silenzioso e i fuochi erano accesi.

Lentamente ed in modo inspiegabile riuscii ad aprire quel fagotto scansai i lembi, e qualcosa improvvisamente cominciò a brillare sotto i raggi del sole.
Erano tre lamine d'oro.
Tre lamine d'oro incise.
Erano le lamine di Leucotea.
Il mio sogno improvvisamente divenne realtà.

Sul viso di lei si dipinse un'espressione di stupore.
Sono d'oro disse !
Sono antiche ?
Annuii con la testa.
La gola era secca e il mio cuore batteva forte.
I suoi occhi erano accesi da mille pagliuzze gialle.

L'oro brillava ancora nelle mani del vecchio incisore, aveva i capelli bianchi, un viso toscano come il sigaro, ormai consumato, che teneva stretto, tra i denti, la schiena ricurva, le mani ancora ben salde, stringevano le copie delle tre lamine.
I suoi occhi mi guardavano increduli, la stanza era ancora più fumosa di quando ero entrato, le ombre erano ancora sui muri, non vi furono parole né spiegazioni, lentamente annuì con la testa facendomi intendere che aveva compreso.
Sapevo non avrebbe mai parlato, e mentre tirava a se un vecchio libro rilegato in pelle scura, mi sorrise da dietro ciò che restava del suo sigaro, la porta cigolando si aprì e si chiuse dietro le mie spalle, lui chinò la testa borbottando qualcosa ed io ripresi la mia strada.

sua, mi parlava, ma no ne percepivo le parole, non la capivo; erano frasi dette in latino mi sembrò.
Latino ?
Un'ombra pallida coperta da un velo passo davanti agli occhi della mia mente.
Il ticchettio del respiratore artificiale permeava tutto l'ambiente, non sentivo più le mie mani, non controllavo il mio corpo.
Ero dietro due occhi chiusi che non riuscivo ad aprire, per quanti sforzi facessi.
Da cosa fuggivo ?
Dove mi sarei trovato ?
Non avevo paura.
Sentii uno stimolo al basso ventre, l'urina defluiva lungo il catetere.
Avevo già vissuto quei momenti ne ero sicuro !
Adesso sarebbero entrati due medici, lo ricordavo !
Due medici entrarono.
Parlottavano, concitati, fra di loro; l'universo si stava spegnendo, la notizia era alla fine trapelata, disse uno all'altra.
Nelle loro voci si percepiva la paura e l'incredulità.
Non riuscivo a capire di cosa parlassero.
Non sentivo dolore, ma ero disteso su di un letto di un ospedale, di questo ne ero sicuro.
Provai a parlare.
Le parole non uscirono dalla mia bocca, ero intubato! Una mano tiepida e morbida strinse la mia, un velo sfiorò il mio viso.
Lo sentii, o lo pensai ?
Altre stelle si spensero.
Per un attimo l'universo si fermò ad ascoltare.
Io cercavo di capire dove fossi, attorno a me tutto era il buio.
Era quella la morte ?
Stavo perdendo definitivamente il controllo di ciò che mi circondava, avevo perso il controllo del tempo e dello spazio ed il tempo e lo spazio dentro di me si stavano annullando.
Materia ed antimateria così faticosamente tenute separate si stavano mescolando sempre più velocemente, il tutto stava precipitando, dissolvendosi, vorticosamente verso il centro.
Quale centro ?
Un lampo attraversò la mia mente, e illuminò per un attimo un mondo mai visto, il ticchettio di una macchina lontana ricominciò il suo lamento, scivolai nuovamente all'interno di me stesso.
L'universo riprese a dissolversi.

L'allucinazione svanì, era stato un attimo, e mi ritrovai in mezzo al mare con la testa fuori dall'acqua, la maschera ancora sul viso.
Lei non si era accorta di niente e sorridente mi si avvicinava per avere la conferma di quello che aveva intuito.
Le spigai cosa avevo trovato e le chiesi di prendermi in barca il metal detector, era ora di constatare quanto valesse quello strumento.
La piccola rada dove ci trovavamo era tranquilla, nessuno era venuto a curiosare. A riva tutto sembrava procedere nella massima normalità, la gente del luogo aveva ripreso il solito ritmo quotidiano, alcune donne stavano stendendo al sole la biancheria pulita e non facevano caso alla nostra presenza, eravamo o sembravamo, in fin dei conti, i soliti turisti.
La solita capra era ancora lì, su di uno scoglio, e leccava il sale.
Mi guardai per un attimo attorno, presi lo strumento, e mi immersi nelle calde acque che si richiusero sopra di me.
Lentamente cominciai a scandagliare con regolarità il fondale dove avevo avvistato il "coccio", i pesci al mio passaggio si scansavano e un polipo infastidito si ritirò velocemente dentro un buco nella roccia, restando a curiosare.
Lo strumento cominciò a indicare la presenza di oggetti che però si rivelarono manufatti più che recenti, un pezzo di catena di un'ancora, una lattina di birra, una forchetta forse caduta da qualche barca di passaggio, un'asta di ferro.
Non sto qui ad elencare quante cose possono saltare fuori dal fondo del mare, ma niente, assolutamente niente di quello che andavo cercando.
Era passata circa un'ora da quando avevo iniziato le ricerche e cominciavo a demoralizzarmi; decisi, allora, di fermarmi un momento per cambiare il respiratore, presi quello carico che pendeva legato alla barca e mi rimisi a cercare.
Tra le alghe, gli scogli e un piccolo spiazzo di sabbia, non molto distante da dove avevo trovato il collo d'anfora, l'apparecchio ricominciò a segnalare di nuovo la presenza di qualche cosa.
Scavai, e finalmente trovai un buon indizio.
Era un anello, in lega di piombo, del tipo di quelli che venivano utilizzati insieme alle cime, sulle navi etrusche o romane, niente di importante, ma con molta probabilità lì una nave doveva essere affondata.
Ripresi le ricerche in quel tratto di mare, trovai quello che sembrava il resto di un oggetto di metallo, ormai senza più forme, tali, da poterlo identificare con esattezza e al riparo di una roccia, sotto venti centimetri di sabbia e fango scuro, trovai quelli che sembravano i resti di una piccola scatola di legno con delle finiture metalliche.

L'immagine di un uomo che annaspava tra i flutti si materializzo nella mia mente e un senso di morte pervase il mio animo.

Delicatamente cercai di disseppellire l'oggetto, ma ogni volta che tentavo, qualche sua parte andava in frantumi, l'acqua si era un poco intorbidita e i pesci, eccitati, cercavano di mangiare i sedimenti che le mie mani alzavano scavando.
Tra i detriti, allora, vidi un pacchetto di stoffa, tenuto assieme da dei lacci di cuoio.
L'avevo trovato, pensai. Era come nei miei sogni !

Una mano si protese verso di me e scomparve tra i chiaroscuri delle poseidonie.

Sembrava tutto, ancora, miracolosamente integro.
Con molta attenzione recuperai il prezioso involucro e mi avviai verso la barca.
Mi sentivo eccitato.
Attorno a noi era ancora tutto tranquillo, nessuno faceva caso alla nostra presenza e questo mi rassicurò.
Tornato sotto la barca mi feci passare un secchio che riempii di acqua di mare, vi deposi dentro, delicatamente, il reperto e lei lo isso a bordo.
"Tutto qui ?" esclamò, quando lo vide.
Non potei fare altro che sorriderle.
In realtà lei non sapeva esattamente il motivo per cui l'avevo portata fino a Fiskardo e non sapeva neanche cosa stessi cercando.
Una volta risalito in barca, mi accovacciai davanti al secchio, infilai le mani nell'acqua, e delicatamente cercai di aprire quell'involucro.
Lei, seduta accanto a me, sporgeva la testa per cercare di vedere meglio, e attentamente, in silenzio, seguiva ogni mio, seppur piccolo, movimento.
Cercavo di non rompere l'involucro, ma l'impresa era quasi impossibile, con calma giravo e rigiravo, quella specie di pacchetto, tra le mani, ogni tanto fermandomi, per poi ricominciare.

Il tempio era silenzioso e i fuochi erano accesi.

Lentamente ed in modo inspiegabile riuscii ad aprire quel fagotto scansai i lembi, e qualcosa improvvisamente cominciò a brillare sotto i raggi del sole.
Erano tre lamine d'oro.
Tre lamine d'oro incise.
Erano le lamine di Leucotea.
Il mio sogno improvvisamente divenne realtà.

Sul viso di lei si dipinse un'espressione di stupore.
Sono d'oro disse !
Sono antiche ?
Annuii con la testa.
La gola era secca e il mio cuore batteva forte.
I suoi occhi erano accesi da mille pagliuzze gialle.

L'oro brillava ancora nelle mani del vecchio incisore, aveva i capelli bianchi, un viso toscano come il sigaro, ormai consumato, che teneva stretto, tra i denti, la schiena ricurva, le mani ancora ben salde, stringevano le copie delle tre lamine.
I suoi occhi mi guardavano increduli, la stanza era ancora più fumosa di quando ero entrato, le ombre erano ancora sui muri, non vi furono parole né spiegazioni, lentamente annuì con la testa facendomi intendere che aveva compreso.
Sapevo non avrebbe mai parlato, e mentre tirava a se un vecchio libro rilegato in pelle scura, mi sorrise da dietro ciò che restava del suo sigaro, la porta cigolando si aprì e si chiuse dietro le mie spalle, lui chinò la testa borbottando qualcosa ed io ripresi la mia strada.

a presto i prossimi capitoli