Capitolo 9° - Londinium (Londra)

 

Non sapevo neppure io perché, in quel momento, stessi salendo su di un aereo, ma ormai la cosa era fatta, non so come mi avessero convinto e neanche perché lo volessi fare, ma qualche cosa mi spingeva a partire e a lasciare il mio mondo d'acqua.
Dopo il decollo, la giornata tersa mi permise di vedere, sotto di me, la costa laziale, Ostia, Palo, Cerveteri, Santa Severa ovvero l'antica Pyrgi, con lo scalo etrusco sommerso dal mare, luogo dove avevo trascorso sin da bambino giorni felici e le prime delusioni, poco più in là comparve il mio porto e mi sembrò quasi di intravedere la mia barca all'ormeggio.
Dall'alto, per la prima volta, semi sommerse dal mare, potei vedere le ville romane disseminate lungo la costa con le loro peschiere, i loro moli e i loro approdi.Il salto avvenne improvvisamente, questa volta, e mi ritrovai a camminare lungo le sponde di un fiume; faceva freddo, mi coprii il volto con la tunica, in quel punto del villaggio costituito in prevalenza da case e capanne di legno fumanti, la confusione era tanta.
La Via Decumana, quella mattina, era molto affollata, sporca, umida e rumorosa e io mi stavo avviando velocemente verso il punto in cui alcune navi erano ferme all'ormeggio, un poco più avanti il fiume non era più navigabile per i grandi scafi ed un alto ponte di legno univa le due sponde.
Dovevo trovarmi intorno al 43 d.C. e quella doveva essere Londinium; si mi trovavo proprio alle propaggini dell'impero, e il nome del villaggio derivava proprio da "lond, lone" , appunto "solitario, selvaggio".
Passando, lungo la via, alcune giovani ragazze m'invitavano ad entrare nella loro capanna, con lo sguardo cercai di localizzare la mia imbarcazione sul fiume; un poco più in là un maniscalco stava accudendo un cavallo; un cane, col muso, annusava e rovistava tra i rifiuti, e mi resi conto improvvisamente quanto fossi lontano da lei.
Camminavo, cercando di non bagnarmi i piedi, scansando le innumerevoli pozzanghere.
Avevamo portato la nostra civiltà e i nostri palazzi anche in mezzo ai deserti, mi dissi, e non eravamo riusciti a portarla in quelle lande fredde, umide e desolate, e mi convinsi che l'idea che circolava a Roma di erigere un grande muro, per separarci da quelle genti, forse non era poi così peregrina.
L'istinto mi diceva che non saremmo rimasti poi per molto tempo in quei luoghi e mi ricordava che mi trovavo nel posto sbagliato nel momento sbagliato.
A volte bisogna seguire l'istinto e fidarsi del destino, così per caso quella mattina mi ritrovai a Londra.
La giornata trascorreva pigramente in una città insolitamente assolata.
Le strade erano ancora bagnate dalla pioggia della sera prima.
La gente andava e veniva apparentemente senza meta, come in un grande formicaio.
La solita combriccola, seduta ai tavolini di un bar del centro, fantasticava su donne da rimorchiare e su amori mai avuti.
Io mi sentivo molto assente e poco partecipe; in fin dei conti mi trovavo lì per caso, avevo deciso proprio all'ultimo momento di andare con loro, una storia d'amore mi era appena finita e non avevo, per il momento, nessuna voglia di incominciarne un'altra.
Ero insomma un pesce fuor d'acqua !
Eppure qualche cosa mi diceva che dovevo essere lì, in quel momento.
Da dietro l'angolo della strada, improvvisamente, comparvero, tra la gente frettolosa, tre ragazze molto diverse tra loro, ed una in particolare attrasse il mio sguardo.
Alta, con i capelli corti e scuri, due occhi di un celeste profondo, ben fatta, con due lunghe gambe, rapidamente passò davanti al nostro tavolino come una ninfa emersa dal nulla, portava una corta gonna che le slanciava il portamento, fiero, e un velo le cingeva i fianchi ben modellati.
La guardai, senza distogliere il mio sguardo, incantato da tanta bellezza.
Qualcuno lanciò una scommessa, e dopo poco, tra il nostro stupore, uno dei "belli", era spagnolo, tornò con quelle tre ragazze al seguito, tra il tripudio e l'ammirazione generale.
I galli cominciarono a mettersi in mostra !
Lungo i viali, tra spintoni, sorrisi, e persone di tutte le razze, i maschi si fecero sotto per tastare il terreno.
Le schermaglie amorose erano iniziate.
Le piume cominciarono a volare.
Vi furono morti e feriti.
Io con i miei pensieri, mi tenevo in disparte, qualche passo indietro.
Erano passati gli anni dei Beatles, degli spinelli e dell'amore "libero". Io non ero stato molto diverso dagli altri, forse un po' più ribelle e trasgressivo, per quei tempi.
Poco più avanti a me vidi, piano, piano, capitolare tutti al cospetto di tanta bellezza, ed ad un tratto mi resi conto che eravamo rimasti io, mio cugino ed un altro amico.
La selezione naturale della specie !
Rasserenati i bollenti spiriti ci trovammo a pranzare in allegria, assieme a quelle tre ragazze, per me totalmente sconosciute e anche loro, adesso, passata la sfuriata, sembravano più rilassate e tranquille.
L'inglese stentato divenne inutile quando, calate le loro maschere, scoprimmo che erano tutte e tre italiane .
Le frasi si susseguivano senza una meta, dentro di me mi chiesi più volte cosa cavolo ci facessi lì, in pieno agosto, lontano dalla mia isola e dalla mia barca.
Altri problemi mi passavano per la mente mentre mi ritrovavo, spesso, a fissare quegli occhi azzurri risplendenti.
Forse proprio perché ero stato in disparte, forse perché ero un poco assente e poco partecipe, improvvisamente, mi ritrovai al centro dell'attenzione, e quasi tirato per i capelli cominciai a partecipare a quello strano incontro, non voluto e non cercato.
Quegli occhi azzurri erano di Emanuela, veneziana credo, e i suoi ventidue anni erano meravigliosi.
Lentamente mi cominciò ad entrare dentro, il suo sorriso si fece tutto per me, ed io frastornato, apparivo come un bambino alle prime armi, intimidito ed impaurito.
In effetti, lo ero in quel momento.
Il tempo trascorse pigramente, girammo per le vie di Londra senza una meta precisa scherzando e raccontandoci.
Sfiorandoci.
Le luci per le vie si erano già accese quando, infine, ci rendemmo conto che si era fatta l'ora dell'ultima corsa della metropolitana.
Mio cugino, imperterrito, continuava a provarci inutilmente con una di loro, quando, ormai, stava per arrivare l'ultimo vagone utile che le ragazze potevano prendere.
In un attimo capii che non l'avrei più rincontrata.
Il panico improvvisamente mi assalì, volevo rivederla, e in quei pochi attimi mi resi conto che il tempo per me era finito.
Il caso mi aveva dato un'occasione e a quanto pare io non me n'ero neanche reso conto.
Non riuscivo a mettere assieme due parole sensate per convincerla a tornare il giorno dopo, quando, mentre ormai saliva i gradini del vagone, le tolsi di mano l'ombrello che portava con se, riuscii a sfilarne il manico, e mentre le restituivo quello che ne rimaneva le fissai un appuntamento per l'indomani mattina a Trafalgar. La vidi scomparire così, nel buio di un tunnel, dietro un finestrino illuminato. I suoi occhi azzurri mi guardavano ancora tra lo stupore e l'incredulità, il naso quasi schiacciato al vetro.
La notte la sognai.
Mio cugino continuava a darmi del cretino, perché non ci avevo provato prima, e mentre mi guardava mi continuava a chiedere cosa le ragazze potessero trovare in me che gli altri non avessero, e non aveva tutti i torti, non riuscivo a capirlo neanche io, e a dire tutta la verità non l'ho mai capito.
Quella strana sensazione che mi pervadeva la conoscevo bene.
Mi stavo innamorando ?
O come al solito mi stavo sbagliando ?
Ormai Emanuela mi era entrata nella testa e la mia fantasia era partita al galoppo, le difese non funzionavano di nuovo.
Il giorno dopo pensavo non venissero e invece si ripresentarono tutte e tre pimpanti e allegre, con l'ombrello senza manico.
Il manico si riunì così all'ombrello e l'ombrello al manico.
Ero molto attratto da quella ragazza, libera e spensierata, la timidezza era passata e la sua disponibilità era immutata, parlammo molto quella mattina, mi raccontò che stava alla pari, presso una famiglia, molto ricca, in una villa, vicino Londra, e che i proprietari in quei giorni erano via.
Mi invitò ad andare a trovarla.
La campagna londinese era splendida.
Quel giorno la corteggiai molto ma non la baciai mai, anche se lo desideravo sopra ogni cosa.
La giornata trascorse tranquilla.
I giorni passarono e l'intimità si fece sempre più profonda, i momenti per restare soli furono sempre più desiderati e frequenti, mi sentivo di amarla, ogni tanto mi scoprivo a fissare il suo volto, i suoi occhi e non riuscivo a distogliere il mio sguardo dai suoi lineamenti delicati.
Forse era stato lo strano incontro, forse erano stati i luoghi o forse era la pura realtà, le mie barriere e le mie difese non si alzarono, riuscii come poche volte ad amare e i sentimenti poterono scorrere incontrollati.
Poi arrivo l'infausto momento degli addii, ognuno di noi chiamato alla propria vita, e ai propri luoghi comuni.
Lei voleva che la seguissi.
Io dovevo tornare a Roma, lei doveva andare a Parigi, studiava lingue.
Una mattina fece di tutto per convincermi ad andare insieme con lei, c'era un piccolo appartamento che ci aspettava, mi disse, c'era un biglietto aereo già prenotato anche per me.
La paura mi assalì.
Paura d'amare.
Paura del futuro.
Paura di perderla.
Paura di rovinare tutto quello che di bello c'eravamo dati.
Forse, solo paura.
L'aereo partì senza di me, la vidi passare sopra la mia testa e non saprò mai tutto quello che ho potuto perdere in un'altra realtà e in un altro tempo.

Aprii il giornale e lessi :

MONETE D'ORO NELLA CITY
Scavi: Londra si riscopre un po' latina
di Luigi Forni

Che i romani fossero giunti fino a Londra è cosa risaputa, nondimeno ha fatto rumore il ritrovamento di monete d'oro nel perimetro della City, non lontano da San Paolo e dal Barbican. Gli scavi archeologici che vengono periodicamente compiuti nell'antica "Londinium" (l'area di Londra che fu occupata dalle legioni di Cesare) hanno - infatti - portato alla luce un prezioso gruzzolo pecuniario costituito da 43 "aurei", le monete d'oro circolanti nei territori dell'impero romano nei primi secoli dopo Cristo.
Simon Thurley, direttore del "Museum of London" che esporrà nei prossimi giorni i nuovi reperti pecuniari, ha definito il ritrovamento di eccezionale importanza non solo per il valore intrinseco delle monte ma soprattutto per il loro perfetto stato di conservazione. Secondo l'archeologa Jo Severn, che dirige i lavori di scavo nella City, il gruzzolo risale al secondo secolo, quando ogni singola moneta permetteva di acquistare 400 litri di vino, e otto aurei erano sufficienti per comprare 20 acri di terreno boschivo.
Coniate in oro da 22 carati, le monete emerse dal sottosuolo portano impresse le immagini di numerosi imperatori romani, da Nerone a Marco Aurelio. La serie include i volti di Vitellius, Tito, Vespasiano, Adriano, Traiano, Elio Cesare, Antonino Pio e Lucilla, figlia di Marco Aurelio.
I 43 aurei equivalevano a quattro anni di paga di un legionario ed erano stati occultati in una rudimentale cassetta di metallo, custodita in una cantina di Londium. L'archeologo Tom Swain non esclude che proprio uno dei soldati della guarnigione occupante (o un gruppo di soldati) avesse deciso di nascondere le monete prima di partecipare ad una battaglia. Se questa ipotesi fosse esatta, bisognerebbe presumere che il possessore o i possessori delle monete non sopravvissero agli scontri bellici. Un'altra supposizione fa ritenere che una famiglia sotterrò il piccolo tesoro prima di essere costretta ad un brusco trasloco senza ritorno.
In base alla legislazione "Treasure Act", le monete rinvenute sono diventate proprietà municipale della City londinese, nell'assenza di un legittimo possessore. Esse saranno esposte nella mostra permanente "Hight Street Londium" organizzata dal Museo di Londra, che allinea nelle sue bacheche un vasto numero di reperti archeologici, dai monili muliebri agli amuleti, dalle lucerne metalliche alle anfore di terracotta. I 43 aurei, saranno ospitati nella sezione riservata al peculio dell'antica Roma.

Chiusi il giornale.

La mia vita ricominciò lentamente lì dove l'avevo lasciata.
La barca pigramente dondolava e un profumo di mare misto a quello del gelsomino m'invase i polmoni.